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NUMERO VIII - OTTOBRE 2012

Il pubblico strepita nelle sue giacche – l’uomo bloccato dal nodo della sua cravatta, la donna «presa in trappola da un tailleur grigio fumo». Ognuno è seduto su comode poltroncine blu, in attesa che Noam Chomsky appaia: eccolo fare capolino, ed è già tutto uno scrosciare d’applausi, uno spellarsi le mani, una gara a chi acclama con maggior fervore (gara a cui non si sottraggono i politici locali presenti). Infine Noam parla, ma in fondo non è importante quello che dice: la teca in cui è stato posto, l’alone di riverenza – di “istituzionalità” – di cui è stato circondato, toglie forza alle sue parole. Denuncia le violenze degli Stati Uniti d’America e dello Stato d’Israele, certo... e allora? La verità, tanto, non importa: «il problema in Italia non è tanto di saperla ma che, saputala, tutto resta uguale». Se ve lo siete perso, o se volete riascoltarlo per dare peso ed importanza alle sue parole, potete farlo cercando su youtube il titolo della conferenza: “The Emerging World Order: its roots, our legacy”.

Prima candelina di Stefano Tieri

Un anno fa, nell’ottobre del 2011, veniva scritto, stampato e distribuito il primo numero di Charta Sporca. Il gruppo nato allora, eterogeneo nelle idee ma concorde in un principio fondamentale (seguire, al di fuori di ogni condizionamento esterno, il proprio spirito critico), è presto cresciuto, raccogliendo studenti

dei più diversi ambiti del sapere. Le critiche al nostro sistema sono state accompagnate dalla messa in evidenza degli aspetti che abbiamo ritenuto meritassero spazio, allo stesso modo il parlare di cultura è stato affiancato dal fare cultura (mi riferisco, qui, alla Terza Pagina). Oltre alla pubblicazione del periodico – distribuito all’interno dell’Università – abbiamo organizzato, nel Dipartimento di Italianistica oramai chiuso, un ciclo

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di conferenze rivolte anche alla cittadinanza, oltre che agli studenti. Abbiamo dato spazio alle realtà lasciate ai margini; salvo accorgerci, poi, che era la stessa Cultura ad essere stata relegata al margine da questo sistema malato. Al suo posto era stata affermata una “cultura” (ha ancora senso continuare a definirla tale?) volgare e televisiva, suddita del mercato, serva dell’audience, svenduta al facile e demagogico slogan di turno. Ci saremmo forse dovuti rasse-

gnare a tutto ciò, volgarizzando i nostri contenuti, riempendo le nostre pagine di pubblicità, ammiccando schizofrenicamente a destra e a manca? Sono sicuro che concorderete con noi sulla risposta, premiando la nostra scelta un po’ romantica (di certo d’antan) con l’affetto e la vicinanza che finora ci avete sempre dimostrato. Un caro saluto a voi e auguri: questo compleanno è di tutti.


Perché non mi ascolti, maledetto computer? di Giulio Rosani

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intelligenza artificiale è stata una tematica molto sviluppata nella nostra cultura da quando il genere Sci-Fi ha preso piede. L’uomo è rimasto infatti molto colpito da quello che era in grado di fare un computer, già dai primi modelli. In questo articolo vogliamo trattare il tema dell’’AI, ovvero intelligenza artificiale, a partire da quello che viene chiamato Turing Test, test volto a verificare l“umana intelligenza” di una macchina e che recentemente un cervello elettronico di fabbricazione russa ha quasi passato. Il programma doveva simulare il comportamento di un ragazzo di 13 anni. Ma prima di questo un po’ di storia. Uno dei primi macchinari basati sul concetto di computer fa la sua comparsa durante la seconda guerra mondiale. Era una macchina enorme costruita in Inghilterra allo scopo di decifrare i messaggi tedeschi, troppo difficilmente criptati perché un essere umano potesse decifrarli in tempo utile. La “bombe”, come veniva chiamato il macchinario, avevano il compito di testare tutte le combinazioni possibili con cui era stato cifrato il testo; poi un operatore umano verificava il senso di quello che la macchina aveva ricavato, fino a trovare la chiave con cui decifrare le missive nemiche. L’inventore di questa “bombe” è proprio Alan Turing, lo stesso che poi si è posto la domanda se una macchina possa dimostrare un comportamento intelligente. Notiamo come subito l’uomo riconosce l’immensa potenzialità della macchina. Infatti la “bombe” è estremamente stupida (non fa altro che provare tutte le combinazioni possibili), ma è riuscita dove l’uomo aveva fallito. Ora disponiamo di macchine molto più potenti, che addirittura sono in grado di decifrare il messaggio e controllare il contenuto del testo decifrato senza ausilio umano. Cosa succederebbe quindi se le macchine potessero essere intelligenti, oltre che potenti strumenti di calcolo? A questa domanda risponderemo a fine articolo. Passiamo ora a spiegare in che cosa consiste il test di Turing. Per decidere se un computer o un programma sono in grado di mostrare un comportamento intelligente abbiamo bisogno di un giudice senziente. A giudicare sarà quindi un essere umano C, a essere giudicati saranno un altro essere umano A e l’AI in esame B. Il test consiste in

fare conversazione, porre domande o comunque stimolare A e B a rispondere in modo sensato attraverso uno schermo. Infatti così il giudice C dovrà distinguere la macchina dall’uomo solo in base alle risposte ricevute, senza avere alcun altro criterio di giudizio. È importante che il giudice non senta o veda A e B (per questo si preferisce uno schermo come metodo di interazione), infatti produrre parole sotto forma di suoni mette la macchina in svantaggio, si sente chi non è umano, e se il giudice potesse vedere chi ha davanti non avrebbe problemi nella distinzione. Dopo che il giudice ha fatto le proprie scelte, se per almeno il 30% dei casi C non riesce a distinguere B da A, allora B passa il test.

tore gli ha segnalato in precedenza e a rispondere come gli è stato detto di fare. Dietro a tutto questo c’è un processo logico, ma non da parte della macchina. Quello che interesserebbe vedere è una macchina in grado di andare oltre la propria programmazione. Una macchina, quindi, in grado di decidere da sola cosa fare.

Esistono però dei trucchetti per far passsare il test ad un programma

Questo tipo di macchine esiste? Sì, esistono, anche se sono in grado solo in parte di decidere autonomamente cosa fare. Esistono robot in fase di sviluppo, soprattutto nel campo delle operazioni di soccorso, in grado di interagire con l’ambiente e con altri robot nelle loro vicinanze nel modo a loro più conveniente, quindi senza comandi preimpostati dall’uomo. Questo permette di far volare elicotterini in

anche se questo non è particolarmente intelligente. Il lettore avrà sicuramente incontrato almeno una volta nella sua vita quello che è chiamato “chatterbot”. Questo consiste in un programma in grado di interagire con un interlocutore umano scansionando le frasi a lui inviate in cerca di parole chiave. Se ne individua, risponde in base alla/e parola/e chiave trovata/e, altrimenti dà una risposta generica, che può andare bene in molte situazioni. Chi ha già incontrato questo tipo di AI sa che non è facile rendersi subito conto di parlare con una macchina e non con un essere umano. Questo tipo di programma non è infallibile, ma avrebbe una buona probabilità di passare il test. Domanda: questo programma è intelligente? Risposta: no, poiché si limita semplicemente a cercare parole che il programma-

perfetta formazione e di far schivar loro ostacoli senza doverglielo dire esplicitamente. In ambito militare esistono già dei robot in grado di scegliere autonomamente il bersaglio da attaccare o la manovra da eseguire. Ovviamente lasciare troppa autonomia ad un robot non è conveniente in questo caso. Un soldato deve eseguire gli ordini e solitamente un soldato troppo intelligente non esegue ordini irrazionali, per quanto in alto possa stare chi li ha impartiti. A vantaggio dei robot resta comunque il fatto che non essendo questi, per il momento, soggetti ad emozioni quali la paura, l’odio o la rabbia, non faranno azioni avventate sul campo di battaglia, riducendo così i danni collaterali che un soldato umano invece provocherebbe. Questo ci fa porre la seguenta do-

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manda: noi umani, dato che siamo soggetti a fattori irrazionali, agiamo sempre in modo razionale e intelligente? Ovviamente no, bisogna quindi distinguere tra intelligenza umana e intelligenza in generale. Il test di Turing verifica solo se il programma è intelligente come umano, non necessariamente se è intelligente in generale. Esiste la possibilità che il computer o il programma sia intelligente, ma compia delle azioni o dia delle risposte che noi umani non faremmo o daremmo, in quanto non rientra nelle nostre abitudini. In questo caso C sarebbe in grado di distinguere B da A anche se B è intelligente. Il test di Turing è un’intersezione tra comportamento umano e comportamento intelligente e questo ne costituisce il punto debole. Rispondiamo infine alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: cosa succederebbe quindi se le macchine potessero essere intelligenti oltre che potenti strumenti di calcolo? In realtà non possiamo saperlo fino a quando non avremo AI degni dei migliori racconti Sci-Fi, ma alcune risposte possibili sono già state fornite, appunto, da questo genere. Rimando alla visione (e alla lettura) di “I, Robot”, perché contiene secondo me le due risposte più plausibili (e le sviluppa un po’ di più rispetto a questo articolo). Se la macchina intelligente è intelligente in generale e se avesse il compito di preservare se stessa e il proprio ambiente, molto probabilmente cecherebbe di eliminare il fattore di rischio maggiore per la sua missione: l’uomo. Abbiamo infatti la tendenza irrazzionale di rompere o guastare tutto quello che ci passa fra le mani. Questa cosa la macchina non la capirebbe, anzi la vedrebbe come un comportamento spupido e da evitare, in caso estremo eliminare. Un’intelligenza umana invece cercherebbe di integrarsi tra noi e comincerebbe forse a porsi domande sul proprio essere come l’uomo fece tempo fa, aprendo nuovi problemi da risolvere, quali ad esempio la definizione di anima. Dunque da una parte sarebbe molto interessante vedere una macchina pensante, dall’altra potremmo correre il rischio di essere la causa della nostra estinzione. Io personalmente però trovo molto allettante l’idea di poter finalmente litigare e ottenere risposta dal mio computer, soprattutto quando non fa quello che io voglio.


Terza

Pagina

inserto letterario

D’Ambra e Petali: Meraviglia Apri gli occhi ed è il silenzio danza il cuore mio solitario davanti a te, cangiante speranza dell’anima mia, imperterrita macchina forgia di sogni, leggeri e lontani. Tutto cade sotto il tuo sguardo, la Terra, la Volta, le mie certezze: ricordo la strada, ma sono perso il mio scudo è infranto... Se ti amo oppure no? Mia la domanda, tua la risposta mentre petali d’oro piovono a carezzare la piana dove c’incontrammo per la prima e magica volta sotto il timido sole d’inverno. Mia, sua o di nessuno? Non vi sarà alcuno tanto sciocco da amarti senza sapere che l’amore ha il suo prezzo: il tuo sorriso prego ogni giorno in vista dell’alba, bella come solo tu sai splendere vera di coraggio e mistero, cantando la melodia degli occhi tuoi d’ambra sfuggente. Non c’è “mio”, non c’è “tuo”, ci regaliamo l’un l’altra, ma nostro resta ed è il racconto. Ti tendo la mano, ma non voglio che tu l’afferri se non senti il cielo in te ed il vento: libera come l’aria devi essere per non legarti a me e a nessuno mai, perché avventata è l’amante che smette di cantar di sé forte.

A C., assieme a un orecchino ch’io t’offrirei ghirlanda di parole S. George Avevo candidi versi in mente da sciorinarmi all’orecchio per blandire l’assenza che mi circonda - sarebbe bastato un tuo gesto! Il rumore sordo d’una porta aperta a fermarmi il cuore un istante e il socchiuso sorriso che porti come un’offerta di sole, come un’alba sul mare presenza trepida immensa. Sei il greppo arso di Baška dove incespica il passo e un filo d’erba al di là del muro è la vita. Sei il poggiolo d’iris che sboccia a capolino sulla rupe deserta e desta di viola i ciottoli bianchi del greto. Sei il segreto che il foglio bianco trasuda - l’inferno, inferriata di sogni oggi le mie derive dischiuse.

Ettore Spada

Andrea Franti III


un cadavere di corvo fra i cocci dei coppi caduti sul marciapiedi forse a causa di una mala virata o di un erroraccio nel valutare un facile passaggio nella via momenti di disattenzione, forse o uno schiaffo di bora inaspettato che l’ha sbattuto secco contro il muro della casa ai cui piedi ora giace rigido e curvo, il becco aperto, il corpo raccolto in una morte irrispettosa un fagotto nero, come una scarpa o un mucchio di stracci lasciati lì per un caso sul bordo della strada oppure, mi dico, l’ha ucciso il freddo – il freddo ti si attacca addosso come una maledizione, ti entra nelle ossa e lì rimane, hai voglia a rattrappirti in cerca di un calore che non c’è è come la paura, cieca e malsana come il brivido che artiglia la schiena quando la realtà si fa luminosa di numeri e dati incontrovertibili - è come il freddo, la paura, dilaga e congela i pensieri in un niente nessun dubbio né riserva si scioglie se parliamo al futuro sottovoce davanti a una birra di cui non resta che la schiuma nel bicchiere, e là fuori quanta nebbia ci attende, quanta bruma da non essere buoni a muovere un passo da temere, anche, di volersi bene quanto di tutto questo ha visto il corvo – forse, posato sull’ultimo ramo ha visto anche quello che non possiamo vedere, le fauci nere nascoste dietro le parole, la vera pelle di squame delle mani che comandano e quanto sottile e scura è la polvere che si posa senza posa su ogni cosa su ogni cosa… quanto di tutto questo ha visto il corvo di là dei contorni dello scotòma che continuiamo a chiamare realtà una macchia di braccia e occhi e pezzi e pezze, tagli, quarti, paginette strappate che volano per la via tanto di tutto questo ha visto il corvo che ha preferito morire, gridando mai più, once again quoth the raven nevermore lasciando il sangue ghiacciarsi nel cuore nelle vene, fino a cadere qui nella strada dove tocca passare e fa così freddo, cammino più in fretta mi stringo nell’abbraccio del cappotto mentre un refolo soffia piume tutto intorno

Giuseppe Nava IV


La rinascita di Simplicio di Solivagus Rima

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dopo quasi quattrocento anni, ecco che torna sulla scena della trattatistica scientifica un vecchio personaggio di Galileo, Simplicio. Ed era ora! In quest’ “epoca della scienza” sono ormai troppi i Salviati che ne vogliono saperne una più del libro, troppi gli scienziati razionali che nulla sanno e vogliono saper tutto. Non sia frainteso il dialogo che ora voglio proporvi; infatti, esso non è volto a muovere una critica al grande Galileo, senza il quale credo per certo che il mondo sarebbe stato perduto già secoli orsono, ma al “dogmatismo scientifico”. E’ un dialogo che vuol fungere d’appello a tutti coloro che credono nella semplicità, nella bellezza di ciò che a noi è familiare e non sconosciuto. Salviamo il mondo dai troppi Salviati, presuntuosi e amanti dell’ ”incomprensibile complesso”. I nostri occhi sono troppo lontani dalla terra! E dopo questa breve introduzione, inizino a parlare i personaggi: Simplicio: Ma finalmente! Ora son fuori da quella tomba scomoda. Nuovo Salviati: Potevi rimanerci... avresti fatto un favore al mondo intero! Simplicio: Che intendi dire?! Nuovo Salviati: Sveglia amico! Tu non esisti più …. il mondo è proiettato in avanti, verso il progresso. Di questi tempi non c’è spazio per quelli come te, per i sempliciotti. E’ la scienza che porta avanti la razza umana, è la scienza che sostenta il nostro sapere! Simplicio: Come erri, mio caro! E sai perché te lo dico?! Perché nella mia permanenza nella tomba ho potuto osservare molte cose interessanti … cose che voi altri vivi, probabilmente, dato che siete stati troppo tempo in movimento e affaccendati, non avete avuto il tempo d’osservare. Nuovo Salviati: E sarebbero? Simplicio: Ad esempio che la scienza non vi ha portato a nessuna innovazione o progresso, ma al puro regresso. Nuovo Salviati: E perché mai? Simplicio: Perché non mi sembrate affatto più consapevoli della verità rispetto a come lo eravamo secoli fa. Ma ti illustrerò degli esempi per farti capire meglio. Pensa alla fisica moderna. La fisica moderna è la scienza che vuole studiare il moto dei corpi, i sistemi, gli spazi, eccetera. Ma, dato che calcolare tutte le variabili che coinvolgono i moti dell’intero Uni-

verso sarebbe troppo complesso, si accontenta di analizzarne una parte, fingendo che ad esempio il moto di un oggetto che cade sia influenzato solo dalla forza peso, o che esista l’attrito assoluto o che esita un corpo rigido. Ma non è assurdo? Perché cercare la verità con un mezzo e in un territorio che non ha nemmeno l’ombra della verità? La fisica moderna è utile a cercare la verità quanto un cavatappi per sturare un water. Tuttavia, è affascinante e deve essere studiata per puro piacere, perché creare delle situazioni assurde è interessante, ma non per giungere alla verità. E’ più utile la filosofia per questo.Per di più, la fisica ha sviluppato un linguaggio complesso; talmente complesso, da essere accessibile solo a pochissimi eletti, quelli che io chiamo “i preti della scienza”, comunemente detti scienziati. Ma come può un linguaggio così complesso dare la possibilità all’umanità intera di comprendere la verità? Certo che uno scienziato mi può dire che ha dimostrato che non esiste velocità superiore a quella della luce, ma come posso credergli se non per fede. Le mie conoscenze sicuramente non potrebbero farmi comprendere le prove della sua teoria. Mi duole dir questo, dato che amo enormemente la fisica. Nuovo Salviati: E la scienza in generale? Simplicio: Si interessa di problemi affascinanti, ma va a cercare troppo lontano da ciò che per noi è quotidiano. Di questi tempi, invece di più rigore e leggi, servirebbe essere un po’ più accondiscendenti all’amore, avendo cura più dei sentimenti che degli studi; più vicini alla spiritualità che al pensiero. Più vicini all’anima che al cervello. Il cervello è ingannevole e beffardo, ci può imbrogliare, perché è razionale. Il cuore no, è istintivo, non è in grado di imbrogliare. Siamo in un’epoca d’imbroglio, di facciata; il cuore delle cose è stato dimenticato e il cuore sta nella terra. Nuovo Salviati: E come spieghi la tua presunzione, Simplicio? Che diritto hai di venire qui a dir tutte queste cose? Simplicio: Non ho alcuna presunzione, caro Salviati. Esprimo solamente la mia opinione. Ed anche se essa sarà confusa o dibattuta o infastidirà la mente di qualcuno come una mosca fastidiosa, la esprimerò comunque. So che potrei sbagliarmi e sono consapevole dei miei limiti e della mia ignoranza. Ma, tutti in qualche modo siamo ignoranti e non dobbiamo provare vergogna nell’affermarlo. Le opinioni nascono dalle nostre esperienze e non possiamo non esprimerle solo a causa della nostra ignoranza, altrimenti nessuno avrebbe mai dovu-

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to esprimere la propria opinione nella storia dell’umanità. So che non riuscirò a rispondere a molte delle domande che mi farai, sempre a causa delle mie lacune, ma questo fa parte del gioco. Se voglio difendere la mia opinione, sarò pronto ad affrontare questo ed altro. Nuovo Salviati: E che mi dici dell’evoluzionismo? Simplicio: L’evoluzionismo di Darwin prevede che gli esseri viventi si trasformino in altre specie attraverso mutazioni. Ma perché allora non ci sono esempi chiaramente visibili di questa evoluzioni? Perché gli esseri viventi del mondo a noi conosciuto sono così come li conosciamo da secoli e secoli e non evolvono? I fattori per mutare ci sono; ad esempio il clima, che cambia di anno in anno, l’espansione demografica dell’uomo, eppure nulla. Come mai? Mi potreste parlare di Biston Betularia... ma se questo fenomeno fosse qualcos’altro? Se non si potesse parlare in questo caso di evoluzione? Se fosse qualcosa che noi non conosciamo ancora? Perché si dovrebbe essere evoluta “una farfallina” e per una ragione così stupida in tanti secoli di vita? Mistero. E poi, l’evoluzionismo non è mai stato provato! Quindi, posso affermare di per certo che chi ci crede ci crede solo esclusivamente per un atto di “fede”. Se l’evoluzionismo fosse corretto, dovrebbero esserci miliardi di miliardi di fasi intermedie di esseri parzialmente evoluti; invece i fossili ritrovati e i resti sono solo una piccola parte e appartengono ad esseri completi. Se si osservano le evoluzioni delle specie ipotizzate, si vede facilmente come si possano fare con la fantasia. Basta giocare con l’immaginazione, plasmando massime del tipo “la funzione crea l’organo!”, fino ad essere convinti che un cavallo a macchie si sia trasformato in giraffa perché aveva fame (Lamarck), assurdo. E’ paradossale l’evoluzionismo... ma è affascinante ed è bello che alcuni uomini abbiano provato a capire da dove veniamo. Ma noi commettiamo un errore a prenderlo come verità assoluta, come certezza. L’errore è nostro, non di Darwin e degli atri. L’evoluzionismo non ha prove scientifiche, è un’idea. Quindi, continuate a cercare e a fare sperimentazioni... la verità è ancora moto lontana da noi uomini. Allora, caro mio, tu credi nella scienza. Ma ora dimmi... per quale motivo? Nuovo Salviati: Io, caro mio bel pupo, so per certo d’essere convinto

del fatto che la scienza abbia ragione. Essa ha un metodo preciso e rigoroso di stabilire ciò che è vero. Prende dei dati, reali, e li verifica attraverso prove tangibili. Simplicio: E come spiegheresti l’origine dell’Universo, in termini scientifici? Nuovo Salviati: Macché non lo sai?! E’ chiaro che l’Universo ha origine dal Big Bang, una grande esplosione che diede origine allo spazio e al tempo, che prima non esistevano. Tutto fu generato dal cosiddetto Uovo Cosmico. Simplicio: Certo questa descrizione dell’Universo andrebbe bene per esser presentata in prima serata dalla Parodi alla televisione. Cristina? Macché! Dalla sorella semmai. Ma quale Uovo Cosmico? E che ci devi fare? Una frittata? E poi, mi sembra logicissimo dire che il tempo è stato creato da un’esplosione avvenuta in un mondo prima senza tempo. E spiegami, come si faceva a sapere di un prima, se in quel prima non esisteva ancora il tempo? Alla faccia del metodo rigoroso della scienza... ... Tu affermi di credere a un fenomeno che non sai quando si è verificato e che probabilmente non è mai avvenuto, se non quando il tempo non esisteva e non ne sai neanche il luogo. E dimmi? Come può avvenire qualcosa in un non tempo e in un non luogo? Inoltre, l’Uovo Cosmico è un concetto antichissimo per spiegare questo fenomeno, ma questa non è scienza, è religione. La religione l’aveva capito secoli prima. L’Uovo Cosmico si trova nella mitologia greca e nelle Upanishad. Nel mito greco pelasgico Eurinome, la dea di tutte le cose, fu messa incinta da Borea, il vento del nord e dopo essersi trasformata in colomba, depose l’Uovo Cosmico, o Universale. E da questo uscirono tutte le cose esistenti. Nelle Upanishad, la parte finale dei Veda, si parla un Uovo Cosmico che galleggia nell’oceano primordiale. Erwin Schrödinger, appassionato di Vedanta oltre che di gatti, applicò questo concetto alla meccanica quantistica per arrivare a questa teoria dell’Uovo Cosmico. La scienza non possiede la verità... almeno per ora... e ha ancora tanta strada da fare. Altrimenti, la Bibbia e i libri religiosi, Corano, Bhagavad Gita hanno la saggezza … nascondono la verità. Sta nel lettore decrittare quegli antichi manoscritti e comprenderne il senso puro. Basta saperli leggere. Perché dicono che siano stati scritti dalle divinità? Perché contengono il sapere riguardo tutto l’Universo.


“Dio, il Signore, fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio, il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo” (Gn 2:21,22). La verità è che Dio non prese affatto la costola di Adamo per creare Eva. Nella versione ebraica della Bibbia viene usato il termine “tzelà (‫”)עלצ‬, che significa “lato” o “metà”. Per cui Dio prese la metà di Adamo e con essa diede origine ad Eva. Ciò sta a significare che la donna è la metà dell’uomo. Un evidente modo di esprimere un concetto, che in tempi moderni definiremmo con: cromosomi maschili XY e cromosomi femminili XX. La donna, che viene vista come “costruita” da una metà dell’uomo raddoppiata... Ma questa è solo un’opinione... e se

fosse vero, potremmo vederlo come un dolce legame fra religione e scienza. Tutto si ferma. Il Nuovo Salviati è immobile e Simplicio, consapevole che il suo tempo di ritorno sulla Terra è scaduto, si appresta a ritornare nella tomba. Tuttavia, si lascia sfuggire queste ultime parole … Simplicio: E per concludere ( almeno per ora) ribadisco che il mio pensiero è questo. Il “dogmatismo scientifico” ha portato solo male nei secoli. Ha fatto sì che la razionalità umana aumentasse, che l’oggettività inglobasse ogni soggettività. Ci ha reso cinici, diffidenti, distaccati dalle cose che ci sono familiari e ci risultano semplici (che io sono solito definire “terrene” – per questo nell’introduzione s’affermò che ci siamo allontanati dalla terra). La complessità

c’ha resi indifferenti davanti alle piccole cose; tutti rimangono esterrefatti davanti al moto dei corpi o davanti a quelli degli astri, non curandosi più della bellezza dei corpi e degli astri per come sono. Per me, tutto è governato da una “spiritualità” e non da leggi matematiche, le quali servono, forse, solo per stabilire un rigore e un ordine di tutto ciò che fa parte dell’Universo, ma a nulla di più. Non rispondono a nessun “perché?”. Ma non vorrei essere scambiato per un mistico. Anzi, io amo la scienza e i suoi obiettivi. Adoro il fatto che si possa studiare l’Universo, cercando di trovare un metodo oggettivo di ricerca, ai fini di dar la possibilità a tutti gli uomini di comprenderlo. Tuttavia, non amo quel che la scienza è diventata. Troppo presuntuosa e fiera delle sue scoperte da non essere in grado

di schiodarsi dai propri dogmi e dalle proprie leggi per andare incontro a nuove scoperte e a nuove tipologie di pensiero. E vi dirò, infine: se date a 100 uomini da leggere la Bibbia, probabilmente la maggior parte capirà o proverà a darne un’interpretazione; se date a loro da leggere “La teoria della relatività” di Einstein, solo un’esigua parte la comprenderà e nemmeno del tutto. Ditemi ora voi quale delle opere è più accessibile? Quelli che avranno letto Einstein potranno dire di aver letto “la verità”, pur non avendo compreso nulla? Con affetto, vostro umilissimo Simplicio.

L’Esplosione della storia di Davide Pittioni

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il 14 marzo del 1972. Esplode una bomba nella periferia di Milano. Un uomo con occhiali e baffetti – editore, militante e bombarolo – viene trovato dilaniato ai piedi di un traliccio dell’alta tensione. Secondo alcuni stava preparando un’azione di sabotaggio, secondo altri fu un omicidio politico. Incidente o assassinio. Bombe e storia. Un intreccio senza fine.

Il nostro sguardo della storia è spesso viziato da un’abitudine interpretativa che finisce per condizionare profondamente i nostri ragionamenti sul “che fare”. La storia, in fondo, è il bacino da cui estraiamo argomenti in favore di questa o quella tesi, aneddoti, esempi, conferme, smentite. In una parola insegnamenti. Pensiamo al dibattito tra fautori della crescita eterna (in cui anche i marxisti si sono fatti intrappolare) e sostenitori di un cambio di direzione che conosciamo come decrescita felice. Entrambe le posizioni sembrano condividere un assunto: la linearità della storia, la sua collocazione su una retta temporale che raccoglie, neutralizza e riporta sui proprî binari le tendenze e le forze che agiscono su di essa. Tutto ciò servendosi dell’idea dell’oggettività. “La concezione di un progresso nel genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo vuoto e omogeneo” afferma W. Benjamin. L’eterno presente in cui viviamo, celato dietro la profetica speranza di una storia finalmente giunta al capolinea, dove l’umanità – negli assetti di mercato e nella forma politica della democrazia liberale – ha trovato la sua perfetta realizzazione, sembra solo una versione aggiornata di questa storicità neutralizzata. Cos’è che viene rimosso in questa rappresentazione? Cosa si nasconde dietro questa presunta oggettività della sguardo storico? L’emergere della discontinuità. La rottura. Lo strappo. Le lacerazioni del corso storico. Il gioco consolante dei riconoscimenti (come lo chiama Foucault), ovvero il dissolvimento dell’evento in una continuità ideale che si riconosce sempre identica, è la conseguenza di un sapere ipocrita, o solo ingenuo, che non riconosce che “il sapere non è fatto per comprendere, ma per prendere posizione” (Foucault). La storiografia non può infatti fare a meno di una dimensione, quella della scrittura, che la attraversa fin nella fasi iniziali

della sua ricerca e che la presta continuamente all’interpretazione soggettiva. Selezione, scelta, ricostruzione, concatenazione dei fatti sono tutte operazioni che caratterizzano la ricerca storiografica, ma che pongono dei seri interrogativi sullo statuto di verità della narrazione storica. In fondo, esiste un criterio univoco che ci permetta di stabilire la verità di una rappresentazione storica? Risposta che può solo essere continuamente rinviata: la verità storica trova il suo fondamento nella ripetizione dell’operazione di scrittura. Foucault, seguendo Nietzsche, considera questa illusione retrospettiva di fatalità una conseguenza della cultura occidentale, permeata profondamente dalla metafisica e dagli ideali ascetici: “Questa storia degli storici si dà un punto d’appoggio fuori dal tempo; pretende di giudicare tutto secondo un’obiettività da apocalisse”. Il giudizio, come si evince da questo passo, rimane connaturato nello sguardo della conoscenza, ma all’occhio “oggettivo” dello storico viene rimosso, in nome dell’universalità sovrastorica. Universalità che elimina il luogo da cui questo sapere viene prodotto, il crocevia in cui il “fare storia” coincide con il “fare la storia”. Questa concezione storicista, per Benjamin, è tutt’altro che scientifica. Essa è profondamente ideologica. Il continuum della storia, dove i fatti sono allacciati da concatenazioni causali, dissolve magicamente la voce degli sconfitti. La storia è scritta dai vincitori. Ciò non significa che Churchill ha dettato la sua versione della storia direttamente agli scribacchini accademici, ma che quella presunta universalità di cui parlavamo prima è in realtà il risultato precario di una lotta che vede come momento di normalizzazione l’imposizione di certi valori, ovvero i valori del vincitore. La storia ha un’immagine che la accompagna: quella dell’assedio e della battaglia per l’occupazione dell’universale. La storia è la storia della lotta di classe, come sentenzia Marx nel Manifesto. Ma Benjamin non si ferma a questa constatazione. Egli non teorizza una semplice presa del potere da parte della classe sfruttata, né una semplice sostituzione di valori. Come abbiamo visto, le sospensioni della storia, in cui l’evento irrompe nel tessuto storico per

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squarciarlo, è il non detto del racconto ufficiale della storia. In questa sospensione balena una possibilità che nella ricostruzione posteriore della necessità del corso degli eventi perdiamo di vista, nella sua dimensione di radicale apertura. È in questo preciso momento che la giustizia fa il suo ingresso nella storia come “il segno di un arresto messianico dell’accadere, come chance rivoluzionaria nella lotta per il passato oppresso”. Essa non è semplicemente la legge del più forte, che trova la sua codificazione nel diritto, ma una fonte inesauribile collocata fuori dal tessuto storico. Per Benjamin allora il materialismo storico non ha il compito di riprodurre una narrazione lineare della storia. Il materialismo storico è piuttosto lo strumento che ci permette di scardinare la concezione storicista. “Lo storicismo postula un’immagine eterna del passato, il materialista storico un’esperienza unica con esso”. L’immagine del passato, agli occhi liberati dal giogo scientifico, si presenta come una costellazione carica di tensione: “La vera immagine del passato passa di sfuggita. Solo nell’immagine, che balena una volta per tutte nell’attimo della sua conoscibilità, si lascia fissare il passato”. Il punto cruciale di questo scarto tra linearità storica ed evento rivoluzionario è la sua fecondità teorica. Esso non si limita a produrre degli effetti nel discorso politico, ma assume una valenza anche nello stesso sguardo storico. Teoria e pratica, storia e politica, si condensano attorno ad una prassi narrativa che riconosce la storia come “oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di attualità”. La verità storica diviene quindi qualcosa di più delicato dell’accertamento dei fatti; essa diviene un concetto in bilico che rischia perennemente di scivolare nell’intollerabile deriva falsificazionista e revisionista. Lo storico da macchina conoscitiva diviene un soggetto eticamente responsabile: “Egli lascia che altri sprechino le proprie forze con la meretrice “C’era una volta” nel bordello dello storicismo. Egli rimane signore delle sue forze: uomo abbastanza per far saltare il continuum della storia” (Benjamin). La battaglia della storia rimane sempre aperta. Basta una scaramuccia, una scintilla, perché la bomba ci scoppi tra le mani.


ScontrPenne tra

Simone Cester: Faccio riferimento all’articolo pubblicato su questo stesso periodico nel mese di giugno/ settembre 2012 dal titolo “Don ChisCiotti e i suoi mulini a vento”. Premetto che sono un associato di Libera e mi sento quantomeno di precisare alcune superficialità espresse nel suddetto articolo. Anzitutto vorrei ricordare il motivo per cui è nata Libera. Una ragione tanto concreta quanto simbolica: togliere presidi sul territorio alle mafie e riconsegnarli alla cittadinanza. Primo atto dell’associazione quindi una raccolta di un milione di firme per una proposta di legge che permettesse il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Prima di questa proposta fatta da Libera nel ’95, ora parte dell’Ordinamento, i beni confiscati venivano messi all’asta e la possibilità che fossero gli stessi mafiosi, attraverso prestanome, a ricomprarli non era poi così remota. Direi qualcosa di più del “buon cuore di un prete”: un ideale più volte calpestato da difendere, la giustizia sociale, e uno strumento chiaro attraverso cui realizzarlo, l’impegno civile. In questa direzione va la giornata della Memoria e dell’Impegno celebrata da Libera ogni 21 Marzo, primo giorno di primavera, a simbolo di rinnovamento. Una giornata dedicata ai familiari delle vittime, per ricordare gli omicidi e la sofferenza cui porta la mafia. La memoria come fondamenta, l’impegno e la responsabilità come mattone. Nella convinzione che la costruzione di una società libera dal fenomeno mafioso si possa realizzare anteponendo all’irresponsabilità civile e all’individualismo, germi insiti nella cultura mafiosa, la cultura della coscienza civile e della solidarietà. Ecco quindi il ruolo fondamentale rivestito dalla cultura e dall’informazione per Libera.

Ruben Salerno: Il mio obiettivo non era un’esegesi di Libera ma una critica rispetto all’attività svolta, da cui il sarcasmo. Prendo spunto dalla tua metafora edile: memoria come fondamenta. A che pro leggere per sei ore i nomi delle vittime? A stare pentiti, contriti e redenti nell’ascoltare i nomi di persone mai conosciute ed erigerne simulacri gridando vendetta al cielo? Possibile fossero tutti eroi? Per i familiari dici tu, si chieda alle famiglie delle vitti-

me dell’Olocausto che ne pensano della giornata della memoria e di tutte le autorità che per un giorno dicono “Shalom!”. Impegno e responsabilità come mattone. Quante persone, tra le centocinquantamila acclamanti, si adopera per la causa? Perché ai raduni di Libera esistono fenomeni quali schiamazzi, spaccio e detenzione di droghe leggere? Perché esistono associazioni affiliate, create tramite prestanome e firme false? In che percentuale le proprietà confiscate sono effettivamente ad uso sociale? Si è fatto il passo più lungo della gamba, espandendosi oltre la misura controllabile. In nome di Libera si sta facendo del bene ma anche del male e troppo spesso nessuno dei due. Con ciò non voglio negare le conquiste positive del movimento, ma dopo vent’anni è evidente che il rapporto vittorie/sconfitte penda troppo dalla seconda. Urge un cambio di politica, ma per farlo bisogna comprenderne le cause, e farsi carico della responsabilità.

S. C. :Vedo che le domande sono molte, la confusione troppa e lo spazio per ribattere poco. Anch’io sono critico, come Don Ciotti d’altra parte, nei confronti dell’antimafia del giorno dopo; istituzioni che non s’impegnano a sufficienza, salvo poi raccogliersi nel dolore con i parenti delle vittime. Tuttavia esercitare la memoria attraverso la lettura dei nomi per svegliarci e responsabilizzarci a che questa lista non venga aggiornata, è ben altra cosa. Come impegnarci allora? Libera ha pensato di organizzarsi in Presidi. Gruppi di giovani, ragazzi delle scuole medie superiori, universitari e adulti, che a cadenza settimanale s’incontrano per informarsi sul tema della mafia con proposte di riflessione rivolte a tutti i cittadini. Intervenire nelle scuole e sollecitare al dibattito sul tema diviene fondamentale, perché si riconosce l’importanza della cultura nella formazione di una cittadinanza critica e propositiva. Una cultura, quella dell’antimafia e della giustizia sociale, che va coltivata, proprio come ci suggerisce l’etimologia latina del termine. Chiaro che i frutti non sono subitanei. Ma, se dal tuo articolo si evince che lo Stato sono gli altri, alti funzionari di partito e della Repubblica, perché ti dai da fare a stimolare i lettori scrivendo in un periodico culturale? E forse i giovani

VII

“responsabili” cittadini di oggi non potranno divenire gli alti funzionari di domani? R. S.: Su cosa sia lo Stato e cosa debba essere hanno ampiamente dibattuto filosofi, sociologi e politologi di varie epoche, la democrazia è un sistema fittizio per mantenere il potere in una stretta cerchia. I giovani responsabili di oggi non saranno mai gli alti funzionari di domani (sempre che rimangano responsabili, è ovvio) ma questa, come già dissi, è un’altra storia... Non metto in dubbio che alcuni o molti presidi e associazioni si diano un gran da fare con le attività, ma i risultati dove sono? Tu dici che i frutti non sono subitanei; vent’anni non sono nulla in confronto all’età delle stelle ma nel post-moderno massificato sono l’equivalente di un’era geologica! La vostra causa, così com’è ora, non può sopravvivere. Un’organizzazione criminale mondiale non si sconfigge con le belle parole. Se da un lato, per Gandhi, Mandela o Martin Luther King, una sconfitta ha messo in risalto globale temi sopiti quali il razzismo e il colonialismo, vedo con dispiacere che quando si tratta di fare sul serio, Libera o chi opera in nome di essa, svicolano nascondendosi dietro l’apartiticità o evitando di mettere le mani nel vespaio, prova ne sia che non è stata data risposta a una sola delle mie domande precedenti (vedi sopra). L’antimafia non può essere un hobby settimanale. S. C.: Preferisco pensare alla democrazia come ad una forma di Stato non perfetta certamente, ma perfettibile. Tuttavia essa necessita della partecipazione di tutti: ognuno di noi condivide con gli altri la responsabilità che comporta una piena democrazia. I tempi necessari alla trasmissione di un sistema valoriale da una generazione all’altra rimangono tempi umani, anche per una società massificata. Ecco perché 17 anni per l’uomo è un tempo risicato per un cambiamento culturale sentito. Però, mi fan ben sperare quando i prodotti di Libera Terra, coltivati in beni confiscati alle mafie, occupano gli scaffali dei supermercati, dimostrando più che mai quanto gli ideali abbracciati da Libera possano concretizzarsi. Persone normali, consce del pericolo nel lavorare terre di mafia. Promuovere una cul-

Su Libera tura della legalità, del rispetto della persona, della verità, della giustizia sociale, significa attuare questi ideali in pratiche e condotte di vita. Se occuparsi della città per il bene di tutti, come ci suggerisce Aristotele, è fare politica, allora Libera fa politica. Agisce come soggetto attivo nella costruzione di una cittadinanza responsabile per una democrazia propositiva e partecipata. Apolitica e apartitica sono due termini distinti, nulla però che non possa essere chiarito da un buon vocabolario. Un invito: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” (P. Borsellino). R. S.: I prodotti di Libera Terra si trovano principalmente sugli scaffali di una catena di supermercati che, come ben sai, è accusata di riciclo di soldi sporchi. Non mi sembra un gran risultato che prodotti generati da impegno e virtù stiano affianco a quelli che derivano da sfruttamento, schiavitù e corruzione, ovvero delle multinazionali. Per fare qualcosa di diverso bisogna combattere, avere il coraggio di rischiare, sporcarsi le mani. Dissi apartiticità perché ad oggi, ahimè, è proprio quella dei partiti l’unica via per la legittimazione. Parlando di politica vera invece non chiamiamo in causa Aristotele che si è visto citato persino come padre della Chiesa; inoltre si rammenti che nella “polis” aveva diritto di voto e di occuparsi della città circa il 6% della popolazione. Attuare questi ideali in pratiche e condotte di vita. Finché non si chiariranno le zone d’ombra di cui sopra, quei valori e quelle parole di Borsellino resteranno utopiche. Con buona pace degli attivisti veri e di chi ci mette la faccia. Che si accetti oppure no, a vent’anni di distanza le mafie sono più forti di prima, lo dicono i fatti. Proprio in questi mesi l’attacco allo Stato (quello dei cittadini) è più subdolo e imponente che mai, sull’altro fronte però ci si scambia strette di mano per il gran lavoro svolto e si difende a spada tratta anche ciò che difendibile non è. Così come la democrazia anche il nostro duello volge al termine, quale che sia la morale non mi è dato sapere. Di certo, come tutte le storie di questo mondo si conclude con: “Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che io ho detto la mia”.


MONSONICO

‘Un c’ho capito ‘na fav(i)a. di Vanni Maceria

Caso Favia. Anzi no. Piccolo passo indietro. Ovunque siate, col vostro Iphone 5 anti-crisi, connettetevi e aprite questo link: www.youtube.com/watch?v=xj8Zad KgdC0&feature=relmfu. È il video promozionale della Casaleggio Associati. Se non l’avete mai visto, fatelo. Per gli altri, è meglio se lo riguardiate con attenzione. Al di là dell’inglese padroneggiato dalla voce – guida, clamorosamente simile al Battiato maccheronico di “No time, no space”, cosa possiamo desumere? Che Gianroberto Casaleggio, l’uomo che levò la clava a Grillo quando spaccava hardware nei suoi spettacoli di fine millennio, è un pazzo furioso. Ma immensamente lucido, preparato, lungimirante. Geniale. Per Casaleggio l’uomo del roseo futuro, grazie alla Rete, sarà Dio; in lui confluiranno metempsicosi e ubiquità; i giornali falliranno, le case editrici falliranno, le case discografiche falliranno; e, dopo un paio di tentativi da parte dell’estabilishment di riesumare televisioni o riproporre cose vetuste come le leggi su copyright, ogni cosa sarà infine illuminata e gratuita: Internet sarà come l’aria; l’aria è libera; l’uomo respirerà libertà. Un po’ variante 2.0 del “Meno tasse per tutti” berlusconiano, un po’ un Mein Kampf scritto da un nerd fattosi, aumm’ aumm’, fra i più grandi spin-doctor del globo, è un documento che più di qualsiasi analisi di Giovanni Sartori o Ilvo Diamanti o chi vogliate voi può farci capire cos’è il M5S: l’anelito malcelato al grande passo verso una plurisecolare dittatura del Web. Prospettiva di per sé neppure intrinsecamente negativa, giacché Casaleggio, la sua mente superiore e i suoi degni seguaci saprebbero sicuramente apportare, almeno agli inizi, notevoli miglioramenti alle condizioni delle masse; oggi più che mai lontane dall’essere felici, uguali e intelligenti, come certifica il loro abbandono totale e incondizionato al progetto di “governo dal basso”, dopo due secoli e passa a eiaculare dinanzi a un ossimoro palese come “democrazia rappresentativa”. Il progetto è grandioso, Casaleggio ci rimugina da vent’anni e, proprio ora che l’obiettivo è così vicino, teme che Favia possa aver innescato un processo nocivo. Per questo ha provveduto a far terra bruciata at-

torno a Favia, il quale nel frattempo si culla fra nuovi proletari fisionomisti e grilleschi pretoriani dalla minaccia facile (su Facebook, of course). Sin dagli inizi Favia aveva ritenuto opportuno inserirsi – previdentemente, va detto – in un gruppo di adepti che, esattamente come la mafia, costituitosi col primo intento di difendere gli interessi della comunità, inizierà presto a diventare qualcos’altro. Ora lo stesso Favia, con la scusa di gridare alla mancanza di democrazia interna (ma dài?), come un picciotto pretenzioso vorrebbe uscire dal giro non solo incolume, ma anche rinvigorito. Gettando mani avanti ad ogni eventuale responsabilità futura, intrallazzando nuovi rapporti, in cerca di nuovi consensi. Favia il belloccio, il giovane arrivista già additato in tempi non sospetti quale “Quello che potrebbe tradire”; colui che ha fatto abbassare gli stipendi di tutti i consiglieri regionali da 9000 a 2700 euro; e che usa soldi pubblici per comprare per sé gli spazi in tivù: è ora alla disperata ricerca di un nuovo boss. Più malleabile, colluso e ottuso; che pensi, facendogli il tesserino con allegata promessa di una poltroncina, di incamerare un asso capace di erodere segreti e voti a Grillo. Bersani è in prima linea, la scelta è ampia e l’imbarazzo, così come il consenso ai 5 stelle, pare non aver voglia d’acchetarsi.

Direttore Responsabile: Stefano Tieri Impaginazione e grafica: Alberto Zanardo Sito Web: www.chartasporca.tk Per contattarci: chartasporca@gmail.com

VIII

di Meex Iko

Non è un'articolo sui cambiamenti climatici, né tantomeno una rubrica di vela. È invece la rubrica musicale “di cui nessuno sentiva il bisogno” (quest'ultima frase diciamo che è d'obbligo).

Lüger Concrete Light (2011)

Lüger (2010)

Non troverete articoli scandalistici sui vostri idoli pieni di soldi (che siano in banca, nel portafoglio o in vena cambia poco), né recensioni di gruppi sfigati per gente sfigata che crede che esista l'indy-rock (non esiste, mi dispiace, ma non esiste, fatevene una ragione). Per quanto mi riguarda mi occuperò di musica rock, sì, quella esiste ancora per fortuna, e ve lo dice uno che ha ancora da qualche parte un santino di Cobain, ed in particolare mi occuperò di ciò che ritengo valido sia in base all'ascolto della discografia, sia soprattutto all'impatto che hanno nei live. È facile fare dischi orecchiabili ai più, che ti fanno sentire alternativo (ma che in realtà tutti conoscono) e poi fare pena dal vivo (i System Of A Down, per citare solo i primi che mi vengono in mente). I primi sfortunati, sperando che questo primo tentativo diventi seriamente una rubrica, sono un gruppo di giovani madrileni, i Luger. Omonimi della celebre arma da fuoco, sparano la loro musica come proiettili che fendono l’aria creando armonie a metà tra lo psichedelico e il kraut-ctonico: insomma immaginatevi di essere dentro un baccanale, ragazze in trance guidate da un ritmo incalzante dettato da una batteria e da un percussionista (usa un timpano, e un lastra di metallo, che sbatte con furore e precisione), una chitarra acida e sonica che squarcia le orecchie come fulmini di un colore a metà tra il verde e il violetto, un tastierista che deve aver una sorta di culto per Ray Manzarek (emerge pienamente la sua abilità nel tenere insieme i vari componenti) e infine un bassista/cantate, uno di quelli che il basso lo usa come andrebbe usato, ovvero come una chitarra (d’altronde in inglese lo strumento si chiama bass-guitar), quindi riff potenti ed intense armonie che scuotono anche la pancia del più timido. Inutile dire che vanno visti nei live, soprattutto per cogliere questo loro lato più dance, che ti manda letteralmente in trance. I loro dischi, il primo omonimo e il nuovo Concrete Light, sono quasi un corpus unico, intervallato unicamente dalle poliritmie dei vari brani. Questi primi due inizi (il primo è del 2010) sono pure scaricabili gratis dal loro sito su bandcamp. Eticamente una scelta che secondo me va supportata, altro che quelle ridicole battaglie antipirateria portate avanti guarda caso sempre dagli idoli nazional-popolari, gli unici ad aver dei ricavi dalla vendita di compact-disc. Interessanti anche i video presenti su youtube, densi di surrealismi post-apocalittici e ironie sui cliché dell’uso del corpo da parte della contemporaneità. Tornando alla musica ho deciso che non vi voglio annoiare con le recensioni delle singole canzoni, che a parer mio rimandano sempre a gusti ed interpretazioni personali, ma almeno darvi qualche indicazione. Su tutte, sia per i numerosi ascolti che per la resa micidiale che ha dal vivo, energica quanto un monsone (quindi è fortemente consigliato l’ascolto) è Dracula’s chauffeurs wants more, una rincorsa garage-rock che sembra smaterializzare in fulmini lisergici l’inseguimento finale presente nel film sul noto vampiro di Francis Ford Coppola.


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