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Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso Johann Wolfgang Goethe

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 24 NOVEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

A Bruxelles Barroso presenta il Libro verde sugli Eurobond. E avverte: «Nessuna obiezione è insormontabile»

«Attenti, l’Euro può fallire» Monti lancia l’allarme e oggi ne discute con Merkel e Sarkozy Ruolo della Bce, titoli comuni, fondo Salvastati: ecco il dossier che il premier italiano presenterà ai leader di Francia e Germania per chiedere una svolta. In ballo c’è la sopravvivenza dell’Eurozona PROCESSO AD ANGELA

Polillo:«A Berlino serve la valuta comune. Altrimenti ritorna debole»

1 Tragedia nel messinese: 3 morti. Una giovane estratta viva

Da Nord a Sud, in Italia la pioggia uccide ancora

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La Malfa:«Dai retta al Professore,la sua ricetta conviene anche a te»

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Rusconi:«I tedeschi sono i veri euroscettici, non hanno euroidee»

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Altre vittime per il maltempo. Frane e allerta in tutto il Meridione. Il Colle chiede «più prevenzione»

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Bruni:«Serve una Carta comunitaria e federale. Per fermare gli speculatori»

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Giancristiano Desiderio • pagina 16

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Pechino già si prepara: la moneta europea non reggerà all’urto della crisi

5 Ancora incognite sul futuro dell’Egitto, pronto a votare

di Enrico Singer appuntamento è per le 12,30 nel palazzo neogotico della Prefettura di Strasburgo. È qui che si terrà l’incontro tra Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Mario Monti attorno al tavolo di una colazione di lavoro. Un vertice che segnerà il ritorno dell’Italia nella serie A dell’Europa, quella dove si discutono, e molto spesso si prendono, le decisioni che contano. La visita a Bruxelles di martedì era stata per il neopremier una specie di viaggio nella memoria degli anni passati come commissario europeo alla Concorrenza – quelli che gli hanno valso il soprannome di “Supermario”– oltre che una tappa dovuta, quando in uno dei Paesi membri cambia il governo.

L’

servizi da pagina 4 a pagina 7

El Baradei denuncia: «Al Cairo gas nervini contro la folla»

segue a pagina 2

Un saggio del grande storico tedesco

Come cambia la nostra Storia di Ernst Nolte

Secondo giorno di scontri a piazza Tahrir: i militari uccidono almeno cinque manifestanti civili

Un excursus del ’900 per capire cosa ci aspetta nel nuovo secolo senza totalitarismi

Osvaldo Baldacci • pagina 12

pagina 8

gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

228 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Grande attesa per l’incontro di oggi a Strasburgo fra Monti, Merkel e un Sarkozy sempre più sotto il tiro dei mercati

Ricomincio da tre

Il ritorno dell’Italia al tavolo dei grandi potrebbe aiutare l’asse franco-tedesco a trovare la strada per evitare il fallimento dell’Euro la polemica di Enrico Singer

segue dalla prima

Ma il trilaterale di oggi ha un valore molto diverso. Rompe, finalmente, la brutta tradizione degli incontri bilaterali che l’asse Parigi-Berlino aveva imposto, complice la perdita di peso politico e di credibilità degli altri partner di Eurolandia, Italia in testa. E fa sperare che i meccanismi decisionali recuperino la collegialità che gli stessi Trattati prevedono restituendo a ogni Paese il suo posto. Tanto più che il momento è grave e le ricette per uscire dalla crisi non mettono tutti d’accordo. Come ha notato proprio Mario Monti: fissare traguardi irraggiungibili è una strategia sbagliata. «Così si rischia di mandare a fondo l’euro. Ma l’Italia non violerà mai gli impegni presi perché le regole, se si cambiano, si cambiano per tutti».

E proprio di regole si parlerà a Strasburgo. Senza un ordine del giorno prestabilito: dalla possibilità di introdurre gli eurobond – che la Commissione europea, ieri, ha rilanciato nel suo “libro verde” – al piano che Angela Merkel vuole proporre già al prossimo Consiglio della Ue dell’8 dicembre e che ha anticipato parlando al Bundestag. Un piano che boccia di nuovo gli eurobond e che prevede una Maastricht-due, una Convenzione che, in un anno, dovrebbe ridisegnare le fondamenta della mo-

Il leader della Commissione presenta il Libro verde sui titoli comuni al Vecchio continente

Barroso spiega gli Stability Bond: «Basta opposizioni» BRUXELLES. L’emissione di prestiti congiunti da parte dei Paesi dell’unione monetaria sarebbe la prova di un effettivo rafforzamento della governance economica, della disciplina di bilancio e della convergenza della zona euro. Lo dice il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso presentando il rapporto dell’esecutivo Ue dedicato al potenziamento del controllo sui bilanci nazionali che potrebbe portare ai cosiddetti eurobond o “stability bond”. Il numero uno Ue tiene comunque a precisare che il documento della Commissione non si propone naturalmente di andare contro gli interessi di nessuno - certamente non quelli della Germania.

Secondo Barroso, infatti, nessun Paese della zona euro ha obiezioni assolute contro l’idea degli “stability bond”. Berlino stessa, sempre per il presidente della Commissione, sarebbe più preoccupata della tempistica che del principio stesso di tali emissioni. La Commissione non ha comunque ancora stabilito quale approccio privilegiato adottare rispetto all’emissione di eurobond. Per rispondere alle critiche che stanno squassando in questi giorni i mercati e la politica dell’intera Unione Europea, Barroso ha poi voluto sottolineare che la presentazione da parte della Commissione Ue di un Libro verde, nel quale sono contenute le tre proposte per le obbligazioni europee

«non ha nessuna intenzione polemica». «Abbiamo il dovere istituzionale di presentare proposte e studi di fattibilità: l’avevamo promesso e l’abbiamo fatto».

E assicura che non c’è nulla contro alcuno Stato membro, ma solo la volontà di procedere con un serio dibattito su un tema serio che potrebbe portare a enormi benefici. Spiega che non sono un’immediata soluzione alla crisi nemmeno per quei Paesi più sotto pressione, ma potranno rendere più liquido il mercato dei bond, come succede negli Usa. Inoltre la loro utilità, ha proseguito, risiede nel fatto che dimostrerebbero all’opinione pubblica che l’area euro è seria su disciplina e convergenza, perché sono un esempio di governance rafforzata e sottintendono un’idea rigorosa del vivere insieme. Il Presidente della Commissione esorta quindi gli Stati a discutere degli stability bond con mente aperta e senza dogmi. Le resistenze di alcuni Stati, secondo Barroso, saranno superate come accadde nel caso di ampliare i poteri del Fondo salva Stati. Tuttavia, l’idea di ampliare la concezione di governance europea comune, nell’ambito economico e finanziario, rimane la più assennata. Soltanto così, assicurano gli analisti di tutto il Continente, si potrà dare alle economie comuni la stabilità di cui hanno bisogno per rispondere all’assalto della speculazione finanziaria.

neta comune. A quanto se ne sa anche Mario Monti punta a riscrivere le regole che hanno, sì, valore per tutti, ma che potrebbero anche aiutare l’Italia nel suo cammino difficile verso il risanamento dei conti.

Perché se gli impegni presi saranno onorati – e il riferimento è al pareggio di bilancio nel 2013 promesso da Berlusconi – lo scenario che Monti immagina prevede di non conteggiare nel deficit la spesa pubblica in investimenti. O qualche altra misura simile per coniugare l’indispensabile risanamento all’altrettanto necessaria crescita. Del resto questo è esattamente il nodo che Eurolandia deve sciogliere se vuole salvare la sua moneta, ma anche lo sviluppo e l’occupazione. Un tema al quale è molto sensibile il padrone di casa del vertice di Strasburgo, Nicolas Sarkozy, che si ritrova a fare i conti con l’aumento dello spread dei titoli di Stato francesi, gli Oat, nei confronti dei Bund tedeschi e che, tra meno di sei mesi, deve affrontare la battaglia elettorale delle presidenziali che decideranno la sua permanenza all’Eliseo. Nel nuovo dialogo a tre che dovrebbe prendere le mosse dall’incontro di oggi, il ritrovato ruolo dell’Italia potrebbe anche sparigliare le carte della partita tra Francia e Germania che vede, da tempo, Berlino nelle vesti del banco che, alla fine, riesce sempre a imporre il suo gioco. Alla vigilia dell’incontro


prima pagina

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il retroscena

Germania, nostalgia di Adenauer e Kohl Anche la stampa tedesca inizia a criticare l’atteggiamento della Cancelliera di Luisa Arezzo il cancelliere dei record (16 anni al potere), l’architetto della riunificazione e della moneta unica e un cittadino onorario dell’Europa. Per molto tempo è stato anche il padre politico di Angela Merkel. Ma questo non è bastato ad evitarle delle critiche pesantissime. Arrivato alla veneranda età di 81 anni e lontano dalla politica, l’ex cancelliere ha lasciato filtrare al quotidiano tedesco Der Spiegel alcuni suoi giudizi nei confronti della Cancelliera: «Ha distrutto la mia Europa», avrebbe confidato Kohl a un amico, definendo la politica della Merkel nei confronti della crisi dell’euro «molto pericolosa». È il secondo attacco nel giro di pochi mesi, dopo quello lanciato dalle colonne del bimestrale tedesco Internationale Politik, nel quale l’ex cancelliere tedesco criticava l’imprevedibilità della politica tedesca (interna ed estera) sotto Angela Merkel. Imprevedibilità che a suo dire quel appannava «cammino chiaro» verso l’integrazione europea che lui aveva sempre perseguito.

È

desca che non solo non si è spento, ma sta aumentando di tono. Perché mentre l’antipatia per la Germania nei paesi dell’Europa meridionale (ma anche in Irlanda e Gran Bretagna) cresce, molti analisti si interrogano dentro casa sull’opportunità di alimentare questo sentimento. E così l’infelice enfasi con cui il capogruppo della Cdu-Csu al Bundestag, Volker Kauder (fedelissimo della Cancelliera) ha appena dichiarato «adesso si parlerà tedesco in Europa!» ha scatenato un coro di critiche. Ovvie nel resto d’Europa (ferocissimo l’attacco di Timothy Garton Ash sulle colonne del Guardian), ma non così scontato in patria. «Il governo sta facendo molti danni all’Europa. In Grecia, in Spagna o in Italia, dove erano stimati per le loro virtù, i tedeschi sono

ha appena pubblicato un editoriale nel quale di fatto sostiene che «la Germania predica la disciplina di bilancio sbandierando a destra e a manca la fiducia di cui gode sui mercati finanziari benché in realtà sia la prima a violare le regole che difende».

Membro fondatore, paese più popoloso e principale potenza economica dell’Unione europea, la Germania si trova all’incrocio tra gli europei del nord, del sud, dell’est e dell’ovest. Grazie alla crisi economica e alle paure sul futuro dell’euro Berlino è diventata il pilastro dell’Ue, senza il quale niente si decide, senza il cui denaro nessun paese può essere aiutato. Tuttavia l’idea secondo cui la Germania ha un problema con l’Europa è sempre più diffusa. A Berlino si rimprovera la mancanza di solidarietà verso i paesi in difficoltà, le esitazioni, la volontà di imporre agli altri un modello di rigore che in apparenza ha avuto successo. Una donna incarna la gran parte delle critiche rivolte alla Germania: la cancelliera Angela Merkel. Forza a volte troppo tranquilla, indecisa ma inflessibile, dominante ma limitata da un sistema politico complesso, Merkel simbolizza ciò che la Germania è oggi in Europa. «Il governo federale tedesco è diventato il motore di una desolidarizzazione che coinvolge tutta l’Europa - ha detto il dieci novembre a Parigi il filosofo tedesco Jurgen Habermas - perché da troppo tem-

«Gli europei sono terrorizzati dallo strapotere di Berlino e il nostro popolo non ci vede nulla di male. Chi ci governa lo esalta come un successo»

«Rischiamo di perdere tutto», aveva messo in guardia Kohl, sottolineando che bisognava ritrovare l’affidabilità, l’amicizia e le relazioni di un tempo per una vera Europa unita. «Se perdiamo questi appoggi le conseguenze saranno catastrofiche», concludeva Khol. Le sue parole hanno prodotto un dibattito in seno alla Cdu e nella politica te-

ormai considerati come degli arroganti che vogliono imporre al resto del continente come bisogna vivere e lavorare. Ma questa situazione non potrà durare a lungo», ha scritto Stefan Kaiser, economista del Der Spiegel. Il quotidiano è da tempo che bacchetta la politica della Merkel accusandola di allontanare il Paese dall’Europa: fortissimi erano stati gli attacchi dopo il No espresso da Berlino sul referendum greco. Una battaglia che prosegue, visto che

Monti, come è nel suo stile, non ha voluto fare anticipazioni. Ha detto soltanto che, nel corso della conversazione telefonica con la quale è stato invitato a Strasburgo, è stato «sollecitato a portare idee nuove». E che è convinto che in questa fase di revisione dei meccanismi dell’euro non devono «esistere tabù sugli oggetti della discussione per risolvere la crisi».

chiede a Berlino di abbandonare i tabù. Ma la medicina che la Germania vuole somministrare all’euro, per il momento, non cambia. Continua ad essere quella molto pesante e a lento effetto del varo di un nuovo Pat-

Che si tratti degli eurobond – o degli Stability Bond, come li ha ribattezzati il “libro verde” di Barroso – o di qualsiasi altro mezzo per uscire dalle sabbie mobili nelle quali siamo finiti. La Francia, già con la proposta di Sarkozy che voleva creare un Fondo monetario europeo, chiedeva più immaginazione alla Merkel. Adesso anche l’Italia

to di stabilità, rigido e automatico, secondo la tradizione tedesca, che dovrebbe essere discusso da una Convenzione sul modello di quella che preparò il testo della Costituzione europea che fu poi bocciata dai referendum in Francia e in Olanda. La Convenzione, nei piani di Angela Merkel, dovrebbe lavorare un anno per arrivare alla modifica

degli attuali Trattati. Con alcuni punti-chiave irrinunciabili nell’ottica di Berlino: il primo è un sistema di sanzioni che, nel caso di non rispetto degli obiettivi, scatterebbe non in base a una decisione politica com’è oggi

po ignora l’unico elemento in grado di far progredire il Vecchio continente, ossia “Più Europa”, secondo la laconica definizione della Frankfurter Allgemeine Zeitung». «L’Europa è terrorizzata dallo strapotere tedesco, e i tedeschi non ci vedono nulla di male. Chi li governa lo esalta come un successo» - scrive Holger Schmale sul Berliner Zeitung «Helmut Kohl ha usato le parole di Thomas Mann: “Non vogliamo un’Europa tedesca, piuttosto una Germania europea” - ha proseguito l’edidel torialista quotidiano della capitale tedesca - e a tal fine ha sacrificato anche il marco tedesco, l’amato simbolo del miracolo del dopoguerra. Ora si è imposto un cambiamento di mentalità, lento all’inizio ma divenuto tangibile nel 2009, con la sentenza della Corte costituzionale federale tedesca sul Trattato di Lisbona. Un cambio di mentalità che sottolinea la superiorità della Germania e l’aspirazione a un’Europa tedesca, Ma cosa ha a che fare questo con l’Europa democratica, plurale e paritaria? La passione di Angela Merkel per l’Europa suona bene. Ma è un’altra Europa rispetto a quella alleanza di democrazie libere e uguali che i suoi precursori avevano sognato».

meglio, sono strutturali alle esigenze dell’economia tedesca che non valgono per tutti. Quando la Merkel, come ha fatto parlando al Bundestag, dice che serve «un primo passo che vada nella direzione di un’unione fi-

Angela Merkel vuole proporre un piano che boccia di nuovo gli eurobond e che prevede una Maastricht-due, una Convenzione che, in un anno, dovrebbe ridisegnare le fondamenta della moneta comune con l’Ecofin che valuta i provvedimenti da adottare, ma con un sistema fisso di contromisure che arriverebbero fino alla perdita del diritto di voto del Paese inadempiente. L’obiettivo finale di Angela Merkel – la nascita di un effettivo governo economico dell’eurozona – è, naturalmente, condivisibile. I sistemi per realizzarlo lo sono molto meno. O

scale» apre a una riforma che potrebbe essere decisiva per l’Europa, ma al tempo stesso chiude sull’ipotesi dell’emissione di titoli comuni come strumento operativo per sostenere l’euro: «È straordinariamente riduttivo che la Commissione suggerisca gli eurobond», ha ripetuto anche ieri. Per Angela Merkel «la socializzazione del debito

non risolve il problema». Per recuperare la fiducia, insomma, servono cambiamenti vincolanti, introdotti a livello di trattati. E questo sarebbe il primo passo verso «un’unione fiscale e un edificio politico che contempli una nuova armonizzazione fra le competenze nazionali». La Cancelliera tedesca ha parlato di un «patto Europlus» che dovrebbe assicurare comuni standard di diritto del lavoro, di pensioni, e un sistema uniforme per le tasse. Ha anticipato anche di avere già concluso un accordo con Sarkozy per presentare, entro il 2013, una normativa fiscale comune per le imprese che dovrebbe «dare il buon esempio all’Eurozona». Ma bisognerà vedere se il buon esempio sarà sufficiente. E, soprattutto, se arriverà in tempo.


Processo alla Merkel Così può reggere l’Euro?

ttimismo della volontà o pessimismo della ragione? Questa vecchia figura retorica, quando si parla di euro, si trasforma in un’endiatri. Non più una contraddizione, ma una serie di lemmi che esprimono lo stesso concetto. Lottare per l’esistenza dell’euro non è solo una politica che risponde a nobili ideali, ma l’unica scelta possibile che resta sia all’Europa, sia all’intero Occidente per continuare a vivere come motore della storia. Indietro non si può tornare: sarebbe la frantumazione del nostro mondo che lo esporrebbe a una catastrofe non solo economica. Le altre grandi aree geopolitiche hanno raggiunto una massa critica che consente loro di essere protagonisti della vita internazionale. Il disfacimento dell’Europa – e non solo dell’eurozona – determinerebbe una brusca caduta, più che un semplice balzo nel passato.Tanti piccoli statarelli, in forte competizione tra loro, esposti ai venti di una globalizzazione – soprattutto finanziaria – capace di scompaginare a suo piacimento quel che resta di antiche civiltà. Se a questa cupa prospettiva sommiamo le posizioni della Lega Nord, ecco allora che di fronte al fallimento di quel grande disegno unitario e alla regressione verso la forma dei vecchi Stati nazionali, l’Italia apparirebbe nuda: segmenti

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L’interdipendenza dell’Eurozona è una realtà a senso unico

Senza l’Europa, Berlino sarebbe più debole di Gianfranco Polillo

di territorio, masse informi d’interessi immediati, destinati a subire, se non altro, l’egemonia economica prima, culturale poi, dei propri vicini. Una nuova balcanizzazione, come furono le vicende preunitarie, quando la stessa moneta dei singoli Stati dipendeva dai capricci della borsa di Parigi o di Vienna. Nelle migliori delle ipotesi una parte del centro – nord potrebbe diventare come l’Austria, senza peraltro conoscere la lingua parlata dalle sue nuove classi dirigenti. Mentre a ovest, tornerebbero gli interessi francesi a prevalere, come avvenne prima della nostra unificazione nazionale. Dobbiamo quindi crede-

re ad Angela Merkel: quando afferma che la difesa dell’euro è soprattutto un obiettivo della Germania, respingendo ogni possibile interpretazione negativa. Come quella che la dipingerebbe come l’orgogliosa riaffermazione di un primato esclusivo di bismarckiana memoria. L’interesse della Germania per l’euro è palpabile in ogni momento.

La sua forza economica si deve soprattutto al retroterra europeo. Il suo attivo della bilancia dei pagamenti, che finora le ha permesso di finanziare, anche se con crescenti difficoltà, il resto dell’euro-

zona, si deve in larga misura agli scambi con i restanti partner comunitari. Poi ci sono la Cina e le altre economie emergenti che fanno la differenza. Dove gli impianti di produzione tedesca hanno un enorme mercato. Ma qui stiamo parlando del“margine”: di qualcosa che si somma a un basamento consolidato di relazioni commerciali e politiche che hanno la loro origine nel vecchio continente. La moneta unica ha consentito all’industria tedesca margini competitivi straordinari. Merito, certo, della qualità di quell’organizzazione industriale, ma anche di un rapporto valutario che rifletteva solo in parte i fondamentali dei singoli Paesi. Allora il marco era sottovalutato, a causa del costo sostenuto per giungere all’unificazione nazionale. L’Europa ha dovuto accettare il cambio irrealistico (one to one), tra il vecchio marco occidentale e quello orientale, ma solo per intraprendere quel lungo viaggio che avrebbe portato alla nascita della moneta unica. I Francesi, di fronte a quella prospettiva, avrebbero dovuto, a loro volta, svalutare il franco, per ristabilire un giusto equilibrio se non fossero prevalse ragioni di prestigio internazionale. E l’Italia? Subì semplicemente un diktat. Si fece finta che il valore della lira fosse determinato dal mercato. Non si tenne, invece, conto di una politica monetaria più re-


la crisi europea

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strittiva e dei differenziali nei saggi d’interesse, che attiravano capitale straniero gonfiando il valore del cambio. Questa sorta di peccato originale ha segnato tutta la breve storia dell’euro.

La bilancia dei pagamenti dell’intera zona è rimasta sempre in equilibrio, rispetto alle altre grandi aree del globo. Al suo interno, invece, è stata caratterizzata da una frattura insanabile: l’attivo tedesco (e dei paesi di lingua tedesca), compensava, infatti, il deficit dell’area Sud e della Francia. Finché le condizioni dell’economia internazionale erano quelle che erano, una simile annotazione era solo roba da specialisti. Con l’irrompere della crisi, invece, quegli antichi nodi sono venuti al pettine, facendo emergere le geometrie reali. La cui diversa configurazione è oggi marcata dagli spread che caratterizzano i diversi titoli dei debiti sovrani. Se venisse meno l’euro, quindi, il sommovimento sarebbe generale: monete nazionali che si svalutano e altre che si rivalutano. Scambi che impazziscono e flussi finanziari alla deriva. Dobbiamo, quindi, tenere. Ma per ottenere un risul-

Per ottenere un vero risultato è necessario cambiare le regole e i trattati. Dare all’Europa un profilo più politico, capace di imporre politiche convergenti tato credibile è necessario cambiare le regole e i trattati. Dare all’Europa un profilo più politico e una forza sovranazionale, capace di imporre politiche convergenti. Non nell’interesse degli uni o degli altri, ma nell’interesse di tutti. Accelerare sulla riforma previdenziale, in Italia, o in campo fiscale è innanzitutto un’esigenza degli italiani. Senza questi interventi non c’è futuro per un’economia che langue da troppi anni ed è strangolata – il caso Fiat è illuminante – da vecchie consuetudini, che non hanno più ragione d’esistere. In quest’opera di modernizzazione partecipata, la Germania è un nostro alleato. Offre alla politica italiana una sponda e una leva per accelerare i necessari processi di cambiamento. La sua non è semplice generosità ma “realpolitik”. Se venisse meno l’Unione europea, si troverebbe, nuovamente, di fronte il gigante russo, le sue immense riserve petrolifere, già in grado di condizionare la vita non solo economica dei tanti Paesi limitrofi, le risorse finanziarie – esse stesse enormi – accumulate in tutti questi anni. Senza poi pensare al diverso potenziale militare, in una fase in cui gli Stati Uniti, alle prese con una crisi finanziaria interna tutt’altro che risolta, non sono più in grado di offrire le stesse garanzie. Un vecchio slogan del Che diceva“uno, dieci, cento Vietnam”per battere l’imperialismo americano. Da allora il mondo è cambiato. Ma dal punto di vista di una prospettiva democratica non siamo sicuri che sia cambiato in meglio.

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La Malfa: «Rigore senza crescita significa morte dell’economia: il pareggio di bilancio non sia un Moloch»

Conviene anche alla Germania la ricetta Monti anti-default

on prudenza, molta prudenza, Mario Monti ha detto in Europa tre cose molto chiare. Ha detto che il pareggio di bilancio, impegno comunque da assolvere, potrebbe essere un freno senza la crescita; ha detto che l’interruzione del circuito vizioso speculativo è possibile se la Bce farà quello che molti continuano a chiedergli, ossia fungesse da prestatore di ultima istanza a favore di un fondo salva stati in grado di acquistare i titoli pubblici dei paesi membri in difficoltà; ha detto, in terzo luogo, che il rigore deve essere accompagnato dalla crescita e non si dà crescita senza metter mano a qualche leva politica. Con il che si torna al primo e al secondo punto.

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Sono tutte cose, compreso il passaggio cruciale sul pareggio di bilancio, che da mesi continua a dire Giorgio La Malfa e che l’esponente del Terzo polo ha ripetuto anche pochi giorni fa a Verona: «Non si può pensare di agire solo sul deficit come si è tentato di fare finora. L’eccesso di austerità fa cadere il Pil e quindi il rapporto non arriva mai a zero». Secondo La Malfa il premier italiano ieri ha impostato bene il problema italiano ed europeo; si tratta di capire se oggi, a Strasburgo, Monti riuscirà a convincere anche il cancelliere Merkel e il presidente Sarkozy sulla necessità di dare una governance allargata alla crisi. «Monti ha proclamato una realtà evidente, ossia che le politiche di rigore, da sole, produrrebbero una caduta della domanda e del gettito fiscale. E in parte è quanto è già accaduto finora in Italia. Ma insomma è evidente se diminuisce il tasso di crescita e si riapre il deficit. Ma come si può fare una politica di crescita – ecco la vera domanda –se non ci sono risorse per sostenere la domanda? Se insomma non si mette mano alla leva d’una maggiore spesa

di Riccardo Paradisi per gli investimenti? E allora o la politica della crescita viene fatta e viene resa compatibile con un percorso più lento del pareggio di bilancio oppure l’Unione europea ci mette i bond continentali e consente una governance diversa della Bce trasformandola in prestatore di ultima istanza». La Bce in effetti potrebbe e dovrebbe abbassare i tassi di interesse, fare politiche che aiutino la crescita, evitare che l’Italia e a cascata l’Europa, cada nell’acqua. «Tanto più poi si fanno crescere le esportazioni – dice La Malfa - tan-

«L’Italia e gli altri paesi mediterranei hanno fatto da zavorra al marco, sacrificando capacità competitiva e di esportazione in Germania» to più facile fare politiche di rigore sulla finanza pubblica. Anche perché se il settore produttivo langue e stringo anche la cinghia della finanza pubblica il Paese muore; non è difficile capirlo. A meno che qualcuno non pensi che per far ripartire la crescita basti la liberalizzazione dei notai». Insomma la mission di Monti in Europa è chiara, ora si tratta di vedere se riuscirà a convincere Sarkozy e soprattut-

to Angela Merkel: «Sarkozy e la Merkel non la vedono allo stesso modo. La posizione di Monti in fondo è in linea con la Francia che ha smesso di pedagogizzare il nostro Paese da quando l’avvitamento della crisi ha preso anche lei. Non è in linea con la Germania però che gioca un ruolo decisivo in questa partita. Si tratta di convincere la Merkel su Bce ed eurobond, soluzioni che ai tedeschi, nell’immediato, non evidentemente non conviene». Siamo stanchi dicono i tedeschi di pagare le disinvolture dell’Europa meridionale «D’accordo – replica secco La Malfa – allora anche noi siamo stanchi di avere una moneta che ha compresso la nostra capacità d’esportazione considerato che abbiamo rinunciato alla possibilità di svalutarla.

I tedeschi in questi anni hanno esportato perché dall’euro hanno avuto il vantaggio del cambio: insomma l’euro vale oggi molto meno di quello che sarebbe valso il marco. L’Italia e anche gli altri paesi mediterranei hanno in questi anni fatto da zavorra al marco, sacrificando la propria capacità competitiva e di esportazione con la Germania». Insomma si tratta di venirsi incontro e i partner europei devono capire che la moneta unica ha tolto le valvole di sfogo di svalutazione e inflazione che in qualche modo devono essere reintrodotte. Sarà difficile convincere però i tedeschi come si diceva, perché da questa situazione, malgrado i lamenti, traggono ancora dei vantaggi. «Ma dovranno persuadersi - conclude La Malfa – che non conviene nemmeno a loro la rottura dell’unione monetaria esito fatale se si procede con l’attuale filosofia. Perché noi saremo tratti in basso da questa catastrofe ma loro troppo in alto per avere ancora una politica d’esportazione».


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Gian Enrico Rusconi: «Il vero ostacolo è l’intero Bundestag»

Sono i tedeschi i veri euroscettici: non hanno idee di Errico Novi

ROMA. Capire la drammaticità del momento è più semplice se si conosce nel profondo il travaglio tedesco rispetto alla leadership del Continente. Gian Enrico Rusconi, appunto, ha chiaro come pochi altri in Italia tutte le sfumature di quel travaglio. Da politologo che dedica parte significativa dell’analisi alla Germania, può pronunciarsi sulla rigidità di Berlino, e della Merkel, con pochi imbarazzi. «Aspettiamo l’esito dell’incontro di Strasburgo. Ma fin da ora si può dire che gran parte del problema e delle difficoltà nel risolverlo è proprio nell’incertezza dei tedeschi e addirittura nel groviglio di complessi che impedisce loro di guidare l’Europa». È un’interpretazione che il professore dell’università di Torino ed editorialista della Stampa coltiva e propone da tempo: la classe politica della cosiddetta locomotiva è «afflitta dall’archetipico timore di assumere sembianze inquietanti, da una rievocazione di Weimar fino addirittura ai fantasmi del Reich». Non è stato sempre così. Tanto è vero che «un’altra generazione di leader, direi quella che anagraficamente coincide con la mia, ha scritto ben altre pagine nella storia d’Europa. Da Adenauer fino a italiani come Colombo. Direi che si va verso la fine di un ciclo, per la classe politica tedesca innanzitutto. Pare svanire la capacità di Berlino di rafforzare il processo di integrazione».

senso che Berlino e Parigi danno al progetto europeo». In pratica: c’è un“non-investimento”in tale progetto. «Esatto.Viene al pettine il nodo dell’assenza di volontà sull’avanzamento del processo di integrazione. Le scelte sono fatti, e i fatti dicono più delle parole».

Adesso che il nodo arriva dunque al pettine, cioè che il mancato rafforzamento delle istituzioni europee pesa in modo chiaro, emerge l’inevitabile corollario di tale timidezza franco-tedesca (soprattutto tedesca, invero, per Rusconi): «I Paesi leader dell’Europa non sanno cosa fare. Non sanno quali contromisure assumere per fronteggiare la crisi dell’euro». Che da qui possa venire il colpo d’ala che arresta la caduta libera degli indici di borsa e la sfiducia nei titoli di Stato, può crederlo solo chi lavora di fantasia. «Dico la Merkel quando alludo alla incapacità tedesca di guidare il Continente, o almeno l’Eurozona, ma in realtà parlo di tutta la Germania politica, Spd compresa», precisa Rusconi. «Tutti temono di trasformarsi improvvisamente in novelli Fuhrer... Non si vede in tali condizioni come si possa rimettere nel giusto ordine una situazione effettivamente sbilanciata a vantaggio dei centri di potere finanziario. I quali a loro volta non esprimono grandi capacità di previsione altrimenti avrebbero anticipato il disastro del 2007. Ma appunto fanno agio sullo spazio lasciato vuoto almeno in Europa dalle istituzioni sovranazionali e dai singoli Paesi. Direi che oltretutto lo stesso Monti, in Italia, è oggettivamente gravato da aspettative innaturali: è un presidente del Consiglio, non deve e non può essere l’ultima speranza disperata». Viene in mente la testimonianza offerta un paio di mesi fa da una giornalista greca che vive in Italia alla trasmissione L’Infedele de La7. Disse che il vero timore, ad Atene, diffuso anche tra le persone assennate, è che le task force al lavoro per riportare in salvo i disastrati conti ellenici si presenti sì con modi, parole e toni ultimativi, assertivi, severissimi, ma che alla fine «non sappia davvero cosa fare». Quella giornalista diceva insomma che l’apoditticità con cui vengono prescritte e somministrate le cure anticrisi è in buona parte una penosa messinscena. E dietro c’è quasi zero. «È quello che dico io» riconosce con una smorfia amara Rusconi, «rappresentato semplicemente con altre parole. Ed è drammatico».

«Uno dei nodi è che le istituzioni comunitarie, Commissione europea, Bce, presidente Ue di turno, non riescono a relazionarsi»

Da simili premesse non si può desumere alcuna particolarmente luminosa previsione sul trilaterale di Strasburgo. «Sono un professore, tendo a ragionare per processi semplici, e allora dico questo: se si deve stabilire una nuova mission per la Bce, o se si deve fare qualche passo verso gli eurobond, ci vuole evidentemente la capacità delle istituzioni comunitarie di interloquire tra loro, e mi riferisco alla Commissione Ue, al presidente del Consiglio Ue, alla stessa Banca centrale, ai leader dei singoli Paesi; bene, ma la netta sensazione è che questi soggetti non sappiano come relazionarsi; e l’altra ancora più netta sensazione è che i titolari delle funzioni chiave in Europa, Barroso e Van Rompuy, manifestino in queste ore tutta la loro assoluta inadeguatezza». Ecco, questo è il punto chiave: «Barroso e Van Rompuy sono lì dove sono perché ce li hanno voluti Merkel e Sarkozy. Non per caso, dunque, ma per scelta. E in una simile scelta, che è al ribasso perché i due sono dei signori obbedienti e nulla più, c’è in fondo implicito il

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Luigino Bruni: «Merkel si ricordi che Kohl voleva l’Europa»

Una Carta federale subito: fermerà gli speculatori di Riccardo Paradisi

uella del calcio scommesse è una metafora che nelle settimane scorse Luigino Bruni, economista cattolico ed editorialista di Avvenire, ha spesso usato: «Nella finanza speculativa accade come nella vicenda del calcio scommesse alcuni giocatori (grandi fondi) scommettono sull’esito delle partite (valore futuro di titoli) e poi giocano in modo che le loro previsioni (scommesse) si avverino». Ecco, dice a liberal Bruni, «Oggi c’è chi scommette sul fallimento dell’Europa e lo fa senza troppi scrupoli; è questo del resto l’esito e il frutto di una mungitura eccessiva delle mucche della finanza, che però oggi rischia di uccidere le bestie per sfinimento». Senoché, dice ancora Bruni, «esiste un rapporto talmente stretto da non poter individuare dove finisce il Mercato e inizia la Politica». Questo richiede di «guardare assieme e in maniera sistemica finanza, economia e politica, in un’ottica globale ma molto

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attenta alle dimensioni regionali (vedi Grecia)», invece «la finanza è cresciuta come una buona pianta che, in mancanza di potature e di cura, sta invadendo l’intero giardino». La crisi finanziaria è come tutte le altre crisi della vicenda umana, individuali o collettive esse «sono sempre ambivalenti: possiamo uscirne migliori o peggiori, e l’esito dipende soprattutto da noi, dal nostro sguardo sul mondo. Un errore mortale da evitare durante le crisi è non prendere sul serio i segnali che ci provengono dall’esterno».

Un discorso che vale anche per la Germania di Angela Merkel: «Come è evidente – ricorda Bruni – l’asta dei bond tedeschi ha avuto seri problemi oggi. È evidente che c’è chi sta scommettendo sull’ipotesi del crollo dell’euro. Del resto nessuno in Europa, a cominciare dalla Germania, si assume la responsabilità di far fronte a questa


la crisi europea evidenza. Insomma per salvare la Grecia ci voleva e ci vorrebbe ancora poco, ma il condizionale è dovuto al fatto che l’Europa non è un corpo organico. O meglio è un corpo sconnesso, è il cuore bancario e politico dell’Europa che ha avuto un infarto e non si è ancora ripreso. Non abbiamo risorse politiche adeguate per fronteggiare la crisi. La Germania è troppo forte rispetto agli altri Paesi e non vuole perdere il suo status. Ma è uno status che è tale per dei meriti sicuramente ma anche perché è il resto d’Europa a consentirlo alla Germania. Ci vorrebbe una Germania capace di guardare più lontano. Merkel dovrebbe ricordarsi di quelli che diceva Kohl, che non a caso è oggi uno dei suoi più severi critici: «L’euro non è germanizzare l’Europa ma europeizzare la Germania». È che sulla Germania pesano molto le incertezze di politica interna, «le pressioni che

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«Non abbiamo risorse politiche adeguate per fronteggiare la crisi. La Germania è troppo forte e non vuole perdere il suo status acquisito»

provengono da ampi settori dell’opinione pubblica e dallo stesso partito della Merkel. Il punto è che se non si raggiunge presto un accordo con la Bce che cambi lo statuto della banca per trasformarla in prestatore di ultima istanza non se ne esce. Ma non se ne esce anche senza una politica fiscale finalmente più unitaria. Insomma serve dar vita a una costituente europea dove i paesi membri scrivano una politica federale».

Del resto, ricorda Bruni, le monete non hanno mai retto senza che dietro ci fossero gli stati. «E qui ci sono solo gli stati nazionali con le loro tensioni politiche, all’interno dei quali si producono egoismi partitici e veti incrociati. Alla fine però credo che una soluzione si troverà perché il gioco è troppo grande, è inconcepibile un mondo senza euro». Comunque finirà ne usciremo però ma-

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le «Noi stiamo pagando interessi altissimi, per questo anno di incertezza. E rischiamo di continuare a pagarli». Un Europa solo di monete insomma non regge la globalizzazione. Gli Usa hanno la Federal reserve, la Cina ha una moneta politica, noi non abbiamo ancora niente, il re è nudo». Sicchè «questa crisi sarà una felix culpa se ci farà dar vita ad una economia di mercato oltre il capitalismo iper-finanziario cui abbiamo dato vita, perché stiamo pagando gli aumenti di benessere economico con la moneta della fragilità e dell’insicurezza, di tutti ma in modo speciale dei più deboli (persone e Stati)». Ecco perché è cruciale quanto accade in questi giorni: «non sono in gioco soltanto le sorti dei mercati finanziari e dei detentori di titoli, ma la qualità dell’economia di mercato ed europea che uscirà da questa crisi, e quindi della libertà, dei diritti e della democrazia».

Il governo blocca la produzione industriale: «Il mercato crollerà»

Pechino ha deciso: la moneta debole non è affidabile di Vincenzo Faccioli Pintozzi

euro sopravviverà alla cura Merkel? Pechino non ha dubbi: la risposta è un secco “no”. Qui non parliamo di sfiducia negli asset o nei governi, parliamo di conti. E la Cina i suoi conti sa farseli molto bene. Se la crescita economica del dragone dell’Asia è così poderosa, il merito è in gran parte proprio del mercato europeo. Un mercato dove tutto ciò che è “made in China” trova acquirenti felici e soprattutto numerosi. Senza questo mercato, la garguantesca produzione industriale cinese creerebbe soltanto magazzini e container pieni, in un numero sempre crescente. Con gravissimi danni interni: alla disoccupazione che ne deriverebbe, infatti, andrebbe aggiunta una buona dose di inflazione praticamente incontrollabile. E tanti saluti alla stabilità sociale tanto cara al presidente (uscente, ma sempre potente) Hu Jintao. Ecco perché l’attività manifatturiera in Cina nel mese di novembre ha registrato il suo più grande calo dal marzo 2009: l’indice dei responsabili degli acquisti Pmi calcolato da Hsbc ha raggiunto quota 48 in novembre, contro il 51 di ottobre.

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dei responsabili agli acquisti di 420 aziende di produzione in Cina. Secondo i suoi esperti, gli esportatori cinesi risentono gli effetti della crisi del debito in Europa (il più grande mercato di esportazione) e di una difficile situazione economica negli Stati Uniti.

Tuttavia, aggiungono altri analisti, si sta verificando anche una contrazione voluta dal governo cinese che teme lo scoppio di una bolla immobiliare e la conseguente inflazione. L’indice Pmi conferma e rafforza quanto detto pochi giorni fa dal vicepremier Wang Qishan, responsabile della finanza, che ha previsto una recessione prolungata dell’economia mondiale e sottolineato la dipendenza della Cina nei confronti delle esportazioni. Il declino nel Pmi «implica che la crescita della produzione industriale dovrebbe scendere all’11 o al 12 % annuo nei prossimi mesi», ha detto in una nota di analisi Qu Hongbin, economista per la Cina di Hsbc. In ottobre la produzione industriale è aumentata del 13,2% su base annua e del 13,8% a settembre. «La domanda interna rallenta e la domanda esterna dovrebbe indebolirsi», ha detto Qu. Nel mese di ottobre, le esportazioni cinesi verso l’Unione europea sono scese a 28,74 miliardi di dollari contro 31,61 miliardi nel mese di settembre, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono scese a 28,6 miliardi contro i 30,11 miliardi di dollari in settembre. La contra-

La Cina non vuole acquistare titoli tossici, e ritiene che i nostri siano pericolosi. E poi ha un conto aperto con la Merkel

Un dato superiore a 50 indica un’espansione dell’attività manifatturiera, una cifra inferiore a 50 una contrazione. Il dato di novembre sarà rivisto il primo dicembre, quando l’indice definitivo sarà pubblicato da Hsbc. La società di analisi mette nei suo sondaggi il parere

zione del commercio estero della Cina si inserisce in un contesto di rallentamento della crescita nella seconda economia del mondo, che passa dal 10,4% dell’anno scorso al 9,7% nel primo trimestre, al 9,5% nel secondo e al 9,1% nel terzo. Dati che sono molto meno casuali di quanto possa sembrare: in Cina è il governo a decidere quali aziende hanno diritto agli aiuti di Stato ed è sempre il regime a imporre i piani di produzione, quanto meno negli ambiti più importanti della produzione nazionale. Il Partito sostiene e tollera i grandi capitalisti che si sono affacciati nel Paese negli ultimi 20 anni soltanto fino a quando questi chinano la testa ed eseguono ordini e direttive centrali.

Se la Cina dice di rallentare la produzione, le aziende cinesi rallentano la produzione. Va considerato poi che Pechino non ha mai amato troppo l’euro e l’Eurozona. Non ne capisce i leader – che trova chiassosi e inconcludenti – e ha più volte reagito male usando il perno dell’economia alle critiche che vengono rivolte nel campo dei diritti umani. Soprattutto con la Germania, il feeling è altalenante: Berlino ha diversi interessi in Cina, in particolare nella zona di

Shanghai, e conta parecchio dal punto di vista industriale. Forti di questa consapevolezza, che li distanzia di fatto da tutti gli altri europei in affari con il dragone, i tedeschi non hanno mai lesinato critiche e sfide aperte al Partito comunista, alla sua gestione dei diritti umani e alla sua visione del mondo. Uno schiaffo in faccia in piena regola, che gli asiatici non sono mai stati in grado di rendere con la forza necessaria a cancellare il dolore inflitto. Pechino, oggi, ha avuto modo di rifarsi e – davanti alle varie proposte europee per sostenere i cosiddetti Eurobond – ha fatto orecchie da mercante. Quello che poteva divenire un fortissimo partner per risanare la crisi del debito continentale si è di fatto tirato indietro, indicato in Frau Merkel il responsabile della decisione. La vendetta è un piatto che va servito freddo, e la Cina questo lo sa molto bene. Quindi, oltre a non fidarsi della moneta debole, hanno sfruttato l’occasione per rendere la pariglia alla Germania. Una soluzione, come dicono loro,“win-win”: ovvero quella in cui come ti muovi ti muovi, ci guadagni. E poco importa chi, dalla tua decisione, ne ricaverà una forte delusione o un danno: l’importante è non perdere mai, soprattutto la faccia.


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il saggio

Oltre i totali

La fine della guerra di Ernst Nolte

Da Wilson a Kennedy passando per Mussolini, Lenin, Stalin e Hitler. Il grande storico tedesco rilegge le tragiche epopee del Novecento e archivia le principali idee-forza che lo hanno contraddistinto. Naturalmente lo spartiacque è Manhattan, 11 settembre 2001


litarismi

a civile europea cambia la storia om’è noto, George Kennan definì la Prima Guerra Mondiale la «catastrofe originaria» del XX secolo.

C

La Grande Guerra avrebbe potuto non essere una «catastrofe originaria», se quello che nel 1918 era senza dubbio il sentimento predominante fosse riuscito ad imporsi: quella guerra doveva essere l’ultima delle grandi guerre, perché per numero di vittime ed entità della devastazione non era paragonabile a nessuno dei conflitti precedenti, come la guerra di Crimea o la guerra franco-prussiana del 1870. Il presidente americano Wilson si fece alfiere di questo “pacifismo”, il cui maggiore risultato istituzionale fu la creazione di una “Società delle Nazioni” che avrebbe dovuto garantire la pace, alla quale tuttavia gli

Stati Uniti d’America, comunemente ritenuti i veri vincitori del conflitto, non aderirono. Un ulteriore punto debole nella concezione pacifista era rappresentato dagli ingiusti (così apparivano ai diretti interessati) trattati di pace, che avevano ridotto il grande impero austriaco a un piccolo Stato, ed erano costati all’Ungheria circa la metà del proprio territorio. Il “revisionismo” degli sconfitti doveva rappresentare una forte limitazione per l’apparentemente illuminata concezione pacifista «della Società delle Nazioni», e nel momento in cui la Germania ne assunse la guida, in qualità di maggiore potenza tra gli sconfitti, la situazione cambiò radicalmente.

Al pacifismo comunemente definito «borghese» si opponeva un’altra forza ideologi-

ca, che individuava nel generalizzato «imperialismo» delle potenze borghesi e capitaliste la causa originaria della guerra, e pretendeva il loro «abbattimento», da realizzarsi attraverso una «rivoluzione mondiale del proletariato». Secondo la concezione marxista, la rivoluzione mondiale doveva avere inizio nei Paesi capitalisti più progrediti e diffondersi poi velocemente su tutta la terra. La debolezza di questa potente concezione, cui aderì una buona maggioranza dei «lavoratori» europei, risiedeva nel fatto che nel 1914 quasi tutti i partiti socialisti si erano schierati a difesa del proprio Stato, a loro dire aggredito, e nel 1918 si trovavano perciò divisi tra «militanti», i comunisti, ed «evoluzionisti», i socialdemocratici. L’evento decisivo fu la cosid-

In senso orario, da sinistra: il 28esimo presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson; il 35esimo presidente statunitense John Kennedy; il 56esimo segretario di Stato degli Stati Uniti, Henry Kissinger; un’immagine degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001; il politico e politologo statunitense di origini polacche, Zbigniew Brzezinski; la filosofa e storica Hannah Arendt; forografie di Stalin, Adolf Hitler, Lenin e Benito Mussolini. Nelle pagine seguenti: a sinistra, un’immagine di un terrorista; a destra, un soldato americano

detta «rivoluzione d’ottobre» del 1917, una sorta di putsch rivolto contro gli altri due partiti socialisti, che segnò la conquista del potere assoluto da parte della sezione russa del partito guidata da Lenin, il quale apparteneva in realtà alla nobiltà ereditaria. Ad essa seguì un umiliante trattato di pace concluso con i vittoriosi «imperi centrali» di Germania e Austria-Ungheria, e una guerra civile di tre anni che vide la sconfitta dei nemici politici interni, i «bianchi».

Nella storia del mondo si profilò una nuova opportunità, rappresentata da una «dittatura dello sviluppo» in una Russia ancora prevalentemente agraria e «arretrata», circostanza che implicava la possibilità di una «ripresa» nei confronti degli avanzati

Stati capitalisti. Lenin rimase tuttavia legato al concetto di «rivoluzione mondiale» che egli, insieme a molti dei suoi sostenitori, interpretava nei termini di una «conquista del mondo» da realizzarsi attraverso la diffusione del grande credo socialista ed eventuali «guerre di liberazione».

La Russia era il più grande Stato del mondo, e il più ricco in termini di risorse, e se si tiene presente quanto di «irregolare» vi è in questa concezione, si deve giungere alla conclusione che la conseguenza più importante - e già di per sé catastrofica - di ciò che Kennan ha definito «catastrofe originaria», sia stata «nel 1917 la conquista del potere da parte del partito bolscevico in Russia, in quanto evento politico e metapolitico centrale del XX secolo».


il saggio

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Così nacque la “catastrofe originaria” I giudizi sul Ventesimo secolo di Arendt, don Sturzo e Kennan ella congerie degli eventi politici nazionali e internazionali non ci sarebbe quindi stato nulla di più importante, e tendenzialmente destabilizzante, della volontà del partito di massa sovietico-comunista di introdurre, inizialmente in Europa e poi in tutto il mondo, un nuovo tipo di ordinamento sociale «a economia pianificata», che racchiudeva in sé l’idea dell’annientamento sociale del ceto fino a quel momento dominante dei «capitalisti», o meglio degli «imprenditori», idea già proposta apertamente dallo stesso Marx nel Manifesto Comunista. In linea di massima esistevano in tutta Europa decisi oppositori di questa concezione, i «bianchi», ma erano piuttosto deboli, motivo per cui gli unici nemici della «soluzione finale» comunista di tutte le difficoltà sociali, realizzabile nella futura «società senza classi», sembravano essere le sole «democrazie» dell’Occidente, le quali ancora per lungo tempo rimanevano superiori all’Unione Sovietica in termini di potenza e risorse, ed erano inoltre riunite nella «Società delle Nazioni». Esse dovevano tuttavia far fronte a un conflitto aperto al loro interno che l’Unione Sovietica aveva invece risolto, e cioè la lotta rivoluzionaria condotta dai partiti comunisti o da quelli della sinistra socialista per la conquista del potere. Nel primo dopoguerra questi partiti, insieme ai loro simpatizzanti, erano molto potenti in Italia e in Germania, e le diverse personalità alla guida della «democrazia» si trovarono non di rado in difficoltà. Di fronte alle sollevazioni e ai tumulti incontrollabili dei comunisti, essi potevano affidarsi solamente alla polizia, e in casi estremi all’esercito; tuttavia non si poteva ancora parlare di «guerra civile», perché non esisteva un partito ben organizzato, e armato con mezzi illegali, che potesse e volesse guidare la lotta anticomunista utilizzando i suoi stessi mezzi, come una vera e propria guerra civile.

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A partire dal 1922 l’Italia si costituì come un’eccezione a questa regola, determinata dall’esistenza e dalla violenta conquista del potere del partito «nazionalfascista», guidato proprio dall’uomo che, fino al 1914, poteva essere a buon diritto definito un esponente della sinistra socialista, fondatore di una sorta di partito comu-

nista non ancora esplicato. Il partito leninista, irregolare rispetto al concetto marxiano, trovava ora corrispondenza nell’irregolarità di un genuino partito avversario, circostanza che apriva la strada a una vera e propria guerra civile in Europa. Mancava però un nemico concreto e facilmente identificabile, che i comunisti avevano individuato nei «capitalisti», nell’«alta finanza» e fondamentalmente negli «imprenditori». Mussolini d’altra parte concentrava la sua attenzione in maniera tutt’altro che permanente sul principale nemico interno e sui suoi legami internazionali con l’Unione Sovietica.

Nel 1925 aveva riportato una completa vittoria sull’ancora forte opposizione degli altri partiti rappresentata dagli «aventiniani», e mirava ad ottenere il prima possibile dei successi in politica estera, come ad esempio la rivalsa per la sconfitta degli italiani in Etiopia nel 1896, che egli riuscì a realizzare nel 1936 attraverso un

Già nel 1926, nel suo celebre libro “L’Italia e il fascismo”, il fondatore della Democrazia cristiana riunì il fascismo italiano e il comunismo russo nell’unica categoria del «totalitarismo» atto di forza dal carattere prettamente «imperialista»: la conquista militare e l’assoggettamento dell’intero Paese. Vi era tuttavia un politico tedesco che concepiva se stesso come un radicale anticomunista, anzi come un antimarxista, in maniera molto più marcata. Si trattava di Adolf Hitler, un personaggio ancora sconosciuto nel 1919, austriaco, ma nato a poca distanza dal confine bavarese, e insignito della Croce di Ferro di prima classe come «soldato di prima linea». Il suo principale tratto distintivo fu fin dall’inizio il fondamentale riferimento rappresentato per lui dal nemico centrale, il comunismo «marxista», mentre il suo supremo postulato affermava che il suo partito di opposizione potesse conseguire la vittoria soltanto se

fosse stato in grado di identificare un proprio nemico principale e di organizzarsi come un partito di lotta compatto e deciso quanto quello degli avversari. Egli individuò come proprio nemico principale «gli ebrei», e non a causa di una mera «ossessione», ma proseguendo una linea di pensiero già consolidata tra i russi «bianchi». Egli tendeva infatti a considerare gli ebrei non semplicemente un fattore consistente nel fenomeno del comunismo, ma gli «autori» stessi del fenomeno. Da qui si giunse ad opporre al postulato comunista dell’annientamento «della borghesia», nonostante l’uso di tale concetto fosse evidentemente poco chiaro, il contro-postulato anticomunista dell’«annientamento degli ebrei». In ogni caso, parlare della grande guerra civile dell’Europa per la vita o per la morte divenne possibile e doveroso al più tardi a partire dal 1933, anno in cui il Nsdap di Hitler, come nel 1917 aveva fatto il Pcus di Lenin, conquistò il potere assoluto in un grande Stato europeo. Nel caso dell’ascesa di Hitler giocò un ruolo di primo piano il motivo del «revisionismo» relativo alla Germania, rispetto al quale tuttavia si riscontrano delle corrispondenze nascoste anche nel caso di Lenin. Questa guerra civile, che oppose i tedeschi nazionalsocialisti ai tedeschi comunisti (e poi ebrei) così come in precedenza aveva scatenato la lotta tra russi comunisti e russi «bianchi», fu com’è noto all’origine del temporaneo paradosso costituito dalla grande aggressione - definibile a buon diritto anche come una «guerra preventiva» - della Germania nazionalsocialista alla Russia comunista, conclusasi poi con la vittoria di Stalin, altrettanto paradossalmente alleato con gli Stati Uniti capitalisti. La sensazione di aver combattuto una guerra contro «il fascismo» non era di certo comune a tutti gli inglesi e gli americani, tra i quali infatti molti, compreso Churchill, si consideravano fondamentalmente nemici «della Germania». Ben presto tuttavia, in seguito all’aprirsi della «guerra fredda», tutti si videro coinvolti in un’altra guerra civile ideologica, legata in maniera paradossale alla «guerra civile europea» e chiamata ora «guerra civile mondiale» tra comunismo e capitalismo.

Fin dal principio intellettuali, politici e filosofi si impegnarono per individuare le conseguenze catastrofiche e inaspettate di questa «catastrofe originaria», e per «dare ad essa un senso». Già nel 1918 il tedesco Alfons Paquet, scrittore e giornalista corrispondente da Mosca, scriveva del «totalitarismo rivoluzionario» di Lenin, e in effetti era impossibile


il saggio leggere gli scritti e le dichiarazioni di Lenin senza restare profondamente colpiti dalla sua pretesa «totalitaria» di livello mondiale. In Italia Giovanni Amendola, leader del gruppo “antifascista” dell’Aventino, e Piero Gobetti furono fra coloro che utilizzarono fin dal 1923 il concetto di totalitarismo in relazione all’ancora giovane fascismo, e Don Luigi Sturzo, fondatore della Democrazia cristiana, nel suo libro del 1926 L’Italia e il fascismo riunì il fascismo italiano e il comunismo russo nell’unica categoria del «totalitarismo». Verso la fine degli anni Venti anche il quotidiano inglese Times definì totalitarismi antidemocratici sia il regime italiano sia quello russo. Riguardo alla relazione storica tra i due fenomeni si scatenò invece ben presto un vivace dibattito intellettuale: fascismo e nazionalsocialismo erano delle imitazioni del comunismo? Oppure, essendo il comunismo, anche nella forma dello «stalinismo», un movimento che mirava

alla caduta del capitalismo, bisognava piuttosto ritenere il nazionalsocialismo uno strumento a difesa di quest’ultimo? Gli ex-comunisti giocarono un ruolo significativo in questo dibattito: nel 1936 Ignazio Silone definì il bolscevismo un «fascismo rosso», e Franz Borkenau, all’indomani del patto Stalin-Hitler, scrisse una violenta accusa rivolta contro il «nemico totalitario». Il periodo d’oro della «teoria del totalitarismo» furono gli anni Cinquanta, durante i quali, principalmente ad opera di Hannah Arendt e di Carl-Joachim Friedrich, si costituì la teoria «strutturale» del totalitarismo, che individuava come opposizione dominante del dopoguerra quella tra «totalitarismo» e «Stato costituzionale occidentale», e operava un’ampia equiparazione tra le vittime dei due regimi, come gli ebrei e i «kulaki». Nel 1955, secondo Carl-Joachim Friedrich e Zbigniew Brzezinski gli aspetti comuni al bolscevismo e al nazionalsocialismo, come il

carattere ideologico del partito di massa, il sistema del terrore e il monopolio dei mezzi di comunicazione di massa, erano molto più rilevanti delle differenze che la polemica di segno opposto continuava a sottolineare.

Tuttavia, già sotto la presidenza Kennedy gli interessi politici degli Usa uniti alle nuove circostanze provocarono un generale indebolimento della teoria del totalitarismo: in particolare si trattò della necessità per gli Usa di instaurare una relazione positiva con i «movimenti di liberazione del Terzo Mondo», rispetto ai quali l’Unione Sovietica si era sempre posta in termini amichevoli, al contrario della Germania nazionalsocialista che aveva sempre dimostrato nei loro confronti una certa ostilità teorica, pur non avendola sempre messa in atto nella pratica. Sono inoltre senz’altro da tenere presenti l’approfondirsi del concetto di «coesistenza pacifica» e la «destali-

Ora lo scontro è tra Occidente e Terrore Due gli esiti possibili: o un nuovo tipo di guerra o la coesistenza on bisogna perciò stupirsi del fatto che la versione «storico-genetica» della teoria del totalitarismo presentata nel 1963 nel libro Il fascismo nella sua epoca, che aveva dapprima suscitato un’accoglienza positiva e un’ampia approvazione, sia stata in seguito rigettata con violenza sempre maggiore, quanto più diveniva chiaro che il suo principale soggetto di riferimento storiografico era la «guerra civile europea dal 1917 al 1945». Mentre la versione strutturale aveva attribuito al conflitto tra comunismo e «fascismo» solo un carattere secondario, la nuova teoria prendeva molto sul serio la reciproca opposizione affermata da entrambi i regimi. In essa si poteva vedere una sorta di «secolarizzazione» dell’interpretazione marxista, in cui si rifiutava il dominio dell’interpretazione «metafisica» del «male assoluto» rappresentato rispettivamente dal capitalismo o dall’ebraismo, pur concordando in molti aspetti significativi con la visione «marxista» dei fatti secondo cui il comunismo aveva un proprio carattere d’iniziativa, mentre il nazionalsocialismo possedeva essenzialmente un carattere reazionario.

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Tuttavia, poiché si giudicava il carattere d’iniziativa un’illusione e si riteneva il carattere reazionario suscettibile di comprensione, se non del tutto comprensibile, la parte avversaria avanzò la sorprendente teoria secondo cui si era di fronte ad un’apologia del nazionalsocialismo appena celata, e non, come affermava l’autore, ad un’analisi scientifica alla quale il tema in questione si era per decenni sottratto. Dovrebbe comunque essere fuori discussio-

ne il fatto che tale analisi rappresenti un paradigma e faccia parte delle linee interpretative principali, come quella del nazionalismo negativo o quella ebraica.

Sembra perciò imporsi la seguente conclusione: la versione storico-genetica della teoria del totalitarismo non è più attuale, perché, al più tardi con la caduta dell’Unione Sovietica, la contrapposizione decisiva è giunta al suo termine. La vicenda della

Non si tratta però di un conflitto civile, perché del gran numero di musulmani in Occidente solo una piccola parte simpatizza con il terrorismo che gli islamisti attuano contro le democrazie guerra civile europea può quindi dirsi superata, perché al suo posto è venuta a crearsi un’altra contrapposizione, quella tra il terrorismo islamista e la «guerra contro il terrorismo» che coinvolge l’intero Occidente. Questo conflitto non è però una guerra «civile», perché pur essendoci un enorme numero di musulmani

in Occidente, solo una piccola parte di essi simpatizza con il terrorismo che gli islamisti attuano nei confronti dell’Occidente «cristiano» e dello «Stato ebraico» di Israele. Ancora non si può dire se l’esito finale vedrà la nascita di un nuovo tipo di guerra oppure della disponibilità alla coesistenza e al dialogo. Il concetto di «guerra civile europea» indica però la prima direzione, e per questo motivo risulta pericoloso, al punto da rendere la sua scomparsa dal dibattito giustificata e auspicabile. Per quanto riguarda la generalizzata preminenza attribuita alla questione dei «colpevoli», si potrebbe affermare che «la sinistra» sia il principale responsabile, e non ricopra questo ruolo soltanto in virtù della sua iniziativa. A queste considerazioni è però necessario replicare che il concetto di guerra civile europea è il frutto di un desiderata scientifico, che in quanto tale non può diventare «obsoleto» solo perché potrebbe dar luogo a conseguenze negative nel presente. La sua legittimità non andrebbe perduta nemmeno qualora si riconoscesse come adeguata la questione se «coesistenza» e «guerra» rappresentino uno stabile parallelo o costituiscano invece una relazione asimmetrica. (Traduzione di Angela Ricci)

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nizzazione» dell’Unione Sovietica, che lasciavano presagire un passaggio dal totalitarismo all’«autoritarismo». Non bisogna però allo stesso tempo sottovalutare le preoccupazioni degli anni Settanta di alcuni statisti americani, come Henry Kissinger, di fronte alla penetrazione dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati nel «Terzo Mondo», e si noterà infine come la sostituzione dell’«attuale» significato del concetto di totalitarismo e il suo utilizzo nella dimensione storica vengano a coincidere con la sua apparentemente maggiore conseguenza, e cioè con il crollo dell’Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991, in seguito al quale il nazionalsocialismo rimase l’unico presunto punto di riferimento.


mondo

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Su Twitter l’ex capo dell’Aiea denuncia l’uso di «gas nervino contro i manifestanti». Cresce il numero dei morti

L’accusa di El Baradei I partiti pronti a chiedere il rinvio delle elezioni in Egitto di Osvaldo Baldacci cende in campo El Baradei, e lo fa con molto rumore. Pesante la denuncia del potenziale esponente di spicco dell’Egitto post-Mubarak, già presidente dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il Premio Nobel per la Pace - perché El Baradei ha vinto anche quello a dimostrazione di godere di rispetto internazionale, anche per il suo comportamento fermo e sereno durante le crisi con Iraq e Iran – ha denunciato tramite Twitter l’uso di gas nervino all’interno dei lacrimogeni.

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La giunta militare nega di aver usato agenti chimici: «Solo lacrimogeni». Condanna dell’Onu, che chiede un’indagine Qualcosa di molto grave e pericoloso, anche se non con intenzioni letali. Qualcosa che il ministero della Sanità ha smentito. Ma El Baradei parla apertamente di massacro. E intanto lui che già è uno dei candidati alle elezioni presidenziali pone le sue condizioni per accettare eventualmente l’incarico come possibile nuovo capo del governo di unità nazionale. Primo, ha preteso innanzitutto il potere di assumere decisioni senza interferenze da parte del Consiglio militare. Ha inoltre sottolineato che accetterà l’incarico solo se le elezioni legislative si svolgeranno come programmato a partire da lunedì prossimo, mentre alcuni partiti vorrebbero uno slittamento di due settimane. Gas nervino a parte, è stata comunque una giornata dura al Cairo. Dopo il massacro dell’altro giorno e la grande protesta che ha portato in Piazza Tahrir un milione di manifestanti, la giunta militare sembrava aver ceduto alle pressioni popolari e aveva con-

vocato elezioni presidenziali per il 30 giugno, a compimento del lungo iter elettorale per il nuovo parlamento. Non tutti i manifestanti si sono però fatti convincere e ieri hanno continuato per il quinto giorno il presidio. Sono di nuovo intervenute le forze di sicurezza e ci sono scappati altri morti, almeno quattro. Alcune vittime sarebbero state colpite da pallottole vere, e non di gomma. Anche i religiosi dell’Università AlAzhar sono scesi in campo e hanno negoziato una tregua tra manifestanti e agenti che già ieri sera sembrava non del tutto rispettata. Nelle vie intorno alla piazza si udivano anche sparatorie, compreso nei pressi del ministero degli Interni.

Se qualcuno credeva che la strada per la democrazia in Medio Oriente potesse passare da un colpo di bacchetta magica, il risveglio ora è molto amaro. Ma al contrario se si ha fiducia di costruire un passo per volta, i progressi che vedremo nei prossimo futuro potrebbero essere rilevanti. Quando si guarda alle democrazie liberali sorte in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale si ha quasi l’impressione di un miracolo impensabile durante gli anni bui delle dittature. Ma si dimentica che alle spalle c’erano tre millenni di pensiero e di diritto che avevano portato avanti un cammino discontinuo e complicato di cui noi siamo solo i fortunati eredi. Per questo bisogna avere pazienza con il Medio Oriente che ha avuto un cammino diverso. Una pazienza operosa, che non lo abbandoni a se stesso, e non chieda troppo di più di quello che può dare. Le notizie di questi giorni dall’Egitto sono senz’altro tragiche, ed esiste un rischio concreto, ma speriamo evitabile, che la situazione peggiori ancora. Bisogna collaborare perché tutto vada per il meglio e non per il peggio, ma non si può pensare che tutto si risolva in un

I neurologi: «Molti dubbi, sarebbe stata un’ecatombe»

«Usato gas Cr, forte e cancerogeno» È polemica sul presunto uso di agenti tossici da parte delle forze di sicurezza di Antonio Picasso una denuncia che merita conferma, ma prima ancora richiede una riflessione. Sia tecnica che politica. Ieri, il candidato alle presidenziali e premier semi in pectore, Mohamed elBaradei, ha detto che le forze dell’ordine egiziane starebbero ricorrendo al gas nervino per disperdere i manifestanti di piazza Tahrir. Il già direttore dell’Aiea ha parlato di un massacro in corso, attraverso l’uso di «lacrimogeni con agenti nervini». Se fosse vero, piazza Tahrir sarebbe a un passo dal trasformarsi da cuore della rivoluzione ad avamposto della guerra civile. Ovvia la smentita della giunta miliare. Il giornale va in stampa con un bilancio parziale di almeno 4 morti. Un numero ridotto, in confronto alle giornate precedenti. E soprattutto con la questione in sospeso del nervino. È giudizio unanime dei tecnici, medici ed esperti di strategia militare, che il ricorso a un’arma così devastante provocherebbe un eccidio immediato. A questo punto, bisogna capire se el-Baradei sia nel vero. In tal caso,Tantawi il cagnolino di Mubarak – com’è etichettato a Tahrir –

È

si sarebbe limitato a eseguire tardivamente gli ordini del suo trascorso raìs. All’inizio di febbraio, il faraone aveva minacciato la piazza di inviare i carri armati, se i bivacchi primaverili non fossero terminati. Mubarak, tuttavia, non ebbe il tempo di scatenare la sua furia. I focolai di rivolta che si erano accesi in tutto il Paese e, nel frattempo, le forze armate che gli avevano voltato le spalle lo costrinsero alla fuga. Oggi Tantawi sembrerebbe portare a termine questo atroce progetto. In caso contrario, l’ipotesi è che ElBaradei abbia preso una colossale cantonata. Suona ben strano il fatto che un Nobel per la Pace, a capo della agenzia Onu abbia parlato di un’arma di distruzione di massa. Perchè di questo si tratta! Il suo dubbio ricorso riesuma le pagine più terribili nella storia del Novecento. Venne sintetizzato dai nazisti poco prima della seconda guerra mondiale, allora si chiamava solo tabun, dall’agente chimico principale. Fu poi prodotto in grandi quantità durante la guerra fredda, sia dagli americani sia dai sovietici. Si pensa che gli Usa l’avessero

Medici ed esperti militari dicono che il ricorso a un’arma così devastante provocherebbe un eccidio immediato


mondo

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Immagini dei violentissimi scontri ieri a Piazza Tahrir dove, secondo il Premio Nobel El Baradei, i militari avrebbero usato lacrimogeni addizionati con gas nervino. «È in corso un massacro» ha postato ieri mattina alle 10 su Twitter. Chi ha potuto ha usato le maschere anti-gas. A sinistra: l’ex direttore generale dell’Aiea, candidato alle presidenziali egizianema anche potenziale nuovo premier dopo le dimissioni del governo guidato da Sharaf

caricato sulle proprie bombe durante i conflitti in Corea e Vietnam. Come pure i russi in Afghanistan. Ma per entrambi non si sono mai recuperate le prove. È invece nel mondo arabo che il gas nervino ha riscosso il suo maggiore successo. I primi a spararlo furono, guarda caso, proprio gli egiziani in occasione del loro intervento nella guerra civile tra Yemen del nord e del sud (19621965). Poi arrivò Saddam Hussein e per il nervino fu il grande successo mediatico. Il macellaio di Baghdad lo adoperò tre volte durante la guerra contro l’Iran, durante le offensive lungo lo Shat el-Arab, il tratto di fiume che separa Iran e Iraq e che poi sfocia nel Golfo persico. Nel 1998, venne scoperto un arsenale libico con armamenti di questo tipo. Infine nel 2003, Bush ne ipotizzò la presenza tra i gas letali di cui sarebbe stato in possesso ancora una volta Saddam. L’unico attentato terroristico che, sino a oggi, pare sia stato compiuto con un derivato del nervino, il sarin, è quello della metropolitana di Tokyo, avvenuto nel 1995, da parte degli adepti della setta Aum Shinrikyo.

In termini di tossicità, il nervino rientra nella classificazione delle armi non convenzionali batteriologiche. Una volta sprigionato, chi ne è colpito può subire danni all’apparato addominale e digerente, oppure a seconda delle quantità venirne ucciso. Nausea, vomito, crampi addominali, coma e decesso. Questo il sintetico e grottesco bugiardino. Del resto, non è necessario disporre di una profonda cultura chimica per dedurre il target della sostanza. In inglese si parla schiettamente di nerves gas, vale a dire di una sostanza che inibisce il sistema nervoso.Tutto questo fa pensare che le dichiarazioni di el-Baradei meritino un ridimensionamento. Insomma, come si spara un gas letale in mezzo a piazza Tahrir? Le due sole strade sono mediante granate oppure

con un raid aereo. In entrambi i casi, sarebbe difficile per la giunta passare inosservati. Il Cairo è grande e ha gli occhi del mondo puntati addosso. In molto si accorgerebbero dell’ecatombe in corso. Tanto più che il massacro avverrebbe all’istante. Studi medici sono certi che i tempi di reazione al nervino non siano superiori ai dieci minuti. Se alle granate sparate sommiamo il panico che si verrebbe a creare tra i manifestanti, saremmo ben oltre quei (per fortuna) quattro morti di ieri. Meglio pensare, di conseguenza, a un più banale ricorso a lacrimogeni molto potenti. El-Baradei si è sbagliato, oppure lo hanno tradotto male? O peggio ancora ha volutamente gonfiato una situazione già drammatica? Quel che non quadra, infatti, è che il leader egiziano è stato in passato al vertice dell’Aiea e prima ancora alla guida della commissione che andò a scovare i mai trovati arsenali chimici di Saddam. Possibile che un uomo di tale competenza tecnica non sappia distinguere tra un candelotto lacrimogeno e un’arma di distruzione di massa?

lampo. È molto importante che si sia avviato il percorso elettorale, e che sia sempre più forte il sentimento di partecipazione. Ma è chiaro che questo comporta anche dei rischi. Rischi di fretta insoddisfatta e di frustrazione da parte della gente, rischi di infiltrazioni estremistiche per cavalcare la rabbia della gente, rischi di abuso di potere da parte di chi il potere lo vorrebbe conservare.

L’Egitto è il punto chiave del Medio Oriente. È assai più importante e complesso della Libia, almeno dal punto di vista geopolitico seppur all’Italia interessano più da vicino gli idrocarburi libici. È il punto di riferimento di tutte le nuove generazioni del mediorientali, quelle che hanno compiuto le loro rivoluzioni (anzi, la prima fase di queste) e quelle che le hanno in corso, ance a costo di versare sangue quotidianamente. Ha poi una enorme popolazione concentrata in zone molto ristrette, senza petrolio ed altre risorse facili, con gran parte della ricchezza proveniente dal turismo, quello stesso turismo che è sempre più in difficoltà a causa dell’instabilità del Paese. È questa la cosa più importante e più difficile da far capire agli egiziani: da questa crisi potranno uscirne e bene solo se staranno tutti insieme, altrimenti tutti insieme affonderanno. Per questi motivi la protesta in corso e la

sua repressione sono un momento pericoloso. Non inatteso, per quanto fin qui detto, ma comunque potenzialmente destabilizzante. D’altronde anche i ripetuti attacchi di questi mesi contro la comunità cristiana erano un chiaro segnale non tanto e non solo di fondamentalismo, quanto di desiderio di attizzare l’odio per creare disordine.

Preoccupa perciò molto quello che sta succedendo sotto gli occhi del mondo a piazza Tahrir. Anche perché è opaca la composizione delle forze in campo. Non è chiaro con chi siano collegati i manifestanti, ma d’altro canto non è chiaro neanche quale gioco stiano giocando le forze di sicurezza. In tutta la vicenda c’è poi il ruolo dei Fratelli Musulmani, la maggiore organizzazione islamica egiziana capace di permeare quasi ogni ambito della società. È scorretto guardare a loro come a un demonio, sono anzi una forza davvero rappresentativa e di elevato livello non solo organizzativo, ma anche culturale e politico. Sono un elemento che può e forse deve contribuire insieme agli altri alla rinascita dell’Egitto. Un movimento che va integrato sempre più nei meccanismi della democrazia, e non spinto ai margini dove può diventare più pericoloso. Però è anche innegabile che alcuni sospetti sono legittimi, non tanto perché il Movimento sia così estremista (proprio per la rinuncia alla lotta avvenuta armata già molti anni fa a subito molte scissioni), ma perché comunque è percorso da numerose correnti e pulsioni che possono tirarlo in una direzione o magari in quella opposta. Dicevamo che preoccupa quello che accade a Piazza Tahrir. Ma forse dovrebbe preoccupare ancora di più cosa accade lontano dagli occhi del mondo. L’Egitto infatti non è solo Il Cairo. Il Sinai è per esempio un

Il Nobel per la Pace pronto a guidare il nuovo esecutivo. A patto che il voto sia garantito, di non subire le ingerenze dei militari e avere pieni poteri punto cruciale, se non altro perché è una delle sponde del Canale di Suez e si incunea nel Mar Rosso, e inoltre confina con Israele, ed è una rinomata meta turistica. Ebbene il Sinai non sembra godere di grande tranquillità, le ultime notizie parlano di tribù fuori controllo, di infiltrazioni terroristiche e di qualcosa come quattordici attentai al gasdotto che vi transita. C’è poi il Medio Egitto, da sempre terra di insoddisfazione e di fondamentalismo. E il sud, a un passo dal Sudan che resta comunque un Paese considerato sospetto dalla comunità internazionale. Tutte zone che andranno al voto e saranno importanti per decidere gli esiti delle prossime consultazioni, ma anche terre che possono dare il via a nuovi mutamenti in Egitto, non tutti necessariamente migliorativi. Perché i miglioramenti arrivino, bisognerà avere una ferma e paziente tenacia, senza lasciar vincere la rabbia o la voglia di rivalsa.


cultura

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A 130 anni dalla nascita dello statista, parla il professor Giovagnoli: «Oggi ci sono elementi comuni con il dopoguerra. Serve una spinta»

«Al Centro dell’Italia»

«De Gasperi è stato il Cavour della Repubblica: ha costruito non solo un partito ma un Paese. Ritorniamo al suo esempio» di Gabriella Mecucci essenza della politica della Dc? «Essere un grande partito nazionale aperto alla collaborazione con i laici e che ha sempre lavorato per portare all’interno dello stato le grandi masse segnate da sentimenti antipolitici e antistatali»: questo il giudizio di sintesi di Agostino Giovagnoli, autore di saggi sulla Democrazia Cristiana, sul rapporto fra chiesa e democrazia, sul caso Moro. Quest’anno ricorre il centrotrentesimo anniversario della nascita di Alcide De Gasperi: un’occasione che spinge a riflettere su di lui e sul suo partito. Il difficile momento di transizione che l’Italia sta vivendo impone poi un approfondimento sul ruolo della politica a tutti.

L’

Professore, qual è il carattere peculiare del grande statista democristiano? De Gasperi è stato giustamente definito il Cavour della Repubblica. È sicuramente un grande statista, capace di pensare all’Italia nel suo complesso dentro una prospettiva europea. Era certamente un uomo di parte e non nascondeva il suo essere schierato nei ranghi del cattolicesimo politico, ma inseriva que-

sta scelta in una visione più ampia. Un atteggiamento questo sempre utile, ma assolutamente prezioso in fasi storiche in cui si vive una transizione, una discontinuità politica. La sua Dc era un partito nazionale, italiano. De Gasperi la definì così dopo la rottura del ’47 col Psi e col Pci. Che cosa voleva dire? Che lo scudocrociato si sarebbe fatto carico dei problemi di tutti e che non avrebbe mai governato da solo,

Nel 1947, come oggi, il governo era sotto attacco da parte della speculazione: De Gasperi portò al Bilancio Einaudi, allora in Bankitalia. I comunisti lo accusarono di essersi arreso ai poteri forti

che avrebbe collaborato con altre forze politiche, con altre culture. Fece questa affermazione quando era in carica un monocolore democristiano, ma voleva, e fu su questo conseguente, aprire ad un’ampia collaborazione con i laici. Collaborazione che non venne mai meno. Sempre nel ’47 fece un’altra im-

portantissima scelta politica che ha qualche analogia con le vicende presenti. E quale? Il governo era sotto attacco da parte della speculazione. Allora si parlò di un quarto partito che voleva occupare il potere e sostituirsi agli altri partiti. Bene, De Gasperi non cedette. Ma portò al ministero del Bilancio Luigi Einaudi, allora Governatore della Banca d’Italia. I comunisti lo accusarono di essersi arreso al capitalismo, ai poteri forti. De Gasperi invece con quell’operazione da una parte si garantì qualità e alleanze, dall’altra fece sì che la politica restasse ben salda al suo posto. Non cedette per nulla alle pressioni del quarto partito. Poi, all’inizio degli anni Cinquanta partirono alcune grandi riforme: la riforma agraria, l’intervento nel Mezzogiorno, il piano casa, che venne portato avanti da Fanfani, ma col forte appoggio degasperiano. Venne allora imboccata una linea liberale e riformista che porterà al grande sviluppo di fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Una strategia dunque di lungo respiro. La politica di Fanfani e la nascita dei governi di centrosinistra rappresentarono - come sostengono alcuni -


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L’intervento di Schifani alla presentazione della moneta commemorativa del grande statista

«Impariamo dai padri fondatori»

«Un’Europa che sappia e voglia agire in sintonia - ha spiegato la seconda carica dello Stato, che poco dopo ha incontrato il presidente della Camera Gianfranco Fini e il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti - con la profonda convinzione che un allontanamento da De Gasperi? No, questa analisi non mi ha mai convinto. Nel 1953 la Dc perse la maggioranza assoluta dei consensi. L’apertura a sinistra rispondeva alla necessità di ampliare l’area di governo continuando ad escludere senza tentennamenti il Pci. È una strategia dunque che non abbandona certo la scelta anticomunista. Anzi, cerca di renderla più efficace staccando il Psi dal Pci. La Dc infatti aveva ben compreso che il benessere non solo non indeboliva i comunisti, ma li rendeva più forti: i loro voti anziché diminuire, crebbero. Casomai si può dire che la scelta di centrosinistra non fu condivisa dall’elettorato. Perché? Nel 1963 la Dc perse voti. E toccò anche al Psi. Il risultato mise in difficoltà la componente socialista nenniana che aveva imboccato la strada riformista e di governo dando argomenti alla corrente di sinistra: quella lombardiana. Ma mi lasci dire che in tutto questo periodo, sia nell’era degasperiana sia negli anni successivi, la Democrazia Cristiana si impegnò con forza e continuità a portare le grandi masse italiane – soprattutto quelle meridionali – che nutrivano sentimenti antipolitici e antistatali, dentro lo stato. E occorre dire che ci riuscì. Moro ebbe la felice intuizioni di definire i partiti come momento di mediazione fra popolo e istituzioni. Riuscire a portare a termine quel compito era difficile non per colpa del Risorgimento, ma perché il processo unitario arrivò tardi. E l’Italia si sedette al tavolo dei grandi stati nazionali europei buon ultima, insieme alla Germania. Questa è la ragione principale per cui il rapporto fra masse e stato è sempre stato molto fragile. E occorrerà riconoscere alla Prima Repubblica il merito di aver portato per la prima volta

l’aiuto reciproco e la volontà comune di essere uniti nei momenti difficili, come quello che il nostro paese sta attraversando, consentiranno di superare tutte le difficoltà e di uscire a testa alta dalla crisi».

disce il presidente del Senato «è indispensabile pervenire all’Europa unita attraverso i cittadini, potenza civile e democratica, senso e coscienza di una storia, capace di diventare prospettiva di pace e di benessere per le generazioni del domani».

Per il presidente del Senato «più Europa e nuova Europa sono le sfide che ci attendono». Ed ecco che «l’unità, la coesione, la stabilità, la trasformazione della rappresentanza in partecipazione in ciascun Paese membro, sono principi e ideali che debbono permeare tutta l’Unione europea. L’Europa deve essere più integrata, più competitiva, dotata di risorse sufficienti per portare avanti politiche comuni e per esere protagonista sulla scena internazionale». Ma, aggiunge ancora Schifani, «forse ancor prima è necessario educare all’Europa, recuperare il senso di una storia comune, per maturare consapevolezza di un legame che è, insieme, libertà, responsabilità e giustizia». Ora più che mai, riba-

Ci sia dunque un vero salto di qualità, conclude il suo intervento Schifani: «Mostreremo così ai nostri cittadini che l’Europa è la risposta, l’unica valida ed efficace, alle sfide di un mondo globalizzato, sulla scia della lucida visione di Alcide De Gaspari che seppe, ben oltre mezzo secolo fa, capire cosa fosse indispensabile per assicurare all’Italia un futuro migliore». Uno statista, insomma, che agli interessi personali antepose sempre il senso della nazione e la volontà di condivisione del bene. Una personalità che ancora oggi viene rievocata con il rispetto che si deve a un padre della patria italiana e della patria europea.

il Mezzogiorno all’interno dello stato. Un obiettivo difficile e di straordinaria rilevanza. Alla luce di questa analisi storica, che ruolo può giocare oggi il centro dello schieramento politico? Le condizioni sono molto diverse. La Democrazia Cristiana non è stato solo il centro, è stata un partito centrale, un pivot dell’intero schieramento. Oggi questo non è ripristinabile. Per definire il contributo che può dare il centro, dobbiamo riferirci alla situazione del nostro bipolarismo e a quali sono le condizioni in cui il bipolarismo o il tripolarismo possono affermarsi”. E quali sono? Non è immaginabile l’alternanza fra due o magari tre poli se non esiste un patto che ricono-

Il governo Monti può aiutare questo processo? Sì credo proprio di sì. Se riuscirà a stemperare il clima di scontro fra le forze politiche creerà le condizioni indispensabili per muovere proprio in questa direzione. E in tutto questo, il centro che farà? È da questo schieramento politico che dovrà venire la sollecitazione più forte per arrivare alla nascita di un nuovo patto. Solo così infatti si arriverà a costruire una vera alternanza. Un bipolarismo o tripolarismo possibile. Perché questa – come dicevo – si verifica fra simili e non fra forze opposte. Naturalmente, questo non vuol dire che si è uguali su tutto. Dentro il patto si misurano poi le differenze. Non è un caso

È dal Centro che dovrà venire la sollecitazione più forte per arrivare alla nascita di un nuovo patto. Solo così infatti si arriverà a costruire una vera alternanza. Che sia possibile

Dall’alto, Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Gianfranco Fini: insieme hanno costituito il Terzo Polo. Nella pagina a fianco, Alcide De Gasperi

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

di Massimo Fazzi

ROMA. Quando le cose vanno male, conviene tornare ai “padri nobili”, coloro che con il proprio impegno hanno creato e sostenuto le strutture in cui oggi ci ritroviamo a vivere. È questo il senso dell’intervento del presidente del Senato Renato Schifani, pronunciato ieri in occasione della presentazione di una moneta coniata in ricordo di Alcide De Gasperi per il 130esimo anniversario della nascita del grande statista. Per superare la crisi economica, ha detto Schifani, «l’Europa deve agire in sintonia, nella convinzione che l’aiuto reciproco sia fondamentale, come la convinzione che tutti gli stati fondatori siano soggetti politici paritari».

i che d crona

sca alcuni elementi di fondo comuni. Il patto costituzionale, pur importantissimo, non basta. Un Paese non può cambiare la propria politica estera o l’ispirazione della propria politica economica al mutare di un governo. Una simile situazione sarebbe distruttiva. L’esecutivo successivo annienterebbe l’opera di quello precedente. E così via. La Seconda Repubblica è stata caratterizzata da una sorta di non riconoscimento fra l’uno e l’altro schieramento. Probabilmente proprio per questo in anni recenti è cresciuto il ruolo dell’inquilino del Quirinale rispetto a quello di parecchi suoi predecessori. È lì che è stato possibile ritrovare un garante di alcune continuità.

– per finire – che sia stato il centro a sollecitare più di ogni altro la nascita del governo Monti”. E la Lega? La Lega commette un errore a tirarsi fuori da questo processo. Ma non è detto che non sia recuperabile. Ho sentito Maroni che ha giustificato il loro disaccordo con il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, appellandosi alla Costituzione. E non, come hanno fatto altri, utilizzando argomenti virulenti o di stampo razzistico. Nessuno vuole che si affermi sic et simpliciter lo ius soli, ma che ci sia una reinterpretazione culturale dello ius sanguinis. La posizione di Maroni rende possibile la discussione. Non chiude la comunicazione. E questo è un bene.

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


ULTIMAPAGINA Tragedia nel messinese: tre morti. Una giovane estratta viva. Napolitano: «Occorre una maggiore prevenzione»

In Italia la pioggia continua a di Giancristiano Desiderio iove, governo ladro. Magari. Piove, l’Italia frana. All’inizio del mese di novembre è toccato al Nord. Ora, a fine mese, è il momento del Sud. Cambiano le regioni, le città, i paesi ma le scene sono le stesse: acqua, fango, fiumi in piena che straripano, ponti che crollano, automobili che navigano, case travolte e sventrate. Morti. I bambini muoiono sotto un mare di fango di cui non portano nessuna colpa. L’italiano che ci rappresenta tutti non si dà pace e sconsolato - come non capirlo - si affida a un comunicato della presidenza della Repubblica: «Quest’altra tragedia ripropone l’esigenza assoluta, richiamata dal Capo dello Stato proprio nella cerimonia al Quirinale dell’altro giorno dedicata alla tutela dell’ambiente ed alla salvaguardia del territorio, di adeguate e costanti politiche di prevenzione, a cui affiancare una puntuale azione di vigilanza e di controllo delle situazioni a rischio». Ieri era il 23 novembre e 31 anni fa ci fu il terremoto dell’Irpinia. Articoli, libri, cerimonie ne hanno ricordato i giorni e le opere che ci sono volute per ricostruire (male) i paesi tra Avellino e Benevento.Tra un altro anno in questa data si ricorderanno le vittime di questa nuova e già vecchia alluvione del Messinese: un bambino di 10 anni, Luca Vinci, strappato alla madre dall’ondata di fango, e un padre e suo figlio, che fino a l’altro ieri sera si credevano dispersi. Sono di Luigi e Giuseppe Valla di 55 e 25 anni. È stata salvata, invece, la ragazza di 24 anni data per dispersa. La giovane, con un’altra donna, è stata recuperata dai vigili del

P

Ieri il Dipartimento della Protezione Civile ha emesso una nuova allerta meteo: a partire da oggi, si prevedono temporali anche molto intensi su Calabria, Basilicata e Puglia fuoco in un appartamento a Saponara. Erano ricoperte di fango fino al collo. Il paese è stato travolto da una frana che si è staccata dalla montagna dopo le forti piogge. Ora il maltempo sembra aver dato una tregua, ma rimane l’allerta meteo con possibili piogge. Così alle tragedie seguono gli anniversari, i ricordi e le promesse: ricordiamo affinché non accada più. Ma lì, proprio lì, in quello spicchio di Sicilia, nel 2009 ci furono 37 morti per acqua, fango, dissesto idrogeologico e abusivismo, e nel 2007 c’era stato per tutti l’avviso che di lì a poco i morti sarebbero stati decine. Naturalmente ci

UCCIDERE saranno inchieste, come inchieste sono in corso per l’alluvione del 2009. Ma non ci salveranno le inchieste. La procura di Messina, com’è prassi, ha già - come si dice - «aperto un fascicolo contro ignoti». Poi, magari, gli ignoti diventeranno noti. Dieci giorni fa, infatti, la procura ha notificato 18 avvisi di conclusione indagini ad amministratori, tecnici e dirigenti in merito all’alluvione di Messina di 2 anni fa.

I reati ipotizzati dai magistrati sono quelli di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Tra gli indagati figurano l’attuale sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, il sindaco di Scaletta Zanclea Mario Briguglio, l’ex commissario straordinario del comune di Messina, Gaspare Sinatra, l’ex dirigente generale della protezione civile regionale Salvatore Cocina, il dirigente generale dell’assessorato regionale ambiente Giovanni Arnone, e alcuni geologi. Degli stessi reati sono accusati anche i progettisti dei lavori eseguiti nei torrenti Divieto e Racinazzi straripati a Scaletta Zanclea e alcuni tecnici. Insomma, si indaga su un’intera classe dirigente prim’ancora che politica. Non si possono portare in tribunale né il Cielo né la Terra, ma gli uomini sì perché spetta a loro amministrare, verificare, autorizzare o vietare. Spesso nei paesi travolti dal fango il dolore accomuna tutti perché le colpe sono distribuite equamente: tra gli amministratori che hanno chiuso un occhio e chi ha costruito abu-

sivamente sapendo di farlo. Da questo malcostume, che a Sud è maggiore che a Nord, non se ne esce con i tribunali e i giudici che arrivano dopo per accertare, ricostruire, giudicare in base alla legge omessa o violata. Da questo malcostume se ne esce solo trasformandolo in un costume buono, non più sporco di fango. La pioggia c’è sempre stata. È del tutto inutile, oltre che sviante, controllare quanta acqua è venuta giù. I dati sono importanti. Raccogliamoli, confrontiamoli, soprattutto usiamoli. Ma dobbiamo sapere che non è la grande quantità d’acqua la causa dei danni materiali, mortali e morali. I comuni italiani sono nella loro stragrande maggioranza privi di una concreta e scrupolosa attività di prevenzione. L’amministrazione del territorio - campagne, colline, montagne, fiumi, torrenti, strade, ponti - è per i comuni e la classe politica locali un impiccio. Non produce voti, non rende benefici, è faticosa, presuppone troppa cura. Il più delle volte non incontra neanche i favori delle comunità che rivendicano la prevenzione il giorno dopo il disastro ma il giorno prima nutrono altri pensieri e altri interessi. La conformazione della terra non ci aiuta, soprattutto al Sud ma, santo iddio, lo sappiamo dai tempi di Giustino Fortunato. Le case che vengono giù quasi sempre sono nuove, il che significa che non sappiamo costruire e usiamo la modernità per farci del male e non per migliorare. Cose già scritte, le scriveremo ancora.


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