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he di cronac
La ferocia dei moralisti è superata soltanto dalla loro profonda stupidità Filippo Turati
9 771827 881004
di Ferdinando Adornato
QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 16 NOVEMBRE 2011
DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK
Al termine dell’ultima giornata di consultazioni, si apre la strada al nuovo esecutivo. Domani la fiducia
Miracolo a Roma Finisce la guerra bipolare: i “nemici” danno l’ok a un governo comune Mario Monti oggi al Quirinale scioglie la riserva e dà la lista dei ministri. Pdl e Pd dopo 17 anni di “guerra civile ideologica” accettano di unirsi per salvare il Paese. È la vittoria della buona politica LA SVOLTA
Vince la strategia del Terzo Polo. Ma soprattutto ora può tornare a vincere l’Italia
Ora apriamo la “pratica Damasco”. O si fa tardi
di Giancristiano Desiderio
di Vincenzo Faccioli Pintozzi
ario Monti ha fatto il primo miracolo: il governo. È riuscito a mettere d’accordo il Pdl e il Pd che fino a questo momento della legislatura si erano beccati come i classici cani e gatti. Monti è per questa nostra Italia l’ultimo treno utile che passa e perderlo sarebbe stato un delitto, peggio, un errore. Certo, il treno è in ritardo, ma la colpa non è certo del manovratore che sta facendo del suo meglio per recuperare il tempo perduto. a pagina 2
a Libia di Gheddafi è caduta, e per quanto sia al momento disastrata è comunque libera. L’Algeria di Ben Ali non è più, e di questo soltanto gli algerini possono dirsi responsabili e autori (con la giusta gloria). Il Cairo non ha più un Faraone, e l’esercito che ne ha preso il posto deve stare attento a non fare la stessa fine. All’appello dei cattivi del Medioriente, manca soltanto la Siria.
Basta violenze in Siria
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L’illusione di parte del Pdl
Non è una parentesi, Anche i berlusconiani la politicaè in campo sono italiani...
Anche la Chiesa si schiera: adesso prevalga il bene comune erché gli uomini di Chiesa appoggiano il progetto di “larghe intese”su cui si sta formando il governo che oggi Mario Monti presentarà al Quirinale? L’appoggio è stato affermato da Avvenire e dall’agenzia Sir, che interpretano l’orientamento del vertice dell’episcopato ma è stato dichiarato anche da una nota dei partecipanti al “Forum” di Todi, che invece tengono d’occhio la galassia delle associazioni. Si coglie bene il favore degli ambienti ecclesiali per il metodo delle larghe intese. a pagina 7
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di Errico Novi
di Riccardo Paradisi
ove nasce davvero la debolezza del Pdl? Dove affonda le sue radici? Una cosa è chiara, in queste ore di parziale schiarita sull’esito della missione di Mario Monti: che il partito di maggioranza relativa soffre un disagio grave.
i a un governo tecnico, no a un esecutivo politico. Dopo aver chiesto per settimane le dimissioni di Berlusconi in favore di un governo di transizione e di unità nazionale a Largo del Nazareno spuntano resipiscenze e resistenze.
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DOPO TODI
di Luigi Accattoli
I malumori di parte del Pd
Il paradosso della Lega all’opposizione
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Le ombre sul ritiro Usa
Tremonti, l’uomo che si pensava decisivo
E Bossi votò contro Quanti errori il “governo del Nord” per un Superministro!
gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00
di Giancarlo Galli
di Gianfranco Polillo
n queste giornate febbrili, nella Milano che nonostante tutto resta la Capitale della Finanza e dell’Economia nazionale, si trattiene il fiato. Più che agli schizofrenici andamenti dei mercati, gli occhi sono puntati sugli scenari politici.
li ultimi dati di borsa e i valori raggiunti dagli spread dimostrano che la situazione italiana è molto più difficile di quanto non percepisca l’opinione pubblica e che un singolo uomo, per quanto stimato, da solo non basta.
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I QUADERNI)
• ANNO XVI •
NUMERO
Ecco le verità nascoste di Obama a Kabul
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• CHIUSO
di Ayaan Hirsi Ali luglio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciò che avrebbe ordinato un ritiro graduale delle truppe dall’Afghanistan. Da un punto di vista superficiale non c’è niente di sorprendente in questa decisione. Obama sta semplicemente realizzando quanto aveva promesso al popolo americano nel 2009, quando decise di onorare la richiesta di incrementare le truppe.
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a pagina 12 IN REDAZIONE ALLE ORE
19.30
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il governo Monti
Ora può tornare a vincere l’Italia L’esecutivo che sta nascendo, di fatto segna il successo della strategia del Terzo Polo di Giancristiano Desiderio ario Monti ha fatto il primo miracolo: il governo. È riuscito a mettere d’accordo il Pdl e il Pd che fino a questo momento della legislatura si erano beccati come i classici cani e gatti. Il professore-senatore Monti è per questa nostra Italia l’ultimo treno utile che passa e perderlo sarebbe stato un delitto, peggio, un errore. Certo, il treno è in ritardo, ma la colpa non è in alcun modo del manovratore che sta facendo del suo meglio per recuperare il tanto, molto, troppo tempo perduto. I moderati è da almeno due anni che ripetono a sé e agli altri la necessità di unire le forze politiche e nazionali per affrontare al meglio una crisi finanziaria ed economica internazionale che, purtroppo, negli ultimi tempi, a partire dall’estate scorsa, ha assunto la chiara forma della speculazione. Siamo arrivati con affanno lì dove saremmo dovuti essere già da tempo e con vantaggi per tutti: per il debito, per l’economia reale, per gli italiani innanzi-
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tutto, e perfino per le stesse forze politiche. Ad ogni modo, ora non è il tempo delle recriminazioni e dei “ve l’avevamo detto”. Ora, tanto per recuperare uno slogan che adesso ha un valore autentico, è il tempo del “governo del fare”.
Negli ultimi due giorni il presidente del Consiglio incaricato ha posto al centro della sua “esplorazione”l’attenzione dei partiti. Mario Monti, a dispetto delle definizioni - diciamolo con chiarezza - campate in aria che si ostinavano a indicare il suo eventuale governo come “tecnico”, ha cercato un dialogo con la politica e le forze parlamentari per ribadire a quattr’occhi quanto aveva detto apertamente a tutti: «O c’è un sostegno convinto dei partiti politici o lascio». E ieri il sostegno è venuto sia da Alfano sia da Bersani. Il primo, in particolare, ha manifestato, persino al di là delle poche parole, quasi una sua personale soddisfazione nel riferire il “buon esito” dei colloqui con
Monti; il secondo, dal canto suo, ha sgomberato il campo dalla questione della durata dell’esecutivo: «Monti vada avanti, il governo non ha alcun termine». Trovata la quadra - tanto per usare un’altra formula del passato governo - tra il Pdl e il Pd non resta altro da fare che presentare la lista dei ministri, dal momento che il Terzo Polo ha dato il sostegno al governo di responsabilità quando ancora non c’era, figurarsi ora che è stato concepito e partorito. Ma - ed è questo un punto da sottolineare bene - il miracolo montiano non ci sarebbe stato senza il lavoro istituzionale svolto da Giorgio Napolitano. Un lavoro impeccabile che ha raggiunto il suo vertice nel discorso di domenica sera quando ha riportato al centro della vita pubblica italiana la serietà, il rigore, l’autorevolezza e - sia concesso, senza retorica - l’amor di patria. Proprio il lavoro del Quirinale dovrà essere la stella polare del governo Monti per portare l’Italia fuori dalla zona pericolosa di un debito sotto attacco
e, al contempo, per rimettere l’Italia tra i Paesi europei affidabili nei conti e nelle istituzioni. Un lavoro necessario che, naturalmente, non sarà senza ostacoli ma è bene che i partiti politici come hanno dimostrato responsabilità al momento della nascita del governo Monti così continuino nel loro impegno istituzionale nell’ora delle decisioni e dei provvedimenti. Del resto, il programma europeo se assunto con sincerità faciliterà l’impresa e garantirà risultati gratificanti per tutti.
Il lavoro fatto fin qui dal Quirinale dovrà essere la vera stella polare del nuovo governo
Il governo Monti potrà contare anche sul sostegno delle rappresentanze sociali, almeno sulla maggioranza delle forze imprenditoriali e sindacali. Un aspetto, quest’ultimo, che l’ex rettore della Bocconi non ha sottovalutato considerando che buona parte del suo lavoro a Palazzo Chigi sarà rivolto al mercato del lavoro. L’obiettivo dichiarato del governo Monti è proprio quello di disintonizzare debito e Pil: lo si potrà fare solo riformando l’immobile mercato del lavoro.
Prima Bersani poi Alfano assicurano il loro sostegno alla nuova squadra che sarà presentata stamattina al Quirinale
Il giorno dell’armistizio
Da Pdl e Pd via libera a Monti: ma ancora si tratta su Letta e Amato. Maroni: «Prendiamo atto del fatto che l’alleanza è finita» di Franco Insardà
ROMA. Da Palazzo Giustiniani a Palazzo Chigi. Questo l’appuntamento che il professor Mario Monti ha dato ieri al Paese. Dopo due giorni di consultazioni, si è detto soddisfatto per «un lavoro intenso e proficuo» e convinto che «il Paese ce la farà». Ha assicurato che metterà insieme il quadro definitvo del suo lavoro e riferirà al capo dello Stato.
ne gli ultimatum europei e i picchi dello spread tra Btp e Bund e gestire alla meglio la spinosa questione sui nomi di Gianni Letta e Giuliano Amato, sui quali sono caduti in serata i veti incrociati di Pd e Pdl. Il tutto supportato dallo scudo fornitogli dal Quirinale, dove ieri a colazione ha incontrato Napolitano dopo i colloqui con Pde Pdl.
La nota del Quirinale, giunta alla fine delle consultazioni, con la quale si informava che Il presidente del Consiglio incaricato ha chiesto udienza al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per questa mattina, intorno alle 11, per sciogliere la riserva è il sigillo alle ultime quarant’ore della politica italiana. Alla fine il tecnico Mario Monti si è dimostrato un raffinato e consumato politico. Al professore è bastato giocare sulla divisione dei partiti, “allargare ” la sua maggioranza anche alle parti sociali, alle donne e ai giovani, brandire in ogni occasio-
Ma con un forcing durato due giorni una rivoluzione per i bizantinismi della nostra politica - il professore è riuscito a creare un vasto consenso intorno al suo esecutivo che ha ottime speranze di arrivare a fine legislatura e di realizzare le stesse riforme impegnative sulle quali hanno fallito prima Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Sulla carta restano sempre le solite incognite: il Pd troverà al suo interno una quadra per appoggiare le misure richieste nella lettera della Bce di agosto? E il Pdl si spaccherà pur di non bloccare l’introdu-
zione della patrimoniale? Ma da ieri fa ben sperare l’approccio simile con il quale Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno dato il loro assenso al Nazareno e in via dell’Umiltà sono pronti ad accettare anche i più impopolari compromessi.
Lo stesso segretario Bersani nel colloquio con Monti, sollecitato per un suo ingresso nella compagine governativa ha ripetuto al professore la preferenza per un esecutivo “di autorevole caratura tecnica”. Al termine dell’incontro, prima di salire anche lui al Quirinale, ha dichiarato: «Abbiamo incoraggiato Monti a proseguire con determinazione e rapidità senza porre termini temporali al governo», garantendo che il Pd se chiede un governo tecnico lo fa «non per sostenere meno ma per sostenere meglio». Il segretario del Pd parla innanzitutto di riforma elettorale, riduzione dei parlamentari, riforme istituzionali. Sul capitolo lacrime e sangue si limita a dire che ci
saranno «provvedimenti per affrontare l’emergenza economica». Anche il Pdl si è dichiarato soddisfatto delle consultazioni con il premier incaricato Mario Monti. Il segretario Angelino Alfano, dopo quasi due ore di colloquio con l’ex commissario Ue ha detto: «Pensiamo che il tentativo del professor Monti sia destinato al buon esito». Poi su Twitter ha ribadito: «Con Monti è andata bene».
La delegazione del Pdl si è poi recata a palazzo Grazioli per riferire a Silvio Berlusconi, il quale avrebbe ribadito di voler «sostenere sosterremo lealmente il governo Monti per senso di responsabilità verso il Paese». Il Cavaliere avrebbe spiegato che nessuno potrà fare a meno del Pdl che è sempre il maggiore partito e ha la maggioranza al Senato e alla Camera. Anche se Berlusconi dovrà prendere atto della rottura con la Lega come ha dichiarato Roberto Maroni: «Stimo Mario Monti ma faremo opposizione e dunque non
Bruni: «Fiducia al neo-premier per tranquillizzare i mercati»
«Il vero spread ora è il Parlamento» Milano chiude a -1,08% e il differenziale, dopo un’altalena, torna a quota 530 di Francesco Lo Dico
ROMA. Uscito Berlusconi dalla porta, una metafora, tutte le barche vengo-
Sopra, Pierluigi Bersani e, sotto, Angelino Alfano ieri a Palazzo Giustiniani: i leader dei due maggiori partiti ieri hanno dato il loro via libera al nuovo governo di Mario Monti
faremo sconti a nessuno nel rispetto delle regole. Avremo tempo per capire se l’alleanza col Pdl si può ricostruire, o per capire se la Lega andrà da sola alle prossime elezioni». Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, ha liquidato con una battuta le polemiche sui nomi di Gianni Letta e Giuliano Amato: «A questo punto facciamo un governo al più presto e passiamo a parlare di merito. Il resto è gossip della politica. Non serve più discutere di questioni accademiche, di tecnici e politici. Penso che questo governo sia un miracolo perché ci saranno forze antagoniste che collaboreranno. E penso che durerà fino al 2013».
Apprezzamenti al professor Monti sono arrivati anche dalle parti sociali, dalle donne e dai giovani, questi ultimi incontrati per la prima volta in Europa da un premier incaricato. Il segretario della Cgil Susanna Camusso ha dichiarato di apprezzare il fatto che «Monti vuole un metodo di confronto con le parti sociali. Un gesto che non è dovuto ma è una scelta di relazioni con noi». Mentre il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha chiesto al premier incaricato «un nuovo patto sociale tra governo, imprese e sindacati. Da parte della Cisl c’è simpatia per questo esperimento di Monti che spero sia rassicurante per i lavoratori, che saprà gestire quelle urgenze trascurate negli ultimi 15 anni. Sappiamo che il rigore è d’obbligo, altrimenti le condizioni dei cittadini lavo-
ratori peggioreranno, ma abbiamo insistito a che si accompagni l’equità sociale». E Luigi Angeletti, segretario della Uil, ha aggiunto: «Abbiamo espresso al presidente del Consiglio incaricato la nostra disponibilità a discutere di qualsiasi riforma che sia funzionale anche alla crescita». Sulla crescita ha insistito il presidente di turno di Reteimprese Italia, Ivan Malavasi, che ha sintetizzato la posizione del fronte imprenditoriale composto da Confindustria, Ania, Abi, Alleanza delle cooperative, consegnando a Monti il“manifesto per la crescita”redatto nei mesi scorsi per indicare al governo la strada per fare uscire il Paese dalla crisi.«Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità in cambio della crescita del Paese e di un rilancio e di una stabilizzazione dell’economia», ha concluso Malavasi.
Un giudizio positivo è venuto anche dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Noi appoggiamo fortemente la nascita del governo Monti, perché si tratta della nostra ultima chance per tornare ad essere credibili. Bisogna superare l’emergenza: per questo facciamo appello ai partiti perché non pensino ai loro calcoli elettoralistici, ma si assumano le proprie responsabilità». Anche Il portavoce del Forum del Terzo Settore Andrea Olivero ha espresso il «grande apprezzamento per l’attenzione con la quale sono state ascoltate le proprie istanze».
lo spread tra Btp decennali e i Bund equivalenti sembra rientrato dalla finestra nonostante al capezzale italiano sia accorso il medico condotto Mario Monti. Nel momento di massima fibrillazione, il termometro dei buoni del tesoro ha fatto segnare ieri una febbre da record:quota 531 punti e rendimento oltre il sette per cento. Segno che ai mercati non basta la fiducia nel salvatore, ma anche e soprattutto la fiducia nel Paese da salvare. E cioé in un Parlamento italiano che è riuscito a lanciare segnali di schiarita, soltanto nel pomeriggio inoltrato, quando la notizia che Mario Monti si era recato al Quirinale, e quelle del sostegno parallelo assicurato al professore da Pd e Pdl, hanno attenuato il differenziale con i titoli tedeschi per più di dieci punti.
«Il vergognoso clima di incertezza che si è instaturato dopo la nomina di Monti, ha indotto i mercati a ritenere che il professore sia tenuto in ostaggio dal Parlamento», spiega a liberal Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Bicocca di Milano. «Il nostro problema di credibilità», prosegue il professore, «è slittato negli ultimi giorni dall’ex presidente del Consiglio alla classe politica italiana, che ha temporeggiato in maniera irresponsabile di fronte a una crisi gravissima, soltanto per lucrare assicurazioni e poltrone. Ma oltre che dal nostro vulnus specifico, il famigerato spread dipende anche dalle pericolose oscillazioni della governance europea, che hanno prodotto contraccolpi anche in altri Paesi». Difatti le cattive notizie non ci hanno visto ieri come unici protagonisti. Lo spread dei titoli francesi, ha toccato ieri 191 punti, il massimo mai registrato dalla creazione dell’euro a 191 punti. E male, malissimo, è andata per il Portogallo, arrivato a quota 963, la Grecia a 2669 e la Spagna a 457. Giornata record anche per altri tre Paesi come l’Austria, che tocca quota 176, Olanda, che cede di altri 62 punti rispetto ai Btp, e il Belgio, volato a 318 punti. Segno che qualcosa non va, e che questo qualcosa non si chiama soltanto Italia. «In un momento di alta marea, per dirla con
no sommerse al di là della loro effettiva solidità», annota Luigino Bruni. «L’Europa continua a denunciare una certa fragilità e una scarsa propensione a prendere decisioni, meno che mai comuni. Gli interessi dei singoli Stati prevalgono per ora sull’esigenza comune di tenere in piedi l’euro. L’acquisto di Btp, da solo, non risolve l’ansia dei mercati». Anche perché si tratta di acquisti sterilizzati, per così dire, che corrispondono cioé ad altrettante vendite di titoli presenti nel portafoglio della Banca centrale europea. E se ci toccasse quindi dover dare ragione a Berlusconi, quando sostiene che essa deve farsi prestatore di ultima istanza? «I tempi non sono maturi, in quanto una banca centrale che produce moneta presupporrebbe una vera unità politica che farebbe dei Paesi membri dell’Ue degli Stati federali alla maniera statunitense», obietta il professor Bruni. «Ma ciò non toglie comunque che la corsa del nostro spread verso il baratro è sospinta a gambe e a braccia dai nostri parlamentari. I mercati non sono buoni né cattivi, ma fiutano le occasioni migliori per cercare guadagni. La scarsa credibilità manifestata dai partiti all’indomani della nomina di Monti, continua a risultare un’ottima ragione per pensare che il prodotto Italia sia al momento un pessimo affare. I mercati sono come l’acqua: si infiltrano dove trovano un buco». C’è da chiedersi dunque se basterà la pezza di Monti, a prosciugare la perdita.
«Pesa molto anche l’incertezza di Bruxelles: a oggi gli interessi dei singoli Stati prevalgono sull’esigenza comune di salvare l’euro»
«Gli interventi al centro dell’agenda di governo», commenta Luigino Bruni, «e in particolare la patrimoniale, rappresentano di certo la direzione giusta per rimettere in sesto il Paese. Ma una cosa è certa: il vero spread italiano può essere colmato soltanto con il ritorno della buona politica attorno alla nozione di bene comune». «Se l’operazione Monti dovesse fallire», conclude il professore, «allora tanto varrebbe cercare a caso 1000 numeri di telefono sull’elenco telefonico e nominare tutti parlamentari: farebbero di certo meglio perché sarebbero più responsabili»
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il governo Monti Via libera ”condizionato” da Alfano al nuovo governo
Caro Pdl, la politica è proprio questa «È paradossale che chi criticava i politici di professione ora dubiti dei tecnici», dice Campi di Errico Novi ove nasce davvero la debolezza del Pdl? Dove affonda le proprie radici? Perché una cosa è evidente, pur nella schiarita sull’esito dell’incarico a Monti: che il partito di maggioranza relativa soffre questa fase con un disagio quasi ontologico. Nel senso che sarà, è vero, ancora la forza parlamentare più consistente tra quelle che sosterranno il professore, e non potrebbe lamentarsi, almeno formalmente, di dover giocare in trasferta; eppure è netta la sensazione che proprio lo spaesamento, la coazione sofferta, sia il vero approccio con cui i berlusconiani entrano in questa partita.
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C’è da chiedersi perché. Di sicuro pesa una certa ispirazione pseudo-popu-
lista non lontana da quella di Bossi, tradotta nella retorica dei poteri forti e del complotto internazionale. Ma non è solo questo. C’è probabilmente quella sorta di spiazzamento di cui parla Alessandro Campi, politologo tra i pochi in italia a non avere radici culturali a sinistra, interpellato in proposito da liberal: «Vedo una curiosa contraddizione: un’improvvisa riscoperta delle virtù del professionismo politico fatta proprio da chi per un paio di decenni si è schierato contro il professionismo politico». Vero, indiscutibile. «Persino divertente. Adesso il Pdl è sostanzialmente ostile a qualunque espressione di competenza tecnica come soluzione di governo». In effetti il sostegno c’è, come chiarito da Alfano dopo l’incontro con il presidente del Consiglio incaricato, ma è abbastanza chiaro che si tratta di un
sì senza slancio. «Eppure le figure provenienti dalla società civile che offrono il loro curriculum alla politica, senza fare della politica il proprio mestiere, corrispondono perfettamente all’identikit tracciato in questi anni dal berlusconismo. Il centrodestra del Cavaliere si è sempre presentato con il tratto di una pretesa diversità dalla politica. Almeno nelle intenzioni. A cominciare dal leader, che anche di recente ha assunto posizioni esplicite contro il cosiddetto teatrino della politica».
Si può dire insomma che il Pdl rischia di «restare vittima della sua stessa retorica». Così come, aggiunge ancora Campi, «i fautori dell’antipolitica vedono il loro schema ritornargli contro come un boomerang». Ed è ancora Berlusconi ad aver promosso, aggiunge il professore di Storia del pen-
È miope credere che questa fase resterà una parentesi senza riflessi sulle future elezioni. Si paga l’incapacità di produrre una nuova classe dirigente siero politico dell’università di Perugia, «l’idea di una democrazia dell’emergenza, secondo cui sarebbe giusto far prevalere le decisioni straordinarie contro il formalismo della meccanica istituzionale». Non c’è neppure legittimazione, dunque, per contestare il peso autoassegnatosi da Napolitano nella conduzione di questa crisi. Si tratta di obiezioni sollevate da un analista non tacciabile di pregiudizio nei confronti dell’esperienza berlusconiana e del centrodestra. Si potrebbe aggiungere peraltro che mai in questi anni la cosiddetta democrazia della decisione e dell’emergenza ha dato efficace prova di sé. E cioè che la contestazione della politica co-
me professione ha prodotto scarsi risultati quanto a riforme e modernizzazione. E insomma non mancano certo argomenti per aggravare persino la critica di Campi, e segnalare come in fondo la politica non sia affatto sospesa. Anzi, la politica potrebbe forse finalmente esprimersi. Almeno come capacità di soluzione dei problemi.
Si può ancora aggiungere che l’aria di sufficienza con cui il Pdl sembra comunque guardare al “governo tecnico” rischia di attestare un ulteriore deficit di realismo. Sarebbe piuttosto assennato cominciare a mettere in conto che persino la futura campagna elettorale difficilmente potrà prescindere dall’esperienza Monti. E cioè che le prossime Politiche saranno fatalmente condizionate da come sarà andata questa fase di governo affidata al professore. Di più: il nuovo possibile assetto dei partiti deriverà proprio dal grado di adesione o di distanza rispetto all’esecutivo uscente. Pensare insomma che tutto quanto avviene oggi possa in futuro essere ridotto a mera parentesi è un’illusione. Un errore prospettico che il centrodestra di Berlusconi e dei berlusconiani può pagare a caro prezzo. È pienamente fondata la critica di Campi sull’insostenibilità della critica ai “tecnici” avanzata da chi è stato finora nemico del professionismo politico. Se ne può anzi derivare che il limite più grave del berlusconismo è consistito proprio nell’incapacità di produrre una classe politica all’altezza. Ossia una nuova generazione di veri professionisti della politica. Se ci fosse stata, oggi non ci sarebbe bisogno di appellarsi al rigore e alla competenza di Mario Monti. Secondo questa paradossale logica capovolta, dunque, si può concordare con il professore di Perugia quando conclude: «Questa è una vicenda politica nel segno del berlusconismo: solo che curiosamente il Cavaliere ne è la vittima e non il protagonista».
il governo Monti
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Sì a Monti, ma resta la riserva sulla presenza di politici Pdl nell’esecutivo
Caro Pd, sono italiani anche i berlusconiani Bersani è stato coraggioso, ma nella pancia del partito resta l’idea che non si può governare con il nemico di Riccardo Paradisi i a un governo tecnico, no a un esecutivo politico. Dopo aver chiesto per settimane le dimissioni di Berlusconi in favore di un governo di transizione e di unità nazionale a Largo del Nazareno spuntano resipiscenze e resistenze. Uscendo dalle consultazioni con il premier in pectore il segretario Pd offre un “si”convinto solo a un governo tecnico. «Abbiamo confermato il nostro pieno e convinto sostegno al tentativo di Mario Monti. Abbiamo dato la conferma della nostra intenzione di sostenere un governo autorevole a forte caratura tecnica: non per sostenere meno ma per sostenerlo meglio».
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E a chi rivolge al Pd l’accusa di mettere il bastone tra le ruote i democrat replicano piccati: «Ora non ci vengano a dire che il governo Monti non si fa per colpa del Pd. Non ci vengano a dire: il Pd si sbrighi. Noi quello che dovevamo dire, lo abbiamo detto dall’inizio. Siamo coerenti». Insomma i democratici non ci stanno a passare come quelli che bloccano il nascente governo Monti per il loro no all’ingresso di politici. E tengono il punto, tanto che quando sono uscite indiscrezioni su un presunto cedimento del Pd sul ’tandem’ Gianni Letta-Giuliano Amato, è partita subito la smentita ufficiale. Qualche spiraglio di disponibilità da parte del Pd resta tuttavia aperto alla “cabina di regia” politica Letta-Amato in più di un dirigente democratico ma è un’ipotesi sostenuta da settori non troppo prossimi al segretario. Ma cosa sta dietro questo atteggiamento riottoso, a questa disponibilità con riserva? Fondamentalmente l’eterno timore del Pd della concorrenza a sinistra e nello specifico la paura di perdere la purezza antiberlusconiana di fronte al suo elet-
torato più incline alle sirene del populismo dipietresco-grillino e al massimalismo vendoliano. L’emorragia di credibilità di fronte a un vasto elettorato addestrato a percepire il berlusconismo, come una categoria demonologia. Una percezione alterata che ritiene i berlusconiani dei non italiani e che spesso la classe dirigente del Pd ha contribuito ad alimentare. Non ultimo lo stesso Bersani che ultimamente ha confuso il 13 novembre – giorno delle dimissioni di Berlusconi – con il 25 aprile. D’altra parte il lavoro ai fianchi della Cgil di Susanna Camuso o di esponenti come Fassina che fissano paletti e chiedono un timer per
Riaffiora il vecchio complesso per la continua competizione a sinistra e la paura per l’esame del sangue anti-Cavaliere Monti fanno il resto. È chiaro insomma che il Pd ma anche il Pdl confidano nel fatto che sia Monti con i suoi tecnici, anche se con il supporto dei partiti, a fare le cosiddette riforme impopolari per poi presentarsi davanti al proprio elettorato con la coscienza a posto. Del resto non è facile smettere di rissare dopo quindici anni di bipolarismo armato come registra il sociologo Marco Revelli, formazione di sinistra, non certo riducibile al paradigma liberale eppure favorevole alla soluzione Monti. «Questa soluzione dall’alto imposta da Napolitano era necessaria e inevitabile ed è la dimostrazione che il parlamento ha fallito come tempio della sovranità. Uno scacco ancora più doloroso per l’Italia visto che la nostra è una repubblica parlamentare. Ma qui c’è da prendere atto del fallimento dei partiti in quanto soggetti decisionali e il fatto che sia rimasta solo la
presidenza della Repubblica in grado di agire. Per fortuna bisogna aggiungere altrimenti ci saremmo trovati in una crisi entropica».
Revelli è netto anche sulla figura di Monti: «Si può dissentire dalla sua cultura ma non ci si vergogna della sua persona come premier. Io dissento dalle sue idee perché fa parte del mondo di quei mercati che hanno prodotto la crisi dentro cui ci dibattiamo. Eppure, malgrado questo, io mi fido molto più di Monti di qualsiasi altro politico. Del resto non vedo nello spettro politico attuale una cultura capace di resistere al dogma liberista. Meglio quindi lasciar lavorare un uomo che conosce il terreno in cui ci si muove e riporti l’Italia ad allinearsi con l’Europa. Dopo si potrà negoziare e dibattere sulle ricette per fronteggiare la crisi. Altrimenti c’è l’abisso nel quale tutte le vacche sarebbero nere. Dire non ci sto è utile solo a salvare la propria anima bella». Una tentazione che percorre in parte anche il Pd terrorizzato, secondo il politologo Paolo Pombeni, di perdere voti in favore di Idv e grillini. «Non è più il Pci che aveva un elettorato fidelizzato. Il Pd è ancora traumatizzato dai risultati delle amministrative di Napoli e Milano, dalle scalate alle primarie di Vendola, dallo spettro dell’emorragia del consenso. Sono gli stessi motivi che hanno spinto, peraltro responsabilmente il Pd a non premere sulle elezioni che avrebbero visto Bersani favorito ma a un prezzo altissimo quello di una nuova alleanza con l’estrema sinistra per avere il premio di maggioranza. Una follia di fronte all’emergenza e alle cose da fare per fronteggiare la crisi. Il punto fondamentale - prosegue Pombeni - è che il governo di decantazione può far cambiare questo clima di scontro frontale che il Pd avrebbe tutto l’interesse a favorire. Dall’antiberlusonismo militante e ottuso finora hanno tratto forza solo i concorrenti alla sua sinistra».
il governo Monti
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Il leghismo è sempre più distaccato dalla cultura e dalla finanza milanese
Scoop: laLega contro il “governo del Nord” Senza idee, preoccupato solo della pancia dei suoi, il Carroccio dice no a un esecutivo a «trazione lombarda» di Giancarlo Galli n queste giornate febbrili, nella Milano che nonostante tutto resta la Capitale della Finanza e dell’Economia nazionale, si trattiene il fiato. Più che agli schizofrenici andamenti dei mercati, gli occhi sono puntati sugli scenari politici. Se l’eclisse di Berlusconi e del berlusconismo era in qualche modo “calendarizzata” (questione di settimane, di mesi, si diceva da tempo), gli interrogativi sull’Accadrà domani sono lungi dal trovatore risposte. Certo il diplomatico decisionismo del presidente Giorgio Napolitano, che ha magistralmente “lanciato” la candidatura di Mario Monti a Palazzo Chigi, riscuote vastissimo consenso. Tuttavia, fra le boiseries dell’Alta Finanza (banche) e dell’Assolombarda (imprenditori), nessuno nasconde le difficoltà. In primis, e sarebbe omertoso sottacerlo, legate alla personalità del Predestinato. Internazionalmente e negli ambienti accademici portato in palmo di mano per l’irreprensibilità professionale ma dal carattere severo e talvolta spigoloso. Nonché privo di un curriculum politico. Mai, ad esempio, affrontata una campagna elettorale; sempre “designato o cooptato”(nella sfera universitaria, presso la Comunità europea dove si distinse per rigore ed inflessibilità, limando le unghie ad arroganti multinazionali del peso di General Electric e Microsoft). Quindi, lasciano intendere i dubbiosi, “calato dall’alto su una poltrona”.
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Queste valutazioni dietro le quinte, sia precisato ad evitare distorsioni interpretative, non inficiano il giudizio più che positivo dell’establishment. Pongono però una domanda: riuscirà il “professore”con scarsa esperienza nelle“manovre di Palazzo” e relativi trabocchetti, a comporre in sede politica (ora col supplemento di autorevolezza che discende dalla carica di senatore a vita), istanze ed interessi partitici spesso divergenti, imbrigliando particolarismi e personalismi, caratteristica sin dai tempi del Machiavelli all’origine di tanti nostri mali?
Poiché il compito, autentica sfida farebbe tremare i polsi a chiunque, evitando di partecipare al corretto dei troppi usi“a portare sostegno al vincitore”, proviamo a tratteggiare il clima politico che, piaccia o meno, si respira al Nord. Dove la Lega di Umberto Bossi, che ha nell’ex superministro Giulio Tremonti il più ascoltato“suggeritore”, ha detto e ribadito la sua indisponibilità.Trovando quale imprevedibile alleato l’uscente ministro alla Difesa Ignazio La Russa, ex Msi e An, divenuto il più feroce contestatore di Gianfranco Fini. Accantonando la posizione del leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, che al pari di quella del governatore pugliese Nicola Vendola potrebbe smussarsi, a pesare come un macigno c’è il “no” secco, probabilmente irreversibile, dello Stato Maggiore del Carroccio. Sino a un paio di settimane fa, nella Lega in vertiginosa perdita di consensi nei sondaggi, tirava aria di fronda fra il ministro degli Interni Roberto Maroni e il Leader Maximo. Una clamorosa scissione pareva dietro l’angolo. D’un colpo, franato il Governo Berlusconi, con un colpo d’ala, Bossi ha miracolosamente ricompattato i cocci. Strategie e calcoli di bottega convergendo attorno ad una bandiera sulla quale sta scritto: “Opposizione!”. In filigrana, rilancio massiccio degli slogan sull’indipendentismo padano.
Monti premier dovrà quindi confrontarsi con uno schieramento che dal Piemonte a Trieste dispone di un robustissimo arsenale di voti e poltrone. Sul piede di guerra e pronto a mobilitarsi facendo leva sulla pancia di un popolarismo nordista poco disponibile a sacrifici. Ritenendo che Roma sia tornata “ladrona”, il Mezzogiorno parassitario; che la Solidarietà nazionale sia un lusso che non possiamo più consentirci. Può piacere o meno, ma occorre avere il coraggio di prenderne atto: la Lega ha dissotterrato l’ascia di guerra! Il fenomeno è anche sociologicamente intrigante, avendo il destino voluto che il professor Mario Monti e il non-laureato Umberto Bossi siano entrambi venuti alla luce nel Varesotto. Inizio Anni Quaranta. L’Umberto a Cassano Magnago, famiglia semiproletaria; Mario a Varese-città, da “sfollato”, in ambiente borghese costellato da parenti che hanno avuto ruoli rilevanti in ambito finanziario: la Banca Commerciale di
Raffaele Mattioli e la Mediobanca di Enrico Cuccia. L’Umberto ed il Mario, al di là di qualche formale stretta di mano in ambienti ministeriali e a Bruxelles, mai si sono parlati a cuore aperto. Incompatibilità congenita!, confermata dai rispettivi abbigliamenti, dalla gestualità. Inoltre Mario si considera un liberal-progressista interprete della civiltà occidentale, in consuetudine con l’establishment sulle due sponde dell’Atlantico; Umberto è capopopolo che insegue miraggi rivoluzionari sin da quando, studente in medicina fuoricorso, militava nell’ultrasinistra, nello Psiup. Per poi (a fasi alterne) innamorarsi del Berlusca. Con addii melodrammatici e ritorni da pochade.
In una sintesi che non vorrei interpretata come iconoclasta, un po’ sbolliti gli aneliti rivoluzionari, alla maniera dei Garibaldi con Casa Savoia, l’Umberto finì con l’accomodarsi col Silvio. Otte-
Bossi e Monti, tutti e due di origine varesotta, rappresentano due Nord completamente opposti per idee, cultura, capacità di analisi e mediazione nendo la promessa di una vaga riforma federalista. E tante, tante, poltrone. Il suo popolo scalpitava, ma con rituali celtici (l’acqua del Monviso, i raduni di Pontida), ne frenava i bollori. La salute non l’aiutò, al pari della deriva parentizia. Sganciarsi da Berlusconi era impossibile. Finché… Resta da capire se, da domani, l’esercito imenso dell’elettorato padano, i suoi stessi generalissimi (da Cota in Piemonte a Zaia in Veneto, ex ministri e sindaci), seguiranno il Capo. Contrastare il professor Monti, con quale obiettivo? Per riportare al timone del treno Italia un altro professore, amico di sempre (al pari di Gianfranco Miglio, ideologo della Lega), cioè il valtellinese delle montagne Giulio Tremonti? Chissà. Di sicuro la Lunga Marcia all’opposizione per il settantenne Umberto non sarà una passeggiata. Già si scorgono i segni: l’allargarsi della frattura col mondo cattolico e gli esponenti della “società civile” lombarda. Delle
Ecco perché la Chiesa guarda con favore al prossimo governo, tecnico o politico che sia stesse alleanze politiche in Regione dove è venuta meno la sintonia fra il governatore Roberto Formigoni e la Lega.
“Due Milano”, “Due Lombardie”, su opposte trincee. Il toto-ministri che mentre scrivo non è ancora sciolto privilegia (su un totale di appena dodici ministeri) personalità di spicco ambrosiane: Lorenzo Ornaghi rettore dell’Università Cattolica e Carlo Dell’Aringa docente dello stesso ateneo; i “bocconiani”Guido Tabellini e Carlo Sechi. L’oncologo di fama mondiale Umberto Veronesi. “Tecnici”, per etichetta. In realtà ciascuno con profili e caratura di valenza internazionale, in grado d’imprimere un’accelerazione a quelle riforme strutturali che l’Europa ci chiede e che il degradarsi dello scenario politico ha sin qui impedito. Detto altrimenti, il fior fiore della società lombarda sta per essere mobilitato dal conterraneo Mario Monti per affrontare, se necessario con la scure, problemi incancreniti, ridando la perduta credibilità all’Italia. Probabilmente è la prima volta, in assoluto, nella Storia della Patria, che i milanesi sono chiamati ad un ruolo di così pregnante responsabilità. Sulla carta, godono di una netta superiorità: il sindaco Giuliano Pisapia, che pochi mesi fa strapazzò alle urne Letizia Moratti, quindi il Partito democratico; la galassia dell’establishment finanziario che da tempo s’era emancipata dal berlusconismo; buona parte degli ambienti cattolici, inclusi i militanti di Comunione e Liberazione. Ogni eccesso di ottimismo sarebbe peraltro fuori luogo. Non c’è solo il leghismo (già comparso nelle piazze coi gazebo) a intonare il controcanto. Come puntualmente si verifica in ogni stagione calda, e quella che si profila è caldissima, le “estreme”di destra e sinistra tatticamente si saldano. Inoltre, ancora più rilevante, i pretoriani del berlusconismo si mobilitano: sabato, il Teatro Manzoni straripava di una minuta borghesia, piccoli imprenditori e commercianti, ossessionati dalla paven-
tata mannaia fiscale: tasse, Ici, patrimoniale. Conditi da un’avversione crescente per un’Europa, un euro, che ci avrebbe derubati della sovranità. Per via della supposta (ma nemmeno tanta) arroganza franco-tedesca. Francia & Germania. Anche parecchi banchieri sono, a dirla paro-paro, incazzati. Per quel che esigono dalle nostre banche, pretendendo siano peggio delle loro, mentre i numeri dicono l’esatto contrario. Serpeggia e prende dunque corpo un antieuropeismo che trova consensi pure nell’ultradestra e nell’ultrasinistra. Toccherà pertanto a Mario Monti & Co. sminare il terreno. Convincere che una parentesi in qualche misura tecnocratica ancorché garantita dal Quirinale, non intacca i baluardi della democrazia. Proprio nella “loro Milano”i professori ed accademici di Mario Monti sosterranno dunque il battesimo del fuoco. Non dimenticando che Lega e Berlusconi attizzano!
Sono i cattolici (tutti insieme) i maggiori sostenitori di Monti Le larghe intese possono unire i fedeli degli schieramenti politici E convincerli a lavorare per il bene del Paese senza ideologie di Luigi Accattoli erchè gli uomini di Chiesa appoggiano il progetto di “larghe intese”su cui si sta formando il governo Monti? L’appoggio è stato affermato da Avvenire e dall’agenzia Sir, che interpretano l’orientamento del vertice dell’episcopato ma è stato dichiarato anche da una nota dei partecipanti al “Forum” di Todi, che invece tengono d’occhio la galassia delle associazioni. Dalle parole con cui questi appelli sono stati formulati si coglie bene che il favore degli ambienti ecclesiali per il metodo delle larghe intese non è puramente occasionale ma – si direbbe – permanente, o comunque già maturato lungo gli ultimi mesi. «Il Paese ha bisogno di riconquistare la sua credibilità fortemente compromessa sui mercati in Europa e nel mondo. Operazione che non può passare attraverso le elezioni anticipate ma dal sostegno convinto a un governo di responsabilità nazionale che si faccia carico delle drammatiche emergenze del Paese»: così affermava una “nota” del “Forum” delle Persone e delle Associazioni di ispirazione Cattolica nel mondo del lavoro pubblicata giovedì della scorsa settimana, due giorni dopo della salita del premier al Quirinale dove si era impegnato a dimettersi appena approvata la legge di stabilità. È lo stesso “Forum”del seminario di Todi dello scorso 18 ottobre (promosso da CISL, Confartigianato, Confcooperative, MCL, Compagnia delle Opere, Coldiretti, ACLI), che già allora aveva auspicato – in finale e per bocca del segretario della Cisl, incaricato di parlare a nome di tutti – la formazione di “un governo più forte” che nasca da “un accordo tra le principali forze su alcuni punti essenziali per il Paese”.
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Torniamo alla scorsa settimana e al giorno stesso dei 308 voti ottenuti dal rendiconto del Governo e della salita di Berlusconi al Quirinale: a commento di quel gesto Avvenire del 9 ottobre con un editoriale del direttore Marco Tarquinio afferma che «ciascuna delle grandi forze politiche, nessuna esclusa, è chiamata a dimostrare di essere in grado di contribuire a dare risposta all’incalzante emergenza economico-finanziaria». Una risposta – chiariva ancora – «che certamente non coincide con la fuga verso le urne anticipate», ma che «può condurre a valorizzare
le migliori risorse politiche e intellettuali disponibili per una straordinaria e concertata azione di governo». A consultazioni avviate da parte del presidente del Consiglio designato Monti, l’agenzia Sir riprendeva alcune frasi delle dichiarazioni venute do-
Questa situazione punta i riflettori sull’economia e lascia da parte, per il momento, le leggi etiche menica dal presidente Napolitano – che aveva parlato di “bene comune” – e da Monti, che nel saluto ai giornalisti aveva usato le parole “servizio” e “responsabilità”; e ne traeva buoni auspici: «Quelle
parole possono dettare il tono di un passaggio complesso, non facile, ma che sembra avviarsi a una conclusione serena». Che è quella di “varare il nuovo Governo e il suo programma, garantendogli il necessario, largo consenso parlamentare”.
Avvenire e il Sir – dicevamo – interpretano gli umori del vertice episcopale. E infatti quei loro commenti di giornata paiono perfettamente coincidenti con le parole pronunciate il 26 settembre dal cardinale Angelo Bagnasco: «Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto». Sia il “passo indietro” di Berlusconi, sia la gravosa responsabilità di una convergenza tra diversi possono essere compresi tra i “comportamenti responsabili e nobili” auspicati allora dal presidente dei vescovi. Era da tempo – dunque – che gli ambienti ecclesiali e associativi preparavamo l’attuale assunzione di responsabilità. Intendo dire che gli uomini di Chiesa e i leaders dell’associazionismo a ispirazione cristiana condividono la convinzione di Napolitano che esorta tutti a un impegno convergente ma l’accompagnano con proprie motivazioni che vanno oltre la stagione drammatica che stiamo vivendo e pescano in profondo nell’istinto tipicamente cattolico a perseguire soluzioni mediane e di largo consenso. Innanzitutto sta il fatto che una larga intesa non divide i cattolici appartenenti a diversi schieramenti ma – quasi miracolosamente – li riunisce. Essa comporta inoltre una specie di armistizio ideologico che concentra lo sforzo sull’emergenza economica e lascia in secondo piano le questioni dirompenti che sono proprie delle proposte legislative a prevalente contenuto etico. Ci sono dunque buoni motivi per ritenere i cattolici di tutti gli schieramenti come i più sinceri nel favorire il conseguimento e la tenuta della larga intesa che il senatore e professore Mario Monti sta ora tessendo. www.luigiaccattoli.it
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Nelle tabelle diffuse dalla Commissione c’è la fotog
li ultimi dati di borsa e i valori raggiunti dagli spread italiani, rispetto al bund tedesco, dimostrano che la situazione italiana è molto più difficile di quanto non percepisca l’opinione pubblica e che un singolo uomo, per quanto stimato sia a livello italiano e internazionale, non basta a cambiare il trend dei mercati. O almeno il semplice ”effetto annuncio” non basta. Purtroppo ci aspetta un lavoro difficile e di lunga lena solo al termine della quale – se tutto andrà nel migliore dei modi - potremo tirare un sospiro di sollievo. Il tutto senza considerare la variabile impazzita della situazione internazionale. Com’è dimostrato dal fatto che la speculazione non si accanisce solo contro l’Italia, ma infierisce su Paesi che sembravano essersi posti al riparo, come la Spagna e attacca addirittura i grandi santuari dell’economia europea. Per esempio quella Francia che si abbandona a consigli politici non richiesti e da sempre banditi dal bon ton della diplomazia internazionale.
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Se questo consente a Silvio Berlusconi di riprendere fiato, purtroppo non lo assolve dalle colpe più antiche. Troppo facile sarebbe prendersela con il suo Ministro dell’economia, il cui lascito è oggi, impietosamente, fotografato dai dati della Commissione europea che pone, come vedremo, l’Italia in una posizione di relativo svantaggio nei confronti dei suoi principali competitor. Dimostra invece le leggerezze commesse sul piano istituzionale. Non c’è uomo al mondo che, in un momento così difficile per l’economia mondiale, possa arrogarsi, in solitudine, il diritto di decidere e poi accompagnare la sua ricetta con “un prendere o lasciare”. Questo non è un errore dell’oggi: ha una storia più antica che risale alle passate legislature, quando quel modello – un uomo solo al comando dell’economia – fu avallata, seppure con contrasti e contraddizioni, fino alla fine di quell’espeSperiamo rienza. che la sensibilità di Mario Monti sia diversa. Che le sue grandi doti di economista possano convivere con una capacità di ascolto e di confronto. Al tempo stesso il sale della democrazia è l’unico modo per rapportarsi a un mondo complesso che
Tutti gli err Economia reale, pagamenti, risparmio privato, finanza pubblica: secondo i dati europei (forse) non siamo in serie C, ma di certo siamo in fondo alla classifica. Ecco perché
nessuno, da solo, riesce pienamente a leggere e di conseguenza ad addomesticare. Lo diciamo con una profonda tristezza: sia per il tempo perduto, sia per il divario che si è aperto tra noi e gli altri Paesi. L’Italia è ormai un malato – come scriveva qualche tempo fa l’Economist – con tutti i valori fisiologici fuori norma. Se fossimo in campo clinico, diremmo che le speranze di salvezza sono appese a un filo e solo un grande sforzo di volontà – questa volte collettiva – può portarci fuori dal baratro in cui siamo caduti. Economia reale, bilancia dei pagamenti, risparmio delle famiglie, finanza pubblica: salvo quest’ultimo caso – il deficit italiano è superiore solo a quello te-
desco -– i valori sono tra i più bassi nel confronto con la Germania, la Francia e la Spagna. Non siamo certamente in serie C, come pure qualche politico ha costantemente ripetuto. Siamo invece all’ultimo posto della classifica dei Paesi con caratteristiche più o meno simili alle nostre. La stessa Spagna che pure soffre, ha un tono muscolare migliore.
Questi confronti spiegano, quindi, quella sorta di accanimento contro i nostri titoli di Stato. I mercati non guardano tanto alle vicende politiche dei singoli Paesi, che possono, al più, rappresentare un’aggravante. Sono attenti ai fondamentali i cui valori scorrono continua-
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grafia di un Paese che non ha più soldi per finanziare la propria «incoscienza»
rori di Tremonti di Gianfranco Polillo
mente sui loro desk. Investono, dove c’è speranza di successo, vendono quando il rischio si appalesa. Se poi questi dati sono frutto di una metodologia uniforme, come quella della Commissione europea, che riduce il rischio di errori di carattere sistemico, la razionalità delle scelte fa premio su gossip e bizzarrie della politica. Certo: non tutti ragionano così. Alcuni si accontentano del “mordi e fuggi”. Ma queste tecniche sono appannaggio dei piccoli operatori. I grandi investitori preferiscono un rendimento più sicuro, anche se a volte meno brillante.
Il primo dato che emerge nella realtà italiana è il suo stop nel ritmo di crescita. Se le previsioni della Commissione si dimostreranno esatte, dopo un avvio anche brillante, nel 2010, in cui le esportazioni sono cresciute del 12,2 per cento, superando quelle francesi e avvicinandosi per un incollatura a quelle tedesche (13,7 per cento) e spagnole (12,2), la caduta sarà rovinosa. Appena un 3,8 per cento nel 2011, contro il 4,9 della Francia, il 7,8 della Germania e addirittura l’8,3 della Spagna. La spiegazione sta nella forte caduta della domanda internazionale che nel 2010 era stata pari al 13,7 per cento e che nel 2011 si attesterà sull’8,4 per cento. C’era da aspettarselo. Se l’Occidente non cresce a un ritmo adeguato, le stesse economie
emergenti, che vivono di esportazioni, subiscono un inevitabile contraccolpo. E l’Italia, che è sempre più specializzata nella produzione d’impianti, subisce il contraccolpo maggiore. Con quali conseguenze? Nel secondo semestre del 2010 l’estero era stato l’elemento più dinamico dell’economia italiana. Il suo contributo era stato dello 0,9 per cento, contro una crescita complessiva del PIL dello 0,3 per cento. Se viene meno questo volano, l’economia non può che regredire. E, infatti, la Commissione prevede una svolta graduale fin dal terzo trimestre, quando il Pil crescerà solo dello 0,02 per cento, per poi subire una
per cento. Di fatto: stagnazione piena. Che si rifletterà immediatamente sull’andamento dei conti pubblici. Da qui la grande preoccupazione di Mario Monti e la richiesta di un’immediata “due diligence” sulla finanza pubblica, per misurare di quanto ci stiamo allontanando dal traguardo del pareggio di bilancio, ipotizzato nel 2013. Riusciremo, comunque, a mantenere quasi invariato il deficit della bilancia dei pagamenti, solo grazie ad una forte caduta delle importazioni che scenderanno dal 12,7 al 2 per cento. Ma ciò avverrà soprattutto a causa della contrazione degli investimenti (dal 2,4 allo 0,1 per cento)
Il primo dato che emerge nella realtà italiana è il suo stop rovinoso nel ritmo di crescita: dopo un 2010 brillante (soprattutto grazie alle esportazioni) ormai siamo in piena stagnazione e lontani dalla reattività delle altre economie. Anche quelle in crisi prima caduta: meno 0,13 per cento. La prima conseguenza dell’improvvisa inversione ciclica sarà il ridimensionamento del tasso di crescita annuale. L’Istat aveva calcolato la “crescita acquisita”, nel primo semestre, pari allo 0,7 per cento. Secondo la Commissione chiuderemo, invece, con un più modesto 0,5 per cento, cui farà seguito, per il 2012 una crescita ancora minore, pari allo 0,1
in netta controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri Paesi, che resteranno stazionari, salvo la Germania che passerà dal 5,5 al 7,3 per cento. Gli altri elementi della domanda interna subiranno una tosatura minore: i consumi privati scenderanno dall’1 allo 0,7 per cento, mentre quelli pubblici passeranno da meno 0,5 a più 0,1 per cento. Stiamo, quindi, buttando diserbante sulle
radici della nostra crescita futura, all’insegna di un “carpe diem”che mostra una grande inconsapevolezza collettiva.
Dove prenderemo i denari per alimentare la nostra spensieratezza? Nel grande serbatoio del risparmio accumulato. Un serbatoio che, nel tempo, presenta falle sempre più appariscenti. Agli inizi degli anni ’90 eravamo coloro che risparmiavano di più (il 25,6 per cento del nostro reddito individuale). Il consumismo un po’ cafone era appannaggio di altri. La stessa Germania risparmiava appena il 20,9 per cento, per non parlare della Francia con il 19,5 per cento. Oggi siamo quelli che risparmiano meno di tutti. Con una percentuale pari al 17,9 per cento (quasi 10 punti in meno) siamo sotto di 2 punti rispetto alla Francia; di 3 rispetto alla Spagna e di 4,5 punti e mezzo rispetto alla Germania. La spiegazione del fenomeno non è tanto nel cambiamento delle abitudini. Non è poi sempre vero che i ristoranti sono sempre pieni. Quanto nell’insufficiente sviluppo del reddito. Se questo non cresce a un ritmo soddisfacente è naturale attingere al risparmio: soprattutto per mantenere una famiglia che conosce il dramma della disoccupazione giovanile. Ed ecco allora dov’è la vera leva del cambiamento. L’equità va bene, ma è soprattutto sullo sviluppo che dobbiamo contare, eliminando gli ostacoli di quella via che, altrimenti, conduce all’inferno. E dove non c’è salvezza: né per i ceti più abbienti, né per la povera gente. Dal 1992 a oggi il Clup (costo del lavoro per unità prodotta) in Italia è stato sempre più alto rispetto ai suoi concorrenti. Prima della nascita dell’euro, compensavamo questa situazione di svantaggio grazie alla svalutazione monetaria, che ristabiliva i giusti rapporti in termini reali. Ma da quando esiste il cambio fisso, il divario è progressivamente cresciuto. Se si esclude la Spagna dove questo valore è diminuito, in media, dell0 0,55 l’anno; la Germania ha subito un incremento che è meno della metà di quello italiano e la Francia del 25 per cento. Abbiamo pertanto un costo del lavoro troppo alto rispetto ai livelli di produttività che riusciamo a esprimere. Colpa di un sistema di relazioni industriali arcaico, che è rimasto impigliato nelle secche del ‘900. Di un sindacato che non riesce a misurarsi con i grandi cambiamenti che sono intervenuti. Questa è la prima decisione che ci attendiamo da Mario Monti, quando parla di sviluppo e di equità. Se vogliamo rimettere in moto il Paese, è necessario fare il grande salto nella modernità: partendo dalle pensioni d’anzianità e dal mercato del lavoro. C’è un nesso stringente che lega questi due argomenti: apparentemente lontani. Dobbiamo lavorare di più e lavorare meglio, se non vogliamo dare fondo a quel po’ di risparmio che ancora riusciamo accumulare, finito il quale dovremo pensare a dismettere quel patrimonio immobiliare che rappresenta la vera ricchezza della maggior parte delle famiglie italiane. Questo significa avere un concetto più ampio dell’equità. Non è solo alle vecchie generazioni che dobbiamo pensare, ma a quelle più giovani e a tanta parte del territorio italiano: partendo dal Mezzogiorno. Limitarsi a una semplice redistribuzione della ricchezza e dei redditi, come chiede la sinistra massimalista, significa solo seguire una linea d’inerzia che può anche risolvere qualcosa nel breve periodo, ma che è destinata a uccidere il nostro futuro.
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Alawiti e sciiti sono legati da un effetto domino: si aprono nuovi equilibri nel Grande Medioriente. Parla il generale Mini
Attenti a questi due Damasco e Teheran sono ormai un binomio indissolubile. Ma gli Usa restano a guardare di Pierre Chiartano a Siria è stata cacciata dalla Lega araba, l’Iran è rientrato sulla scena della “paura nucleare”. Iran e Siria sono ormai un binomio indissolubile. È sciita il regime di Teheran e alawita quello di Damasco, ma la prospettiva che la rivolta porti i sunniti a governare il vicino, toglie il sonno ai mullah. Hezbollah in Libano sarebbe subito indebolito – e darebbe a Israele l’impressione di poter regolare i conti col Partito di Dio – e la politica lenta, ma costante, di penetrazione sciita del Meshraq subirebbe uno stop importante. Nella cor-
L
quello già stilato 5 anni fa), sembravano più i tasselli di un vecchio modo di fare politica made in Gerusalemme, piuttosto che un pericolo reale. Ne è convinto anche il generale Fabio Mini, già comandante Nato di Kfor in Kosovo, che liberal ha raggiunto telefonicamente a Londra.
«L’espulsione della Siria dalla Lega araba, spinta molto da Washington, ha acuito la sensazione che esista una specie di progetto occidentale per far fuori Siria e poi Iran in una specie di domino geopolitico. Un
L’espulsione dalla Lega araba «ha acuito la sensazione che esista un piano occidentale per far fuori i due. Un progetto più nella testa degli israeliani che in quella della Casa Bianca» nice dei cambiamenti geopolitici del Grande Medioriente, spinti dalla Primavera araba e dall’ascesa di uno Stato islamico forte e “democratico”, la Turchia, l’Iran è la grande incognita. Vediamo perché. Abbiamo sempre considerato Teheran come attore irrazionale nella diplomazia internazionale, spinti dall’abbaiare alla luna di Ahmadinejad e delle sue minacce contro Israele. Non abbiamo mai considerato l’approccio razionale nella difesa degli interessi del regime sciita.
La complessa mappa del potere interna non ha facilitato una narrazione dello Stato persiano come attore responsabile della politica regionale. La guerra interna tra la guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad, che semplificando molto potremmo definire un conflitto tra conservatori e fautori di una rilaicizzazione dello Stato, rende difficile capire le prossime mosse di Teheran. Oggi è stata messa completamente in ombra dalla politica estera di Ankara e dalla incredibile popolarità del premier turco Erdogan presso le masse arabe. Il recente scandalo americano sul piano iraniano per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington e il rapporto Aiea sull’atomica sciita (simile a
progetto che in realtà penso sia nella testa di molti israeliani, ma molto meno nella testa degli uomini della Casa Bianca». E negli Stati Uniti da tempo sta crescendo una lobby filo-iraniana che è convinta che il tempo dell’appoggio incondizionato ai Saud sia finito e non sia più nell’interesse americano. «Sì, questa lobby esiste anche se non è ancora abbastanza forte. Ma ha una visione giusta del problema e argomentata bene», ammette Mini. Molti affermano che dove arrivano gli sciiti, arrivi l’ordine: una sorta di pax sciita.Vedi cosa è successo a sud del fiume Litani in Libano con Hezbollah. In Iraq controllano la regione di Bassora, in Afghanistan quella di Herat, con la Turchia sono competitor, ma sul Kurdistan hanno interessi comuni: tenerlo a bada e in passato i curdi venivano massacrati a turno dai Paesi confinanti. Sui Paesi del Golfo esercitano una sorta di prelazione politica e una minaccia: presto torneremo. Provate a chiamare il Golfo persico «arabico» in presenza di un iraniano: vi toglierà il saluto. Ma soprattutto Teheran pensa in termini di processi storici, non è assillata – essendo un regime – dal consenso. Non ha fretta. «Anche il concetto di stabilità è cambiato. Di cosa parliamo, di stabilità del domi-
nio, di quella ideologica che poi comprime i diritti civili? Gli Usa che da sempre hanno promosso la pax americana, poi hanno capito che questo concetto lo applicavano anche gli iraniani o i cinesi. Naturalmente parliamo di stabilità per fare i propri comodi. Questo era uno dei motivi per cui i neocon affermavano che gli Usa erano uno Stato “rivoluzionario”». Era il concetto destabilizzante di democrazia. L’Arabia Saudita è uno dei candidati perfetti per una prossima rivolta: non è uno Stato, ma rappresenta gli interessi economici della famiglia reale; la cattiva coscienza dei governanti viene sanata dalla tolleranza nei confronti di un Islam ultraradicale; i sauditi non sono “amati” nel mondo arabo, ma hanno i soldi; la custodia dei luoghi sacri dell’Islam, come Mecca e Medina, di per sé non garantisce più l’intangibilità di quel regime.
Ma al momento questi sono wishful thinking, che però potrebbero trasformarsi in politica concreta, se dalla crisalide iraniana dei mullah uscisse una novità. Parlando del futuro siro-iraniano non possiamo eludere lo Stato ebraico, così determinante in quella regione. «Israele sta vivendo una crisi interna fortissima», spiega il
Mahmoud Ahmadinejad visita una centrale nucleare in Iran. In basso il siriano Bashar el Assad. Nella pagina a fianco, l’ex premier libanese Saad Hariri ma o poi anche lo Stato ebraico dovrà attraversare una fase di crescita forte per adeguarsi al cambiamento dello scenario regionale. Ha perso in un solo colpo la piena disponibilità dei quattro pilastri regionali della propria sicurezza: Egitto, Turchia, Siria e Giordania. Con Damasco i toni erano sempre aspri, ma gli accordi, anche per il Libano sempre rispettati. E in un Paese socialmente forte, quando s’innescano fenomeni di protesta è difficile fermarli. «Il governo israeliano non teme l’Iran e neanche la Siria. Sono spaventati dai movimenti interni. È un fenomeno molto più potente della Primavera araba», la sintesi di Mini. «Il pe-
Gli Usa «hanno sempre promosso la pax americana, poi hanno capito che questo concetto lo applicavano anche iraniani e cinesi. Ecco perché per i neocon gli States erano “rivoluzionari”» generale. L’opinione pubblica dello Stato ebraico è forse una delle più consapevoli dal punto di vista dei valori democratici, potremmo definirla ancora più occidentale di quella europea. I meccanismi di stanchezza rispetto a una politica fossilizzata su vecchi schemi, non più in grado di difendere gli interessi dei propri cittadini, la voglia di giustizia sociale e civile, sono più sentiti in Israele che in Europa, dove pure qualche segnale si legge. La Primavera araba, nella testa di molti israeliani ha fatto scattare la sensazione che il loro Paese stesse rischiando di finire fuori dalla storia. Pri-
ricolo Iran tornerebbe utile per motivi interni. Anche il rapporto Aiea era generico e riportava informazioni di cinque anni fa. L’ho letto e di nuovo non c’era assolutamente nulla». Poi c’è anche chi è convinto che Ahmadinejad stia cercando una sponda Usa per tentare un golpe contro il regime clericale di Khameni. Ma siamo nel campo della fantapolitica. A Damasco invece si è raggiunto un equilibrio di forze tra il potere di bashar al Assad e l’opposizione. Vedremo cosa farà pendere la bilancia della storia a favore di una Siria libera dal giogo della dittatura.
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16 novembre 2011 • pagina 11
L’editorialista di L’Orient le Jour attacca “le ipocrisie” del governo di Beirut
Chi si schiera col dittatore rischia la sua stessa fine
Il Libano ha votato contro l’espulsione, e ha gettato la propria identità nell’occhio del ciclone. Una situazione insostenibile di Nozrul Islam a dove si dovrebbe cominciare? In un anno di così tanti record negativi il Libano, scegliendo di non sanzionare la Siria nel corso della riunione della Lega araba dello scorso sabato, ha probabilmente toccato il suo punto più basso. Perché nel prendere questa decisione, ha messo da parte le sue tanto strombazzate credenziali democratiche e si è schierato al lato delle forze della repressione e dell’assassinio sistematico. Le spiegazioni che hanno dopo presentato il presidente libanese e il primo ministro hanno giustificato molto poco il modo in cui il Libano, insieme allo Yemen e alla Siria, ha votato. Il primo ministro Najib Mikati ha spiegato che la decisione di mettersi al fianco del regime siriano si è basata «su considerazioni storiche e geografiche, fatti che riguardano la peculiarità del Libano e che sappiamo i nostri fratelli arabi possono comprendere». Questo regime ha ucciso più di 3500 manifestanti e ha costantemente infranto tutte le promesse di imbarcarsi in un serio programma di riforme. I “fratelli arabi” del Libano capiscono soltanto una grossa questione: Beirut e Damasco sono unite, e le forze dell’8 marzo che hanno rovesciato il governo legittimamente eletto di Saad Hariri lo scorso gennaio hanno lo scopo evidente di rimettere il Libano nella sfera di influenza della Siria dopo 6 anni di libertà. È solo e soltanto per questo motivo che il Libano si è schierato a fianco di una delle forze più oscure della regione. La spiegazione del presidente Sleiman è stata tanto bizzarra quanto cinica: «La posizione di base del Libano è conosciuta. Il Libano sostiene la democrazia e l’alternanza di poteri in tutti gli Stati che ci circondano, in Siria come in altre nazioni. Ma non sostiene del tutto l’idea secondo cui gli obiettivi politici vadano perseguiti anche con metodi violenti». Una persona normale legge queste parole e ritiene che Sleiman stesso sia pronto per sanzionare il regime di Damasco. Ma la sua è una questione più sottile. Secondo il presidente, il Libano sostiene le richieste di quei manifestanti - che vogliono democrazia e cambio di regime – e per questo sfidano la brutale repressione del presidente Bashar al Assad; eppure non vota a loro favore perché, secondo la sua lettura della situazione, questi manifestanti usano la forza per raggiungere questi scopi. Qualcuno dovrebbe prenderlo da parte e spiegargli che i manifestanti sono alla fine della catena dei “metodi violenti”. Sleiman ha poi aggiunto che isolare la Siria potrebbe condurre a “interventi internazionali non graditi”, un modo per suggerire che Damasco possa fare la fine di Tripoli basato però sul nulla, dato che non ci sono prove della volontà mondiale di intervenire. Questa dichiarazione ha fatto il paio con quella del rappresentante siriano presso la Lega,Youssef Ahmad, il quale ha definito la decisione “parte dell’agenda americana”.
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L’Occidente deve intervenire prima che sia tardi
Ora apriamo la “pratica Siria” di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Libia del Colonnello Gheddafi è caduta, e per quanto sia al momento disastrata è comunque libera. L’Algeria di Ben Ali non è più, e di questo soltanto gli algerini possono dirsi responsabili e autori (con la giusta gloria del mondo). Il Cairo non ha più un Faraone, e l’esercito che ne ha preso il posto deve stare attento a non fare la stessa fine. All’appello dei cattivi del Medioriente, manca soltanto la Siria. Dall’inizio delle proteste anti-regime ad oggi, il sangue di più di 1300 civili innocenti ha bagnato il suolo siriano; l’esercito è stato inviato a sedare con le armi ogni forma di dissenso popolare; il programma di riforme promesso dal presidente Bashar al Assad è finito in un gorgo senza speranze. Eppure il mondo nicchia: schiacciato dalla crisi del debito delle nazioni europee e dalla crisi economica americana, il cosiddetto Occidente non riesce a fare quello che dovrebbe.
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Ovvero aprire la “pratica Damasco”: decidere come e con che modalità fermare questo massacro senza senso, chiudendo le porte al dittatore siriano. La Lega Araba, per una volta, ha assunto la funzione di apripista e ha sospeso il proprio scomodo membro: allo stesso modo dovrebbe agire l’Onu, bypassando il Consiglio di Sicurezza vittima dei veti di Russia e Cina e affidando alla Nato l’incarico quanto meno di studiare un intervento militare che possa placare la furia del “leoncino”. Questo deve avvenire il prima possibile, perché è stato grazie alla rapidità occidentale che la Libia non si è trasformata in una piscina di sangue. E perché vicino ai nostri confini ci sono persone che lottano per quelli che abbiamo definito da anni i nostri ideali: non possiamo abbandonarli adesso al loro tragico destino. Il mondo, quello “giusto”, ha dimostrato più volte di essere in grado di cambiare i finali di storie che sembravano già scritte: deve fare un ultimo sforzo e aprire la pratica siriana. Prima che a Teheran la situazione degeneri e che ci si ritrovi con un nemico più feroce alle porte.
arabo del 2011 – ha acconsentito a che l’omicidio di innocenti e civili disarmati possa continuare senza alcun tipo di controllo. La Siria ha replicato con una risata alla roadmap proposta dalla Lega araba lo scorso 2 novembre. Quel piano prevedeva il rilascio incondizionato dei prigionieri politici, il ritiro di tutte le forze armate dalle aree urbane, libertà di movimenti per gli osservatori internazionali e per i media e l’inizio di un tavolo di dialogo con il Consiglio nazionale siriano, punta dell’opposizione.
Da quella data, il numero delle vittime ha superato le 130 unità. Ogni giorno scorre il sangue nelle città e nei villaggi di tutta la Siria. E quei libanesi che ora si ritrovano riluttanti all’idea di intervenire in nome del bene mettono a tacere la propria coscienza cercando di auto-convincersi che il regime
Coloro che parlano della “stabilità regionale” per giustificare il sostegno al criminale non tengono conto del fatto che questa la paghiamo con il sangue di civili innocenti
Ma la linea di fondo è visibile a tutti: il Libano, una nazione che nel 2005 era un seme di democrazia – presumibilmente il “grado zero” del risveglio
di Assad deve rimanere al potere per il benessere della stabilità regionale. Ma se questa stabilità si deve pagare con il sangue di civili siriani che vogliono un futuro decente, una prosperità economica e il diritto a vivere la propria vita senza l’ombra costante di un regime che li schiaccia, noi questa stabilità non la vogliamo. Non ci possono essere scuse di sorta, non si deve paventare l’ipotesi di un complotto occidentale, non vogliamo sentire l’elogio della “relazione fraterna e unica”che lega Damasco a Beirut. Tanto meno vogliamo sentire qualcuno parlare della instabilità interna in Libano, in caso di collasso del regime di Bashar el Assad.
Come ha detto l’ex primo ministro libanese Saad Hariri su Twitter, «coloro che chiedono al Libano di essere neutrale per evitare eventuali ripercussioni siriane, hanno preso l’identità della loro patria e l’hanno gettata al centro della tempesta». E al fianco di un dittatore assassino e contrario all’identità araba. Questo governo deve andarsene, e la popolazione deve chiederne la dissoluzione in nome della dignità e del rispetto di sé stessi.
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mondo
Abbandonando la tattica della contro-insurrezione apre la strada a un utilizzo sempre maggiore degli attacchi aerei con i droni
La verità nascosta Il ritiro delle truppe Usa dal conflitto potrebbe essere nel breve periodo politicamente attraente. Ma i costi a lungo termine di questa scelta saranno maggiori di quanto Obama possa immaginare di Ayaan Hirsi Ali
luglio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciò che avrebbe ordinato un ritiro graduale delle truppe dall’Afghanistan. Da un punto di vista superficiale non c’è niente di sorprendente in questa decisione. Obama sta semplicemente realizzando quanto aveva promesso al popolo americano nel 2009, quando decise di onorare la richiesta di incrementare le truppe inoltrata dal generale Stanley McChrystal. L’aumento sarebbe sempre stato momentaneo, specialmente in previsione delle pressioni sul budget causate dalla crisi economica. Ad un secondo sguardo tuttavia, l’annuncio del presidente rivela qualcosa di più interessante. Fra le righe, la sua dichiarazione equivale all’eliminazione di una componente chiave nelle guerre in Afghanistan e Iraq, e all’elevazione di una pratica minore. Il componente eliminato è il
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Barack Obama. In alto un marine Usa di stanza in Afghanistan. Nella pagina a fianco il presidente Karzai
programma di contro-insurrezione che praticamente è un eufemismo per indicare la costruzione di una nazione. Il componente elevato è l’uso di aerei radiocomandati e bombardamenti mirati di individui selezionati e gruppi. Si tratta di una nuova strategia per combattere il terrorismo. È una strategia addolcita in occasione dei grandiosi discorsi
fondamentalismo islamico. Sin dall’inizio fu chiaro che uccidere i membri di al-Qaeda era relativamente semplice e, grazie alla tecnologia radiocomandata, economico in termini di vite americane. Era l’aspetto di costruzione di nazione della contro insurrezione ad essere più controverso in patria e più difficile da compiere. I generali e i consulenti mili-
Dal punto di vista dei talebani, il ritiro è un segno della debolezza americana e della loro imminente vittoria. Ma gli “studiosi del Corano” non sono di certo gli unici a vederla in questo modo: dietro di loro ci sono Iran e Siria del presidente come quello del Cairo di due anni fa, e non è difficile da vendere agli americani che stanno lottando con il fardello dei problemi economici. La differenza tra contro insurrezione e contro terrorismo è profonda. L’ultimo significa mirare ad al-Qaeda e ai suoi affiliati, cercando sempre di ridurre i danni alle popolazioni civili nelle zone interessate.
Il primo era più ambizioso: liberare l’Afghanistan dai talebani e da al-Qaeda e costruire un governo forte che avrebbe emarginato il
tari delle amministrazioni precedenti e di quella attuale dissero chiaramente che la contro insurrezione avrebbe avuto successo solo se alle forze militari si fossero garantiti più uomini, risorse e tempo. Il messaggio di Obama era chiaro: il tempo è scaduto, con tremila miliardi di dollari in meno e 1600 vittime americane, la Casa Bianca sta essenzialmente abbandonando il tentativo di stabilire legge e ordine in Afghanistan. La risposta politica al discorso è stata notevole. Di solito i Democratici erano più schizzinosi sull’uso di bombe di qualsiasi tipo fossero. I liberali in Ame-
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Karzai sembra ignorare che il popolo è sempre più vicino ai fondamentalisti he fine ha fatto l’Afghanistan? È straordinario come, non appena una crisi finanziaria deborda dalle piazze borsistiche e coinvolge le opinioni pubbliche nazionali, i governi riescano a spegnere i riflettori che in quel momento sono puntati su una guerra. È successo con l’Iran. Altrettanto si accadendo per quanto riguarda l’Afghanistan. Il grande Medioriente – ci sia concesso di includere questi due Paesi in una regione non di loro effettiva appartenenza – resta in fiamme. La conferma ci viene dalla Siria. Tuttavia, sembra che l’Occidente, o meglio la Nato, una volta ucciso Gheddafi, abbia scelto di prendersi una pausa di riflessione. Ha spento l’interruttore sulla geopolitica propriamente detta. E ha deciso di guardarsi allo specchio, con le proprie debolezze economiche, senza impegnarsi più del necessario per quanto riguarda queste criticità. Intendiamoci: i mercati nazionali restano prioritari. Non si può fare la guerra se la produzione è in affanno. Tuttavia, spesso le guerre non nascono dai problemi economici interni a Europa o Nord America, bensì vi si ripercuotono. E se la questione iraniana dovesse sfuggire di mano, a risentirne sarebbero i nostri bilanci già affaticati.
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Il caso afghano risente anch’esso della distrazione generale in seno all’Alleanza atlantica.Tuttavia, il suo status è differente. Il piano di sgombero entro il 2014, deciso da Obama, al momento non è oggetto di discussione. Questo può suggerire che gli Usa stiano pensando di mettere alla prova il claudicante alleato di Kabul e vedere come se la cava in questa fase di interregno ufficioso. Da qui una plausibile giustificazione dello scarso attivismo politico. Non è il caso di avanzare giudizi di merito sulla modalità. Va pur ricordato che Washington ha sì dato tanto all’Afghanistan, ma ha anche una sua responsabilità nell’aver scatenato la guerra contro i talebani. Guerra giusta, non c’è dubbio. Altrettanto è l’exit strategy. Ma
Do you remember Afghanistan? Il mondo non guarda più alla nazione devastata da un decennio di guerra di Antonio Picasso a questo punto, perché abbandonare la presa? Così facendo si dà adito alle voci più critiche della Nato. Vale a dire che Enduring freedom e Isaf sono stati come due fiammiferi buttati in una polveriera. Dove peraltro era già in corso un principio di incendio. È convinzione di un folto numero di osservatori che l’intervento Onu post 11 settembre 2001 abbia solo ingrandito il conflitto perpetuo dell’Afghanistan. Talibani, narcotrafficanti e tribù rivali. A questi gli eserciti occidentali non avrebbero fatto altro che aggiungervisi. Questo è il luogo comune. E se Washington perseguirà l’attuale linea della progressiva indifferenza verso Kabul, il 2014 sarà l’anno della conferma del fallimento della guerra.Le riflessioni valgono il tempo che trovano. Un po’ meno i fatti. È di ieri, l’ok del Fondo monetario internazionale per la concessione di un prestito di 133,6 milioni di dollari per sostenere l’economia del Paese, nell’ottica del delicato periodo di transizione. Il prestito sarà triennale ed erogato in tre tranche, di cui la prima pari a 18,9 milioni di dollari. «Nei prossimi anni – spiega in una nota il direttore generale aggiunto dell’Fmi, Nemat Shafik – il ritiro della presenza militare internazionale e l’atteso calo degli aiuti internazionali rappresenteranno una sfide importante per la politica economica del Paese. Il governo di Kabul dovrà prendersi carico quindi di attività attualmente finanziate dai dona-
rica tendevano a preferire un potere più morbido, e quando il potere duro diventava inevitabile, insistevano per porre una guida delle Nazioni Unite o della Nato, come in Libia, pur continuando a fare pressione per l’incolumità dei civili. Immaginate come avrebbero reagito questi stessi liberali tre anni fa se fosse stato George W. Bush ad ordinare una campagna di uccisioni mirate – per non parlare del predominante parere legale sulla decisione di lanciare attacchi aerei contro il governo libico. Sono degni di nota gli stridenti appelli da parte di alcuni repubblicani, tra cui diversi sono
Enduring freedom e Isaf sono stati come due fiammiferi buttati con foga in una polveriera. Dove peraltro era già in corso un principio di incendio
alla ricerca di una nomina di partito per la candidatura a presidente, per la riduzione di militari oltreoceano ancora più velocemente, perché suggeriscono l’esistenza attuale di un consenso bipartisan. Ma in cosa consiste questo consenso e quanto è forte?
Sembra esserci un’opinione comune sugli alti costi della guerra, sulla priorità delle questioni interne – soprattutto economiche – e sulla necessità che gli afghani si assumano la responsabilità del loro destino quanto prima. Permettendo con il silenzio l’espansione dell’u-
tori stranieri, comprese quelle relative alla sicurezza». Mossa positiva, quella dell’Fmi, ma che conferma l’abbandono prossimo venturo da parte della Nato. Dal Paese degli aquiloni intanto, giungono in questi giorni poche ma significative notizie. Ieri, il presidente Karzai ha convocato a Kabul una Loya Jirga per discutere della situazione politica e sulla sicurezza. Il leader pashtun ha chiamato in assemblea tutti i capi tribali alleati. Ha effettuato uno screening dei legami che vanta ancora nel tessuto sociale e ha cercato di percepire la credibilità che gli viene attribuita. Un tempo di Karzai si diceva che fosse solo il sindaco di Kabul. Oggi non gli viene attribuita nemmeno questa etichetta così riduttiva. Nel frattempo è in aumento quella percentuale di afghani che vedono con pessimismo il futuro del paese. Premessa: da un sondaggio dell’Asia Foundation, il 35% degli intervistati che l’Afghanistan abbia imboccato lo svincolo sbagliato per uscire dallo stato di guerra. Una convinzione che, rispetto all’anno scorso, è cresciuta di ben otto punti percentuali. Inoltre delle 6.300 persone intervistate, la metà esatta sostiene di temere per la propria vita praticamente ogni giorno, una percentuale quasi doppia di quella registrata nel 2006. Fra le cause del deterioramento della situazione, la principale è l’assenza di sicurezza (45%), seguita da corruzione (16%), malgoverno (15%) e disoccupa-
so della tecnologia radiocomandata con la decisione di Obama, i liberali sembrano aver accettato l’ipotesi fondamentale di Bush secondo cui i terroristi sono combattenti nemici e che gli Stati Uniti sono in guerra. Provate a spiegare a uno yemenita, un somalo o un afghano sopravvissuto ad un attacco radiocomandato che l’America non è in guerra con l’islam e che ha buone intenzioni. Molti negli Stati Uniti e non solo si chiedono se il discorso di Obama – e l’ampio sostegno bipartisan che ha ricevuto – sia ancora un altro segnale del declino dell’America. Il potere e la debolezza ame-
zione (13%). Infine, i quattro quinti degli intervistati hanno appoggiato la strategia di Kabul di aprire i negoziati con gli oppositori armati al fine di una loro integrazione al tavolo della pace. Comunque solo il 29% ha mostrato una aperta simpatia per gli insorti, contro il massimo del 56% toccato su questo tema nel 2009. Facile pensare che i dati verranno fatti circolare alla Jirga e che non daranno apportato un contributo favorevole a Karzai. La beffa è già stata anticipata da un danno.
Ieri, poco prima dell’apertura dell’assemblea, è stato sventato un attentato nei pressi delle sedi istituzionali della capitale. Poche ore dopo, un attentatore suicida si è fatto invece esplodere, sempre a Kabul, ferendo tre persone. Di un morto e 17 feriti, invece, è il bollettino dell’attacco nella provincia di Faryab. Qui un agente di polizia è stato ucciso a causa dell’esplosione di una bomba trasportata da un asino. I tre i casi fanno capire come l’infiltrazione talebana sia sempre più capillare. A livello logistico, nel senso che gli attentatori si avvicinano ormai con facilità anche ai bersagli più complessi. Ma anche in termini sociali. L’asino è un animale da lavoro, essenziale nella vita contadina, ma anche simbolo di benessere. Se si è disposti a sacrificare un talento così indispensabile, significa che il nemico sa come convincere i suoi adepti e i finanziatori. Teniamo conto che, in contesti simili, la vita di un animale da lavoro ha molto più valore di quella umana. E se prima il martirio veniva effettuato, volenti o no, da uomini, donne e bambini, oggi per questo si usano anche gli asini. Il fanatismo porta a mettere in discussione e investire sul proprio patrimonio. È un discorso che va oltre l’atteggiamento bellicista dei talebani. Bensì abbraccia la popolazione rurale. Al di là del consenso nelle Jirga, è urgente che Karzai si renda conto di questo progressivo avvicinamento ai talebani, da parte del sentire comune. Karzai come anche la Nato.
ricani spesso sono una questione di percezione. Dal punto di vista dei talebani, il ritiro è un segno di debolezza americana e della loro imminente vittoria. I talebani non sono gli unici a vederla così: i regimi di Siria e Iran e le unità maligne nella milizia pakistana e nei servizi segreti vedono una fragile America che ruggisce ma si ritira quando il percorso si fa duro. I benefici a breve termine dell’abbandono del programma di contro insurrezione potrebbero essere politicamente attraenti. I costi a lungo termine potrebbero essere maggiori di quanto Obama ha anticipato.
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Mussolini e Hitler, Mao e Salazar, Stalin e Lenin: il principio dell’abolizione della libertà e del rispetto reciproco valeva anche nei rapporti personali
I seduttori di potere Il rapporto tra il sesso e il fascino del machismo politico nel bel libro «Le donne dei dittatori» di Diane Ducret di Gabriella Mecucci l privato è pubblico, si diceva una volta nel pieno splendore del femminismo. Come se il modo di vivere i rapporti fra uomo e donna fosse influenzato e, al tempo stesso, influenzasse la sfera politica, economica, sociale. Ne fosse insieme padre e figlio. Causa ed effetto. Con tutto ciò che da questo ne discende: il modo di vivere il matrimonio, o la relazione amorosa era una ragione per giudicare positivamente o negativamente un protagonista della storia. Quante volte si è raccontato di Karl Marx così teoricamente favorevole all’emancipazione di tutti gli sfruttati, epperò cinico padrone nelle relazioni sentimentali? E quanto si è pontificato proprio su questo? In realtà le teorie del filosofo erano sbagliate perché lo erano, e non perché lui era arrogante con la moglie. Cosa naturalmente riprovevole. Il privato allora è privatissimo? Neanche questo è vero. Se, infatti, è difficile stabilire un rapporto diretto fra il modo di vivere i sentimenti, le passioni gli amori e la sfera pubblica; è però vero che la personalità delle donne amate, il modo di rapportarsi con esse, dice alcune cose importanti sul carattere di un personaggio storico. Diane Ducret ne Le donne dei dittatori, best seller francese, ora uscito anche in Italia per Garzanti, riesce a non stabilire legami meccanici fra pubblico e privato; e, al tempo stesso, evidenzia ciò che serve a gettare luce sul carattere di alcuni potenti e prepotenti della terra.
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Chi erano le donne amate da Mussolini e che relazioni intessevano col duce? Un Benito ancora ragazzo dimostra tutto il suo carattere focoso nel corteggiare Rachele, una “bella biondina” che sposerà e che diventerà la madre dei suoi figli. Pur di averla andrà per le spicce. «Se mi respingi – le dice una sera – ti trascino con me sotto le ruote del tram». E alla madre dell’amata fa un discorsetto an-
cora più aggressivo. Si presenta con la pistola e spiega: «Questa ha sei pallottole, se sua figlia non mi vorrà una è destinata a lei e le altre cinque a me». Così iniziò la carriera del grande seduttore. Sì, perché Benito in tutta la sua vita – pubblica e privata – prima di ogni altra cosa voleva impressionare e conquistare, sentire che il suo fascino sapeva piegare ogni resistenza. Quando era già diventato il duce, ogni anno ripeteva la sua esibizione preferita a Riccione, la perla dell’Adriatico, come lui stesso la definiva. Si metteva in costume e si gettava in mare per farsi una bella nuotata.Veniva seguito da centinaia di donne impazzite che lo ammiravano, lo toccavano, urlavano, entravano in acqua vestite
noff e Margherita Sarfatti. Toccherà a loro trasformare il maestro romagnolo in un grande leader. Soprattutto la seconda ne modificherà profondamente l’immagine: da uno sciupafemmine incline persino allo stupro, ne farà un uomo della Provvidenza, dai modi più posati e dalla mente più raffinata. Ma il duce resterà sempre molto aggressivo sessualmente. Donne a profusione. Se le faceva portare a Palazzo Venezia, appena aveva una ventina di minuti liberi. Le piacevano soprattutto le minorenni. E, quando s’innamorò di Claretta, contemporaneamente andava a letto anche con sua sorella appena diciassettenne. Un vero assatanato che con la compagna che lo accompagnò sino alla fine riuscì però anche ad essere tenero e romantico. Del resto quando s’incontrarono lei era una ragazza e lui quasi cinquantenne.
Di tutt’altra tempra
pur di avvicinarlo. E le più fanatiche non erano le italiane, ma le tedesche, le ungheresi, le francesi. Il delirio era totale. Del resto, il corpo del duce è stato sempre molto importante, un punto fermo della propaganda di regime, basti guardare i filmati con lui a dorso nudo durante la campagna del grano, o le sue performance ginniche. Ma nella vita di Mussolini due donne saranno particolarmente importanti, entrambe ebree, entrambe colte: Angelica Balaba-
era Salazar, il dittatore portoghese. Freddo, distante, capace di tenersi accanto e per tutta la vita una donna, Maria de Jesus, innamoratissima di lui e completamente dedita alle sue cure, senza degnarla di un’attenzione che andasse aldilà della cortesia. Fisicamente attraente e discretamente elegante, il Doutor ebbe una storia coinvolgente solo con una giornalista francese: Cristine Garnier. Ma anche con lei conservò il suo totale autocontrollo, il suo stile morigerato. Pensava che tutto, anche i sentimenti, dovessero soggiacere alla razionalità e alla logica di un’accorta gestione del potere. Del resto, sosteneva: «La politica si può fare anche cuore, ma si governa solo con la testa».
Più simile a Mussolini per la sua passionalità, era Josif Stalin, ma i suoi comportamenti erano ben più violenti e spaventosi, sino a far eliminare la prima moglie e a costringere al
Qui accanto, Mussolini e Hitler a Berlino: più a destra, Claretta Petacci e, sotto, Eva Braun, le amanti dei due dittatori. Sotto a sinistra, Stalin e Bokassa. Nella pagina a fianco, Mao Zedong con una delle sue quattro mogli
suicidio la seconda. Nadja, che pure gli aveva tenuto testa e che gli aveva persino rinfacciato alcun i dei suoi crimini, fu spinta alla depressione e alla follia dal comportamento del marito. Lui si ubriacava e violentava tutte le donne del Cremlino: dalle cameriere, alle parrucchiere. Due le passioni più forti: quella per le minorenni e quella per le attrici. Sino a quando Nadja, una bella sera, si vestì molto elegante per partecipare al ballo allo scopo di riconquistarlo, ma lui non gli rivolse la parola, nemmeno la notò. Allora la donna andò in camera sua e si uccise. Il commento di Stalin fu: «Mi ha lasciato come una nemica». Molotov sosteneva che nonostante il fisico ben poco attraente - la pelle butterata, un braccio più lungo e uno più corto - Josif fosse stato sin da ragazzo un vero e proprio tombeur de femme, un seduttore compulsivo. Una notte, ubriaco fradicio, disse a Bucharin che aveva sposato una donna molto giovane e bellissima: «Mi hai superato anche in questo». Come finì – e certo non solo per rivalità amorose – è tristemente noto.
Continuando nella lunga teoria dei dittatori comunisti, la Ducret passa a Mao che somiglia per passionalità e violenza a Stalin, ma che una volta almeno nella vita viene messo in difficoltà da una delle sue mogli: quella Jiang Qing che aveva detto dell’altro sesso: «Il contri-
buto dell’uomo alla storia si limita a una goccia di seme». Mao prima di lei aveva avuto due mogli: la seconda, impazzita, passerà i suoi giorni in isolamento e nel terrore di essere avvelenata per decisione del marito. Il capo del partito comunista cinese – come tanti altri dittatori – era sessualmente un assatanato: più s’invecchiava e più cercava ragazzine di 10-12 anni. E bramava soprattutto le ballerine minorenni. Ma la caratteristica della sua
La vanità maschile è sempre stata una componente fondamentale nella vita dei tiranni. Spesso anche oltre i limiti del ridicolo vita privata fu anche quella di incontrare e amare una donna, persino più terribile di lui, che gli restituì pan per focaccia. La filosofia della vita e dell’amore di “Mela blu” era brutale: «Il sesso serve all’inizio. Ma ciò che conta alla lunga è il potere». Quando iniziò la storia col “grande timoniere”, Jiang Qing era già stata moglie di quattro uomini e attrice di second’ordine. E questo passato movimentato quando sarà nel cuore del potere, diventerà una delle molle che la spingerà a liquidare tutti coloro che ne erano a
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i che d crona
Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma
il dottor Goebbels. Ora potrò stare accanto al Fuhrer».
conoscenza. La guardia rossa, l’anima della rivoluzione culturale eserciterà prima di tutto e soprattutto inaudite violenze su di loro: fece incarcerare, seviziare, uccidere tutti quelli che erano entrati in contatto con la sua vita precedente. Sono gli anni delle esecuzioni a valanga, basta un sospetto per finire davanti al plotone. Il fetore dei cadaveri invade le campagne, penetra nelle città. Un vero regime del terrore di cui “Mela blu”è una delle più convinte artefici. Mentre il popolo muore fra persecuzioni e miseria, lei vive nei luss8i più sfrenati vuole che la sua piscina di Canton sia sempre riscaldata e che sei aerei siano a sua disposizione per andare ad acquistare in mezzo mondo ciò che desidera. Quando Mao le mette le corna, gliele restituisce con giovani prestanti. È nota la sua passione per un affascinante campione di ping pong che diventa il più alto funzionario del ministero dello Sport. “Mela blu” teorizza tutto questo sfacciatamente: «Per il mio adeguato riposo e per il mio piacere - dice - è normale sacrificare l’interesse degli altri».
Il fuhrer è stato forse il dittatore più idolatrato dalle donne: le va-
langhe di lettere d’amore che ha ricevuto sono simbolo di una passione e di una subordinazione senza limiti di ragazze e signore di tutti i ceti. Del suo potere di seduzione, delle sue parole e della sua presenza parla con entusiasmo la regista Leni Riefenstahl, che pure si è sempre dichiarata apolitica: «In un attimo mi sentii sopraffatta in maniera spaventosa da una visione apocalittica che non mi lascerà mai più: ebbi come la sensazione molto fisi-
ca che la terra si aprisse davanti a me, come un’arancia improvvisamente tagliata a metà, e da cui zampillava un getto d’acqua immenso, così potente e violento da raggiungere il cielo e da scuotere la terra nelle sue fondamenta». Una descrizione nella quale non è forzato riconoscere forti simbologie sessuali. Aldolf Hitler è stato amato teneramente e fanaticamente. Talora protetto nella carriera da signore della buona borghesia. Due i suoi rapporti più importanti: quello con la nipote e quello con la moglie di Goebbels, di cui aveva più bisogno che di Eva Braun: questa almeno la tesi della Ducret. Il fuhrer non era sessualmente terribile come Stalin né assatanato come Mao e Mussolini. Era però persino più distruttivo. La nipote Geli si suicidò dopo un diverbio con lui. Del suicidio di Eva e di Magda Goebbels si sa. Quest’ultima disse del suo rapporto con lui: «Amo il mio sposo, ma il mio amore per Hitler è più forte. Per lui sarei pronta a offrire la mia vita. Ho capito che, dopo Geli, non poteva più amare una donna. E che il suo amore, come dice sempre, era la Germania. Allora e solo allora ho accettato di sposare
In confronto a tante follie, gli amori di Lenin appaiono meno distanti dalla normalità. Il suo menage a trois con Nadja Krupskaja – la donna della sua vita – e con la giovane parigina Inessa, è roba da collegiali rispetto a quello che facevano altri dittatori. E del resto Vladimir Ulianovic era molto apprezzato anche dalle prime femministe: dalla Balabanoff alla Kollontaj. Tutto sommato – al netto di qualche avventuretta – aveva per l’epoca un discreto rapporto con le donne: esercitava il suo fascino personale e quello del potere, ma senza provocare passioni femminili deliranti. Era stato molto amato e protetto dalla madre e dalla sorella. Lo fu a suo modo anche dalla Krupskaja, alla quale consegnò quel testamento che avrebbe dovuto tagliare dalla linea di successione Giuseppe Stalin. Forse questo maggiore, anche se relativo equilibrio di Lenin è dovuto al fatto che non dimorò a lungo nelle stanze del potere. Perché – questa sembra la filosofia del libro della Ducret - “il potere seduce ma fa impazzire”. Ne volete una prova? Il dittatore centroafricano Bokassa ad un certo punto s’innamorò follemente e da lontano di Brigitte Bardot alla quale inviava pietre preziose e biglietti d’amore. Per fortuna ne ricevette un secco rifiuto. Quando è troppo è troppo. Un riscatto comunque rispetto agli innumerevoli cedimenti al fascino del potere che infangano la storia del sesso femminile.
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