Pigliacampo

Page 1

Marshall McLuhan

AFORISMI E PROFEZIE A cura di Marco Pigliacampo Postfazione di

Derrick de Kerckhove

ARMANDO EDITORE


Sommario

Introduzione: Il mosaico McLuhan di MARCO PIGLIACAMPO I. Il folclore industriale Il denaro Il consumo La moda La pubblicità Il folclore odierno Il romanzo collettivo Il pubblico I sondaggi La libertà Il successo La normalità Il lavoro I ricchi La donna I giovani L’igiene Il sesso L’automobile Il far west Il gangster Lo sport La guerra La scuola I libri Gli intellettuali La scienza

9 19 21 22 23 24 26 28 30 31 32 34 35 36 37 38 40 41 42 44 45 46 47 48 49 51 52 54


L’arte Il pensiero La mente Il potere La politica L’inazione L’informazione Il coinvolgimento La paura Il distacco La comprensione La resistenza

II. Il cerchio del linguaggio La parola La ridondanza L’alfabeto La scrittura a stampa Il punto di vista L’uomo alfabetico Il cerchio magico Alfabeto e pensiero Forma e pensiero La poesia Forma e contenuto L’originalità La memoria La conoscenza La comunità Comunità orale Comunità alfabetica L’uomo diviso La meccanizzazione Stampa e individuo La nazione I lettori I giornali

55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 69 71 72 73 74 76 77 79 80 81 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96


III. Mezzi e messaggi Il messaggio Il contenuto L’effetto I sensi L’ipnosi Media e cultura Il cerchio culturale Media e società Il mutamento sociale La consapevolezza L’inconscio Media e psiche Le immagini Il cinema La televisione La radio Il rapporto tra media Da medium a medium Da cultura a cultura Arte e media Il processo creativo I miti Formazione e media Morale e media L’inversione

99 101 102 104 105 107 108 110 112 113 115 117 119 121 122 124 126 128 129 131 133 134 136 137 139 140

IV. Il villaggio globale L’elettricità Tempo e spazio La simultaneità La città mondiale I media globali L’analisi dei media La nuova cultura La nuova tribalità Il nuovo oralismo

145 147 148 149 151 153 154 156 158 160


L’era dell’informazione La società simultanea Le relazioni sociali La psiche Gli effetti psico-sociali La coscienza La sacralità Il nuovo lavoro Nuovi mercati

161 163 165 167 168 170 171 172 173

Marshall McLuhan: scheda bio-bibliografica

177

Le pubblicazioni

180

Postfazione. Gli aforismi come metodo d’indagine di DERRICK DE KERCKHOVE

183

I curatori

189


Introduzione

Il mosaico McLuhan

Il lettore passivo preferisce i testi compiuti, ma coloro che sono interessati a perseguire la conoscenza ricorrono agli aforismi, proprio perché sono incompleti e richiedono una profonda partecipazione della mente.

Per alcuni esimi studiosi fu “l’imbecille più convinto del suo secolo”1, per altri ugualmente illustri “il suo impatto sulla nostra cultura fu pari a quello di Albert Einstein”2. Trent’anni dopo la sua morte, avvenuta il 31 dicembre 1980, sessant’anni dopo la pubblicazione del suo primo capolavoro (La sposa meccanica, 1951), il nome di Marshall McLuhan trova ancora irrimediabilmente distanti gli studiosi, sociologi o storici che siano. Nelle loro opinioni riecheggiano ancora le appassionate discussioni che gli scritti di McLuhan hanno suscitato per decenni, in particolare negli anni ’60 e ’70, quando la sua stessa figura – assolutamente originale e orgogliosamente anti-accademica – non facilitava un dibattito neutrale e approfondito sulle sue idee. Le incursioni televisive, la nota interpretazione di se stesso nel film Io e Annie di Woody Allen, la generosità e il sense of humour con cui accettava inviti nei più disparati incontri pubblici contribuirono a creare il “fenomeno McLuhan” e a ostacolare la già faticosa analisi delle sue tesi. Mentre Andy Warhol sosteneva che “il modo per fare contro-cultura e avere successo commerciale è fare come McLuhan”3, gli studiosi di mezzo mondo si impegnavano lungamente nella difficile lettura delle sue opere, così distanti dalle consuete ricerche universitarie da apparire a un tempo irritanti e affascinanti. La scrittura di McLuhan, fin dalla sua prima opera importante, non seguiva gli schemi classici della saggistica, ma dava libero sfogo al suo pensiero, seguendo le idee e utilizzando continuamente 9


iperboli e paradossi per disegnare immagini assolutamente efficaci. La sua personalità autentica si riverberava nell’approccio di studio, in cui seguiva metodi non convenzionali e decisamente creativi. Lo ha ricordato Stefano Bartezzaghi in uno dei tanti articoli apparsi negli anni, sui giornali, negli anniversari della scomparsa: «I libri di McLuhan evitano il più possibile le logiche della dimostrazione, pretendendo mostrare. Si possono leggere ordinatamente dalla prima all’ultima pagina, ma pare chiaro che McLuhan li ha scritti pensando a un lettore che faccia zapping fra i capitoli, le immagini, le didascalie»4. Si può dire che il pensiero mcluhaniano prediliga una forma di comunicazione di tipo orale, tendenzialmente sintetica, immediata e comunque a effetto. All’interno delle pagine di un libro, la forma di comunicazione adottata da McLuhan appare intensamente mobile, spesso incompiuta, a volte contraddittoria, mentre è intenta a comporre, pagina dopo pagina, un esteso e variopinto mosaico del suo pensiero. La forma del suo scrivere ha contribuito a diffondere una perdurante incomprensione delle sue tesi, nonché ad ampliare la distanza tra gli studiosi affascinati dal suo lavoro (pochi fino agli anni ’80, moltissimi dopo) e quelli quantomeno scettici, tra cui, in Italia, il giovane (all’epoca) ricercatore Umberto Eco, che nel ’67 scriveva: «C’è del buono in McLuhan come c’è nei fumatori di banana e negli hippies. Stiamo a vedere cosa combineranno ancora»5. Il professore canadese era consapevole dei limiti del suo metodo in termini di chiarezza e comprensibilità, tuttavia era animato da una propensione del tutto autentica a rendere coerente il modus operandi della sua ricerca con le tesi che perseguiva. «Nelle intenzioni di McLuhan – scrive la studiosa Elena Lamberti – la scrittura a mosaico, giustappositiva e discontinua, è tesa proprio a ricomporre la frattura tra “verbo” e “logica” posta in essere nell’Occidente dalla scienza moderna. […] Lo scopo è quello di recuperare l’armonia derivante da una percezione integrale»6. Che in McLuhan vi sia questo intento è confermato dalla gran parte delle frasi raccolte in questo libro, animate dall’idea per cui solo le tesi incomplete aiutano le menti a perseguire la conoscenza, così come spiega il meta-aforisma che abbiamo scelto come sottotitolo a questa introduzione. Egli stesso è incline a spiegarne la logica: «Lo sviluppo 10


della pressa a vapore è correlato al sorgere del nazionalismo. Non vi è nulla di casuale o arbitrario in tale tesi, è una configurazione da cui far scaturire la comprensione. Ma se essa fosse tradotta in una prosa prospettica, non solo ci sarebbe bisogno di un enorme spazio, ma andrebbe perduta l’intuizione delle reciproche influenze tra le diverse strutture»7. McLuhan ci dice non solo che non è di per sé sbagliato semplificare fenomeni complessi, ma anche che, a volte, è l’unica strategia possibile per venire a capo di meccanismi altrimenti indecifrabili. Paradosso vuole che per lo stesso motivo (l’utilizzo della semplificazione nelle frasi a effetto) McLuhan sia stato contestato e isolato dagli studiosi del suo tempo e, dagli anni ’80 in poi, reso celebre e persino popolare dai ricercatori e dai commentatori, più o meno autorevoli, avvicinati al tema delle nuove tecnologie della comunicazione. Negli ultimi trent’anni il mondo delle comunicazioni di massa è esploso in mille nuove forme e per tutti coloro che sono stati chiamati a studiare o commentare i nuovi media apparsi sulla scena globale è stato quasi un automatismo quello di “ancorarsi”, nel mare magnum dell’accelerazione tecnologica, alle efficaci sintesi di McLuhan. Espressioni da lui create, come “villaggio globale”, “galassia Gutenberg”, “il medium è il messaggio”, “il medium è il massaggio”, e altre ancora, sono state introdotte nel tam tam mediatico e hanno preso a rimbalzare tra una citazione e l’altra, più o meno corretta, fino a minimizzarne o peggio fraintenderne i significati. Scrive giustamente Bartezzaghi: «È lecito domandarsi se le teorie massmediologiche di McLuhan siano ancora visibili sotto una manciata di titoli e aforismi divenuti rituali come formule liturgiche più facili da ricordare che da comprendere»8. Altro motivo fondamentale nel contribuire alla popolarità e al fascino del pensiero di McLuhan è l’enorme e per certi versi inspiegabile capacità predittiva. Nelle sue affermazioni è presente una capacità di prefigurazione e di anticipazione storica talmente forte che sembra siano state scritte oggi. Se poi ci si sofferma un attimo, mentre si legge McLuhan, a pensare agli anni ’50 e ’60, si può restare sbalorditi a riflettere su quali potevano essere stati, all’epoca, i “segnali deboli” da cui egli poteva aver intuito così tanto. Basti pensare che quando coniava frasi come «La televisio11


ne preferisce trasmettere procedimenti di lavorazione piuttosto che prodotti finiti» poteva vedere solo i compostissimi programmi tv di quegli anni, oppure quando scriveva che «l’esteriorizzazione dei sensi da parte dei nuovi media crea un cervello tecnologico mondiale» non esistevano i computer, la telematica, né tantomeno Internet. Anche dal punto di vista scientifico, McLuhan è stato un anticipatore, introducendo alcuni principi fondamentali relativi ai mass media sui quali folte schiere di studiosi hanno lavorato negli anni successivi. Fu il primo, ad esempio, a scrivere che nei media elettronici il destinatario dei messaggi non è più solo spettatore, ma anche co-produttore dell’informazione che gli è indirizzata. Mediante le tecniche di zapping, lo spettatore sostituisce al tempo obbligato del racconto il tempo del suo singolo sguardo, partecipando direttamente alla genesi delle rappresentazioni di conoscenza. Ma il principio più innovativo formulato da McLuhan è stato quello secondo cui i media raggiungono i loro rispettivi effetti sulle persone, sulle sensibilità umane, sulla struttura sociale delle comunità, indipendentemente dal contenuto che trasmettono, ma esclusivamente in funzione della loro struttura formale. Un principio che già di per sé è uno sconvolgimento. Lo chiarisce Derrick de Kerckhove, il suo più illustre allievo, quando scrive che «McLuhan ha spiegato i modi in cui i media strutturano la percezione sensoriale e questa, a sua volta, l’organizzazione sociale. Insomma, quello che facciamo e quello che pensiamo è legato al modo in cui percepiamo»9. Oggi le tesi scientifiche di McLuhan sono celebrate ma, molto spesso, fraintese. I malintesi più diffusi dipendono in larga parte dall’espansione di Internet e dalla diffusione delle cosiddette “comunità virtuali”, che già da dieci anni e ancora oggi catturano l’attenzione sia dei cronisti sia dei ricercatori. Ciò che avviene solitamente, nel citare McLuhan, è un utilizzo parziale e quindi fuorviante delle sue tesi. Ne è esemplare l’equivoco più diffuso: spesso illustri commentatori dibattono sulla “profezia” del “villaggio globale”, concordando sul fatto che oggi è possibile comunicare in tempo reale con tutto il globo ma dividendosi sulla capacità delle persone di costruire rapporti sociali, mediante le nuove tecnologie, che abbiano la solidità e il valore di quelli tradizionali. Per coloro che hanno dubbi in proposito, la profezia di McLuhan non si 12


sarebbe avverata. La realtà è che tali dibattiti non considerano il senso più profondo delle parole di McLuhan. La sua “profezia”, se così vogliamo chiamarla, è che i nuovi mezzi di comunicazione si caratterizzano per essi stessi (per le proprie strutture mediali) come promotori di nuove socialità che hanno caratteristiche peculiari e indipendenti dalle abitudini sociali pregresse delle persone. Alcune di tali caratteristiche facilitano la riscoperta di abitudini tipiche delle comunità arcaiche (il gusto dell’immediatezza, il coinvolgimento emotivo, ecc.), mentre altre sollecitano l’insorgere di nuovi costumi, inediti e spesso opposti alle abitudini già diffuse. Il “villaggio globale” non è una comunità tradizionale divenuta grande quanto il globo, ma una condizione ampiamente inedita. Un terzo motivo di fascino del pensiero mcluhaniano, oltre alla forma espressiva e alla capacità predittiva, è il suo contenuto “politico”, nel senso più ampio del termine. Accusato da vari studiosi del suo tempo di “indifferenza morale” nei confronti della rivoluzione tecnologica, McLuhan rispondeva che «vi saranno sempre problemi morali a sufficienza senza che vi sia bisogno di assumere una posizione etica su basi tecnologiche»10. Eppure è quantomeno superficiale considerare McLuhan un apologeta dell’innovazione tecnologica. Egli credeva che l’avvento dei nuovi media fosse innanzitutto un’occasione e una sfida da cogliere per gli studiosi e le agenzie educative: analizzare i loro meccanismi di funzionamento può contribuire a comprendere le strategie di fascinazione e influenza già presenti in media quali i giornali, i libri, il cinema, la moda, la pubblicità. La mancanza di consapevolezza circa gli effetti dei media sui comportamenti individuali e collettivi delle persone non riguarda specificamente i nuovi media ma tutti i mezzi di comunicazione, a partire dalla “tecnologia della parola”. Su questo aspetto gli insegnamenti di McLuhan sono molteplici: i media agiscono inavvertitamente e irriducibilmente; la diffidenza verso i nuovi media non ne agevola l’analisi e la comprensione; i contenuti dei media, spesso familiari e apparentemente innocui, sono un ostacolo alla percezione del pericolo; l’effetto dei media è “politico” anche se i loro contenuti non hanno evidenti intenti politici. Il fatto centrale è che il carattere ammaliante delle forme mediali (già delle forme pubblicitarie precedenti l’avvento della televisione) 13


sviluppa una progressiva attitudine delle persone alla deresponsabilizzazione verso se stessi e tanto più verso la propria comunità. De Kerckhove ha efficacemente sintetizzato tali aspetti: «Per McLuhan la tecnologia non ha di per sé un significato morale, ma gli uomini devono essere coscienti degli effetti che i cambiamenti tecnologici hanno sulle loro percezioni. La non-vigilanza sull’impatto dei media può trasformare il villaggio globale in un luogo di controllo autoritario, poiché il controllo dei media favorisce l’imposizione di strategie unitarie di pensiero, di sensibilità, di sentimenti»11. Scorrendo le pagine di questa raccolta, si possono trovare numerose testimonianze di quanto McLuhan fosse preoccupato del diffondersi di una nuova forma di totalitarismo, subdolo, inconsapevole, fondato sull’utilizzo commerciale e acritico dei media di massa. «Il Balletto Luce abbraccia tutte le arti della comunicazione e del controllo, portandole a stuzzicare, blandire e adulare un pubblico di massa. […] Anche quando il signor Luce si accontenta dell’irresponsabile manipolazione delle tecniche mediatiche senza mirare a conseguire un diretto potere politico, tuttavia l’effetto del Balletto Luce è politico: dalla scena di questo potente intrattenimento emerge un pubblico rapito, inerme, sconsiderato»12. Agli studiosi e cultori della materia è opportuno accennare le scelte metodologiche che hanno guidato la realizzazione di questo volume, per quanto sia stato ideato e realizzato con un evidente intento divulgativo. Il lavoro di raccolta, selezione e revisione delle frasi di McLuhan ha comportato tre anni di impegno e si è rivelato nel tempo assai più faticoso di quanto ipotizzato inizialmente. Occorre chiarire, innanzitutto, che la maggior parte delle frasi riportate sono estratte da considerazioni più ampie o comunque dai contesti di riflessione in cui McLuhan le ha scritte. Ciò ha comportato per quasi ogni frase un’opera di “aggiustamento” che ne facilitasse la lettura, realizzata con l’attenzione necessaria a non ridurne o travisarne il significato originale. Le citazioni raccolte provengono soprattutto dalle tre opere principali di McLuhan: La sposa meccanica (titolo originale: The mechanical bride – pubblicata nel 1951); La galassia Gutenberg (The Gutenberg galaxy – 1962); Gli strumenti del comunicare (Understanding media – 1964). Si è cercato di mantenere nel volume la successione cronologica del suo 14


lavoro, creando quattro parti, i cui titoli sono indicativi dei temi che affrontano: Il folclore industriale; Il cerchio del linguaggio; Mezzi e messaggi; Il villaggio globale. In particolare: la prima parte ospita considerazioni sulla società consumistica che sono tratte soprattutto dalla prima opera; la seconda sezione si concentra sui temi del rapporto tra il linguaggio e il pensiero, citando soprattutto il saggio sull’invenzione di Gutenberg; le due parti successive presentano molte citazioni dell’opera più controversa, Understanding Media. Riferendosi agli anni di pubblicazione delle opere originali, il criterio adottato ristabilisce una successione del percorso di riflessione mcluhaniano che gli studiosi italiani hanno avuto difficoltà a seguire, poiché le edizioni italiane delle opere furono pubblicate in ritardo e senza rispettarne la sequenza originale di produzione. Ogni sezione si apre con un aforisma e propone i successivi pensieri raggruppati per temi (ad esempio, il denaro, il consumo, la moda, ecc.), secondo un ordine per quanto possibile significativo. Una breve scheda di note bibliografiche completa ogni sezione indicando le pubblicazioni da cui sono tratte le citazioni. Per agevolare una piacevole lettura, i rimandi alle note sono inseriti solo per gli aforismi che non appartengono all’opera di riferimento della sezione. Buona parte delle scelte di selezione e posizionamento delle frasi potrebbe apparire arbitraria, scontando un’irriducibile difficoltà a distinguere chiaramente tutti i significati degli aforismi prodotti da McLuhan. Il lettore, in ogni caso, scoprirà la ricchezza dei pensieri raccolti nel volume, ognuno dei quali rivela un mondo complesso su cui fermarsi e indica un percorso di riflessione che è stimolante cercare di compiere in autonomia. Roma, novembre 2010

MARCO PIGLIACAMPO

15


Note bibliografiche

1. Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, Sugarco, Milano, 1996 (edizione originale francese, 1988) – «Lo stesso McLuhan, il primo apologeta dello spettacolo, che sembrava l’imbecille più convinto del suo secolo, ha cambiato parere scoprendo finalmente, nel 1976, che la pressione dei mass media porta all’irrazionale e che sarebbe diventato urgente moderare il loro uso». 2. Derrick de Kerckhove, Così io ricordo il mio strano maestro, in “la Repubblica” del 27 dicembre 2005. 3. Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s: aforismi mai scritti, a cura di Matteo B. Bianchi, Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006 – «Il modo per fare contro-cultura e avere successo commerciale di massa è fare come McLuhan: dire e fare cose radicali in una forma conservatrice, scrivere un libro per dire che i libri sono obsolet». 4. Stefano Bartezzaghi, McLuhan. Cosa resta del suo villaggio globale, in “la Repubblica” del 27 dicembre 2005. 5. Umberto Eco, recensione de Gli strumenti del comunicare, in «Quindici», 1967. 6. Elena Lamberti, Marshall McLuhan: tra letteratura, arte e media, Bruno Mondadori, Milano, 2000. 7. Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967. 8. Stefano Bartezzaghi, op. cit. 9. Derrick de Kerckhove, op. cit. 10. Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, cit. 11. Derrick de Kerckhove, op. cit. 12. Marshall McLuhan, La sposa meccanica, Sugarco, Milano, 1984.

16


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.