Azione 47 del 20 novembre 2017

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Scopri il mondo dei folletti della Migros.


Il mondo segreto dei folletti della Migros. Hai mai visto un folletto? No? Se ti può consolare, sono ben poche le persone che ne hanno visto uno. I folletti sono piccole creature di buon cuore che provano una gioia immensa nell’aiutare gli altri. Riparano oggetti, mettono in ordine e fanno le pulizie. I folletti non vivono solo dove ce lo potremmo aspettare, ossia nelle nostre case. C’è un altro posto dove possono aiutare le persone senza farsi vedere: nelle casse della Migros. È lì che vivono i folletti della Migros. Tutto il giorno non fanno altro che illuminare i prodotti che passano sopra la loro testa con la luce rossa dei loro elmetti. Poi digitano velocemente il prezzo, calcolano il tutto e in un batter d’occhio viene emesso lo scontrino di cassa. I folletti della Migros amano il loro lavoro e nelle casse ci stanno proprio volentieri. Ai folletti piacciono i lavori creativi e si sono costruiti da soli tutto il mobilio: una poltrona con una scatola delle uova, un cassettone con le scatole dei fiammiferi oppure una scala con le matite e i bastoncini per le orecchie. Tutto questo non è una rarità per gli abili folletti della Migros. L’occorrente lo raccolgono di notte nei corridoi della Migros.

I folletti della Migros sono creature molto timide. Escono dalle loro casse solo quando sono sicuri che non ci sia più nessuno. Nemmeno altri folletti della Migros. Di conseguenza non si incontrano mai. Forse non sanno nemmeno che esistono altri folletti della Migros! Ognuno ha una personalità unica. Alcuni sono molto forti, altri particolarmente furbi. Certi sono folletti della Migros da molto tempo ormai e pensano di aver già visto tutto. I più giovani invece sono decisamente curiosi. Tra questi c’è Finn, che desidera tantissimo festeggiare una buona volta il Natale. Per scoprire cosa gli succede guarda il filmato di Natale!

Nella casetta di Finn sotto la cassa della Migros c’è tantissimo da scoprire, per esempio la bellissima decorazione natalizia che ha magicamente realizzato con gli oggetti più disparati. I folletti della Migros sono infatti dei patiti del fai da te.

Scansiona il codice QR per vedere il nuovo filmato natalizio della Migros.


Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 20 novembre 2017

Azione 47 -73 ping M shop ne 49-55 / 70 i alle pag

Società e Territorio L’importanza del Peer Support, cioè il sostegno tra colleghi, all’interno degli enti di primo intervento

Ambiente e Benessere Wunderama.ch è il nome del nuovo progetto di sensibilizzazione ambientale ideato dal Museo cantonale di storia naturale in collaborazione con la Supsi

Politica e Economia Trump in Asia: l’importanza delle altre tappe in Vietnam e nelle Filippine

Cultura e Spettacoli Lo scrittore indiano Amitav Ghosh si dice molto preoccupato per le sorti dell’umanità

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di Luisa Betti pagina 25

AFP

Dalla parte delle donne

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Clima: aspettando la Cina di Peter Schiesser Il messaggio della 23.esima conferenza internazionale sul clima svoltasi a Berlino è: ora alle parole seguano i fatti, l’anno prossimo a Katovice, in Polonia, si dovranno stabilire le regole per l’attuazione degli Accordi di Parigi. Lo hanno sottolineato con forza il presidente francese Macron e la cancelliera tedesca Merkel, i quali non sono però riusciti ad evitare che dalle loro parole trapelasse anche un altro messaggio: di questo passo non ce la faremo a mantenere entro i 2 gradi celsius l’aumento della temperatura atmosferica; l’obiettivo minimo, mancato il quale il clima muterà oltre la prevedibilità, ci sta sfuggendo, è stato perso troppo tempo in passato, e ora lo sviluppo industriale ed economico in corso in Asia, soprattutto ma non solo in Cina e in India, impedisce che possa venir fermata entro breve la crescita globale delle emissioni di CO2. Siamo condannati a subire le conseguenze dei mutamenti climatici indotti dalla nostra civiltà. A dire il vero, ciò sta già avvenendo, ma per ora troppo lontano da casa nostra per farci sentire che questa è la più grande sfida presentefutura dell’umanità.

Va tuttavia detto che i ritardi e le difficoltà di implementazione degli obiettivi per la salvaguardia del clima non fanno desistere dal volerli raggiungere, non fosse che per evitare conseguenze ancora più gravi e per permettere di ritrovare un equilibrio nel prossimo secolo. La cancelliera Merkel ha riconosciuto che gli obiettivi che si era posta la Germania sono forse troppo ambiziosi (riduzione, rispetto al 1990, del 40 per cento delle emissioni nocive entro il 2020), ma si arriva vicino (il 30 per cento è considerato realistico); il presidente Macron ha annunciato di voler chiudere tutte le centrali a carbone francesi entro il 2021. Germania e Francia danno l’esempio non solo a parole, entrambi, come anche Svezia, Gran Bretagna e persino gli Stati Uniti (in totale 21 paesi), sono riusciti in questi anni a combinare crescita economica e riduzione delle emissioni di CO2. Ma al di là del voltafaccia di Trump sugli Accordi di Parigi, che a onor del vero viene ignorato da numerosi Stati dell’Unione, sono le economie emergenti il nocciolo del problema, oggi. La Cina è da qualche anno il paese che produce più CO2 al mondo e stima di raggiungere il picco solo nel 2030, dopodiché le emissioni dovrebbero cominciare decrescere e la Cina diventare sempre più verde (Xi

Jinping ha promesso di voler essere leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici). Intanto, Delhi rincorre da vicino Pechino nella gara a chi inquina di più e il governo Modi non intende abbandonare il carbone, motore del miracolo economico indiano. Ma che cosa ci dicono le cifre? Le stime del Global Carbon Project indicano un nuovo aumento delle emissioni di gas ad effetto serra nel 2017, dopo 3 anni di stasi. È bastato che l’economia della Cina tornasse a crescere a ritmi più sostenuti, come nei programmi del governo cinese (puntando deliberatamente sul carbone), seguita in questo dall’India (che però ha ridotto il suo aumento annuo dal 6 al 2 percento), per far crescere del 2 per cento circa la quantità mondiale di emissioni di CO2 a 41,6 miliardi di tonnellate (di cui 36,8 di origine fossile e industriale). Negli Stati Uniti la diminuzione delle emissioni è rallentata e l’atteggiamento dell’Amministrazione Trump potrebbe in futuro avere un impatto negativo. Insomma, decisiva, nella lotta ai cambiamenti climatici diventa sempre di più la Cina. Sarà il colosso asiatico a stabilire le tendenze globali del futuro: se si trasformerà in un gigante delle energie rinnovabili, il mondo imboccherà una via, se non saprà liberarsi del carbone, un’altra.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Attualità Migros

M Sul cucuzzolo della montagna

Richiamo di prodotto Milette Sonaglio

giocattolo per bambini difettoso

Migros Ticino La Commissione culturale del

Consiglio di cooperativa dona 7000 franchi per un importante riordino in Lavizzara

Luca Corti L’Associazione Monti di Rima di Broglio si è fissata un obiettivo ben preciso: tirare a lucido il Monte di Rima, vera perla naturale del nostro affascinante territorio. L’ambizioso progetto, iniziato nel 2015 al fine di mantenere e migliorare l’aspetto paesaggistico tipico di Rima e favorirne le attività agricole tradizionali, valorizzandone gli aspetti culturali e le particolarità antropiche,

è ora decisamente a buon punto. Anzitutto sono stati restaurati diversi «caraa», tipici sentieri di collegamento tra i vari insediamenti del monte, che a suo tempo impedivano agli animali l’accesso incontrollato ai pascoli, dunque sono state recuperate delle superfici a uso agricolo, inghiottite col tempo da vaste aree boschive, migliorandone nel contempo la fruibilità. Anche diverse componenti paesaggistiche, tra le quali in particolare i muri a secco di sostegno dei tipici terrazzamenti, sono state ristabilite e migliorate. Si è poi passati ai lavori di fino, con il restauro di alcuni oggetti culturalmente degni di particolare attenzione e conservazione. Ed è proprio qui che è entrata in gioco la Commissione culturale del Consiglio di cooperativa di Migros Ticino, con un assegno di 7’000 franchi. I fondi sono stati utilizzati per i lavori di ripristino di due cisterne per l’acqua dell’Ottocento. Nella fotografia, il Presidente della Commissione culturale del consiglio di Cooperativa di Migros Ticino Mario Colombo (al centro) consegna l’assegno in favore dell’Associazione Monti di Rima nelle mani del Presidente Daniele Zoppi (a destra) e del Segretario Armando Donati, proprio in prossimità di una delle due cisterne risistemate.

Feste di solidarietà

Raccolta 2017 Con la sua nuova iniziativa natalizia Migros

si impegna a contrastare la solitudine e la povertà in Svizzera Ci sono persone che sembra spariscano: il loro posto al bar rimane vuoto, non partecipano più alle gite di gruppo, sono sempre più spesso assenti.

Come partecipare Ecco come funziona: alle casse dei supermercati Migros sono presenti degli espositori che contengono cuori di cioccolata confezionati in carta stagnola colorata. Acquistandoli sosterrete l’azione natalizia di Migros. La cifra sarà immediatamente riversata nel fondo di solidarietà. Altre informazioni di dettaglio sull’azione sono pubblicate nel sito web www.migros.ch/natale Alla fine dell’azione Migros aggiungerà alla cifra raccolta un milione di franchi. Il ricavato complessivo sarà suddiviso in parti uguali tra Caritas, Heks – Aiuto alle chiese protestanti, Pro Juventute, Pro Senectute e Soccorso d’inverno. Le cinque organizzazioni lo impiegheranno per progetti d’intervento in Svizzera.

La rete delle relazioni si interrompe, si perdono i contatti. Le situazioni di isolamento hanno spesso una causa legata alle difficoltà economiche. Secondo l’Ufficio federale di statistica, il 14,6 per cento della popolazione svizzera è minacciato dalla povertà. Naturalmente non tutte queste persone soffrono anche di solitudine. Alcune mantengono una ricca rete relazionale, alcune addirittura organizzano progetti di auto-aiuto. Nonostante ciò, il problema dell’isolamento sussiste. Può capitare ad esempio agli anziani, che si vergognano della loro condizione. Ma ci sono anche ragazzi confrontati con tali situazioni. Le difficoltà economiche impediscono loro di adattarsi alle regole, spesso consumistiche, dei gruppi di altri coetanei. Migros ha quindi deciso di sensibilizzare la sua clientela al tema della solitudine e della povertà nel nostro paese. Per farlo, devolverà il ricavato della sua campagna di solidarietà a cinque organizzazioni caritatevoli: Caritas, Heks – Aiuto alle chiese protestanti, Pro Juventute, Pro Senectute e Soccorso d’inverno. Alla cifra complessiva raccolta Migros aggiungerà un milione di franchi. In questo modo

Per motivi di sicurezza Migros richiama il «trillino» di legno Milette con pirata, pellicano, barca e pesce. Alcune componenti del sonaglino non sono stabili e possono staccarsi. Se ingoiate, le piccole parti possono costituire per i bambini un pericolo di soffocamento. Ecco la denominazione esatta del prodotto, in vendita dal 1. gennaio 2017: Milette trillino con pirata, pellicano, barca e pesce, n. d’art. 7471.050, prezzo di vendita fr. 8.90. È stato verificato che l’articolo non corrisponde alle disposizioni di legge in applicazione della norma europea EN 71-1. Migros invita i clienti a non usare più il sonaglino in questione. Naturalmente i clienti possono riportare il sonaglino nelle filiali Migros ottenendo il rimborso del prezzo di vendita. Tutti gli altri sonagli di legno Milette non presentano alcun problema e possono essere utilizzati senza pericolo.

Cumulus compie 20 anni Anniversario I l 3 novembre 1997 in Svizzera

vennero raccolti i primi punti Cumulus. Da allora, Migros premia così i suoi clienti per la loro fedeltà

Un pensiero per tutti.

verranno sostenuti progetti destinati a intervenire sia sulle difficoltà economiche, sia a rafforzare i legami relazionali.

Tutti la conoscono e quasi tutti la utilizzano: è la carta Cumulus. 2,8 milioni di economie domestiche svizzere beneficiano oggi regolarmente del programma di fidelizzazione clienti più apprezzato della Svizzera. Con la carta Cumulus si raccolgono punti che possono essere utilizzati al prossimo acquisto come mezzo di pagamento presso Migros o un partner di Migros. I membri Cumulus ricevono inoltre dei buoni con vantaggiosi sconti per l’acquisto di prodotti di Migros e dei suoi partner. La carta Cumulus riscuote successo sin dagli esordi. A sole otto settimane dal suo lancio, Migros aveva infatti già ricevuto un milione di richieste di carte Cumulus. Da allora sono costantemente aumentati sia il numero dei membri Cumulus, sia quello delle offerte nell’ambito del programma Cumulus. Nel 2006 venne ad esempio lanciata la carta di credito Cumulus-Mastercard, una carta di credito senza tassa annuale. Dal lancio del Cumulus-

Ticketshop nel 2011, Migros propone oltre 150 eventi all’anno con almeno il 20 per cento di sconto; e la carta Cumulus funge nel contempo da biglietto d’ingresso. Con Cumulus Extra, il programma di valore aggiunto per il tempo libero, i membri Cumulus beneficiano inoltre dal 2012 di offerte presso oltre 40 partner. Infine, grazie a «Cumulus Green» i clienti di Migros beneficeranno di ancor più trasparenza sulla sostenibilità dei loro acquisti. Annuncio pubblicitario

Tutto compreso nel prezzo dell’abbonamento. Abbonamento annuale a soli CHF 740.– (AVS, studenti e apprendisti a soli CHF 640.–) ACTIV FITNESS Bellinzona, Losone e Lugano. www.activfitnessticino.ch


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Società e Territorio Il Locarnese e il Parco Il progetto di Parco Nazionale coinvolge 8 Comuni e 12 Patriziati, la popolazione voterà l’anno prossimo

Uomini fuori dagli stereotipi I pregiudizi di genere sugli uomini sono messi sotto accusa: la costruzione della mascolinità è il risultato di condizionamenti familiari e sociali che oggi si vorrebbero superare

Internet in Ticino Intervista a Karl Heinz Frankeser, fondatore di Ticino.com e uno degli iniziatori dell’attività commerciale legata a Internet nel nostro cantone pagina 9

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La psicoterapeuta Nadine Maetzler e il soccorritore e coordinatore del Gruppo Peer Support Alan Zuccolo. (Vincenzo Cammarata)

Professioni in prima linea

Peer Support Gli enti di primo intervento attuano un sostegno fra colleghi in caso di situazioni critiche

Maria Grazia Buletti Polizia, personale sanitario dei servizi di autoambulanza, pompieri: sono esempi di primo intervento i cui dipendenti, nell’adempimento della loro professione, si trovano spesso a gestire situazioni critiche. «Vivere situazioni non consuete nel quotidiano modifica la percezione che noi possiamo avere verso un determinato evento o alla definizione dello stesso rispetto a un qualunque cittadino», la psicoterapeuta e psicologa d’urgenza Nadine Maetzler introduce così il tema del supporto tra pari. Desideriamo approfondirlo con lei e con il soccorritore dipl. infermiere, coordinatore del Gruppo Peer Support (supporto fra pari) Alan Zuccolo del Servizio Autoambulanza del Mendrisiotto (SAM). «Per peer intendiamo un collega formato in ambito della psicologia d’urgenza, che può sostenere colleghi di uno stesso ente che hanno vissuto un evento fuori dalla norma, aiutandolo a ridurre il carico emotivo dello stesso», riassume Nadine mentre ci troviamo attorno a un tavolo in una sala del SAM e le chiamate in codice arancione si susseguono in breve tempo. Immediatamente i soccorritori si organizzano e partono. Questo ci permette di comprendere un po’ cosa significhi essere «in prima linea». Alan Zuccolo lo spiega concretamente: «È ovvio che in termini di primo intervento siamo considerati una categoria a rischio proprio perché,

lavorando, viviamo una nostra quotidianità differente da quella della popolazione». Un comune cittadino non ha grandi probabilità di trovarsi a gestire con una certa frequenza situazioni critiche come un incidente grave, un fatto di sangue, incidenti che vedono bambini come protagonisti e quant’altro. Tutti casi inconsueti ed emotivamente forti cui le persone che lavorano in questi campi devono far fronte sovente. «Per questo – continua Zuccolo – le persone tendono a considerarci più forti, meno sensibili ed emotivamente abituati ad affrontare eventi e circostanze in cui siamo chiamati ad intervenire». Innegabile è l’eccezionalità della comune percezione di queste situazioni emotivamente toccanti, come certa è la frequenza con cui questi professionisti devono farvi fronte. «Una quotidianità che non ci rende insensibili e dalla quale non possiamo nemmeno uscirne cinici o indifferenti: anche noi siamo esseri umani, con la nostra vita, le nostre sensibilità personali come tutti gli altri. Non è sempre scontato riuscire a definire, in certi momenti, ciò che è una situazione effettivamente critica per un soccorritore, per un pompiere o un poliziotto», spiega Zuccolo illustrando quanto sia mobile l’ago della bilancia della percezione di fatti che toccano e segnano la sensibilità di chi lavora in prima linea. Sensibilità che può essere più o meno aumentata anche secondo il proprio momento di vita persona-

le: «Se sono appena diventato papà, ad esempio, potrei essere particolarmente sensibile a interventi gravi nei quali mi trovo ad occuparmi di bambini». Anche i professionisti «in prima linea», dunque, possono trovarsi in un momento di difficoltà emotiva dopo un intervento. «Difficoltà che si possono manifestare attraverso classici sintomi come i disturbi del sonno, ipofagia o iperfagia (ndr: mancanza di appetito o abbuffate), aumento dei comportamenti a rischio come fumo e alcol», spiega la psicologa che riporta al concetto delle reazioni su quattro pilastri: «Ognuno manifesta reazioni di tipo cognitivo, emozionale, comportamentale e fisiologico. Muovendomi in questi quattro pilastri posso avere reazioni specifiche che testimoniano uno stress acuto». Nadine Maetzler parla ad esempio di «flash back» (ricordi intrusivi) di uno stato d’allerta che può sfociare in aggressività, agitazione o difficoltà di concentrazione, e di un comportamento evitante: ad esempio, si evita di ritornare sul luogo in cui si è effettuato un intervento che ci ha particolarmente segnato; se sono turbato dall’aver soccorso un bimbo di tre anni farò fatica a occuparmi efficacemente e normalmente di questa categoria e via dicendo». A questo punto posso richiedere il supporto tra pari: «Un intervento richiesto, proposto e mai imposto», puntualizza la psicologa, mentre Zuccolo illustra esattamente come si svol-

ge: «Con l’intento di essere un’antenna, qui alla SAM siamo 9 professionisti formati peer su una trentina di colleghi. Al lavoro c’è quasi sempre presente qualcuno di noi che ha la possibilità di notare situazioni di stress di qualche collega anche se, in genere, sarà egli stesso a richiedere il supporto a un peer». Come un po’ dovunque in queste professioni, è relativamente da poco che il soccorritore di ambulanza ha la possibilità di richiedere un aiuto per se stesso: «Questo supporto viene offerto o può essere richiesto direttamente dall’interessato: importante è che sia chiara l’esplicitazione della disponibilità al supporto fra pari, porta d’entrata a un sostegno psicologico o psicosociale, se ritenuto necessario in seguito e nel tempo». È un immediato sostegno del collega in difficoltà, richiesto o proposto: «È un approccio minimalista con cui iniziamo subito un sostegno indispensabile, proprio perché non dobbiamo dimenticare che il peer è a sua volta una persona a rischio e non deve infilarsi in un sostegno sovradimensionato alle sue possibilità». Nadine Maetzler, formatrice di peer, indica il percorso che porta a questa figura: «Secondo gli standard di istruzione della Rete nazionale d’aiuto psicologico d’urgenza Rnapu (www.rnapu.ch), i pilastri su cui poggia il sostegno fra pari sono rapidità, prossimità e semplicità. I peer seguono una formazione di sei giorni (secondo gli standard Rnapu) durante i quali ven-

gono insegnate le tecniche di comunicazione, sono impartite nozioni di psico-traumatologia e vengono affrontati temi specifici». La psicologa parla di un sostegno che, proprio perché fra pari, assume un’importante valenza: «Tutto sommato, tendiamo ad accettare il supporto di un collega perché gli riconosciamo il fatto che egli, vivendo le stesse circostanze, può comprenderci meglio di altri. E qui sta la ragione della creazione dei gruppi di sostengo fra pari». Attivo dal 2013, il sostegno fra pari alla SAM ha raggiunto gli obiettivi prefissati. «È stato riconosciuto il rischio a cui siamo esposti e il beneficio è indiscutibile: siamo riusciti ad aumentare il grado di sensibilità interno all’Ente su queste problematiche», conclude il coordinatore peer Alan Zuccolo.

Video intervista Sul canale Youtube di «Azione» e su www.azione.ch la videointervista videointervista ala dottor Leonardo Nadine MaetzlerSacco. e Alan Zuccolo.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Società e Territorio Il Parco Nazionale del Locarnese si estenderebbe su una superficie di 218 chilometri quadrati. (www. parconazionale.ch)

Il fiume Ticino domato lanostraStoria.ch Nel portale sono

pubblicati i video d’epoca di Emilio Molo che raccontano il lavoro di bonifica del piano di Magadino Lorenzo De Carli*

Per l’uomo e la natura Locarnese Il progetto di Parco Nazionale è entrato

nella sua fase finale, la popolazione voterà l’anno prossimo Roberto Porta Questa è decisamente una lunga storia. Da quindici anni i comuni e i patriziati della regione stanno lavorando per dar forma e contenuti al nuovo Parco Nazionale del Locarnese (PNL). Seguito e sostenuto dalle autorità cantonali, questo percorso è ora entrato nella sua fase finale, con all’orizzonte la votazione popolare dell’anno prossimo, quando saranno i cittadini della regione a vagliare questo progetto e a decretarne il futuro. Un’iniziativa che vuole essere il motore di rilancio per l’intera regione, come ci dice Tiziana Zaninelli, presidente del PNL: «Va detto che il parco nazionale di nuova generazione non corrisponde ad una riserva naturale integrale come è il caso del Parco nazionale svizzero in Engadina, ma favorisce la convivenza tra uomo e natura. Esso è lo strumento migliore di sviluppo territoriale in grado di sostenere le realtà locali di quelle zone periferiche definite “a basso potenziale” e delle zone della cintura urbana. Sono quelle zone, in particolare le Centovalli e la Valle Onsernone, che nel secolo scorso hanno visto gran parte della loro popolazione emigrare verso luoghi dove è più facile coltivare, produrre, lavorare. Questo ha portato alla diminuzione delle attività economiche produttive. A questo cambiamento epocale si è poi aggiunta la soppressione degli aiuti federali agli investimenti per le regioni di montagna (LIM), penalizzando i nostri Comuni che ad oggi faticano a promuovere e sostenere iniziative di sviluppo all’infuori della gestione ordinaria del territorio. È di fronte a queste sfide che i nostri enti si sono messi a cercare nuove risorse capaci di rispondere alle esigenze della nostra regione dando valore al loro patrimonio più grande, un territorio sempre più in evoluzione naturale e dall’altissima qualità paesaggistica». Nuove risorse che in termini concreti significano un budget di circa 5,2 milioni all’anno, garantito in gran parte dalla Confederazione e dal Canton Ticino. Prevista anche una partecipazione dei Comuni della regione e il sostegno di fondazioni o sponsor privati. Fondi che avranno un indotto economico indiretto stimato attorno ai 20 milioni all’anno, con la creazione di almeno 200 posti di lavoro nei settori economici destinati a gravitare attorno al PNL. Gli impieghi legati direttamene alla gestione del parco saranno invece una ventina. C’è da dire che in questi

anni alcuni progetti di sviluppo territoriale sono già stati concretizzati, come ad esempio la ristrutturazione del Rifugio Corte Nuovo di proprietà del Patriziato di Borgnone, nelle Centovalli, e la valorizzazione del «Castelliere» di proprietà del Patriziato di Tegna. «In più il Parco offre al territorio, a chi lo abita e a chi vi lavora – come produttori ed artigiani – una maggiore visibilità e delle ricadute economiche positive dirette e indirette tramite il marchio “Parco Nazionale” – fa notare la presidente Zaninelli – A questo proposito, proprio quest’anno la Valle Onsernone e la sua farina bona, presidio Slow-Food, sono stati al centro della campagna di promozione internazionale “Ritorno alla natura” di Svizzera Turismo». In altri termini il PNL rappresenta un’opportunità da non perdere, almeno così ritengono i suoi promotori. Il 2017 però ha visto naufragare in votazione popolare un altro parco nazionale, quello dell’Adula. Non c’è il timore che attorno al PNL possa generarsi una sorta di «effetto Adula» e con esso una «sindrome» anti-parco? «La votazione del progetto Parc Adula ha dimostrato quanto la democrazia sia uno dei pilastri dei Parchi di nuova generazione – replica Tiziana Zaninelli – Noi facciamo tesoro di quest’esperienza, ma andiamo avanti e guardiamo all’approvazione del nostro progetto. Sono fiduciosa nell’intenso lavoro che il Parco sta svolgendo con i suoi Comuni e Patriziati a stretto contatto con il territorio, lavorando con la gente su progetti e attività, vicino alle esigenze degli abitanti; un lavoro reso sicuramente possibile dalle dimensioni più ridotte del futuro Parco Nazionale del Locarnese rispetto a quelle del progetto di Parc Adula, che era cinque volte più grande, estendendosi addirittura su 2 Cantoni e 3 regioni culturali e linguistiche». Il PNL si estende su una superficie di 218 chilometri quadrati e comprende 8 Comuni e 12 Patriziati (vedi cartina). È costituito da una zona periferica – pari al 72% della superficie totale – in cui sarà possibile fare tutto quello che è già permesso oggi. Altre saranno invece le disposizioni in quelle che vengono chiamate «zone centrali», dove vi saranno delle limitazioni legate alla protezione della natura e del territorio. Non sarà ad esempio possibile muoversi in rampichino sui sentieri di montagna, raccogliere funghi o frutti di bosco. Ma ciò che ha suscitato critiche e opposizione al pro-

getto sono soprattutto le disposizioni legate alla pratica della caccia, come fa notare Renato Fiscalini, presidente della Società «Cacciatori Diana delle Valli» di Auressio, in Val Onsernone. «Da sempre la nostra società, quelle del distretto di Locarno e la Federazione Ticinese dei Cacciatori si sono dette contrarie in particolare a queste “zone centrali” perché generano un bacino chiuso nel quale vi sono rischi di impoverimento genetico della fauna e vi è il pericolo di creare un rifugio inespugnabile per specie come il lupo e il cinghiale. Inoltre se consideriamo quanto è stato esposto nel piano di gestione del Parco, non possiamo fare altro che constatare come il progetto abbia davvero sottovalutato diversi aspetti legati proprio alla gestione della fauna, il ritorno dei grandi predatori e i pericoli legati alla proliferazione di specie vegetali invasive». Per la presidente del PNL Tiziana Zaninelli però già oggi le aree destinate all’attività venatoria sono limitate dalle aree di tutela, come le bandite di caccia, che rappresentano già il 40% delle future zone centrali. «Zone inventate da Comuni e Patriziati senza valutare l’impatto negativo sul territorio e la biodiversità. Queste aree sono inoltre in contrasto con il nuovo concetto sulla creazione delle bandite, entrato in vigore nel 2015, che mira a promuovere bandite di caccia dalle dimensioni più ridotte. Le zone centrali proposte comportano l’avanzata del bosco a danno dei pascoli e l’impoverimento del territorio rendendolo sterile. E questo porta alla sparizione di camosci, marmotte e in particolare, del fagiano di monte, della coturnice, del francolino di monte e della lepre variabile, che proprio nelle zone aperte e nei pascoli alpini trovano il loro nutrimento. Il bosco chiuso e fitto mette in pericolo l’esistenza di queste specie animali. È necessario promuovere spazi aperti e pascoli fioriti, con un aumento dell’agricoltura di montagna, anche a favore del turismo pedestre». Questi argomenti saranno con diversi altri temi al centro della campagna politica in vista della votazione dell’anno prossimo. Va detto che quello del Locarnese potrebbe essere l’unico nuovo parco approvato a livello nazionale, da quando nel 2000 le autorità federali avevano varato la nuova strategia per la creazione di parchi naturali di nuova generazione. L’appuntamento con le urne dell’anno prossimo verrà guardato con attenzione da tutto il nostro Paese.

Il piano di Magadino è forse il più grande laboratorio di trasformazione territoriale del nostro paese. I lavori di bonifica cominciarono nel 1888 e si protrassero fino al 1939. Ciò che accadde nei decenni successivi ha fatto di questa zona il luogo in cui la tensione tra tradizione e modernità si è espressa con esemplare evidenza. Terreni in un primo tempo destinati all’agricoltura vennero subito contesi da altre attività, da case di abitazione, da vie di comunicazione, da insediamenti industriali, da centri commerciali e presto lo saranno dalla «città diffusa». Nel 2011, presso il castello di Sasso Corbaro, il Consorzio Correzione Fiume Ticino presentò i suoi 125 anni di attività con una bella mostra – curata da Paola Piffaretti con la consulenza di Christian Luchessa – intitolata «Lo scorrere del fiume, l’opera dell’uomo», informando sulla storia del fiume e del Consorzio stesso con foto, libri e filmati. Mostre come queste permettono di osservare le trasformazioni di un territorio e, per il tempo della mostra stessa, consentono ai visitatori di prendere coscienza di cambiamenti che, talvolta, erano così strettamente intrecciati alle loro vite, da metterli nella condizione di percepirli come un continuum che non permette di vedere gli snodi dei profondi rivolgimenti. Sono proprio le foto e filmati dei mutamenti di un territorio che ci fanno capire che cosa stava di fronte a noi giovanissimi o ai nostri padri. La piattaforma di storia partecipativa «lanostraStoria.ch» (vedi «Azione» del 7 agosto 2017) svolge una funzione preziosa proprio per la forza persuasiva con la quale riesce non solo a documentare i profondi cambiamenti del nostro territorio, ma anche – grazie al viaggio nel tempo che permette – a portarci vicinissimi a vissuti personali remoti o che sono stati esperienza diretta di padri e madri. Da questo punto di vista, i filmati dedicati alla bonifica del piano di Magadino disponibili su «lanostraStoria.ch» sono straordinari. Fanno parte di un fondo di video amatoriali che la RSI ha digitalizzato, documentato e archiviato nelle sue Teche, e poi restituito ai legittimi proprietari. Spiccano tra questi filmati realizzati tra

Sopra, operai al lavoro sul piano di Magadino, molti erano soldati internati polacchi. Sotto, i primi trattori cingolati usati in Ticino. (lanostrastoria.ch)

gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso quelli dell’ingegnere agricolo Emilio Molo. È certo che questi video costituiranno presto dei documenti imprescindibili per l’attività didattica nelle scuole ticinesi perché consentono di avere accesso diretto a documenti di prima mano che illustrano nei dettagli un lavoro di bonifica che, finora, nei testi di storia, era stato descritto a parole o mostrato in poche foto. I documenti messi a disposizione da «lanostraStoria.ch», invece, consentono di vedere i macchinari usati, l’organizzazione del lavoro, e l’attività degli operai – molti dei quali erano internati polacchi. I filmati girati da Emilio Molo mostrano i binari posati sul terreno in corso di bonifica allo scopo di farvi transitare carrelli che venivano riempiti là dove era previsto il nuovo alveo del fiume Ticino, e scaricati in terreni paludosi destinati allo sfruttamento agricolo. La camera di Molo ha ripreso trenini e gru attivi nell’opera di bonifica, ma anche i primi trattori cingolati usati in Ticino. È Molo che filma gli operai mentre sistemano le lastre di pietra sul bordo del ruscello. Sono soldati internati polacchi che, all’inizio della guerra, guadagnavano 1 franco al giorno e che giungeranno a guadagnarne 6 in seguito, e documentandoci Molo che gli operai facevano la doccia il sabato in caserma a Bellinzona, ci consente non solo di vedere quanto accadeva sul piano – talvolta sotto gli occhi dell’intero Consiglio di Stato in trasferta – ma anche di entrare nelle vite di chi vi lavorava. Quanto ci ha lasciato Emilio Molo è di grande importanza e studiarne i filmati osservando nello stesso tempo le carte storiche di Swisstopo consente di fare un viaggio nel tempo ricco non solo d’informazioni ma anche di emozioni. La disponibilità di questi documenti su «lanostraStoria.ch» crea le condizioni di un accesso diretto a fonti storiche di prima mano e di permettere a chiunque di dare un contributo, pubblicando foto e filmati rimasti in album e scatole in soffitta e che potrebbero essere anch’essi di grande aiuto a scuola per mostrare gli stupefacenti cambiamenti che ha conosciuto il nostro paese. * Redattore responsabile e moderatore della piattaforma lanostraStoria.ch


PUNTI. RISPARMIO. EMOZIONI.

HARLEM GOSPEL CHOIR The Harlem Gospel Choir è il coro evangelico più longevo e famoso d’America e si esibisce in tutto il mondo da 25 anni con enorme successo. Le voci del coro riflettono la rinascita della cultura di Harlem e ogni concerto è un vero e proprio show che fonde canto e danza in pieno stile Gospel; quest’anno il coro omaggerà Beyoncé. Uno spettacolo indimenticabile e imperdibile! Quando: 20 dicembre 2017 Dove: Lugano Prezzo: da fr. 41.35 a fr. 53.90 (invece che da fr. 51.70 a fr. 67.40), a seconda della categoria Informazioni e prenotazione: www.cumulus-ticketshop.ch

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PASIÓN DE BUENA VISTA

LO SCHIACCIANOCI

Le leggende della musica cubana in un evento unico e straordinario al Palazzo dei Congressi di Lugano. Ritmi calienti e danze delicate, bellezze esotiche e melodie indimenticabili in un autentico viaggio nelle notti cubane.

Una ragazzina in pericolo e uno schiaccianoci che prende vita, la salva e si trasforma in un principe: la famosa storia «Schiaccianoci e il re dei topi» è stata musicata dal compositore Ciajkovskij ed è oggi uno dei balletti più amati.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Società e Territorio

Uomini fuori dagli stereotipi

Tempi moderni Dalle università al grande pubblico: i pregiudizi di genere sugli uomini sono messi sotto accusa

Stefania Prandi Per anni se ne è discusso nelle pubblicazioni accademiche del nord Europa, sotto la voce «mascolinità», e adesso il tema si sta diffondendo anche tra il grande pubblico, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Quanto pesano gli stereotipi di genere sugli uomini? Quanto gli uomini restano bloccati in ruoli che li esasperano e li limitano? Non sono soltanto le donne ad essere condizionate dai pregiudizi che le vogliono dedite al lavoro di cura, pazienti, dolci, sottomesse, umorali, inadatte al comando, disinteressate al potere. Anche sugli uomini grava il macigno dei preconcetti: devono essere forti, sicuri, virili, guadagnare per tutta la famiglia, non manifestare le proprie emozioni, non piangere, non dare segnali di cedimento. Di recente su «1843», magazine dell’«Economist», un articolo dal titolo The Man Trap (La trappola maschile), ha analizzato come le idee tradizionali di mascolinità nella società e nel lavoro confliggano con i ruoli che gli uomini vorrebbero ricoprire nella loro vita privata, visti anche i cambiamenti in atto all’interno delle famiglie. Sono sempre di più le coppie dove entrambi i partner lavorano a tempo pieno e si stanno quindi ridefinendo i compiti per la cura della casa e dei figli. Nathan, un avvocato di Manhattan, divorziato, con due figli adolescenti, pronto per le seconde nozze, ha raccontato alla giornalista Emily Bobrow che agli uomini non è ancora concesso di potersi dedicare a pieno tempo alla paternità, come ma-

gari alcuni vorrebbero, senza passare per dei falliti. Si legge su «1843»: «Come uomo, c’è questa tacita aspettativa che io sia una persona che guadagna, che uccide gli insetti e che sistema le cose in casa. Allo stesso tempo, devo essere sensibile, aiutare a cucinare ed essere presente con i ragazzi». In italiano è appena stato ristampato, dalla casa editrice Settenove, il saggio Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, scritto da Lorenzo Gasparrini, filosofo, blogger e attivista. Nel libro viene descritta la vita comune di un uomo, dall’infanzia all’età adulta. Si analizzano i giochi, i rapporti con l’altro sesso e con gli altri generi, le relazioni di coppia, il lavoro, per mostrare come il sessismo condizioni lo sviluppo, il linguaggio, le abitudini, la visione del mondo anche maschile. È difficile demolire gli stereotipi, secondo l’autore, «perché sono un comodo strumento di rapporto con il mondo e forniscono, senza fatica, una serie di rappresentazioni, conoscenze e modelli di comportamento consolidati che esprimono una situazione di potere e di valori apparentemente normali». La costruzione della mascolinità inizia nell’infanzia, spiega Andrew Reiner, docente alla Towson University, in un articolo sul «New York Times», da titolo Talking to Boys the Way We Talk to Girls (Parlare ai ragazzi come si parla alle ragazze). Nel 2014 uno studio pubblicato sulla rivista «Pediatrics», ha dimostrato che le madri interagiscono in maniera diversa con le figlie e i figli neonati, rispondendo con più

La costruzione della «mascolinità» è il risultato di una serie di condizionamenti familiari e sociali. (Marka)

frequenza ai vocalizzi delle bambine. In un’altra ricerca, un team di accademici britannici, ha rilevato che le madri spagnole fanno discorsi e usano più parole legate alle emozioni con le figlie di quanto non avvenga con i figli. Anche per i padri le dinamiche sono simili: un’analisi della Emory University ha scoperto che i papà cantano e sorridono di più alle bambine, usando un linguaggio più dettagliato, capace di riconoscere la loro tristezza. Le parole che usano più spesso con i bambini, invece, sono focalizzate sul successo, e sono «vincere» e «orgoglio».

Judy Chu, biologa, autrice di When Boys Become Boys (Quando i ragazzi diventano ragazzi), ha realizzato uno studio di due anni su bambini di 4 e 5 anni e ha scoperto che sono capaci, come le bimbe, di leggere le emozioni umane, ma si dimostrano più impassibili e distanti in pubblico, perché questo è quello che gli viene insegnato e richiesto. Adottano questo comportamento in società, ma non quando sono in casa o di fronte ai genitori. Andrew Reiner, che sta scrivendo un libro sul tema, cita altri studi che dimostrano come la costruzione della mascolinità

dominante sia il risultato di una serie di condizionamenti familiari e sociali. Anche la scuola ha un ruolo fondamentale, così come i giocattoli e le letture che si considerano da sempre «adatte ai maschietti»: storie di supereroi, guerre e battaglie, mentre la poesia e la letteratura sono «roba da femminucce». Da più parti, il messaggio è che sia arrivata ora di cambiare impostazione: bisogna lasciare ai bambini la libertà di esprimere le proprie emozioni, senza giudicarli né offrire soluzioni. Questo significa aiutarli a capire che le emozioni non sono buone o cattive, e che non sono più grandi di loro. Non occorrono grandi interventi, basta mettersi in ascolto, con domande su come si sentono, cercando di farli parlare dei loro sentimenti. Ci possono essere grandi benefici, per lo sviluppo e l’età adulta. Gloria Jean Watkins, conosciuta con lo pseudonimo di «bell hooks», insegnante, scrittrice e attivista statunitense, nel libro The Will to Change (La volontà di cambiare), spiega come la distanza tipica che gli uomini hanno dalle proprie emozioni li condizioni negativamente, impendendo loro di essere se stessi. «Fino a quando non permetteremo agli uomini di distaccarsi dai ruoli di genere, continueremo a negare la loro piena umanità», scrive, aggiungendo che fin da piccoli, la prima cosa che imparano, è a «indossare una maschera» che non lasci intravedere le emozioni. «Serve uno spostamento su quei terreni di espressione che sono stati storicamente territorio esclusivo delle donne». Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Società e Territorio

Internet come impresa di famiglia

Personaggi Intervista con Karl Heinz Frankeser, fondatore di Ticino.com, uno degli iniziatori nel nostro cantone

dell’attività commerciale legata alla Grande Rete

Alessandro Zanoli Agli albori di internet i pionieri delle grandi pianure digitali avevano davanti agli occhi un panorama oggi irripetibile: la possibilità di scegliersi liberamente gli indirizzi web. In quel terreno vergine, infatti, i «domini» erano in gran parte non ancora acquisiti. Bastava un’iscrizione al registro ufficiale per diventare proprietari di qualsiasi sigla. Solo in un secondo tempo si è istituita una sorta di controllo legale per impedire a chiunque di intestarsi indirizzi legati, ad esempio, a un marchio registrato. Per quel che riguarda il nostro cantone, il più ambito degli indirizzi web è (e sarà per sempre) www.ticino.com. Nella sua lampante semplicità può aver fatto gola a molti imprenditori. Colui che se l’è aggiudicato e l’ha fatto crescere come una sigla di prestigio legata alla diffusione della tecnologia in Ticino è stato però Karl H. Frankeser. L’imprenditore locarnese da sempre impegnato nel settore delle tecnologie informatiche è sicuramente uno dei «padri fondatori» della rete Internet nel nostro cantone. Per questo abbiamo pensato di raccogliere anche la sua testimonianza nella breve «storia ticinese della Grande Rete» che da qualche tempo stiamo cercando di abbozzare (le altre puntate: «Azione 47» del 21 novembre 2016, Bruno Giussani; «Azione 50» del 12 dicembre 2016, Alessio Petralli; «Azione 22» del 29 maggio 2017, Gianni Giorgetti; «Azione 30» del 24 luglio 2017, Simone Cicalissi). Signor Frankeser, avrei voluto essere lì vicino a lei, quando ha registrato il dominio www.ticino. com... In quel momento lei aveva abbastanza chiaro quello che doveva diventare la sua azienda, cioè quella che oggi tutti conoscono come «Ticino.com»?

No. La ditta esisteva già, perché io e i miei collaboratori non abbiamo cominciato con Ticino.com, ma abbiamo iniziato come Frankeser Net e con il dominio Frankeser.net. Chiaramente non era un indirizzo facile da scrivere, era un nome lungo. Eravamo quindi alla ricerca di qualcosa di più corto e incisivo. Quando quella notte stavo lavorando e ho scoperto che il dominio «punto com» era libero, è stato un momento molto emozionante. Ho addirittura svegliato mia moglie per dirglielo e se lo ricorda ancora anche lei (ride). Era il 1996.

Come era la situazione di Internet in Ticino in quel momento? Era molto diversa rispetto ad oggi...

Beh, è chiaro. Solo per quello che riguarda la velocità di trasmissione dei dati si parlava di 14.4 Kbit/s (Kilobit) al secondo. I Megabit erano irraggiungibili, allora. Era tutta un’altra situazione, anche perché ai tempi si faceva ancora la chiamata telefonica vocale al provider, e noi che lo eravamo, avevamo un punto di accesso a Locarno... Ma anche solo con la chiamata locale, accedere a Internet già aveva un certo costo: chi era lontano, un po’ più su in valle, pagava addirittura 24-26 franchi all’ora. Da notare che quando noi siamo partiti la concorrenza praticava prezzi sui 1500 franchi all’anno per navigare a quella velocità, oggi ridicola. In più, per ogni ora di utilizzo si pagavano a quei tempi ancora la bellezza di 16 franchi alle Telecom PTT, oggi Swisscom. Quindi era una cosa carissima. Qual è il suo background tecnico, come è entrato nel mondo della tecnologia?

Da autodidatta: ho iniziato per hobby quando avevo 13 anni. Usavo il sistema BBS, quello che c’era prima di Internet. Si trattava di una specie di Mailbox in cui si lasciavano messaggi, si scriveva, si chattava. C’erano dei forum; ci si scambiavano dei file, dei driver. Ma non si era online come lo si intende oggi: una persona attraverso un modem si collegava con un altro modem. Le connessioni avvenivano a due a due, quindi. Si poteva chattare live, ma solo in due: quando si liberava il modem poteva entrare il prossimo contatto. Era un sistema vecchio, attivo già dall’83. C’erano quegli strani modem, allora, su cui si inseriva la cornetta del telefono...

Sì, quelli erano ancora i primi modelli. In seguito ci sono stati modem che rispondevano in automatico. Noi li usavamo per lavorare. Eh sì, le cose sono molto cambiate. E del resto se faccio vedere ai miei figli (che hanno 13 e 18 anni) un telefono di quelli vecchi, con la rotella tradizionale, dicono «ma cos’era questa»? Quando ha messo in piedi l’azienda come andavano le cose? Era lei che cercava i clienti o viceversa?

In realtà all’inizio non c’era molto movimento. Abbiamo passato momenti in cui eravamo ad aspettare davanti al telefono che qualcuno chiamasse. Siamo partiti abbastanza dal niente... Mi ero appena sposato: con una vetrata abbiamo chiuso

L’imprenditore locarnese Karl H. Frankeser. (Stefano Spinelli)

il balcone, creando un ufficio. Abbiamo messo una scrivania e un telefono. Ricordo che tutto era così piccolo che dalla camera da letto mi arrivava il rumore dei modem, ogni volta che i clienti si collegavano al nostro server.

Riguardo all’accesso a Internet, in quell’epoca il Ticino era diviso in due zone di influenza: nel Sottoceneri c’era Tinet, nel Sopraceneri Ticino.com.

Certo. E all’inizio a giocare in questo senso era proprio la questione delle tariffe di collegamento di cui parlavamo. Noi chiaramente siamo partiti da questa regione e quindi il primo punto di accesso l’abbiamo creato qui a Locarno. In un secondo tempo abbiamo aggiunto Bellinzona, poi Lugano e il resto. Voi siete sempre stati un passo avanti: ad esempio tra i primi a proporre l’ADSL...

Sì, e ancora prima dell’ADSL siamo stati i primi a organizzare una trentina di punti di presenza con dei ponti radio Wi-Fi. Lo facevamo già prima del 2000 (quando l’ADSL è arrivato qui): la rete Wi-Fi era già attiva da due anni e mezzo con la banda larga da 2Mb.

usiamo per comunicare. A quei tempi era molto caro. C’è voluto parecchio perché tutti ne comprendessero i vantaggi e i prezzi calassero. Però oggi si vede che era la direzione giusta.

Chi è da voi la persona che intuisce la direzione che stanno prendendo le tecnologie?

In questi ventidue anni sono sempre stato molto attento a quello che succedeva ma ho avuto anche dei bravi collaboratori che ogni tanto arrivavano con un suggerimento, un’idea. In questo settore bisogna leggere tanto. È vero che nel 1996 con poco si poteva realizzare relativamente molto. Oggi è difficile lottare contro i colossi. L’alta tecnologia a volte arriva quando il mercato non è ancora pronto ad accogliere i suoi prodotti. La grande azienda può permettersi di parcheggiarli tre, quattro, cinque anni, e poi riprenderli in mano. Per noi è più difficile. Oggi dove sta andando il web?

Siamo stati i primi a fornire una connessione che comprendeva il pacchetto televisivo, così come siamo stati i primi a fornire una connessione con la tecnologia Voip. Nel nostro stesso ufficio ci siamo dotati prestissimo di questo sistema, ed è dalla fine del ’98 che lo

In futuro si andrà sicuramente verso un collegamento fisso in casa tramite fibra ottica. Tutto, dal frigo alla cantina, in futuro comunicherà, e ci aiuterà nella vita quotidiana ad ordinare quello che ci serve, ad esempio il latte, il pane. Poi si estenderanno i sistemi di sicurezza, di cui una grandissima parte sarà mobile, portatile, controllabile da remoto. Saranno computer che parlano con dei computer. E poi chiaramente continuerà ad allargarsi la comunicazione mobile: gli smartphone li usiamo magari solo per un dieci

Naturalmente, come molte saghe ci insegnano, l’oggetto della quête non è in sé buono o cattivo, ma solo potente, e la sua valenza dipende dall’uso che gli esseri umani ne faranno. Ecco perché sarà importante sconfiggere il cattivo della storia, il vecchio Abraham, che vuole impadronirsi del luridium per i suoi nefasti scopi. Con riferimenti piuttosto espliciti a Harry Potter – gli alunni hanno persino una sferetta chiamata «orbis» che ricorda molto una bacchetta magica – questa storia potrà piacere ai ragazzini che amano le storie alla Transformers, e rimanda a tutte quelle trame che raccontano le interazioni tra l’uomo e l’automa. Dopo l’avventura – dai tratti visionari e fortemente onirici – William torna a casa, tra le rassicuranti pareti domestiche e delle «normali» aule scolastiche. Ma è evidente che è già pronto per la prossima puntata di questa, che in Norvegia è una serie di grande successo.

Silvia Borando, Guarda fuori, Minibombo. Da 2 anni Arrivato fresco fresco in libreria – e fresca è anche l’atmosfera già invernale del paesaggio innevato che costituisce l’ambientazione della storia – questo nuovo albo di Silvia Borando è un’ulteriore conferma della brillante capacità di comunicare con i più piccoli che caratterizza la casa editrice Minibombo. Stavolta si tratta di un silent book, dove tutto è affidato alla vivacità espressiva delle immagini. In totale semplicità, concentrandosi solo sulle espressioni e i gesti di due bambini che guardano fuori dalla finestra, mentre la neve scende. Sul prato bianco di fronte i bambini vedono degli animaletti: là c’è un uccellino, e poi tre coniglietti, poi (oh!) un gatto, che rincorre l’uccellino, e poi (guarda!) arriva anche un orso, cosa farà? Si presta benissimo agli effetti sonori della narrazione ad alta voce, questa perfetta alternanza di campo e controcampo, i due bambini in interno che guardano fuori versus scenario esterno,

E siete stati tra i primi a intravvedere gli sviluppi televisivi della connessione Internet...

per cento delle loro possibilità, però tutti ce li hanno.

Un altro tema importante è quello della sicurezza degli utenti: voi come provider come vi comportate?

Noi in realtà abbiamo molti sistemi di sicurezza che proteggono il cliente già a monte. Direi che in pratica i clienti stessi non si accorgono nemmeno che i sistemi esistono. È tutta una serie di protezioni che comprende firewall e altro, che noi già adottiamo. Poi è ovvio che la diffusione dei virus è sempre alta, e questi arrivano fino ai clienti: qui l’importanza degli aggiornamenti dei programmi è grande. Ma soprattutto è importante il buon senso. È importante imparare quelle tecniche minime che sono magari un po’ laboriose, ma fondamentali.

Tutti devono diventare un po’ diffidenti delle cose che sembrano strane. Ad esempio nessuno ti regala un milione... Oppure: se non hai giocato al lotto, non può arrivarti un email che ti informa di aver vinto 5 milioni. Se entri nel telebanking e questo diventa lentissimo, al punto che non puoi più fare niente, forse è meglio staccare la spina della corrente perché qualcuno sta usando il tuo computer a tua insaputa. Soprattutto bisogna controllare che tutti i computer siano aggiornati, e anche che tutti i telefoni cellulari, di tutte le marche, abbiano i sistemi operativi aggiornati. Quando il computer dice «ho un aggiornamento», è perché chi lo produce sa che c’è qualcosa che va modificato, quindi è meglio farlo.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Bobbie Peers, William Wenton e il ladro di luridium, Il Castoro. Da 10 anni Un romanzo di avventura cyber, popolato di robot ma anche di ibridi un po’ macchina un po’ umani: non propriamente di fantascienza perché ambientato nell’oggi e in Europa, dove abita il giovane William Wenton con i suoi genitori. La famigliola si era trasferita dall’Inghilterra alla Norvegia otto anni prima, in gran fretta e in incognito, per sfuggire a un misterioso pericolo, legato forse all’altrettanto misteriosa scomparsa dell’amato nonno, grande esperto decriptatore di codici segreti. William ha ereditato quel talento dal nonno, e sarà proprio quel talento a metterlo nei guai. Ma ciò che sembra un terribile guaio può essere visto anche come l’inizio di un’avventura e di un percorso di crescita. William verrà rocambolescamente catapultato in un altro mondo, all’interno dell’«Istituto per la ricerca post-umana», dove, tra

professori buoni che si riveleranno amici del nonno e altri più ambigui, tra compagni solidali e altri più infidi, vengono formati alcuni giovani «candidati» nella decrifrazione di codici. William è il migliore, ed è lui che avrà il compito più arduo, quello legato al ritrovamento del «luridium», ossia una sorta di metallo intelligente, costituito da un programma informatico sofisticatissimo e fluido, in grado di pensare da solo. L’unica condizione è che il luridium possa penetrare in un corpo umano, con cui ibridarsi.

con un ritmo sapiente che si fa via via più incalzante, e offre colpi di scena, fiato sospeso, ribaltamento finale, sollievo, risata. Il tutto con una mirabile essenzialità di tratti espressivi (proprio quelli giusti per comunicare quell’emozione, per farli partecipare alla storia) e di organizzazione cromatica (dominano il bianco della neve, il blu del cielo e il giallo della luce dell’interno). Come sempre, i libri Minibombo hanno un’ulteriore vita sul sito www.minibombo.it, dove la loro matrice giocosa si esplica a tutto tondo. Una storia piena di freschezza, è il caso di dirlo.


Foto: Alexandra Wey

Pubbliredazionale

A tutti i bambini le stesse opportunità In Svizzera 76 000 bambini sono toccati dalla povertà, 188 000 vivono poco al di sopra della soglia di povertà. I bambini che crescono in una famiglia numerosa o con un solo genitore sono esposti a un rischio di povertà più elevato. Per i bambini e gli adolescenti le conseguenze generate dalla povertà da basso reddito sono devastanti: non di rado vengono stigmatizzati ed esclusi socialmente, presentano con maggiore frequenza disturbi di salute e non hanno prospettive a causa della mancanza di opportunità di accesso all’istruzione.

Olivia* Keller, 7 anni: Olivia deve rinunciare a molte cose Poveri nella ricca Svizzera: Olivia è una dei 76 000 bambini che non possiedono il necessario per vivere. Deve limitarsi nel mangiare e negli hobby. Per i desideri non c’è posto. E se, alla fine del mese, non ci sono più i soldi per comprare il cibo, si consuma il riso che si trova nella dispensa. La domanda sorge improvvisa. «Mamma, gli altri bambini nel calendario dell’avvento ci trovano i giochini. Perché io ci trovo solo i cioccolatini?» Olivia (7) si immagina che la sua vita è diversa da quella dei suoi compagni. La bambina di sette anni vive con la mamma Sarah* e con il fratellino Alex* di tre anni e mezzo a Baar, nel bel mezzo del paradiso fiscale. Ma la piccola famiglia vive in uno stretto appartamento di tre locali che di paradisiaco non ha nulla. Olivia veste di seconda mano e non indossa abiti firmati, va in bicicletta e non in auto. «Non se ne parla proprio», «O questo o quello» e «Perché gli altri possono e io no?»: sono frasi molto ricorrenti nella famiglia Keller. Alla mamma piange il cuore. «Non è bello quando non si può offrire molto ai propri figli» dice con tristezza. Sarah Keller è tornata in Svizzera con Olivia dalla Giamaica dopo essersi lasciata con il fidanzato. È duro ripartire da zero. La donna, commerciante di professione, lavora part time in un centro fitness, ma non basta per vivere. La piccola famiglia ha bisogno dell’assistenza sociale.

Nessuna riserva per le emergenze I soldi sono sempre troppo pochi e quando a Olivia e ad Alex servono le medicine per curare l’asma, alla fine del mese bisogna tirare maggiormente la cinghia. «In quei casi mangiamo riso con tonno e ravioli in scatola» racconta Sarah Keller. Quando Olivia una volta ha trovato una moneta per terra, l’ha consegnata alla mamma dicendo: «Ecco mamma, ci puoi comprare qualcosa da mangiare.» Un’alimentazione equilibrata incide in modo considerevole sul bilancio familiare. Ciononostante il menù portato a tavola dalla famiglia Keller prevede regolarmente verdura. La madre single fa la spesa dove costa meno. Un’app la informa ogni sera sulle offerte del momento. «Ci serve? Ce lo possiamo permettere?» Invece di porsi continuamente sempre le stesse domande, le piacerebbe mettere sulla lista della spesa i desideri dei bambini, comprare i formaggini kiri e Babybel per la merenda e del pane fresco, anziché comprare il pane della sera prima da Aldi che, conservato in

un sacchetto di plastica, si mantiene ancora per qualche giorno. Risparmiare per la danza Olivia scompare un attimo nella sua stanza e torna con un paio di scarpe estive. «Sono belle, vero?» chiede sorridendo. Le piacciono soprattutto i lacci colorati. Con orgoglio alza il braccio in un gesto di gioia. Sulla suola è incollato un «puntino sconto» di color rosso. «Compriamo solo gli articoli con un puntino rosso. Costano meno» spiega la bambina. Nel suo mondo c’è poco spazio per i desideri medi e i grandi sogni. Per permettere alla figlia di frequentare le lezioni di danza, la mamma rinuncia all’acquisto di vestiti nuovi, trucchi e uscite in compagnia. «Quando ero piccola io, ogni cosa che volevo era sempre troppo cara. Non voglio che i miei figli vivano la stessa situazione» spiega Sarah Keller. Alcuni desideri del cuore si realizzano solo con pazienza e creatività: lo zaino per la scuola era in offerta, per il letto a castello con la scrivania, che Olivia ha chiesto per l’inizio dell’anno scolastico, ci sono volute lunghe ore di ricerca sulle piattaforme per articoli di seconda mano. Spesso anche l’offerta più conveniente è comunque troppo cara. In quei casi Sarah Keller scrive una lettera o spiega la situazione al telefono finché qualcuno abbassa il prezzo. Fa di tutto pur di vedere brillare gli occhi di sua figlia. Il nuovo angolo per dormire e studiare consente alla bambina di ritirarsi indisturbata in uno spazio tutto suo. Per il momento, però, i compiti li deve fare ancora in piedi, poiché i soldi non erano abbastanza per comprare anche una sedia. «Quella la voglio per Natale» dice Olivia. * Per motivi di protezione della personalità i nomi sono stati modificati

Per saperne di più su Olivia: farelacosagiusta.caritas.ch

Nel confronto internazionale, la Svizzera investe molto poco nelle famiglie. Mentre i Paesi dell’OCSE investono in media il 2,3 percento del loro PIL nelle famiglie, la Svizzera lo fa nella misura dell’1,5 percento.

I nostri figli sono il nostro futuro. Perciò urge una politica familiare che garantisca anche ai poveri la conciliabilità tra l’accudimento dei figli e il lavoro, che consenta ai bambini poveri di beneficiare del sostegno alla prima infanzia e che introduca prestazioni complementari in favore delle famiglie.

Conto donazioni: 60-7000-4 Per donazioni online: caritas.ch/svizzera-povertainfantile


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Il Leviatano Erano all’incirca le otto del mattino. La data il 20 novembre 1820 (esattamente 197 anni fa). Gli eventi drammatici degli ultimi due giorni di navigazione dell’Essex, baleniera di Nantucket di ventisette metri, avevano largamente ricompensato la noia di sei settimane di navigazione durante le quali si era constatato che la tradizionale zona di caccia alle balene ad Ovest dell’Ecuador era ormai esaurita. George Pollard, coi suoi 29 anni il più giovane capitano di Nantucket, aveva allora deciso di spostarsi nel Pacifico del Sud, altri 4600 chilometri di navigazione verso isole sconosciute che si diceva fossero popolate da cannibali. Giunti a destinazione la fama della baleniera come «nave fortunata» sembrava essere svanita: non un segno del prezioso cetaceo. Capitan Pollard si era trovato l’intero equipaggio contro: il giovane Secondo Ufficiale Owen Chase, 23 anni, ne aveva interpretato lo scontento. Ma la mattina del 16 novembre la sfiatata di un cetaceo segnalava la fine del digiuno. Chase si era subito messo in caccia. Accortasi

del pericolo, la balena si era inabissata: per dieci lunghi minuti l’equipaggio era rimasto immobile aspettando che la preda tornasse in superficie. Poi, improvviso, il disastro. La balena tornò sì in superficie, ma direttamente sotto la baleniera, buttandola in aria e poi facendola letteralmente a pezzi. La mattina del 20 le cose si erano ripetute: Chase aveva arpionato una balena non lontano dalla Essex, ma questa con un colpo di coda aveva sfasciato un paio di madieri costringendo Chase a tornare a bordo della nave madre per riparazioni. La baleniera di Capitan Pollard e quella del secondo ufficiale non erano state più fortunate. Owen Chase ed il suo equipaggio erano dunque intenti a riparare la baleniera danneggiata quando dalla coffa dell’Essex si lancia un grido d’allarme: a circa mezzo miglio dalla nave giaceva immobile in superficie una gigantesca balena di 26 metri, con il capo rivolto alla nave. Mai si era visto un simile gigante starsene così apparentemente senza vita. Che fosse malato? Poi la balena si era diretta

contro l’Essex. Aveva guadagnato velocità e potenza con brevi immersioni superficiali: sotto lo sguardo di un equipaggio sgomento si era scagliata contro la prua squassando la nave per poi inabissarsi. Il leviatano era tornato in superficie. Si muoveva lentamente, come se fosse intontito dall’urto con lo scafo, e finì per disporsi appena pochi metri a dritta lungo la fiancata dell’Essex – testa a prora e coda a poppa. Chase stava per affondarle un arpione nel cuore quando si rese conto che un colpo di coda della balena agonizzante avrebbe potuto sfasciare il timone in maniera irreparabile. Decise allora di attendere gli eventi. La balena nuotò lentamente via. Arrivata a cinquecento metri dalla nave si girò di nuovo verso la prua della nave. Colpito a morte l’Essex cominciò ad affondare. Chase e l’equipaggio cominciarono freneticamente ad armare l’ultima baleniera rimasta intatta. L’Essex affondò 3700 km ad Ovest dell’America meridionale. Dopo due giorni passati a salvare quanto più potevano dal naufragio, i

venti uomini di equipaggio fecero vela sulle tre baleniere superstiti. Capitan Pollard voleva raggiungere le Isole Marchesi, a circa 1900 km ad ovest del punto di naufragio, ma Owen e l’equipaggio – crudele ironia della sorte – si opposero perché ritenevano che le isole fossero abitate da cannibali. Optarono così per affrontare un viaggio di 1600 km verso sud per poi finalmente incrociare i venti dell’Ovest che li avrebbero portati verso le coste americane. Presto la fame e la sete cominciarono a farsi sentire. Poche ore dopo che i primi di loro cominciarono a morire di sete, i superstiti atterrarono all’Isola di Henderson: qui rimasero per una settimana esaurendo tutte le risorse di cibo e di acqua dell’isola. Il 27 dicembre tutti, tranne tre che sarebbero poi stati salvati quasi un anno dopo dalla nave Surry, decisero di riprendere il mare. Ma le baleniere cominciarono ad andare alla deriva e mano a mano i naufraghi cominciarono a morire. Ormai separati dai compagni, Owen Chase ed i suoi compagni decisero di

non seppellire in mare uno dei loro che era morto di sete ma di tenere il corpo per nutrirsene: le Isole Marchesi avevano avuto la loro nemesi. Capitan Pollard e Ramsdell sopravvissero «rodendo le ossa di Coffin e Ray» – secondo il racconto degli stessi sopravvissuti, fino a quando la baleniera di Nantucket Dauphin li raccolse il 23 febbraio. Capitan Pollard ed il suo compagno erano praticamente impazziti. Quando Owen Chase pubblicò un dettagliato resoconto della vicenda nel 1821, la saga dell’Essex e dei suoi sette marinai cannibalizzati diventò un immediato best-seller. Herman Melville trasse ispirazione dagli eventi da lui narrati per il suo Moby Dick. Il Capitano George Pollard tornò per mare già nel 1822, ma due naufragi delle navi che tornò a comandare (e che lui sopravvisse) gli valsero il soprannome di Capitan Jonah. Finì i suoi giorni come guardia notturna a Nantucket. Morì nel 1869 a 73 anni: si dice che tutti gli anni, il 20 novembre, si chiudesse nella sua stanza e digiunasse in memoriam.

l’aggressività contro se stesso. Il dolore c’è, ma così forte da dover essere imbrigliato nelle chiuse dell’indifferenza per paura che dilaghi sino a travolgere il cuore e la mente. Sulle differenti reazioni dei suoi nipoti influisce anche il diverso carattere: mentre il primo è un introverso, il secondo è un estroverso e su questo c’è poco da fare. Ma non riuscire a manifestare il dolore non significa che non esista. Per secoli la cultura ha proibito agli uomini di piangere, incolpandoli di essere delle femminucce se rivelavano i loro sentimenti. Solo recentemente abbiamo cominciato a educarli a esprimere sensazioni ed emozioni. In questo senso i primogeniti sono più esposti agli stereotipi culturali in quanto si confrontano, in prima linea, con le aspettative dei genitori e con gli ideali della tradizione. I secondogeniti invece, schermati dal fratello, sono più liberi di crescere come credono, di comportarsi come preferiscono, di

manifestare debolezze e fragilità. Se riuscirà, cara nonna, a comprendere le difficoltà in cui si dibatte suo nipote senza giudicarlo e senza condannarlo, vedrà che il ragazzo sarà capace di elaborare la sofferenza secondo i suoi tempi e i suoi modi. Ho conosciuto giovani orfani, apparentemente insensibili, rivelarsi poi adulti particolarmente capaci di entrare in risonanza con gli altri, di far proprio il loro dolore e di sorreggerli. L’importante è che Marco ritrovi, con il suo incoraggiamento, l’autostima e l’amor proprio raggelati dal lutto e che, sentendosi più sicuro, ritorni capace di amare e di essere amato.

listi come pure nel popolo dei lettori, cioè gente allenata al contatto con le parole, si registra una certa resistenza a neologismi che, a volte, si rivelano inconsistenti, collegati a mode effimere. Spazzati via da un’ondata successiva di altre espressioni provvisorie, e ormai pezzi da musei, confinati nei dizionari della neologia anni 80/90: capellone, paninaro, cicciolinesco, compact cassette, gufata, bestiale (in senso positivo), cattosocomunista, cipputi, cuccare, duraniano (fan dei Duran Duran), ripilare, videòmane, e via enumerando parole che, per i giovani d’oggi, sono tabù. Come, del resto, lo sarà, forse già domani, influencer, che ha dominato l’estate ’17 dei giovani. Difficile, invece, prevedere la sorte di «ciofeca», neologismo nostrano e tuttavia dal significato oscuro. Intanto, hanno preso quota bicycle sharing e dog sitter, che definiscono mode sempre più diffuse.

Impossibile concludere senza citare la parola che sta imperversando, nelle ultime settimane. Si tratta, ovviamente, di molestia, che non è certo un neologismo, bensì un termine ormai a senso unico, non più sinonimo di un semplice disagio che disturbava o irritava. Oggi ha assunto un’accezione pesante di reato, e si applica a un’infinità di casi, tanto da diventare un fenomeno che si allarga attraverso un’operazione di denuncia che non risparmia nessuno. Non solo Hollywood, capitale del cinema, ma anche il Vaticano, il governo inglese, e poi luoghi anonimi, come uffici, fabbriche, palestre dovevano rivelarsi trappole insidiose. Le statistiche registrano dati allarmanti: una donna su sei è stata vittima di stalking. È giusto reagire. Ma c’è il pericolo che la stessa attualità, che ha portato alla luce tanti abusi, adesso, tradisca una buona causa, con l’eccesso.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Il lutto di un adolescente Gentile signora Silvia, non sono solita scrivere ai giornali ma la leggo da molti anni e penso che mi può consigliare in questo momento così difficile. Sei mesi fa è morta, dopo una lunga malattia, la mia unica figlia, lasciando al marito, un’ottima persona ma lontana da casa dalla mattina alla sera per il suo lavoro, due figli di 15 e 12 anni. Mi aspettavo che tutti e due provassero lo stesso dolore per la morte della mamma che si era dedicata a loro, sino all’ultimo, anima e corpo. Invece il primo, Marco, si è dimostrato insensibile: non ha mai pianto, non ha detto una parola di rincrescimento e, di tanti anni trascorsi insieme alla sua mamma, non ricorda niente e non ne vuol sentir parlare. Riccardo è il suo contrario. Si è disperato, ha pianto, le ha scritto una lettera sul suo diario, mi accompagna al cimitero, mentre suo fratello si rifiuta senza una ragione, per principio. Pensi che, durante la cerimonia è

uscito di chiesa e è andato a giocare al pallone. Voglio bene a tutti e due ma le confesso che sono perplessa sul comportamento di Marco. Temo sia una persona cattiva, incapace di amare e di farsi amare. Potrebbe aiutarmi a fare chiarezza? / Una nonna in pena Sì, cara nonna, cercherò di aiutarla per quanto possibile perché lo merita per il grave lutto che l’ha colpita e per la capacità di interrogarsi sui suoi nipoti. Solo una persona generosa come lei trova la forza di pensare agli altri piuttosto che concentrarsi su se stessa. Capisco che Marco la sconcerti perché esce dagli schemi e non si comporta come ci si attenderebbe. Ma i quindici anni sono una età difficile, quando è più pressante che mai il compito di prendere le distanze dai genitori e, in particolare, di sottrarsi all’amore materno protettivo e avvolgente per diventare se stessi.

Ma per dividersi occorre utilizzare energie aggressive perché, mentre l’amore unisce, l’odio separa. Non si tratta certo di odio distruttivo ma di una spinta vitale finalizzata alla propria emancipazione. Purtroppo, in un momento così delicato, a Marco è venuta a mancare l’altra parte, la figura materna che comprende i gesti ostili del figlio, che giustifica le risposte irritate, che corregge i comportamenti sbagliati senza colpire la persona. Il fatto che le mamme continuino, nonostante le provocazioni, ad amare e comprendere i figli adolescenti è essenziale per la fiducia in se stessi perché li convince che i loro impulsi aggressivi non sono malvagi, che non intendono distruggere l’oggetto d’amore ma solo ridimensionare un accudimento diventato eccessivo. Purtroppo, come dicevo, nel mezzo di questa tempesta evolutiva, Marco è rimasto solo e, sentendosi in colpa per certi impulsi, per certe fantasie anti-materne, ha rivolto

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Parole create, e tradite, dall’attualità Assolutamente sì, assolutamente no, attimino, siliconata, chattare, resilienza, sfigato, ecc.: è soltanto un minuscolo campionario di espressioni e parole, ormai correnti nel linguaggio comune, ma esempi di cattivo italiano, e quindi da evitare, per gli addetti ai lavori. I quali, però, almeno in parte, dovevano poi ricredersi. Parecchi di questi neologismi, di origine popolare e informatica, figurano, adesso, nei vocabolari, fra cui lo Zingarelli che, nel 2017 compie cent’anni. In questo secolo si è trovato sommerso da una valanga di nuovi termini, complessivamente 30mila: imposti dall’attualità, attraverso i tanti canali della politica, della pubblicità, dello sport, dove l’inglese ormai la fa da padrone. Allora che fare: accoglierli, assimilarli o respingerli? Qui si apre un grande spazio d’intervento per i linguisti, messi più che mai alla prova. Vita difficile, anche la loro, ma non per via della crisi. Anzi.

Non gli manca il lavoro e neppure una certa popolarità. La filologia, sia pure in forma agevolata, conquista terreno, animando persino quiz televisivi. Con ciò, i giudici del lessico si trovano alle prese con una materia prima inafferrabile, qual è il linguaggio contemporaneo, esposto incessantemente a cambiamenti e a contaminazioni. E, non da ultimo, come custodi del nostro patrimonio linguistico, devono tener conto del clima politico, culturale persino morale del momento, che, in definitiva, ha effetti condizionanti. Esistono, insomma, parole di destra o di sinistra. In proposito, ci furono, tuttavia, epoche ben peggiori. Basti pensare agli anni ’30 quando il fascismo decise di combattere gli esotismi imponendo italianismi grotteschi: corpetto o farsetto invece di pullover, pallacorda invece di tennis, e nessuna traduzione per flirt: «un diporto estraneo ai noi focosi latini».

Oggi, fortunatamente alle nostre latitudini, la censura ha ceduto il posto alla tolleranza, come dimostrano i vocabolari che, negli ultimi anni, hanno accolto parole sdoganate dall’uso. Proprio perché appartengono alla parlata, e persino alla scrittura quotidiane, si sono meritate questa promozione ufficiale. Nelle pagine di dizionari, enciclopedie, come su internet, figurano tangentopoli, inciucio, gratta e vinci, selfie, pillolo (al maschile), cucchiaio attribuito a Totti, e, i più recenti stepchild adoption e foreign fighter. Come dire, ha avuto la meglio la corrente riformista che apre democraticamente le porte a neologismi e anglismi. Non mancano, però, le voci di suono opposto. E non soltanto da parte di rigorosi conservatori (com’era il nostro Aldo Fraccaroli) sempre cauti nei confronti del nuovo. Ma anche fra gli stessi linguisti aggiornati, fra i giorna-


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Ambiente e Benessere Home Treatment Un’alternativa all’ospedale per chi soffre di un disturbo psichiatrico in fase acuta

La Norvegia in treno Terra di grandi opportunità per chi va cercando, in viaggio, una conversazione tra l’uomo e il territorio pagina 18

La bontà di un’ostrica cotta Alcune ricette per gustare un mollusco generalmente apprezzato crudo pagina 21

pagina 16-17

Mucche selvagge Le «vacche ribelli» della valle Stura diventano le incredibili protagoniste di un film

pagina 23

Flora e fauna con un click

Wunderama Presentato un progetto grazie

al quale il Museo cantonale di storia naturale si apre al mondo digitale

Marco Martucci È stata presentata in questi giorni l’applicazione digitale Wunderama.ch, frutto della collaborazione fra il Museo cantonale di storia naturale e il Laboratorio cultura visiva della Supsi – Dipartimento ambiente costruzioni e design. Ma andiamo con ordine. Un territorio di lunghezza inferiore ai cento chilometri e che, nella sua parte più ampia, è largo all’incirca la metà può apparire esiguo e non destare particolare interesse. Ma questo cambia se si pensa che questa superficie si estende da una quota di poco meno di duecento metri sul livello del mare fin oltre i 3400 metri e che è solcata da valli lunghe, profonde e strette, valli che penetrano salendo di poco fino al cuore di alte montagne. E che, a distanza di poche centinaia di metri lungo la verticale si passa da un ambiente quasi mediterraneo a zone decisamente artiche. Ed è così che questo piccolo territorio comincia a rivelarsi degno di attenzione. Avrete di certo intuito che stiamo parlando del nostro cantone Ticino, collegamento e passaggio fra la Pianura padana e l’area mediterranea con il cuore delle Alpi fino all’Europa centrale. Proprio per la sua posizione e topografia, l’ambiente naturale del Ticino è variato e ricco di biodiversità, con numerosi e diversificati ecosistemi. Si passa dai grandi laghi insubrici, Ceresio e Verbano, ai piccoli e numerosi (sono oltre cento) laghetti alpini, dai boschi di latifoglie, castagni, faggi, betulle, a quelli di aghifoglie, abete rosso e bianco, pino mugo e pino cembro, da vere e proprie tundre alpine ai prati secchi, dai fiumi ai torrenti, da zone umide ad ambienti aridi, dalle colline dolcemente arrotondate alle aguzze e frastagliate vette, dove non mancano neve e ghiacciai. Tutta questa varietà di ambienti offre habitat altrettanto variati a numerose specie: animali, piante, funghi, licheni. Con quasi 3600 specie di funghi cosiddetti «superiori», ossia con corpi fruttiferi visibili ad occhio nudo, il Ticino è stato definito un vero e proprio paradiso micologico. Vi si trova davvero un po’ di tutto, dai funghi delle latifoglie a quelli di conifera, dai funghi dei prati a quelli della zona alpina. Anche le piante sono ben rappre-

sentate. Punto d’incontro fra ben tre diversi complessi di vegetazione europei, il Ticino ospita oltre 1900 specie di piante vascolari, dunque senza tener conto dei muschi, che rappresentano il 70 per cento della flora svizzera. Più di cinquanta sono specie endemiche, presenti in Svizzera solo in Ticino; fra queste, la stupenda peonia e l’asparago selvatico. La fauna del Ticino, almeno per quanto riguarda gli animali piccoli come, fra gli invertebrati, in particolare ragni e insetti, è ancora in buona parte sconosciuta. Le specie di mammiferi note superano la sessantina e, fra questi, una ventina sono chirotteri, pipistrelli. Fra i mammiferi più noti troviamo il cervo, il capriolo, il camoscio e lo stambecco, oltre alla marmotta, alla volpe e allo scoiattolo. Buone conoscenze si hanno sugli uccelli di cui si contano circa trecento specie osservate, fra stanziali, nidificanti e quelle che trovano da noi luogo di sosta durante le migrazioni. Ma il nostro territorio è ricco anche di testimonianze di creature da lungo scomparse, i fossili. Il Monte San Giorgio è noto a livello mondiale per la ricchezza e unicità dei suoi fossili del Periodo Triassico. Il nostro territorio, infine, ha molto da offrire anche nel mondo minerale. Le sue rocce e i suoi minerali sono da tempo ben conosciuti e apprezzati. Ecco fra i tanti minerali, il quarzo con i suoi tipici e bei cristalli e l’azzurro distene del Pizzo Forno, noto ben oltre i nostri confini. Per esplorare e conoscere tutte queste ricchezze naturali del Ticino, per vederle e toccarle con mano, ci vogliono anni e anni e, probabilmente, non basta una vita. Ecco allora che vengono in aiuto libri, pubblicazioni, documentari, che non mancano. Una maniera molto efficace per conoscere in modo completo e breve la natura di un Paese è la visita a un museo di storia naturale. Anche noi ne abbiamo uno: è il Museo cantonale di storia naturale. In un paio d’ore si può compiere al suo interno un’escursione naturalistica dal Mendrisiotto alla Val Bedretto, attraverso lo spazio e il tempo. Diorami ricostruiscono i principali ambienti; fossili, minerali, funghi si offrono al nostro sguardo e alla nostra attenzione.

Paesaggio al Lucomagno con pino cembro. (Marco Martucci)

Ma il Museo non ha solo un compito espositivo e divulgativo. Attraverso i suoi specialisti studia e ricerca sul campo, cataloga e raccoglie, accrescendo le conoscenze sul nostro ambiente naturale e conservando per il futuro preziose testimonianze. Ma, come ogni altro museo, non tutto, anzi solo una piccola parte delle collezioni è esposta e poi, anche se l’ingresso è gratuito, ci sono giorni e orari di chiusura e al suo interno non ci stanno migliaia di persone. Per questo motivo, a partire da questo novembre, viene proposta una grande e originale novità. Il Museo si apre al mondo digitale, offrendo, attraverso la presentazione di alcuni fra i suoi reperti più interessanti, una presenza ventiquattr’ore su ventiquattro rivolta a tutti gli interessati, senza limiti di orari e di numero. L’innovativo progetto si chiama Wunderama. Un nome che non nasce dall’imperante inglese, ma da una parola tedesca e da una greca: «Rama», come in panorama o dio-

rama, viene dal greco hórama, vista, e «Wunder», che in tedesco sta per miracolo o meraviglia, è parte del termine Wunderkammer, stanza delle meraviglie. Erano, queste Wunderkammer, diffuse ben oltre l’area germanofona, dei locali nei quali erano esposte le curiosità, le bizzarrie di una natura, spesso esotica, come coccodrilli impagliati, ornitorinchi o vitelli con due teste imbalsamati, messi lì, più che per istruire, per stupire. I moderni musei di storia naturale, come il nostro, non sono più delle Wunderkammer, anche se riescono benissimo, con altri mezzi e altri intenti, a suscitare stupore, meraviglia e curiosità e, chissà, in qualche sotterraneo conservano ancora oggi reperti di antiche Wunderkammer, che fan pur sempre parte della nostra storia. Attraverso la grande rete si crea così una sorta di «museo diffuso» che si presenta con una scelta degli oggetti delle sue collezioni. Ne verranno proposti 52, uno alla settimana per

la durata di un anno e, attraverso i social network come Facebook, Twitter o Whatsapp, chat e messaggi, potranno essere condivisi e raggiungere un pubblico sempre più vasto, facendo conoscere sempre meglio il Museo e in tal modo promuovendo curiosità e sensibilità verso il nostro ambiente naturale. Ogni tema sarà presentato da un’immagine, un disegno sottoforma di sticker, da una breve descrizione completata da un link a Wikipedia, con testi verificati, ampliati o redatti dallo stesso Museo. Al biancone, Circaetus gallicus, raro uccello rapace, simbolo del Museo, è stata affidata l’inaugurazione di Wunderama.ch. Lo seguono il gambasecca, curioso funghetto dei nostri prati e i foraminiferi, microscopici orologi del tempo geologico. Gli altri seguiranno di settimana in settimana, di certo pronti a sorprenderci, a solleticare la nostra curiosità, a invogliarci a esplorare e conoscere il nostro prezioso ambiente naturale.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Ambiente e Benessere

Ambiente e Benessere

Curarsi a casa

tici, prescrizione, somministrazione, revisione e monitoraggio della terapia farmacologica, interventi di educazione sanitaria, incontri regolari con la rete di presa a carico abituale. La presenza dei curanti è garantita attraverso molteplici visite domiciliari giornaliere da parte di infermieri, medici e psicologi. Il servizio è attivo 7 giorni su 7 e 24h/24h. «Poter essere nell’ambiente di vita della persona», spiega il dottor Zefiro Mellacqua, medico aggiunto di Home Treatment, «permette di conoscere meglio la sua condizione e di coinvolgere attivamente i famigliari e chi la circonda nel percorso di cura. Severino Cordasco, coordinatore dell’équipe, aggiunge come sia possibile grazie a Home Treatment effettuare un lavoro di psicoeducazione rivolto alla persona e alla famiglia, per prevenire o saper gestire al meglio la propria salute e le possibili crisi future. Gli interventi al domicilio vengono svolti dall’equipe in condizioni favorevoli, nel salotto, in cucina e in talune circostanze anche fuori casa concordando di volta in volta l’appuntamento con l’utente. Il principio è quello di preservare le attività della vita quotidiana del paziente (attività domestiche, necessità pratiche, questioni amministrative e così via) e l’integrazione con il tessuto socio-lavorativo di appartenenza. Gli studi internazionali mostrano l’efficacia di Home Treatment nel trattamento del disagio psichico acuto, per questo chiediamo al dottor Mellacqua e al coordinatore Cordasco di raccontarci meglio come funziona e a cosa si devono i benefici. Per spiegare, fanno l’esempio di un caso: il signor Gabriele di Airolo (dati fittizi) che soffre di depressione. A causa di questo disturbo ha perso il lavoro ed è entrato in una fase di crisi. In passato, quando ciò avveniva era stato ricoverato nella clinica psichiatrica di Mendrisio. Circa un anno fa, a fronte di una crisi acuta e

Sociopsichiatria Da un anno e mezzo un progetto pilota in Ticino offre la possibilità di essere ricoverati

al proprio domicilio per far fronte a trattamenti di taluni disagi psichici anche acuti

Sara Rossi Guidicelli La psichiatria da anni promuove un nuovo orientamento: affrontare la situazione di crisi là dove nasce e offrire alla persona cure psichiatriche nel proprio contesto di vita familiare e sociale. È in quest’ottica che la Clinica psichiatrica cantonale dell’Organizzazione Sociopsichiatrica Cantonale (Osc) offre una proposta denominata Home Treatment: il «ricovero» a casa.

Auspicabile è anche effettuare un lavoro di psicoeducazione a paziente e famiglia per prevenire o gestire la propria salute e le possibili crisi future Non è nuovo nel mondo, nemmeno in Svizzera, ma in Ticino l’offerta esiste solo dalla primavera del 2016 come progetto pilota, e per ora unicamente sul territorio di Bellinzona e Tre Valli. Questo progetto prevede che chi soffre di un disturbo psichiatrico in fase acuta abbia un’alternativa al ricovero ospedaliero, restando a casa propria e disponendo della stessa offerta terapeutica. Vengono offerti colloqui di sostegno e valutazione specialistica, esami soma-

Severino Cordasco, a destra Zefiro Mellacqua. (Stefano Spinelli)

davanti alla necessità di un ricovero, ha avuto l’opportunità di poter ricevere le cure psichiatriche di cui aveva bisogno direttamente a casa propria. Il signor Gabriele ha accettato. A ridosso della presa a carico con Home Treatment si erano creati disagi e incomprensioni con i vicini, al punto tale da obbligarlo a dover lasciare il proprio appartamento. Con il supporto dell’équipe di Home Treatment, Gabriele ha ottenuto dal proprietario di casa una proroga allo sfratto. Oltre alle cure specialistiche, si sono potuti cogliere alcuni elementi scatenanti del disagio, come le difficoltà finanziarie, uno stile alimentare inadeguato e una situazione conflittuale con l’ex-moglie e i figli minori. Sono stati chiamati a collaborare i servizi sociali, l’Autorità di Protezione degli adulti e le risorse famigliari disponibili. A tal proposito anche i figli, che venivano a trovare il papà ogni due settimane, sono stati indirizzati a un servizio Osc, denominato «Progetto Ifigenia», ricevendo l’aiuto necessario per capire ed elaborare quello che stava succedendo al proprio genitore. Quando Gabriele si è sentito meglio, Home Treatment ha anche concordato un rientro al lavoro graduale con beneficio sia per il paziente sia per il suo datore di lavoro. Da allora Gabriele non ha più avuto crisi, impegnandosi in un percorso di cura di tipo ambulatoriale con i curanti di riferimento sul territorio. «Abbiamo cercato di lavorare in rete con le risorse disponibili del territorio, assicurandoci che non dovesse traslocare nel mezzo del suo disagio psicologico, che non arrivasse in una nuova abitazione da solo, facendo in modo che la nuova abitazione fosse vicina al domicilio dei figli, aspetto questo molto importante per il paziente e i familiari. Ha infine richiesto una curatela e l’équipe ha permesso di consolidare il rapporto con tale curatore», spiega Cordasco.

Il team di Home Treatment. (Stefano Spinelli)

Gli studi dimostrano come il ricorso al ricovero ospedaliero diminuisca drasticamente quando questo viene offerto al proprio domicilio, come nel caso qui presentato, permettendo anche una maggiore continuità con i servizi esistenti sul territorio e incidendo così sulla qualità di vita. «Dopo una fase acuta di disagio psichico, nei casi in cui questa venga affrontata attraverso un ricovero ospedaliero, si ritorna solitamente nello stesso ambiente sociale e familiare dove nulla o poco risulta cambiato», spiegano. «Disporre di un aiuto là dove nasce la crisi permette di considerare tutti i fattori che possono portare a uno scompenso psichico. L’intervento a casa permette inoltre alla persona di prendersi maggiori responsabilità e di vivere il ricovero in modo più attivo».

Il dottor Mellacqua conclude: «Un disagio psichico è spesso la spia di qualcosa di più vasto dei sintomi di cui soffre il paziente e noi, immergendoci in quella vastità, riusciamo non solo ad avere una visione più accurata del malessere psichico di una persona ma anche ad offrirle le nostre competenze terapeutiche là dove servono». Certo, se la persona è minorenne, o se rischia di diventare un pericolo per se stessa o per gli altri, se ha bisogno di un monitoraggio clinico costante per via di ripetute intossicazioni da alcol o sostanze, allora si procede al ricovero in una struttura ospedaliera, come la clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio. Home Treatment infatti non vuole sostituirsi a un ricovero di tipo ospedaliero, bensì essere una valida alternativa.

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Curarsi a casa, anche nel mezzo di una crisi psichiatrica, è un esempio concreto di come possa essere confezionata una cura su misura dei bisogni personali di un paziente e rientra nella tendenza generale della medicina di mettere sempre più al centro il paziente, con i suoi diritti di cittadino di vivere dove vuole, di avere una vita dignitosa, di portare avanti i suoi interessi, le sue relazioni. Home Treatment è anche una possibilità per chi pur essendo già ricoverato in ospedale accetti, durante il proprio percorso terapeutico, di proseguire il proprio ricovero al domicilio. Home Treatment in Ticino lavora per ora solo nella regione di Bellinzona e Tre Valli, con la possibilità di seguire, per il «ricovero» a casa, fino a un massimo di 14 persone. L’équipe di Home Treatment si compone di otto infermieri con specialità in salute mentale, un’infermiera esperto clinico, due medici psichiatri, una psicologa e un coordinatore infermieristico. Home Treatment lavora in collaborazione con i diversi partner del territorio, compresi l’Ospedale San Giovanni di Bellinzona e l’Ospedale di Faido. Vask, l’associazione dei famigliari e amici di persone con disagio psichico, considera positivamente l’offerta di Home Treatment e desidera che sia esteso a tutto il territorio del Cantone. Loro, insieme all’elevato gradimento espresso dalle persone ricoverate in casa, confermano l’importanza di poter ricevere, anche nei momenti di maggiore difficoltà, l’aiuto necessario rimanendo in contatto con i propri cari, il proprio ambiente e le persone di riferimento. È in corso uno studio in collaborazione con la Supsi per stabilire i costi e i benefici a lungo termine. Tra un anno e mezzo avrà termine il progetto pilota a Bellinzona e nelle Tre Valli, per cui presto si vedrà quale seguito avrà Home Treatment.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Ambiente e Benessere

Ambiente e Benessere

Curarsi a casa

tici, prescrizione, somministrazione, revisione e monitoraggio della terapia farmacologica, interventi di educazione sanitaria, incontri regolari con la rete di presa a carico abituale. La presenza dei curanti è garantita attraverso molteplici visite domiciliari giornaliere da parte di infermieri, medici e psicologi. Il servizio è attivo 7 giorni su 7 e 24h/24h. «Poter essere nell’ambiente di vita della persona», spiega il dottor Zefiro Mellacqua, medico aggiunto di Home Treatment, «permette di conoscere meglio la sua condizione e di coinvolgere attivamente i famigliari e chi la circonda nel percorso di cura. Severino Cordasco, coordinatore dell’équipe, aggiunge come sia possibile grazie a Home Treatment effettuare un lavoro di psicoeducazione rivolto alla persona e alla famiglia, per prevenire o saper gestire al meglio la propria salute e le possibili crisi future. Gli interventi al domicilio vengono svolti dall’equipe in condizioni favorevoli, nel salotto, in cucina e in talune circostanze anche fuori casa concordando di volta in volta l’appuntamento con l’utente. Il principio è quello di preservare le attività della vita quotidiana del paziente (attività domestiche, necessità pratiche, questioni amministrative e così via) e l’integrazione con il tessuto socio-lavorativo di appartenenza. Gli studi internazionali mostrano l’efficacia di Home Treatment nel trattamento del disagio psichico acuto, per questo chiediamo al dottor Mellacqua e al coordinatore Cordasco di raccontarci meglio come funziona e a cosa si devono i benefici. Per spiegare, fanno l’esempio di un caso: il signor Gabriele di Airolo (dati fittizi) che soffre di depressione. A causa di questo disturbo ha perso il lavoro ed è entrato in una fase di crisi. In passato, quando ciò avveniva era stato ricoverato nella clinica psichiatrica di Mendrisio. Circa un anno fa, a fronte di una crisi acuta e

Sociopsichiatria Da un anno e mezzo un progetto pilota in Ticino offre la possibilità di essere ricoverati

al proprio domicilio per far fronte a trattamenti di taluni disagi psichici anche acuti

Sara Rossi Guidicelli La psichiatria da anni promuove un nuovo orientamento: affrontare la situazione di crisi là dove nasce e offrire alla persona cure psichiatriche nel proprio contesto di vita familiare e sociale. È in quest’ottica che la Clinica psichiatrica cantonale dell’Organizzazione Sociopsichiatrica Cantonale (Osc) offre una proposta denominata Home Treatment: il «ricovero» a casa.

Auspicabile è anche effettuare un lavoro di psicoeducazione a paziente e famiglia per prevenire o gestire la propria salute e le possibili crisi future Non è nuovo nel mondo, nemmeno in Svizzera, ma in Ticino l’offerta esiste solo dalla primavera del 2016 come progetto pilota, e per ora unicamente sul territorio di Bellinzona e Tre Valli. Questo progetto prevede che chi soffre di un disturbo psichiatrico in fase acuta abbia un’alternativa al ricovero ospedaliero, restando a casa propria e disponendo della stessa offerta terapeutica. Vengono offerti colloqui di sostegno e valutazione specialistica, esami soma-

Severino Cordasco, a destra Zefiro Mellacqua. (Stefano Spinelli)

davanti alla necessità di un ricovero, ha avuto l’opportunità di poter ricevere le cure psichiatriche di cui aveva bisogno direttamente a casa propria. Il signor Gabriele ha accettato. A ridosso della presa a carico con Home Treatment si erano creati disagi e incomprensioni con i vicini, al punto tale da obbligarlo a dover lasciare il proprio appartamento. Con il supporto dell’équipe di Home Treatment, Gabriele ha ottenuto dal proprietario di casa una proroga allo sfratto. Oltre alle cure specialistiche, si sono potuti cogliere alcuni elementi scatenanti del disagio, come le difficoltà finanziarie, uno stile alimentare inadeguato e una situazione conflittuale con l’ex-moglie e i figli minori. Sono stati chiamati a collaborare i servizi sociali, l’Autorità di Protezione degli adulti e le risorse famigliari disponibili. A tal proposito anche i figli, che venivano a trovare il papà ogni due settimane, sono stati indirizzati a un servizio Osc, denominato «Progetto Ifigenia», ricevendo l’aiuto necessario per capire ed elaborare quello che stava succedendo al proprio genitore. Quando Gabriele si è sentito meglio, Home Treatment ha anche concordato un rientro al lavoro graduale con beneficio sia per il paziente sia per il suo datore di lavoro. Da allora Gabriele non ha più avuto crisi, impegnandosi in un percorso di cura di tipo ambulatoriale con i curanti di riferimento sul territorio. «Abbiamo cercato di lavorare in rete con le risorse disponibili del territorio, assicurandoci che non dovesse traslocare nel mezzo del suo disagio psicologico, che non arrivasse in una nuova abitazione da solo, facendo in modo che la nuova abitazione fosse vicina al domicilio dei figli, aspetto questo molto importante per il paziente e i familiari. Ha infine richiesto una curatela e l’équipe ha permesso di consolidare il rapporto con tale curatore», spiega Cordasco.

Il team di Home Treatment. (Stefano Spinelli)

Gli studi dimostrano come il ricorso al ricovero ospedaliero diminuisca drasticamente quando questo viene offerto al proprio domicilio, come nel caso qui presentato, permettendo anche una maggiore continuità con i servizi esistenti sul territorio e incidendo così sulla qualità di vita. «Dopo una fase acuta di disagio psichico, nei casi in cui questa venga affrontata attraverso un ricovero ospedaliero, si ritorna solitamente nello stesso ambiente sociale e familiare dove nulla o poco risulta cambiato», spiegano. «Disporre di un aiuto là dove nasce la crisi permette di considerare tutti i fattori che possono portare a uno scompenso psichico. L’intervento a casa permette inoltre alla persona di prendersi maggiori responsabilità e di vivere il ricovero in modo più attivo».

Il dottor Mellacqua conclude: «Un disagio psichico è spesso la spia di qualcosa di più vasto dei sintomi di cui soffre il paziente e noi, immergendoci in quella vastità, riusciamo non solo ad avere una visione più accurata del malessere psichico di una persona ma anche ad offrirle le nostre competenze terapeutiche là dove servono». Certo, se la persona è minorenne, o se rischia di diventare un pericolo per se stessa o per gli altri, se ha bisogno di un monitoraggio clinico costante per via di ripetute intossicazioni da alcol o sostanze, allora si procede al ricovero in una struttura ospedaliera, come la clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio. Home Treatment infatti non vuole sostituirsi a un ricovero di tipo ospedaliero, bensì essere una valida alternativa.

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Ambiente e Benessere Nordlandsbanen sul plateau polare; sotto, la cascata Kjemafoss a Saltdalen e il treno rosso. (Davide Sapienza)

Nordlandsbanen, su rotaie nella terra della luce

Viaggiatori d’Occidente Una conversazione interiore tra l’uomo e il territorio a bordo del treno artico norvegese diversi, iniziando da Trondheim nel 1882 e finendo l’opera a Bodø nel 1962. Anche questa è la Norvegia: terra di grandi opportunità per chi va cercando, in viaggio, una conversazione tra l’uomo e il territorio. Le terre del nord, in particolare, sembrano fatte apposta per il viaggiatore che vuole andare oltre gli elenchi di posti e i click sui social network. Qui funziona ancora la legge della percezione, dell’osservazione, della scoperta, della lentezza, anche su un treno in corsa nelle vaste terre del nord. Quando il convoglio lascia Bodø e il Mare del nord, ci troviamo subi-

to lungo il Saltfjorden – collegato allo Skjertafjorden dallo stretto passaggio del Salstraumen, custode della più potente corrente di marea del mondo (22 nodi, 41 km/h) – mentre la mente si rilassa e si mette all’ascolto delle emozioni che lentamente prendono il ritmo del treno. Presto il viaggio diventa un’esperienza sensoriale: vedi i paesaggi e osservi gli abitanti delle piccole cittadine che si incontrano, chi scende a Fauske e chi prosegue, magari sino a Lønsdal, proprio nel cuore artico del viaggio. Dopo tanti anni di spedizioni nella terra dei grandi esploratori come Nansen, sospinto dal mio mal d’Artico, ho voluto aggiungere alla mia idea di nord un viaggio a ritroso, da nord a sud. E così ho scelto il treno per scendere sino a Trondheim. E il treno rosso è stato al gioco e ha rimescolato le carte, regalandomi un cambio di prospettiva: la via ferrata riassume tante cose che trovi o in mare o sulla strada, come un mondo di mezzo fluttuante, che entra ed esce da foreste, fiordi e insediamenti umani e per questo da sempre rappresenta una forma di viaggio ancora molto amata. Nulla può veramente distrarti dall’epica del paesaggio. La mia immaginazione sobbalza con i vagoni: vede gli spiriti custodi dei sogni artici e del loro viaggio tra mare, fiumi, catene montuose, ghiacciai, distese di tundra. Ecco, abbiamo superato Fauske: ora si va a proprio a sud, verso il circolo po-

lare, lungo la tratta realizzata durante la seconda guerra mondiale dagli occupanti tedeschi, che avrebbero voluto portare questa linea sino all’estremo nord, stendendo 1800 chilometri di binari sino a Kirkenes, nel Finnmark. Durante la guerra però la Nordlandsbanen si sviluppò solo sino a Fauske. L’immane lavoro voluto dai nazisti fu portato a termine anche dai circa ottomila prigionieri di guerra del fronte orientale che nei lager lungo la nascente ferrovia facevano la fame e spesso morirono di stenti. Dopo il 1945 si rinunciò al progetto di raggiungere l’estremo limite settentrionale e si decise di deviare la Nordlandsbanen da Fauske verso ovest, sul mare. Così nel 1962 fu inaugurata la linea Trondheim-Bodø. Anche così fu possibile migliorare i collegamenti per merci e passeggeri. Lo testimoniano gli scali di cittadine industriali come Mosjoen e poi Mo i Rana, ma anche il servizio fornito a tanti pendolari, specialmente nella tratta tra Bodø e il circolo polare o intorno a Trondheim. Poi il grande fiordo annuncia la meta finale del mio viaggio, la città di Trondheim, fondata nel 997 da Olaf I. Mi lascio alle spalle 42 stazioni, collegate dai 726 km di binari che corrono anche su 293 ponti e dentro 154 gallerie; ma soprattutto affido alla memoria un viaggio indimenticabile alla scoperta del nord Europa più profondo.

Davide Sapienza

I vasti paesaggi raccontano una geografia capace di spingere la mente oltre ciò che l’occhio vede, sino a immaginare territori profondi il cui carattere si definisce grazie a un elemento tanto inafferrabile quanto vitale: la luce. Una luce potente, che sembra cambiare l’inclinazione dell’orizzonte e che in estate pervade il cielo, ininterrottamente, per tutto il giorno; una luce che anche in inverno, quando si riduce a poche ore, è un bagliore che non se ne va e che irraggia la pulsazione vitale del territorio. Poche regioni come quella artica creano questo effetto. Provo a immaginare come si vive tutto l’anno in un luogo dove la luce ammalia e definisce il particolare sguardo interiore sul mondo dei norvegesi. Mentre osservo l’estate al suo culmine, il treno polare corre da nord a sud e mi sembra di essere dentro l’illustrazione di un grande racconto del nord. Ecco il Nordland, la terra settentrionale, la regione norvegese alla soglia dell’Artico. Mentre il suono del convoglio rosso, con il suo motore diesel, si disperde nel brusio di voci dei passeggeri, ti senti assorbito dal nitido luccicore delle foreste immense, dei fiumi potenti, delle catene montuose tra le più antiche conosciute dall’uomo, dal plateau dove la frontiera artica si espande lungo il Circolo polare. Nel

quadro del finestrino si succedono le case sparse, i villaggi, le cittadine dalle tradizionali case colorate di legno, immerse in una natura della quale paiono essere il frutto. Come nei capolavori dell’Engadina di Segantini, è ancora sempre la luce a definire meglio le forme e la loro disposizione nello spazio. Dal Nordland arriveremo nel Trøndelag, partendo da Bodø per arrivare a Trondheim grazie alla Nordlandsbanen, tra le poche linee ferroviarie del mondo a varcare i fatidici 66°33’39” di latitudine nord del Circolo polare artico. Sono oltre settecento chilometri di via ferrata, posata in tempi

Davide Sapienza

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Ambiente e Benessere

La Francia tra boicottaggi e rivincite Il vino nella storia Le esportazioni di vino francese, fra alti e bassi, tra il XVII e XVIII secolo

Davide Comoli Alla metà del XVII secolo, l’Europa vitivinicola era ampiamente autosufficiente e i Paesi europei si scambiavano le varie merci, vino incluso, tra loro. Fu tuttavia questa l’epoca delle grandi compagnie d’oltremare che non tardarono a scontrarsi per il dominio delle nascenti colonie, ciò che portò a una lotta sempre più cruenta tra le grandi potenze dell’epoca per la dominazione dei mercati marittimi. La viticoltura era largamente diffusa nel centro sud dell’Europa, tanto da coprire un ampio territorio che andava dall’Ungheria al Portogallo. Molto rinomati erano i vigneti germanici sulla Mosella e sul Reno che – per via fluviale – rifornivano il Paese ed esportavano il vino in Olanda. Ma poiché verso la fine del secolo l’importanza di questi vini era andata diminuendo e il Portogallo non era ancora riuscito a conquistare un grande mercato, nel 1670 il commercio europeo era dominato dalla Spagna e in maggior misura dalla Francia. I vini di Borgogna, apprezzati nella Parigi di Luigi XIV erano però meno conosciuti nel resto della Francia e cominciarono a diffondersi nel Paese solo dopo l’apertura (avvenuta nel 1720) dei nuovi canali. Quanto al resto del mondo conosciuto, il vino francese si identificava essenzialmente con i vini di Bordeaux. I grandi crus, che avrebbero reso famoso il Bordeaux nel futuro, ancora non esistevano e le esportazioni di vino consistevano per lo più in vino

ordinario e non invecchiato, bevuto soprattutto in Inghilterra. Tuttavia, gli olandesi, che controllavano i mercati del nord dal porto commerciale di Amsterdam ed erano meno affezionati ai «chiaretti» di Bordeaux, cercavano altre fonti di approvvigionamento lungo la costa e all’interno, dove scoprirono dei vini locali sino allora mai esportati e molto più adatti al loro gusto: vini dolci bianchi, più zuccherati e densi, come i vini del Périgord, Aunis, Saintonge e i nuovi vini di Sauternes prodotti appositamente per il mercato olandese. Si assistette anche per la prima volta alla produzione commerciale di altre bevande alcoliche, come pure a vini di grande struttura e a una gradazione alcolica più elevata, utilizzati per il taglio di vini più deboli. Grazie alla forte domanda e all’iniziativa degli olandesi che si facevano promotori del taglio dei vini direttamente nello scalo di smistamento, si aprì un prospero e redditizio mercato per la viticoltura di alcune regioni del Mediterraneo. Sin dal 1675, l’Olanda aveva incominciato a importare vini dal Portogallo, seguita a ruota dall’Inghilterra, grazie agli effetti dell’immagine «internazionale» del vino portoghese; fu così che, favorita da simili remunerative richieste dall’estero, ma soprattutto dalle scelte politiche condizionate dai grandi proprietari terrieri che avevano annusato sicuri profitti, si assistette a un repentino sviluppo portoghese dell’Alta Valle del Duero. Soprattutto in Inghilterra si face-

va sempre più difficile la competizione con i vini francesi che in coincidenza con il breve periodo della pacificazione tra i due Paesi (1675-1678) rappresentavano sul mercato londinese i quattro quinti circa del vino consumato in Inghilterra. Grazie a documenti dell’epoca, infatti, noi sappiamo che erano 8535 i barili di vino francese che competevano con i 5000 barili provenienti dalla Spagna, i circa 1000 che provenivano dalla Valle del Reno e i poco più di 100 da Portogallo e Toscana. Quando però, per circa sette anni, si interruppero i rapporti commerciali tra Inghilterra e Francia, fu il Portogallo che vide le sue esportazioni salire a circa 17’000 barili. In seguito, però, le esportazioni del vino francese – che avevano già subito un crollo a causa del boicottaggio inglese in seguito agli avvenimenti bellici a cavallo tra il XVII e XVIII secolo – subirono il blocco totale. Fu allora che il vino spagnolo occupò lo spazio che era stato dei vini del Bordolese e della Borgogna. Oltre il 70 per cento del vino proveniva dalle Canarie, tuttavia anche il Portogallo tornava ad essere competitivo con i suoi vini, grazie al miglioramento qualitativo di quelli prodotti a Porto, ma soprattutto per le mutate esigenze sensoriali dei consumatori inglesi. Non fu solo la qualità, ma soprattutto la scelta economica a favorire i vini della penisola Iberica, visto che fruivano di una minore tassazione (meno della metà dei vini francesi). Appare comunque chiaro che il vino fran-

Bicchiere di vino, olio su tela dell’olandese Jan Vermeer Van Delft (16591660 circa). (Gemäldegalerie, Berlino)

cese alla fine del XVIII secolo subì un trattamento negativo per ragioni politiche più che economiche (vedi guerre Napoleoniche). Dopo un reale benessere economico la viticoltura francese e i suoi abili promoter, ripiombarono in un amaro periodo dominato da un’economia di sopravvivenza. Si dovette ricorrere a una forzata distillazione per utilizzare l’enorme quantità di vino invenduto, ottenendo acquavite che avrebbe dovuto prendere strade diverse. Nel frattempo a intaccare il predominio del vino, apparivano all’orizzonte altri prodotti derivanti dal vino, dalle vinacce e altri vegetali come il ginepro, prodotti in decine di milioni di litri: Cognac, Brandy e Gin. Ma a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo sino ai primi del XX ar-

riva il momento del riscatto: nel mondo si comincia a ricercare vini di qualitatà garantita, e questo riporterà la Francia ad essere il porta bandiera dell’enologia mondiale. La grandeur ostentata con merito dai vignaioli di Francia, che era stata «umiliata», troverà una soddisfacente «vendetta» commerciale nei riguardi di Londra e sui vini della penisola Iberica. Giungeranno in quel periodo di tempo vini importanti sulla scena del consumo soprattutto elitario e quindi con prezzi interessanti non solo per i mercati, ma anche per gli abili vignaioli. Avrà così inizio il periodo dei grands crus del Bordolese e della Borgogna che conquisteranno da dominatori i raffinati calici dei gourmet non solo inglesi, ma di tutto il mondo. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Ostriche crude o cotte?

Gastronomia Per alcuni questo pregiato mollusco va mangiato appena pescato, eppure c’è chi sostiene

Adoro le ostriche cotte: ma qui, su «Azione», ne ho parlato solo nel 2004, dandovi due ricette, quella al gorgonzola e quella shot; poi ho parlato, rare volte, di altri piatti arricchiti con ostriche. Comunque troppo poco: rimedio oggi concentrandomi solo sulle ostriche cotte e sulle nuove ricette che le vedono protagoniste.

Tra i modi più saporiti per gustarle: quelle al formaggio e spinaci, alla diavola, alla milanese, fritte o in besciamella Lo so, metto le mani avanti: per molti mangiare le ostriche cotte è una barbarie; i puristi di questo mitico mollusco ne aborrono la cottura. Cosa che però non condivido, per questo vi consiglio di provare almeno una volta, prima di decidere se è barbaro cuocere un’ostrica oppure se ho ragione io. Per aprirle mettete le ostriche in forno caldo a 200°, dopo averle adagiate in una casseruola larga, con un velo di acqua sul fondo. Servono pochi minuti, da 3 a 5, per vederle aprirsi leggermente. A questo punto levate la casseruola dal forno, lasciate intiepidire e aprite le valve: non occorrerà alcuno sforzo, essendo leggermente cotte, il muscolo che tiene legata l’ostrica alla valva superiore non opporrà resistenza. Togliete il mollusco dalla valva e tenetelo da parte. Quindi filtrate la loro saporita acqua. Ecco qui di seguito alcuni esempi di ostriche cotte (queste barbare preparazioni!), da antipasto. Il numero di quante ostriche a testa vorrete cucinare dipende dal vostro piacere. Angeli a cavallo. Una proposta inglese tradizionale si chiama proprio così, ignoro il perché. Per preparare questa portata, aprite le ostriche a caldo. Avvolgete ogni mollusco con una fetta di bacon. Infilatene 3 insieme su

spiedini, che farete grigliare a fuoco dolce per 3’. Spolverizzate con pepe e servite su un letto di insalatina condita. Ostriche al formaggio e spinaci. Aprite le ostriche a caldo. Saltate in poco burro un po’ di spinaci e tritateli. Mettete 1 cucchiaino di spinaci nella valva concava, unite il mollusco e coprite con salsa mornay, ovvero besciamella arricchita con formaggio grattugiato, stemperata con poca acqua d’ostriche. Passate al grill per 2’. Ostriche alla diavola. Aprite le ostriche a caldo. Lavorate un po’ di burro con la loro acqua, aglio tritato, prezzemolo tritato, pangrattato tostato, Tabasco, salsa Worcester, gin e limone; eventualmente regolate di sale. Mettete i molluschi nelle valve concave coperti da 1 cucchiaino di impasto e cuocete in forno per 3’. Ostriche alla milanese. Aprite le ostriche a caldo. Asciugatele bene, infarinatele leggermente, passatele nell’uovo sbattuto e nel pangrattato leggermente tostato. Friggetele in abbondante burro meglio se chiarificato caldo per 3’, toglietele, passatele su carta assorbente e salatele. Spruzzatele con succo di limone prima di gustarle. Ostriche fritte. Aprite le ostriche a caldo. Immergetele nel latte, sgocciolatele bene, infarinatele e scrollate l’eccesso di farina. Friggetele in abbondante olio di semi di arachide caldo per 3’, scolatele, passatele su carta assorbente e salatele. Spruzzatele con succo di limone emulsionato con salsa Worcester e Tabasco prima di gustarle. Ostriche in besciamella. Aprite le ostriche a caldo, estraete il mollusco e raccogliete l’acqua interna. Fate una pseudo besciamella con 10 g di farina, 10 g di burro e 1 bicchiere di acqua delle ostriche, se non bastasse unite altra acqua. Profumatela con 1 grattatina di noce moscata, 1 pizzico di sale, eventualmente, e 1 punta di pepe di Cayenna. Mettete 1 cucchiaino di besciamella sulla valva concava, sopra 1 ostrica e ricoprite con altra besciamella. Spolverizzate con abbondante pangrattato tostato e, poco prima di servire, grigliate per 2’.

CSF (come si fa)

Pxhere

Allan Bay

Pxhere

che anche cotto può essere molto buono

Lo stracotto è una preparazione di carne bovina caratterizzata da una cottura prolungata in umido. È tipica del Centro-Nord Italia. La cottura è veramente molto lunga, da quattro a otto ore, suddivisa a volte in due giornate diverse; è una preparazione che valorizza le carni dure, mature. A fine cottura la carne deve risultare quasi disfatta. Vediamo come si fanno due stracotti.

Stracotto al vino. Ingredienti per 4. Mettete in un contenitore 2 carote, 2 coste di sedano, 1 cipolla grande, tutte tagliate a pezzi, 1 rametto di rosmarino, 2 foglie di salvia, 1 spicchio di aglio mondato e leggermente schiacciato, pepe, 2 cucchiai di zucchero e 4 dl di vino a piacere sobbollito per 3’. Fatevi marinare per 12 ore 1 kg di muscolo di bue, legato con filo da cucina. Sgocciolatelo e mettetelo in una casseruola con la marinata scolata e le verdure. Portate a lenta ebollizione, poi coprite e fatelo cuocere in forno a 160° per 6 ore, unendo poca acqua bollente se asciugasse troppo. Alla fine fate eventualmente addensare il fondo a pentola scoperta. Togliete la carne dalla casseruola, eliminate il filo, tagliatela a fette, frullate il fondo e regolate di sale e di pepe. Servite la

carne nappata con la salsa e accompagnata con un purè di patate. Stracotto alle mele. Per 4. In una casseruola mettete 1 kg di muscolo di bue legato, 2 bicchieri di vino bianco aromatico sobbollito per 3’, 2 di brodo di carne, 1 cipolla tritata e stufata e 1 cucchiaio di zucchero. Cuocete a fuoco bassissimo per 6 ore, girando la carne di tanto in tanto e unendo poco brodo se asciugasse troppo. Sbucciate, private del torsolo e tagliate a dadini 4 mele, spruzzatele con succo di limone perché non anneriscano e unitele alla carne a 10’ di fine cottura. A cottura, togliete la carne e tenetela in caldo. Passate il fondo al passaverdura, regolate di sale e di pepe ed emulsionatelo con poco burro freddo. Servite la carne tagliata a fette nappata col suo fondo.

Ballando coi gusti Oggi due piatti unici, in cui sono presenti sia amidi sia proteine, entrambi base dell’alimentazione.

Penne, panna e pasta di salame

Tagliatelle prosciutto e piselli

Ingredienti per 4 persone: 320 g di penne · 1 dl di panna · 250 g di pasta di salame · formaggio sbrinz o grana · vino bianco · sale e pepe.

Ingredienti per 4 persone: 320 g di tagliatelle · 120 g di prosciutto crudo in una

Sbriciolate la pasta di salame, mettetela in un tegame con un filo di vino bianco e fate cuocere per 10’ a fuoco dolce, mescolando e unendo acqua bollente se necessario; alla fine unite la panna. Intanto in una pentola capiente, portate a bollore abbondante acqua, salatela e calate le penne. Scolatele al dente, trasferitele nella padella con il sugo e fatele saltare per 1’ a fuoco allegro, unendo poca acqua se necessario. Impiattate, completate col formaggio grattugiato e con abbondante pepe, quindi servite.

sola fetta · 200 g di piselli sgranati · 1 cipolla · 2 uova · formaggio sbrinz o grana · vino bianco · burro · sale e pepe.

Tagliate il prosciutto a listarelle. Tritate la cipolla e fatela stufare a fuoco dolce in un tegame con una noce di burro e 4 cucchiai di vino. Unite i piselli, bagnate con poca acqua, coprite e lasciate cuocere per circa 10’ o fino a quando i piselli non saranno teneri. Aggiungete il prosciutto e cuocete mescolando per 2’. Rompete le uova in una capiente terrina e sbattetele con il formaggio. Intanto in una pentola capiente, portate a bollore abbondante acqua, salatela e calate le tagliatelle. Scolatele al dente, trasferitele nella padella con il sugo e fatele saltare per 1’ a fuoco allegro, unendo poca acqua se necessario. Versatele nella ciotola con le uova, mescolate, regolate di sale e di pepe, quindi servite.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Ambiente e Benessere

Centocinquanta anteprime mondiali al salone della moto di Milano Motori Con 1626 stand, l’esposizione internazionale del Ciclo e Motociclo ha presentato in questi giorni

le novità delle principali Case di tutto il mondo

Mario Alberto Cucchi Quando arriva l’inverno, la maggior parte delle moto e degli scooter «vanno in letargo» per qualche mese al calduccio nei garage. Eppure proprio in questo mese, novembre, si è tenuta a Milano, in Italia, la 75esima edizione dell’esposizione Internazionale del Ciclo e Motociclo (www.eicma.it). Da molti considerata la più importante rassegna mondiale delle due ruote, quest’anno ha riunito su 280mila mq distribuiti in sette padiglioni ben 1626 espositori, in aumento del 14 per cento, che hanno presentato oltre 150 anteprime mondiali tra ciclo, motociclo e accessori. Molte le novità del Gruppo Piaggio ma la più ammirata come sempre è sicuramente la Vespa che quest’anno ha debuttato nella versione elettrica, ora esposta in veste definitiva. La si potrà prenotare a partire dalla primavera del 2018. Sotto la carrozzeria caratterizzata dalle classiche e riuscite linee, si nasconde una power unit in grado di erogare una potenza continua di 2 kW e una di picco di 4 kW per un’autonomia di 100 chilometri che salgono a 200 nella versione X che affianca un generatore al motore elettrico. Per caricare le batterie basta collegare la spina a una presa elettrica; per la ricarica

completa sono necessarie quattro ore. Motore elettrico anche per la novità dell’italiana Energica. Si chiama EsseEsse9 e monta un propulsore sincrono raffreddato a olio da 109 cavalli che le permette di raggiungere i 200 orari limitati elettronicamente. Bastano 30 minuti di carica veloce per raggiungere la capacità dell’85 per cento della batteria ai polimeri di litio. La sportiva Ducati ha puntato i riflettori sulla nuovissima Panigale V4 che adotta un

potente motore quattro cilindri a V di 90° denominato Desmosedici stradale e sviluppato in collaborazione con Ducati Corse. Insomma, derivato dal Desmosedici della MotoGp di Andrea Dovizioso e Jorge Lorenzo. Si tratta della prima moto prodotta in serie con un propulsore quattro cilindri dalla Casa di Borgo Panigale. 214 cavalli di potenza massima con un peso di 198 chilogrammi per un rapporto peso potenza di 1,1 cv/kg. Non

meno entusiasmante la Yamaha Niken presentata per l’occasione da Valentino Rossi: la prima moto a tre ruote al mondo. Forcella rovesciata a doppio stelo esterna per le due ruote anteriori unita a un’estetica da supersportiva. Il motore è un tre cilindri fronte marcia da 115 cavalli. Punta invece sul passato Kawasaki che, con la Z 900 Rs, ripropone linee anni Settanta e serbatoio a goccia associati però a tecnologici fari full led e un motore da 111 cavalli. Strizza l’occhio al vintage anche la Royal Enfield interceptor 650 che è la prima moto a montare il nuovo motore bicilindrico dello storico marchio indiano di origine britannica. Honda ha scelto la settimana della moto milanese per festeggiare i 30 anni dalla nascita dell’Africa Twin e far debuttare la nuova versione Adventure Sports ancor più votata al fuoristrada: serbatoio ingrandito, parabrezza esteso, paracoppa maggiorato e manopole riscaldabili sono di serie. I tedeschi di BMW hanno portato al debutto un nuovo scooter, il C 400 X da 34 cavalli oltre alla GS 750 e 850 e alla K 1600 Grand America dotata di motore sei cilindri da 1649cc. per 160 cavalli. Ricca la dotazione tecnologica di serie della Grand America: sospensioni posteriore a controllo elettronico

Dynamic ESA con due settaggi, sia per i sistemi di assistenza alla guida, come l’ABS Pro, il cruise control e la retromarcia per agevolare le manovre. Insomma tantissime interessanti novità che gli appassionati potranno «studiare» nelle fredde serate invernali aspettando l’estate.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Giochi per “Azione” - Novembre 2017 Ambiente e Benessere Stefania Sargentini

Mucche in libertà, quasi alla riscossa

(N. 45 - Pangolino, ingoiando sassi) Mondoanimale La strana 1storia di liguri che diventa star di un cortometraggio 2 di una mandria 3 4 5 vacche selvatiche 6 7 P A N G O L A I N 8 9 10 E G N I D O I N O 11 12 13 norma pascolare pacifiche in qualche di Maria Grazia Buletti R I G O R E ricerche A documentaristiche R T videomaker I sui lupi, prato o in un alpeggio estivo. «Non ci Stefania Carbonara, e del 14 un drone per indivi15 Quando pensiamo agli animali sel- resta che usare naturalista Alessandro Ghiggi. R I C A R I C A Rla situazione E ci ha vatici, soprattutto di questi tempi, ci duarle e abbattere almeno i tori perché A riassumere viene in mente il lupo. Poi pensiamo ai sono 16 pericolosi», conclude sconsolato pensato sempre qualche tempo fa il 17 cinghiali. Non di certo alle mucche! O il primo cittadino di Masone, riferenL E N I N Usindaco R diNMasone, E Enrico Piccardo: meglio: potremmo pensare a Maggie, dosi ai danni che queste mucche, ribat«Con due tori, la mandria si è oramai 18 19 20 21 Mrs. Calloway e Grace: le mucche alla tezzate «ribelli», causano a orti, colture D O Triprodotta: I eranoPcinqueS capi e ora riscossa (Home on the Range, 2004) del e frutteti. sono più di una dozzina. Ribadiamo 23 La loro storia risale alla fine22anni lungometraggio Disney diretto da Will che vacche hanno inoltre perso le loro O R Acaratteristiche S vivendo I A Finn e John Sanford. Ambientato nel Novanta, quando un’azienda agricoallo stato bravecchio West, il film ha come protago- la dell’entroterra genovese del comudo: è loro cresciuto il pelo, ma soprat24 25 nista un bizzarro terzetto di mucche ne di Mele ottiene un finanziamento tuttoMsonoEcambiate L I D geneticamente. I da latte che, fra mille peripezie, devo- europeo per il mantenimento di una Saltano come caprioli, escono la notte 26 no catturare un famigerato ladro di mandria di settanta mucche di razA Acome Si lupiTper cibarsi I eOdi giorno rebestiame per incassarne la taglia che za Limousine che vivono allo stato stano nei boschi. Quando c’è siccità

Abbandonata, un’intera mandria di settanta mucche di razza Limousine vive ormai da anni allo stato brado Storia di fantasia, dicevamo. Eppure, talvolta la realtà la supera davvero: prova ne è che dal 2011 in Liguria vive allo stato brado una mandria di mucche. «Sono bestie che si sono inselvatichite e appena vedono qualcuno scappano nel bosco», racconta a inizio marzo di quest’anno il sindaco di Masone, Enrico Piccardo, ai media genovesi incuriositi della bizzarra mandria. Mucche che, alle nostre latitudini, vediamo di

brado. Si tratta di mucche per le quali l’obiettivo primario dell’azienda sta nel desiderio di mantenere il terreno pulito con lo scopo di prevenire gli incendi. Le notizie dell’epoca riportano che poi, in seguito a indagini effettua1 2 3 4 5 6 te dalla magistratura, i finanziamenti lità, retaggio del loro carattere selvatico europei vengono bloccati. A quel pun- sviluppato in anni e anni di vita libera. 7 to, l’azienda in questione non può più Dal 2011 le mucche riescono a darfarsi carico dei costi di mantenimento si letteralmente alla macchia: si sa che si delle mucche e la mandria passa sotto 9 dividono in due gruppi e si spartiscono 8 la tutela del comune di Mele. Ma non il territorio nel quale ancora oggi vivoc’è pace per queste mucche e il loro no. Notizie recenti riportano che una 10 11 destino prende una nuova piega. Sta- parte di esse si è stabilita nei boschi di volta una brutta piega, perché anche Mele e Masone, l’altra ha varcato il cri12 13 15 16 il Comune non riesce a mantenere la nale appenninico 14 e si è spostata nell’enmandria e a quel punto interviene di- troterra di Savona, tra Urbe e l’Area rettamente la17 magistratura che, per montana del 18 19 Beigua. Fatto sta che le ordine dell’allora pubblico ministero due piccole mandrie di mucche ribelli Silvio Franz emana un ordine di cat- non sono passate inosservate e, come 20 21 22 23 tura delle cosiddette «Vacche delle già spiegava il sindaco di Mele, al loro Giutte», il cui destino sarà di andare a passaggio hanno lasciato parecchi dan24 25 26 27e orti. una stalla-mattatoio in Lombardia. Il ni a colture, frutteti magistrato non ha però fatto i conti con Da qui l’ordine di abbattere gli la natura 28 di queste vacche dalle quali 29 esemplari maschi, che però non sono riemergono ben presto scaltrezza e abi- affatto concordi con questa loro nuova

vanno a bere nel torrente Stura e hanno così dimostrato di aver imparato a sopravvivere». Questa primavera passata, in fase di realizzazione e raccolta di fondi per il filmato, Paolo Rossi ha rilasciato quecondanna a morte e si danno parecchio sta dichiarazione a «Genova24.it»: «Gli da fare per difendersi. A conferma di abbattimenti sono sporadici a causa del ciò sta quanto riportato da un gruppo comportamento selvatico e dal buon di escursionisti che la scorsa estate per- tasso riproduttivo della mandria errancorrevano l’Alta Via dei Mondi Liguri te, però vogliamo realizzare il cortoquando si sono trovati davanti alla cari- metraggio prima che sia troppo tardi». ca dei bovini. Questo ci fa comprendere Imprendibili: così sono state definite le che se da una parte è vincente l’usoPER di AZIONE mucche ribelli liguri, anche SUDOKU - OTTOBRE 2017se le trapun drone per individuare questi capi di pole fotografiche di chi ha realizzato il (numerazione adeguata ai cruciverba) bestiame ormai selvatico, d’altro canto cortometraggio le hanno potute «catN. 37 FACILE non è per nulla ovvio attuare la soluzio- turare» almeno in foto nel loro selvaSchema Soluzione ne prospettata. A tutto vantaggio delle tico peregrinare (quella in pagina non di ritrae8le vacche 8mucche2 protagoniste 6 1 questo 7 4 artico9 2 in6questione). 3 5 1 7 4 lo, ma non solo. E pensando ai videomaker possia7 che, 5 per 1 una 4 volta, 2 8 a dare 6 9la cac3 Le «vacche2ribelli»6della valle Stura mo dire 4 9diventate le 5 protagoniste 2 6 3 vacche 4 9 libere 1 7non5sarà 2 qual8 sono infatti di cia a queste un film di alcuni giovani produttori gecuno che le vuole far fuori, ma persone 5 1 8 6 5 1 8 7 6 3 2 4 9 novesi che hanno deciso di raccontar- che ci presenteranno un filmato della 4 7 9 8 3 4 7 9 2 8 1 3 6 5 ne gesta e sorti. Si tratta del fotografo vita delle «Vacche ribelli», degne eredi 2 6 4 3 2progenitori 6 5 4selvatici. 9 8 1 7 genovese Paolo Rossi, specializzato in di antichi

(N. 46 - ... dà la sensazione di cadere nel vuoto) `

D I S C O

A` S T I C E

N I O L I A A A S T C A R E T N I B U I O

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Giochi

Pxhere

serve a salvare la loro fattoria dal pignoramento. Uno spensierato e divertente lungometraggio fantastico nel quale le mucche si ribellano e scappano dalla fattoria proprio per salvarne le sorti.

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E L A E N Z I P O T R R A E R D O R E O S T

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6 Soluzione: Scoprire i 36

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N. 41 FACILE 2 1 9 4 8 7 4 5 O 7 3 G 2 6 A 1 D E RSchema 3

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

Sudoku 2 6

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L 10 6 O 1L 3 2 12 7 8 95 820177A Giochi per “Azione” - Novembre M 2 Stefania Sargentini 17 1 9 4 67 R A N G O (N. 45 - Pangolino, ingoiando sassi) 19 N. 39 DIFFICILE 5 A E P A R N G OS L A IC N 6 8 2 E G N I D O I N O 5A 4 G R I G O RI E AG R T RI 7 5 8 1 24 R I C A R I C 3A R E 6 A T4 I N 8 UU R LN E I L E N 2 9 7 26 D O T I P S S O 6F F I C 3 7 O R A S I A 16

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numeri8corretti da inserire nelle 7caselle colorate.

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ORIZZONTALI 1. Eccezione alle disposizioni di legge 6. Osso del braccio 7. Interprete del famoso nonno Libero (iniz.) 9. Si fa allo stadio 10. Lettera greca 11. Spesso fa coppia con se 12. Ponce all’acquavite 13. Condizione sociale 17. Un numero 18. Il Marte greco 19. Possono colpire chi fa sport 20. Felici... se si anagramma già 21. Urlo, strillo 22. Le iniziali della Tatangelo 23. Alberi mediterranei sempre verdi

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7 4 9 8 7 1 5 6 4 3 2 Vinci una delle 3 carte1regalo da 50 franchi con il cruciverba SUDOKU PER 4 2 6 1 4 5 3 7 2 9 8 6 e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku (N. 47 - De Gaulle, Grande Asparago)

N. 38 MEDIO

Cruciverba Come si chiama il personaggio della foto e com’era soprannominato? Scoprilo risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 2, 6 – 6, 8)

N E L D I T A E A R L I V O R I E

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24. Cuor di usignolo 25. Morbido 26. Brillavano nei forzieri

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E 1 4 T 3 2 4 4 2 7 28 3 6 6 9 1 5 9 G 5 6 R 7 1 O 4 3G 8 2 9 3 58 1 65 22 9 7 4 6 D U E L 6 1 R A M P I 6 1 9 1 8 2 4 3 7 35 1 7 9 4O 6 2 I 3 8D 5 O 7 22 4 6 3 5 8 9 61 V5 6I 7 4 9 G 8 2 N 1 3 6 9 93 8 7 1 2 35 4 56 E4 71 2 O I 5 6 R 83 7 8 9 4

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26 Scarpati 16. Le iniziali dell’attore 1 5 6 2 4 7 9 3 8 17. Guidare a Londra Soluzione della settimana precedente 9 3 4 2 7 9 è il 3 più8 alto 6 del1mondo: 5 4 19. Non deve mai mancare in auto CHE SCIVOLONE! – Lo scivolo Skyslide, tutto trasparente, 21. Pronome personale DÀ LA SENSAZIONE DI CADERE NEL VUOTO. di cadere N. 40 GENI 1 2 3 4 (N.546 - ...6dà la sensazione 8 9 nel vuoto) VERTICALI 23. Le iniziali del7Foscolo 1 2 3 4 5 6 5 4 7 2 8 3 1 9 6 1. La chiesa principale 24. Le` iniziali del compositore Rossini D A` N I 8E L A 9 7 10 11 2. In coppia con egli 6 9 5 3 2 6 1 9 4 7 5 8 I S O L E N 3. Trasporta informazioni genetiche 8 9 1S T I A 7 1 9 8 5 7 6 3 2 4 Z I 4. Nella 12 poesia e nel romanzo 13 14 15 10 11 2 7 9 8 4 1 6 3 5 C7 I A P O 6T 5. Elevato 12 14 15 16 Vincitori 13del concorso Cruciverba 8. Un Claudio cantante 4O C 6A R R A 1N E L 4 5 3 6 2 9 8 7 1 16 17 su17«Azione 45»,18del 6.11.2017 10. Abitazione solitaria 18 19 8 E S 3 T 5E R 2 D I T A 6 8 1 3 5 7 2 4 9 12. Tratti di corsi d’acqua percorribili A. Vogini, A.Tedeschi Santini, G. Borioli 20 21 22 23 1 2 8 19 20 7 1 2 4 6 5 9 8 3 C A R D O R E A R Vincitori del concorso Sudoku a piedi 24 26 27 13. Gonnellino del costume sardo su25«Azione 45», 6.11.2017 8 6 5 9 3 2 4 1 7 E T 5N 9 I E O L I V 28 E. Gallucci, U. Bergomi 29 14. Terreno dissodato 21 22 23 24 3 8 9 3 4 7 1 8 5 6 2 B U I O S T O R I E 15. Preposizione articolata

(N. 48 - “No, è che anche lui se lo sogna!”)

25 26 I premi, cinque carte regalo Migros27 Partecipazione online: inserire 28 la (N. 47 - De Gaulle, Grande Asparago) del valore di 50 franchi, saranno sor- soluzione del cruciverba o del sudoku 2 3 4 pubblicato 29 tra i partecipanti che avranno 30 31 5 teggiati nell’apposito 1formulario fatto pervenire la soluzione corretta sulla pagina del sito. 6 7 8 entro il venerdì seguente Partecipazione postale: la lettera o 32 33la pubblica34 9 10 zione del gioco. la cartolina postale che riporti la so11

N O3 C2 O P E5 R T A 4 I C A T I1N I E 9 P O1 R T E 4 S A R T E R5 N O6 S C I E R A T E M A6 H 4 I 2 4 8 1 C O N E L U C I O 7contanti 8 luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in A R P A S U C C O S indirizzo, email del partecipante deve dei premi. I vincitori saranno avvertitiE essere spedita a «Redazione dei vincitori sarà 7Azione, 5 Il nome 3 D E R O G A per iscritto. L C.P.E6315, I 6901 Lugano». O Ppubblicato A suC«Azione». A Partecipazione C S Concorsi, L N A suiL B Non si intratterràUcorrispondenza riservata esclusivamente a lettori che 1 escluse. 2 Non risiedono 7 6 concorsi. Le vie legali sono in Svizzera. O L A E T A Z C O R O N A G A S A G H I

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Politica e Economia La partita si sposta a Beirut Il Libano è la pedina più fragile nel gioco fra Arabia Saudita e Iran per il controllo dell’area

La seta indiana Che cosa accomuna New Delhi a Lahore? Un tempo erano cultura, tradizioni e cibo. Oggi una cappa di smog che avvelena le due grandi città da una parte e dall’altra del confine

Disarmo, pia illusione Per il Papa un mondo senza atomica non è un’utopia, ma la realtà non fa ben sperare

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Progetto in bilico La nuova riforma sulla tassazione delle imprese progettata da Ueli Maurer suscita reazioni controverse e timori di referendum

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La paura non è più donna

25 novembre Si celebra la giornata

Luisa Betti Dakli Una settimana fa a Los Angeles centinaia di persone hanno sfilato, partendo dal Dolby Theater – dove vengono consegnati gli Oscar – percorrendo parte del Sunset Boulevard, in segno di protesta contro le molestie e le violenze sulle donne: persone che si sono riunite sotto lo slogan #metoo, hashtag lanciato sui social da un mese per permettere a chiunque di denunciare i propri offender pubblicamente. Tutto è iniziato il 10 ottobre, quando Ronan Farrow ha pubblicato sul «New Yorker» la sua inchiesta in cui 30 donne raccontano di assalti sessuali, stupri e fughe nel panico di fronte a un uomo che, all’epoca dei fatti, era il più potente produttore di Hollywood: Harvey Weinstein. Costumiste, impiegate, modelle ma anche grandi attrici, all’epoca all’inizio della carriera, che descrivono un predatore sessuale che con la scusa del lavoro le faceva cadere in trappola. Si tratta di Rosanna Arquette, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Judith Godrèche, Heather Graham, Kate Beckinsale, Eva Green e molte altre, ognuna con un racconto doloroso. Un’inchiesta che ha condotto Weinstein a rintanarsi in una clinica per «curarsi» , ciò che non ha impedito l’avvio di procedimenti penali a suo carico a New York, Londra e Los Angeles. Weinstein è stato anche espulso dall’Academy, mentre il presidente francese Macron gli ha tolto la Legion d’Onore, ma il fatto più eclatante è che questo caso ha dato il coraggio alle donne di tutto il mondo di parlare delle violenze subite, senza vergogna o paura di non essere credute. E la voragine si è aperta. Come ha scritto Tarana Burke, un’attivista americana, «per ogni Harvey Weinstein, esiste un centinaio di altri uomini nelle vicinanze che fa esattamente la stessa cosa»: niente di più vero se contiamo che accanto al moltiplicarsi delle accuse contro Weinstein, è cominciato il conto alla rovescia per molti altri che nel mondo dello spettacolo hollywoodiano sono stati nominati. Tra questi Kevin Spacey, Westwick, Dustin Hoffman, Toback, Jenny McCarthy, Seagal, Terry Crews, l’attore nippo-americano Geor-

ge Takei (il «signor Sulu» di Star Trek), Richard Dreyfuss, il produttore Andrew Kreisberg, l’attore comico Louis C.K., e ora anche John Travolta: uomini che rischiano di veder interrotta la loro carriera e che dovranno rispondere di molestie o violenza sessuale, per un numero che aumenta giorno dopo giorno e che ha costretto i procuratori di Los Angeles a creare una task force di esperti per poter valutare la valanga di denunce che sono arrivate. Ma Hollywood non è la sola a implodere, perché lo spettro della verità sta dilagando ovunque. Negli Usa si sono dimessi da un giorno all’altro il direttore degli Amazon Studios, Roy Price, e due impiegati della Fidelity Investments a Wall Street; Robert Scoble, esperto di tecnologia, ha fatto mea culpa sui social e il conduttore di Fox News, Bill O’Reilly, ha proposto di pagare 32 milioni di dollari per non essere denunciato, mentre il dito della campionessa Hope Solo si è levato verso l’ex numero uno della Fifa, Sepp Blatter. In Svezia 456 attrici del teatro e del cinema hanno pubblicato una lettera aperta in cui descrivono gli abusi e le molestie subite negli anni da registi e uomini del loro ambiente, tanto che la ministra della Cultura, Alice Bah Kuhnke, ha convocato un incontro urgente con i responsabili dei maggiori teatri nazionali. Ma chi veramente sta tremando è il parlamento inglese dove, dopo le denunce a carico del sottosegretario Mark Garnier, l’ex ministro Stephen Crabb e le dimissioni del ministro della Difesa Michael Fallon, è stata creata dalla premier Theresa May una commissione d’indagine sulle molestie che ha già prodotto un dossier con più di 50 nomi di parlamentari, ministri e sottosegretari. Un’onda che non sembra arrestarsi, anche grazie alle campagne sui social con l’hashtag #metoo, #quellavoltache #balancetonporc, che hanno fatto emergere un mondo finora rimasto silenzioso: migliaia di donne che stanno raccontando la violenza subìta senza paura di essere giudicate, un fenomeno finora inedito che non permetterà ritorni al passato. Tra pochi giorni, il 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale

Keystone

internazionale contro la violenza sulle donne: dopo il caso Weinstein, ecco perché il mondo non sarà più come prima

contro la violenza sulle donne – indetta dall’Onu dal 1999 in ricordo delle tre sorelle Mirabal torturate e uccise durante il regime Trujillo nel 1960 – con la campagna UNiTE, fino al 10 dicembre; e questo perché nel mondo la violenza contro le donne e le ragazze (VAWG) è una delle violazioni dei diritti umani più diffuse e devastanti e coinvolge più di un miliardo di persone. Nel complesso il fenomeno è presente in ogni paese al di là delle differenze culturali, generazionali, socio-economiche e geografiche: una violenza che all’80 per cento è domestica e che non tocca solo paesi economicamente deboli o fasce sociali meno abbienti, ma anche quei Paesi che sembrano aver raggiunto un certo livello di uguaglianza tra i generi, e ceti sociali alti in cui ci sia una donna scolarizzata, affermata sul lavoro e con ruoli di responsabilità. Questo perché la cultura dell’esercizio del potere maschile sulla donna come oggetto diverso da sé è talmente profondo da non essere mai morto da nessuna parte. In Europa, secondo l’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Ue, la violenza sarebbe più estesa nei Paesi del Nord, dove il primato spetta alla Danimarca (52 per cento), anche se in re-

altà dove i dati diminuiscono aumenta il sommerso: come in Italia, dove l’Istat (Istituto nazionale di statistica) ha contato 7 milioni di donne che hanno subito una forma di violenza nella vita, ma anche un 93 per cento che la subisce in silenzio – rivelando così che probabilmente il dato sarebbe molto più alto se tutte le donne denunciassero i propri offender. Ma come denunciare quando si teme di non essere protetta e di essere stigmatizzata da un contesto ancora profondamente pervaso da una cultura che pone la donna su un piano di subalternità? In Italia, a proposito del caso Weinstein, le poche donne che hanno parlato facendo nomi e cognomi (circa 12 attrici per ora), hanno subito una doppia molestia, perché ampiamente giudicate e attaccate. A partire da Asia Argento che, per aver rivelato la violenza subita dal produttore americano a 21 anni, ha dovuto subire un massiccio victim blaming sui social e su alcuni media, tale da essere costretta a giustificarsi per aver denunciato Weinstein. Simili sofferenze, alle donne non vengono risparmiate neanche quando cercano di uscire allo scoperto rivolgendosi alla giustizia: interrogatori morbosi da parte della polizia,

giudizi morali sui giornali a proposito del comportamento avuto, le accuse di aver fatto qualcosa che ha provocato l’uomo, o di essere poco credibili, che risuonano nei tribunali, sono tutti fattori che provocano una seconda violenza chiamata «vittimizzazione secondaria», che in alcuni paesi è esplicitamente vietata per legge. Ma la violenza non nasce sugli alberi ed è il prodotto di uno sbilanciato rapporto di forze tra uomini e donne in una cultura ancora profondamente patriarcale e paternalista, anche là dove non ce lo aspetteremmo, e che comincia fin dalla scuola, dove i maschi giocano a pallone e le femmine con le bambole. Considerare una donna un oggetto di cui disporre fino alla sua uccisione, e la libertà di toccare un sedere quando passa accanto come se fosse un soprammobile, fanno parte dello stesso humus culturale ed è molto difficile liberarsi da certi stereotipi se non si attua una trasformazione profonda e capillare che superi l’emancipazione per una reale messa in discussione dei ruoli, della libertà e del potere, e questo in tutti gli ambiti della vita sociale e privata: sul lavoro, a scuola, in famiglia, per strada e nella vita quotidiana.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Politica e Economia

In Asia c’è bisogno d’America Viaggio di Trump L’avvicinamento Usa-Vietnam, divenuto via via più caloroso da Clinton a Bush a Obama,

è l’esempio più illuminante per capire la volontà di contenimento dell’espansionismo cinese nella regione

Ad Hanoi e a Da Nang fa effetto sentire risuonare lo slogan «America First». (AFP)

Federico Rampini Comincio con una notazione personale questo secondo diario di viaggio dal tour asiatico che ho fatto al seguito di Donald Trump (la prima puntata, dalla Cina, l’avete potuta leggere qui la settimana scorsa). In quella lunga missione internazionale ero l’unico giornalista italiano a viaggiare con la Casa Bianca. Solo, fra i colleghi americani e asiatici; qualche tedesco, pochi inglesi. Mi era già successo in primavera quando lo seguii in Arabia saudita e Israele. Un tempo la comitiva dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca che seguivano i presidenti nelle missioni internazionali, includeva tre o quattro giornalisti italiani. Sono un superstite. Per quanto tempo ancora? Non c’entrano Trump e la sua scarsa popolarità. La decimazione dei giornalisti che viaggiano era cominciata da anni, sotto Obama. Via via ho visto sparire da questi viaggi anche i colleghi di «Le Monde», «El País», «The Independent» e altri quotidiani europei che un tempo erano una presenza fissa. Giornali che in passato facevano dell’informazione internazionale un punto di forza, ora mancano all’appello. È una triste questione di soldi. Mandare un inviato all’estero costa. Se poi deve sottostare ai diktat della Casa Bianca, che crea corsie preferenziali per chi viaggia con i loro mezzi, la spesa sale. Perché ai giornali fanno pagare i viaggi dello staff della

Drogati di internet Reportage online Internet, videogiochi online, smartphone: quando il divertimento si trasforma in dipendenza. Visita di un centro di «disintossicazione digitale» a Seattle, dove si tenta di curare la generazione dei connessi patologici. Sul sito del nostro giornale (www.azione.ch) trovate il reportage di Xavier Filliez con le fotografie di Didier Ruef.

Casa Bianca e degli uomini del Secret Service che ci scortano, ci proteggono e/o ci sorvegliano. Questo, nelle difficoltà economiche in cui la stampa si dibatte, crea un incentivo perverso. La tentazione di seguire questi eventi da lontano. Restando in redazione, seduti a una scrivania, gli occhi incollati allo schermo di un pc, a leggere agenzie, comunicati, a guardare i tg. È una strada inclinata. Porta in un luogo molto pericoloso. Il giornalismo fatto così, come può difendersi dall’assalto dei blogger, dei tuttologi improvvisati sui social media, dei commentatori in pigiama che rovesciano le loro teorie attingendo a tutto lo sciocchezzaio della Rete? Cosa rimane della professionalità di un giornalista se non vai più a vedere le cose, a esplorare paesi lontani, a documentarti sull’agenda dei governi stranieri, sulle tensioni tra i popoli, le linee di frattura tra le civiltà e le egemonie imperiali? Una sala stampa che si svuota riguarda tutti i cittadini. Tanto più quando i summit tra i potenti mettono in scena dei personaggi che i giornalisti li odiano e li boicottano. A Trump non importa nulla di avere degli inviati al seguito. Xi Jinping, Putin, Erdogan o Duterte, ai loro giornalisti hanno già messo la museruola. Venendo al viaggio, le ultime tappe hanno avuto meno risonanza perché il super-summit era avvenuto a Pechino. Però quel che è accaduto in Vietnam e nelle Filippine è importante. Fa effetto sentir risuonare lo slogan «America First» in Vietnam, e in una località come Danang martoriata dalla guerra: gli americani fino al 1975 vi fecero un uso massiccio di defolianti chimici. Il Vietnam di oggi ha voltato pagina, quest’anno ha ospitato il vertice dell’Apec. Cioè quell’associazione AsiaPacifico all’interno della quale nacque l’ultimo grande trattato multilaterale di libero scambio, il Tpp voluto da Obama. Trump ha confermato che lui quella globalizzazione non la vuole più. Il Tpp andrà avanti con 11 paesi senza l’America, la leadership di fatto viene assunta dal Giappone di Shinzo Abe (la Cina non è mai stata inclusa nel Tpp). Ripe-

tendo il suo slogan elettorale «America First», Trump ha indicato che difenderà più duramente dei suoi predecessori gli interessi dell’industria americana e dei lavoratori. In questo senso descriverlo come isolato è corretto e fuorviante al tempo stesso: quando dice queste cose Trump si isola dal pensiero unico neoliberista e da un pezzo della comunità internazionale; non si isola dall’opinione pubblica americana, non dai metalmeccanici che lo hanno votato. Al funerale di una globalizzazione che fu per mezzo secolo a guida americana, a Danang si è presentato Xi Jinping con la sua alternativa. È il globalismo alla cinese, che lui predica presentandosi come il nuovo alfiere delle frontiere aperte. Facile descrivere la Cina come la nuova potenza che ha una visione multilaterale e un progetto universale, mentre l’America si ritira nel protezionismo. Ma l’elogio della globalizzazione che Xi è andato a fare in Vietnam, suona come l’apologia di una dieta carnivora da parte di una tigre. La sua Cina sta nel club dei vincitori, l’Occidente no. Dite «ambasciata americana in Vietnam» e riaffiora il ricordo di un’immagine tragica, una foto del 29 aprile 1975 immortala un elicottero che dal tetto porta via gli ultimi addetti alla sede diplomatica, in un fuggi fuggi angosciante, coi dipendenti sudvietnamiti che tentano disperatamente di salire sul velivolo nell’evacuazione finale. La città era Saigon, caduta in mano ai nordvietnamiti. Oggi l’ambasciata Usa si trova a Hanoi, in quella che 42 anni fa era la «metà nemica» del Paese. E ha così tanto personale che lo spazio non le basta più. In occasione della visita di Trump i due paesi hanno firmato un accordo che consente agli americani di comprare un nuovo terreno, dove sorgerà una megaambasciata nuova, per gestire il boom nelle relazioni bilaterali. È stato firmato un accordo di cooperazione militare. La U.S. Coast Guard ha consegnato la prima nave-vedetta alla marina militare di Hanoi. È l’occasione per misurare quanto in Asia sia forte il bisogno di un «amico americano» per bilanciare e contenere la Cina. Il caso del Vietnam è

eclatante per la rapidità con cui questo paese martoriato dalla guerra decise di riconciliarsi con l’America per proteggersi dalla minaccia più vicina e più incombente. C’è una logica geostrategica stringente e prescinde da chi stia alla Casa Bianca. Trump eredita un’evoluzione che dura da quattro Amministrazioni. L’avvicinamento Vietnam-Usa è diventato via via più caloroso da Clinton a Bush a Obama. La complessa relazione tra Cina e Vietnam aiuta a capire il concetto dell’ «Indo-Pacifico» di cui si è discusso durante questo viaggio. Lo ha suggerito il premier giapponese Shinzo Abe: fautore di un cordone di democrazie che vada dall’India al Giappone, dall’Australia all’America, per contenere l’espansionismo cinese. Anni addietro era stato approfondito da uno dei più autorevoli esperti geopolitici americani, Robert Kaplan. Che nel suo saggio Asia’s Cauldron ricorda come lo stesso Vietnam da millenni ospita al proprio interno due civiltà, una di ascendenza indiana e l’altra cinese. Ma è la Cina il vicino che ripetutamente ha invaso il Vietnam: la guerra con gli Usa è poca cosa in confronto alla catena secolare di conflitti coi cinesi (l’ultimo nel 1979 con l’invasione «punitiva» ordinata da Deng Xiaoping). Il concetto di area indo-pacifica vuole contrastare una narrazione originata Pechino, che vede i mari limitrofi e il sud-est asiatico come «naturale sfera d’influenza» di Pechino. Ultima tappa, Manila. Poco più di un anno fa, Barack Obama osò esortare l’Uomo Forte delle Filippine a un maggiore rispetto dei diritti umani, avanzando riserve sugli «squadroni della morte» usati nella lotta alla droga. Rodrigo Duterte reagì dando al presidente degli Stati Uniti del «figlio di p…» in pubblico. Acqua passata. Con Trump è sbocciato un idillio. Già ad aprile in una memorabile telefonata Trump elogiò Duterte per «l’incredibile lavoro svolto contro la droga». Dietro il feeling Trump-Duterte affiora un fenomeno che non è affatto limitato alle Filippine. È il modello del «benessere illiberale»

che trionfa in quest’area del mondo: la più dinamica in assoluto, con velocità di crescita economica in certi casi perfino superiore alla Cina. Lo sviluppo senza i diritti umani. La mappa geografica delle democrazie, dopo essersi allargata dagli anni Settanta in poi, ha cominciato a retrocedere di recente. Trump non c’entra, lui arriva dopo che il fenomeno si è già manifestato, si limita ad assecondarlo a posteriori, con una politica estera dalla quale i diritti umani sono vistosamente assenti. Ma il fallimento di alcuni esperimenti democratici risale agli anni di Obama. In coincidenza con delle perfomance economiche di tutto rispetto. Perfino i paesi che sembravano più legati all’America, candidati a consolidare qualche forma di democrazia liberale, hanno imboccato il cammino inverso. In Thailandia i militari non mollano la presa tre anni dopo il golpe. Singapore continua ad essere governata da un paternalismo autoritario. Perfino l’Indonesia è in una fase di involuzione: il modello democratico che fu decantato da Obama vacilla sotto la pressione dei fondamentalisti islamici. La delusione più grande è il Myanmar, dove Aung San Suu Kyi è accusata di avallare le persecuzioni delle minoranze etniche, in particolare i Rohingya musulmani. La «via illiberale allo sviluppo» è un brutale risveglio, dopo l’ingenuo ottimismo occidentale in voga ancora pochi anni fa, sul nesso tra globalizzazione e libertà. Dove e quando

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Politica e Economia

Beirut, fragile pedina

Libano La guerra civile in Siria ha messo fine alla partita che l’Arabia

saudita giocava nella regione nel tentativo di indebolire l’Iran e i loro alleati Hezbollah. Partita che ora tenta di riaprire nel Paese dei cedri Marcella Emiliani «Il Libano è troppo piccolo e vulnerabile per sopportare il carico economico e politico che comportano queste dimissioni… e io insisterò perché si arrivi al dialogo tra Arabia Saudita e Iran». Lapidario ed essenziale, il vecchio Walid Jumblatt ha focalizzato al volo quale gravissima minaccia per la stabilità del suo paese si nascondesse dietro le dimissioni del premier Saad Hariri del 4 novembre scorso. Leader della comunità drusa del piccolo paese dei cedri, Jumblatt ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra civile che ha dilaniato il Libano dal 1975 al 1990, ha lottato assieme ai cristiani e ai sunniti per cacciare l’esercito siriano che stazionava nel paese dal 1976 e in quella lotta a rimetterci la vita fu il padre di Saad Hariri, Rafiq, in un attentato in pieno centro a Beirut nel 2005, in seguito al quale, sempre nel 2005, le truppe di Bashar al-Assad furono costrette dalle Nazioni Unite ad andarsene. All’indomani della scomparsa di Rafiq Hariri venne poi creato il Tribunale speciale per il Libano, con sede all’Aja, che da allora indaga sulla sua morte, per la quale ha incriminato membri di Hezbollah, non si sa in che misura «coperti» dai servizi segreti siriani. Hezbollah e servizi siriani ovviamente hanno sempre negato ogni loro coinvolgimento. Ma da allora il Libano – se si esclude lo Yemen ormai devastato – è diventato la pedina più fragile del braccio di ferro tra Arabia Saudita e Iran in Medio Oriente. Dal 2005 ad oggi, infatti, si è drammaticamente sbilanciato il rapporto di forza tra le due potenze del Golfo. Mentre l’Iran, padrino degli Hezbollah, non ha fatto che rafforzarsi (in Iraq, nella guerra civile seguita all’Operazione Iraqi Freedom del 2003 che ha abbattuto la dittatura di Saddam Hussein e in Siria, sostenendo Bashar al-Assad ufficialmente «nella lotta al terrorismo» dell’Isis), l’Arabia Saudita si è invece drammaticamente indebolita negli stessi quadranti di conflitto tanto più quanto dal 2015 nella guerra in Siria è intervenuta la Russia, vero pilastro del regime di Da-

masco e alleata sul terreno di Teheran. L’attivismo di Putin in Medio Oriente è un’ altra grossa novità nell’attuale panorama geostrategico della regione. Non staremo a ripetere l’importanza del suo intervento nella guerra civile siriana, ma è una realtà che la Russia abbia saputo sfruttare il declino degli Stati Uniti nell’area mediorientale e non solo in quella. Sta di fatto che oggi com’è oggi i tradizionali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, a partire dall’Arabia Saudita e dal Libano, non si sentono affatto rassicurati dal comportamento ondivago della presidenza Trump. A parole Trump, infatti, sostiene ogni mossa dell’erede al trono di Riad, Mohammed bin Salman (MbS), dall’intervento armato in Yemen alla contrapposizione con Teheran, ribadendo ad ogni piè sospinto che farà di tutto per smantellare l’Accordo sul nucleare iraniano, negoziato nel 2015 dai cosiddetti 5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Usa più la Germania). Nei fatti per ora è riuscito soltanto a decertificare parzialmente l’Accordo, in attesa che il Congresso trovi il bandolo di un processo di revisione molto complesso mentre deve contemporaneamente vagliare le nuove sanzioni che il presidente vorrebbe comminare a Teheran per il suo programma di rafforzamento dell’arsenale missilistico (molti vettori, tra l’altro, sono di fabbricazione nord-coreana) e per l’appoggio fornito a Bashar al-Assad in Siria, agli Hezbollah libanesi e ad altri gruppi terroristici in Medio Oriente. Un iter che richiederà tempo e che non è detto vada in porto secondo i desiderata di Trump, perché parte della sua stessa amministrazione ci va coi piedi di piombo (leggi il segretario di Stato Rex Tillerson), il Congresso potrebbe riservargli sorprese e soprattutto tutti gli altri firmatari dell’Accordo sono fermamente intenzionati a mantenerlo in vigore. Tra parentesi, non più tardi del 10 novembre scorso Yukiya Amano, il direttore generale dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), ha riaffermato all’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley che l’Iran sta pienamente rispettando gli impegni presi nel 2015.

Cinicamente parlando, ci chiederemo quanto le improvvide fughe in avanti di Trump abbiano spinto l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman a bruciare i tempi nel braccio di ferro con l’Iran tentando di destabilizzare il Libano? Qualora la situazione dovesse davvero farsi critica l’Iran sarebbe costretto a scendere in campo accanto agli Hezbollah, mentre è ancora attivamente impegnato in Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan e dio solo sa dove altro. Detto in parole povere, l’Arabia Saudita, proprio perché si sente debole, potrebbe aver «indotto» il primo ministro libanese Saad Hariri (sunnita e legato a Riad da affari di vecchia data) a dimettersi per frenare l’ascesa dell’Iran nella regione e impedirgli di consolidare quell’accesso al Mediterraneo via Iraq-Siria e Libano che oggi, nella parte terminale, gli è garantito proprio dagli Hezbollah. Questa peraltro è la tesi del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che in un bollente discorso televisivo del 10 novembre, ha addirittura sostenuto che Hariri è stato costretto dai sauditi a lasciare il proprio incarico e sarebbe in pratica prigioniero a Riad. Dal canto suo il presidente libanese Michel Aoun, cristiano ma filo-Hezbollah, non ha ancora accettato le dimissioni del primo ministro e ha chiesto ufficialmente lumi sulla sua sorte all’Arabia Saudita. Riad ha rassicurato tutti senza convincere nessuno ed è dovuto intervenire Saad Hariri in persona, il 12 novembre con un’intervista sull’emittente televisiva del suo partito, il Movimento per il Futuro, per dire sostanzialmente che forse ritirerà le dimissioni, presto tornerà in patria, e potrà collaborare di nuovo con gli Hezbollah purché depongano le armi e si ritirino da tutti gli scenari di conflitto in cui sono intervenuti. Sa benissimo che gli Hezbollah non lo faranno mai. Il premier, «nel limbo» diremo noi, era visibilmente imbarazzato e affaticato, e anche solo per questo i suoi concittadini sono rimasti molto scettici sulle sue sorti. A preoccuparsi seriamente è stato il presidente Aoun che il 14 settembre ha sposato la tesi di Nasrallah e ha accusato

Delhi, Lahore e le nuvole

La seta indiana Un tempo le due città di confine erano accomunate

da una stessa cultura e non soltanto, come oggi, da nubi di smog

Puntuale, da un paio di anni a questa parte, una coltre di smog è tornata a coprire il cielo e le strade di Delhi. E siccome lo smog è democratico, la grigia e tossica nube arriva anche dall’altra parte del confine, a Lahore: colpa dei rimasugli del raccolto bruciati nei campi del Punjab, dicono. E i due paesi fratellicoltelli si accusano l’un altro per i livelli di inquinamento raggiunti. Le polemi-

che sui giornali e in televisione sono infinite, le accuse anche, e per strada sono tornate a circolare le mascherine da mettere sul viso: con o senza apposito filtro, bianche o azzurre tipo chirurgo o colorate e vezzose. La qualità dell’aria non impedisce però a nessuno di circolare e, soprattutto, di continuare a prendere la macchina anche per tragitti piuttosto brevi. Il traffico di Delhi è ormai diventato un incubo, specie in alcune zone della città. E non il traffico

AFP

Francesca Marino

caotico di persone e mezzi di trasporto eclettici che si trova ormai soltanto nella città vecchia o nelle città di provincia, ma l’incubo di lamiere in cui tutti noi occidentali siamo cresciuti e siamo abituati a vivere. La qualità dell’aria non impedisce neanche, per fortuna, che il Delhi Walk Festival vada avanti. Si tratta di camminate a tema in diverse zone della città: camminate a tema culturale, musicale, ecologico o mangereccio. A guidare le passeggiate di gruppi di una ventina di persone sono scrittori, giornalisti, intellettuali o attivisti sociali. I posti per le camminate guidate da William Darlymple, a tema Mughal bianco e dintorni, sono andati esauriti online in meno di dieci minuti. Si tratta di un modo affascinante e insolito per conoscere la città e per esplorare posti in cui non hai mai pensato di andare anche se si trovano praticamente dietro l’angolo o per fare cose che ti sei sempre ripromesso di fare senza trovare mai il tempo o l’energia. Come esplorare la zona intorno alla Jama Masjid (foto) di sera, a caccia dei migliori posti in cui si fanno kebab e

Il premier libanese Saad Hariri di fronte ad un ritratto del padre Rafiq. (AFP)

Riad di tenere Hariri prigioniero, chiedendo il suo ritorno entro 12 ore prima di appellarsi al diritto internazionale. Le dimissioni di Saad Hariri assomigliano tanto ad una partita a poker con l’acqua alla gola (di Riad e Beirut) tutta giocata sui seguenti interrogativi: fin dove sono disposti ad arrivare gli Hezbollah e l’Iran per mantenere la supremazia che si sono conquistati in Libano anche in virtù dei loro interventi in Iraq e in Siria? E nel caso tentassero un colpo di mano militare, fin dove è disposta la Russia a «coprirli»? Allo stato attuale delle cose Putin, almeno alla luce del sole, non è mai intervenuto in Libano, ma l’accesso al Mediterraneo lo interessa molto, visto che l’appoggio a Bashar al-Assad gli ha fruttato la base navale di Tartus sulla costa siriana e tre basi militari che sono anche basi aeree da cui può tenere sotto controllo non solo il Mediterraneo, ma l’intera regione. La Russia però è in buoni rapporti anche con l’Arabia Saudita, cui vende interi sistema d’arma come all’Iran. Può darsi allora che Putin abbia maggior interesse a mediare tra le due potenze del Golfo piuttosto che appiattirsi sull’asse Iran-Siria-Hezbollah più la Turchia, e aumentare così il suo prestigio e potere in Medio Oriente, a scapito degli Stati Uniti. Stati Uniti che, per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson, il 10 novembre si sono limitati ad invitare tutti gli attori regionali a non trasformare il Libano nel teatro di un’altra guerra per procura, definendo però Hariri «un solido partner» degli

Usa. Un po’ pochino per rassicurare o spaventare chiunque. Dal canto suo l’Iran per ora ha espresso solo preoccupazione, denunciando «una manovra destabilizzatrice dell’Arabia Saudita, degli Stati Uniti e dei sionisti», a proposito dei quali poniamoci un ultimo interrogativo: cosa farà Israele? Quello che si teme a Gerusalemme è che la mossa dell’Arabia Saudita (le dimissioni di Hariri) altro non sia che il mezzo per spingere Israele ad intervenire in Libano contro gli Hezbollah, e cominciare così anche a «tagliare le unghie» all’ arci-nemico Iran, indebolendo la sua creatura. Non è un mistero per nessuno che negli ultimi mesi Israele abbia moltiplicato i suoi raid militari in Siria per impedire che forniture militari provenienti da Teheran arrivassero agli Hezbollah. Ma nessuno ha dimenticato l’esito della guerra israelo-libanese del 2006 quando l’esercito e l’aviazione con la stella di Davide rasero al suolo mezzo Libano per punire il continuo lancio di razzi da parte degli Hezbollah verso le città israeliane e le uccisioni e i rapimenti di militari israeliani sul confine. Gli Hezbollah non solo sopravvissero, ma ne uscirono come vincitori «morali» potendosi vantare di aver difeso il suolo patrio in prima linea, laddove l’esercito libanese non aveva saputo opporre nessuna efficace resistenza. Da allora gli Hezbollah sono diventati ancora più forti e «professionali» in termini militari, e l’esito di un ulteriore scontro non sarebbe affatto scontato.

biryani. Cibo di strada o, per essere più esatti, cibo da soldati e da carovane di mercanti dei tempi antichi che è poi diventato, nel caso del biryani, una delle più squisite raffinatezze che la cucina indiana può offrire. Ne esistono diverse versioni: quella di Hyderabad, quella di Lucknow, quella di Calcutta declinate poi in diverse varianti locali. Si tratta praticamente di riso e carne, montone o pollo, cotti assieme lentamente in una pentola sigillata. Ma questa descrizione sommaria non rende neanche lontanamente l’idea della fragranza e della complessità di sapori del piatto in questione. Il mio preferito è il biryani di Hyderabad, che viene preparato con una varietà di spezie incredibile e cucinato a crudo. Nella versione di Lucknow la carne e riso vengono cotti a metà separatamente e poi uniti, come nella versione di Calcutta in cui compaiono però anche le patate. Tuffarsi verso le nove di sera nella confusione delle strade attorno alla Jama Masjid è emozionante anche per chi conosce bene il posto. È un modo diverso da quello del giorno, un mondo in cui le strade si animano molto più che di notte e si riempiono di profumi e fragranze di cibo, di spezie o delle essenze vendute negli appositi negozietti. Davanti ad alcune botteghe, una folla di uomini o donne seduti per terra, in attesa. I passanti possono dare del denaro ai proprietari e nutrire la folla di chi non ha cibo né casa. Venti rupie (pochi

centesimi) a testa bastano per un pasto completo. In molti dei posti più gettonati per la qualità del cibo si mangia comunque per strada, tenendo in bilico un piattino di foglie disseccate o un piatto di carta. C’è il vicolo dei venditori di kebab, il vicolo dei fornai, il vicolo di quelli che cucinano riso in diverse varianti. Ci sono posti specializzati in kebab di bufalo, altri in cui la carne macinata a formare una specie di polpetta è così soffice che viene tenuta insieme da un filo: srotoli il filo e la polpetta si disfa nel piatto. Ci sono gli ambulanti, che vendono zuppa di pollo speziata all’angolo della strada offerta in bicchieri di coccio o di cartone. C’è una bevanda che si chiama «Pyaar Mohabbat Mazaa» (amore, affetto e divertimento): si tratta di latte, acqua di rose e cubetti di anguria: quando fa caldo, l’angolo di strada del venditore in questione viene letteralmente preso d’assalto. Si tratta di un altro mondo, un mondo a parte, in cui visitare (e mangiare) in una decina di posti costa meno di dieci euro in totale. In cui nessuno si preoccupa della qualità dell’aria né porta mascherine. In cui gli unici volti coperti sono quelli di alcune donne che indossano l’hijab. Un mondo in cui la differenza tra Delhi e Lahore, tra una parte e l’altra del confine, si annulla fino a scomparire quasi del tutto e le due città sono accomunate, come erano un tempo, da una stessa cultura e non soltanto, come oggi, dalle nubi di smog.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Politica e Economia

L’utopia del disarmo

Trattati Mentre la Corea del Nord lancia le sue minacce nucleari sfidando il mondo intero,

Notizie dal mondo Finisce l’era Mugabe?

il Vaticano chiama una dozzina di premi Nobel a perorare la causa del disarmo. Persa ormai? Alfredo Venturi Un mondo senza armi atomiche non è un’utopia, dice papa Francesco. Sarà, ma certo a un’utopia assomiglia molto, visto che ormai da mezzo secolo si discute invano, o quasi, di disarmo nucleare. È vero che qualche progresso è stato fatto, per esempio nel 2001 l’accordo START per la riduzione delle armi strategiche (Strategic Arms Reduction Treaty), concordato dieci anni prima da Stati Uniti e Unione Sovietica, raggiunse un importante obiettivo. Grazie a quel trattato i due arsenali nucleari erano stati ridotti dei quattro quinti. Un successo oscurato dal fatto che le armi residue erano più che sufficienti per fare del nostro pianeta un ciottolo incandescente vagante nello spazio senza più ombra di vita. Eppure proprio questa prospettiva aveva salvato la pace negli anni della Guerra fredda. Si parlava di MAD, mutual assured destruction, distruzione reciproca garantita: la garanzia consisteva nel fatto che chi avesse fatto la prima mossa, lanciando l’attacco atomico, poteva essere certo che la risposta, affidata alle armi sopravvissute al primo colpo, sarebbe stata altrettanto devastante. Non a caso la sigla, letta come parola inglese, richiama la follia, quella stessa che un vignettista rappresentò efficacemente disegnando un pianeta irto di missili come un puntaspilli. Dunque il risultato del 2001 non poteva bastare, e così Stati Uniti e Russia, erede quest’ultima della superpotenza sovietica, ripresero a trattare. Ci vollero altri nove anni perché i negoziatori raggiungessero, dopo una serie di passi intermedi quali lo START 2 e il SORT (Strategic Offensive Reductions Treaty) un nuovo accordo denominato New START. Il 7 aprile del 2010, in un salone del castello di Praga, lo firmarono il presidente americano Barack Obama e il russo Dimitri Medvedev. Si parlò di intesa storica, effettivamente il trattato faceva compiere al disarmo nucleare un altro passo avanti. Prevedeva che entro un decennio le due superpotenze avrebbero ridotto i loro arsenali fino a un tetto di 1550 testate atomiche e settecento fra missili balistici intercontinentali e bombardieri strategici. Ancora una volta il successo diplomatico era offuscato dalla catastrofica potenzialità degli ordigni che sarebbero rimasti a disposizione, mentre l’equilibrio garantito dall’accordo, impegnando soltanto i due grandi, non eliminava il rischio della guerra nucleare scatenata da altri. Per di più il riacutizzarsi delle tensioni fra Mosca e Occidente ha portato negli anni più recenti a un allentamento della sensibilità al tema del disarmo atomico. I tentativi di fermare la corsa alle armi più devastanti della storia erano cominciati già negli anni Sessanta. Ancora era vivo il ricordo delle stragi di Hiroshima e Nagasaki, le potenze nucleari stavano sperimentando nei deserti, sugli atolli oceanici e nel sottosuolo, incuranti dei disastrosi effetti sull’ambiente, ordigni sempre più sofisticati. Nel 1970 entrava in vigore il trattato di non proliferazione che impegnava i paesi non nucleari a rimanere tali e ad accettare ispezioni

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Masako Wada, sopravvissuta al bombardamento nucleare americano su Nagasaki del 9 agosto 1945. (AFP)

internazionali, mentre le potenze atomiche promettevano di non cedere ad altri tecnologia, assistenza e materiali. Nel 1972 Stati Uniti e Unione Sovietica chiudevano il negoziato SALT (Strategic Arms Limitation Talks), con un accordo che bloccava la costruzione di missili intercontinentali. Nel ’79 questo trattato veniva sostituito dal SALT 2, che poneva ulteriori limiti alla dotazione di missili. Successivamente la diplomazia del disarmo fece un significativo passo avanti passando dall’ottica della limitazione a quella della riduzione. Il primo START viene firmato nel ’91 e ratificato tre anni più tardi. E finalmente il New START, firmato da Obama e Medvedev, entrato in vigore nel 2011, destinato a durare fino al 2021. Tutti questi strumenti diplomatici furono negoziati a Ginevra, in un’atmosfera ovattata in cui gli incontri ufficiali si alternavano a contatti informali a volte decisivi. Come quello che vide il negoziatore americano Paul Nitze e la sua controparte sovietica Nikolai Ogarkov discutere animatamente ma amichevolmente passeggiando in un boschetto sulle sponde del lago.

I tentativi di fermare la corsa alle armi più devastanti della storia erano incominciati già negli anni Sessanta Seguendo questa vicenda diplomatica si poteva registrare una curiosità linguistica che pareva sottolineare la difficile comunicabilità fra le parti. Russi e americani non concordavano nemmeno nel nominare l’oggetto del contendere. Parlando di missili i negoziatori degli Stati Uniti dicevano ’misails, pronunciando la parola all’ameSede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

ricana. Ma i diplomatici russi e i loro interpreti, che evidentemente avevano appreso la lingua da severi custodi del Queen’s English, rispondevano ’misls. Sembrava che parlassero di cose diverse. E intanto quegli apocalittici razzi carichi di testate nucleari, ’misails o ’misls che fossero, dormivano nei loro silos o a bordo dei sottomarini strategici, programmati per scatenare la loro devastante energia su bersagli ben definiti in territorio nemico, in attesa di un accordo che almeno ne sfoltisse il numero. L’accordo arrivò in più fasi, frutto di estenuanti trattative in cui l’aspetto tecnico veniva spesso sovrastato da variabili politiche, in particolare dai tumultuosi avvenimenti che portarono alla trasformazione prima, poi al collasso dell’Unione Sovietica. Il processo coinvolse cinque presidenti americani da Reagan a Clinton, dai due Bush a Obama, e quattro sovietici o russi da Gorbaciov a Eltsin, da Medvedev a Putin. Secondo dati approssimativi esistono oggi nel mondo più di ventimila ordigni nucleari. La maggior parte negli arsenali di Stati Uniti e Russia. Un altro migliaio fra Cina, Regno Unito, Francia, Israele, India, Pakistan e Corea del nord. Ma molto materiale atomico potrebbe essere sfuggito ai controlli, soprattutto in seguito alle convulsioni che all’inizio degli anni Novanta hanno accompagnato la dissoluzione dell’Unione Sovietica. E così fra le tante piacevolezze del nostro tempo ecco aggirarsi per il mondo lo spettro del terrorismo nucleare. Lo rende ancora più credibile il fatto che sono all’opera decine, centinaia di emuli del Dottor Stranamore. Ormai da anni si lavora alla miniaturizzazione di queste armi. Di qui un incubo supplementare fra i tanti che ci assillano: chi ci difenderà dall’atomica tascabile? Quanto al collasso sovietico, ha dato il via a una nuova percezione

della questione nucleare. Dopo l’ingresso nella Nato degli ex-satelliti dell’Europa centro-orientale e delle repubbliche baltiche, e dopo l’irrigidimento dei rapporti in seguito alla crisi ucraina, la Russia di Vladimir Putin si sente accerchiata e annuncia una nuova corsa al riarmo. Altro che «fine della storia», e del resto l’America a trazione trumpiana non sembra certo la più incline a politiche conciliatorie e pacificanti. Mentre la piccola Sparta coreana sperimenta missili e cariche, anche all’idrogeno, sfidando gli Stati Uniti e il mondo intero, il Vaticano chiama una dozzina di Premi Nobel a perorare la causa del disarmo. Ma nonostante l’auspicio del papa l’invito a svuotare gli arsenali e riempire i granai appare una generosa utopia. A tutt’oggi, dopo tante belle parole, esiste al mondo una sola potenza ex-nucleare, che cioè dopo essersi armata con ordigni atomici ha deciso di sbarazzarsene. È il Sud Africa, che dopo la fine del regime di segregazione razziale, sotto l’influsso della personalità di Nelson Mandela, seppe liberarsi delle armi a fissione di cui si era dotato negli anni dell’apartheid, quando l’isolamento internazionale aveva indotto il governo di Pretoria a questa misura che considerava autoprotettiva. Un esempio che nessun altro fra i paesi nucleari ha seguito, mentre la stessa non proliferazione è minacciata da una tecnologia che rende pericolosamente semplice fabbricare armi atomiche partendo dagli usi pacifici di questa energia. Tipico il caso dell’Iran, che la comunità internazionale ha sospettato d’inseguire l’obiettivo nucleare fino alla recente intesa. Ma se per l’ex-presidente Obama questo sviluppo è un fiore all’occhiello, il bellicoso successore Trump lo considera nient’altro che una resa dell’Occidente al regime degli ayatollah.

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Non è ancora scoccata l’ora dell’addio per Robert Mugabe, ma potrebbe essere questione di giorni, al massimo settimane. Il 93enne presidente dello Zimbabwe è controllato a vista dall’esercito all’interno del Palazzo presidenziale di Harare, capitale del Paese dell’Africa australe, dopo che i militari hanno annunciato alla tv di Stato di aver preso «temporaneamente» il controllo del Paese per ripulire il partito di governo da «un gruppo di criminali». Un riferimento diretto a Grace, 52enne moglie di Mugabe, e al G-40, una fazione interna all’esecutivo. Entrambi ritenuti responsabili dell’epurazione di Emmerson Mnangagwa, vice-presidente dello Zimbabwe e alleato di lunga data dei militari e dei veterani dello Zanu-Pf, il partito che guida ininterrottamente il Paese dal 1980. Dopo quasi dieci giorni di esilio forzato tra Mozambico e Sud Africa, il vice-presidente dello Zimbabwe è rientrato ad Harare, grazie all’avvallo dell’esercito. Probabile che, da giorni, Mnangagwa, considerato lo stretto vincolo con i vertici dell’esercito, stesse tramando la manovra militare che metterà la parola fine agli oltre 30 anni di governo Mugabe. Hacker russi in Catalogna «Russia, sappiamo quello che state facendo. Ma state sottovalutando la resilienza delle democrazie, il fascino della società libera, l’alleanza dell’Occidente». Obama aveva fatto una scenata simile a Vladimir Putin durante la campagna elettorale 2016, in privato. Mai Theresa May si era espressa in pubblico così duramente contro il presidente russo. Mercoledì scorso la premier ha accusato Putin di «seminare discordia e minacciare le istituzioni». La Commissione elettorale britannica, del resto, sta indagando su presunte influenze russe nella Brexit. Poche ore dopo, il ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha lanciato un allarme altrettanto severo: «Anche in aree come la Catalogna stanno crescendo episodi di disinformazione e manipolazione» mediante notizie provenienti da Mosca. Le parole di Dastis sono arrivate subito dopo un’inchiesta di «El País», che si basava su due fatti. Primo: «Russia Today», il canale televisivo legato al Cremlino, avrebbe intensificato notevolmente la sua campagna pro Catalogna prima del referendum del primo ottobre. Stando al premier Rajoy, il 97% per cento dei profili che disseminavano bufale anti Madrid erano falsi: la metà proveniva dalla Russia, il 30% dal Venezuela (che Putin sta mantenendo in vita pompando rubli). Secondo: uno dei principali leader catalani indipendentisti, Oriol Soler, avrebbe incontrato il 9 novembre scorso Julian Assange, il leader di Wikileaks, già pesantemente coinvolta nell’inchiesta Russiagate negli Usa. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Politica e Economia

In bilico il nuovo progetto per la tassazione delle imprese Fiscalità Sta per scadere il periodo della consultazione sul progetto che prevede un’imposta attenuata, ma uguale

per tutti e un aumento degli assegni famigliari. I pareri sono molto contrastanti e si rischia il referendum Ignazio Bonoli Manca meno di un mese al termine della consultazione, ma non si vede ancora un minimo di posizioni comuni, che possano evitare un nuovo fallimento della riforma dell’imposizione delle aziende. Come si ricorderà, il progetto di riforma dell’imposizione delle aziende III è caduto in votazione popolare il 12 febbraio 2017, a causa di un referendum lanciato dalla sinistra. Il responsabile delle finanze federali Ueli Maurer aveva detto di voler affrontare il tema con un nuovo progetto e già in giugno un gruppo di lavoro ha presentato un rapporto, nel quale si potevano constatare alcuni punti di accordo (vedi «Azione» del 19.6.17). In seguito, però, alcune posizioni si sono irrigidite. Lo scopo del nuovo progetto è sempre quello della riforma respinta: trattenere in Svizzera holding, società di domicilio e miste che, a causa delle pressioni dell’UE e dell’OCSE, perderebbero i vantaggi fiscali di cui godono oggi. In futuro, queste società pagherebbero l’imposta ordinaria, per cui andrebbero trovate altre vie per ridurre la pressione fiscale. Molto discussa fin dall’inizio era la tassazione dell’utile aziendale, epurato dei tassi di interesse, su tutto il capitale proprio dell’impresa. Questa disposizione non è più contenuta nel nuovo progetto, che però pre-

vede un aumento nella tassazione dei dividendi, nonché un aumento degli assegni famigliari. Si tratta in sostanza di concessioni a coloro che avevano promosso il referendum. Per riuscire, il nuovo progetto ha bisogno del sostegno dell’economia e dei partiti di centro – destra, con cui però non è ancora stato trovato un terreno d’intesa. Alcune posizioni sono perfino molto distanti e vanno dal semplice rinvio del messaggio in Consiglio federale al tentativo di farlo passare secondo l’iter normale. I punti del disaccordo sono l’aumento delle imposte sui dividendi e la soppressione della deduzione degli interessi sul capitale proprio. All’aumento delle tasse sui dividendi si oppongono in particolare le medie e piccole aziende (PMI), che spesso sono di proprietà familiare. Qui siamo già alla minaccia di un eventuale referendum. Si lamenta però anche il canton Zurigo, le cui aziende avrebbero tratto largo profitto dalla deduzione degli interessi sugli utili. Zurigo invece, contrariamente a Zugo o Ginevra, non potrebbe trarre molto profitto da una generale riduzione delle imposte sulle società. Si potrebbe rimediare concedendo ai cantoni la facoltà di fissare queste deduzioni, magari in forma ridotta. La Camera di commercio di Zurigo ha preparato uno strumento mirato in particolare per quelle società che ope-

rano a livello internazionale. Rinasce però già qui l’opposizione della città di Zurigo che teme per il proprio gettito fiscale. Un accordo fra Cantone e Città è comunque indispensabile per eventualmente introdurre il principio nella nuova riforma. Tutto il resto del paese comincia però a prendere coscienza dell’importanza di Zurigo quale centro economico, il cui Cantone è anche il maggior contribuente alla compensazione finanziaria intercantonale. Molti pensano perciò che una legge che va bene a Zurigo, va bene per tutto il paese, nell’ambito della concorrenza fiscale internazionale. Se ciò non fosse possibile – aggiungono anche i rappresentanti dell’artigianato – sarebbe meglio ricominciare tutto da capo. Da Zurigo viene pure una viva protesta da parte dello «Swiss Family Business», pronto a contrastare la legge che ritiene «un compromesso fra grandi gruppi e la sinistra». Il consigliere federale Ueli Maurer, zurighese, probabilmente non se lo aspettava. Tanto più che un mancato accordo fra gli ambienti più interessati potrebbe creare problemi alla «Riforma 17» già alle Camere federali, senza contare perfino le chiare minacce di referendum «da destra». Quanto alla sinistra, non si sa se si accontenterà dell’aumento degli assegni famigliari (che c’entra molto poco con

Ueli Maurer non ha perso tempo, dopo il no popolare del 12 febbraio scorso alla precedente riforma, ma il compromesso che ha raggiunto sembra avere basi poco solide. (Keystone)

la tematica), oppure se farà un’opposizione di principio a una riduzione di imposte per le società e a una diminuzione dell’impatto generale sui gettiti fiscali della Confederazione e dei Cantoni. Questi ultimi sono pure divisi sui modi e sulle conseguenze dell’applicazione della nuova riforma. L’aumento degli assegni famigliari, dettati da una legge federale, non li entusiasma, così come la riduzione del gettito delle persone giuridiche. I Cantoni sono però disposti

ad accettare una legge equilibrata e proponibile anche a livello di UE e OCSE. L’UE sta del resto preparando una nuova «Lista nera» per i «Paradisi fiscali». La Svizzera non ci sarebbe, ma se non trova una soluzione nell’ambito delle imposte delle società speciali potrebbe rientrarci. Intanto anche i Cantoni non possono più aspettare molto. Del resto Vaud ha già deciso da solo un passo verso la riduzione di carichi fiscali sulle società. Altri seguiranno? Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Solo chi è ricco può far debiti! Nelle discussioni sulle finanze pubbliche si sente spesso dire che lo Stato dovrebbe comportarsi come la famiglia spendendo solo quello di cui dispone e niente di più per non indebitarsi. Chi fa questo tipo di predica è convinto che lo Stato sia uno spendaccione e che la famiglia, o l’economia domestica come la chiamano gli statistici, siano invece probi risparmiatori. Da qualche anno sono disponibili statistiche che ci dicono tutto il contrario. Le stesse consentono di verificare quale sia veramente la portata dell’indebitamento di famiglie, aziende e Stato. Per informazione dei lettori ricorderò che, per quel che riguarda la Svizzera, i grandi debitori sono le economie domestiche che, nel primo trimestre del 2017, avevano un debito pari a un po’ più del 125% del prodotto interno lordo. Nella classifica dei debitori vengono, al secondo posto,

le aziende con un debito pari quasi al 90% e, al terzo posto, lo Stato (Confederazione, Cantoni, Comuni e altri enti pubblici) con un debito pari a un po’ più del 25% del Pil. Di conseguenza chi intende additare un esempio da seguire in materia di indebitamento, se non di risparmio, dovrebbe scegliere lo Stato e non le economie domestiche perché quest’ultime sono invece i grandi debitori della nostra economia. I dati appena pubblicati ci consentono di fare due altre osservazioni sulla situazione in materia di indebitamento. Dapprima notiamo che il debito in sé dice poco sulla situazione patrimoniale complessiva. Per poter giudicare bisognerebbe infatti tener conto anche degli attivi che corrispondono a questo debito. In Svizzera il debito delle famiglie è costituito, in larga parte, dalle ipoteche. Non tutti gli svizzeri sono quindi indebitati. Solo

chi possiede un appartamento o una casa lo è per davvero. Per avere un’idea più precisa della situazione patrimoniale bisognerebbe quindi confrontare il debito con il valore degli immobili sui quali sono state erette le ipoteche. Questo bilancio si chiuderebbe in attivo perché la sostanza immobiliare nelle mani delle famiglie ha certamente un valore superiore al debito ipotecario sopportato dalle stesse. Per lo Stato il discorso sugli attivi patrimoniali non vale, invece, perché gli stessi sono in buona parte inalienabili, vale a dire che non possono, salvo eccezione, essere venduti per eventualmente rimborsare il debito degli enti pubblici. Su scuole e strade le banche non possono erigere una cartella ipotecaria. Resta però acquisito che il meccanismo che porta all’indebitamento dello Stato è, specie a livello dei Comuni, lo stesso che deter-

mina l’indebitamento delle famiglie. Ci si indebita per finanziare investimenti di grande utilità come strade, ferrovie, scuole, ospedali, canalizzazioni e quant’altro lo Stato mette a disposizione nel settore delle infrastrutture. I dati più recenti in materia di indebitamento sono poi particolarmente interessanti perché consentono di confrontare la situazione della Svizzera con quella di altri paesi europei e con i paesi in via di sviluppo. Questo confronto mette in evidenza una correlazione negativa interessante tra l’indebitamento delle famiglie e quello dello Stato. L’indebitamento delle famiglie è particolarmente elevato in quegli Stati che – come la Svizzera per fare un esempio – conoscono un indebitamento dello Stato poco importante. Si tratta, senza eccezioni o quasi, di Stati ricchi. All’estremo opposto, l’indebitamento

delle famiglie è particolarmente basso in quegli Stati – come l’Italia, per fare un esempio – nei quali l’indebitamento dello Stato è molto elevato. Si tratta di Stati relativamente poveri. La correlazione negativa tra indebitamento delle famiglie e indebitamento dello Stato è così significativa che non può essere solo il frutto del caso. Qualcuno suggerisce che la stessa potrebbe essere determinata da una diversa ripartizione degli oneri tra Stato e famiglie, in particolare per quel che riguarda le assicurazioni sociali. In Stati ricchi – come la Svizzera – gli oneri assicurativi sono maggiormente a carico delle famiglie rispetto agli Stati più poveri, dove i sistemi pensionistici e di assicurazione malattie sono di solito statalizzati. La conclusione è comunque ovvia: solo i ricchi possono fare grandi debiti! Per i poveri il debito lo deve fare lo Stato.

e capitano ma da solo non può tenere una squadra, oltretutto dalla porta, quindi lontano dagli arbitri. Tavecchio aveva annunciato che avrebbe fatto la storia; è stato di parola, anche se non nel senso che sperava. Ventura ha rinunciato all’unico campione – Lorenzo Insigne – che in questi anni aveva maturato un’esperienza internazionale, compreso un gol al Bernabeu. Il problema è che i leader latitano in ogni campo, non solo in quello da calcio. E un Paese che non sa darsi una classe dirigente, se non sull’onda del populismo e del pauperismo digitali, non va lontano nell’era del mondo – e dei campionati – globali. Oggi gli italiani si sentono in colpa verso i loro figli: sta crescendo una generazione che non avrà il suo Mondiale. C’è ancora qualche nonno che rammenta la vittoria del 1938. I padri talora rievocano la vergogna del 1966 – «È una Corea!» – e il riscatto incompiuto del 1970, con il colpo di testa di Pelé che salta una spanna sopra Burgnich e i sei minuti di Rivera. Per chi ha tra i 40 e i 50 anni il primo bel ricordo pubblico – dopo i Giochi insanguinati di Monaco,

il caso Moro, la bomba alla stazione di Bologna – è il trionfo mondiale in Spagna: «El hombre de la cancha es Paolo Rossi (Italia)» era scritto sul tabellone del Camp Nou, in una Barcellona che si sentiva ancora l’avamposto della Spagna in Europa. Otto anni dopo abbiamo consolato i nostri fratelli minori incantati e illusi dalle notti magiche di Italia ’90, che è stato comunque un bel Mondiale; pure per Craxi e Andreotti, ignari che stava venendo giù tutto. Nel 2006 gli italiani hanno esultato per la quarta Coppa vinta in Germania, battendo i tedeschi a casa loro e poi i francesi in finale; il che ha sempre un sapore particolare. Un bambino che era troppo piccolo per ricordarsi la notte dell’Olympiastadion (9 luglio 2006) ha degli Azzurri solo ricordi orribili. L’incresciosa eliminazione dal primo mondiale africano, per opera non di una grande ma della Slovacchia, con Buffon infortunato, Chiellini gatto di marmo, l’unico lampo di un gol incredibile e inutile di Quagliarella, Gattuso in lacrime negli spogliatoi: «Ci faranno cavalieri della vergogna». La spedizione se possibile peggiore in Brasile, con il ritiro nella zona più fresca e le partite in

quella più torrida, l’illusione dei gol di Marchisio e Balotelli contro l’Inghilterra, l’umiliazione per mano della Costa Rica, il pasticcio con l’Uruguay, Prandelli che chiede scusa alla nazione, Buffon umiliato ma a ciglio asciutto. Le lacrime del capitano lunedì sera, con l’augurio al suo successore Donnarumma e il ringraziamento ai suoi difensori compreso Daniele De Rossi furibondo in panchina, resteranno un ricordo indelebile per la generazione che il suo Mondiale non l’ha ancora avuto. È una generazione che forse ha giocato poco a pallone. Se si fatica a trovare talenti, non è solo per i troppi stranieri; è perché tanti ragazzi preferiscono giocare a calcio alla wii o alla playstation che sul campo, dove si fa molta più fatica. Chi emerge è già miliardario a 18 anni, oppure si perde nelle serie inferiori e finisce a fare il saluto romano a Marzabotto. I campioni se ne vanno e gli eredi non si trovano dietro l’angolo. Eppure è nei momenti peggiori che si gettano le basi per ricostruire. Il calcio è bello perché una partita non è finita finché non è davvero finita. Lo sport è la nostra infanzia, e quindi il nostro futuro.

sia con Beethoven che con Mozart. Inoltre ci si immagina sempre che, in parallelo alla crescita, ogni istituto provveda a potenziare anche controlli e garanzie sui rischi. Tuttavia, come scriveva recentemente un esperto come Stéphane Garelli, professore all’IMD Business School di Losanna, oggi davanti ai bilanci della BNS si ha sempre l’impressione che «in una simile oscurità anche una gatta perderebbe i suoi gattini, (…) Se il rigore, trattandosi di obbligazioni, è d’obbligo, ci sono comunque altre regole del gioco da rispettare: non ci si può rispondere sempre con un “circolate, non c’è niente da vedere”». Il richiamo ad una maggiore trasparenza può forse sembrare un’inutile ossessione, ma la metafora di Garelli risulta molto calzante se riferita ai nuovi dati della BNS. Non occorre nemmeno rievocare i passi falsi degli anni Novanta – con i saliscendi dei tassi di interesse che avevano favorito la crisi immobiliare – per capire che certe cifre e tendenze non riguardano più solo la

stabilità del franco: l’ingente tesoro che la BNS gestisce può influenzare pesantemente anche le politiche di Camere e Governo, quindi anche le sorti e le scelte del Paese. Per questo, davanti a fluttuazioni che coinvolgono tanti miliardi e potenzialmente possono minacciare anche il clima socio-economico, è opportuno che il cittadino sia informato e in grado di capire perlomeno cosa fa e cosa è diventata la BNS. Insomma: è ancora un istituto di emissione che difende la nostra valuta, funzionando da contrappeso per regolare l’orologio economico elvetico, oppure è un fondo sovrano autonomo che ha decuplicato il suo bilancio sull’arco di 10 anni? E se effettivamente agisce come un fondo sovrano, simile a quello del governo norvegese (che fra i cinque maggiori investimenti annovera partecipazioni in Nestlé, Roche e Novartis, mentre la BNS è obbligata per statuto a privilegiare la Silicon Valley), non è forse urgente che agisca con maggiore trasparenza?

In&outlet di Aldo Cazzullo Il bello e il brutto del calcio Per gli italiani l’eliminazione dai Mondiali, la prima in sessant’anni, è stato uno shock collettivo. Già si calcola l’impatto negativo sul Pil e sul morale nazionali. Tre fallimenti fanno una prova: l’Italia del calcio è in crisi, come e forse più del Paese che rappresenta. In Sud Africa gli azzurri furono eliminati in malo modo, in Brasile pure; in Russia se non altro non andranno a fare altre brutte figure. Sovrapporre le vicende sportive a quelle generali può essere fuorviante: se il Mondiale dell’82 segnò davvero l’uscita da un periodo oscuro, quello del 2006 fu un lampo nel buio della depressione collettiva e del declino compiaciuto. Proprio ieri sono arrivati dati incoraggianti dall’Istat: l’economia si sta rimettendo in moto, sia pure più lentamente della media europea. Ma questo non ha cambiato l’umore medio degli italiani, prostrato da anni duri, senza che dallo sport nazionale venisse la consolazione di un riscatto. La penosa serata di San Siro, e più in generale l’eclissi del calcio italiano, sono l’ennesimo indizio che nel Paese esistono almeno tre questioni aperte: il calo dell’attitudine al sacrificio; la lentezza del ricambio generazionale; e la mancanza

di leadership. Sul crollo delle vocazioni calcistiche e sportive si è detto molto. Introdurre una quota di italiani in campionato – almeno tre in campo per squadra – non sarebbe una cattiva idea. Non sarà colpa degli stranieri, che contribuiscono a rendere il nostro campionato tra i più combattuti e spettacolari d’Europa; ma se i giovani di talento non vengono mai messi alla prova, è difficile che possano crescere. L’importante è che siano disposti ad allenarsi con serietà, senza montarsi la testa al primo contratto milionario; a giudicare dalle immagini tv, i più impegnati sul lavoro negli ultimi tempi sono stati i parrucchieri di El Shaarawy e Bernardeschi, oltre ovviamente ai tatuatori. Si è detto meno sulla selezione della classe dirigente, troppo spesso basata sulla mediocrità; che non crea invidie e malumori, ma provoca un’inevitabile caduta della qualità. Non occorreva attendere la Svezia per scoprire che il duo Tavecchio&Ventura non è all’altezza della situazione, che Bonucci è un ottimo calciatore ma non ha la tenuta nervosa per essere un vero leader, che Buffon in questi anni è cresciuto molto come uomo

Zig-Zag di Ovidio Biffi Conta il sovrano o è sovrano il conto? Puntuale come una cometa, ecco l’annuncio autunnale della Banca nazionale attraversare i cieli di una congiuntura che per tutti i mortali prosegue tra sfumature di grigio e di nero. Ma se ovunque domina l’incertezza, a Berna i mulini macinano che è un piacere: oltre ai conti della Confederazione, sono in attivo anche quelli della nostra banca centrale che a fine settembre ha contabilizzato un utile di 33,7 miliardi di franchi. Dati e antefatti di questo risultato sono stati debitamente riferiti a inizio mese da Ignazio Bonoli («Azione 45»). Mi azzardo a guardare la stessa cometa, con occhio profano e magari anche un po’ strabico rispetto a colleghi economisti ed esperti, per cercare riposta a una constatazione molto semplice: le preoccupazioni di chi, a inizio estate, lanciava allarmi su possibili «casse vuote», sono sparite; ora i timori riguardano gli attivi che stanno eccedendo e diventano imbarazzanti, tanto da suggerire questa domanda: conta ancora il sovrano o

ormai è il conto a essere sovrano? In giugno ad azionare i lampeggianti era stato il solito timore che Confederazione e Cantoni dovessero tenersi pronti a stringere ulteriormente la cinghia (anche se un accordo prevede ammortizzatori in caso di perdite). In meno di 100 giorni dal triplice rintocco della Sinfonia nr. 5 di Beethoven per le paure di deficit pesanti si è passati all’«Esultate, jubilate» del mottetto di Mozart per la sorpresa di utili oltre ogni aspettativa. Un simile cambiamento di scenario (o il pericolo che in tre mesi si potrebbe ritornare a Beethoven...) avrebbe dovuto suggerire alla BNS di impegnarsi maggiormente a spiegare l’eccedenza del terzo trimestre. In effetti, perdendo peso contro le maggiori valute, il franco ha fatto scattare anche un aumento automatico del valore delle cospicue riserve della BNS. Il comunicato precisa che quelle in oro (si tenga ben presente: quantità invariata) si sono rivalutate di 2,3 miliardi di franchi. Lo

stesso fenomeno ha «pompato» anche le posizioni in valuta estera, da cui è derivato un utile di 30,3 miliardi. Per questa voce la BNS si è limitata ad attribuire la metà circa di questo cambiamento a «un contesto borsistico favorevole», cioè ai circa 140 miliardi di franchi di investimenti in azioni estere che la piazzano, ad esempio, fra i grandi investitori delle quattro o cinque maggiori imprese statunitensi legate alle nuove tecnologie (Apple, Microsoft, Google e Amazon, tanto per non fare nomi). I silenzi e gli «omissis» su queste posizioni, la cui mole globale delle posizioni in valuta estera oltrepassa largamente i 700 miliardi (741,5 miliardi a fine ottobre, in aumento di oltre 96 miliardi da gennaio) ha riacceso le critiche di coloro che chiedono alla BNS maggiore trasparenza, anche per tenere sotto controllo scelte che non offrono garanzie sotto il profilo della sicurezza. Lo sappiamo: in campo finanziario la discrezione è regola in ogni momento,


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Cultura e Spettacoli Tagliare le parole Il difficile e complesso ruolo della censura in un libro dello storico Robert Darnton pagina 39

A Chiasso la provocazione Una mostra al m.a.x. Museo celebra le fotografie di un grande comunicatore della nostra era

Sull’isola di Sachalin Adelphi pubblica il resoconto di Anton Checov dalla colonia penale zarista di Sachalin

L’esperienza Laib a Lugano L’artista Wolfgang Laib crea opere legate intrinsecamente alla natura

pagina 41

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Siamo tutti ciechi secondo Amitav Ghosh Incontri Lo scrittore e antropologo indiano

si dice estremamente preoccupato per il rapporto sbagliato tra uomo e natura

Blanche Greco «È opinione diffusa che il cambiamento climatico ci darà molti problemi nel futuro, mentre è evidente che li stiamo già vivendo. Il mutamento è in atto. Ma nessuno ama parlare della morte. In tutto il mondo quest’anno, alluvioni e siccità hanno causato devastazioni e vittime, in India molti contadini si sono suicidati mentre la terra si spaccava per l’arsura». La fisionomia placida, il viso gentile e sorridente dello scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh, il suo inglese colto e musicale, cozzano con il discorso lucido e diretto, costruito su fatti, racconti e riflessioni, che ci espone durante il nostro incontro a Roma, e che è diventato l’argomento clou delle lezioni che sta tenendo in Italia e all’Estero e che ha espresso nel suo ultimo libro La Grande Cecità – il cambiamento climatico e l’impensabile, saggio pubblicato recentemente da Neri Pozza. «Non riusciremo mai a recuperare la giusta visione di ciò che ci circonda fintanto che continueremo a pensare in termini di “natura”, perché la parola “natura” crea una distanza, un universo separato, come quando ci riferiamo alla cultura, secondo un’idea della fine dell’800» ci spiega Amitav Ghosh. «Oggi sappiamo che non è così, la «natura» ha sempre avuto «l’imprinting» della cultura, ecco perché c’è il riscaldamento globale causato dalle emissioni con le quali l’uomo sta continuando a saturare l’atmosfera. Prima del XVIII secolo, natura e cultura non erano separate. Riflettere su cosa è successo nel nostro modo di vedere le cose, è interessante, anzi per certi versi illuminante. Ad esempio a Venezia esiste una magnifica piccola piazza chiamata Madonna dell’Orto, ma se andate a leggerne la storia, scoprirete che quella Madonna non ha niente a che fare con le piante, le verdure, o i giardini. Per trovare un rapporto migliore con ciò che ci circonda, dovremmo cominciare a pensare alla «natura» in modo più sfaccettato e ricco. Le faccio un altro esempio: noi oggi sappiamo che una buona parte della nostra massa corporea è costituita da un insieme di «parassiti»

come i batteri, esseri viventi infinitesimali che però hanno un grande impatto sulla nostra salute sia fisica che mentale, pensiamo solo alla flora intestinale che se si sbilancia, ci pone problemi seri di tutti i tipi. Questa è la natura». Per Amitav Ghosh, il cambiamento climatico non è solo il tema del suo libro, ma ciò che più gli sta a cuore da quando, lavorando alla stesura del romanzo Il paese delle Maree (2004), che si svolge nell’arcipelago delle isole Sundarbans – tra il mare e le pianure del Bengala – scoprì che qualcosa d’irreversibile stava accadendo: lì, tra le foreste di mangrovie, il mare si stava infiltrando sempre più, fino a inondare le terre coltivate, causando un inarrestabile arretramento delle linee costiere. Le Sundarbans rischiano di venire cancellate dal mare, ma sono molte le zone costiere nel mondo, la cui esistenza è minacciata dal surriscaldamento globale. Così, Amitav Ghosh in La Grande Cecità, inizia un «viaggio» che comincia dalla storia dei propri avi, nell’800 originari del Bangladesh, «profughi ecologici» ante litteram, quando il fiume Padma deviò il suo corso e si prese il loro villaggio, costringendoli a emigrare. E poi procede, ricordando episodi, notizie sulle manifestazioni della natura e sulla loro violenza; indaga raccogliendo storie, vicende, tradizioni, precedenti, sino ad arrivare alla letteratura, all’architettura, e a tracciare un affresco dove, umanità, cultura, Storia, società da un lato; ed eventi naturali e cambiamento climatico dall’altro, giocano da molti anni, drammaticamente «a nascondino». «Le antiche grandi città portuali, in Europa come in Asia, nacquero al riparo di baie, o profondi delta dei fiumi come Londra, Lisbona, o Kochi e Guangzhou, come se si dovessero tutelare dalla furia dell’oceano, da tsunami, o onde di marea. Perché invece, a partire dal 1600 cominciarono in tutto il mondo a sorgere grandi città coloniali sul litorale, come Mumbai, Chennai, New York e Charleston?» Si chiede Amitav Ghosh dopo che l’uragano Sandy, che si è abbattuto su New York nel 2012, ha evidenziato la vulnerabilità della città, e traccia un paragone con

Come si fa ad essere ottimisti? L’indiano Amitav Ghosh in un’immagine recente scattata a Roma. (Keystone)

Mumbai, altra megalopoli, dove quasi dodici milioni di persone vivono immemori di trovarsi su un gruppo di isole, o come lo definisce lui, «su un cuneo di terra rabberciato in balia dell’oceano». Come scopre Ghosh, Mumbai ha sperimentato diverse volte nella sua storia la furia degli elementi, ma è stato nel 2005 che in un solo giorno, un diluvio senza precedenti mise gli abitanti di fronte alle tragiche «conseguenze di tre secoli di indifferenza per la situazione ecologica della città». Ma le persone cosa ricordano davvero di questi eventi? E la letteratura perché corteggia il mistero, racconta di eventi soprannaturali, flirta piuttosto coi fantasmi, ma non parla che raramente di tsunami, tifoni ed altri eventi naturali che sono sempre esistiti, ma che il cambiamento climatico sta rendendo più numerosi e potenti? Nella Grande Cecità Amitav Ghosh fa emergere a poco a poco il ruolo ambiguo della «cultura, connessa al

mondo della produzione delle merci, che ne induce i desideri» e da grande affabulatore quale è, crea un’affascinante mappa geografica costellata di storie e di protagonisti reali, di dati e di riflessioni, che attinge alla psicologia, alla religione, alla pubblicità, e alla politica, per capire il comportamento dell’uomo nei confronti del proprio ambiente e, per quanto possibile, prevederne il futuro. Su questo aspetto Amitav Ghosh non nasconde il proprio pessimismo: «Molti dei fenomeni a cui assistiamo oggi, sono iniziati tanti anni fa, e non sono più reversibili, qualsiasi cosa facciamo. Perciò non è facile essere ottimisti. Inoltre è evidente che tutti i meccanismi politici che abbiamo messo in campo per combattere il cambiamento climatico, hanno fallito. Saremmo degli stupidi a non riconoscere che i nostri governi non sono stati capaci di dare risposte adeguate al problema.

Anzi, il cambiamento climatico sta provocando una vera e propria guerra. E questo è ciò che fa trionfare personaggi come Trump, che, se non altro, ammettono l’esistenza di questa guerra che provoca rifugiati, popolazioni in fuga dalle carestie, dalle alluvioni, o dalla siccità; o da eserciti che si appropriano delle fonti d’acqua». Tuttavia, concludendo la nostra intervista Amitav Gosh ammette: «Quando penso ai miei figli, voglio nutrire delle speranze e mi rincuora vedere che Papa Francesco sente il problema del cambiamento climatico e si batte per creare una consapevolezza diffusa, ma è un’eccezione. In America i protestanti sono contro qualsiasi teoria del cambiamento climatico; e le altre religioni, sembra non capiscano l’urgenza di questo problema, o sono indifferenti, chiuse nel proprio tradizionalismo; o più interessate al denaro e al profitto. Come si fa ad essere ottimisti?».


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Cultura e Spettacoli

Il destino delle tempeste

Pubblicazioni – 1 Capelli pubblica un’antologia poetica della neozelandese Janet Frame

Daniele Bernardi Negli anni 90 Jane Campion – Lezioni di piano (1993), Ritratto di signora (1996), Holy Smoke (1999) – portava sul grande schermo Un angelo alla mia tavola, film tratto dalla prima parte della tormentata autobiografia di Janet Frame (Dunedin, 1924-2004). Se fino ad allora l’opera e la vita della Frame erano note solo in parte alle nostre latitudini, con questa pellicola un pubblico ben più vasto ha scoperto il destino di un’importante scrittrice, che presto dovette scontrarsi con la voracità del male di vivere, con la povertà e l’emarginazione. Ma ad oggi il lettore di lingua italiana non aveva avuto modo di esplorare una parte centrale del suo percorso: la poesia. Infatti le traduzioni dei suoi libri – Dentro il muro (Mondadori, 1990), Gridano i gufi (Guanda, 1994), Giardini profumati per i ciechi (Guanda, 1997) e altre ancora – hanno sempre privilegiato la sua produzione in prosa rispetto a quella in versi. Eppure la poesia pervade l’universo della Frame in modo pregnante, tant’è che alcuni suoi brevi racconti possono essere considerati veri e propri componimenti lirici. A colmare questa mancanza ci pensa la collana di poesia della Gabriele Capelli Editore, ora diretta dal poeta Fabiano Alborghetti: Parleranno le tempeste è infatti una bella antologia, a cura di Francesca Benocci ed Eleonora Bello, che raccoglie brani dalle raccolte The Pocket Mirror (1967) – la sola pubblicata in vita – e The Goose Bath (2006). Il volume consta di cinquantatré testi ed è introdotto da una nota della esecutrice letteraria della Frame, la nipote Pamela Gordon. Consegnando il proprio ritratto della scrittrice, la Gordon rivela quanto, tuttora, al di là degli indiscutibili riconoscimenti all’opera romanzesca (due volte candidata al Nobel per la letteratura), Janet Frame venga paradossalmente osteggiata dai circoli

poetici dei «maschietti» della Nuova Zelanda: forse perché poco convenzionale o, semplicemente perché donna, la Frame – cito testualmente – è considerata non «di particolare influenza o valore come poetessa». Curioso destino, per una ragazzina che nei suoi diari di adolescente scriveva in segreto: «Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa» (non va escluso, anche, che questo avvenga perché la cospicua produzione narrativa della Frame mette in ombra il suo percorso poetico). Ma veniamo al libro. Come accennato, The Pocket Mirror, «Lo specchietto da tasca», è l’unica raccolta curata dall’autrice; altri testi appaiono in romanzi, sono stati pubblicati in riviste oppure semplicemente letti in pubblico. All’epoca la Frame era una donna adulta, già in possesso della propria maturità espressiva. Lo confermano, ad esempio, i versi di Il clown, dove si recepisce una forza dolorosa, frutto di un sapere che si misura col profondo patire umano: «Caro clown piangente caro vecchio uomo infantile / caro assassino gentile caro colpevole innocente / cara semplicità ti odio per avermi fatto credere / che esistano tanti mondi per una sola verità quando / lo so, lo so che non è vero. Cara gente come me e te / che abbiamo aliti cattivi, che non ci svegliamo in tempo e ci rodiamo / il fegato...». Pure si trovano, qui, brani diversissimi, nei quali ricorrono il gioco linguistico (peccato non avere il testo a fronte) e la denuncia delle violenze del proprio tempo; è il caso delle poesie Istruzioni per il bombardamento col napalm, Storia e Napalm. O ancora testi da cui emergono dettagli del quotidiano, che si fanno carico di un sentimento di imminente caducità – vedi Il posto o Sgomberare l’immobile. The Goose Bath, «Il bagno dell’oca», è invece una raccolta postuma per esplicito volere dell’autrice. Stando a quanto ci è dato leggere, si tratta di un libro rivolto all’idea della fine, della

Luciana Caglio

Dura la vita di una poetessa in un mondo di uomini: Janet Frame in un’immagine del 2002, due anni prima della morte. (Keystone)

scomparsa degli amici e degli affetti: «Nelle fiabe la morte / provoca sempre il nascere di un fiore o un uccello / la creazione di una creatura bellissima / che resta nello stesso posto per sempre», si legge in L’uccello turchese, «ed è sconcertante per il mondo / perché resta e non fa altro che essere quello che è / e guarda fisso giù circondata da luce / dall’alto dell’oscurità di quello che fu». Più volte poi, con potenza visionaria, in vari brani si rivelano panorami angoscianti, che paiono affacciarsi come dai crepacci di una memoria devastata; un esempio su tutti è il for-

tissimo testo Una stanza, con il susseguirsi delle sue immagini da incubo manicomiale. Non mancano, inoltre, i temi amorosi e le meditazioni – mai erudite, sempre autentiche – sulla poesia intesa come destino. Ma si potrebbe dire altro, perché Parleranno le tempeste è certo una gemma preziosa nel sovraffollato panorama dell’editoria italofona. Si invitano quindi i lettori a farsi avanti per scoprire il mondo poetico di Janet Frame, augurandosi che questa iniziativa rappresenti il principio di un felice percorso della rinnovata collana della casa editrice mendrisiense.

Pubblicazioni – 2 La censura come fenomeno sociologico ed etnografico che permea

e innerva le istituzioni in un poderoso libro dello storico Robert Darnton

«Per la maggior parte, i censori mostravano di prendere il loro compito con molta serietà e impegno: nell’esaminare un trattato sul commercio e sui tassi di cambio, il censore incaricato corresse l’ortografia e rifece quasi tutti i calcoli; altri stilavano un elenco degli errori fattuali, correggevano gli errori di grammatica, indicavano i difetti di stile e mettevano particolare cura nel segnalare le formulazioni che potevano risultare offensive». Non ci sono dubbi sul fatto che la parola censura sia pregna dei secoli, dei fatti e delle persone che ha in varia misura interessato. E che la pratica dell’esame affidato a qualche tipo di autorità di scritti e condotte sia stata interpretata soprattutto nel suo aspetto di sanzione limitante: la censura taglia, impedisce, proibisce. Tra le connotazioni del termine si è indubbiamente fatto avanti il significato aggiunto di «biasimo», «critica», «divieto». È quindi legittimo accogliere con favore l’ultimo libro dello storico e direttore della biblioteca di Harvard Robert Darnton. Il titolo, I censori all’opera, sembra banalmente allusivo al doppio significato dell’espressione («quelli che lavorano sulle opere» e «quelli che sono all’opera»); leggendo il libro, se ne capisce

però un’altra valenza: quella dell’analisi quasi etnografica, antropologica, certamente sociologica, dell’ufficio della censura come una specie di gestione del ruolo statale nella produzione e nella promozione dei libri. Che può essere più o meno neutra e dipende certamente dai caratteri stessi dello Stato. Riformulando, «l’attività dei censori in mezzo a tutte le altre attività che operano nell’apparato statale».

Editoria I l giornalista

ticinese ha da poco dato alle stampe il suo primo libro

Il libro va bene Stefano Vassere

La pacata indignazione di Horat

I pilastri del libro di Darnton sono l’analisi di tre situazioni storiche circoscritte, un’ampia introduzione, le conclusioni, sessanta pagine di note e abbondante materiale iconografico. Un saggio storico può essere rigoroso e documentato e insieme non cedere sul piano della leggibilità; questo saggio storico ha molta dignità su entrambi i versanti. Le situazioni, esemplificative e poi anche comparate, sulle quali si esercita riguardano la Francia del diciottesimo secolo, l’India della dominazione britannica del diciannovesimo, la Repubblica democratica tedesca nel ventesimo. Tra ampie parentesi, sarebbe bello enumerare una buona volta i tratti che distinguono un saggio che viene dalla prolifica e seducente ricerca storica anglosassone da quelli meno narrativi di tradizione a noi più prossima. L’uso della prima persona? La rappresentazione del ricercatore stesso, che è descritto per esempio mentre sale le scale di uffici a Berlino est? L’espressione esplicita di dubbi, riserve e debolezze, le dichiarazioni di rinuncia a percorrere direzioni a favore di altre? Sia come sia: sarà il piglio del testo, sarà la prospettiva etnografica e antropologica scelta, questo libro è veramente ricco e divertente. E ci aiuta a capire un aspetto fondamentale della

storia della censura come istituzione: che non è la banale attività di forbicicchio su quello che non va, sulle immagini osées, su quelle che danno fastidio a tizio o a caio, su posizioni politiche e religiose non allineate. È, la censura, un istituto che andava (e va? Nella moderna società della Rete, chissà?, il libro dovrà essere un altro) «ben oltre gli occasionali tagli ai testi, ma si estese fino a modellare e informare la letteratura stessa in quanto forza operante in tutto l’ordine sociale». Spesso i censori operano anche in positivo: nella Francia borbonica, la pubblicazione di un libro era considerata un privilegio e la censura non era solo lo spurgo di quello che non andava ma anche una serie di operazioni volte alla certificazione ufficiale dell’utilità della lettura di un libro, un avallo, una garanzia di autorità. Nel bene o nel male, almeno nei tre quadretti nazionali e temporali, la censura è la serie di attività statali e del parastato che definiscono una politica (da discutere, è chiaro) della lettura e della pubblicistica. Vista da qui, è indubbio, è tutta un’altra storia.

Se è vero che avremmo, tutti, una storia vissuta da raccontare, è altrettanto vero che renderla pubblica, attraverso un libro, può rivelarsi un rischio. E, paradossalmente, più insidioso proprio per chi, con la scrittura, ha avuto un intenso rapporto professionale, come succede al giornalista. Allenato a usare le parole, per obiettivi precisi, imposti dall’attualità e dalla pagnotta, ecco che, nella pagina del libro, trova uno spazio libero, pienamente a disposizione del suo estro e del suo pensiero. Bisogna, insomma, cambiare registro, e non è un passaggio indolore. Ne era consapevole Marco Horat, da decenni voce e firma affermata del nostro giornalismo, e, adesso, autore di un libro, dal titolo, che, a prima vista, può magari disorientare: Soprusi. Storie di ordinaria sopraffazione, edizioni Ulivo. Viene infatti da pensare a un saggio socio-politico o a un pamphlet. Si tratta invece di un racconto, o romanzo breve, al quale Horat affida il bagaglio dei ricordi e delle esperienze, ricavandone gli spunti per recuperare il proprio passato, e d’altro canto, per denunciare le storture dell’epoca. Si apre così un percorso narrativo lungo un doppio binario, fra vicende private e situazioni pubbliche, in un intreccio dove la finzione letteraria fa da filtro alla realtà e, a volte, prende il sopravvento. Succede quando il protagonista, Sven, un uomo di mezz’età, deluso da un lavoro alienante, oppresso da un ambiente che rinnega i valori in cui lui credeva, privo di affetti veri, cerca un aiuto. E si rivolge al padre, che non c’è più. Lo riscopre, o meglio lo scopre, attraverso un variegato materiale postumo: diari, lettere, annotazioni, disegni, fotografie che ricostruiscono una figura in cui Sven finisce per identificarsi, diventando l’alter ego del papà. Ne fa sue le predilezioni, le scelte culturali, l’amore per il Giappone, per la natura, per fiori e gatti. Proprio esplorando l’universo segreto di un defunto, paragonabile a una sorta di appropriazione indebita, l’autore rivela la sensibilità di cogliere lo smarrimento dei momenti cruciali dell’esistenza. Con ciò Horat, fedele al titolo, rispetta l’impegno della denuncia, d’ordine morale e ideologico. È il filo conduttore con cui, a ogni episodio del racconto, aggancia il riferimento a un guaio, un’ingiustizia, una minaccia tipici di un’epoca, per lui, sempre più invivibile. Tuttavia questo meccanismo di causa effetto a volte s’inceppa. La crisi bancaria, provocata dalla rozzezza e dall’ottusità di dirigenti ridicoli? I buoni pellirossa e i bianchi sempre cattivi? Sarà, ma qualche dubbio si giustifica. A ragion veduta, però, Marco Horat, uomo di tanti interessi ben coltivati, fra cui l’archeologia, non si lascia mai prendere la mano dalla rabbia del contestatore a ogni costo, dell’incazzato che disprezza il mondo. Non grida. La sua è un’indignazione pacata.

Bibliografia

Robert Darnton, I censori all’opera, Milano, Adelphi, 2017.

Un viaggio interiore e nel passato.


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Cultura e Spettacoli

Oliviero Toscani, artista provocatore Mostre A Chiasso la prima antologica del fotografo che cambiò i paradigmi della pubblicità

Giovanni Medolago Ero appena entrato nella scuderia Azione quando esplose il «caso Benetton-Toscani». Con la sua campagna pubblicitaria, Toscani produsse un’autentica rivoluzione: il prodotto da vendere non era più il soggetto dell’immagine; anzi: non rientrava nemmeno nell’inquadratura, lasciando spazio vuoi ai famigliari che assistono un malato di AIDS o al pretino che teneramente bacia una giovane suora immacolata. Proposi alla responsabile d’allora, Luciana Caglio, un articolo su questo clamoroso cambio di paradigma. Luciana accolse la proposta,

Oliviero Toscani negli anni ha saputo dimostrare che a mancargli non è di certo il coraggio pubblicò il mio pezzo – entusiastico – però poi commentò: «Sarà… ma sfruttare i drammi umani per vendere maglioni non lo trovo molto etico». Le sue parole, in fondo, già riassumevano il dibattito che si accese all’epoca e che, a distanza di quasi trent’anni, non si è ancora concluso. Da un lato si schierava chi elogiava Toscani per il coraggio delle sue scelte, attraverso le quali portava sotto gli occhi di tutti lo spunto per riflettere su una realtà non più sempre

e solo rosa, quella realtà immaginaria tanto cara alla classica réclame; dall’altro chi vede(va) dietro le campagne pubblicitarie una semplice quanto spregiudicata operazione commerciale. «È la pubblicità tradizionale a essere profondamente razzista: sei bello, piaci? Allora vai bene. Gli altri sono da scartare!», ripete ancora adesso Toscani, che peraltro odia essere definito un creativo: «La creatività – eventualmente, e quando ti va bene – la cogli solo alla fine di un processo reso possibile dal coraggio, il cuore e la mente» (e se vi viene in mente Henri Cartier Bresson, mutatis mutandis, non siete molto fuori strada!). La mostra al Max Museo di Chiasso non ha la pretesa di chiudere la questione, ma in qualche modo «depone» a favore del fotografo milanese poiché ci ricorda il suo impegno anche in molte campagne dal chiaro sfondo sociale: Vacca in pelliccia (notare l’uso sapiente della metonimia: la bestia è a quattro zampe) contro lo sfruttamento animale; la sedia elettrica e i ritratti dei condannati al patibolo (di cui almeno uno, Jeremy Sheets, risultato poi innocente) contro la pena di morte; la modella drammaticamente scarnita per cominciare a parlare – nel 2006 – di anoressia. Quando si definisce «fotografo situazionista», insomma, Toscani rivendica il suo diritto di usare la fotografia per farsi testimone della sua epoca, della società in cui vive e di cui sopporta a malapena le contraddizioni. Al termine della visita ci è venuto spontaneo pensare che «abbiamo

Oliviero Toscani, Cuori, United Colors of Benetton, 1996. (© Oliviero Toscani)

perso un fotografo e dobbiamo accontentarci di un comunicatore». Sì perché le sue foto d’antan (inizio Anni 60 del secolo scorso), realizzate durante i suoi studi alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, testimoniano di un talento che sapeva mettere a buon frutto gli insegnamenti di Johannes Itten (chiamato a insegnare già nel 1919 al Bauhaus da Walter Gropius) e di altri prestigiosi insegnanti – Walter Binden, tanto per fare un altro nome – che non solo gli lasciarono ampi spazî di manovra, ma anzi lo spronavano a «scattare» in piena libertà. Esposte per la prima volta, da queste immagini vintage possiamo altresì cogliere qualche influenza dei Grandi Maestri sul giovane Oliviero: è

facile vedere l’impronta di Mario Giacomelli nei ritratti dei seminaristi siciliani, ma appare anche l’influenza di László Moholy-Nagy e i suoi studi sul «movimento» in alcuni scatti astratti dalla perfetta simmetria. Nel corso del tempo, Toscani ha poi preferito puntare su una fotografia che si è fatta vieppiù comunicazione, che denuncia senza troppi orpelli estetici perché il suo scopo non è appagare, ma al contrario arrivare anche al grande pubblico per colpirne l’occhio e poi – appena fosse possibile – scuoterne la coscienza. Senza tuttavia rinunciare mai a quella provocazione su cui puntò sin dal 1973, quando accompagnò con lo slogan «Chi mi ama mi segua»

il primo piano di un incredibile lato B femminile, realizzato per i jeans «Jesus». Era troppo per il Vaticano, che infatti reagì con veemenza, ma forse indicò a Toscani la strada che poi avrebbe percorso: comunicare e provocare per suscitare interesse, passando se necessario e con assoluta nonchalance anche per lo scandalo. «Wag, Oliviero, osa!» gli ripetevano a Zurigo. E lui ha osato. Dove e quando

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Cultura e Spettacoli Una potenza di pianista. (Marka)

Musica rock viscerale ed elevata Musica Il più recente live di David Gilmour

regala agli ascoltatori un prezioso momento Benedicta Froelich

Il pianista che incantò Roth

Incontri A colloquio con il grande Yefim Bronfman,

soprannominato «brontosauro», che oggi si esibirà al LAC Enrico Parola Più che i chili, per Yefim Bronfman è difficile portare quel soprannome, «brontosauro». Gliel’ha affibbiato nel 2000 Philip Roth: «Poi, ecco apparire Bronfman. Bronfman il brontosauro! Mister Fortissimo! Bronfman viene a suonare Prokof’ev a un ritmo tale e con una tale aria da gradasso che tutta la mia morbosità vola fuori dal ring». Così il grande scrittore americano descrive il pianista uzbeko: aveva assistito a un suo concerto a Tanglewood e ne era rimasto così colpito da immortalarlo nel suo romanzo La macchia umana. «È un uomo considerevolmente massiccio nella parte alta del busto, una forza della natura mimetizzata dalla blusa di una tuta, uno che è arrivato al Music Shed dal circo dove esibiva i propri muscoli e che ora se la prende col piano: una sfida ridicola, per la gargantuesca energia in cui sguazza. Più che all’uomo che lo suonerà, Yefim Bronfman somiglia a quello che dovrebbe trasportarlo». A folgorare Roth non era solo la corporatura, ma il piglio con cui si avventa sulla tastiera: «Non avevo mai visto nessuno gettarsi su un pianoforte come quel robusto barilotto di un ebreo russo con la barba di tre giorni. Quando avrà finito, penso, dovranno buttarlo via. Lo sta schiacciando. Non gli lascia nascondere nulla. Qualunque cosa avrà dentro dovrà uscire, e con le mani in alto». Il brontosauro della classica approda questa settimana al LAC, ospite lunedì di Lugano Musica con il Bayerischer Rundfunk diretto da Mariss Jansons: per loro il Quarto concerto per pianoforte di Beethoven. «È l’unico dei cinque Concerti per pianoforte di Beethoven che inizia con l’assolo del solista. Anche nel Quinto devo affrontare nelle prime battute degli arpeggi virtuosistici, ma ci sono anche dei poderosi accordi a piena orchestra. Qui no, ci si trova davvero da soli, un inizio che sembra

scritto per quartetto d’archi e che bisogna affrontare con grande semplicità; Beethoven marca piano, non pianissimo. Poi l’orchestra attacca con le stesse note, ma inquadrate in un’armonia differente; per me è il momento più importante dell’intero concerto: l’orchestra deve suonare più piano del pianoforte, per questo io devo essere leggero, ma non troppo soft», e aggiunge, «Per me le parti più difficili non sono quelle virtuosistiche; il difficile è rendere le sfumature, i pianissimi e i piani». Quasi a prevenire la domanda che sorge spontanea – chissà quante volte se la sarà sentita rivolgere – aggiunge: «No, i forti non mi vengono facili perché ho la forza di un brontosauro. Primo perché non mi sento un brontosauro che si muove in una cristalleria: sul palco per fortuna non ci sono molti oggetti fragili da far cadere o rompere… Secondo perché forte e piano per me sono una questione di profondità di pensiero ed esecuzione: le grandi orchestre, al di là di un loro stile che le rende uniche, si distinguono non per la capacità di suonare fortissimo, quello lo ottengono in tante, ma per saper eseguire perfettamente i pianissimi». Tra le più prestigiose formazioni sinfoniche al mondo figura proprio la Bayerischer Rundfunk, guidata tra l’altro da un direttore anch’egli annoverato tra le quattro, cinque migliori bacchette del pianeta. «Con loro ho già affrontato tutti e cinque i concerti, ma questa integrale è legata anche alla Svizzera: l’ho registrata alla Tonhalle di Zurigo con David Zinmann». La corazzata bavarese offre al pubblico luganese anche la Quinta sinfonia di Prokof’ev, uno degli autori preferiti di Bronfman. «Ma non mi etichetti come “specialista”. Solo perché suono spesso Prokof’ev vengo indicato come uno specialista di Prokof’ev: mi sembra un’assoluta stupidata, come in generale considero senza fondamento la definizione di “specialista” di un de-

terminato autore: come si può suonare bene Prokof’ev senza saper suonar bene Mozart? Se uno è bravo è bravo, il resto sono sottigliezze da critici e musicologi che non mi appartengono». Un pensiero forse opinabile, ma che al 59enne virtuoso di Tashkent permette di tornare al libro di Roth: «Sì, ammetto che mi sono divertito a leggerlo, ma esprime solo l’impressione di un autore che mi ha ascoltato una volta e basta, tra l’altro nel Secondo Concerto di Prokof’ev, una pagina davvero potente. Io mi vedo diversamente, sento di avere più sfumature, anche quelle che arrivano fino al pianissimo». Senza presunzione Bronfman rivendica un curriculum che non è limitabile a una tecnica acrobatica: trasferitosi nel 1973 con la famiglia a Tel Aviv, a 16 anni debuttava con la Israel Philharmonic, a 17 suonava con Mehta e a 18 sempre con la Israel teneva una lunga tournée in America. Nonostante i centinaia di recital tenuti in tutto il mondo, confessa che «se potessi mi metterei a suonare dietro una tenda, così che il mio modo di suonare, i miei movimenti e la mia stessa figura non siano occasione di distrazione per il pubblico. Da una parte perché per far emergere la verità di un certo brano cerco di rivolgermi a un pubblico ideale, non a dei volti precisi che ho davanti, dall’altra perché forse sono timido: in effetti anche quando mi trovo circondato dall’orchestra, davanti a tanti altri musicisti, con uno strumento totalmente diverso da tutti gli altri, ogni tanto mi vien da pensare che mi sentirei più a mio agio se fossi nella seconda fila dei violini». Qualche volta mentre suonava è squillato un cellulare «ma ho sempre tirato dritto. Non penso l’abbiano fatto apposta e quindi mentre sono lì che continuo suonare in cuor mio li ho già perdonati». Vuoi veder che Mister Fortissimo, che preferirebbe essere chiamato Mister Pianissimo, in verità è… «Mi piace Mister Buonissimo!».

In un’epoca come la nostra, in cui la superficialità e la banalità musicale imposte da uno «star system» pervasivo e ormai dittatoriale spingono sempre più amanti del pop-rock angloamericano a rimpiangere i fasti degli anni 60 e 70 – e a cercare rifugio nell’ascolto del materiale di allora – potrebbe sembrare francamente esasperante l’idea di trovarsi a recensire un album come il nuovissimo Live at Pompeii di David Gilmour. Infatti, seppure il suo nome non necessiti di presentazioni, la poco prolifica carriera solista dello storico chitarrista dei leggendari Pink Floyd (che, insieme all’inquieto Roger Waters, è stato la principale «mente» dietro ai successi del grande gruppo inglese) è sempre apparsa come in equilibrio assai precario tra un evidente desiderio di personale indipendenza artistica e gli inevitabili, costanti riferimenti alla produzione della band di provenienza. Tanto che questo live album, frutto di due serate (7 e 8 luglio) tratte dalla tournée intrapresa dall’ormai 71enne David nel 2016, appare di primo acchito come un evidente caso di fedeltà al passato: nello specifico, in riferimento alla scelta di uno scenario come quello del meraviglioso anfiteatro romano di Pompei, al quale Gilmour ha fatto ritorno per la prima volta a ben 45 anni di distanza dalla realizzazione dell’omonimo film Live at Pompeii, girato dai Pink Floyd nel 1972: un lavoro indimenticabile, presente nel DNA di chiunque sia cresciuto ascoltando la migliore musica di quegli anni. E seppure sia quantomeno difficile riuscire a ricreare un’esperienza di ascolto paragonabile alla connotazione quasi mistica della performance originale dei Pink Floyd (che, per inciso, all’epoca suonarono senza pubblico e in solitudine totale, godendo appieno della sacralità e inquieta soggezione ispirata dal luogo), nella sua personale esibizione pompeiana David può vantare il privilegio derivante dall’essere protagonista del primo evento pubblico mai svoltosi all’interno dell’anfiteatro dai tempi dei gladiatori; in più, l’atmosfera già di per sé suggestiva è favorita da una scaletta che presenta un interessante mélange tra brani re-

Da più parti definito un capolavoro.

centi a firma del solo Gilmour (5 A.M., On an Island, Faces of Stone) e una nutrita schiera di classici dei Floyd. I musicisti che accompagnano David sono in parte i medesimi del Live in Gdansk pubblicato nel 2008, e anche l’impostazione generale dello show è simile, dal momento che i due dischi mostrano ben otto tracce in comune; tuttavia, lo scenario memorabile e la perfetta forma di Gilmour rendono questo doppio CD (disponibile anche sotto forma di DVD) particolarmente succoso per i fan, anche per via del tributo dedicato dall’artista al recentemente scomparso Rick Wright, indimenticato tastierista dei Floyd. In suo onore, David si produce in un trittico composto, oltre che da The Blue (originariamente apparsa nel 2015 in On an Island, con l’ausilio dei backing vocals dello stesso Wright), anche da A Boat Lies Waiting e, soprattutto, dal mitico The Great Gig in the Sky, uno dei brani più memorabili dell’eccelso The Dark Side of the Moon; anche se purtroppo, nella versione qui presentata, questa gemma soffre dell’assenza dell’insostituibile vocalist originale, Clare Torry, non adeguatamente rimpiazzata dagli attuali coristi di David. A parte simili scivoloni, bisogna tuttavia ammettere che la tracklist scorre in modo impeccabile dall’inizio alla fine, offrendo esecuzioni irreprensibili di brani perlopiù eccellenti, tra cui molti davvero indimenticabili: si passa così da veri e propri capisaldi del repertorio come il grintoso Run Like Hell (qui notevolmente valorizzato dagli sforzi congiunti di coristi e musicisti) e il sempre straziante Comfortably Numb alle più recenti incursioni soliste di David, quali, ad esempio, la title track e alcuni brani dell’album Rattle That Lock, pubblicato proprio nel 2016; anche se, per certi versi, stupisce il fatto che lo show offra soltanto un brano tra quelli presenti nell’originale Live at Pompeii del ’72 (One of These Days, comunque sempre efficace nella sua epicità tipicamente floydiana). Certo, non si può negare che quest’album possa forse apparire agli ascoltatori casuali come l’ennesima, superflua riproposizione di un repertorio ormai storico da parte di un «dinosauro del rock» quale David Gilmour; eppure, Live at Pompeii è molto più di questo. In un certo senso, rappresenta il trionfo non solo della professionalità, ma anche della musica cosiddetta «vera» – ovvero, contraddistinta da autentico spessore e profondità emotiva e intellettuale – sul succedersi forsennato di mode ed effimere novità che ha caratterizzato gli ormai cinque decenni trascorsi dagli esordi dei Pink Floyd. In tal senso, dischi come questo non appariranno mai obsoleti o inutili; e, anzi, saranno destinati a rappresentare future, preziose testimonianze del vero senso della musica rock – di come esso non risieda soltanto in abiti succinti e mosse provocanti, ma in qualcosa di ben più viscerale ed elevato. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

L’occhio di Cechov nell’inferno di Sachalin

Recensioni Il commovente resoconto di un viaggio nell’estremo oriente siberiano

Pietro Montorfani È facile ipotizzare che lo scrittore partito nell’aprile del 1890 per la lontana isola di Sachalin, colonia penale zarista agli estremi confini orientali dell’impero russo, non fosse lo stesso rientrato a casa nel dicembre dello stesso anno. L’entità di quella cesura identitaria si misura, innanzitutto, sul suo rapporto con Tolstoj, che è come dire con tutta la tradizione letteraria russa fino a quel momento: «Prima del viaggio, la Sonata a Kreutzer mi sembrava un avvenimento, oggi mi appare assurda e ridicola» (così in una lettera del 17 dicembre 1890 all’amico Aleksej Sergeevic Suvorin).

Lo sguardo di Cechov si sofferma sia su dettagli paesaggistici sia sul degrado dell’essere umano Anton Cechov tornò profondamente cambiato da quell’esperienza, intesa a continuare un’indagine prima di tutto paesaggistica ‒ sociologica soltanto in seconda battuta ‒ già iniziata con la stesura della Steppa (1887) e con la minuziosa descrizione della campagna ucraina. Il viaggio che intraprese tre anni più tardi si rivelò invece di tutt’altra portata, anche per le sorti della let-

teratura contemporanea. Basterebbe pensare al fatto che Cechov fu il primo (e per qualche tempo l’unico) scrittore russo a mettersi in un’impresa non priva di rischi, per le vie di comunicazione dissestate, il clima proibitivo, i pericoli appostati a ogni svolta della strada, gli spazi enormi e le distanze quasi inconcepibili. In Occidente tendiamo ancora a identificare la Siberia con Novosibirsk, città che si trova sullo stesso meridiano del Nepal, quattromila chilometri più a ovest della destinazione finale di Cechov (per i giocatori di Risiko, l’isola di Sachalin si affaccia sul golfo della Kamchatka e condivide la medesima orogenesi dell’arcipelago giapponese). Non mi pare privo di significato che lo scrittore, prima di riuscire a toccare con mano lo scopo del suo viaggio, cioè le terribili condizioni di vita dei detenuti confinati nella colonia zarista, abbia dovuto attraversare spazi così enormi, segno di una distanza interna all’impero russo che era al contempo geografica e culturale. La marcia di avvicinamento all’isola, costellata di scoramenti e difficoltà di ogni genere, è vissuta come un vero e proprio percorso di iniziazione che riunisce in un unico sguardo (filtrato dalla metafora) i destini della natura e degli uomini: «Dall’altra sponda guardavano in giù piante rachitiche e malaticce; in questo spazio aperto ogni singolo albero conduce una disperata lotta solitaria contro il gelo e le raffiche; d’autunno e d’inverno, nel-

La parte settentrionale di Sachalin all’inizio del secolo scorso era abitata anche dai nativi Giliak. (Keystone)

le lunghe e tremende notti, il vento li squassa implacabile, li piega fino a terra, li fa gemere dolenti ‒ e questi gemiti non li ode nessuno». Lo sguardo del cronista si sofferma con pari attenzione sul minuto dettaglio paesaggistico e sulla disperazione degli uomini, quelli incontrati per caso nelle innumerevoli tappe della traversata siberiana non meno di quelli osservati a lungo, con l’occhio esperto del medico, nell’inferno di Sachalin, in cui l’essere umano mostra l’estensione del suo degrado e tutte le sue contraddi-

zioni («La cavalleria nei confronti delle donne più che una regola è un culto, tuttavia cedere la propria moglie a un altro per denaro non è considerato riprovevole»). Un severo contabile della letteratura dovrebbe forse concludere, a libro ultimato, che dopo Sachalin la visione di Cechov sia improntata al più crudo pessimismo, e sarà senz’altro così. Resta il fatto che, per fortuna nostra e dei lettori di ogni tempo, anche in questo caso la singola manifestazione di dignità umana assume un valore decisamente superiore alle ripetute testimonianze

della sua meschinità: «Lungo la riva, non lontano dal molo, vagavano dei deportati, una cinquantina circa, che evidentemente non avevano nulla da fare. Vedendomi, tutti e cinquanta si tolsero contemporaneamente il cappello ‒ dubito che un simile onore fosse mai toccato in precedenza a un letterato». Bibliografia

Anton Cechov, L’isola di Sachalin, a cura di Valentina Parisi. Adelphi 2017. 457 pagine. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Il volto mistico dell’arte

Mostre Lugano dedica una monografica all’artista tedesco Wolfgang Laib

Alessia Brughera Guardando le sue opere si può intuire con chiarezza il lungo rituale che Wolfgang Laib intraprende per la preparazione dei materiali: il polline che viene raccolto, mondato, filtrato e poi accumulato con estrema cura, ad esempio, o la cera d’api, che viene radunata, sciolta e purificata con pazienza. È un’attività lenta e quotidiana che coinvolge la mente e il fisico e che per l’artista tedesco non è finalizzata solo a predisporre gli elementi con cui dar vita ai propri lavori ma diventa la loro vera essenza, parte integrante del significato che racchiudono. Con questi materiali e con ossequioso rispetto nei loro confronti, Laib si appresta poi a dare forma concreta alle sue visioni, in un processo creativo che mantiene ancora il carattere di una liturgia solenne: il polline che viene disposto con amorevole dedizione in ordinate composizioni, la cera vergine che viene plasmata con garbo, i chicchi di riso che vengono fatti scivolare con delicatezza dalle mani, il marmo che viene levigato dolcemente. Sa di terapia questo cerimoniale, di atto espiatorio, con l’artista che diviene uno strumento attraverso cui la natura si esprime. Nella mostra allestita al Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano il meticoloso lavoro di Laib si dispiega tra le sale, impregnandole dei profumi del creato e immergendole in un’atmosfera meditativa che induce il visitatore al silenzio e alla contemplazione. Osservando le opere esposte ci si accorge come quelle che l’artista utilizza siano sostanze vive, particelle di un mondo naturale che portano con sé il senso primigenio dell’universo e che sanno evocare con semplicità e profondità l’idea di rigenerazione, di nutrimento e di legame tra cielo e terra. Non va molto lontano Laib a cercarle, le trova nei paraggi della sua abitazione immersa nelle foreste della Germania del

Sud, dove vive seguendo i placidi ritmi della natura. Come il polline di nocciolo, di tarassaco, di pino o di ontano, raccolto puntualmente ogni primavera da quando, negli anni Settanta, decide di diventare artista dopo aver terminato gli studi di medicina, scienza da lui considerata troppo poco vicina all’interiorità dell’individuo. La consapevolezza di poter giungere solo con l’arte a esplorare lo spazio intimo dell’uomo porta Laib a un approccio quasi mistico all’esecuzione dell’opera e a privilegiare elementi naturali e strutture archetipiche che raccontano con spontaneità la bellezza dell’universo. Nelle sue mani la materia rimane quella che è, non viene trasformata ma unicamente impiegata in maniera diversa affinché se ne possa cogliere la vera sostanza. Con modestia e autenticità, Laib si sente più un tramite che un creatore. Senza alcuna presunzione egli fa di questi frammenti del reale una forma di sostentamento per l’anima. Non è difficile scorgere nei lavori dell’artista una percezione del mondo distante dalla contingenza e dall’utilitarismo, un’attitudine a coltivare lo spirito. Laib riesce a fondere la conoscenza delle culture e delle religioni orientali con la riflessione sulle radici dell’Occidente, avvalendosi di un linguaggio immediato che sa rielaborare in chiave moderna gli insegnamenti tratti dalle filosofie buddiste e giainiste. Quella di Laib è una poetica che stimola prima di tutto la sensazione, e lo fa con opere che evocano l’aspetto incontaminato dell’esistenza inneggiando alla purezza e all’equilibrio che regolano il mondo. Essenziali e simbolici, sono lavori che portano con sé l’universalità di un messaggio che parla di temi eterni, come la vita e la morte, del desiderio di purificarsi e di rinascere, della seduzione ancestrale del creato. La rassegna luganese dedicata

Wolfgang Laib Polline di pino, 2012-15. (Collezione privata © 2017 Hartmut Nägele)

all’artista presenta oltre cinquanta realizzazioni tra sculture, installazioni, disegni e fotografie. Proprio con queste ultime si apre il percorso espositivo, rimarcando quanto per Laib il viaggiare per il mondo, in particolare nel continente asiatico, e l’entrare in stretto contatto con il pensiero di altri popoli sia stato fondamentale per aprire la sua mente a concetti profondi, poi tradotti nel repertorio di forme primarie e ascetiche delle sue opere. Mescolando le intenzioni della Land Art con i principi dell’astrazione minimalista, senza nascondere l’ammirazione per l’artista tedesco Joseph Beuys con cui si sente affine nella scelta dei materiali così come nel credere nel potere catartico dell’arte, Laib crea lavori che si allontanano da una visione antropocentrica per porre umilmente gli elementi naturali quale fulcro di tutto. Ne è un esempio la grande strut-

tura intitolata Es gibt keinen Anfang und kein Ende, del 1999, una ziggurat in legno e cera d’api alta oltre sei metri che ricorda nella forma le antiche torri templari sumere, costruzioni che rappresentavano la volontà dell’uomo di avvicinarsi sempre di più al cielo. In mostra troviamo poi le Rice Houses, casette marmoree dalle volumetrie arcaiche attorno a cui l’artista ha collocato piccoli cumuli di riso, e la celebre serie dei Rice Meals, dove i chicchi sono posti all’interno di piattini di ottone indiani. Significativa del percorso artistico di Laib è anche l’opera Milkstone, la prima delle quali viene realizzata nel 1975, costituita da una lastra di marmo bianco su cui è stata ottenuta un’impercettibile incavatura riempita con del latte. In essa Laib accosta in maniera inaspettata due materiali in netto contrasto tra loro riuscendo a fonderli in una composizione dal bianco scintillante.

Lavoro cardine dell’esposizione, soprattutto per l’impatto visivo, è il grande campo di polline di pino che Laib ha allestito in una delle sale del museo: nelle mani dell’artista questa sostanza evanescente e incorporea sembra diventare colore vero e proprio, di una luminosità quasi abbagliante. È il modo dell’artista di meditare sulla vulnerabilità del creato e sulla fragilità dell’esistenza, con la consapevolezza che solo un ritorno agli impulsi dell’anima può ricongiungere l’uomo all’armonia dell’universo e farne suo devoto custode.

(Es gibt keinen Anfang und kein Ende, ndr) nella basilica di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. È stato per me meraviglioso esporre in una delle più importanti chiese bizantine del mondo.

Tutto ciò ha determinato la mia idea di diventare artista. Una sorta di proseguimento dei miei studi, ma in una maniera molto diversa.

Dove e quando

Wolfgang Laib. Museo d’arte della Svizzera italiana – LAC Lugano Arte e Cultura, Lugano. Fino al 7 gennaio 2018. Orari: da ma a do 10.00-18.00; gio aperto fino alle 22.00; lu chiuso. www.masilugano.ch

Disegnare per capire il mondo Incontri A colloquio con l’artista tedesco Wolfgang Laib Ada Cattaneo Le sue opere hanno la capacità di raggiungere la pura essenza, dalla luce alla forma. Come riesce a raggiungere questi risultati?

Il potere non è il mio: non si tratta di un dipinto che io realizzo. Utilizzo i materiali nella loro purezza e ciò è molto più di qualsiasi cosa io possa creare da zero. Per esempio, nell’opera Pine Pollen ho ottenuto un colore incredibile anche per me. Sarebbe stato diverso se avessi fatto un dipinto, cercando di rappresentare quella stessa luce. Invece io ho semplicemente raccolto pollini, disponendoli poi nel modo che potete

vedere nella mostra di Lugano. Non si tratta di un’opera che io ho realizzato. È qualcosa che va molto al di là di una mia creazione. Credo che sia questa la ragione per cui l’opera raggiunge questa radiosità.

La scelta dei materiali – riso, polline, cera, … – è un elemento caratteristico delle sue creazioni. Si tratta di materie che provengono direttamente dalla natura.

Sono materiali nella loro forma originale, intatti e non modificati. Questo ha a che fare con la vita stessa e con tutto quello riguarda l’esistenza. Non sono interessato a fare arte che si costruisca con forme e colori. Per me è più

L’artista tedesco Wolfgang Laib in un’mmagine del 2015. (Keystone)

interessante occuparmi del significato stesso dell’esistenza. La mia scelta è perciò quella di usare materiali molto semplici e partecipare alla loro essenza. È un concetto estremamente semplice, ma allo tesso tempo molto complesso. Non uso una grande varietà di materie e non ho bisogno di passare a qualcosa di diverso ogni due settimane. Mi attraggono le cose essenziali e molto semplici. E anche molto serie.

Cosa intende per «serio»?

Intendo ciò che riguarda la vita. Tutto ciò che ci circonda. Penso sia molto serio, ne sono convinto.

L’arte egizia, l’arte romanica e quella bizantina sono fonte di ispirazione per lei. Cosa la affascina nelle produzioni di questi periodi?

Arte egizia, arte romanica e arte bizantina: mi piacciono tutte, in egual misura. Non sono affascinato invece dall’arte greca e dall’arte romana. Queste ultime hanno cominciato ad influenzare la produzione artistica europea solo in seguito al Rinascimento. Non sono soggetto a questo tipo di fascinazione. Credo che le produzioni di cui mi sta chiedendo siano molto più importanti e più universali nel loro valore. Nell’arte egizia, per esempio, c’è un’idea molto più universale su ciò che riguarda la nostra esistenza. Questo mi piace ed è lo stesso motivo per cui amo molto l’arte bizantina e quella alto-medievale. Ho avuto modo di esporre la grande opera che adesso si trova a Lugano

Le sue opere richiedono moltissimo tempo per essere realizzate, ma sono anche estremamente fragili. Sembra che il tempo sia un elemento che dà loro forma e ne influenza la loro stessa natura.

Senza il tempo esse non esisterebbero. Tutto dipende dall’idea di tempo, di quello che un’opera è e da quello che la nostra società richiede all’individuo: come deve vivere, cosa deve produrre. I miei lavori riguardano anche questo, in modo assolutamente non politico. Credo comunque che in questo momento sia una grande sfida lavorare duro per raggiungere gli obiettivi posti dalla nostra società.

Lei non si è formato come ogni artista tradizionale; ha invece studiato medicina. Come l’ha influenzata questo percorso formativo alternativo?

Senza le esperienze fatte nell’ambito degli studi in medicina non avrei mai realizzato i miei lavori. Tutti mi chiedono «Come mai sei diventato artista, se avevi studiato medicina?». Ma io credo di non avere mai cambiato la mia professione. Realizzo nelle mie opere quello che avrei voluto fare come medico. Perciò credo sia stato per me essenziale studiare medicina, vedere gli ospedali, vedere persone morenti.

Com’è stato lavorare nello spazio del nuovo museo di Lugano?

Non è uno spazio semplice, ma il direttore del museo (Marco Franciolli, ndr) si è impegnato moltissimo per rendere possibile un’esposizione molto buona. Ho potuto utilizzare gli spazi che desideravo, anche perché non avrei voluto lavorare ai piani superiori, dove i soffitti sono troppo bassi per le mie opere. C’è stato davvero un grande sforzo da parte del museo per fare sì che tutto funzionasse al meglio. La mostra segue un percorso circolare e si conclude con l’opera Where the Land and Water End. È un’opera molto «lieve», quasi invisibile.

Recentemente sono stato in Myanmar. Durante questo viaggio sono stato a visitare una pagoda che mi ha affascinato moltissimo perché era nel punto in cui terra e acqua si incontrano. Era al di là di ogni cosa. Forse anche oltre la nostre vite. Oltre la terra e oltre l’acqua, nel punto in cui esse si incontrano. Mi è sembrato un buon titolo. L’ho utilizzato per la trasparenza che comunica e che ho cercato di rappresentare in quel disegno. È un titolo molto importante per me, che dice molto su come vedo la vita. E poi il disegno è in generale uno strumento che ritengo molto utile: mi aiuta a capire e ad interpretare il mondo.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Cultura e Spettacoli

Canzoni con i piedi per terra

Il Trio da Grammy di Fred Hersch

sostenuto dal Percento culturale di Migros Ticino

Rete Due Giovedì 23

Personaggi Mario Venuti sarà il protagonista del Concerto per l’infanzia,

novembre al Teatro di Chiasso il grande pianista americano

Enza Di Santo Coltiva il suo essere, ha la capacità di reinventarsi rimanendo fedele al suo stile vocale e compositivo. La ricchezza di esperienze, i viaggi e il talento nel recepire ciò che offre la vita sono la formula della lunga carriera musicale e del successo dell’ultimo disco di Mario Venuti. Dopo lo showcase, tenutosi a Lugano lo scorso 8 novembre allo Studio 2 della RSI, ha raccontato ad «Azione» un po’ di sé, del suo album e dell’atteso concerto al Palazzetto Fevi di Locarno il 9 dicembre. È appena terminato il tuo showcase qui a Lugano, ti sei divertito?

Sì, molto. Ho apprezzato tanto il pubblico, caloroso e molto attento, e le domande della conduzione erano stimolanti e curate.

Hai presentato diversi brani dal tuo nuovo disco Motore di Vita, che hai descritto come «terreno e sensuale»: cosa ti ha spinto a «cambiare rotta» rispetto all’album precedente Il tramonto dell’occidente?

È un po’ una reazione. Volevo mostrare dei tratti differenti della mia personalità, mettere i piedi per terra, e sicuramente questo è un aspetto che trovo molto mio. L’album è nato in maniera naturale, e tutti i brani sono piccole storie legate da aspetti terreni, corporei con una certa sensualità. È anche vero che Il tramonto dell’occidente è un disco che mi piace perché invece porta fuori da me un aspetto molto più razionale, il senso logico, il mio interesse per le sorti del mondo e la mia passione per la politica, per quello che succede nel mondo. Penso che entrambi i dischi contengano sfaccettature che possano piacere e interessare al pubblico e che comunque fanno parte di me.

Sulla copertina del disco sei immortalato in un fisico invidiabile. La frase «Mens sana in corpore sano» potrebbe esprimere il senso corporeo dell’album?

Noi tendiamo a fare sempre una netta scissione tra mente e corpo, dimensione sconosciuta agli orientali, che curano entrambi come un tutt’uno perché sanno che tutto è interconnesso. In qualche modo io cerco di mettere in pratica questo principio.

Concorsi

C’è un brano di questo album o di

www.azione.ch/concorsi

L’artista catanese in uno dei suoi concerti. (Giuseppe Mazzola) altri a cui sei affezionato in modo particolare?

Ogni canzone è un momento. Fortuna è stata un po’ la mia «canzone amuleto» perché ha segnato il punto di ripartenza da solista dopo l’avventura con i Denovo e dopo un periodo di silenzio, all’inizio degli anni 90. Quello che ci manca, è un altro brano a cui tengo perché nella sua semplicità sono condensati passato e futuro. È una forza vitale e penso di essere riuscito a esprimere in maniera efficace il punto di vista emozionale pur servendomi solo di poche parole. Lasciati Amare è una canzone che appare come una dichiarazione: è rivolta a una persona speciale o alla tua stessa arte?

Semplicemente si parla dell’amore con il linguaggio della musica che ritengo essere una metafora sia dell’amore stesso sia della vita. Ho paragonato la persona amata ad un’opera d’arte, a una canzone, a una voce che canta, in questo modo si rende il parlare d’amore meno banale e in un certo senso più divertente.

della canzone d’autore, ma quali sfumature ci sono?

L’attitudine è sicuramente pop, ispirata comunque a quello che è il pop più nobile, come quello dei Beatles, di Elton John o di Battisti. Poi, ci possono essere sfumature diverse, come In tutto questo mare, che è più jazzy. Il jazz è una delle mie passioni e per questo ho avviato un progetto parallelo al disco, «Mario meets Jazz» con Urban Fabula. Il 1°dicembre ci esibiremo a Tokyo. Di fatto, il pop si nutre di tanti ingredienti che prende da tutti i generi e poi li trasforma: ho attinto dal jazz, ma anche dalla musica dance come per Caduto dalle Stelle. A proposito di Caduto dalle stelle, nel video hai un abbigliamento scintillante, molto diverso dal look di venti anni fa: lo hai scelto tu?

Sì sì, l’ho scelto io, perché trattandosi di voler motivare al ballo, mi è sembrato che la palla specchiata, un classico da discoteca, fosse un elemento che stesse bene. Quindi ho pensato di trasformare me stesso in quella palla specchiata... E poi, mi piace un po’ di glamour nel pop.

Concerto per l’infanzia. Per te che hai sempre prestato attenzione al mondo, che valore ha un’esibizione a scopo benefico?

È importante perché il tema dell’infanzia è molto caldo in questo periodo. Vediamo un’infanzia martoriata in paesi come la Siria e l’Etiopia, dove i bambini sono derubati della loro infanzia, ma penso che anche alle nostre latitudini, e in paesi ricchi come la Svizzera, ci siano bambini bisognosi di aiuto. Cosa ti aspetti dalla serata del 9 dicembre? E cosa ci si potrà aspettare?

Spero che ci sia la stessa atmosfera di stasera, nello showcase di Rete Uno. Non presenterò tutto l’album, non ci sarebbe tempo. Presenterò sette delle dodici nuove canzoni perché ho davvero tanto materiale, un repertorio piuttosto vasto e voglio lasciare spazio anche per qualche mio classico e qualche vecchio successo. Quanto dovremo attendere per una nuova produzione dopo questo successo?

Motore di Vita è un album pop che non cade nel banale e ha lo spirito

Il 9 dicembre ti troveremo sul palco del Palazzetto Fevi a Locarno in occasione della 9a edizione del

Non molto. Ho già scritto le nuove canzoni e potrebbe uscire qualcosa già l’anno prossimo; è in divenire.

Tra jazz e nuove musiche Rassegna di RETE DUE Cinema Teatro, Chiasso Giovedì 23 novembre, ore 21.00

Home Rassegna teatrale Teatro Foce, Lugano Sabato 25 novembre, ore 20.30

Concerto per l’infanzia Evento di beneficenza Palazzetto FEVI, Locarno Sabato 9 dicembre, ore 20.30

Fred Hersch Trio

Dahü 2017

Mario Venuti Motore di vita Tour

Fred Hersch, pianoforte John Hébert, contrabbasso Eric McPherson, batteria

Opera RetablO Di e con: Mathieu Bessero-Belti e Ledwina Costantini. Regia: Ledwina Costantini. Co-produzione: Teatro Sociale di Bellinzona, CCN-Théâtre du Pommier di Neuchâtel, Malévoz Quartier Culturel / Théâtre Raccot e Théâtre du Crochetan di Monthey.

Il ricavato della serata sarà totalmente devoluto all’Associazione Famiglie Diurne del Mendrisiotto, all’Associazione Pro Juventute della Svizzera italiana, all’Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie e all’Associazione Progetto Genitori.

Una collaborazione RSI Rete Due – Centro Culturale Chiasso, Cinema Teatro. Diretta radiofonica su Rete Due.

www.rsi.ch/jazz

www.foce.ch

Regolamento Migros Ticino offre ai lettori coppie di biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate.

La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

È uno dei maggiori interpreti al pianoforte nel jazz di oggi: Fred Hersch è al contempo, probabilmente, una delle personalità più miti e timide nel medesimo contesto. Ben oltre il suo atteggiamento schivo ed understated, la sua figura di solista sembra guadagnare progressivamente rispetto e attenzione grazie ad una originalità di fondo nel suo approccio musicale. Una fedeltà al «senso del rischio» che è testimonianza della sua genuina voglia di sperimentare e creare nuova musica. Il suo ultimo album, Open Book, uscito pochi mesi fa, è un perfetto esempio del suo approccio, allo stesso tempo timido e risoluto, verso l’interpretazione e l’improvvisazione in ambito jazzistico. Suonare, per Hersch, è come inoltrarsi in una foresta, avviarsi lungo un percorso avventuroso fatto di incontri inattesi, deviazioni, cammini intricati, paesaggi rasserenanti. L’approccio ai vari brani non perde mai il contatto con il substrato «canzone» che ne determina il pretesto: quattro dei sette brani che compongono il disco sono infatti standards conosciuti. Ma, programmaticamente, il lavoro di Hersch è quello di cammuffarne la fisionomia, in modo da costringere i propri ascoltatori ad accompagnarlo in questo cammino avventuroso attraverso le note. Quando poi il pianista americano propone delle proprie composizioni le fa apparire come il risultato di un profondo lavoro di introspezione e autoconoscenza, che non di rado si fonda su esperienze emotive personali di grande intensità e profondità. Come ad esempio My coma dreams, una vera e propria suite costruita come commento musicale alle visioni che Hersch ha vissuto durante un periodo di coma farmacologico durato due mesi. Nel concerto che verrà proposto il 23 novembre dalla rassegna Tra jazz e nuove musiche, sostenuta dal Percento culturale di Migros Ticino, Fred Hersch porterà al Teatro di Chiasso il suo trio, una formazione assolutamente «classica», con cui ha avuto modo di suonare a lungo. Importantissimo notare che l’ultimo album Sunday Night At the Vanguard registrato con la stessa formazione (John Hebert al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria) gli è valso la conquista del Grammy Award per il miglior disco jazz strumentale del 2016. Basta solo questo a segnalare l’importanza del concerto di Chiasso, che si delinea già come uno degli avvenimenti storici dell’annata musicale. Curiosità: Hersch era già stato a Lugano qualche anno fa, a Jazz in Bess, proprio in qualità di pianista del quintetto capitanato da John Hebert. In quell’occasione aveva dato prova della sua incredibile umiltà e disponibilità, passando dal ruolo di leader a quello di accompagnatore. /AZ

Attenzione: per questo concerto sono in palio biglietti singoli. Per concorrere, segui le istruzioni contenute nella pagina del sito www.azione.ch/concorsi Buona fortuna!

Il suo Sunday night at the Vanguard è stato premiato nel 2016. (www.rsi.ch)


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

di importanti sostanze nutritive per affrontare i mesi freddi con brio

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Attualità Cavolfiore, broccoli e romanesco non sono solo gustosi, ma anche ricchi

e h ch no.c an tici ta os si igr Vi w.m

Gli ortaggi invernali

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shopping

Azione 33% sui cavolfiori, Italia, al kg Fr. 3.60 invece di Fr. 5.40 dal 21 al 27.11

Cavolfiore e patate al curry

Ingredienti per 4 persone: 1 kg di cavolfiore · 400 g di patate resistenti alla cottura · 1 cipolla grossa · 2 spicchi d’aglio · 2 cucchiai d’olio di girasole · 2 cucchiai di curry Madras · 3 dl di brodo di verdura · 2 dl di latte di cocco · ½ cucchiaino di coriandolo macinato · a piacere 20 g di germogli di lenticchie · sale. Preparazione: Dividete il cavolfiore in rosette. Tagliate

le patate a spicchi. Tritate la cipolla e l’aglio. Fate rosolare tutti gli ingredienti nell’olio. Spolverate di curry e fate stufare finché si sviluppa un buon profumo. Versate il brodo e il latte di cocco. Insaporite con sale e il coriandolo. Incoperchiate e fate cuocere il curry a fuoco basso per ca. 30 minuti, finché le verdure risultano morbide. Regolate il condimento con curry e sale e cospargete con i germogli di lenticchie.

Romanesco

Cavolfiore

Broccoli

Imparentato con il cavolfiore, il romanesco attira subito l’attenzione per la sua eleganza e il colore verde chiaro brillante. Coltivato anche in Svizzera, si caratterizza per l’elevato contenuto di betacarotene e vitamina C. Il suo sapore strizza l’occhio a quello dei broccoli e del cavolfiore, con un accento più aromatico. È ottimo anche gustato crudo appena raccolto, ma sa dare il meglio di sé sotto forma di zuppa, al vapore oppure quale accompagnamento per piatti a base di carne.

Acido folico, vitamine, fibre alimentari e bassissimo contenuto calorico sono tra i suoi atout salutari, ma il cavolfiore sa essere attraente anche per il suo gusto discreto e la versatilità culinaria che soddisfa ogni esigenza. In Svizzera il cavolfiore è la varietà di cavolo più coltivata e per il suo sviluppo preferisce le temperature piuttosto fredde. Si consuma in insalata, sia crudo che cotto, oppure bollito, arrostito, fritto o gratinato. L’aggiunta di un goccio di succo di limone all’acqua di cottura preserva il suo colore bianco.

Apprezzati per la loro delicatezza, i broccoli hanno un sapore che ricorda quello degli asparagi verdi. Il loro colore verde intenso seduce anche i buongustai più esigenti. Sono particolarmente indicati per la surgelazione, sia crudi che appena sbollentati. È importante cuocerli al dente affinché possano mantenere intatte le pregiate proprietà nutrizionali. I broccoli sono un’autentica prelibatezza cucinati in svariati modi: gratinati, cotti al vapore, fritti, oppure, dopo breve sbollentatura, saltati cospargendoli di mandorle.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

Sapore locale

Novità La Ciabatta Nostrana è una gustosissima

specialità prodotta secondo una ricetta tradizionale. In vendita da questa settimana in tutti i supermercati di Migros Ticino

ma della cottura in forno ha il vantaggio di permettere lo sviluppo di aromi e gusti particolarmente pronunciati. L’impasto viene lavorato e formato a mano, in modo da dare al prodotto finito la sua caratteristica forma irregolare. Appena sfornata, la ciabatta si caratterizza per la sua crosta croccante e fine, mentre all’interno risulta morbida e leggera. Il sapore bilanciato con note di lievito e frumento fanno sì che la Ciabatta Nostrana si sposi a meraviglia con i companatici mediterranei più classici ed eccellenti: salame, prosciutto, mortadella, formaggi di ogni sorta, verdure fresche o grigliate, o ancora rucola e basilico. Ottima anche, tagliata a pezzetti e appena abbrustolita, per la preparazione di gustosi stuzzichini per l’aperitivo, da farcire a piacimento.

Flavia Leuenberger Ceppi

Il frumento è coltivato in Ticino in armonia con la natura secondo i criteri di IP-Suisse. Gli agricoltori accettano non soltanto di rinunciare a fungicidi, insetticidi e regolatori della crescita, ma promuovono sui loro terreni anche la biodiversità. Una volta raccolto, il pregiato cereale viene trasformato in farina tramite tecniche accurate dal «Mulino Maroggia», il più grande e moderno mulino ticinese, attivo nel settore dal lontano 1888. La panificazione avviene presso la Jowa di S. Antonino, il panificio della Migros, dove appassionati panettieri valorizzano al meglio le preziose qualità nutritive del frumento ticinese creando una ricetta tanto semplice quanto buona, quella della Ciabatta Nostrana. A base di farina semibianca, questo pane è prodotto a partire da un preimpasto che viene lasciato lievitare per oltre 3 ore. La ulteriore lunga lievitazione pri-

Ciabatta nostrana 280 g Fr. 2.80

Raclette du Valais AOP

Degustazione

Azione 20%

di Raclette du Valais AOP Valdor nelle Migros di Locarno, Pregassona e Taverne dal 24 al 25.11

sulla Raclette du Valais AOP Valdor al kg Fr. 22.80 invece di 28.50 dal 21 al 27.11

Questo formaggio da raclette d’eccellenza è prodotto con latte vaccino crudo, trasformato e stagionato rigorosamente in Vallese, patria della celeberrima specialità da fondere. La preparazione del formaggio fuso era conosciuta in Vallese già verso la fine del 1500; mentre il nome «raclet-

te» fu utilizzato a partire dal 1874 per descrivere il formaggio stesso. Il Raclette du Valais AOP è un formaggio a pasta semidura che conquista ogni palato grazie alla sua inconfondibile cremosità e al tipico gusto intenso dato dalla ricca flora alpina di cui si cibano le mucche.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

Flavia Leuenberger Ceppi

Venerdì 24 novembre dalle 6.30: Black Friday Migros Lugano Centro

Negli Stati Uniti il Black Friday ha una lunga tradizione e cade il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento (Thanksgiving), quando i negozi danno via agli acquisti di Natale con grandissime promozioni. Da qualche anno questa giornata ha preso piede anche da noi ed è diventata un’occasione per risparmiare da cogliere al volo. Ed è proprio quello che vi aspetta il prossimo venerdì presso il punto vendita Migros di Lugano Centro, che aprirà straordinariamente alle ore 6.30. Dall’apertura

e fino alle 9.00 sono previsti incredibili sconti su tutto l’assortimento di Melectronics, sulla cosmetica e su tutto l’abbigliamento. Dalle 9.00 alle 19.00 sarà la volta del supermercato, dove anche qui non mancheranno le offerte sensazionali su tutto l’assortimento di generi alimentari. Inoltre, durante tutta la giornata verrà offerto un caffè gratis a tutta la clientela. Infine, segnaliamo che interessantissime offerte sono valide anche negli altri Melectronics. Venite a trovarci!

Un ottimo superfood

Novità L’aglio nero è considerato più sano dell’aglio fresco

L’aglio nero è il risultato della maturazione dell’aglio comune in un ambiente a temperatura e umidità controllate. Questo procedimento dura una quarantina di giorni e permette di ottenere non solo degli spicchi dal gusto più dolce e delicato rispetto a quelli dell’aglio fresco bianco, ma evita anche l’effetto alito cattivo. L’aglio nero può essere consumato da solo, così com’è, oppure può essere impiegato anche per arric-

chire e condire insalate, verdure, carni, zuppe, riso, pesce e anche ricette dolci. L’aglio crudo consumato regolarmente possiede innumerevoli effetti positivi sulla salute: è un antibiotico naturale, regola il colesterolo e la circolazione sanguigna, favorisce la digestione, ha un effetto decongestionante, stimola le nostre difese immunitarie ed è benefico per la pelle. Tanto vale mangiarne uno spicchio ogni giorno.

Aglio Nero al pezzo Fr. 3.90 In vendita nelle filiali Migros di Agno, Serfontana, S. Antonino e Locarno.

Il villaggio di Natale al Serfontana

La Mall del Centro Shopping Serfontana da questa settimana accende l’atmosfera della festa più bella dell’anno grazie al tradizionale Villaggio di Natale. Grandi e piccini sono invitati a immergersi nella fiabesca scenografia allestita appositamente per l’occasione. Sono tanti gli eventi e le attività che vi aspettano fino al 5 gennaio prossimo. Oltre al Trenino Serfontana agibile tutti i

giorni dalle 10.00, sono in programma anche laboratori creativi, il cinema natalizio, le letture di fiabe in musica, il coro dei bambini e molte altre iniziative. Naturalmente non mancheranno le visite di San Nicolao, l’8 dicembre, Babbo Natale il sabato 23 dicembre e la Befana il 5 gennaio. Il programma dettagliato di tutti gli eventi è visionabile sul posto.


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Idee e acquisti per la settimana

Cucina & Tavola

Per gli artisti dei biscotti Dettagli raffinati trasformano i biscotti di Natale in piccole opere d’arte. Con le decorazioni di Cucina & Tavola il lavoro è risulta veloce e facile. Così ogni biscotto diventa un pezzo unico

Fotografie e styling Christine Benz; Foodstyling Sonja Leissing

Testo Heidi Bacchilega

Le decorazioni devono essere lasciate asciugare bene prima di riporre i biscotti in una scatola chiusa. In tal modo si mantengono freschi a lungo.

Come fare: lasciate raffreddare i biscotti appena sfornati su una griglia. Poi cospargere con glassa di zucchero o cioccolato e decorare con granella di zucchero.

*Nelle maggiori filiali

Attenzione: la glassa deve essere ancora umida, altrimenti le stelle, le palline o i bastoncini non aderiscono. Consiglio: aggiungere i coloranti alimentari alla glassa per dare più vivacità, succo di arancia o limone per dare più gusto.

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Cucina & Tavola Formina per biscotti unicorno nel sacchetto* Fr. 4.90

Cucina & Tavola Mini formine per biscotti nel sacchetto 16 pezzi* Fr. 12.80

Cucina & Tavola Formina per biscotti cuore smiley* Fr. 5.90

Cucina & Tavola Penne brillanti per decorare oro e argento, 2 x 2 g* Fr. 7.90

Cucina & Tavola Formina per biscotti stella smiley* Fr. 5.90

Cucina & Tavola Matterello con 9 formine per biscotti* Fr. 14.80


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Idee e acquisti per la settimana

Cucina & Tavola

Per gli artisti dei biscotti Dettagli raffinati trasformano i biscotti di Natale in piccole opere d’arte. Con le decorazioni di Cucina & Tavola il lavoro è risulta veloce e facile. Così ogni biscotto diventa un pezzo unico

Fotografie e styling Christine Benz; Foodstyling Sonja Leissing

Testo Heidi Bacchilega

Le decorazioni devono essere lasciate asciugare bene prima di riporre i biscotti in una scatola chiusa. In tal modo si mantengono freschi a lungo.

Come fare: lasciate raffreddare i biscotti appena sfornati su una griglia. Poi cospargere con glassa di zucchero o cioccolato e decorare con granella di zucchero.

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Attenzione: la glassa deve essere ancora umida, altrimenti le stelle, le palline o i bastoncini non aderiscono. Consiglio: aggiungere i coloranti alimentari alla glassa per dare più vivacità, succo di arancia o limone per dare più gusto.

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Idee e acquisti per la settimana

Assortimento pesce

Salmone per buongustai Dal 2016 il pesce e i frutti di mare venduti alla Migros provengono esclusivamente da fonti sostenibili. Come ad esempio dall’allevamento di salmoni certificato ASC della Marine Harvest in Norvegia. Da qui arrivano anche i pesci utilizzati per entrambe le varietà di salmone affumicato illustrate. Sono un’autentica delizia sui toast, grande classico degli apertivi festivi. Con capperi, cipolle, germogli e un po’ di mousse di rafano oppure senape ai fichi, gli stuzzichini si trasformano in prelibatezze per veri intenditori.

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ASC Salmone affumicato M-Classic 200 g Fr. 9.30

Foto Giulia Marthaler; Styling Andrea Mäusli

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Pesce e frutti di mare con il marchio ASC Aus einer ASC-zertifizierten, verantwortungsvollen Zucht. (Aquaculture Stewardship Council) www.asc-aqua.org provengono da allevamenti responsabili. Benessere degli animali e condizioni di lavoro eque ai pescatori sono garantite.

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Con il suo impegno per la sostenibilità Migros è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Ancor più scelta per tutti gli appassionati delle zuppe Anna’s Best offre nuove gustose zuppe nel bicchiere, che in un istante possono essere riscaldate nel microonde o in pentola. Chi ama i gusti esotici sceglie Tom Kha Gai, il classico della cucina thai con carne di pollo svizzero, o la zuppa di fagioli rossi Kidney, con pomodoro e panna acida. Entrambe sono adatte come pasto di mezzogiorno nutriente ma leggero, dal momento che sia il pollo che i fagioli sono preziose fonti di proteine. Nuova nell’assortimento Anna’s Best anche la zuppa di pomodoro, vegana e in qualità bio, con l’aggiunta di basilico e pepe.

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Anna’s Best Tom Kha Gai 300 ml Fr. 4.40

Anna’s Best zuppa di fagioli rossi Kidney 300 ml Fr. 3.90

Zuppa (Tom) con galanga (Kha) e pollo (Gai). La galanga è una radice affine allo zenzero, il cui gusto è però meno piccante, anche se aromatico e agrumato. L’abbinamento con foglie di limetta Kaffir e citronella conferisce al latte di cocco una piacevole nota acidula. Naturalmente nella preparazione della zuppa al posto della galanga può essere utilizzato lo zenzero. Nel qual caso il nome della zuppa è Tom Khing Gai.


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Rosa di Natale decorata in coprivaso il pezzo

Filetti di trota affumicati M-Classic in conf. da 3, ASC d’allevamento, Danimarca, 3 x 125 g

2.80 invece di 3.30 Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g

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a partire da 2 confezioni

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di riduzione l’una Tutti i tipi di riso M-Classic a partire da 2 confezioni, –.80 di riduzione l’una, per es. parboiled Carolina, 1 kg, 1.70 invece di 2.50

PANE CROCCANTE CON VELLUTATA CREMOSA Una fetta di pane rustico aggiunge croccantezza a un piatto fumante di vellutata di sedano rapa e succo di mele con pepe e cerfoglio. Per scaldare le mani e la pancia! Trovate la ricetta su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla vostra Migros.

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Crocchette di rösti Delicious, 1 kg surgelate

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30% Sofficini al formaggio e agli spinaci M-Classic in conf. da 2 surgelati, per es. sofficini agli spinaci, 2 x 10 pezzi, 1200 g, 10.05 invece di 14.40

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Tutta la pasta M-Classic Tutto l’assortimento Farmer’s Best prodotti surgelati, per es. rosette di cavolfiore, 500 g, a partire da 2 confezioni, –.30 di riduzione l’una, per es. pipe, 500 g, 1.20 invece di 1.50 2.30 invece di 2.90


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1.–

di riduzione Tutti i biscotti natalizi in busta da 500 g (confezioni miste escluse), per es. creste di gallo all’anice, 3.95 invece di 4.95

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20% Kellogg’s in conf. da 2 Special K o Choco Tresor, per es. Choco Tresor, 2 x 600 g, 10.20 invece di 12.80

33% Tutti i tipi di 7up e 7up H2Oh! in conf. da 6, 6 x 1,5 l e 6 x 1 l per es. regular, 6 x 1,5 l, 7.80 invece di 11.70

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Tutto l’assortimento di tisane Klostergarten a partire da 2 confezioni, 20% di riduzione

30% Tutti i caffè istantanei Cafino e Noblesse, UTZ per es. Exquisito Oro Noblesse, 200 g, 6.85 invece di 10.–

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Tutti i prodotti natalizi M&M’s e Celebrations per es. calendario dell’avvento M&M’s, 361 g, 11.95

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5.– invece di 7.50 Petit Beurre in conf. da 3 cioccolato al latte o cioccolato fondente, per es. cioccolato al latte, 3 x 150 g

20% Praliné e truffes con motivo di renna e palline Adoro Frey, UTZ per es. truffes assortiti, 198 g, 10.05 invece di 12.60

30% Tutto l’assortimento Sun Queen per es. noci miste tostate e salate, 170 g, 3.40 invece di 4.90

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Tutto l’assortimento Handymatic Supreme (sale rigeneratore escluso), a partire da 2 pezzi, 50% di riduzione

40% Fazzoletti di carta e salviettine cosmetiche Linsoft e Kleenex in confezioni multiple per es. fazzoletti di carta Linsoft Classic, FSC, 56 x 10 pezzi, 3.30 invece di 5.50, offerta valida fino al 4.12.2017

40% Carta igienica Soft in confezioni speciali per es. Recycling, 30 rotoli, 9.30 invece di 15.50, offerta valida fino al 4.12.2017

Tutto l’assortimento di tessili per la cucina e la tavola Cucina & Tavola a partire da 2 pezzi, 50% di riduzione, offerta valida fino al 4.12.2017

50% Ammorbidenti Exelia in flacone, per es. Violet Senses, 1 l, 3.25 invece di 6.50


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Altre offerte. Frutta e verdura

Tutti i tipi di rösti e di semolino di granoturco TerraSuisse, per es. semolino di granoturco fino per polenta, aha!, 500 g, 1.40 invece di 1.80 20%

Fiori e piante

Funghi misti e prataioli M-Classic in conf. da 3, 3 x 200 g, per es. funghi misti, 9.30 invece di 11.70 20% Datteri Majoul, USA, imballati, per 100 g, 1.80 invece di 2.30 20%

Pesce, carne e pollame

Purea di pomodoro Thomy in conf. da 2, 2 x 300 g, 4.30 invece di 5.40 20%

Minirose Fairtrade, mazzo da 20, lunghezza dello stelo 40 cm, in diversi colori, per es. arancioni, 10.95 invece di 12.90 15%

Baby Kisss in conf. da 2, UTZ, cioccolato al latte o fondente, per es. cioccolato al latte, 2 x 120 g, 5.10 invece di 6.40 20%

Altri alimenti

Tutte le chips in tubo e Jumpy’s Sour Cream in conf. da 2, per es. chips alla paprica, 2 x 175 g, 3.20 invece di 4.– 20%

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20% Tutto l’assortimento Kneipp (confezioni multiple e set natalizi esclusi), per es. olio per il corpo ai fiori di mandorlo, 100 ml, 7.80 invece di 9.80, offerta valida fino al 27.11.2017

20% Prodotti per la doccia I am e Fanjo in confezioni multiple per es. docciaschiuma Milk & Honey I am in conf. da 3, 3 x 250 ml, 4.65 invece di 5.85

Meatballs di pollo Optigal, Svizzera, in conf. da 2 x 240 g / 480 g, 7.70 invece di 11.– 30% Ali di pollo Optigal, Svizzera, in conf. da 6 pezzi, al kg, 9.90 invece di 13.50 25%

Pane e latticini

Near Food/Non Food

Tutti i ketchup e tutte le salse fredde Heinz, a partire da 2 pezzi 20%

Biberli finissimi, 634 g, 6.60 Hit

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Calzini da uomo John Adams in conf. da 3 disponibili in diversi colori e numeri, per es. neri, numeri 43–46

Ravioli freschi Garofalo in conf. speciale, per es. ricotta e spinaci, 500 g, 8.90 Hit

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Calzini morbidissimi da donna Ellen Amber in conf. da 3 neri, numeri 35–38 o 39–42, per es. numeri 35–38

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20% Shampoo e balsami Elseve in conf. da 2 per es. shampoo Color-Vive, 2 x 250 ml, 5.65 invece di 7.10

Formentino Anna’s Best, 120 g, 3.20 invece di 4.– 20% Tutti gli ometti di pasta, per es. ometto di pasta TerraSuisse, 100 g, 1.50 invece di 1.90 20% Tutti i succhi freschi e le composte Andros, per es. succo d’arancia, 1 l, 3.80 invece di 4.80 20%

Bastoncini di merluzzo Pelican, in conf. da 3, MSC, surgelati, 3 x 300 g, 7.50 invece di 11.25 33% Tavolette di cioccolato Frey da 400 g in conf. da 3, UTZ, Crémant, al latte finissimo e al latte e alle nocciole, per es. Crémant, 3 x 400 g, 9.65 invece di 14.40 33%

Sgombri grigliati Rio Mare, con olio extra vergine d’oliva, 120 g, 2.90 Novità ** Tonno all’olio di oliva Rio Mare, con limone e pepe nero, 240 g, 6.90 Novità ** Piselli fini M-Classic, bio, 2 x 138 g, 2.20 Novità ** Zuppe in bustina Alnatura, per es. vellutata di funghi, 43 g, 1.30 Novità **

Salsa al pesto o ai funghi Bon Chef Salseria, 40 g, per es. al pesto, 1.80 Novità ** Tutto l’assortimento Esthetic (confezioni multiple e set natalizi esclusi), per es. gel doccia alla vaniglia, 250 ml, 2.90 invece di 4.20 30% ** Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Selina, per es. ragout con manzo, 100 g, –.50 invece di –.65 20%

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Mini Windy’s Classic da 400 g e frittelle di mele da 500 g M-Classic, prodotti surgelati, per es. Mini Windy’s Classic, 400 g, 5.60 invece di 8.– 30% 7up Regular e 7up Free in conf. da 8, 8 x 50 cl, per es. 7up Regular, 6.30 invece di 8.40 8 per 6

Miscela di quinoa e lenticchie El Mundo Fairtrade, 225 g, 3.50 Novità **

Sminuzzato alla zurighese da 40 g e miscela per pollo alla panna con erbe aromatiche da 33 g Bon Chef, 1.90 Novità **

Senape, maionese e salsa tartara M-Classic in conf. da 2, per es. maionese Classic, 2 x 265 g, 2.15 invece di 3.10 30% Olive spagnole snocciolate, 400 g, 3.90 Hit

Creme per le mani I am in look metallico, burro di karitè, lavanda e rosmarino o citronella e zenzero, per es. burro di karitè, 75 ml, 6.40 Novità **

Zuppe liquide Knorr, per es. vellutata con 9 verdure, 1 l, 4.70 Novità ** Zuppa di asparagi Bon Chef, 500 ml, 2.80 Novità ** Tartufo al caramello Glacetta, prodotto surgelato, 120 ml, 3.50 Novità *,** Grand Marnier Glacetta, prodotto surgelato, 200 ml, 3.90 Novità *,** Mini torta al cioccolato Glacetta, prodotto surgelato, 130 ml, 3.50 Novità *,**

Praliné Mini Perles Frey, UTZ, 96 g, 6.90 Novità ** Docciaschiuma Fresh & Fruity I am, Limited Edition, 250 ml, 1.95 Novità **

Pure Pistacchio Sélection, prodotto surgelato, 450 ml, 6.90 Novità *,** Pure Nocciola Sélection, prodotto surgelato, 450 ml, 6.90 Novità *,**

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

Raccard

Si scioglie come neve al sole L’assortimento per raclette si arricchisce di una specialità: l’ultima novità Raccard è un formaggio al pepe in qualità bio. Questo formaggio piccante è prodotto con latte biologico e arricchito con delicati grani di pepe verde. In seguito, il formaggio viene lasciato a maturare per circa 100 giorni, durante i quali sviluppa pienamente il suo aroma.

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M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i formaggi da raclette di Raccard.

Azione 20X Punti Cumulus sul formaggio al pepe nella qualità bio di Raccard dal 21.11 al 04.12

Gli agricoltori bio lavorano in armonia con la natura. Si prendono cura di animali, piante, terreno e acqua. Migros Bio Raccard al pepe 2 x 4 fette, 225 g Fr. 6.10

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L’impegno Migros a favore della sostenibilità è da generazioni in anticipo sui tempi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

Torino

Quando la barretta di cioccolato incontra la torta Da decenni il nome Torino è sinonimo di finissime barrette di cioccolato al latte con cremoso ripieno pralinato. Anche il nuovo Choco Cake con Torino è una scelta squisita, ad esempio per festeggiare degli esami superati, durante la pausa caffè in ufficio oppure semplicemente per il proprio piacere. La piccola torta al cioccolato rimane ben umida al suo interno e sorprende con le due barrette di Torino che contiene.

Azione 20X Punti Cumulus per il Choco Cake Torino

Una piccola torta con un grande sapore: la nuova Choco Cake Torino.

Torta al cioccolato con Torino 225 g Fr. 6.40 Nelle maggiori filiali

Foto Christine Benz; Styling Sonja Leissing

dal 14 al 27 novembre



Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 20 novembre 2017 • N. 47

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Idee e acquisti per la settimana

Esthetic

Benefici per corpo e mente Con il loro design dall’estetica accattivante, i prodotti della linea per la cura del corpo Esthetic portano un tocco di atmosfera da spa nel bagno di casa. Le sue sensuali fragranze invitano a viaggi esotici da sogno. Lozione per il corpo, sapone schiumoso, gel per la doccia e peeling contengono materie prime di alta qualità per curare in modo ottimale le pelli esigenti. L’India Bliss Foam Soap e l’Asia Bloom Body Sorbet, una lozione particolarmente leggera, sono entrambi disponibili in edizione limitata. Non solo il set regalo, ma tutti i prodotti Esthetic si adattano molto bene come doni, in particolare a Natale.

Esthetic Amazon Forest Shower Gel 250 ml Fr. 2.90* invece di 4.20

Esthetic Asia Bloom Body Sorbet Limited Edition 250 ml Fr. 5.50* invece di 7.90

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Esthetic unisce una cura del corpo di alta qualità al piacere di intense fragranze.

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Doniamo insieme per tutti coloro che hanno bisogno del nostro aiuto. Non dimentichiamo chi si sente lasciato solo con i suoi problemi sociali o finanziari. Doniamo per le persone in Svizzera acquistando i cuori di cioccolato della Migros. Il ricavato delle donazioni viene devoluto interamente alle organizzazioni caritatevoli aderenti, che possono così offrire a lungo termine una vita migliore alle persone bisognose. La Migros darà il suo contributo aumentando di un milione di franchi la somma raggiunta.

Affinché soprattutto nelle festività nessuno sia lasciato solo, il Soccorso d’inverno organizza una festa di Natale per coloro che vivono con il minimo esistenziale. Nel periodo buio e freddo dell’anno, il Soccorso d’inverno offre così un po’ di calore a tante persone, indipendentemente dalla provenienza o dalla confessione religiosa.

HEKS fornisce un importante contributo all’integrazione delle persone socialmente svantaggiate. «HEKS Neue Gärten» (Nuovi giardini HEKS) offre ai migranti un’occupazione utile che li sostiene anche nella creazione di una rete sociale.

Le persone anziane la cui mobilità è limitata non escono quasi più di casa e rischiano quindi di restare sempre più sole. Per loro, anche attività quotidiane come fare la spesa diventano sempre più difficili. Pro Senectute assiste questi anziani organizzando visite regolari e servizi di sostegno.

Le persone con problemi finanziari sono svantaggiate in tutti i settori della vita, anche socialmente. Grazie alla KulturLegi (Carta della Cultura) anche queste persone possono avere accesso a eventi culturali, sportivi e formativi.

Pro Juventute si impegna affinché nessun giovane sia lasciato solo con le proprie preoccupazioni. Pertanto «Consulenza + Aiuto 147» di Pro Juventute offre consulenza per telefono, SMS, e-mail, chat e tramite il sito www.147.ch a bambini e adolescenti per domande di qualsiasi tipo. Il servizio gratuito è attivo 365 giorni all’anno, 24 ore su 24 in tutta la Svizzera.

Informazioni su ulteriori progetti e altre modalità di donazione su www.migros.ch/natale


Scopri il mondo dei folletti Migros. Collezionali, giocaci, ascoltali!

Solo per brev e tempo.

OGNI PERSONAGGIO È ANCHE UN’AUDIOSTORIA. Dettagli e istruzioni d’uso su migros.ch/natale

Dal 21.11 al 25.12.2017 in tutte le filiali Migros, Do it + Garden Migros, melectronics, Micasa, SportXX incluso Outdoor o su LeShop, ad ogni acquisto di fr. 20.– ricevi un bollino (max. 15 bollini per acquisto, fino a esaurimento dello stock). La cartolina completa dei 10 bollini può essere scambiata con un audiopersonaggio gratuito nelle maggiori filiali Migros fino all’1.1.2018.


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