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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA
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di Ferdinando Adornato
QUOTIDIANO • SABATO 26 NOVEMBRE 2011
DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK
LE TERRIBILI FOTO CHE NESSUNO CI FA VEDERE
Si immolano per il Tibet. Ma il mondo sta zitto Negli ultimi otto mesi si sono dati fuoco undici monaci: nel silenzio di media e politica. Il Dalai Lama: «Vi prego, non fatelo più, ma ora tutte le nazioni fermino la Cina»
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Fitch taglia il rating di 8 banche italiane: «La ripresa è lenta. Dal 2008 l’ambiente economico è peggiorato»
Rehn: «Siamo tutti sicuri, Monti ce la farà» Angela Merkel e Sarkozy: «L’Italia non può crollare, finirebbe anche l’Euro» di Riccardo Paradisi
Il premier va bene, ma la politica deve cambiare
Cosa ho letto in quei volti di Termini Imerese
di Enrico Cisnetto
di Savino Pezzotta
ue obiettivi, si è detto. Il primo portare il Paese fuori dalla drammatica emergenza finanziaria in cui è piombata, il secondo creare le condizioni perché si metta mano al vero default nazionale, il fallimento del sistema politico. È questo che il governo Monti è chiamato a fare. a pagina 6
on è retorica ma, nel vedere ieri sera i volti degli operai di Termini Imerese, sono stato colto da sofferenza e inquietudine. Bisogna avere fatto l’operaio per sentire diverso dal comprendere - cosa significhi, dal punto di vista esistenziale, vedere d’un tratto chiudersi davanti a te tante speranze a pagina 8
ROMA. Un venerdì intenso quello di Mario Monti, la cui azione si svolge ormai in simultanea sul piano nazionale e quello continentale. Del resto il quadro è chiaro: l’Italia deve fare presto quello che l’Ue chiede usando la finestra di credito riapertasi dopo il vertice tripartito di Strasburgo. Un summit dove è emerso con evidenza che il default finanziario ed economico del nostro Paese porterebbe «inevitabilmente alla fine dell’euro». a pagina 6
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I QUADERNI)
• ANNO XVI •
NUMERO
230 •
WWW.LIBERAL.IT
• CHIUSO
N
IN REDAZIONE ALLE ORE
19.30
Tibet
pagina 2 • 26 novembre 2011
Tsewang Norbu, 29 anni, si è immolato a Nyitso il 15 agosto 2011
Bruciano anche le nostre coscienze Il mondo libero conosce la verità ma sceglie di girare la testa E il grido di dolore del Tibet rischia di trasformarsi in una strage di Vincenzo Faccioli Pintozzi a fotografia che apre questa pagina disturba l’occhio. Peggio accade a chi guarda il video da cui questa immagine è tratta: si tratta di pochi secondi, inviati all’esterno del Tibet con grandi sforzi da parte di quella piccola porzione di popolazione che non teme la repressione cinese. A liberal la notizia che questo video era stato pubblicato è arrivata di notte. La voce al telefono è quella di un giovane monaco, novizio in una lamaseria tibetana, che dà le indicazioni per visionare il video e conclude la telefonata con un appello: «Non ce la facciamo più. Ci sono molti altri monaci pronti a seguire l’esempio di questi undici. Noi facciamo di tutti, inviamo al mondo immagini e testimonianze, ma i risultati non si vedono. Aiutateci».
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Il video è su YouTube, non proprio una piattaforma nascosta. Fra i commenti che lo accompagnano ce ne è uno che riflette benissimo il mondo moderno: «Questo è un sito pubblico, dove girano anche i bambini. Questo schifo non andreb-
be postato». C’è scritto proprio “schifo”. Quello “schifo” si chiama Tsewang Norbu: aveva 29 anni, era monaco presso la lamaseria di Nyitso. Si è dato fuoco a Ferragosto, quando l’Occidente è al mare con una fetta di cocomero in mano. È morto pronunciando le parole “libertà”e “Dalai Lama”. È stato il secondo di una serie di monaci che, dal 16 marzo al 3 novembre, ha contato undici cadaveri bruciati: tutti religiosi, due donne, tutti immolati per chiedere un briciolo di autonomia. Un poco di libertà religiosa, il ritorno del Dalai Lama nella sua terra, la possibilità di avere un futuro.
I monaci buddisti che si sono auto-immolati con il fuoco per protestare contro il dominio cinese in Tibet «hanno una fede molto forte, questo è chiaro. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spi-
rituale. La situazione, per loro, è davvero dura». Lo dice a liberal il lama geshe Gedun Tharchin, che da anni studia i Cinque grandi trattati del buddismo. Il lama, profondo conoscitore della fede buddista, sottolinea: «Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni, e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone». I video ritraggono sia gli ultimi istanti della vita di Palden Choetso, una delle due monache fra gli undici monaci che si sono uccisi negli ultimi otto mesi, che quelli di Tsewang Norbu. Sono entrambi filmati molto forti. Si trovano a questi due indirizzi: http://www.youtube.com/watch?v=Q5o2RFqA_l4; http://media.phayul.com/?av_id =186&av_links_id=373 Nei giorni scorsi, intervistato
dalla Bbc, il Dalai Lama ha riaffermato ancora una volta che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: «Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza». Subito dopo, però, il leader del buddismo tibetano ha aggiunto: «Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza». Nel commento che pubblichiamo qui accanto chiede all’Occidente un’assunzione di responsabilità. Lui – Oceano di Saggezza per il mondo intero - ci crede ancora: pensa che il mondo possa aiutare il Tibet. Il suo popolo sta perdendo la speranza. Una fonte tibetana (anonima per motivi di sicurezza) spiega a liberal: «Le rivolte nel mondo arabo, l’avvento di internet, la repressione che peggiora di anno in anno. Questi sono i moti-
vi che spingono tante persone a cercare gesti estremi contro la Cina. Voi vedete le auto-immolazioni perché fanno impressione, ma esistono moltissimi tibetani che fanno scelte altrettanto forti, anche se meno spettacolari. Anche andare in galera, condannati magari a 10 anni, per aver espresso un’opinione è una forma di sacrificio».
D’altra parte, nei due video nessuno aiuta i monaci in fiamme: «Non potete capire: due hanno cercato di aiutare un monaco e sono stati uccisi. Qui non scherzano». Secondo la fonte, «l’Occidente si parla addosso, ma non capisce. Non capite cosa vuol dire vivere senza la possibilità di decidere nulla della propria vita. C’è il problema della libertà religiosa negata, che per noi è un sacrilegio, ma anche quello del lavoro che non c’è e della società in mano a cinesi di etnia han. L’economia non esiste e qualunque cosa decida il Partito per noi è legge. Così non possiamo andare avanti: siamo sempre di meno, ma intenzionati a combattere fino alla fine».
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Palden Choetso, o Choesang, 35 anni, (nella foto a sinistra) apparteneva al monastero femminile di Darkar Choeling, a Twu (che i cinesi chiamano Daofu) nella provincia settentrionale del Sichuan. Il 3 novembre scorso si è data fuoco gridando “Tibet libero” e “Lunga vita al Dalai Lama”. È morta il giorno stesso in seguito alle gravissime ustioni riportate. Tutti i tibetani chiedono non più l’indipendenza della regione dalla Cina comunista, ma soltanto l’autonomia di poter praticare la propria religione
In otto mesi si sono dati fuoco undici monaci
La reazione del leader tibetano alla tragica scelta dei suoi fedeli
Appello al mondo libero «Aiutateci a vivere» «Nessuno deve uccidersi, ma questi gesti nascono dalla disperazione. Costringete Pechino a dialogare»
Il primo è stato Phuntsok, 21 anni, morto il 16 marzo; poi Tsewang Norbu, 29 anni del monastero di Nyitso, morto il 15 agosto; il terzo è stato Lobsang Kelsang, 19 anni, il 26 settembre; poi Lobsang Kunchok, 19 anni, morto insieme a lui; Kelsang Wangchuk, 17 anni, morto il 3 ottobre
di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama al marzo di quest’anno, 11 coraggiosi tibetani si sono dati fuoco mentre chiedevano libertà per il Tibet e il ritorno a casa di Sua Santità, il Dalai Lama. Questi atti disperati, messi in pratica da persone con motivazioni pure, sono un grido di dolore contro le ingiustizie e le repressioni cui sono costretti. La situazione è difficile in un modo mai verificatosi prima, ma è nelle situazioni difficili che abbiamo bisogno di maggior coraggio e determinazione.
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Ogni notizia di una autoimmolazione in Tibet ha riempito il mio cuore di dolore. La maggior parte di coloro che sono morti era di giovane età. Avevano un lungo futuro davanti a loro, un’opportunità di contribuire alla causa in modi che ora se ne sono andati per sempre. Nell’insegnamento buddista la vita è preziosa. Per raggiungere una qualsiasi cosa di valore, abbiamo il dovere di preservare le nostre vite. Noi tibetani siamo pochi, di numero, quindi ogni vita tibetana è di valore per la causa del Tibet. Poi è stata la volta di Choephel, 19 anni, l’11 ottobre; Khaying, 18 anni, il 7 ottobre; Norbu Dramdul, 19 anni, il 15 ottobre, Tanzin Wagmo, la prima monaca, il 17 ottobre; Dawa Tsering, 38 anni, il 25 ottobre; Palden Choetso, la seconda monaca, il 3 novembre
Anche se la situazione è difficile, abbiamo bisogno di vivere a lungo e resistere con forza, senza perdere mai di vista i nostri obiettivi a lungo termine. La leadership cinese dovrebbe affrontare la vera fonte di questi tragici incidenti. Tali atti drastici affondano le proprie radici nelle dispera-
“
te circostanze in cui i tibetani si ritrovano a vivere. Una risposta dura non farà altro che peggiorare la situazione. Dove c’è paura non può esserci fiducia.Voglio sottolineare come l’uso della forza sia controproducente. Le misure di repressione non possono mai portare unità e stabilità. La leadership cinese, invece di mettere in pratica tali misure, deve rivedere le proprie politiche nei confronti dei tibetani e delle altre minoranze che vivono in Cina. Io mi appello a tutti coloro che amano la libertà di pensiero e la libertà, in tutto il mondo: unitevi a noi nel deplorare la repressione senza fine che avviene nei monasteri in Tibet, in modo particolare in quelli del Sichuan. Ci vuole molto coraggio per auto-immolarsi, ma servirebbe anche più saggezza.
Ogni notizia di una auto-immolazione in Tibet ha riempito il mio cuore di dolore. I morti erano giovani che potevano dare tanto al mondo
”
Allo stesso tempo mi appello ai leader cinesi: ascoltate le richieste legittime dei tibetani e aprite un dialogo significativo con loro, invece di cercare con la forza bruta di ottenere il loro silenzio. Dato che la questione tibetana riguarda la verità e la giustizia, la gente non ha paura di dare la propria vita: ma io chiedo al popolo del Tibet di preservare la propria e trovare un’altra forma, più costruttiva, per aiutare la causa. La mia preghiera più sentita è che le monache e i monaci, così come tutto il popolo tibetano, possano vivere a lungo senza paura, in pace e felicità.
Tibet
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Hanno tentato di aiutarli: sono stati tutti uccisi
I sostenitori della causa tibetana non sono soltanto i monaci. Molti cittadini della regione sono con loro: e per il loro sostegno vengono uccisi. In queste pagine, le immagini di coloro che hanno cercato di aiutare i primi due monaci che si sono auto-immolati: sono stati uccisi in carcere dopo l’arresto
L’imbarazzante storia del silenzio occidentale I leader mondiali si fanno fotografare con il Nobel per la pace, ma non chiedono conto della repressione. Ecco come si è consumato il “tradimento” di Osvaldo Baldacci resce la Cina, scende il Dalai Lama. Se questo problema c’è sempre stato, tanto più è vivo adesso che il dragone cresce e si espande sul mondo diventando sempre più indispensabile all’economia del pianeta. E come effetto collaterale il sacrificio che viene offerto al dragone è quello di un monaco. Di nuovo. Forse mai dai tempi dell’invasione del Tibet la situazione dei lama tibetani era stata ad un punto così basso. Il fatto è che la Cina impone a chi vuole parlare con lei di non parlare con quelli che lei ha messo al bando. Il Dalai Lama su tutti, ma anche Taiwan e gli uiguri musulmani. E il mondo che non è mai stato così debole si inchina.
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I rapporti degli Stati con il Dalai Lama sono infatti abbastanza complicati. Certo c’è ancora chi ha l’interesse e la forza di resistere alle pressioni cinesi e
di onorare il Dalai Lama. Primo fra tutti il Vaticano. Ma molti di più invece sono pronti a distogliere gli occhi e a minimizzare i rapporti e il ruolo del religioso buddhista.
Prima fra tutti l’Italia. Dunque, tra gli amici del Dalai Lama, o comunque tra chi non ha timore di ospitarlo con onore e
esilio. Superfluo ricordare che l’apice delle relazioni internazionali del Dalai Lama si è avuto nell’ormai lontano 1989 con l’assegnazione del Premio Nobel. Ma era un’epoca in cui si badava meno alle reazioni cinesi. Ma guardando nel nostro giardino occidentale anche qui ci sono molti che non temono di stare di fronte alla Cina a te-
C’è ancora chi ha l’interesse e la forza di resistere alle pressioni cinesi (primo fra tutti il Vaticano). Ma molti di più invece sono pronti a distogliere gli occhi e a minimizzare i rapporti dignità, c’è ovviamente Taiwan, accomunata dall’ostracismo cinese. Ma anche il Giappone e la Corea del Sud, che oltre a contare una numerosa popolazione buddhista temono sì di stuzzicare il gigante cinese, ma allo stesso tempo devono mantenere alta la testa di fronte al vicino, perché sanno che appena l’abbassano sarebbero travolti. C’è poi l’India, che continua ad ospitare a Dharamsala il Dalai Lama e il governo tibetano in
sta alta. Tra questi sicuramente la Germania, la Francia e la Gran Bretagna.
Con i leader di spicco che hanno apertamente ricevuto più volte il Dalai Lama con tutti gli onori del cerimoniale. La Germania, forte anche del suo peso economico in Cina, non si è mai tirata indietro. Gli ultimi incontri con personalità tedesche risalgono a pochi mesi fa. Bisogna forse notare che gli in-
contri di più alto livello risalgono a qualche anno fa, per motivi sicuramente tecnici, ma certo fa pensare che in Europa le apparizioni del Dalai Lama più solenni e al contempo causa di controversie risalgono tutte a prima della grande crisi economica. Nell’autunno 2008 la Cina ha cancellato un summit con la Ue dopo che Nicolas Sarkozy incontrò il Dalai Lama, e mesi prima aveva attaccato la Germania di Angela Merkel per la stessa ragione.
Alcune aziende francesi e tedesche persero contratti importanti in Cina. E con la Danimarca è arrivata a sospendere i rapporti dopo che il premier incontrò il leader spirituale tibetano, riprendendoli solo dopo che lo scorso dicembre Copenaghen ha diffuso una nota in cui specifica di opporsi all’indipendenza tibetana.Varie le visite in Gran Bretagna: il Dalai Lama ha incontrato negli anni Blair, Brown e il principe Carlo. Grande sostenitore del Dalai Lama è invece il Parlamento Europeo, forte del suo ruolo
Solo l’Italia non ha mai voluto incontrare il Dalai Lama
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La lotta per la libertà e l’autonomia dalla Cina continua ambiguo di alta rappresentanza politica ma con poteri effettivi ancora poco chiari. Anche Van Rompuy, quando era ancora un politico belga, nel 2008 ha incontrato personalmente il leader spirituale buddhista. Nessuno però ha avuto rapporti continuati di così alto profilo come il Vaticano. Dopo l’incontro di Assisi del 1986, Giovanni Paolo II ha incontrato il Dalai Lama nel 1994, 1996 e1999 (e il Dalai Lama a sua volta è voluto andare a rendere omaggio alla salma del Papa nel 2005) e Benedetto XVI nel 2006.
Parliamo poi degli Stati Uniti: l’epoca d’oro dei rapporti col leader tibetano è stata la presidenza Bush, e non stupisce per molti motivi, a partire dai rapporti tesi con la Cina. Bush ha più volte incontrato solennemente il Dalai Lama, e nel 2007
almeno c’è stata. Ma ancora non siamo arrivati alla lista (imbarazzante) dei cattivi.
Nella quale con un certo imbarazzo spicca l’Italia: l’ultimo primo ministro italiano ad incontrare il Dalai Lama fu D’Alema nel 1999, non lo hanno fatto né Amato, né Prodi (promotore ufficiale dei rapporti Italia-Cina), né Berlusconi, mentre in seguito sono stati i presidenti della Camera Casini, Bertinotti e Fini e quelli del Senato Pera e Marini a ricevere il capo spirituale dei buddisti. Assente anche la Spagna di Zapatero e company, ma di recente una brutta figura l’ha fatta il Sudafrica: tra gli estimatori del Dalai Lama c’è Desmond Tutu, altro Premio Nobel, che lo aveva invitato per il suo 80° compleanno ma il Sudafrica gli ha negato per due volte il visto.
La potenza e l’arroganza di Pechino hanno scoraggiato molti capi di Stato nel sostegno al leader buddista. Il caso più eclatante è quello di Pretoria, che non gli concede più il visto questo è avvenuto al margine della cerimonia di consegna della Medaglia del Congresso Usa, la più alta onorificenza statunitense che mandò la Cina su tutte le furie. Con l’insediamento di Barack Obama, il presidente che guarda al Pacifico, le cose sono un po’ cambiate.
Prima di lui tutti gli ultimi presidenti Usa avevano incontrato il Dalai Lama, mentre proprio lui nel 2009 aveva tenuto chiuse le porte al capo dei buddisti per paura di ritorsioni cinesi in vista del suo successivo viaggio. L’incontro finalmente organizzato nel 2010 fu imbarazzante, un vorrei ma non posso, un devo ma era meglio di no, senza foto ufficiale e uscita dalla porta di servizio. Meglio è andata nello scorso luglio, quando la foto ufficiale
Presente alle celebrazioni in videoconferenza, il leader tibetano con l’amico vescovo non hanno risparmiato ironiche ma pesanti critiche al presidente Zuma, definendo l’operato del governo peggiore di quello dei tempi dell’apartheid.
Rapporti controversi il Dalai Lama ce l’ha anche con l’Australia, che sembra amarlo a metà: di recente gli incontri avvengono con i leader dell’opposizione. D’altro canto se si scorre l’elenco dei meeting del Dalai lama è abbastanza comune trovarci soprattutto degli “ex”. Totalmente assente dalla lista, invece, la Russia con cui non ci sono incontri ufficiali e anzi ci furono problemi a concedere il visto al Dalai Lama per una sua unica e ristrettissima visita ai buddisti calmucchi nel 2004.
Rispondendo alla “fame di fede” del popolo si può arrivare a una soluzione
La Cina si salva solo con la libertà religiosa di Bernardo Cervellera e violenze contro le comunità del Tibet sono solo un aspetto della macchina che in Cina domina le religioni e cerca di distruggerle. Agli arresti di monaci e monache tibetani fa da pendant l’arresto di sacerdoti della Chiesa sotterranea (almeno una decina secondo fonti di AsiaNews), condannati ai laogai, i lavori forzati o “la riforma attraverso il lavoro”, solo per aver tenuto un ritiro spirituale per i giovani universitari, o concesso l’estrema unzione a una vecchia in ospedale. Al sequestro di Gedhun Choekyi Nyima, 21 anni, il Panchen Lama scelto dal Dalai Lama – il più giovane prigioniero di coscienza al mondo – corrisponde il sequestro dagli anni ’90 di due vescovi cattolici, mons. Giacomo Su Zhimin di Baoding, 80 anni, e mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian, 88 anni, forse i più anziani prigionieri di coscienza, isolati in un luogo sconosciuto per non aver mai voluto rinnegare il loro legame con il papa. Lo stesso si può dire dei controlli su monasteri e fedeli tibetani, in parallelo con il controllo delle messe e dei raduni dei cattolici; il freno a pubblicazioni religione, alla libera diffusione del credo, all’incontro fra fedeli locali e stranieri e all’invio a professori e maestri dall’estero: su tutti vige il controllo delle associazioni patriottiche e il sospetto che ogni raduno religioso sia di per sé un complotto contro la nazione: il papa e il Dalai Lama sono visti entrambi come due poteri stranieri che minano all’unità del Paese. Di per sé, fra cattolici e tibetani vi è una grande differenza: l’irredentismo tibetano presenta anche una rivendicazione territoriale, di indipendenza o di autonomia. I cattolici non hanno alcuna pretesa territoriale e vivono in ogni parte della Cina, scegliendola come la propria casa.
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Un altro aspetto differente è che i cattolici non si sono mai resi responsabili di atti di violenza contro il governo di Pechino, mentre in
questi decenni di occupazione del Tibet vi sono stati attacchi, scontri, morti, spesso provocati dall’esercito o dalla polizia cinese. Pur con queste differenze - anzi proprio a causa di queste differenze - è ancora più incomprensibile il freno alla libertà religiosa, i controlli e il modo sprezzante che Pechino ha nei riguardi del papa e della fede cattolica.
Solo pochi mesi fa – in giugno e luglio – vi sono state due ordinazioni episcopali a Leshan (Sichuan) e a Shantou (Guangdong), preparate contro il volere della Santa Sede, con vescovi sequestrati apposta per farli partecipare a un gesto contrario alla loro fede e al legame di comunione col papa. Il punto è che un regime dittatoriale non può permettersi il lusso di lasciare il minimo spazio fuori del suo controllo. Per questo, anche il rapporto con Dio, quello con il papa, la preghiera al Dalai Lama, l’esibizione della sua foto sono considerati elementi sovversivi. La Cina sa che la libertà religiosa è il piccolo sentiero da cui passa il rispetto della persona e tutti i diritti umani. Per questo, liberalizzare la religione significa decidersi a fare le riforme politiche dentro e fuori il partito, riforme sempre promesse, ma mai mantenute; sostenere uno stato di diritto invece della corruzione, dell’anarchia e del sopruso. Da tempo la Cina è su questo bivio – riforme o no – e si tira indietro rispolverando i canti di Mao e la repressione stile Rivoluzione culturale. Ma ormai deve fare presto: centinaia di milioni di persone in Cina, delusi dalle ingiustizie del partito e dal materialismo soffocante, si rivolgono alle religioni. E molti dissidenti scoprono che la fede cristiana – il Dio che ama l’uomo - è la base sicura dei diritti umani. Se la leadership non si decide al passo, ne sarà costretta dall’implosione verso cui si sta dirigendo la società. Allora, solo le religioni, con il loro potere di riconciliazione, potranno fermare la distruzione e la violenza.
politica
pagina 6 • 26 novembre 2010
I commissari europei Rehn e Barnier in visita a Roma incoraggiano il governo Monti
La Ue dà fiducia all’Italia: «Ce la farete» Il premier non rivela ancora il pacchetto di misure allo studio. L’impegno è raggiungere gli obiettivi stabiliti in sede europea di Riccardo Paradisi lle 9,30 il Consiglio dei ministri e a stretto giro vertice con il commissario europeo al Mercato interno Michel Barnier e il commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn. Atmosfera che resta aperta a sviluppi positivi, in linea con gli esiti del trilaterale di giovedì. Fino al tardo pomeriggio, quando arriva una notizia che raffredda gli entusiasmi: Fitch annuncia il taglio del rating di 8 banche italiane medie, tra cui Bpm, e spiega: «Dal 20008 l’ambiente economico è peggiorato e nel Paese la ripresa è troppo lenta». Notizia che arriva al termine di un venerdì intenso per il premier italiano Mario Monti la cui
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azione si svolge ormai in simultanea sul piano nazionale e quello continentale. Del resto, al netto delle pennellate espressionistiche su loden, sobrietà e Bocconi style, il quadro è chiaro: l’Italia deve fare presto quello che l’Ue chiede usando la finestra di credito riapertasi dopo il vertice tripartito di Strasburgo. Un summit dove è emerso con evidenza che il default finanziario ed economico del nostro Paese porterebbe «inevitabilmente alla fine dell’euro». Ne sono consapevoli Nicolas Sarkozy e Angela Merkel secondo quanto riferito dal governo italiano in un comunicato diffuso al termine del Consiglio dei ministri. Il presi-
Il patto di una vera “troika politica”
Il fattore “Abc”: ovvero come Alfano, Bersani e Casini possono costruire la Terza Repubblica di Enrico Cisnetto
dente francese e il Cancelliere tedesco «hanno espresso piena fiducia nel presidente Monti e nel suo governo e ribadito il sostegno all’Italia dicendosi consapevoli che un crollo dell’Italia porterebbe inevitabilmente alla fine dell’euro, provocando uno stallo del processo di integrazione europea dalle conseguenze imprevedibili». Il premier italiano da parte sua ha riconfermato all’asse franco-tedesco «l’impegno a raggiungere gli obiettivi stabiliti in sede europea ed in particolare il pareggio di bilancio nel 2013, identificando con chiarezza riforme strutturali eque ma incisive da perseguire
con il consenso delle parti sociali». Riforme e misure che potrebbero andare dall’istituzione d’un organismo di controllo sulla spesa pubblica a una patrimoniale sulla grandi proprietà, da un aumento dell’Iva alle liberalizzazioni di servizi e ordini professionali. Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, ha parlato anche di un nuovo Piano nazionale per l’energia con l’individuazione di fonti alternative con le quali coprire il 25% del fabbisogno che avrebbe garantito il nucleare.
Ma si tratta di indiscrezioni, anticipazioni; non c’è ancora un inventario preciso di quei
provvedimenti giudicati “impressionanti” dalla cancelliera Merkel dopo il vertice di Strasburgo. Nemmeno dal Consiglio dei ministri che ha preceduto l’incontro di Monti con i commissari europei è emerso
ue obiettivi, si è detto. Il primo portare il Paese fuori dalla drammatica emergenza finanziaria in cui è piombata, il secondo creare le condizioni perché si metta mano al vero default nazionale, il fallimento del sistema politico. È questo che il governo Monti è chiamato a fare. Finora tutte le attenzioni si sono concentrate sull’obiettivo più immediato. Un fronte che nel frattempo è diventato decisamente più europeo, come dimostrano lo spread francese a quota 200, quello spagnolo tornato a pari del nostro, quello belga sui 300 punti, ma soprattutto il parziale fallimento di un’asta di bund tedeschi (seppure per eccesso di contrazione dei rendimenti).
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Non che la manovra d’emergenza e le riforme strutturali cui Monti è stato chiamato a metter mano siano rinviabili, ma è evidente che in questa fase il ritorno dell’Italia al tavolo delle decisioni (si spera) europee che le scene dell’incontro di giovedì con Merkel e Sarkozy hanno immortalato rappresenta il massimo risultato che ci si potesse attendere. Ed è opportuno che il governo vari i suoi piani dopo aver capito cosa vogliono gli altri due
politica
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desca e al Presidente della Repubblica Francese «ciò che è ignoto al governo della Repubblica Italiana. Non risulta infatti che in sede di Consiglio dei Ministri, si sia mai stata posta la qualità e l’entità dei provvedimenti, e ancor più grave, se la cosa rispondesse al vero, che il Parlamento sia ancora all’oscuro di tutto». Intanto però le segreterie di Pd Udc e Pdl smentiscono la notizia di un vertice che si sarebbe tenuto la scorsa notte per concordare una serie di interventi e abbozzare un possibile mosaico di sottosegretari. «Ho sentito parlare di vertici – dice il leader dell’Udc Casini – ma in questo paese c’è solo un governo con il presidente del
«La Germania è uno stato membro molto importante, ha un ruolo fondamentale nelle decisioni, ma non decide da sola sulla politica dell’Unione» niente circa il programma del governo. «Il presidente Monti ci ha relazionato sull’incontro con Sarkozy e Merkel»: dice il ministro della Cooperazione Andrea Riccardi. Un esecutivo abbottonatissimo:
«Presenteremo le misure per il risanamento del debito pubblico quando saremo sicuri – taglia corto anche il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini – Non si possono fare annunci per poi tornare indietro». Una
Paesi maggiori del club dell’Euro e aver con loro trattato una soluzione che sia contemporaneamente non punitiva per l’Italia e risolutiva per la sopravvivenza dell’eurosistema.
Certo, è legittimo sostenere che su Finmeccanica piuttosto che per la pratica dei sottosegretari una maggiore celerità e un piglio più decisionista non guasterebbero anche se il fatto che molti tra quelli impegnati ad ammonire non hanno per nulla le carte in regola, toglie credibilità a queste critiche - ma nel contesto sono dettagli. Piuttosto è l’altra questione, quella dell’evoluzione del sistema politico, ad essere decisamente trascurata. Sarà che chi è favorevole al governo Monti e quindi desidera la sua continuità, consideri ancora trop-
discrezione eccessiva a parere di alcuni settori del centrodestra. Il vicepresidente dei deputati Pdl Maurizio Bianconi lamenta per esempio che Monti abbia illustrato al Cancelliere della Repubblica Federale Te-
da scommettere che fra poco il “giornalistese” inventerà l’acronimo “Abc” - ha tutte le caratteristiche per diventare una vera e propria “troika politica”. Non solo il leader dell’Udc, assertore esplicito del superamento del bipolarismo all’italiana e della sostituzione della legge elettorale con premio di maggioranza con una di stampo tedesco, ma anche gli altri due hanno infatti interesse a far evolvere il quadro politico verso qualcosa di profondamente diverso dalla perpetuazione dello scontro tra due poli ancora intrisi della fallimentare contrapposizione “berlusconismo-antiberlusconismo” e scivolati in un “leaderismo senza statisti” da cui conviene a tutti allontanarsi. Le convenienze comuni ai tre sono molte. Intanto regolare i rapporti interni ai loro
Tutti e tre i leader hanno l’interesse a far evolvere l’intero quadro politico verso qualcosa di profondamente diverso dalla perpetuazione dello scontro tra due poli ancora intrisi della fallimentare contrapposizione berlusconismo-antiberlusconismo po lontano il 2013; oppure, sarà che chi è contrario - e non sono pochi, al di là del voto di fiducia - ritenga che l’obiettivo delle elezioni anticipate sia conseguibile con più facilità se passa l’idea che quella che stiamo vivendo sia solo la parentesi momentanea di un esecutivo esclusivamente tecnico nell’ambito della continuità dell’esperienza bipolare. Sta di fatto che l’evolversi della situazione politica sembra rinviata a data da destinarsi. Eppure, qualche seppur timido segnale c’è. Per esempio, il patto di consultazione Alfano-Bersani-Casini - c’è
partiti o raggruppamenti: Alfano ha bisogno di consolidare una leadership ancora troppo acerba, Bersani deve frenare i molti amici-nemici e a Casini fa comodo consolidare l’equazione “Terzo Polo = Udc”. Farlo da alleati, dandosi reciproca copertura, aumenta le chances di successo. Poi devono trovare la giusta misura dei rapporti con Monti: sostenerlo in sede parlamentare, perché a ciascuno di loro conviene (al di là delle convinzioni), ma nello stesso tempo influire sulle sue scelte (non solo per i posti nel governo, si spera).
Consiglio che sta facendo il suo lavoro e i partiti stanno cercando di agevolargli il compito. Non c’è bisogno di vertici, non ci saranno politici in questo governo». Ribadiscono la musica di Stra-
E farlo insieme, ancora una volta, consente loro di avere maggiori possibilità di successo. Ma se queste sono convenienze di breve momento, dovrebbe essere il 2013 il vero obiettivo della loro alleanza. Nessuno dei tre ha interesse che la partita sia ancora quella vecchia. Non l’ha Alfano, che deve scongiurare la ricandidatura di Berlusconi (che non ha alcuna intenzione di ritirarsi e ha già la testa alla campagna elettorale). Non l’ha Bersani, che sa che in caso di sconfitta sarebbe panato e in caso di vittoria diventerebbe tributario di Di Pietro e Vendola. E ovviamente non l’ha Casini, che è portatore dell’idea che il Paese abbia bisogno di un periodo (non breve) di “larghe intese”. Quindi, i tre - che a diverso titolo ma in modo convergente godono della marginalizzazione delle ali del sistema politico, Lega da una parte e Idv-Sel dall’altra - devono trovare un accordo su come riformare la legge elettorale e su come reinventare il sistema politico.
Alla “troika” conviene che le prossime elezioni siano le prime della Terza Repubblica, non le ennesime della Seconda. Perciò si mettano al lavoro, d’intesa con Monti (che non può che vedere con favore la creazione di un direttorio politico che l’aiuti quando in Parlamento arriveranno le misure anti-crisi). Qui vince chi ha visione e iniziativa politica. Ora consolidando la “larga coalizione” pro Monti. Domani gestendo la scomposizione e la successiva ricomposizione di forze politiche e alleanze. (www.enricocisnetto)
sburgo invece i commissari europei: Michel Barnier ripete che «Non c’è alternativa alla riduzione del rapporto debito-Pil anche se l’Italia non è sotto tutela come dimostra l’incontro paritario di Strasburgo». Certo, l’Italia ha delle difficoltà a mettere in ordine le finanze pubbliche, ma ha buone fondamenta economiche. Inutile attendersi da Barnier rivelazioni sul piano operativo di Monti «Non abbiamo parlato nel dettaglio del piano di rigore dell’Italia, Monti ci sta lavorando. La presenza di Monti al governo però è di per se importante solo per l’Italia e per tutta l’Europa». Ma non basta una buona presenza.
Il Commissario agli affari economici e monetari dell’Unione Olli Rehn nell’audizione di fronte alla commissione Bilancio di Montecitorio indica in concreti atti strutturali l’univa via per resistere alla crisi e uscirne. Una riflessione la sua che contiene un pesante accenno polemico sull’ostinazione della Merkel contro gli eurobond: «La Germania è uno stato membro molto importante, ha un ruolo fondamentale nelle decisioni, ma non decide da sola. Per quanto riguarda l’unione fiscale il governo tedesco avrà il piacere di confrontarsi con altri 16 Paesi (dell’Eurozona) o con altri 26 Paesi (dell’Unione). La Commissione e altri Paesi vorrebbero inserire altri punti all’ordine del giorno per arrivare ad una integrazione economica sempre più stretta. Il pacchetto sarà ampio e prevederà una governance più forte e strumenti più forti per la stabilità finanziaria». Rehn, azzarda anche una battuta «Mi piace pensare che sia Don Camillo che Peppone avrebbero appoggiato il governo Monti»; scherza di meno quando spiega che lo stallo nell’economia renderà ancor più complesso il miglioramento delle finanze pubbliche e che questo scenario contiene rischi che potrebbero aggravarsi. «Il contagio, si sta diffondendo dai paesi periferici ai paesi core. Per questo è fondamentale convincere gli investitori che stiamo prendendo le misure necessarie per far fronte alla crisi». Quanto all’Italia, «ha di fronte sfide formidabili che derivano da debolezze antiche. Il nuovo governo deve produrre risultati sul consolidamento di bilancio e adottare ambiziose misure per rilanciare la crescita garantendo al tempo stesso l’equità sociale». Rehn se ne va da Roma con parole di incoraggiamento. Dopo l’incontro con il presidente del Consiglio e alcuni componenti del governo - il ministro per il Lavoro Fornero e quello dello Sviluppo economico Passera – dichiara che «Le sfide che l’Italia deve fronteggiare oggi sono drammatiche e molto forti ma che sarà fatto tutto il necessario per superarle». Con la speranza che serva.
commenti
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segue dalla prima Si è tutti tanto e giustamente presi dall’andamento dei mercati finanziari, dalla necessità di mettere in sicurezza il nostro paese e la sua economia, di sostenere lo sforzo del nuovo Governo che forse facciamo passare in second’ordine le questioni concrete e reali che riguardano le persone. Ci siamo così abituati al pensiero economico per cui ci appassioniamo degli spread sui titoli pubblici, delle prospettive dell’euro, della lettura degli indici economici e borsistici, che molte volte finiamo per collocarci su un confine dove il rapporto tra il virtuale e il reale sembra farsi evanescente. I volti degli operai di Termine Imerese ci riportano alla verità umana della crisi e alla dimensione della sofferenza che produce. Dall’inizio della crisi ad oggi, l’Italia ha perso cinque punti di Pil e circa un milione di posti di lavoro tra disoccupati, lavoratori in mobilità e cassaintegrati a zero ore, per non parlare della disoccupazione giovanile che sfiora il 30%. Incontriamo ragazze e ragazzi tanto sfiduciati da abbandonare la ricerca di lavoro e non sappiamo più cosa dire.
Bisogna ricordare sempre che ci sono molte persone e famiglie che soffrono, perché la crisi è soprattutto sofferenza e tormento esistenziale per molti. È come se un pungolo si fosse conficcato nella carne viva degli italiani. Mi rendo pertanto conto che il nuovo Governo deve operare in un contesto di questo genere e che non sarà facile. È di fronte al crescere della sofferenza di tante persone che ritengo incomprensibili e ingiustificabili le recenti decisioni dell’amministratore delegato della Fiat. Sarebbe bastato agire con prudenza, attenzione e nel rispetto delle recenti intese tra Confindustria e Sindacati. Forse è temerario e impolitico pensare che il capitalismo possa considerare sentimenti e ragioni umane e avere cuore. Sono un illuso se credo che sono molte le vie per affrontare le questioni sociali - anche le più spinose - e che vanno sempre privilegiate quelle che contengono un alto tasso di ragione umana? Mi si dirà che i bilanci, la competizione, gli appuntamenti economici non hanno cuore. Mi chiedo solo se ci dobbiamo rassegnare a questo. Oppure se, dopo le grandi narrazioni ideologiche del socialismo e del liberismo, non sia venuto il tempo di un nuovo racconto, di un nuovo umanesimo. Quello che sta accadendo ci induce ad alcune considerazioni di merito ed ad assumere il caso Fiat come emblematico della situazione che stiamo vivendo. In queste ore mi sto chiedendo se quanto avviene non sia anche dovuto all’indebolirsi della rappresentanza politica, sociale e degli interessi. Credo che sia al-
La crisi e il fattore umano: l’esempio Fiat è stato dannoso per tutti
La lezione nei volti di Termini Imerese Dopo socialismo e liberismo, è il momento per un nuovo umanesimo in economia di Savino Pezzotta quanto visibile che ci troviamo di fronte a una crisi della rappresentanza. Voglio essere più preciso: uso il termine crisi non in termini puramente negativi e tendenti a significare un peggioramento della situazione.Voglio cogliere il suo significato etimologico e la sua sostanza positiva di momento di riflessione, di valutazione e di discernimento perché possa poi sorgere un processo di miglioramento e/o di rinascita. Fatta questa premessa e tornando al
mini Imerese evidenzia con molta chiarezza la debolezza della rappresentanza collettiva su cui i fustigatori della politica farebbero bene a riflettere.
È chiaro che l’azione della Fiat inciderà su quello che è considerato l’istituto democratico più vecchio e diffuso dei Paesi industrializzati. Se non saremo tutti molto attenti ci ritroveremo con un modello di rappresentanza frammentario, aziendalistico e incapace di
La chiusura dello stabilimento automobilistico evidenzia con molta chiarezza la debolezza della rappresentanza collettiva, su cui i fustigatori della politica farebbero bene a riflettere tema della rappresentanza, credo che il dott. Marchionne abbia agito in modo anarco-liberista: esce da Confindustria, disdetta gli accordi con la pretesa di estendere a tutto il gruppo l’intesa di Pomigliano che per i dirigenti sindacali doveva riguardare solo quella realtà produttiva. In questo modo di fatto contraddice l’intesa unitaria e l’inaccettabile chiusura di Ter-
produrre regolazione e coesione sociale. Questo non va bene per un paese come il nostro che soffre di particolarismi. Sono convinto che sia arrivato il momento di un vero confronto sociale e politico con la Fiat. Non si può chiudere lo stabilimento di Termini Imerese senza che sia prospettata una alternativa credibile, un modo per reimpiegare e tutelare gli
otre 2000 lavoratori. La vicenda di questo stabilimento è aperta da anni, si sono fatte promesse e create illusioni. Credo proprio che si debba chiedere conto di tutto ciò. Forse si sarebbe potuto agire prima che venisse inferta una nuova ferita alla Sicilia e al mezzogiorno. Si è stati prigionieri della teoria della “neutralità dello Stato”, dimenticando che un Paese fragile come il nostro ha bisogno che lo Stato eserciti costantemente una funzione sussidiaria.
In questi giorni ho sentito parlare di crisi del capitalismo e pertanto della sua incapacità a fornire soluzioni alla crisi attuale. Ci si dimentica così dell’intera lezione schumpeteriana sul processo capitalistico come “distruzione creatrice”, a cui, per stare ai passi con i tempi, andrebbe affiancata la “costruzione creatrice”di un nuovo umanesimo, sia da parte della politica che delle forze sociali ed in primis del sindacato. Le gestione della crisi della Volkswagen ha dimostrato che esistono vie alternative e che il modello partecipativo può rendere di più di quello autorefe-
renziale della Fiat. In un Paese dove i contratti di lavoro sono molti e dove ci sarebbe bisogno di uno sfoltimento, si propone di fatto un nuovo contratto senza chiarezza sulle norme contrattuali con cui verranno inquadrati i lavoratori dell’indotto automobilistico. Su questo dovrebbero riflettere con molta attenzione i propugnatori del contratto unico. Oggi il problema non è più quello del contratto unico ma di un diritto unico che protegga tutti i lavoratori.
Vorrei aggiungere che nella Cisl ho appreso una lezione importante che non posso dimenticare perché forma l’essenza del sindacalismo e la base del rispetto dei corpi intermedi come definiti dalla nostra Costituzione: le norme e le regole del rapporto di lavoro devono essere decise dalle parti sociali. Alla politica semmai il compito di fare una legislazione di supporto alle intese. Non mi convince pertanto la voglia di legiferare su questa materia che trovo lesiva dell’autonomia sindacale e del principio di sussidiarietà. Penso che Mario Romani e Mario Grandi si rivolteranno nella tomba di fronte a questo tentativo della politica di intromettersi su terreni di cui dovrebbe solo salvaguardare l’autonomia. Mi è però chiaro che la pratica sindacale dell’adattabilità per il male minore o quella dell’antagonismo conflittuale non bastano più. Bisogna cercare altre vie. La debolezza della politica e delle rappresentanze sindacali a mio parere risiede nella carenza di analisi su quanto stia mutando geograficamente, tecnologicamente, finanziariamente il capitalismo attuale. Credo che proprio l’assenza di una analisi complessiva e non settoriale non produca una buona teoria sociale e politica e, di conseguenza, prassi efficaci.
mobydick
INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO
ALL’ALBA DI NERO WOLFE di Pier Mario Fasanotti
Mondadori lo abbandona, e Beatedizioni ripubblica le avventure del celebre detective nato dalla penna di Rex Stout. Iniziando dal debutto: “Fer-de-lance” e non siamo arrivati alla saturazione, penso che ci manchi poco. Il genere giallo, chiamiamolo anche thriller o poliziesco o noir, dilaga in televisione. A tinte forti. Si susseguono primi piani su sbudellamenti, su ferite ferocemente esplicite sul tavolo dell’autopsia, su accoltellamenti, strangolamenti et similia. Sangue, sangue, ancora sangue. Magari affiancato - e questa ormai è una moda - all’analisi psicologica condotta dagli ormai famosi profiler o alla ricostruzione scientificaforense in laboratori che se fossero centuplicati, nella realtà, non ci sarebbe più alcun colpevole in strada. Di qui la nostalgia, che si fa riscoperta editoriale, dei «vecchi» gialli, insomma dei classici del genere, nei quali, per il piacere sottilmente mentale del lettore, è del tutto secondario indulgere sulle scene da macelleria. Alcune case editrici, magari di medio-piccole dimensioni, rilanciano autori che paiono dimenticati e invece hanno un potere attrattivo formidabile. Beatedizioni propone a ritmo bimestrale dieci avventure di Nero Wolfe, il corpulento detective privato inventato da Rex Stout che vive, con il sommo piacere del sedentario, in una casa d’arenaria a New York.
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all’alba di nero
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Buazzelli più vero del Nero apita. Capita quasi sempre. Quando un attore è così bravo, anzi eccellente, nell’entrare nei panni di un personaggio, inevitabilmente chi legge o rilegge il libro che ha ispirato la riduzione televisiva o cinematografica fissa la sua fantasia entro i contorni di quell’attore. Di quello e di nessun altro. Chi dice Nero Wolfe dice anche Tino Buazzelli, magistrale interprete del ciccione newyorkese che indaga non muovendosi mai da casa. Buazzelli (Frascati 1922- Roma 1980) recitava con la voce e con il corpo (massiccio), ma soprattutto con le sfumature facciali. Adattissimo quindi al ruolo di Wolfe proprio perché l’autore della serie dedicata al detective privato scommetteva, per l’esatto svolgimento della trama e per la caratterizzazione (fortissima) del personaggio, sugli «impercettibili movimenti» delle labbra, delle sopracciglia, degli occhi. Buazzelli iniziò la sua carriera con la compagnia Maltagliati-Gassman, ottenendo grande plauso in opere teatrali come il Don Giovanni di Molière, Erano tutti miei figli di Arthur Miller e L’aquila a due teste di Jean Cocteau. Passò poi a fa-
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Beatedizioni ha iniziato con il primo della serie, Fer-de-lance (288 pagine, 9,00 euro). Nella serie «Gialli Mondadori» era titolato La traccia del serpente. E a questo proposito pare bizzarro che una casa editrice delle dimensioni della Mondadori continui ad abbandonare ad altri autori prestigiosi e vendibilissimi (magari se riproposti in collane nuove): è toccato a Simenon e a Curzio Malaparte (acquisiti dalla Adelphi), e pare che il prossimo scrittore che sarà lasciato fuggire da Segrate sia Vasco Pratolini. Un solo commento: ma quanto poco investimento su un catalogo immenso e importante!
Rex Todhunter Stout (18861975) fu molto prolifico. Figlio di due quaccheri dell’Indiana, soffrì sulla propria pelle il tracollo finanziario del 1929: e questo è rilevabile anche nei romanzi con Nero Wolfe protagonista. Occorre ricordare che la produzione e il successo della letteratura poliziesca americana furono dilaganti proprio negli anni della Depressione: un modo forse di evadere dal grigiore tragico di tante nuove e improvvise povertà. Stout partorì il personaggio Wolfe nel 1934, non rinnegando mai d’aver scelto come modello Conan Doyle: infatti a indagare è una coppia di uomini. Il primo è il cervello, il secondo il braccio, o meglio le gambe visto che fa da «galoppino» a cercare prove (non c’era Internert, non scodiamocelo) e a rintracciare testimoni. Se il dottor Watson, aiutante di Sherlock Holmes, pare un garbatissimo tontolone, forse per dare il miglior smalto al genio con la pipa, il secondo in comando della ditta Nero Wolfe, Archie Goodwin, è un buon ragionatore e sa prendere iniziative. Ed è lui l’io narrante della serie di Rex Stout. Come raccontaanno IV - numero 41 - pagina II
tore delle gesta del genio incastonato in un corpaccione dalle dimensioni imbarazzanti, Wolfe appunto, esagera un po’. Francamente bisogna ammetterlo, fino a non scartare l’ipotesi che sia un po’ troppo «innamorato» del suo datore di lavoro, del quale esalta anche il minimo sbatter di ciglia. Nello stesso tempo accetta stoccate umilianti, sia pure con il sorriso sulle labbra e con una ragionata pazienza che dà l’idea dell’accettazione del binomio pessimo carattere-genio. Credo che molti lettori si sentano a volte imbarazzati nell’immedesimarsi in Archie, strapazzato un giorno sì e l’altro quasi. La dinamica Nero-Archie è un buon pasto per gli psicoanalisti, visto che entrambi, pur in maniera del tutto disuguale, presentano tratti psico-patologici. Nero e Archie vivono nella stessa casa a due piani (con terrazza-solarium), ma a questo proposito conviene allontanarci da una ipotesi maliziosa, visto che l’autore precisa che mister «ha Goodwin avuto» una fidanzata e non è assolutamente refrattario al fascino femminile. Misogino lo è invece Wolfe, troppo impegnato a guardarsi nello specchio come un Narciso, o forse consapevole che la sua straripante mole sia un ostacolo a qualsiasi fantasia, o tentazione, sentimental-sessuale. Chissà. Una curiosità: Rex Stout era molto diverso dalla sua creatura letteraria. Lo scrittore era longilineo, agile, energico, Wolfe è obeso, molto pigro, fortemente abitudinario. Se Wolfe è sempre curato e pulitissimo, Rex spesso era trasandato nel vestiario e aveva la barba incolta. Il detecti-
wolfe
re il capocomico, dando prova di versatilità, anche per la sua voce calda, l’aspetto a volte dolce a volte severo, anzi arcigno, dietro al quale tuttavia s’intuiva sempre la nervatura ironica. Giorgio Strehler lo volle interprete sul palcoscenico per notevoli personaggi brechtiani, come per esempio Galileo. Tino accettò, e fece bene, la sfida pirandelliana (mica facile) di Sei personaggi in cerca d’autore. Con la nascita della televisione, Buazzelli ovviamente venne chiamato: una parte in Canzonissima, poi ancora Molière, Dickens, Daudet, Balzac e altro. Erano i bei tempi degli sceneggiati: quanta nostalgia. Non si negò al cinema e in genere a spartiti, letterari ed emotivi, l’uno diverso dall’altro: indimenticabile la sua interpretazione del Balordo di Piero Chiara. Il romanaccio dai tratti corporali accentuati ma uniti a una mai sfocata raffinatezza interpretativa, diventò arcinoto agli italiani con i dieci telefilm dedicati a Nero Wolfe (tra il 1969 e il 1971), con la regia di Giuliana Berlinguer. Un Buazzelli impeccabile, a tal punto da sfilacciare tutte le nostre fantasticherie sul personaggio di Rex Stout stampando il suo faccione sulla lastra della nostra mente di lettori. L’audience salì alle stelle: 19 milioni di telespettatori, un po’ più di quelli che seguivano il Maigret di Gino Cervi. Per il ruolo di Archie Goodwin, l’assistente-tirapiedi del detective-pachiderma, fu chiamato Paolo Ferrari. Bravo anche lui, con quel viso sorridente che piaceva tanto alle signore di tutte le stagioni. Attore versatile pure in teatro, ebbe la sfortuna (non economica, ma certamente di immagine) di diventare stra-popolare con la pubblicità del detersivo Dash: una gabbia che alla fine l’ha punito, e noi diciamo peccato: Ferrari meritava ben altro prosieguo di carriera. (p.m.f.)
ve si tiene lontano dalle sottane, il suo creatore per nulla. Ma ci sono forti punti di contatto: entrambi odiano i politici trafficoni, il cinema, i ricchi snob, le persone ottuse, amano la buo-
na cucina, la lettura, le orchidee, e sono affabulatori capaci di battute fulminanti. Un’altra singolarità: Stout capì, dopo la pubblicazione di un romanzo sperimentale e confuso, che era il caso di infilarsi nel genere poliziesco. E ci riuscì ottimamente. Tra i vari riconoscimenti, ebbe quello del miglior giallista del secolo (in America, ovviamente).
Ma la domanda centrale, e alquanto intrigante, è questa: come mai Nero Wolfe piace moltissimo? Quesito più che lecito dato che Wolfe (nome che foneticamente ricorda il minaccioso wolf, lupo) è uno che si autocompiace a ogni ora del giorno, è pignolissimo fino a essere fastidiosamente pedante, è spesso molto sgarbato e arrogante, è molto attaccato al denaro (effetto della Grande Depressione?) e sostanzialmente avaro, non fa mistero
di ignorare bisogni e desideri degli altri, si muove (si fa per dire) come un dandy. In più presenta vistosissimi segni di nevrosi: per esempio odia essere toccato. E allora? Plausibile spiegazione: i suoi tratti caratteriali sono ben incisi su pagina dal suo creatore, e questo per il lettore avvicina letteratura a realtà. E poi c’è il fascino dell’intelligenza deduttiva, affiancata da una straordinaria capacità di prestare attenzione anche al dettaglio in apparenza insignificante. Alla grande intelligenza noi siamo sempre pronti a perdonare moltissime cose. Wolfe è un grande lavoratore, sia pure sui generis visto che non rinuncia mai alle ore nella sua serra inzeppata di orchidee, alla degustazione lenta e meticolosa della birra (sostiene che l’alcol non intacca le facoltà mentali: «Non è il mio cervello a funzionare, ma i suoi centri nervosi inferiori», una civetteria lasciata appositamente oscura). In Ferde-lance, primo della serie, Rex Stout ha l’esigenza di raccontare tic e abitudini di Wolfe. Doveva pur presentare alla «società» dei lettori la sua nuova creazione narrativa. E così veniamo a sapere che mister Wolfe è un pessimista. Attenzione però: quel che potrebbe essere un difetto o un limite, lui lo rigira a suo favore: «Un pessimista ha solo buone sorprese, un ottimista ne ha solo di cattive». Figuriamoci se il detective grassone evita, magari
per una sola volta, di autoincensarsi. La sua genialità investigativa dipende da due fattori: è capace, come nel primo romanzo ripresentato da Beatedizioni, di interrogare una donna per cinque ore filate. Gli basta ricavare un’informazione per così dire minore, ben sapendo che si può partire da un briciolo di idea. Inoltre i suoi «concorrenti», ossia i poliziotti, sono troppo sbrigativi, «si lasciano andare all’ispirazione».
Nel romanzo in questione scompare tale Carlo Maffei, che aveva espresso l’intenzione di tornare in Italia. Gli «sbirri» liquidano l’ansia della sorella di Carlo dando per scontato che si sia imbarcato su un piroscafo. Wolfe scava, pensa, rimugina, si dedica al caso. Lui vince così. Abbiamo scritto all’inizio che c’è oggi nostalgia per il giallo classico, poco sanguinolento. Nelle avventure di Nero Wolfe non si mette mai in rilievo la morbosità del crimine, semmai si punta sui suoi meccanismi interni e ambientali. Ma va pur detto - e ce lo ricorda Goffredo Fofi nella sua acuta introduzione a Fer-de-lance - che il genere poliziesco americano degli anni Trenta-Quaranta ruppe nettamente con quei racconti dove «si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli». I private eyes come Philip Marlowe o Sam Spade erano dei «duri» e aprirono la strada della violenza. Annota Fofi: «…il passaggio fu graduale e le cattive maniere convissero a lungo con le buone e con il culto delle apparenze». Nel caso di Wolfe, Rex Stout (al pari di Ellery Queen) fonde con molta abilità il meccanismo delle parole crociate applicato al delitto a scene e scenari in stile hard-boiled. Con al centro un grassone dotato di cervello smisuratamente veloce.
MobyDICK
moda
26 novembre 2011 • pagina 11
Il fattore H di Roselina Salemi l nostro primo cliente è il cavallo, il secondo il cavaliere». Da non crederci, ma il mito del marchio Hermès è cominciato con selle, borse portaspazzole, lussuosi finimenti, stivali da equitazione e si è consolidato nel tempo grazie alla stessa famiglia (sei generazioni, dal 1837), all’idea forte, un po’ maniacale della perfezione (basta una puntura di zanzara perché una pelle di vitello venga scartata), e ad alcune geniali intuizioni. Poi, c’è da dire che gli Hermès non sono stati litigiosi come i Gucci e non hanno mai avuto problemi di mancanza di eredi (oggi sono sessanta e lavorano insieme) come è successo a monsieur Dior e mademoiselle Chanel. Nessuno finora aveva pensato al-
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sura lampo. In Europa non la conosce nessuno. Ottiene un contratto di esclusiva e voilà, nascono le borse con la cerniera, un sistema così pratico da invadere subito l’abbigliamento. Il primo giubbino in pelle con la zip, una vera trasgressione, appare nel guardaroba del futuro re d’Inghilterra Edoardo VIII, considerato, come spesso accade ai sovrani, uno degli uomini più eleganti del modo, e da allora lo vogliono tutti. Quello dei testimonial involontari è un altro miracolo del «fattore H». L’intramontabile Kelly (da Grace Kelly) era all’origine una borsa porta-sella usata nelle battute di caccia. Nel 1930, con qualche modifica, diventa una borsetta. Rivista e corretta, sarà ribattezzata Kelly nel ‘56: la bella Grace, incinta di Ca-
I 210 anni della maison Hermès celebrati in un libro. Dove si racconta del fondatore Thierry, sellaio nella Francia napoleonica, e di sei generazioni di discendenti che hanno reso vincente un marchio intramontabile con fatturati tuttora da capogiro la loro storia con l’ottica del romanzone che attraversa due secoli, l’Ottocento e il Novecento, dalle carrozze alle Ferrari, dalla Francia napoleonica di Thierry Hermès all’Europa di oggi, passando per la Restaurazione, la nascita delle repubbliche (compresa la nostra) e un paio di guerre mondiali. Ma Federico Rocca, laureato in storia del cinema, raccontatore curioso e appassionato, ha scelto di festeggiare i 210 anni della maison scrivendo Hermès. L’avventura del lusso (edizioni Lindau), più che una biografia, un affresco, più che una storia di successo, un poliziesco, pieno di indizi sul misterioso «fattore H», rintracciato da un ramo all’altro della famiglia.
Perché, se Thierry Hermès si occupa dei cavalli e dei cavalieri, e suo figlio Charles Emile apre il nobile negozio al 24 di Fauburg Saint-Honorè, è con Emile Maurice, viaggatore e collezionista, che arrivano le novità. Nel 1914 si trova negli Stati Uniti (acquista cuoio per la cavalleria francese). Adora quel paese frizzante e moderno che ha già inventato la chiu-
rolina, la trova un buon sistema per nascondere il pancione ai fotografi. Stessa meravigliosa casualità con la Birkin. Su un volo Parigi-Londra, Jane Birkin, famosa per i suoi occhi da cerbiatta e l’attitudine da spezzacuori, lascia scivolare per terra un’agenda Hermès zeppa di carte e biglietti. ll presidente di Hermès, Jean Louis Dumas, che ha preso lo stesso aereo, la raccoglie. Lei si lamenta della mancanza di una borsa grande, portatutto, e lui, all’istante, butta giù uno schizzo su un tovagliolo. Altro successo. Una Birkin costa dai cinquemila ai cinquantamila dollari, le più care sono (ovviamente) quelle in coccodrillo: ne vengono realizzate tremila pezzi l’anno e c’è sempre una lista d’attesa, tanto da far nascere un mercato parallelo per fashion victim disposte a tutto. E arriviamo a Jackie ex Kennedy: adotta la borsetta Constance (le compra tutte, di tutti i colori) per la geniale cinghia regolabile che può essere bandoliera, polsiera o cintura.
Anche le decisioni prese per puro buon senso (le agende nascono per non buttar via gli scarti di pellame non utilizzato) avviano una tendenza e fanno status. E le famose Boite orange, le scatole arancio che contraddistinguono il marchio (697 forme) sono il frutto di una scelta pratica: durante la seconda guerra mondiale c’era solo cartone di quel colore. Beh, nessuno si è lamentato.
Si capisce perché siamo a questo punto. Hermès è un impero del lusso che firma quattordici categorie diverse di prodotti, dalla pelletteria alla seta, dall’abbigliamento, agli orologi, ai profumi. I punti vendita sono più di trecento, il catalogo offre cinquantamila possibilità, ma in testa ci sono i leggendari carré: dai negozi ne esce fuori uno ogni 20 minuti. Il giro d’affari del 2010 è stato di 2,4 miliardi di euro, con un + 25,4 rispetto al terribile (per gli altri) 2009 e un utile di 421,7 milioni. Il segreto è sempre quello, da sei generazioni fa: la mania per la perfezione. La colla c’è ma non si vede, e guai se si vedesse. Il marchio - un calesse, un cavallo e un cavaliere, riproduzione del dipinto di Alfred de Dreux Le duc attelè - è impresso a caldo e dorato: questo rende facilmente identificabili i falsi, basta una sbavatura. Ogni pezzo è registrato, numerato, ha una riga nel romanzo. Racconta Patrick Thomas, Chief Executive Officer di Hermès: «Poco tempo fa è arrivata da noi una donna, con una sella, lamentandosi del fatto che avesse bisogno di essere ricucita. Abbiamo controllato gli archivi - annotiamo tutto nei nostri registri, anche le riparazioni - e abbiamo scoperto che era la sella di sua nonna, comprata nel 1937. Naturalmente l’abbiamo riparata». Naturalmente il dipartimento equitazione c’è ancora e produce - sempre per caso - pezzi che passano dalle stalle alle stelle. Nel 1978 Evelyn Bertrand disegna una sacca con il logo H traforato dentro un’ellisse, un modo originale per trasformare in decori i fori di aereazione delle borse da scuderia, destinate a raccogliere spazzole e spugne per la pulizia dei cavalli. Va a ruba, soprattutto tra chi il cavallo non ce l’ha. Potenza del «fattore H».
In alto, alcuni mitici oggetti Hermès, il logo e il fondatore. Jane Birkin (sopra) e Grace Kelly (a sinistra) con le loro celebri borse. Al centro della pagina, una pubblicità vintage e il libro edito da Lindau
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essuna pittura, più di quella fiamminga, ha saputo esprimere con la stessa efficacia e sapienza tecnica, per quel segreto dei colori brillanti esportato in tutta Europa, la presenza, la forza della realtà e delle cose. Una vocazione per le descrizioni fitte e minuziose del tessuto inanimato, da cui l’uomo non può prescindere, che inizia nel Quattrocento, culmina nel Rinascimento e nell’invenzione delle nature morte e si addentra fino all’Ottocento, con il realismo della scuola dell’Aia. Un naturalismo cosiddetto «grigio», spento, senza fantasia, che denunciava il prosciugamento della vena creativa, sottratta forse, sosteneva il filosofo francese Hyppolyte Taine da quella lotta estenuante contro il mare a cui erano condannati gli abitanti dei Paesi Bassi. Ci volle il genio di Van Gogh perché questa tradizione riacquistasse vigore espressivo, mescolando interno ed esterno, soggetto e oggetto e aprendo strade ricche di futuro. Poi arrivò Piet Mondrian, l’ultimo dei grandi pittori olandesi, e la realtà fu travolta dalla geometria, annegò per sempre in quelle superfici formidabili, solcate soltanto da rossi blu e gialli e da spesse linee nere
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il paginone
MobyDICK
Lui che avrebbe voluto dipingere come Rembrandt, usò il colore e la geometria come chiavi d’accesso per penetrare nel mistero del reale. Così Piet Mondrian (in mostra a Roma, al Vittoriano), sottraendo forma e consistenza alle immagini e abitando il vuoto e l’assenza, raggiunse l’armonia perfetta regge le cose. Come l’ultimo dei classici, un sopravvissuto nei tempi oscuri della prima guerra mondiale, definiva questa legge ultima e universale, «armonia» e per raggiungerla inventò, lui che avrebbe voluto dipingere come Rembrandt, uno stile che non ha precedenti, icona di una modernità non ancora Mondrian tramontata. avanzò verso l’astrattismo in maniera chiara, progressiva, inesorabile. Una marcia delle immagini verso il grado zero, riorganizzate in un secondo tempo nel linguaggio aniconico dei colori. Quest’appassionante ricerca è ri-
Teorico del neoplasticismo, preferiva sedersi di spalle alla finestra, per non vedere gli alberi e il verde la cui mutevolezza poteva fuorviarlo che trattengono come un argine tutto ciò che rimane del mondo visibile.
Mondrian, si racconta, preferiva sedersi spalle contro la finestra, per non vedere più gli alberi e il verde. Perché le forme naturali e la loro apparenza molteplice e fuorviante, non penetrassero e si salvasse dal naufragio soltanto quel che è depositato nella mente, lo scheletro, lo schema profondo che sor-
percorsa al Complesso del Vittoriano nella retrospettiva Mondrian, l’armonia perfetta, curata da Benno Tempel, direttore del Gemeentemuseum dell’Aia, importante istituzione che ha concesso in prestito gran parte delle opere, insieme ai musei di arte contemporanea di Philadelphia, Ottawa e Kyoto. Circa settanta, tra oli e disegni, i lavori del pittore olandese e oltre quaranta quelli di artisti che influenzarono
la sua evoluzione, testimonianze sia della scuola dell’Aia, sia del movimento olandese che si raccolse intorno alla rivista De Stijl, di cui Mondrian fu il maggiore protagonista e teorico.
Prima di approdare alla sua concezione rivoluzionaria, Mondrian fu pittore realista, impressionista, espressionista, cubista. Attraversò in sostanza tutti i linguaggi, tradizionali e d’avanguardia che dalla fine dell’Ottocento s’intrecciavano nell’arte europea. Anche se, ovviamente, il suo modo personale, acuto, di osservare la realtà è rintracciabile sin dalle prime opere. Si avverte, in sostanza, già nelle numerose vedute della campagna di Amesfoort, dove l’artista nasce nel 1872, con i pascoli, i pioppi, i canali e le fattorie, tutta l’intensità di uno sguardo che analizza e scava nel mondo sensibile. È ben evidente quanto il colore, per il pittore olandese che dal 1908 si avvicina alla teosofia, dottrina in bilico tra filosofia, religione, scienza, sia la principale chiave d’accesso per penetrare nel mistero del reale. Il simbolismo, che Mondrian ha l’opportunità di conoscere attraverso Jan Toorop, quando si trasferisce in Zelanda, lo conduce ai primi esiti importanti nel dissolvimento del segno. Il neoimpressionismo e il fauvismo forniranno poi altri strumenti e
L’ultimo dei classic di Rita Pacifici determineranno cambiamenti decisivi. Quando inizia a farsi apprezzare in Olanda per le sue splendide nature deserte, come Paesaggio con dune, immerso in una luce blu, fredda e irreale, Nuvola rossa, dal colore denso, steso quasi senza tecnica, e Faro in rosa, dove elimina ogni effetto di profondità, Mondrian sta recidendo il filo che lo lega all’orizzonte, si sta allontanando a grandi passi dal visibile. L’incontro con il cubismo praticato da Picasso e Braque, produce un’accelerazione nel percorso di Mondrian, che nel 1912 abbandona l’Olanda per Parigi. L’artista non è giovanissimo, è alle soglie dei quarant’anni e la capitale francese rappresenterà per lui un autentico rinnovamento. Pieter
In alto, il pittore olandese Piet Mondrian (in mostra a Roma, al Vittoriano). Sopra, il suo dipinto “Huisje bij Zon” (Piccola casa al sole). A destra e sinistra, alcuni suoi tableau risalenti al periodo delle composizioni geometriche anno IV - numero 41 - pagina IV
ci
Conrleis Mondriaan si firma ora Piet Mondrian e oltre al proprio nome, il pittore continua a semplificare, a sottrarre forma e consistenza alle immagini. Anche il passaggio nel cubismo è rapido. Una sosta funzionale per apprendere la tecnica della scomposizione prima di compiere nel ‘14, un ulteriore salto in avanti. Stavolta sono le suggestioni urbane, i muri delle case con l’intreccio delle finestre e i cartelloni pubblicitari, il trampolino verso l’astrazione. Quel che resta, ad esempio in Composizione in ovale con piani di colore 2, è una griglia di segni senza più un centro e una direzione di senso, senza più nessun legame con l’oggetto e l’originale impressione visiva, legame che non era mai stato perso neppure nel cubismo.
L’anno in cui emerge pienamente la novità della sua ricerca, è anche quello della prima guerra mondiale. Il pittore, allo scoppio del conflitto, si trova di nuovo in Olanda, e potrà ritornare a Parigi soltanto nel ‘19. Sono anni di approfondimenti teorici che si salderanno con le riflessioni avviate da Theo van Doesburg ed espresse attraverso la rivista De Stijl, fondata nel ‘17. «Bellezza, verità, bontà, grandezza e
ricchezza. L’universo, l’uomo, la natura. L’equilibrio universale»: come ogni avanguardia anche il movimento olandese è estremo, aspira alla fusione delle arti e rilancia un’esigenza etica, oltre che estetica. In pittura e in tutte le espressioni artistiche, si vuole eliminare ogni residuo di soggettivismo, per mettere in rilievo le relazioni plastiche elementari a cui soggiace il mondo. Il neoplasticismo, approfondito da Mondrian con moltissimi scritti, è l’unico strumento per eludere la mutevolezza, il caos, la disarmonia. Soltanto colori primari, soltanto linee verticali e orizzontali, l’alfa e l’omega di ogni rappresentazione. In esse c’è tutto, il maschile e il femminile e ogni altra opposizione che governa l’universo fisico. Ora Mondrian è in grado di tradurre il paesaggio in un linguaggio privo di qualsiasi scoria naturalistica. Un insieme di piccole croci nere su un fondo bianco, che sembrano quasi oscillare nelle composizioni del ‘15, restituisce lo spettacolo grandioso dell’oceano, del cielo, il fascino che la terra d’origine sembra ancora esercitare su di lui. Quando torna a Parigi, il suo studio, in Rue du Depart, cambia radicalmente. Mondrian vi appende grandi tele quadrate e moltiplica con gli specchi l’effetto di uno spazio immerso totalmente nel colore e nella geometria. La vita si avvicina ancora una volta all’arte e in quest’ambiente ricercatissimo dagli intellettuali parigini, Mondrian approfondisce i risultati raggiunti. Dopo le scacchiere di soli colori scuri o chiari, dal 1920 i quadri di Mondrian raggiungono la loro forma definitiva e matura. Spesse linee nere dividono la superficie in rettangoli di dimensioni molto varie e isolano piani di colore che tendono a diventare meno numerosi. Nelle opere del ’21, in particolare, la struttura lineare è ancora accentuata e un quadrato rosso di grandi dimensioni assume un ruolo predominante nella composizione. Sono le celebri composizioni con giallo blu rosso nero, che l’artista talvolta ruota a forma di losanga. Ma non è questo il punto d’arrivo. Eliminata la figurazione, il lavoro di Mondrian viaggia verso una meta che appare sempre più vicina al vuoto e all’assenza. Mentre la sua vita mondana s’intensifica e il pittore scopre di amare il jazz, Josephine Baker e il charleston, nelle sue tele avviene una continua contrazione. Il bianco, a poco a poco, s’impone, man-
gia il colore e il pittore arriva a costruire un quadro soltanto con due linee perpendicolari nere e una piccola forma triangolare blu. Talvolta le righe non arrivano ai bordi e il colore sembra uscire fuori dal quadro, in uno sconfinamento nello spazio reale, che è pratica ancora attuale. Il linguaggio di Mondrian è ormai così rigidamente definito, così austero, che ogni minima variazione finisce per imporsi e sorprendere con la stessa perentorietà di un vero elemento figurativo. Così accade quando negli anni Trenta il pittore introduce una doppia linea, intensificando il dinamismo o quando, come nelle tele degli anni tra il ‘35 e il ‘42, le linee s’infittiscono, fino a formare una grata molto serrata. È l’incursione di un tema drammatico, forse il presentimento dell’imminente tragedia. Intanto Mondrian lascia Parigi per Londra e nel ’40, quando le bombe cadono vicinissime al suo studio, abbandona definitivamente l’Europa per NewYork.
Nei quattro anni che trascorre in America dal ‘40 alla morte nel ‘44, nel nuovo atelier arredato con cassette di frutta dipinte di bianco, c’è ancora un cambiamento e per la prima volta dopo quasi trent’anni dalle originarie formulazioni astratte, anche le righe non sono più esclusivamente nere. Poi il colore si propaga ancora, secondo lunghezze, intervalli diseguali, e in Victory Boggie Woggie, che rimarrà incompiuto, nastri rossi e gialli alternati corrono sull’intera tela.Tutto freme e vibra in queste forme dalla vocazione musicale. Certo, New York dovette stregare Mondrian che nel ‘41 scrive: «Il passato ha un’influenza tirannica a cui è difficile sfuggire… per fortuna possiamo goderci anche costruzioni moderne, un jazz autentico e la sua danza, vediamo le luci elettriche del lusso e dell’utilità. Si apre la finestra. Anche il solo pensiero di tutto questo è soddisfacente». L’animo profondamente olandese dell’artista, sempre teso verso la realtà esterna e oggettiva, vide in questa città qualcosa di vicino alla realizzazione dell’utopia neoplastica, un ambiente riformulato per intero dall’uomo secondo esigenze e principi estetici attuali. Mondrian poteva di nuovo guardare fuori e avvertire finalmente tutta la differenza tra il passato, illustre ma superato, e un presente, che si era impegnato a trasformare attraverso la propria rigorosa e ascetica, avventura artistica.
Riletture
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Caccia all’uomo ai tempi di re Gioacchino di Leone Piccioni
i Roberto Roversi (1923) riesce un breve romanzo. Roversi, come si sa, è stato ed è un importante poeta. Collaboratore di Officina e dei Quaderni piacentini ha scritto versi a partire dal ’42, sempre coerente con un suo atteggiamento polemico verso lo stato attuale delle cose culturalmente e politicamente. Diversi anche i romanzi che ci ha dato mentre è stato vicino anche al mondo della canzone scrivendone dei testi, per esempio per Lucio Dalla. In questo Caccia all’uomo riedito da Pendragon (la prima tiratura per la Libreria Antiquaria Palmaverde risale al luglio del ’52 con il titolo Ai tempi di re Gioacchino, poi Vittorini lo ripubblicò nel ’59 nella collana della Medusa di Mondadori, con l’attuale titolo) narra, in un clima storico tra realistico e favoloso, delle avventure del brigante Boccone che al comando di 220 uomini terrorizza in Calabria intorno al 1810 i vari paesi con saccheggi e distruzioni, combattendo anche contro formazioni dell’esercito francese. Ci sono interessanti figure di donne, per lo più prostitute, dato che all’inizio del romanzo, il parroco di un piccolo paese rende pubblico un elenco delle prostitute della parrocchia con invito ad andarsene. Si legge con molta fluidità e intensità. Ma le pagine più belle sono costituite dai due paragrafi della VI parte intitolata Nell’autunno del 1809 con l’apparizione di una donna: «camminava come frustasse l’aria, o piuttosto come se volesse intimorire o conquistare un re. Era bella, bella. Ma se avessi osato mi avrebbe ucciso. Cercai di coprire il mio desiderio con cenere».
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*** Caterina Bonvicini (1974) ha pubblicato con Einaudi due romanzi e una raccolta di racconti: tra il 2003 e il 2006. Questa volta con Il sorriso lento (Garzanti editore) ci dà il libro suo più bello in tre parti. Non c’è monotonia anche se le vicende si assomigliano e si svolgono direi in modo parallelo, ma certo è la prima parte quella che colpisce di più. È la storia di due amiche, Lisa e
Clara: potranno dire «ci siamo amate dritte dritte dall’inizio alla fine senza mai cedimenti». Lisa si ammala di una grave e lunga malattia che Clara segue passo passo riuscendo a non mostrarsi preoccupata e sempre vicina all’amica. Riflette a un certo momento sebbene tanto giovane - sul fatto che talvolta si sorprende a pensare alla giovinezza come una donna vecchia. «Come - dice - se avessi 34 anni… Non l’ho mai amata la giovinezza. Non l’ho capita. Ma adesso - prosegue - mi succede una cosa strana: ho voglia di mitizzarla». Hanno sperimentato insieme il gusto del motorino, si sono avvicinate, sia pure con prudenza all’alcool, volevano provare la droga ma non erano capaci di
Riesce il romanzo di Roberto Roversi che Vittorini volle pubblicare nella “Medusa” nel ’59 prepararsi una canna. In questo scorrere di fondo drammatico non manca l’ironia. Lisa muore a 33 anni. Un libro, questo Sorriso lento che si raccomanda alla lettura. *** Allegra Street è un romanzo con un fondo ironico molto forte che finisce per fare accettare anche parti difficili della storia. L’autore Mario Fortunato narra vicende nelle quali sono indubbiamente protagonisti i gay. C’è un trio di amici omosessuali, abbastanza spensierati e simpatici, che mettono in contatto il loro massaggiatore (molto bello, molto giovane e anche lui gay) con due personaggi maschili all’inizio molto normali, sposati, lontani da esperienze diverse. Ma il contatto dei due con il massaggiatore diventa fatale: nel corso di due capitoli un po’ scabrosi, si assiste al mutamento dei due, anche loro verso esperienze omosessuali. Ripeto: la trama del romanzo raccontata così allontanerebbe forse i lettori ma come ho detto tutto si svolge con molta ironia, rapidità, allegria. Non per nulla il romanzo si intitola Allegra Street.
Opera Ritorno a Macbeth MobyDICK
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spettacoli
di Francesco Arturo Saponaro il quinto titolo che Riccardo Muti dirige al Teatro dell’Opera di Roma. Da un lato, per la fondazione capitolina, la conferma di un rapporto prestigioso che si va consolidando, foriero di importanti sviluppi qualitativi. Dall’altro, per il musicista, l’occasione di un ulteriore approfondimento di una delle più complesse e suggestive partiture verdiane. «Frequento Macbeth da oltre trentacinque anni…» ha dichiarato Muti. «Il personaggio di Shakespeare e la sua storia, che Verdi ha messo in musica in età giovanile, mi hanno trasmesso ogni volta cose nuove. Non diverse, bensì ulteriori rispetto alle precedenti… Macbeth è una delle opere di cui mi sono occupato in modo particolare. Se all’inizio vi ho visto, in primo piano, l’usurpatore e la sua donna tremenda, affiancati in una cavalcata infernale verso la corona, con il passare degli anni ho percepito e sviluppato anche altri tratti… Sono molte, le lezioni estetiche e morali che ci vengono da Macbeth…». Domani, sarà «questo» Macbeth a inaugurare la nuova stagione dell’Opera. In collaborazione con il Festival di Salisburgo, che l’ha proposto con grande successo nell’estate scorsa, l’allestimento approda a Roma in una nuova edizione della messa in scena, necessariamente adattata al palcoscenico rispetto all’antico maneggio scavato dentro la montagna, che in Austria aveva ospitato lo spettacolo. E se gli interpreti vocali sono diversi, direttore d’orchestra e regista, Riccardo Muti e Peter Stein, tornano ad affiancarsi. «Detesto sovrapposizioni interpretative» ha affermato il regista tedesco, che nella sua lunga carriera ha firmato produzioni di potente bellezza, mirate al rispetto più attento dell’oggettività del testo. «Voglio solo esporre una storia, comunicarla in modo trasparente, renderla il più possibile leggibile metten-
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Jazz
di Adriano Mazzoletti azz e Tango, un binomio che è sempre esistito da quando queste due musiche sono apparse, nel continente americano. Difficile, se non impossibile, stabilirne le date di nascita. Per il jazz, approssimativamente, fra la fine dell’Ottocento e i primi del secolo successivo, nel sud degli Stati Uniti. Per il tango, in Argentina, nella seconda metà dell’Ottocento, come espressione popolare, e successivamente, come il jazz, divenuto una forma artistica, che comprende musica, danza, testo e canzone anche se è evidente che, sia nei testi che nel carattere culturale, il tango è un elemento inscindibile con le realtà di Buenos Aires, Rosario e Montevideo e la sua periferia. Perché, ci si è spesso chiesti, jazz e tango, pur nella loro diversità, sono stati così spesso accomunati? La prima rivista di jazz apparsa in Euro-
J
zapping
Habemus Radiohead: SANTI SUBITO! di Bruno Giurato
a Repubblica fondata sull’Estate si è rimessa in moto. Per un po’ di giorni la notizia musicale che ha tenuto banco è stata la tournée estiva 2012 dei Radiohead. Quattro date: 30 giugno a Roma all’Ippodromo delle Capannelle (Rock in Roma), 1 luglio al Parco delle Cascine, Firenze, 3 luglio Bologna, Piazza Maggiore, 4 luglio Villa Manin, Codroipo. Cinquantamila biglietti venduti solo nelle primissime ore, sito di ticketone in tilt. Su Facebook una musicista annuncia di aver comprato i biglietti per Roma e anche per Firenze, che non si sa mai, il topic Radiohead è tornato immediatamente in cima ai trend di Twitter. Il prezzo è alto. Un biglietto costa 57,50 euro. Se poi si vuole aggiungere la polizza assicurativa «biglietto sicuro», nel caso in cui voleste recuperare il denaro se impossibilitati ad andarci, sono 3 euro e 50 in più. Costo di spese di spedizione: sui 9 euro, più 4 euro di commissione di servizio. Totale 74 euro, centesimo più, centesimo meno. Sempre meno dei 200 e passa di Roger Waters l’estate scorsa. E sono già partite le polemiche: molti si lamentano della scelta dell’ippodromo romano. Per Tom Yorke e soci, secondo gli scontenti, ci vorrebbe come minimo una grande location storica. Scartato il Circo Massimo per l’impossibilità di far pagare il biglietto (e per il fantasma del pianoforte di Venditti che tuttora vi alleggia), suggeriamo il Vaticano, coi biglietti venduti duty free, servizio d’ordine delle guardie svizzere con alabarda innestata, e un salutino di Papa Ratzinger che si affaccerà dal finestrale, speriamo non durante la strofa di Paranoid android che fa: «volete fermare questo rumore/ sto cercando di riposare». Ma il succo non cambia: habemus Radiohead. E quindi rilanciamo la proposta: vogliamo vederli al Vaticano.
L
domi al servizio dell’autore. Io cerco di far entrare il pubblico nelle regole del gioco e d’introdurlo nella struttura del pezzo. A volte, come in questo caso, tentando di facilitare l’ascolto della musica, che è la cosa più importante nella lirica: la regia deve sostenere la partitura». La stagione proseguirà con il balletto Lo Schiaccianoci, inevitabile nel periodo natalizio, e in gennaio con la messa in scena del Candide di Leonard Bernstein, tratto dall’omonimo romanzo di Voltaire: opera comica solo di nome, perché dietro l’atmosfera di leggerezza, e il sogno illuminista di un mondo migliore, affiorano temi attuali come la tolleranza, la violenza, e l’aspirazione alla pace. La programmazione coreutica tornerà in gennaio con Coppelia, poi in marzo con una proposta di danza moderna americana, con una Serata Maurice Béjart in maggio, e infine, a set-
tembre-ottobre prossimi, con il Romeo e Giulietta di Prokov’ev nella coreografia di John Cranko. Tornando al melodramma, sono in cartellone alcuni titoli del repertorio più popolare. Ne citiamo alcuni. In febbraio una Madame Butterfly in coproduzione con il Massimo di Palermo, Il flauto magico a marzo in un’edizione del Covent Garden con il giovane e già affermato Erik Nielsen sul podio, in aprile Il barbiere di Siviglia nella regia di Ruggero Cappuccio. Sempre in aprile - si conosce la data, il 23, ma non ancora il programma - sarà ospite la Chicago Symphony Orchestra con Riccardo Muti, suo direttore principale. E sempre Muti dirige in maggio un altro titolo verdiano: Attila, con progetto scenico di Pier Luigi Pizzi. Sulla carta, se il tutto si conferma e corrisponde alle attese, gli appassionati d’opera e ballo non dovrebbero lamentarsi.
Tango, l’altro pensiero che si balla... pa, infatti, aveva il titolo emblematico di Jazz, tango, dancing. Quali erano dunque le similitudini? Le due musiche sono figlie dell’immigrazione con l’urgenza di trovare una propria identità. Così Tango e Jazz, alla loro comparsa, furono non solo semplice musica ma un pensiero che si balla. Alla nascita del jazz, come a quella del tango contribuirono molti migrati italiani. Per il jazz, i primi che vengono alla mente, Nick La Rocca, Joe Venuti, Leon Roppollo, Tony Sbarbaro, Eddie Lang (Salvatore Massaro) e lo stesso si può dire per il tango, Aníbal Troilo, Juan D’Arienzo, Carlo Di Sarli, Osvaldo Pugliese, Francisco De Caro, sono tutti figli d’italiani e lo stesso Astor Piazzolla aveva il padre pugliese.A differenza del tango il jazz usa strumenti a fiato e
percussione, il tango invece soprattutto uno strumento, forse inventato o forse popolarizzato dal musicista tedesco Heinrich Band, il bandoneón, strumento diatonico simile alla fisarmonica o all’organetto. Essendo diatonico si ottengono note differenti con la stessa combinazione di tasti, a seconda che il mantice venga compresso o dilatato. Pur essendo, come il jazz, una musica molto sincopata, non utilizza strumenti a percussione e anche gli altri strumenti, sempre come nel jazz, vengono suonati per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. La sua struttura armonica proviene dalla Payada e dalla Milonga Criolla, arrivata dalla campagna attraverso i Gauchos, come il blues giunto dalle piantagioni del Sud degli Stati Uniti e come il jazz, un altro tipo di
musica l’Havanera, portata dagli schiavi liberati. Insomma grandi similitudini. Molti musicisti di jazz e qualche esponente del tango hanno collaborato alla nascita di un nuovo linguaggio: Gato Barbieri, ma anche Astor Piazzola e Gerry Mulligan. Oggi è soprattutto Javier Girotto, un sassofonista argentino che vive da tempo in Italia, ad aver reso popolare il connubio jazz-tango. Il suo ultimo disco Kaleidoscopic Arabesque, in duo con il chitarrista Bebo Ferra, è di altissima qualità.«Tra noi c’è molta sintonia, - ha dichiarato Girotto - un tipo di energia particolare. In un paio di brani abbiamo addirittura totalmente improvvisato. Ci conosciamo da tempo, prima suonavamo insieme in un quartetto che si chiamava Mari Pintau, da il nome di una spiaggia sar-
da». «Ora che ci penso, - dice Ferra - la prima volta che abbiamo suonato insieme eravamo proprio soli! Mi viene in mente adesso. Dopo la“morte” del quartetto ci siamo ritrovati alla fine di due seminari: abbiamo unito le classi l’ultimo giorno e ci siamo messi a improvvisare: grande affinità e stima». Javier GirottoBebo Ferra Kaleidoscopic Arabesque Dasé Soundian Distribuzione Egea
libri Narrativa
MobyDICK difficile scrivere delle donne. Soprattutto in relazione all’amore. Se la penna è mediocre o quasi buona, è inevitabile trovarci di fronte a qualcosa che assomiglia all’interminabile serie televisiva Beautiful: passioni recitate, intrighi che somigliano a traffici finanziari, improvvisi e ingiustificati scarti di umore o di decisioni, insomma un palcoscenico che imprime velocità assurda a quel che accade in realtà, lentamente e profondamente, nell’animo femminile. Stefan Zweig (viennese, 1881-1942) ci offre una prova di magnifica comprensione di quell’essere estremamente mobile (lo sosteneva Virgilio, ma anche il melodramma) e intriso di sfumature e contraddizioni che è la donna. La sua è la storia (Paura, Adelphi, 113 pagine, 10,00 euro) di Irene, ricca borghese che si trova a suo agio in mezzo alla gente. Il brusio pare appagarla. E per una sorta di curiosità adolescenziale si trova a essere, lei sposata a un solido e serio avvocato, l’amante di un giovane pianista. Ha una bella casa, due figli, servitù, occasioni mondane, eppure, annota Zweig «restava in un certo senso adagiata con soddisfatta indolenza in quella confortevole quotidianità priva di scosse, peculiare della buona borghesia». Ma l’incanto che somiglia molto a un involucro di lana calda può smagliarsi: «Esistono atmosfere molli che accendono i sensi come un clima torrido o tempestoso, esiste una felicità ben temperata che eccita più dell’infelicità, e per molte donne l’assenza di desideri risulta egualmente fatale quanto la continua insoddisfazione generata dalla mancanza di prospettive. La sazietà non è meno tormentosa della fame, e quella vita protetta, priva di pericoli, suscitava in lei la curiosità delll’avventura».
È
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Donne mobili tra Vienna e Barcellona
L’animo femminile analizzato con maestria in due romanzi. Stefan Zweig in “Paura” ci racconta di Irene, una benestante viennese con la curiosità dell’avventura. E Mercé Rodoreda ci immerge nelle contraddizioni di Aloma e nel suo percorso di formazione di Mario Donati
Il punto di rottura viene da fuori. Una ricattatrice comincia a importunarla, le chiede soldi, la minaccia, le rovescia addosso volgarità. Giorni di incubo, di autoreclusione. E quindi un lento ma graduale ripensamento sulla propria esistenza superficiale, sul marito che conosce pochissimo e col quale mai ha avuto discorsi propriamente intimi e importanti, anche nei momenti dell’alcova. Il pianista non s’arrende, ma Irene ormai giudica quella sua scappatella «un’avventura che il cuore non comprende più». All’improvviso i suoi occhi rimasti appannati negli otto anni di matrimonio si aprono al mondo. La serenità domestica se prima le sembrava
«un edificio fittizio», una navicella di comodo dalla quale uscire e rientrare per il gusto del brivido, ora è il centro delle sue aspirazioni. Salvo che, a causa del ricatto sempre più pesante e assiduo, si sente estranea al suo stesso mondo. Stefan Zweig non traccia linee di demarcazione tra virtù e peccato. Non è questo che gli interessa. Oltretutto ciò implicherebbe l’automatismo o la volontà del giudizio morale:
no, è l’esame approfondito di una donna insoddisfatta, dei suoi turbamenti, della sua scalata verso una nuova consapevolezza dopo aver capito che non le basta più «l’aspetto carezzevole del mondo». Ovviamente del suo mondo, in una Vienna che balla, beve, ridacchia, spettegola, che si muove entro i prevedibilissimi contorni del buon vivere sociale. Le nuove vicende innescate da una donna che scaglia ricatti,
ma anche frecce avvelenate dal senso di colpa, procedono e trasformano persone e ambiente: su questo svolgimento sarebbe dispetto, per il lettore, dire di più. Anche perché il racconto termina con un eccezionale coup de théâtre. La ventenne di Barcellona invece è diversa. Ripete a se stessa che «l’amore fa schifo». È attorno a questa giovane non benestante che la catalana Mercé Rodoreda (che la critica ha spesso affiancato a Virginia Woolf) intesse la storia in Aloma (La Nuova Frontiera, 150 pagine, 15,00 euro). Vive nella casa dei suoi avi, che sente pulsare di vita ma anche di morte e di malinconia. Esce sovente, valica il cancello, s’avventura tra le stradine e le ramblas di Barcellona, ma lo fa alternando candore, entusiasmo, panico, goffaggine. Vive con il fratello Joan, la cognata Anna e il nipotino (che accudisce).
Aloma - strano ma bellissimo nome di donna, come decise sua madre s’intenerisce per uno spicchio di cielo sereno, per una gatta che continua a figliare in mezzo agli stenti, ma quando è nel buio della sua cameretta il suo sentire diventa aspro, rancoroso, e allora mette le mani avanti: «non mi sposerò mai». La ripetizione di questa frase, pare suggerirci l’autrice, pone in evidenza il desiderio contrario, assieme al desiderio di una più armoniosa esistenza al fianco di un uomo che la rassicuri, in grado di far germogliare in lei quei fiori del bene profondo che Aloma teme sempre possano essere sciupati dalla pioggia. Poi da Buenos Aires un giorno arriva Robert, il fratello della cognata. Con Joan lei lo accoglie al porto. Non mi piace, dice subito a se stessa, come per allontanare una fantasticheria. Scoppierà invece l’amore, sia pur fugace e segreto. Robert sa essere dolce, ma rimane pur un uomo inselvatichito, con un passato mai raccontato. Aloma raccoglie una foto caduta dal suo portafoglio. La cognata le spiega che quella è Violeta, una donna sposata. Amante di Robert? Forse. «Ah, ma non sono sposati» si consola Aloma. Anna: «È lo stesso. Sono di quelli che quando si trovano non si lasciano più». Poi il giorno della partenza di Robert. Aloma si arrende, ma in lei c’è la dolcezza femminile che prima stentava a manifestarsi: «Come avrebbe rimpianto i baci dati con tutta l’anima e come le sarebbe mancata una voce che nelle ore difficili le dicesse: amore mio». Ma la sua vita non sarà più di solitudine.
MobyDICK
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iracolo a Le Havre inaugura la stagione natalizia al cinema con il tema della fratellanza. In concorso al Festival di Cannes, ha vinto il premio della Federazione internazionale dei critici (Fipresci). Un intero quartiere operaio della città portuale francese, dimentica le piccole beghe per aiutare un immigrante clandestino a sfuggire l’arresto e a raggiungere la madre a Londra. Senza la firma di Aki Kaurismaki, la descrizione è di quelle da far fuggire alla ricerca di un film d’evasione. Il più celebre cineasta finlandese (il secondo è suo fratello Mika) è noto per storie semplici e di spessore, per l’umorismo cupo, sornione, e per i protagonisti pescati dalla periferia della società. Sono perdenti, senza prestigio mondano ma non vinti. Marcel e Arletty Marxformano la coppia al centro del racconto. I nomi sposano tra loro un comunismo puro e il realismo poetico di Amanti perduti, un matrimonio d’amore. Sarebbe un errore scartarlo per stanchezza, per déja vu, perché quella scorza artica di Kaurismaki non traffica in sentimenti che allappano.
cinema
gli una mano. Il subplot sulla malattia grave di Arletty, che nasconde la verità al marito per non preoccuparlo, corre in parallelo, con la medesima asciuttezza di tono. Il finale è un doppio regalo sotto l’albero, ancora virtuale ma verdissimo. Da vedere.
cace regista di thriller Rush d’azione come Hour e X Men - il conflitto finale. In Tower Heist Murphy è Slide, un ladruncolo di quartiere arruolato da Josh Kovacs (Stiller), l’ex direttore scrupoloso del grattacielo, per aiutarlo a svaligiare il tesoro nascosto di Arthur Shaw (Alan Alda), il finanziere fallito dell’attico. A Shaw, un Madoff smargiasso che grazie ad amicizie togate rischia di farla franca con il maltolto nascosto, era stato affidato il fondo pensionistico dei dipendenti. Vale il biglietto la prima inquadratura (fotografia del grande Dante Spinotti); un primo piano degli occhi di Benjamin Franklin. Macchina indietro, e vediamo che è un enorme biglietto da cento dollari dipinto sul fondo della piscina all’aperto del penthouse. Murphy aveva proposto un «all-black» Ocean’s 11; alla fine di attori neri ci sono solo lui e Gabourney Sidibe (candidata all’Oscar per Precious). Ratner è stato cacciato come produttore degli Oscar per una battuta sui gay, e Murphy si è dimesso da conduttore per solidarietà, quindi non gliene vuole. Il film evoca la crisi e la sua ricaduta sui deboli, ma solo per aggiornare il suo unico scopo: divertire con brividi. Operazione riuscita.
Tower Heist - Colpo ad alto livello è un ritorno alla megaconfezione di genere farcita di divi, in auge negli anni Settanta, quando fioccavano film come Inferno di cristallo (1974). Quello di John Guillermin vantava Paul Newman, William Holden, Steve McQueen, Richard Chamberlain, O.J. Simpson e Fred Astaire. Nell’action movie sulla rapina (heist) in un condo-
Mai immaginavo di farmi incantare dal quarto film della serie pop Twilight - Breaking Dawn, il migliore in assoluto. Bella stavolta è al centro del racconto, ora giovane sposa innamorata e madre in attesa poco dolce e molto pericolosa. Il regista Bill Condon, in stato di grazia, traduce in immagini fiammeggianti l’universo morale di Stephenie Meyer. Raramente
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Vampiri da sballo
S’inizia con Marcel (André Wilms), un ex bohémien lustrascarpe dal nobile profilo, mentre esamina i piedi dei passanti in cerca di clienti: sfrecciano solo sneakers e scarpe da ginnastica. Finalmente un tipo azzimato e autorevole in abito a righe, si ferma per farsi lucidare le scarpe di pelle. Poco dopo, un secondo uomo con aria minacciosa adocchia il cliente di Marcel, che di colpo ordina, «Basta!» e s’allontana veloce. Da fuori campo si sente un colpo di pistola e urla. Lo
di Anselma Dell’Olio migliore, ancora troppo giovane per una vita da reietto. «Le finlandesi sono più buone di noi», dice Claire. «Io ti avrei lasciato lì». «Forse», risponde l’ex barbone. «Ma aveva un primo marito bevitore violento… un atleta finlandese». Lo humour deadpan tipico del regista sta in quel «basta» in italiano, e nel veloce ritratto di un matrimonio riuscito e uno fallito, per alcolismo aggressivo (di un atleta!), flagello dei paesi nordici. C’è un accumulo di momenti illuminanti, subitanei ritratti di vite intere, che invoglia a seguire la storia di Idrissa (Blondin Miguel), un adolescente del Gabon scoperto con altri africani sans papiers in un container, finito per errore
“Breaking Dawn” è il migliore capitolo della saga di “Twilight”: ha il merito di rappresentare come pochi il tema del matrimonio e della maternità. Da vedere il “Miracolo” di Kaurismaki e “Tower Heist”: divertimento con brividi e tante star sciusà guarda il collega Chang (QuocDung Nguyen) e dice: «Per fortuna aveva già pagato». Nel doppiaggio andrà perso il «basta» pronunciato dalla vittima in italiano, togliendo ogni dubbio sulla nazionalità di un malavitoso. Una faciloneria del regista? Non è così semplice. Marcel racconta a Claire (Elina Salo), la proprietaria del bar locale, che lui era un clochard quando Arletty (Kati Outinen) lo ha salvato. Aveva visto in lui un uomo
di computer su un molo di Le Havre. Un viaggio di cinque giorni finisce per durare tre settimane, prima che i clandestini siano scoperti dalla polizia per il vagito di un bimbo. Sono vivi per miracolo ma Kaurismaki non ci ricatta con abiti laceri, labbra arse, visi stravolti. Ci aspettano solo sguardi pieni di rassegnazione e speranza. Idrissa se la svigna e finisce nell’abbraccio prima di Marcel, e poi del suo quartiere, decisi senza retorica a dar-
minio di lusso al centro di Manhattan, ci sono Ben Stiller, Eddie Murphy, Casey Affleck, Matthew Broderick, Téa Leoni, Michael Pena e Judd Hirsch. È un lamento generale che film e star non sono più come quelli d’una volta. Forse, ma frignare sul passato sempre migliore è un atteggiamento da «Signora mia» in stile vecchietto che puccia il biscotto nel vino.Tra vent’anni si dirà così di star e storie del cinema di oggi? Brett Ratner è il plateale ed effi-
un film «da festival» ha rappresentato, con la stessa incisività di una «operazione commerciale» come questa, matrimonio e maternità per quello che sono: vampiri che succhiano la linfa vitale di una donna. Bella si concede finalmente all’amore per Edward, e difende contro tutti la vita del «mostro» che porta in grembo e che potrebbe ucciderla. Uno sballo trascendente. Da vedere con figli adolescenti. Atei astenersi.
o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g
Per definizione, un governo di tecnici è contro il falso ecologismo INCONTRO DI ASSISI: QUANTE EMOZIONI È un giorno come tanti. Mattinata fresca d’ottobre! Ma ci sono le transenne e le forze dell’ordine ovunque. «Che succede?», chiedo al vigile. «Passa il Papa in stazione!». Sono incuriosito da quell’incedere gioioso di famiglie, donne, ragazzi, anziani, tutti con uno strano sorriso stampato sulla bocca. Vado anch’io, con figlia e moglie al seguito. Il primo binario è stracolmo. Mi chiedo se è la sola curiosità che li ha spinti lì. Poi arriva la testa aguzza di un treno bianco e rosso che transita pianissimo. Di là dal vetro turbanti di un tessuto verde, bellissimo. Un anziano imam con una barba bianca curatissima guarda fuori incredulo e ci saluta, due indù sorridono con la forza della serenità! Forse uno dei due è il nipote del Mahatma Gandhi, penso tra me, ricordando di averlo letto da qualche parte. Un buddista prega a mani giunte rivolto verso di noi. «C’è Williams!». «Chi è?», mi chiede un vicino. «L’arcivescovo di Canterbury», gli spiego fremendo. «Eccolo, eccolo», gridano alcuni come se passasse una rockstar. Di là dal finestrino, in piedi, una mano ci saluta, mentre una croce raggiante riflette una luce forte dal collo del Pontefice. La gente risponde con entusiasmo. Vedo una signora piangere. Mi sale dentro un’emozione che non conosco. Sollevo sulle spalle mia figlia. Sento che vorrei volare. Che il mondo in crisi può risollevarsi. Dico a mia figlia una bugia bianca: «Lo vedi, quel signore?», indicandole una mano sventolante. «Quello è Papà Natale con tanti Magi che ci porta un dono preziosissimo: la speranza della pace». Voglio andare ad Assisi, magari non vedo nulla, ma voglio respirare la stessa aria, lo stesso spirito che respirano loro. Tutto si colora di porpora e bianco. Vedo un bonzo nel suo tipico vestito tra le mura merlate dell’Assisi vecchia. La pianura umbra che si stende davanti alla città di San Francesco pare immersa in un’orante dimensione. Sopra c’è il cielo e ci sono io vicino alla tomba del poverello che ha scosso il mondo dalle fondamenta. Agostino Cetorelli C I R C O L O LI B E R A L FO L I G N O
È avventato dare giudizi sui componenti di un governo tecnico da poco insediatosi. Eppure non può sfuggire all’attenzione degli addetti ai lavori che alcune prese di posizione sono già forti. Le dichiarazioni rilasciate lo scorso 17 novembre dal neo ministro Clini e in passato dal suo collega Passera rinfrancano le nostre posizioni, si sposano con il nostro programma e non fanno altro che confermare che scienza ed ambientalismo non sono in antitesi, ma devono fondersi per creare un approccio responsabile alla materia ed un percorso comune. D’altra parte, un governo composto da esperti del settore non può che essere, per definizione, contro il falso ecologismo, quello dei “no” a prescindere. La novità sta tutta nella grande competenza degli interpreti: se Clini viene attaccato da quelle associazioni ambientaliste che non rappresentano più gli Italiani, è in grado di controbattere con dati alla mano. Aspettiamo per giudicare il suo operato. Se il più alto rappresentante istituzionale della tutela dell’ecosistema guarda con interesse all’energia più economica, pulita e sicura del mondo è un passo importante verso la rottura del monopolio dell’ambientalismo estremista: gli Italiani hanno rifiutato il nucleare di terza generazione avanzata, ma noi dei Circoli dell’Ambiente siamo già pronti, fin d’ora, a lanciare una campagna di informazione sulla quarta generazione, perché, quando tale tecnologia sarà ultimata, il nostro Paese dovrà essere in prima fila.
Alfonso Fimiani, presidente dei Circoli dell’Ambiente
UNO “SCONOSCIUTO” CHE LAVORA PER IL BENE COMUNE
RIUSCIRÀ MONTI DOVE HA FALLITO BERLUSCONI?
Non è che i politici temono che col governo Monti la gente prenda coscienza di che razza di inutili parassiti siano stati per tanti anni? Andare alle elezioni per buttare via altro denaro che non abbiamo, e una volta rimessi sulle poltrone questi falliti – sia di destra che di sinistra – che farebbero? Noi che paghiamo le tasse preferiamo spendere venticinquemila euro per uno “sconosciuto” che lavora per il bene comune che per una massa di inutili parassiti. Il tecnico avrà i suoi difetti, ma i nostri politici ne hanno di ben peggiori.
Lo spread continua inesorabile la sua corsa e Piazza Affari è in profondo rosso. Ma non doveva risolversi tutto con le dimissioni di Silvio Berlusconi? Evidentemente non era lui la causa di tutti i mali. Speriamo che il nuovo premier Mario Monti riuscirà a far approvare le seguenti riforme sulle questioni per me più importanti: a) legge per dimezzare il numero dei parlamentari; b) legge per eliminare tutti i privilegi dei nostri onorevoli in carica e in pensione; c) leggi per ridurre drasticamente gli stipendi ad amministratori statali ed enti parastatali; d) legge che vieti alle Regioni di legiferare indipendentemente sulle pensioni dei propri amministratori locali.
Lettera firmata
PRIMA I TAGLI ALLA CASTA POI I SACRIFICI AI CITTADINI
Giorgio Piccini
Sento odore di ulteriori tasse ed oneri per i cittadini, senza nessun accenno di tagli ai tanti privilegi della Casta. Il “sì, ma dopo” non è più credibile. Monti deve prima “prima” tagliare stipendi e pensioni alla partitocrazia, poi potrà chiedere sacrifici ai cittadini.
Egidio Bertolino
LA MENTALITÀ DIVISIONISTA DELLA LEGA NORD La segreteria politica della Lega Nord ha deliberato la riapertura del Parlamento della Padania, che tornerà a riunirsi il prossimo 4 dicembre, con la decisione di Umberto Bossi di far resuscitare la seces-
L’IMMAGINE
APPUNTAMENTI VENERDÌ 2 DICEMBRE - ORE 17 - CASERTA PIAZZA MARGHERITA - CIRCOLO NAZIONALE Convegno “Etica della Speranza” organizzato dal Coordinamento Provinciale Circoli Liberal Caserta. Concluderà i lavori: onorevole Ferdinando Adornato VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL
REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)
Lacrime di geyser Per i turisti la piana di El Tatio in Cile, uno dei campi geotermici più grandi del mondo (oltre 80 geyser attivi), è uno spettacolo mozzafiato. Per alcune popolazioni locali, invece, dietro a questi potenti getti di vapore si cela un dolore. Secondo un’antica leggenda, infatti, i geyser sarebbero gli “occhi” della Terra che, stanca dei continui sconvolgimenti naturali, “piange” lacrime bollenti rivolta verso il cielo
LE VERITÀ NASCOSTE
Grindadrap, strage di balene Si chiama “Grindadrap” la caccia, o per meglio dire, la strage di balene che ogni anno si pratica sulle coste delle isole Feroe in Danimarca. Una tradizione cruenta che si esegue - pensate un po’ - sin dai tempi dei vichinghi, e che viene ancora oggi perpetrata perché considerata di buon auspicio. Durante la “Grindadrap”, i feroesi - chi con le barche, per spingere i mammiferi verso la costa, chi a piedi, per infierire il colpo finale sugli animali - si radunano e trasformano le spiagge in veri e propri centri del massacro dove sangue, sabbia e acqua diventano un tutt’uno: da far raggelare l’animo. Folklore che viene denunciato, purtroppo vanamente, dalle associazioni animaliste di tutto il mondo. E alla fine della caccia, gli abitanti danesi si spartiscono il bottino (anticamente la carne di balena era parte integrante della dieta del posto), la vendita infatti è illegale.
sione e quindi lanciare invettive contro l’inciucio e i poteri forti. Provo solo stupore per Bossi & company. Non posso giustificare la loro mentalità divisionista, impastata di odio, con cui si armano continuamente contro una parte degli italiani. I leghisti, secondo me, sicuramente non mirano al bene comune, ma solo a coltivare il proprio orticello.
Franco Petra
BASTA ALLA VIVISEZIONE Analizzando con obiettività il fenomeno della vivisezione, penso che qualsiasi forma di difesa di questa pratica sia, oggi più che mai, inaccettabile. Nella visione antropocentrica di chi utilizza questo strumento barbaro, infatti, sembra più etico sacrificare degli animali che trovare la soluzione studiando la malattia direttamente sull’uomo. Da veterinario, sono consapevole dell’importanza rivestita dalla ricerca ai fini dello sviluppo della civiltà. Così come capisco che chi si ritrova a dover combattere per un proprio amico o familiare affetto da malattie incurabili, destinato a prematura morte e senza altra alternativa che la ricerca sugli animali, possa trovarsi in grosse difficoltà dinanzi alla questione etica. Nell’ultimo decennio, tuttavia, le ricerche che prevedono modelli del tutto privi di sperimentazione animale sono arrivati a costituire un’alternativa indiscutibile all’orrore della vivisezione, tecnica che, fra l’altro, risulta spesso fine a se stessa e priva di un obiettivo concreto. La Green Hill “ospita”cani beagle per i laboratori di vivisezione, dei quali più di 250 finiscono ogni mese negli stabulari, tra le mani dei vivisettori e sui tavoli operatori. Dentro i suoi capannoni sono rinchiusi fino a 2500 cani adulti, più le varie cucciolate. Tra i suoi clienti figurano laboratori universitari, aziende farmaceutiche e centri di sperimentazione. Senza entrare nei rivolti giudiziari della vicenda, è evidente che strutture come quella di Montichiari possono esistere e fatturare alla luce del sole sfruttando pieghe e incongruenze di una regolamentazione nazionale sull’uso di animali a fini di ricerca scientifica che è anacronistica e “lettera morta”all’atto pratico. È giunta l’ora di porre fine a questo scempio.
Sergio Canello
mondo
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In alto: Kamal alGanzouri, il nuovo premier egiziano scelto ieri dai militari, assieme a Mubarak negli anni Novanta. A destra, i manifestanti di piazza Tahrir, che non hanno apprezzato la scelta della Giunta, in preghiera. Al centro è visibile il candidato alla presidenza e nobel per la Pace El Baradei
La Casa Bianca preme per un rapido trasferimento di poteri dalla giunta militare. Che ieri ha scelto un nuovo Primo ministro
Tutti all’ombra del Cairo
Non solo i manifestanti di Piazza Tahrir, anche i leader della Lega Araba lavorano sulla Siria dalla capitale egiziana. Come Abu Mazen e Meshal di Antonio Picasso Il Cairo il cuore della rivoluzione. E non solo quella egiziana. La megalopoli adagiata sulle rive del Nilo resta l’epicentro della protesta di piazza, come pure il collettore di tutte le decisioni, sia per la normalizzazione del Paese, quanto nell’affrontare i problemi esterni ai confini nazionali. Piazza Tahrir, ieri, è stata protagonista di un’altra protesta. I manifestanti hanno respinto la nomina del nuovo premier, Kamal al-Ganzouri, scelto dalla giunta.Tantawi sembra che abbia soddisfatto solo i sei principali partiti islamici, i quali avevano chiesto la formazione di un governo tecnico. La loro richiesta è stata accolta. Tuttavia, l’Organizzazione legittima islamica per i diritti e la riforma (Ilbrr) ha condannato ogni tipo di violenza commessa negli ultimi giorni e ha chiesto l’apertura di una relativa indagine. Il tutto fa ben capire il potere della Fratellanza musulmana. Organizza sottobanco i cortei, impone alla giunta un nuovo esecutivo, per poi contestarne le modalità di repressione e infine si avvia alla vittoria elettorale. Nel frattempo, è lecito chiedersi quanti al Cairo vogliano davvero andare al voto. Eccezion fatta per i Fratelli musulmani. Con il 40% di preferenze che si calcola potrebbero prendere, la loro po-
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sizione in merito è scontata. «Le condizioni in cui versa l’Egitto sono tali da non garantire che le prossime parlamentari riusciranno a soddisfare le istanze della rivoluzione».
È però la riflessione fatta da Salah Adli, portavoce del Partito comunista egiziano, che dopo anni di attività clandestina ha ripreso le sue attività. L’opposizione alle urne da parte di un soggetto come questo, piccolo sì ma inequivocabilmente a-religioso, fa da cartina tornasole alle perplessità che animano
Presi dai pirati somali 7 mesi fa Kamal al-Ganzouri: classe 1933 e già premier sotto Mubarak tra il ’96 e il ’99. Non è la quintessenza del nuovo. Non è la garanzia per il successo della rivoluzione e la normalizzazione politica del Paese. Succede sempre al Cairo. L’altro giorno le due fazioni opposte dell’Autorità palestinese si sono riunite proprio nella capitale egiziana per un vertice bilaterale. Ne è emersa una nuova parthership – così l’hanno chiamata – che dovrebbe portare all’agognato voto, nel West Bank come pure a Gaza. «Non ci sono più differenze tra noi», si leggeva nel comunicato congiunto. Parole che lasciano spazio a tutte le perplessità del caso. A ogni modo, è importante sottolineare la discrepanza di scenari, fra Tahrir e i vicini palazzi del potere, dove la diplomazia araba prosegue le proprie attività. Lo stesso si può dire per la Siria. Perché ieri è stato il turno della Lega araba. Organizzazione basata anch’essa all’ombra delle piramidi. Si era in attesa di un via libera di Damasco affinché gli osservatori dei suoi ormai ex alleati regionali potessero entrare nel Paese e toccare con mano il livello di repressione perpetrato da Assad. Per l’appunto, un comitato Onu a Ginevra ha denunciato alcuni casi di tortura che avrebbero coinvol-
Kamal al-Ganzouri: classe 1933 e già stato premier sotto Mubarak tra il ’96 e il ’99. Non è certo il nuovo che avanza, né la garanzia per il successo della rivoluzione e la normalizzazione politica del Paese. E i militari lo sanno il frastagliato laicismo egiziano. Troppi partiti, troppe posizioni divergenti, quindi un ampio margine a beneficio del blocco musulmano. È tardi ormai per accorgersi di tutto questo. Mubarak è caduto ben nove mesi fa. Possibile che da allora nessuno si sia reso conto del pericoloso aut aut in cui rischia di scadere il Paese? O una nuova dittatura in uniforme, oppure l’incognita della Fratellanza. Il mondo laico non ha fatto nulla per aprirsi una sua terza via potenzialmente vittoriosa. D’altra parte, come non dare ragione alle manifestazioni che proseguono a piazza Tahrir?
Liberati ostaggi del mercantile Rosalia D’Amato Dopo sette mesi di prigionia, sono stati liberati dalla Marina militare italiana i marinai del Mercantile italiano Rosalia D’Amato, sequestrato dai pirati somali lo scorso 21 aprile al largo delle coste somale. Nel momento del sequestro a bordo della Rosalia si trovavano 21 uomini; 6 marittimi italiani e 15 filippini. Degli italiani 4 sono campani: Gennaro Odoaldo, terzo ufficiale di coperta, Vincenzo Ambrosino, allievo ufficiale di macchina, entrambi di Procida, Giuseppe Maresca, secondo ufficiale di coperta di Vico Equense, Pasquale Massa primo ufficiale di coperta di Meta di Sorrento, ma residente in Belgio. Gli altri due sono siciliani: uno di Messina, il comandante Orazio Lanza e l’altro di Mazara del Vallo, il direttore di macchina Antonio Di Girolamo. Se confermata la notizia, nelle mani dei pirati resterebbe l’quipaggio della petroliera italiana “Savina Caylyn” ( 5 italiani e 17 indiani) sequestrata lo scorso otto febbraio.
mondo a conoscenza della lingua araba è necessaria per scrivere degli arabi o per definire una linea politica nei loro confronti? Sì, affermano spocchiosi alcuni esperti che, dopo aver imparato la lingua, sono normalmente noti come arabisti. Sulla rivista Historically Speaking, per esempio, Antony T. Sullivan (professore universitario e direttore del Minaret of Freedom Institute) fa pesare come fosse un macigno la sua autorevolezza in merito. Criticando un articolo (The Military Roots of Islam), scritto da George Nafziger e Mark Walton, due non-arabisti, Sullivan ha scritto: «Sono convinto che la conoscenza delle lingue straniere e un’accurata traduzione delle parole e dei concetti siano molto importanti, e pertanto devo confessare di essere rimasto molto deluso da questo testo». Non entro nel merito dell’autostima di Sullivan, ma sono andato a cercare gli errori. E quale terribile abbaglio hanno preso i due autori per indebolire la loro tesi? Hanno frainteso il jihad (la guerra santa islamica)? No, qualcosa di molto peggio. Hanno più volte fatto riferimento alla direzione della preghiera musulmana utilizzando il termine qilbah. «Questo è sbagliato - ha tuonato Sullivan - Nafziger e Walton hanno invertito la seconda e la terza consonante della parola araba (radice: qaaf-baalaam). Il vocabolo esatto è qibla (con l’accento sulla prima sillaba). Il sistema di traslitterazione raccomandato dall’International Journal of Middle East Studies, l’autorevole rivista accademica americana del settore, ritiene che non c’è alcun motivo di aggiungere
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Per il direttore del Middle East Forum sta nascendo una campagna di delegittimazione
In difesa di chi non parla l’arabo Dibattito negli Usa: si può scrivere di Medioriente senza conoscere la lingua? di Daniel Pipes una “h” alla lettera finale (taa marbuuta) di parole come qibla». E ancora: «È inopportuno che chi non possiede la padronanza della lingua araba scriva su temi che richiedono una certa competenza linguistica. Ma purtroppo di questi tempi ciò è fin troppo comune».
Il punto è che Nafziger e Walton capiscono perfettamente come la guerra sia «il principale processo attraverso cui l’Islam si è diffuso in tutto il mondo», mentre Sullivan, nonostante la sua familiarità con le “taa marbuuta”, diffonde disinformazione islamista («il terrorismo e il jihad non sono la stessa cosa, ma sono dei nemici storici»). Il suo errore si inserisce in un più ampio inganno islamista, celando il vero significato del jihad e fingendo che ciò comporti un miglioramento personale piuttosto che una guerra offensiva. Juan Cole, un docente dell’Università del Michigan, offre un altro esempio colorito dello snobismo arabista. La sua biografia ufficiale dichiara che lui «ha padronanza della lingua araba, persiana e ur-
to bambini e adolescenti. L’ultimatum sarebbe dovuto scadere alle 13 ora italiana. Poi è stato procrastinato. Il governo Baath, a fine giornata, non aveva ancora fatto una piega. L’atteggiamento temporeggiante discredita, tuttavia, la Lega. Questa non può lanciare minacce e poi non metterle in pratica. Rischia di creare precedenti a cui si potrebbero appigliare altri governi in futuro.
Ben più dura, invece, la posizione turca, animata da un crescendo di inflessibilità durante questa settimana. L’Occidente, dal canto suo, spera di riportare la questione in sede Onu, auspicio sottolineato anche dal nostro ministro degli esteri Terzi di Sant’Agata. Ankara in tal senso potrebbe realizzare quel lavoro sporco sul territorio senza dover scomodare Nato o Lega. La rotta è ostacolata dalla Cina, la quale si sa non è disposta a concedere le sanzioni contro Dama-
Dall’Iran alla Siria: tutti parlano di Israele, ma nessuno conosce l’ebraico e obietta su questo. La verità è che in atto una campagna per denigrare opinioni e studi occidentali
sco. Tutto resta però fermo, sia al Cairo che a New York. A causa del silenzio siriano, oggi si terrà una riunione straordinaria dei ministri delle Finanze dei Paesi membri per mettere a punto il varo di sanzioni economiche esclusivamente in seno al mondo arabo. È possibile inoltre che domani si abbia un vertice di emergenza tra tutti i capi delle diplomazie locali. L’invitato d’onore dovrebbe essere la Turchia, che della Lega non fa parte ma la cui visibilità è in costante aumento. Sede di entrambi i summit: Il Cairo. Chissà che le convulsioni egiziane non facciano da stimolo proficuo per un’azione risolutiva in Siria. Fuori dal contesto mediterraneo, restano aperte le questioni Yemen, Bahrein e soprattutto Arabia Saudita. Per inciso: tutto avvenga senza il coinvolgimento di Ryiadh. Così la pensano gli Stati Uniti. Ieri a Sana’a è stata indetta una nuo-
du e legge il turco». In modo assurdo, Cole sostiene che molti dei problemi avuti dagli americani in Iraq siano il frutto della mancata conoscenza della lingua araba: «È pieno di esperti improvvisati che non sanno la lingua né mai hanno vissuto in Medioriente». Peccato che la sua vantata conoscenza multilinguistica non gli abbia impedito di fornire consigli terribili come, ad esempio, incoraggiare Washington ad avere fiducia nei Fratelli musulmani e a negoziare con Hamas. In modo divertente, Cole in particolare biasima aspramente l’American Enterprise Institute (Aei), chiedendo: «C’è qualcuno (…) là che ha mai pronunciato una parola di arabo?» e deride soprattutto Michael Rubin, resident scholar dell’Aei, già direttore del Middle East Quarterly. «Non ho mai visto Rubin citare una fonte araba e mi domando se ne conosca la lingua». Rubin (nella cui biografia non si parla della sua padronanza linguistica) m’informa di avere «una conoscenza sufficiente della lingua araba» da permet-
va manifestazione contro l’accordo firmato dal presidente Saleh e che prevede un suo passo indietro in favore del suo vice, Abdrabuh Mansur Hadi. La road map per il passaggio di consegne parla di un interregno troppo lungo, tre mesi prima di arrivare alle elezioni, e soprattutto gestito dalle seconde linee del regime che sta crollando.
Lo Yemen segue quindi il modello (malato) egiziano. Con il rischio, assai probabile, che nulla cambi. Peraltro, il figlio del presidente, Ahmed Ali Saleh e i suoi diretti rivali – il generale Ali Mohsin e la famiglia degli Ahmar – sono sul sentiero di guerra. Non siamo lontani dallo scontro civile. Il che pregiudicherebbe il valore di qualsiasi documento fresco di firma. Concludiamo planando sul Golfo persico. Entrambi gli scontri in Bahrein e nella città saudita di Qatif nascono dall’irrequietezza delle rispet-
tergli di leggere e citare i quotidiani in lingua araba utili alle sue analisi politiche. A differenza di Cole, Rubin non ostenta di aver imparato delle lingue difficili e a differenza di Cole, fornisce dei sensati consigli su una vasta gamma di questioni. Si noti anche l’incoerenza di Cole e di altri arabisti; Lee Smith del The Weekly Standard fa rilevare: «Tutti queste persone scrivono liberamente di Israele, anche se non conoscono l’ebraico». Ed è proprio così.
E ancora: mentre si riesce a malapena a immaginare una ricerca seria sugli Stati Uniti senza conoscere l’inglese, i non-arabisti scrivono dei saggi utili e importanti sugli arabi grazie a una vasta gamma di informazioni scritte nelle lingue occidentali, soprattutto in inglese. Ad esempio, ho elogiato il volume di David Pryce-Jones, The Closed Circle: An Interpretation of the Arabs, definendolo «una pietra miliare per comprendere la politica mediorientale». Il punto è che chi è di madrelingua araba in genere ha bisogno di informazioni disponibili nelle lingue occidentali per eccellere. Non fraintendetemi, conoscere le lingue è importante. Ma come suggeriscono questi esempi, le lingue non proteggono contro le ideologie, le fissazioni, la pedanteria o la disinformazione. Esse non garantiscono né un sapere di qualità né le intuizioni politiche. Chi ha imparato l’arabo può essere orgoglioso di questo risultato, senza vantarsene e credere di essere qualificato a parlare solo per questo. Perché si tratta di uno strumento tra tanti e non di uno status.
tive comunità sciite. Al-Jazeera denuncia la fomentazione iraniana. A Teheran non par vero di assistere al caos dei sunniti arabi. Un vantaggio parziale però, visto che nella bolgia vi è scaduto pure l’amico siriano. Peraltro, non si capisce il perché agli occhi della televisione qatariota le rivolte del Mediterraneo sia buone e quelle del Golfo no. L’obiettività della più illustre testata araba mostra i propri vincoli ideologici di fronte al rischio di uno scontro confessionale che non fa gioco ai suoi finanziatori. Insomma, Il Cairo e Damasco hanno bisogno di riforme, la monarchia saudita e i suoi emirati satelliti possono invece proseguire sulla strada attuale. E chi si oppone sarebbe un sovversivo sciita pagato da Teheran. No, i due pesi e due misure non agevolano la rivoluzione e soprattutto non contengono le tante derive estremistiche. Derive che al Cairo si conoscono fin troppo bene.
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grandangolo A oggi sono dodici gli esemplari ancora in giro per il mondo
All’asta siam fascisti! Va all’incanto la Fiat 2800 di Mussolini
L’auto fu commissionata nel 1943 dal duce in persona con l’intento di uguagliare per imponenza le numerose Mercedes che scarrozzavano Hitler nelle sue note parate oceaniche. La vettura però non arrivò mai a destinazione: la notte del Gran Consiglio pose fine al suo potere e ai suoi agi prima che potesse sedersi alla guida di quel gioiello di Gabriella Mecucci a all’asta l’auto che fu di Mussolini. L’anno passato è toccato alla Mercedes di Hitler. E, ironia della sorte, se l’è comprata un russo straricco che l’ha pagata nientemeno che dieci milioni di euro. Un vero botto. Pensare che la povera Zil - la casa produttrice delle limousine per i capi sovietici - è stata tristemente chiusa qualche mese fa! Nessuno vuol comprarsi più quella sorta di catafalchi blu o neri che ospitarono al loro interno da Stalin sino a Eltsin (Lenin preferiva spostarsi in treno). Non le ha volute più nemmeno Putin che ha scelto le Mercedes mentre agli alti burocrati ha messo a disposizione le Bmw. I potenti hanno sempre amato parecchio le auto lussuose e veloci: una ostentazione di ricchezza e di lusso che ha portato Gheddafi a farsi costruire una 500 del valore di 100mila euro.
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Ma torniamo a quella meraviglia che il duce chiese di produrre alla Fiat nel 1943. Eravamo in piena guerra, ma la smania mussoliniana di avere un bolide bello e veloce almeno quanto quello con cui il furher si presentava alle adunate oceaniche, non si fermò davanti a niente. E a Valletta venne chiesto di realizzare in un battibaleno una 2800 ultrapresidenziale: 6 cilindri, 85 cavalli, 130 all’ora al massimo e un consumo da far paura, 17 litri per 100 chilometri. La Fiat ne fece in tutto 12 esemplari e tre sono rimaste tutt’ora di sua proprietà.
Quanto al duce, quella vettura non arrivò mai nelle sue mani di pilota tardo prese la patente in età piuttosto avanzata - ma appassionato. Se l’avesse potuta usare, c’è da giurarlo, ci avrebbe fatto qualche bella gita con Claretta: erano entrambi appassionati della velocità. E chissà? Forse anche con tutta la famiglia, Rachele in testa, tendenzialmente sobria e contraria alle esibizioni. L’auto scoperta rappresentava però per Mussolini qualcosa di più di un veicolo o di un bell’oggetto: grazie alle spider scoperte, poteva mostrare il suo corpo for-
Nel 1954 il veicolo ospitò in gran sfilata il presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Tempo dopo, anche Giuseppe Saragat te e il suo volto volitivo agli italiani. Allora non c’era chi non lo considerasse un bell’uomo e il suo aspetto era un elemento utile a calamitare il consenso: come dimenticare il successo del suo dorso nudo per promuovere la campagna del grano o i bei costumi da bagno
con i quali si tuffava in acqua nell’amata Riccione, seguito da un nugolo di donne urlanti? Non c’erano solo le italiane in delirio, ma anche le tedesche, le polacche, le russe. Il corpo del dittatore fu un elemento dunque del suo ascendente e del suo potere. Figurarsi se avesse potuto mostrarlo vestito da eleganti divise e issato su di un’auto decappottabile di rara eleganza come era la 2800 Fiat! Ma l’operazione non gli riuscì: il 1943 infatti fu l’anno della sconfitta e non quello dei trionfi, accompagnati da parate e magari seguiti da qualche spensierata corsa i macchina all’allora proibitiva velocità di 130 all’ora. La notte del Gran Consiglio pose fine al potere e agli agi che ne conseguivano. Il duce fu fatto arrestare dal re a Villa Ada, finì prigioniero a Ponza. E più avanti al Gran Sasso. Infine la terribile avventura di Salò con al termine la fucilazione e Piazzale Loreto. Per la 2800 fiammante non ci fu più spazio nella sua vita. L’ultimo mezzo di trasporto su cui salì era quel camion col quale avrebbe dovuto passare il confine e che lo portò invece nelle mani dei partigiani. La Fiat superveloce passò dunque nella vita di Mussolini come un sogno inafferrabile, come un desiderio di bellezza e di potere. Mentre la propria bellezza era già tramontata e il potere stava per farlo. Ma un’auto così non soddisfaceva solo la rappresentanza, non era solo uno strumento di propaganda, per il duce era anche un’autenti-
ca passione. Per lui valeva l’adagio - allora come oggi di gran moda - che mette insieme la predilezione per le donne e quella per i motori.
Cominciò a guidare solo a 39 anni, nel 1922, ma fu da subito un grande amore. La sua prima vettura fu una Bianchi “Tipo 15”, regalatagli con una sottoscrizione da Margherita Sarfatti - la loro storia d’amore era iniziata nel 1918. Poi seguì un’Alfa spider, anch’essa dono della scrittrice. C’è una lettera di Mussolini all’ingegner Nicola Romeo in cui si magnificano le doti dell’autovettura, ma si rimprovera all’azienda di usare troppi pezzi prodotti all’estero: un orologio svizzero, la «tromba francese», i «magneti tedeschi della Bosch». Il duce avrebbe voluto qualcosa di più italiano. Nonostante le lagnanze però non smise mai di usare le Alfa superveloci: passò da una spider 1500 ad una spider 2300 superleggera, sino alla “Berlinetta Mille Miglia”del 1937. Di tutte le sue auto, che spesso guidava personalmente, la più famosa è l’Alfa 1750 GT decappottabile con cui sorpassò l’Aurelia di Claretta, diretta verso il lido di Ostia. La ragazza era giovane, ma già sposata, e suo marito, Riccardo Federici, accompagnava quel giorno la moglie. Nonostante ciò la passione scoppiò sin da subito. Benito, che lei adorava fanaticamente come molte donne italiane, le passò vicino a bordo della “rossa” carrozzata Zagato e la vide slanciarsi dal finestrino per fare
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e di cronach
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il saluto romano. La macchina di lui si fermò: Mussolini voleva conoscere quella bella ammiratrice. I due si misero a conversare e non la smettevano più. Era l’8 settembre del 1933. Un giorno straordinario per “l’uomo del destino” che precisamente dieci anni dopo vivrà invece uno dei suoi momenti più bui della sua vita. Claretta aveva per lui una venerazione speciale, nonostante non fosse propriamente una parvenue abbacinata dal potere: era infatti figlia dell’alta borghesia romana e il padre era il medico personale di Pio XI. Ma se l’incontro con la donna più amata nacque con la complicità di una corsa in auto per prendere un po’di sole in una calda giornata di settembre, la passione di Mussolini per i motori aveva origini ben più profonde. Risaliva alla giovinezza: amava infatti sin d’allora tutto ciò che era rischioso e che, al tempo stesso, riusciva a stupire gli altri. Basti pensare che, per avere in sposa Rachele, minacciò - se ci fosse stato un no - di ucciderla e di suicidarsi subito dopo. E che dire delle scazzottate che fece davanti al bar dove lavorava quella bella biondina per farsi notare? Con gli anni le conquiste femminile diventarono sempre più numerose: sino ad arrivare al sesso consumato in venti minuti, e in piedi, nel suo studio a Palazzo Venezia con le più belle signore romane, o alle minorenni, compresa la sorella di Claretta, che gli cadevano ai piedi e a cui non risparmiava certo le proprie attenzioni. Il piacere come rischio, ma anche il rischio come piacere.
Anche i motori rispondevano allo scopo: velocità a tutta manetta. Imprese non solo a bordo delle auto ma anche in volo: indimenticabile il suo arrivo alla conferenza di Stresa nel 1934 a bordo di un idrovolante. Ammaraggio perfetto, da vero campione della cloche: un coup de théatre particolarmente riuscito. Del resto aveva preso il brevetto da pilota prima che la patente della macchina. Col passare degli anni e con le nuove alleanze contratte a Berlino, c’era sempre bisogno di qualche cosa di più per stupire. L’auto diventava uno status symbol del potere del dittatore. E gareggiare
confronto. Nel 1937 era entrato in funzione a Torino lo stabilimento di Mirafiori: un tentativo di accorciare le distanze tecnologiche e quantitative con gli altri Paesi.
A bordo del “bolide” blu con interni neri salì perfino l’arcivescovo di Milano Montini, futuro Papa Paolo VI con Hitler non era semplice. Si rischiava di essere soverchiati. Da qui la richiesta alla Fiat di non guardare a spese e di fare quella 2800 speciale che non avrà mai fra le mani: continuerà a servirsi delle Alfa Romeo anche nel periodo di Salò e, immediatamente prima, di qualche sobria Lancia blu. Il bolide tutto italiano - ne faranno solo 12 esemplari in tutto - resterà a Torino. Hitler non lo vedrà mai. Non va trascurato che Mussolini lo aveva ordinato non solo per il suo piacere o per passione, ma anche per mostrare al mondo e agli alleati la forza della nostra industria che non doveva essere seconda a nessuno. Autarchici e capaci di sfornare prodotti eccellenti: questo voleva dimostrare coram populo. Del resto in Italia la diffusione delle auto era di gran lunga inferiore a quella di altri paesi. Su tutti svettavano gli Stati Uniti e di seguito - a grande distanza - venivano Inghilterra e Francia. Poi la Germania. Hitler aveva investito molto per far crescere la produzione e la vendita di motori. Aveva tagliato le tasse alle aziende. Aveva sponsorizzato personalmente i prodotti migliori della Mercedes. L’Italia, dunque, veniva buon ultima. E Mussolini voleva reggere il
La 2800, ordinata nel 1943, poteva servire a ridurre quelle qualitative. Insomma, sull’autovettura che andrà all’asta fra pochi giorni si erano concentrate tanti desideri, tanta poesia ma anche tanta prosa. Era un investimento in immagine che aveva anche un importante valore sul piano economico. Gli esemplari della 2800 rimasti in mano alla Fiat saranno in servizio anche in epoca repubblicana. Ci saliranno personaggi ben diversi da Mussolini: c’è una foto ad esempio che vi ritrae a bordo Luigi Einaudi. Nata per servire lo spirito di grandezza del dominatore del Ventennio, servirà invece per trasportare uomini che fecero della sobrietà la loro cifra di vita. E così - a bordo di quello che doveva essere un simbolo dei trionfi italiani - portarono il paese faticosamente fuori dalle sabbie mobili in cui l’aveva precipitato il fascismo. La 2800 diede un passaggio anche ad un altro inquilino del Quirinale: Giuseppe Saragat. E poi finì coll’ospitare un personaggio che aveva tutt’altra caratura: Giovan Battista Montini, prima però che diventasse papa, all’epoca in cui era arcivescovo di Milano. Poi, il bolide scomparve dalla scena. Ora riaffiora e finisce sul mercato. Chissà se lo comprerà qualche magnate russo alle cifre da capogiro che sono servite per acquistare la Mercedes di Hitler? Chissà che un qualche oligarca del regime di Putin non voglia fregiare il suo Paese anche di questo lussuoso arredo? La battaglia vera con cui venne sconfitta l’alleanza bellica fra Hitler e Mussolini la vinsero i suoi antenati alle porte di Leningrado, ma i loro eredi, diventati mostruosamente ricchi, potrebbero desiderare di comprarsi anche i simboli dei dittatori che contribuirono ad eliminare. Chiunque acquisti la 2800 Fiat avrà fra le mani un oggetto che evoca passioni e deliri, trionfi e terribili tragedie, ma anche lavoro, difficoltà, fatica di un popolo. Un pezzo di Grande Storia.
Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Unione di Centro per il Terzo Polo
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parola chiave CITTADINANZA
È uno dei problemi più seri indotti dalla globalizzazione e dagli attuali processi migratori, che va affrontato con molta serietà e senza vizi ideologici. Ma tra l’indifferenza o l’ostilità nei confronti dell’integrazione e l’eccessiva disinvoltura, occorre trovare una terza via
Uno, nessuno, centomila di Sergio Belardinelli è a mio avviso un nesso molto stretto tra l’indifferenza e addirittura l’ostilità che una certa cultura dominante ha manifestato in questi anni nei confronti del tema dell’identità dei popoli e delle nazioni e la disinvoltura con la quale quella stessa cultura tende oggi a usare l’idea della cittadinanza come strumento d’integrazione interculturale. In entrambi i casi emerge una fondamentale mancanza di comprensione di uno dei problemi più seri indotti dalla globalizzazione e dagli attuali processi migratori: appunto il problema dell’integrazione di persone provenienti da culture assai differenti tra loro.
C’
Così come ieri in molti sostenevano la necessità di preparare il terreno a un’epoca nuova, un’epoca di post-identità, visto che l’identità, secondo costoro, poteva essere soltanto motivo di conflitti irriducibili; allo stesso modo si sostiene oggi che per integrare persone di diversa provenienza culturale si debba utilizzare la concessione della cittadinanza politica e del diritto di voto. E questo senza nemmeno fare troppa
attenzione al fatto che, mentre noi occidentali abbiamo depotenziato il tema dell’identità culturale, fin quasi a diventare nessuno, altri popoli, vedi un certo mondo islamico, tendono addirittura a esasperalo in modo fanatico. Sulla scorta di autori come Jürgen Habermas o Ulrich Beck, l’espressione «cittadinanza cosmopolita» è entrata ormai nel linguaggio comune. Con disinvoltura si parla di diritti di cittadinanza, al plurale, senza tenere nel debito conto il fatto che il cosiddetto diritto di cittadinanza riguarda soprattutto l’identità politico-giuridica del cittadino, il diritto in virtù del quale un individuo diventa parte di una comunità nazionale, non i cosiddetti diritti sociali ed economici, i quali, invece, spettano a tutti gli stranieri che vivono e lavorano regolarmente su un qualsiasi territorio nazionale. So di fare un’affermazione politicamente molto scorretta, ma credo che sia di questi ultimi diritti che, specialmente in Italia, dovremmo soprattutto occuparci e preoccuparci. Il diritto a essere curati, a mandare i figli a scuola, ad avere un alloggio e un lavoro legale, legalmente retribuito: que-
sti sono i diritti che, senza se e senza ma, dobbiamo assicurare agli stranieri ospiti sul nostro territorio, non certo il diritto di voto. Oltretutto mi domando: siamo proprio sicuri che gli stranieri siano più interessati a quest’ultimo che ai primi? Non dispongo di dati certi, ma non direi. Quanto a noi, ho la sensazione che, accendendo i riflettori sulla necessità di rendere più breve il tempo per concedere la cittadinanza, compiamo semplicemente un balzo in avanti, che sembra più ideologico che altro. Molto meglio sarebbe invece parlare dell’oggettiva arretratezza che ci contraddistingue sul fronte dei diritti sociali ed economici.
A scanso d’equivoci, dico subito che, in linea di principio, non ho nulla contro la concessione della cittadinanza agli stranieri; sono anche d’accordo sul fatto che si possa discutere su una eventuale riduzione degli anni di regolare permanenza sul nostro territorio per ottenerla. Lo stesso dicasi, come ha ricordato proprio in questi giorni il presidente Napolitano, circa l’oppurtunità di concederla a chi sul nostro terri-
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per saperne di più
hanno detto Giorgio Napolitano
J.M. Babolet Cittadinanza Liviana, Padova 1992 S. Benhabib I diritti degli altri Raffaello Cortina, Milano 2006 R. Cubeddu Le istituzioni e la libertà Liberilibri, Macerata 2007
Mi auguro che si possa affrontare la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. È un diritto elementare che dovrebbe corrispondere a una visione della nostra nazione di acquisire nuove energie per una società invecchiata, se non sclerotizzata.
Aristotele P. Donati La cittadinanza societaria Laterza, Bari 1993 J. Rawls Il diritto dei popoli Edizioni Comunità, Torino 2001
Ciò che è peculiare all’uomo, rispetto agli altri animali, è che lui solo sa percepire il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, e il resto. Ed è la comunanza in queste cose che fa una famiglia o uno Stato.
Immanuel Kant L. Sturzo La società sua natura e leggi Zanichelli, Bologna 1960
Il più grande problema alla cui soluzione la natura costringe la specie umana è di pervenire ad attuare una società civile che faccia valere universalmente il diritto.
M. Walzer Sfere di giustizia Feltrinelli, Milano 1987
Ralf Dahrendorf
W. Kymlicka La cittadinanza multiculturale Il Mulino, Bologna 1999
torio è nato. Considerata però l’estrema delicatezza del tema, specialmente quando le differenze culturali si fanno estremamente profonde, credo che occorra quanto meno procedere con realismo, evitando sia la Scilla delle chiusure nazionaliste e localiste, sia la Cariddi del cosmopolitimo multiculturalista.
Già nel 1862, un grande pensatore cattolico e liberale, Lord Acton, in una saggio intitolato Nationality, pur riconoscendo l’importanza dell’appartenenza nazionale come elemento d’integrazione socio-politica, metteva in guardia dal rischio nazionalistico. La funzione integrativa da parte della nazione non può essere svolta in modo rispettoso della libertà, se si intende la nazione come semplice «destino», come semplice comunione di elementi, diciamo così, «naturali» (uno stesso luogo, una stessa lingua, uno stesso sangue), dei quali l’Europa avrebbe sperimentato più tardi le degenerazioni «nazionaliste», fino alle più spaventose «pulizie etniche». Affinché l’idea di nazione possa svolgere «civilmente» la sua funzione integrativa e direi anche addomesticante rispetto a ogni fanatico nazionalismo, è necessario che sia anche «nazione poDall’alto, immigrati sbarcati a Lampedusa; la green card americana; un’immagine del film “Gran Torino” di Clint Eastwood. Nell’altra pagina, il disegno “Do unto others” di Norman Rockwell e i sans-papiers francesi
L’identità nazionale non è certo una bandiera da sventolare per innescare “conflitti di civiltà”, ma chi ambisce ad appartenere a una nazione deve essere disposto a vivere in un libero ordinamento politico, rispettandolo
La cittadinanza definisce in forma pratica ciò che tutti gli uomini hanno in comune, così che siano liberi di svilupparsi in tutta la loro diversità.
litica», cioè nazione collegata alla volontà e alla consapevolezza di liberi cittadini che vogliono vivere in un libero ordinamento politico, nel rispetto della propria e dell’altrui identità etnica e culturale. L’idea cristiana di libertà, scrive Acton in un passo ormai celebre, «accolse razze differenti entro uno stesso Stato. Una nazione non fu più, come nel mondo antico, la progenie di un comune antenato o il prodotto aborigeno di una particolare regione, cioè il risultato di cause puramente fisiche e materiali, ma divenne un organismo morale e politico; non fu più il prodotto di un’unità geografica o fisiologica, ma si sviluppò nel corso della storia sotto l’azione dello Stato». Su questa linea Acton arrivava persino a sostenere che la «combinazione di diverse nazioni in un unico Stato è una condizione di civiltà tanto necessaria quanto la combinazione degli uomini nella società». Se infatti «pensiamo che la libertà, come mezzo della realizzazione dei doveri morali, sia la meta della società civile, dobbiamo concludere che gli Stati sostanzialmente più perfetti includono varie nazionalità distinte senza opprimerle. Imperfetti sono invece quegli Stati nei quali non si ha miscuglio di razze; e decrepiti quelli che non ne risentono più gli effetti». Siccome condivido questi pensieri di Acton, spero che sia chiaro quanto poco mi piacciano le posizioni di chi usa l’identità nazionale o locale come una bandiera da sventolare contro lo straniero o per innescare «conflitti di civiltà». Se però è vero, e io ne
sono convinto, che oggi l’appartenenza alla «nazione politica» non è più determinata soltanto dalla nascita, dalla lingua o dal sangue, bensì dalla volontà e dalla consapevolezza di cittadini che vogliono vivere in un libero ordinamento politico, nel rispetto della propria e dell’altrui identità etnica e culturale, allora non possiamo prendere troppo alla leggera il problema dell’accertamento di questa volontà e consapevolezza da parte di coloro che, appartenendo a culture differenti, talvolta molto differenti dalla nostra, chiedono di entrare a far parte a tutti gli effetti della nostra comunità politica. Meno che mai possiamo appiattirci sull’idea della cittadinanza politica come uno dei tanti diritti che possono essere rivendicati da chiunque e in qualsiasi posto.
I diritti, lo sappiamo, vanno presi sul serio; quando si parla di cittadinanza è bene considerare che si tratta di un tema da prendere addirittura molto sul serio. Farne un diritto rivendicabile da chiunque su qualsiasi territorio significa non capirne la particolare natura, ridurla a un’astrazione del tutto irreale. Non è di una cittadinanza cosmopolita che abbiamo bisogno, specialmente se la pensiamo in una prospettiva post-identitaria. Semmai abbiamo bisogno di identità forti e cosmopolite, capaci proprio per questo di essere «attive e prospettive», nonché capaci di gettare ponti verso coloro che appartengono ad altre culture e, soprattutto, di meritare il loro rispetto: se ci pensiamo bene, la condizione più importante per richiedere e concedere la cittadinanza.