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he di cronac
La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore
Voltaire
9 771827 881004
di Ferdinando Adornato
QUOTIDIANO • MARTEDÌ 29 NOVEMBRE 2011
DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK
Malgrado le previsioni nere, la Borsa di Milano ha guadagnato oltre quattro punti. Vendite record per i Btp
Il Natale della recessione Italia 2012: l’Ocse vede nero. Moody’s: a rischio tutta l’Europa Allarmanti stime dell’Istituto di Parigi: il Pil andrà a -0,5 e la disoccupazione crescerà ancora. Obama riceve Barroso e Van Rompuy: «Fate in fretta, evitate il contagio e siate più decisi» L’OPZIONE DEL CORAGGIO
Retroscena: i progetti presentati agli Usa
Signora Merkel, lasci libera la Bce di Draghi
Ipotesi due euro, ipotesi addio euro
di Osvaldo Baldacci
di Enrico Singer
ecessione. La parola che fa più paura. E i giornali che parlano di piano B delle grandi banche in caso di fallimento dell’area euro. Mentre le Agenzie di rating continuano a muoversi in modo da destare il sospetto di essere più interessate al caos che al ripristino della stabilità, più vicine agli speculatori che a chi combatte la crisi. Serve uno scatto da parte di tutta l’Europa. a pagina 2
bama è preoccupato. Molto preoccupato. E lo ha detto a Barroso e a Van Rompuy sbarcati ieri a Washington all’inizio di una settimana che sarà cruciale per la moneta comune europea: «Fate in fretta, evitate il contagio e siate più decisi». Per il presidente americano, se non si troverà una ricetta efficace per arginare la crisi dell’euro, tutta l’economia mondiale rischia di entrare in depressione. Anche la coppia che è al vertice delle istituzioni europee è preoccupata, ma ieri non è andata alla Casa Bianca a mani vuote. Perché un piano per salvare l’euro c’è. Anzi, ce ne sono due. a pagina 4
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Il consiglio dei ministri vara la lista dei sottosegretari
Diagnosi di un conflitto sempre più duro
Nuovo ministro a sorpresa: Filippo Patroni Griffi alla P.A.
«La finanza corre nel XXI secolo, la politica è ferma al Novecento»
Completata la squadra di governo: Grilli (con Ceriani e Polillo) va all’Economia. Alla Giustizia, nominati Andrea Zoppini e Salvatore Mazzamuto.Viceministro allo sviluppo economico, Massimo Ciaccia
Il mondo ormai cammina a due velocità, diviso com’è tra iper-economia da una parte e democrazia dall’altro. Resta da capire se resisteranno i parlamenti alle speculazioni su grande scala o se il futuro sarà “cinese”
Marco Palombi • pagina 3
Riccardo Paradisi • pagina 8
Scende in campo anche Omar Sharif mentre il suo Egitto vota
Verso una nuova cittadinanza
Cambiamo le leggi, è l’epoca dei figli globali di Francesco D’Onofrio a nostra èra impone una rivisitazione del diritto alla cittadinanza. Ecco perché l’Italia deve modificare del tutto le proprie leggi. a pagina 14
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«Prima la fede, poi tutto il resto»
E Ratzinger scrive il catechismo dei politici
«Ora via i corrotti dal Cairo» «Nulla è cambiato, da Mubarak a Tantawi» di Rossella Fabiani n anno dopo le ultime elezioni dell’era Mubarak - macchiate da brogli e violenze - l’Egitto è tornato a votare nelle prime elezioni libere da decenni, ma in un analogo clima di violenza e caos, senza governo e con un nuovo premier incaricato, Kamal el Ganzuri, ripescato dai tempi del raìs. Ma Omar
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I QUADERNI)
• ANNO XVI •
NUMERO
231 •
Sharif non ha dubbi sugli esiti di quanto sta accadendo nel suo Paese. «Alla fine i militari lasceranno il potere al popolo di piazza Tahrir. Perché il popolo egiziano si è svegliato. Ed il Paese è di tutti noi. Ed ora non bisogna più ammazzare la gente». Tantawi? «Un corrotto». a pagina 10 WWW.LIBERAL.IT
• CHIUSO
di Luigi Accattoli a «solidità della fede» come base della presenza cristiana nella vita pubblica: il messaggio del Papa al Consiglio per i laici. a pagina 15
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IN REDAZIONE ALLE ORE
19.30
pagina 2 • 29 novembre 2011
la crisi dell’euro
La partita a scacchi tra Berlino e Francoforte
Ora la Merkel lasci libera la Bce di Draghi di Osvaldo Baldacci ecessione. La parola che fa più paura. E i giornali che parlano di piano B delle grandi banche in caso di fallimento dell’area euro. Mentre le Agenzie di rating continuano a muoversi in modo da destare il sospetto di essere più interessate al caos che al ripristino della stabilità, più vicine agli speculatori che a chi cerca di superare la crisi (a che serviva ieri parlare di rischi di default multipli quando tutti stanno serratamente lavorando per evitarli?). I dati Ocse di ieri sono l’ultima benzina sul fuoco di una realtà economica europea e italiana che desta grande grandissima preoccupazione: recessione per il 2012 e disoccupazione in crescita. Non è solo questione di crisi finanziaria. Non è solo questione di debiti pubblici molto vasti. Non è solo questione di fiducia, che peraltro è uno dei temi più importanti. È questione di sistema. Per questo ogni paese deve sbrigarsi a fare i propri compiti a casa per rimettere a posto i conti e rimettere in carreggiata il proprio profilo economico.
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Ma non basta certo che ognuno faccia per sé. Il problema è internazionale, e a livello internazionale va affrontato. Mettere ciascuno i conti a posto è fondamentale come tenere in ordine e in sicurezza le retrovie durante una guerra, ma il fronte è altrove. È un problema di sistema a livello europeo ed internazionale, per cui va ripensati meccanismi e leggi della finanza e dell’economia. E di conseguenza vanno adeguati gli strumenti. Un esempio su tutti, quello finora più sotto stress, è l’area euro. Ben vengano gli impegni presi e gli sforzi per favorire salvataggio, risanamento e rilancio. Ben vengano la collaborazione tra Germania e Francia e soprattutto il ritorno al tavolo dell’Italia. Ma che si faccia sul serio. La banca Centrale Europea ieri ha superato i 200 miliardi di acquisti di titoli degli stati europei dall’inizio della crisi. Ma la Bce non può essere solo il ricettacolo di titoli a rischio. Con gli acquisti di questi mesi potrebbe fare affari d’oro che creeranno un futuro di prosperità, se le cose andranno per il meglio. Ma per farle andare per il meglio la Bce deve poter contribuire più attivamente facendo la Banca e non solo l’acquirente di pietra. Quindi forse è arrivato il momento che la Germania che tanto ha fatto e che comunque crede nell’euro (la Merkel sta giocando molto del suo prestigio in difesa dell’Europa anche rispetto a un’opposizione interna al suo partito), deve però ora rompere gli indugi per affrontare i nodi esistenziali dell’economia europea. E la Francia, che in questo sembra più avanzata, deve però a sua volta liberarsi dei retropensieri Parigi-centrici e dei vincoli derivanti dalle prossime elezioni presidenziali. Il punto da sciogliere è sempre lo stesso: bisogna avere il coraggio di avere più Europa. Si è fatta al moneta unica, si sono create delle istituzioni, e poi non si è avuto il coraggio di andare più a fondo. Quelle istituzioni hanno più vincoli che poteri. Manca una politica economica europea, manca un sistema almeno coordinato di fiscalità e di investimenti. Manca una guida politica solida che regga il manico dell’economia. O si va in questa direzione o saranno guai.
Le previsioni dell’Ocse per il 2012 sono nerissime per tutta l’area euro
Crescita sottozero
Il prossimo anno sarà cruciale per la crisi: «Non escluso un default multiplo in Europa», secondo Moody’s. Ma le Borse provano a superare il pessimismo internazionale di Francesco Lo Dico
ROMA. Paesi dell’Europa a rischio di default e recessione generalizzata. Le stime dell’Ocse e il rapporto di Moody’s stringono la tenaglia attorno a Eurolandia. Se da Bruxelles non arrivano misure immediate, l’anno prossimo potrebbe arrivare il crac. La buona notizia è che per una volta le Borse non sembrano crederci. Sulle ali di un entusiasmo forse mal riposto nelle voci che danno il Fmi pronto a elargire prestiti monstre (i vertici hanno smentito), Milano chiude al 4,6 per cento, Francoforte al 3,6, Parigi al 4,1 e Londra al 2,3. Resta alta ma stabile la febbre dello spread nazionale che ieri ha fatto segnare 492 punti, ma le notizie che ci riguardano da vicino restano nefaste.
Nell’outlook semestrale pubblicato ieri dall’Ocse è scritto nero su bianco che nel 2012 l’Italia sarà ufficialmente in recessione. Le previsioni sul nostro Pil subiscono un brusco ridimensionamento: contrariamente all’aumento dell’1,6 per cento prospettato sei mesi fa dall’organizzazione internazionale, la nostra economia farà registrare un saldo negativo pari a 0,5 punti percentuali. Ma i dati provenienti dallo Château de la Muette disegnano un quadro fosco anche per i principali Stati europei, che nei giorni scorsi hanno scricchiolato come un sol uomo sotto il peso del famigerato spread. Meglio di noi, faranno l’anno prossimo
Francia e Spagna con un misero 0,3 per cento e il Regno Unito con uno 0,5. Mentre nel 2013, saremo la maglia nera della crescita con uno 0,5 per cento: record condiviso con Grecia e Portogallo. La prevedibile conseguenza è illustrata dal report speciale sull’Europa diffuso ieri da Moody’s. «Le probabilità di default multipli fra i paesi dell’area euro non sono più insignificanti. Più la crisi di liquidità continua, più rapidamente le possibilità di default aumentano», profetizza l’agenzia di rating. «Una serie di default aumenterebbe la probabilità che uno o più Paesi non solo facciano default ma lascino l’euro», rincara la società per azioni americana. L’Europa «ha punti di forza finanziari ed economici», concede Moody’s, «ma la debolezza istituzionale continua a frenare la risoluzione della crisi e pesa sui rating. Eurolandia è vicina a un bivio che la porterà o verso una più stretta integrazione o verso una maggiore frammentazione».
Parone non dissimili arrivano dal capo-economista e vice-segretario generale dell’Ocse, Piercarlo Padoan: «La situazione è decisamente peggiorata rispetto a maggio. Allora si pensava che l’economia globale stesse uscendo dalla crisi, ma ora stiamo tornando verso il basso e vediamo una lieve recessione dell’area euro a cavallo tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo», ha
la crisi dell’euro
29 novembre 2011 • pagina 3
«Non chiamiamole patrimoniale e Ici» Via libera ai sottosegretari. Il governo prepara una nuova manovra per restare tra i grandi di Marco Palombi
ROMA. Ora che ci sono anche i sot-
misure economiche che tutti aspettosegretari e, a sorpresa, un nuovo tano. La manovra del governo Monministro (FIlippo Patroni Griffi alla ti, che altro non è infatti, sarà licenPubblica amministrazione), la peri- ziata dal Consiglio dei ministri lugliosa fase d’inizio del gonedì prossimo, in temverno di Mario Monti s’è po per il Consiglio euconclusa: non tanto perché ropeo dell’8 e 9 dicemla squadra da adesso può bre: nel frattempo, ollavorare a pieno ritmo, tre a rassicurare l’Euquanto perché può tornare ropa che poi sostana riunirsi pure il Parlamenzialmente vuol dire to, che per le sue attività ha Germania, l’uomo delbisogno obbligatoriamente la Bocconi dovrà condella presenza di un memvincere della bontà bro dell’esecutivo. Ma vediamo la squadra. Oltre al nuovo responsabile della P.A., c’è un nuovo viceministro all’economia: è Vittorio Grilli. Sottosegretari sempre all’economia sono Vieri Ceriani e Gianfranco Polillo. Alla Presidenza del consiglio vanno Carlo Malincodelle sue scelte la nico (Editoria), Paolo Pecomposita coalizione luffo (Comunicazione), di partiti che lo sostieGiampaolo D’Andrea e Anne. Anche portare a tonio Malaschini (Rapporti termine i colloqui sarà con il Parlamento). Alla una fatica improba. Giustizia, dopo tante poleBasta ascoltare il semiche, sono stati nominati gretario del Pdl AngeAndrea Zoppini e Salvatolino Alfano, non a care Mazzamuto.Viene dall’a- Nelle foto, dall’alto: so cresciuto nella Dc, rea Intesa, invece, il vicemiper sentire un’aria anVittorio Grilli, nistro allo sviluppo econotica, diciamo da conCarlo Dell’Aringa mico, Massimo Ciaccia. e Massimo Ciaccia. vergenze parallele: «Il metodo che sta seA destra, L’agenda del Professore e guendo Monti è corMario Monti dei suoi ministri, d’altronretto rispetto a alle de, è pienissima: oggi poforze parlamentari meriggio il nostro sarà di che tra loro non sono nuovo a Bruxelles per una insieme, ma separatariunione dell’Eurogruppo, mente convergono». seguita domattina da un Le convergenze sepavertice Ecofin, poi finalrate, che va detto è mente potrà tornare a Roun’espressione nettama per mettere a punto le mente peggiore dell’il-
lustre precedente. «Non c’è bisogno di incontri, con Monti ci sentiamo continuamente», ha tagliato corto Pier Ferdinando Casini. Imbarazzato silenzio dalle parti del Pd. Sono i due partiti maggiori, infatti, che sembrano vergognarsi della scelta fatta dando la fiducia ad un governo di unità nazionale: unitariamente separati, direbbe Alfano. Quanto al menù su cui lavora il presidente del Consiglio è quello di cui si parla da giorni e pare fatto apposta per scontare tanto i berluscones di stretta osservanza quanto i bersanianos più intransigenti. Monti deve trovare un buon mezzo punto di Pil per il prossimo biennio (7,5 miliardi all’ingrosso) causa drastico peggioramento delle previsioni di crescita, più venti miliardi entro il 2013 se vuole evitare che la mannaia del taglio lineare su tutte le detrazioni, deduzioni e agevolazioni fiscali si abbatta sugli italiani e con speciale violenza su quelli con redditi medio-bassi. Sicuramente il governo dovrà intervenire sulle pensioni: il blocco della perequazione – ovvero dell’adeguamento al costo della vita – è fatto spiacevolissimo, ma ritenuto necessario a palazzo Chigi, cui far seguire la botta più dura, cioè la sostanziale abolizione delle pensioni di anzianità unita alla più popolare cancellazione dei regimi previdenziali di favore (doppi trattamenti e simili).
All’economia va un viceministro (Vittorio Grilli) che sarà affiancato da Vieri Ceriani e Gianfranco Polillo. Alla Giustizia, Zoppini e Mazzamuto
commentato. Pertanto, ha spiegato il professore, è l’insieme della zona euro ad andare male e quindi «la terza economia non può che risentirne». In particolare, se l’Ocse prevede per l’Italia un modesto rientro del deficit/pil (all’1,6 per cento nel 2012 contro il 2,6 stimato la scorsa primavera), e un debito al 120,4 per cento nel 2012 e al 118,9 nel 2013, la sensazione è che così irrilevanti migliorie corrisponderanno a mostruose cifre sociali. L’Ocse reputa che nel 2012 la disoccupazione salirà dall’8,1 per cento di quest’anno all’8,3 del 2012. Per continuare a crescere fino all’8,6 nel 2013, anno in cui l’occupazione scenderà dello 0,1 per cento e la crescita dei salari rallenterà (dal 2,8 del 2011 all’1,8 del 2012 e all’1,2 del 2013). Idem l’inflazione.
(Ici non si può dire sennò il Pdl si arrabbia, anche se la nuova tassa l’hanno inventata proprio loro nel federalismo fiscale), unita ad una revisione al rialzo delle rendite catastali ferme da oltre 15 anni. A questo vanno aggiunte poi le dismissioni del patrimonio pubblico, da indicare con precisione entro il prossimo aprile: 5 miliardi l’anno per un triennio l’obiettivo. C’è poi il misconosciuto (e ancora poco chiaro) capitolo crescita: abbassamento delle tasse su lavoro e impresa, un piano concreto di cantierizzazioni, lotta alla burocrazia.
Dal punto di vista delle entrate, si sa, i professori lavorano sui patrimoni: un’imposta secca e transitoria sopra il milione e mezzo è un’ipotesi assai gettonata, come pure l’accelerazione della nuova Imu
ra molto rapidamente. Ci sono chiari segni di contagio, ma la risposta di policy è dietro ai mercati e non davanti ai mercati, quindi insufficiente». Una dura bacchettata alla perenne indecisione dell’Unione europea, che Padoan assesta senza troppe perifrasi: «La zona euro ce la può fare benissimo, perché ha le risorse e la capacità istituzionale per riuscirci. Manca la volontà politica ed è questo l’aspetto più preoccupante», chiarisce. «Il contagio si sta diffondendo e andrebbe arrestato subito da un’azione decisa da parte dell’autorità europee, cosa che non sta avvenendo e questo crea un rischio
è possibile è uno scenario molto peggiore di quello prospettato come scenario centrale ed è una forte recessione nell’area euro l’anno prossimo e nel 2013. Quello sarebbe il risultato di eventi finanziari e creditizi gravi, compreso un default sovrano».
Padoan ha poi evidenziato che gli aumenti generalizzati dello spread «riflettono il giudizio dei mercati sui singoli Paesi, ma anche un fattore di contagio che è assolutamente urgente arrestare». L’economista ha spiegato che se la Bce volesse potrebbe arrestare il “virus”, «lo potrebbe fare isolatamente o in congiunzione con l’Efsf, il fondo salva-stati». Gli eurobond sarebbero la soluzione ad hoc per frenare il debito e finanziare la crescita, ma a patto di essere introdotti in un «contesto di notevole rafforzamento della governance fiscale e strutturale» di Eurolandia. Molto scettico si è detto invece il professor Padoan sull’ipotesi di un doppio euro. «I mercati devono sapere come si arresta il contagio oggi», ha detto, «ma anche che tipo di nuovo euro ci sarà quando usciremo da questa crisi». Se l’euro a due velocità «è una scorciatoia per l’ulteriore disintegrazione, non mi pare una soluzione. Perché alla fine ci sarà una velocità sola», è stato il duro giudizio del professore.
L’Ocse reputa che la disoccupazione salirà dall’8,1% del 2011 all’8,3 del 2012. Per continuare a crescere fino all’8,6 nel 2013. «L’Italia si è fermata», scrive l’organizzazione
«La ripresa economica ha perso impulso in Italia. La produzione calerà fino al 2012 inoltrato e la successiva ripresa si prevede ”debole”, annotano gli economisti dell’Ocse, riscontrando che «la crescita è probabilmente negativa già nell’ultimo scorcio del 2011. Secca la diagnosi: «L’attività si è fermata. Produzione industriale, fiducia ed export sono tutti molto deboli». Ma se la situazione italiana suscita allarme, ancora di più ne desta la condizione di Eurolandia, ha spiegato il capoeconomista dell’Ocse, Pierpaolo Padoan. «La situazione dell’area euro si deterio-
crescente». «C’e’ un obiettivo comune dell’area euro che va messo sopra ogni altro obiettivo nazionale. Tutti devono fare la loro parte, i Paesi che devono accelerare l’aggiustamento, come l’Italia e i Paesi che hanno meno problemi, ma possono contribuire a trovare una soluzione e ad avere una visione di lungo termine», ha chiarito il professore. Il crac dell’euro è sempre più vicino? «Il dissolvimento dell’area euro è la ’soluzione finale’», ha chiarito il membro dell’Ocse, «ma quello che
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la crisi dell’euro
Il presidente Usa ha incontrato i vertici dell’Unione. Sul tavolo, la richiesta di iniziative immediate per fermare il contagio
Due ipotesi sull’Euro
Barroso e Van Rompuy hanno provato a convincere Obama: l’unica via d’uscita dalla crisi è lanciare una doppia moneta. Con la Bce più autonoma e sanzioni pesanti per chi crea problemi ai conti di tutti. Ma c’è già chi stampa nuovi Marchi... di Enrico Singer bama è preoccupato. Molto preoccupato. E lo ha detto a Barroso e a Van Rompuy sbarcati ieri a Washington all’inizio di una settimana che sarà cruciale per la moneta comune europea. Per il presidente americano, se non si troverà una ricetta efficace per arginare la crisi dell’euro, tutta l’economia mondiale - e quella dei Paesi occidentali prima di tutto - rischia di entrare in depressione. I segnali ci sono già e arrivano ormai da ogni parte: dall’Ocse al Fondo monetario. Il New York Times ha scritto che le maggiori banche hanno già preparato i piani di emergenza nel caso della disintegrazione di Eurolandia entro il prossimo anno. Anche la coppia che è al vertice delle istituzioni europee è preoccupata, ma non è andata alla Casa Bianca a mani vuote. Un piano per salvare l’euro c’è. È quello che hanno messo a punto Germania e Francia in mesi di colloqui più o meno segreti dei loro sherpa cominciati dopo l’incontro a due MerkelSarkozy a Deauville. È il piano illustrato anche a Mario Monti la scorsa settimana a Strasburgo e che l’8 e il 9 dicembre sarà messo ufficialmente sul tavolo del prossimo Consiglio europeo con la speranza di farlo diventare la base di una specie di Maastricht-due: la riscrit-
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tura del libro delle regole sul quale si dovrà fondare il nuovo euro. Del piano circolano da almeno una settimana bozze diverse perché i tecnici hanno preparato più di uno scenario e dovranno essere i leader europei a scegliere tra le soluzioni possibili. Di queste bozze sono state pubblicate molte indiscrezioni – sull’inasprimento delle sanzioni per i Paesi-cicala, sugli automatismi delle misure di rigore, sul potere di Bruxelles di bocciare i bilanci nazionali – ma in discussione c’è molto di più.
Per la prima volta l’ipotesi dell’uscita di alcuni Paesi dall’euro diventa concreta. Nelle bozze del piano non è scritto in modo esplicito, ma è la stessa procedura della Maastricht-due a prevederlo perché chi vorrà fare parte della zona dell’euro “forte”, o quantomeno risanato, dovrà sottoscrivere le nuove regole – secondo uno degli scenari previsti, addirittura un nuovo Trattato – e chi non lo farà si tirerà automaticamente fuori dalla moneta comune. Nessuno, insomma, sarebbe cacciato. Ma l’asticella dei risultati da raggiungere potrebbe essere messa così in alto che qualcuno potrebbe rinunciare. E molti analisti scommettono che potrebbe essere proprio la Grecia. Seguita, magari, da Cipro di cui
nessuno parla, tanto è piccolo il Paese, ma che è stato già declassato da Moody’s ed è strettamente legato alle sorti economico-finanziarie di Atene. Sulla carta, anche l’Italia - come il Portogallo, la Spagna e la stessa Irlanda potrebbero avere difficoltà a rispettare i più severi parametri contenuti nel piano franco-tedesco di salvataggio dell’euro. Ma Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si fidano di Monti. Anche quell’ultima dichiarazione del presidente francese – «l’Italia è nel cuore dell’euro e chi la colpisce vuole colpire tutta la moneta unica» – va letta in questo senso, anche se Sarkozy vi ha poi aggiunto l’inevitabile invito al nostro Paese “a fare in fretta”
Il potere di Draghi e le paure di Berlino sono al centro delle trattative per Maastricht-due
quello che si è impegnato a fare. In altre parole, un’Eurolandia senza Italia non è pensabile. Ma questo non vuol dire che nulla cambierà nella composizione dei Paesi che hanno adottato la moneta comune – diciassette sui ventisette della Ue – e che, alla fine della riscrittura delle regole, saranno chiamati ad accettarle. O a dire addio all’euro.
La seconda Maastricht, però, è soltanto all’inizio. Anzi, non è nemmeno ufficialmente cominciata perché sarà il Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre a decidere come articolarla nei modi e nei tempi. Ed è meglio essere prudenti. Uno degli scenari possibili – che era ipotizzato anche nelle diverse bozze dei tecnici – sembra, tuttavia, definitivamente tramontato. È quello della divisione di Eurolandia in due gironi: i Paesi che ancora fanno parte del “club della tripla A” (Germania, Francia, Olanda, Finlandia, Austria e Lussemburgo) e tutti gli altri relegati in serie B. Proprio l’apertura di credito all’Italia – e, a quanto sembra, anche alla Spagna di Mariano Rajoy – ha fatto superare questa visione che è stata sostituita dalla proposta di un nuovo Patto di stabilità aperto a tutti i Paesi che ne sottoscriveranno l’aumentato rigore. I cardini delle nuove regole che
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L’economista Fabrizio Onida analizza le stime dell’economic outlook semestrale dell’Ocse
«Più risorse per il salva-stati La Bce non è la Fed»
«La Banca centrale europea, per statuto, non può intervenire sul mercato primario acquistando i titoli emessi dai governi» di Franco Insardà
ROMA. «La revisione al ribasso delle stime da parte dell’Ocse aumenta le difficoltà per tutti i paesi a far rientrare il rapporto debito/Pil, esploso negli ultimi tre/quattro anni per la crisi finanziaria e per la necessità di intervenire da parte dei governi per salvare, rifinanziare e ricapitalizzare le banche». Fabrizio Onida, professore di Economia internazionale presso l’università Bocconi di Milano, analizza le stime di crescita dell’Eurozona e il rischio recessione per Italia, Grecia, Portogallo e Ungheria. Professore, proprio gli interventi a favore delle banche hanno fatto aumentare il debito pubblico. Non solo, va ricordato che all’origine c’è un sovraindebitamento del settore privato e per tamponare una crisi delle banche, generata dal contagio del sistema finanziario americano, i governi sono stati costretti a intervenire. E le stime dell’Ocse evidenziano questa ulteriore difficoltà. L’economia è interdipendente, con forti rapporti di scambio tra i paesi dell’Ocse, e inevitabilmente il rallentamento di alcuni determina effetti anche per gli altri stati. Quando si tratta di paesi importanti come la Germania o gli Stati Uniti l’effetto è più evidente. Riducendosi il tasso di crescita il rapporto tra debito e Pil tende a peggiorare. Questa situazione che cosa comporta? Diventa più difficile realizzare questa, quasi miracolistica, manovra del contenere la spesa pubblica, aumentare le imposte e al tempo stesso promuovere la crescita. Secondo l’Ocse occorrerebbe una politica monetaria accomodante e chiama in causa la Bce. La Banca centrale europea è, quindi, l’elemento nodale? La Bce non è la Fed e nel suo statuto è definita chiaramente la sua mission: la stabilità monetaria, con il controllo dell’inflazione, senza una esplicita preoccupazione dell’andamento dell’economia reale. Non può intervenire più di tanto sulla stabilità finanziaria, legata alla regolare interdipendenza dei mercati, oggi altissima dopo l’abbattimento delle barriere sui movimenti di capitali tra paesi. Si è trattato di una decisione politica,
ma al tempo stesso non si è stabilita la creazione di un governo della finanza pubblica europea lasciata, invece, ai singoli stati. Negli Stati Uniti la Fed è stata molto attiva annunciando in agosto che i tassi rimarranno bassi fino ad almeno metà 2013? Per suo statuto la Fed deve garantire, a differenza della
Anche Draghi ha adottato una politica prudenziale per tenere sotto pressione i governi Bce, la stabilità monetaria, ma al tempo stesso è obbligata a tenere d’occhio l’economia reale e a valutare restrizioni o rallentamenti della sua politica monetaria. Con questa situazione che cosa può fare oggi la Bce? Quello che sta facendo: acquistare i titoli sul mercato secondario e non all’emissione. Un po’ come successe in Italia nel 1981 con quello che fu definito il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro. La Bce, cioè, non può finanziare direttamente i governi, ma può entrare sul mercato finanziario. Si chiedono,
però, alla Bce interventi più coraggiosi, comprando sul mercato secondario i titoli nel mirino degli speculatori. Molti intermediari finanziari, compresi gli europei, scommettono sulla non tenuta dell’euro e cercano di cautelarsi. Non ci si può permettere questa fibrillazione del mercato finanziario e questi spread che vanno al di là di ogni ragionevole giudizio sullo stato di salute della finanza pubblica in alcuni paesi. In questa situazione la Bce è tenuta a svolgere il compito di calmierare i mercati. Cosa che sta già facendo. In parte sì, ma non lo ha fatto a sufficienza per contenere gli spread. Potrebbe essere una linea prudenziale, anche del nuovo presidente Mario Draghi, quella di non dare l’impressione di una illimitata disponibilità ad accontentare i governi, timorosi del fallimento della propria politica fiscale.Tenendoli, così, sotto pressione e riservandosi di intervenire più pesantemente nel caso in cui si dovessero raggiungere livelli d’allarme. Da mesi si discute dell’aumento della capacità del fondo salvastati. Potrebbe essere una misura efficace? Sarebbe una soluzione teoricamente più soddisfacente e rapida. Il fondo salva-stati farebbe quello che la Banca centrale europea non può fare per statuto. Potrebbe intervenire sul mercato primario, avrebbe bisogno di una dotazione economica adeguata, rispetto all’attuale, per contrastare l’eventualità di una crisi seria dei paesi ad alto debito pubblico. C’è bisogno, cioè, di fondi sufficienti per rimpiazzare i privati che stanno vendendo, per evitare in questo modo che i prezzi dei titoli scendano e lo spread salga. Per fare questo è necessario un nuovo accordo nell’Eurozona, senza toccare il trattato, operazione che ha tempi troppo lunghi. Occorrerebbe, quindi, quella volontà politica che, secondo l’Ocse, è l’aspetto più preoccupante. I paesi insieme dovrebbero accettare di garantire in parte il rischio dell’emittente sovrano. Per esempio la Germania dovrebbe usare una parte della sua sovranità per essere solidale con quella degli italiani, degli spagnoli e dei greci. Le resistenze maggiori, non a caso, vengono proprio dalla Germania. Non solo, anche Austria, Olanda e gli altri paesi nordici vedono con una certa diffidenza questa solidarietà finanziaria con stati dell’Europa meridionale, che offrono poche garanzie sulla capacità di governo della propria finanza pubblica. Il nodo, quindi, rimane politico.
dovranno restituire all’euro la perduta salute si possono riassumere in tre grandi capitoli. Quello del coordinamento delle politiche di bilancio e della prevenzione degli squilibri. Quello del sistema di sanzioni per far rispettare il nuovo accordo. E quello del ruolo della Banca centrale europea che dovrebbe diventare più attivo. Senza entrare in dettagli che sarebbero troppo tecnici – e che, per di più, devono essere ancora definiti attraverso trattative che potrebbero essere anche lunghe – si può dire che il piano punta a dare sostanza alla tanto inseguita e mai raggiunta governance economica di Eurolandia creando strumenti operativi nuovi per valutare le politiche di bilancio dei singoli Paesi – un’autorità europea potrebbe anche bocciare le misure contenute in una legge finanziaria nazionale e potrebbe proporre direttamente degli emendamenti – e rendendo, soprattutto, automatiche le sanzioni in caso di inadempienze trasferendo alla Corte di giustizia europea il potere di farle rispettare.
Già oggi, mentre José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy saranno sulla strada del ritorno da Washington, Mario Monti – nella sua veste di ministro dell’Economia – parteciperà all’Eurogruppo (e domani all’Ecofin) che, a Bruxelles, prepareranno il Consiglio europeo e avrà modo di ascoltare dagli altri colleghi le valutazioni sul piano di salvataggio dell’euro prima di portare – il 5 dicembre – in Consiglio dei ministri la manovra correttiva con la quale l’Italia vuole fare la sua parte per sostenere la moneta comune, oltre che per raddrizzare i conti pubblici. Da qui all’appuntamento dell’8 e 9 dicembre c’è anche un’altra scadenza importante: giovedì prossimo, a Tolone, Nicolas Sarkozy pronuncerà un discorso che i suoi collaboratori all’Eliseo definiscono “strategico” per le sorti di Eurolandia. Anche perché, sull’altro piatto della bilancia, in caso di fallimento dell’operazione-salvataggio, non ci sono soltanto le preoccupazioni espresse ieri da Obama. In Germania si rincorrono le voci più allarmanti. La copertina di Der Spiegel è dedicata all’eventualità del crack dell’euro e il titolo, che sovrasta una moneta in frantumi, si chiede «E adesso?». Una risposta – fantapolitica, ma fino a un certo punto – viene da uno studio del professor Dirk Mayer che propone l’uscita dall’euro non della Grecia o di qualche altro Paese in difficoltà, ma della stessa Germania. Come dire che, se l’euro non si rafforzerà, potrebbe essere proprio Berlino ad abbandonare la nave che affonda. Un contro-piano con tanto di biglietti dell’euro con una sovrastampa tedesca che sarebbero messi in circolazione in attesa di una nuova moneta, banche chiuse per un giorno, frontiere controllate e rivalutazione prevista per il deutsche euro del 25 per cento rispetto all’euro di tutti gli altri. È una prospettiva catastrofica che Angela Merkel non vuole nemmeno prendere in considerazione. Ma che rappresenta un’estrema arma di pressione per affrontare seriamente l’altro piano: quello del salvataggio della moneta comune che, per ironia della sorte, proprio il primo gennaio del 2012 festeggerà i dieci anni dell’entrata in circolazione. Una festa che potrebbe essere anche molto triste.
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guardarla così, sulla carta geografica, non sembra moribonda. Anzi, ha terre assolate e distese di ghiaccio; parla tante lingue diverse, tutte antichissime; ha il profumo dell’arte e della tradizione. Ma anche quell’atteggiamento un po’ snob di chi, in fondo, si sente il padre fondatore del mondo... Eppure, nonostante il fascino, l’Europa, quella unita, sembra davvero in fin di vita e rischia seriamente di non arrivare a vedere il nuovo anno. Il polso che scandisce il ritmo dell’economia e della politica del Vecchio Continente batte sempre più flebile, e il morbo da cui è afflitta è subdolo ma non sconosciuto. Tutti avevano avvertito il Vecchio Continente dei rischi che correva dando vita una moneta unica senza prevedere, al contempo, un governo sovranazionale e una fiscalità simile. Ti ammalerai, le dicevano alcuni uccelli del malaugurio.
A
Il primo a parlare di «Stati Uniti europei» fu Winston Churchill nella speranza di accelerare la rinascita del Vecchio continente ferito dalla guerra Ma l’Europa ha proseguito per la sua strada, incurante degli spifferi. Perché chi pensa che il male del nostro continente sia recente commette un errore esiziale, da matita blu. Il 19 settembre del 1946, infatti, un grande statista come Winston Churchill lanciò un appello, durante un discorso a Zurigo, per la costituzione di una sorta di “Stati Uniti d’Europa”. Ecco la parola magica, mai raggiunta e da tanti evocata: Stati Uniti, sulla falsariga di quanto avvenuto oltre Oceano: una confederazione di stati che sappia mantenere le proprie autonomie ma, al contempo, che deleghi a un governo centrale le decisioni più importanti in
materia politica ed economica. Di anni ne sono passati sessantacinque, ma dell’Europa unita ancora non vi è traccia. Nonostante i passaggi siano stati tanti e, ogni volta, abbiano ricevuto il plauso e l’attenzione di tutto il mondo. Perché lo scacchiere globale su cui si sta giocando la partita del Terzo Millennio non ha più spazio per i“piccoli”, tanto che c’è chi sostiene che il G7 (o 8 o 20) sia in realtà una semplice appendice di un organismo ben più potente, che sovrintende a tutte le decisioni mondiali: il G2. Dove, da un lato del tavolo siedono gli Stati Uniti d’America, dall’altra parte la Cina, il colosso con crescita del Pil a due cifre e con un miliardo e 300 milioni di abitanti, poco meno di un quinto della popolazione mondiale.
Ma per raccontare al meglio il morbo che affligge l’Europa, è necessario ripercorrere i passaggi che, dal Secondo Dopoguerra in poi, hanno portato il Vecchio Continente a essere quello che è: un gigantesco, bellissimo incompiuto. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa, anche grazie al Piano Marshall, era pronta a ripartire. Alcuni Paesi, la Germania su tutti, erano usciti con le ossa rotte dal conflitto, e necessitavano di aiuti concreti che permettessero di iniziare una dolorosa ricostruzione. Nel 1948, per gestire gli aiuti americani, viene istituita l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) e circa un mese dopo (il 7 maggio) si riunisce per la prima volta all’Aia, nei Paesi Bassi, il Congresso d’Europa; è presieduto da Winston Churchill e vi partecipano 800 delegati. Ed ecco che all’orizzonte si profila il primo fraintendimento grave, quello che porta in sé il germe della malattia che attanaglia l’Europa: i partecipanti chiedono che venga creata un’Assemblea deliberativa europea e si convochi un Consiglio speciale europeo, incaricato di preparare l’integrazione politica ed economica degli Stati europei. Ma questa richiesta rimane, in qualche modo, inascoltata. L’anno successivo viene istituito il Consiglio d’Europa, di cui fanno parte Francia, Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Italia, Norvegia e In queste pagine, oltre ai tre leader cui oggi è appesa l’Europa (Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Mario Monti) le foto ufficiali delle riunioni che hanno dato vita prima alla Comunità e poi all’Unione. In alto, poi, il Trattato di Maastricht e, qui a sinistra, il manifesto celebrativo con le firme dei leader
Europa Il male oscuro Dagli anni Cinquanta del ’900 a oggi, ogni tentativo di limitare i poteri dei singoli Stati è andato a vuoto: da qui nasce il vizio storico che può uccidere l’Unione di Marco Scotti
la crisi dell’euro
Svizzera. Mentre una vicinanza economica viene immediatamente stabilita, integrando le industrie di acciaio e carbone dell’Europa occidentale, analoga solerzia non viene dimostrata nella costituzione di un organismo politico sovranazionale. Al di là dell’economia a Roma, il 4 novembre del 1950, viene sottoscritta la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ma dell’unità d’intenti politica ancora non v’è traccia. Anzi, il Regno Unito inizia lentamente a defilarsi, dopo essere stato tra i sostenitori dei famosi “Stati Uniti d’Europa”. È un primo, importante, campanello d’allarme: uno dei Paesi vincitori della Guerra preferisce abbandonare il progetto di un continente comune.
9 marzo 1953: un’assemblea ad hoc istituita il 10 settembre 1952 elabora un progetto di trattato istitutivo di una Comunità politica europea. Tale Comunità avrebbe avuto competenze in materia di salvaguardia dei diritti dell’uomo e dei diritti fondamentali, di garanzia della sicurezza degli Stati membri contro le aggressioni, di coordinamento delle politiche estere degli Stati membri e di instaurazione progressiva di un mercato comune. Cinque istituzioni erano previste nel progetto di trattato: un Consiglio esecutivo, un Parlamento bicamerale, un Consiglio dei ministri nazionali, una Corte di giustizia ed un Comitato economico e sociale. È un progetto fondamentale. Di cui, purtroppo, si è perso lo spirito. E siamo al 1957, per la precisione il 25 marzo, quando un altro tassello fondamentale dell’Unione Europea viene creato: con il Trattato di Roma si istituisce la Cee (Comunità Economica Europea), di cui fanno parte Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Ma, ancora una volta, manca un organismo politico egualmente importante. Ed è singolare che non sia sfruttato un momento di grande emergenza come la Guerra Fredda per tratteggiare un soggetto che potesse costituire un blocco non solo militare, ma an-
che e soprattutto politico per fronteggiare l’avanzata delle potenze sovietiche.
Gli anni ’60, quelli del boom e del beat, delle proteste studentesche e delle grandi infrastrutture in Italia, trascorrono veloci senza che l’Europa sappia darsi un ordinamento politico unitario. Ma, dal punto di vista economico, un altro tassello si aggiunge a quanto già fatto in
La collaborazione economica, dal coordinamento della produzione all’abolizione dei dazi, è sempre stata l’unico vero cemento di un’«unione di interessi». Quella stessa che oggi è entrata in crisi precedenza: nel 1968 vengono aboliti i dazi doganali all’interno della Cee, favorendo di fatto gli scambi tra le nazioni che ne fanno parte. Il 1° gennaio del 1973 entrano nella Cee anche Danimarca, Irlanda e Regno Unito, cui si uniranno negli anni ’80 anche Grecia, Spagna e Portogallo. Il Parlamento Europeo riceve deleghe importanti in materia di tutela dell’ambiente. Ma la politica, quella vera, rimane ancora una volta confinata all’interno dei singoli Stati. E così si arriva al 1992, pietra angolare nella storia dell’Unione Europea (come si chiamerà dopo il 7 febbraio di quell’anno): a Maastricht, in Olanda, viene firmato il tratta-
La delusione di Lisbona l trattato di Lisbona, siglato il 13 dicembre del 2007, in realtà è la ratifica di una sconfitta. L’accordo trovato in extremis in Portogallo, infatti, doveva risolvere il nodo della mancata ratifica della Costituzione europea, bocciata sia dalla Francia sia dall’Olanda in due appositi referendum. La Costituzione, infatti, prevedeva una marcata unità politica, a scapito degli stati naazionali. Il Trattato di Lisbona, pur ribadendo l’obiettivo dell’unità politica europea, di fatto la rinvia ulteriormente, limitandosi a definire alcuni meccanismi tra il burocratico e l’istituzionale mediande i quali cercare di far funzionare l’Unione. Quel che manca, comunque, è l’accentramento reale del potere economico-fiscale e di quello di politica estera.
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to che definisce precise norme relative alla moneta unica, alla politica estera e di sicurezza e alla più stretta cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Per la prima volta si inizia a parlare di parametri economici da rispettare: si fissa un tetto massimo al rapporto tra debito e pil (60%) e tra deficit e pil (3%). Tutti gli Stati che firmano il trattato si impegnano a rispettare queste condizioni ma, come insegna la storia recente, nessuno si preoccupa davvero di farlo. Oltretutto, i meccanismi sanzionatori previsti si limitano alla “moral suasion”, ovvero una sorta di “avvertimento” lanciato dalla Ue nei confronti del Paese che non rispetti gli accordi. Acqua fresca, insomma. Il 1992 è anche l’anno in cui sterlina e lira vengono temporaneamente estromesse dall’Erm (European Exchange Rate Mechanism) all’indomani dell’attacco speculativo portato dal tycoon George Soros. Come si vede, niente di nuovo.
Siamo al decennio scorso: l’introduzione dell’euro come unica valuta nel 2002 viene seguita dai Trattati di Roma e, successivamente, da quello di Lisbona, in cui si allarga a 27 il numero di Paesi membro. Il “paradosso delle zucchine”, cioè l’aumento esponenziale del costo degli alimenti dopo l’introduzione della moneta unica, impone all’attenzione della gente il grande problema insito in una valuta che nessuno ha scelto democraticamente. Ma è dal 2008, con la grande recessione globale, che si capisce quanto fragile sia il meccanismo dell’euro e dell’Europa unita, che non può contare su un governo in grado di prendere decisioni – stringenti – per tutti i paesi che ne fanno parte. I mercati internazionali iniziano ad interessarsi ai Paesi del Vecchio Continente, concentrando le proprie attenzioni prima sull’Irlanda, fino a quel momento autentico paradiso per imprese straniere che trovavano fiscalità agevolata, poi su Spagna, Portogallo e Grecia (che è ormai ben oltre la “terra di nessuno”del probabile default). Infine, dall’agosto del 2011, anche sull’Italia. E non deve stupire che questo sia avvenuto per almeno tre ordini di moti-
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L’azzardo di Maastricht ra il 7 febbraio 1992 quando a Maastricht, sulle rive della Mosa, i dodici paesi allora membri della Comunità Europea firmarono lo storico trattato che fissava le regole politiche e i requisiti economici necessari per l’ingresso nella nascitura Unione Europea. Nelle sue pieghe, ci sono i vincoli di bilancio e la (ampia) cessione di sovranità ecnomica e la (moderata) cessione di sovranità politica che sono alla base dell’avventura dell’Euro. L’accordo mostrò subito qualche segno di devolezza, soprattutto dopo la bocciatura da parte della Danimarca, dove il trattato ebbe il no della popolazione in occasione di un discusso referendum. Ma le forti spinte di Mitterrand e di Kohl riuscirono a rimettere in sesto la “barca“ europea.
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vi. Il primo: perché nessun cittadino dei paesi membro ha eletto le persone che si trovano nei gangli del potere continentale, se si escludono i membri del Parlamento Europeo che contano però assai poco. Secondo, diretta conseguenza del primo punto: perché, in assenza di una rappresentanza democratica, nessun politico nazionale – liberamente eletto – si sognerebbe di prendere decisioni impopolari solo perché “costretto”dall’Ue... ne andrebbe della sua rielezione. Terzo, fondamentale punto: perché l’Europa non ha una figura unica che possa essere messa di fronte agli altri giganti della Terra. Ci sono i leader dei singoli paesi (Merkel e Sarkozy su tutti) ma non esiste un Mr. Europa che possa parlare a nome di tutti. E che possa dire, politicamente, quale sia il destino del Vecchio Continente. È questo il “male oscuro” dell’Europa; ed è questo il virus che la sta portando, inesorabilmente, al collasso. Che non sarà indolore per nessuno.
la crisi dell’euro
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i fa presto a dire che occorre una governance politica dei mercati, che la finanza va regolata, gli animal spirits del turbocapitalismo globale (copyright Edward Luttwak) tenuti alla briglia.
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Ma più che proposte sembrano auspici, formule per esorcizzare l’ansia da spread quotidiano e da borse che schizzano verso il basso. La realtà è che i tempi della politica, non solo quella italiana, lenta per definizione, non riescono più a tenere il ritmo dei mercati. Non c’è gara e ANGELA MERKEL
cisione, l’essenza stessa appunto della politica e della democrazia. Non è un caso che a rispondere finora meglio ai tempi furibondi e agli zig-zag nevrotici della turbolenza finanziaria sia la Repubblica popolare cinese. Un regime a tutto tondo antiliberale dove sembrano convergere come in un appuntamento del destino il peggio del liberismo occidentale e del dispotismo marxista di marca orientale, dove «la legislazione sul lavoro – come scrive Geminello Alvi (Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio) è ad arbitrio della venalità del partito; gli investimenti stranieri sono reclusi per assorbire tecnologia ed esclusi dai settori strategici». E ancora: «Il mercato è dominato dai tradeers di breve periodo e si specula su aziende statali e senza tassi di interesse veri e tassi di cambio di mercato». E poi ancora a pagina 15: «Gli investimenti diretti dei capitalismi ocidentali hanno surrogato l’assenza di capitale cinese e permesso un consolidamento del suo capitale fittizio, ovvero dei fondi distribuiti sovieticamente dalle banche di Stato».
L’Europa aveva il ruolo di unire la decisione ma hanno vinto gli egoismi non c’è partita: gli indici corrono alla velocità della luce, seguono la logica binaria dell’asset profitto-perdita, operano in tempo reale e in simultanea spaziale, i tempi della politica al confronto sono pachidermici, invischiati nella prassi della ricerca del consenso, dell’iter parlamentare, dei congressi, della mediazione sociale. Che detto per inciso sono i momenti della prassi politica stessa e della via democratica. Ineliminabile senza che con essa sia sacrificata, alla velocità della de-
Un’economia drogata che gonfia redditi e tiene in pugno gran parte del debito mondiale ma che al proprio interno poco si cura di ridistribuire reddito oltre che naturalmente di promuovere il minimo di diritti civili. Scrive ancora Alvi: «Il partito loda l’uguaglianza mentre la Cina vive in una diversità di redditi, ineguali come in nessun altro luogo dell’Asia…
La finanza sta già nel XXI secolo, la politica è ferma al ‘900: il mondo è a due velocità, tra iper-economia e democrazia. Resisteranno i parlamenti alle speculazioni su grande scala o il futuro sarà solo cinese? Da sinistra in senso antiorario la cancelliera Angela Merkel il presidente Fmi Christine Lagarde il premier italiano Mario Monti e il presidente Usa Barack Obama. Sopra nervosismo quotidiano in borsa
L’economia corre.
di Riccardo La finzione tra la retorica del partito per cui la repubblica popolare è uno stato fraterno e la realtà dell’esistenza della maggioranza si dilata di anno in anno». Fissando la linea di povertà a due dollari, secondo la World Bank, nel 2003 il 45% dei cinesi si trovava ancora sotto la soglia di povertà. «La Cina pertanto, malgrado la propaganda di Pechino che parla di 300 milioni di persone uscite dalla linea di povertà deve pertanto riconoscersi come nazione povera. Tanto che tra il 2000 e il 2005 il numero di analfabeti adulti vi è cresciuto di 30 milioni». Questo per dire che per muoversi come draghi nell’epoca aerea del globalismo economico la democrazia e la civiltà possono costituire degli impacci. La realtà è che l’accelerazione impressa dalla globalizzazione dalla fine degli anni Ottanta ad oggi ha reso museale l’armamentario politico istituzionale del ventesimo secolo. Che mai come in questi mesi – ma si potrebbe dire in questi giorni e in queste ore - appare una sopravvivenza del passato. Con leader nazionali in affanno a promettere misure sempre più drastiche e sempre insufficienti nell’illusione di connettersi all’iper velocità dei mercati. E se le soluzioni
tecniche appaiono almeno dei tamponi sul tempo breve - il caso italiano e greco insegnano - non sembrano poter essere risolutive sul medio periodo. La sensazione insomma è quella di essere in un treno che ha cominciato a correre a velocità folle e dove macchinisti e conduttori hanno perso il controllo del mezzo, che ormai va da solo, sbandando paurosamente ad ogni tornante con il rischio di un crack devastante al successivo. Le democrazie sono lente. Anche quelle più veloci. Gli Stati Uniti di Barack Obama il presidente eletto a colpi di click non stanno neppure loro dietro ai venti delle borse. La settimana scorsa, il 22 novembre, era finito alle cinque del pomeriggio, ora di Washington, il tentativo fallito della supercommissione bipartisan sul deficit di trovare un modo di tagliare 1.200 miliardi di dollari dal bilancio federale per i prossimi dieci anni. L’unica reazione decisa di Obama è la ripicca: dà la colpa ai repubblicani, intima al Congresso a tornare subito al lavoro sul deficit, avverte che metterà il ve-
to a qualunque tentativo di evitare i tagli automatici che scatteranno a partire dal 2013. Ma come atto decisionale appunto non basta. I mercati non ragionano di politica, sono oltre l’agorà mediatici dove
MARIO MONTI
I governi tecnici sono un tampone alla pressione dei mercati finanziari conta il sorriso, la cravatta giusta, essere fotogenici: trucchi da ventesimo secolo.
I mercati traducono in sistema binario e senza guardarti in faccia le decisioni prese o non prese: e decidono, loro si, immediatamente: su o giù, vendere o comprare. Punto. E a capo. Non c´è accordo a Washington sul budget federale? Il risul-
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la politica è ferma dentro un ambito nazionale e spesso rincula persino nelle cosiddette piccole patrie. Non è sempre stato così: il Novecento è stato segnato dalle grandi unioni politiche, quella sotto la sfera americana e quella sotto la sfera sovietica. La globalizzazione ha fatto esplodere le unità politiche ma legando certi interessi economici».
La politica arranca
o Paradisi tato è lo stallo da veti incrociati? Bene: il rating statunitense è da subito e di nuovo sotto pressione, Wall street fibrilla, in chiusura il Dow Jones perde il 2,1%, il Nasdaq l’1,9%. E il rischio dal 2013 è che dopo le elezioni, scattino tagli automatici per 120 miliardi l’anno per 10 anni. La politica si muove nel Novecento dello scorso secolo la finanza e le borse- i cosiddetti mercati - negli anni dieci del duemila. La politica rischia di vietare da ancella dell’economia a zavorra inutile, orpello, filtro sempre meno necessaria. Nel delineare i tratti della postdemocrazia Colin Crouch nel suo omonimo saggio del 2003 (Laterza) paradigmatico dell’era che si è aperta mette a fuoco le tappe della deriva. Il tradizionale modello politologico viene superato. Si stabilisce un legame diretto fra i dirigenti dei partiti centrali e gli elettori. E si assiste alla trasformazione del primo cerchio nel quale diventano sempre più influenti lobbysti e consulenti. «Se ci basiamo sulle tendenze recenti, il classico partito del XXI secolo sarà formato da una élite interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base nel movimento di massa, ma ben inserita in mezzo a un certo numero di grandi aziende, che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi d’opinione, consulenze esterne
e raccolta di voti, a patto di essere ben viste dal partito quando questo sarà al governo» (p. 84). Ma il processo postdemocratico investe naturalmente anche l’impresa. Crouch lo spiega: con un’analisi sulla fisionomia dell’azienda globale “istituzione chiave del mondo postdemocratico”. Essa si presenta con i tratti di un’apparente leggerezza. Acquisizioni, fusioni e ristrutturazioni mutano di frequente la stessa identità dell’azienda, mentre le “nuove”e “flessibili”forme contrattuali rendono la forzalavoro sempre più frantumata e dispersa. La stessa esistenza di un core business è vista come un elemento di rigidità: l’azienda tende a concentrarsi sulla gestione della finanza e su quella del logo. Lungi dall’essere un’istituzione debole l’azienda fantasma”rappresenta la forma più estrema assunta dal predominio dell’azienda nella società contemporanea” (p. 49). Un’azienda sempre più immateriale, sempre più fondata su brand titoli di borsa e immagine. Sempre più speculativa e deterritorializzata. Capace di mordere e fuggire come un predator lasciando alla politica il compito di gestire e risolvere crisi sociali. Politica da parte sua impotente e in affanno, preda d’una afasia mentale senza precedenti. La cultura politica gira
BARACK OBAMA
L’esempio europeo è un campione rilevante: dopo aver formato l’unione politica siamo tornati agli egoismi, ai revanscismi alle piccole patrie. «Mentre l’esigenza delle grandi unità politiche dovrebbe essere quella di tenere sotto controllo le pulsioni primordiali che storicamente emergono con le crisi. Se è però vero che la politica soprattutto in questo tempo è incapace, per mancanza di leadership, di rispondere con efficacia alla provocazione della crisi, è vero anche che la dimensione politica in sé è fondata sul consenso, ha bisogno di tempo per conquistarlo e per gestirlo ma anche di allargare e unire il suo spazio d’azione». Non a caso un organismo come la Chiesa cattolica, dotata d’una tradizione e di una cultura universali, ragiona proprio in questa direzione invocando una sorta di nuova “Bretton Woods”, ossia un nuovo patto internazionale per i mercati e le istituzioni finanziarie. Un governo internazionale ha bisogno di “dare espressione politica” alle attuali organizzazioni e reti di cooperazione – così si legge nel recentissimo documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema della riforma del sistema finanziario internazionale. E Benedetto XVI già nella“Caritas in Veritate”scriveva che occorre porsi alla ricerca di “soluzioni nuove”. «Ci sono state delle epoche storiche in cui i tempi della politica sono stati e dovevano essere lenti – dice il filosofo Remo Bodei - perché si trattava di rimettere insieme i pezzi dopo grandi cambiamenti e ci sono stati dei tempi in cui, invece, la politica doveva essere rapida, veloce, non potendo permettersi il lusso di ”far passare l’occasione”. La politica non ha un’agenda fissa. L’abilità del politico è quella di capire le situazioni e di essere, alcune volte, come diceva Machiavelli, impetuoso, e altre volte respettivo, ossia prudente. Machiavelli dice: ”Se dovessimo scegliere, messi alle strette, tra l’essere veloci, audaci, oppure respettivi e peritosi, è meglio essere audaci”. Machiavelli segna un cambiamento nella modernità, perché tutto il mondo classico era basato sull’idea di un’armonia e di un equilibrio, raggiunti attraverso la politica, che riguardava anche i tempi». Ma la velocità, mette in guardia Bodei, è un anche un tratto delle dittature o dei populismi. «Certi attuali capi politici, in Argentina o in altri paesi sudamericani, che guidano le Ferrari o gli aerei.Tutto questo ”fa politica”e mostra l’attivismo della politica». Ma è anche questa una politica dell’immagine superata come si è visto. La dimensione politica deve recuperare velocità in un’ottica di sistema, non di leadership superomistica. Sono i sistemi politici integrati a poter fornire risposte alla globalizzazione economica. Che questo sia l’orizzonte è sicuro, che la politica del XXI secolo riesca ad afferrarlo è un’altra storia.
Anche gli Usa di Obama sono in affanno per i ritmi degli indici di Borsa a vuoto, quando gira. E i politici sono sempre più spesso il materiale di risulta della società: i meno coltivati e professionalizzati. Peggio della politica c’è solo l’antipolitica e l’antidemocrazia, che sono però i sintomi della crisi del loro obiettivo polemico. «Si è rotta la continuità tra elite politiche, economiche e finanziarie – dice Paolo Pombeni, politologo dell’università di Bologna – sono categorie di uomini e culture che si muovono a diverse dimensioni. L’economia del resto di muove a livello globale, ha reti sovranazionali di connessione e di collegamento,
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Il feldmaresciallo Tantawi? «Un corrotto che si è arricchito alle spalle del Paese». Gli islamisti? «Se vincono lascerò il Cairo»
L’Egitto secondo Sharif L’attore racconta piazza Tahrir: «Vincerà il popolo e i ladri saranno spazzati via» di Rossella Fabiani n anno dopo le ultime elezioni dell’era Mubarak - macchiate da brogli e violenze - l’Egitto è tornato a votare nelle prime elezioni libere da decenni, ma in un analogo clima di violenza e caos, senza governo e con un
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nuovo premier incaricato, Kamal el Ganzuri, ripescato dai tempi del raìs. Sul processo elettorale, che è partito ieri e finirà a marzo prossimo, gravano l’ombra dei militari, che hanno scatenato una sanguinosa repressione contro i manifestanti che chiedono loro di cedere il potere, e i timori di una vittoria islamica. Ma Omar Sharif non ha dubbi sugli esiti di quanto sta accadendo nel suo Paese. «Alla fine i militari lasceranno il potere al popolo di piazza Tahrir che controllerà tutto. Il popolo arabo, il popolo egiziano in particolare, si è svegliato. Il Paese è di tutti noi. Ed ora non bisogna ammazzare la gente», sostiene il celebre attore, nato nel 1932. Omar Sharif è l’ultimo
grande artista egiziano noto in tutto il mondo. Assieme al regista Youssef Chahine e al premio Nobel Nagib Mahfuz, ha fatto conoscere la cultura egiziana ai quattro angoli della terra. Alla soglia degli ottant’anni - che compirà il 10 aprile prossimo rimane un uomo charmant e pieno di humour, che tra il serio e il faceto commenta il crescere della tensione in Egitto, Paese in cui è venerato. A Roma ha ricevuto all’Auditorium della Conciliazione il Premio alla Carriera del Medfilm Festival, e malgrado l’assenza da alcuni anni dal grande schermo il dottor Zivago fa sempre notizia.
Per anni in giro per il mondo, soprattutto in Francia, adesso è in Egitto che vive. E malgrado le violenze di questi ultimi giorni, nutre ancora una speranza per il suo Paese. «Sono con il popolo e credo che la rivoluzione debba andare avanti». Visto che al Cairo una casa tutta sua non ce l’ha - ha sempre vissuto in albergo - Omar Sharif gli scontri li ha visti «dal balcone dell’hotel Semiramis», a pochi passi da piazza Tahrir. Come milioni di egiziani, teme l’avanzare dei Fratelli musulmani e spera che i militari lascino il potere al più presto. Del feldmaresciallo Tantawi dice: «Ha preso un fiume di soldi, arricchendosi sulle spalle dell’Egitto insieme agli altri uomini legati a Mubarak». Finalmente per il suo Paese sembra arrivato il momento di una svolta, o meglio la fine di un’epoca come si augurano i giovani egiziani. Su di una cosa però l’attore è del tutto negativo: «Il cinema arabo ed egiziano non ha né
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Sto dalla parte del popolo e credo che la rivoluzione debba andare avanti, ma temo l’avanzata dei Fratelli musulmani. Perché non credono nella convivenza interreligiosa
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grandi registi, né attori di respiro internazionale». E sembra non esserci nessuno all’orizzonte che abbia il suo carisma o che sia capace di emanare il suo stesso fascino, vestito tutto di cachemire nero che sa tanto di nouvelle vague parigina, magro, con la sua chioma bianca e il suo celebre sorriso stampato sul volto. Un talento, quello di Omar Sharif, baciato dalla fortuna. Tanta. A cominciare dal ruolo enorme che ha avuto sua mamma che aveva deciso che suo figlio «doveva essere il più bello e il più famoso egiziano al mondo». Come poi è stato. «Da piccolo ero molto grasso e brutto, mia mamma era preoccupata e diceva che ero un mostro, che non gli piacevo e che non voleva avere un figlio così. Che cosa fare? Trovare una scuola dove la cucina non fosse un granché. È stato il primo passo verso il successo: mia mamma decise che sarei andato in un college inglese – il Victoria College ad Alessandria – come interno. Lì si mangiava davvero
male e il risultato fu che sono dimagrito e che ho imparato l’inglese. Al Victoria College c’era anche un teatro dove ho mosso i miei primi passi».
La sua carriera cinematografica inizia nel 1953, proprio con Youssef Chahine. Sul set egiziano conosce l’attrice Faten Hamama. Per sposarla, si converte all’Islam, perché Michel Shalhoub - questo il suo vero nome - è nato da una famiglia libanese greco-ortodossa originaria della valle della Bekaa. «Non sono praticante, anzi. Ed è dall’età di 14 anni che ho capito che la religione non fa per me». Eppure la conversione all’Islam gli è valsa una grande popolarità in Egitto. A lanciarlo sulla scena internazionale fu David Lean che lo volle accanto a Peter O’Tool in Lawrence d’Arabia. «Lean – ricorda l’attore egiziano – voleva un arabo che sapesse parlare in inglese e mi selezionò, scegliendomi in mezzo alle tante foto di giovani attori che gli avevano portato». Puro caso o buona sorte, sta di fatto che per essere semplicemente salito su di un cammello «la mia vita è cambiata totalmente. Dopo questo film sono andato a vivere a Hollywood. In Egitto a quell’epoca c’era Nasser al governo e io avevo paura perché in quel periodo lavoravo soltanto con ebrei - a Hollywod sono tutti ebrei – e con Barbra Streisand nel film Funny Girl ho interpretato la parte di un ebreo newyorchese. Con Barbra sono
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Le operazioni di voto per la Camera dei deputati si protrarranno fino all’11 gennaio
Lunghe code ai seggi per eleggere il nuovo Parlamento post-Mubarak TUTTI
IN FILA PER ELEGGERE il primo Parlamento dell’era post-Mubarak. Ai seggi, aperti alle otto del mattino di ieri (le sette in Italia), si è registrata un’alta affluenza, con code lunghe anche 1 km, complici diversi problemi logistici come l’arrivo in ritardo delle schede o dei giudici incaricati di monitorare il voto. Il capo della Commissione elettorale, Abdel Moez Ibrahim, ha sottolineato la grande partecipazione popolare, «molto più alta del previsto», giustificando i forti disagi (i media egiziani parlano di 74 seggi aperti 4 ore dopo l’orario fissato) con la pioggia battente, caduta al Cairo e in altre città, che avrebbe congestionato il traffico. Malgrado il divieto di far campagna elettorale a urne aperte, i Fratelli Musulmani sono stati visti distribuire i volantini del loro partito, Libertà e Giustizia, davanti a diversi seggi della capitale; la coalizione Blocco egiziano ha addirittura inviato una serie di sms per ricordare il nome e
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Oggi le donne devono lottare per i loro diritti e gli uomini fanno a gara per mostrare il marchio del callo della preghiera sulla fronte. Segno davvero della fine di un’epoca
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stato legato tre mesi, non era bella ma aveva un’anima splendida. A Hollywood avevo una casa magnifica sulla collina e sotto la mia abitazione c’era quella di Elvis Presley. Ma la vita a Hollywood non mi è mai piaciuta, non c’è niente, parli soltanto di cinema. E io avevo grande voglia di vivere». Il dottor Zivago, diretto da David Lean, trasforma Omar Sharif in una star internazionale. Un film che vince cinque Oscar e che lascia una traccia profonda nell’attore che ancora oggi cerca «di non rivederlo perché mi fa piangere. Quando mi hanno affidato la parte non sapevo che avrei avuto tanto successo in questo ruolo. Prima avevo recitato in Lawrence d’Arabia dove ero un uomo dai capelli e dalla carnagione scura invece per questo film mi hanno schiarito i capelli e reso più europeo nei colori». Amante della bella vita e del gioco «una vera malattia», Omar Sharif ricorda come una volta, forse l’unica, giocando alla roulette a Saint Vin-
cent, sbancò il casinò. Ma la fortuna non gli ha sempre arriso e per saldare i debiti di gioco ha spesso accettato ruoli in film scadenti.
Oggi però ha smesso «ho tre nipotini e voglio stare con loro», ma gli è rimasta la passione per i cavalli da corsa. «Ne ho otto a Parigi». Dopo cinquant’anni passati in stanze di albergo e un lungo soggiorno in Francia, al suo rientro al Cairo, la settimana prossima - dopo un breve soggiorno parigino – questo giramondo di lusso andrà a vivere a casa del figlio Tarek dove ha già una stanza preparata apposta per lui. «Tarek è il mio unico figlio. Ha quindici ristoranti in Egitto e ora ne vuole aprire anche in Italia. È nato dal matrimonio con mia moglie, Faten Hamama, avevo ventuno anni quando l’ho sposata ed era la più bella attrice egiziana. Per sposarla, io che venivo da una famiglia di cristiani e fino ai 14 anni ero stato molto religioso, sono diventato musulmano. Poi l’ho lasciata perché ero sempre in giro per il mondo ed eravamo lontani da anni». Ed è Tarek che interpreta nel Dottor Zivago la parte di Yuri a otto anni. Ma Omar ha anche un figlio italiano, Ruben De Luca, criminologo di fama, avuto dalla giornalista Paola De Luca «Ho avuto con la madre soltanto il rapporto di un’ora, mentre ero ubriaco. Quando ho saputo della sua nascita ho detto, di cosa c’è bisogno? Ma per amare un
figlio, devo amare la madre. Io ho un unico figlio,Tarek, che mi ha già dato tre nipoti e, il prossimo gennaio, finalmente, nascerà anche una nipotina». Il figlio è molto preoccupato per quello che sta succedendo in Egitto «è pessimista e teme che ci possano essere dei massacri. Io invece sono più fiducioso e confido che si formi un governo democratico. Non vorrei assolutamente la vittoria dei musulmani fondamentalisti. Se succedesse, me ne andrei un’altra volta». Volendo fare un bilancio della sua vita riconosce «che non ho rinunciato a nulla e che non mi è mancato niente. Tutto quello che ho avuto me lo ha dato Dio». Un’ammissione che suona strana visto la sua idea sulla fede. Ma l’attore egiziano sul rapporto con la religione ha le idee molto chiare: «Sono per tutte le religioni, credo che possano convivere serenamente se ognuno di noi le vive intimamente e rispetta il prossimo». Omar Sharif non soltanto ha interpretato una vasta gamma di personaggi tra i quali Gengis Khan, Pietro il Grande e il prin-
il simbolo dei loro candidati. L’Associazione dei giudici ha inoltre riferito che molte schede non riportano la stampigliatura ufficiale e, dunque, potrebbero rendere il voto nullo. Quanto al timore di nuovi disordini, il generale Hamdy Badeen, capo della polizia militare, ha dichiarato che la situazione della sicurezza è «stabile». Poco affollata anche piazza Tahrir. Le urne rimarrano aperte anche oggi in 9 governatorati, fra cui quello del Cairo, Alessandria, Luxor e il Mar Rosso. Le elezioni negli altri 18 governatorati si svolgeranno, sempre a tranche di 9, rispettivamente il 14 dicembre e il 3 gennaio. Si vota dapprima per l’Assemblea del Popolo, la Camera bassa del Parlamento, quindi per il Consiglio della Shura, ovvero la Camera alta. La tornata elettorale vede favoriti i Fratelli Musulmani, che hanno accolto con favore la decisione della giunta di non rinviare l’appuntamento elettorale.
cipe ereditario Rodolfo d’Austria (quest’ultimo in Mayerling), ma ha anche indossato i panni di ebrei, cristiani e musulmani dando prova di un talento straordinario. In passato la sua interpretazione di San Pietro nell’omonima fiction della Rai scatenò voci su un suo possibile inserimento in una “lista nera”di Al Qaeda. Associare il nome di un movimento terrorista al mondo del cinema sembra surreale.
Sopra, il feldmaresciallo Tantawi, che ha parlato di «Paese al bivio». In apertura: donne ai seggi del Cairo. A sinistra: l’attore egiziano Omar Sharif. In basso a destra: piazza Tahrir nei giorni scorsi
Eppure a guardare i tempi della giovinezza di Omar Sharif si rimane quasi storditi dal cambiamento in peggio che ha avuto l’Egitto. Oggi infatti non esiste più quel Paese che ha fatto scuola di cinema e che aveva la più grande industria cinematografica di tutto il Medioriente ed è per questo che il dialetto egiziano ancora oggi è quello più diffuso. L’Egitto di Oum Kalthoum o di Dalida è sparito come pure quello mondano ed elegante di Alessandria, città cosmopolita e meta di tutti gli intellettuali, poeti, letterati ed artisti europei, soprattutto italiani. Anche il Cairo ha perso quella spinta culturale che faceva da apripista ai Paesi vicini, memorabili poi i suoi negozi di antiquariato, le sue botteghe pregiate per l’argento, le sue librerie, le sue pasticcerie e anche il suo multiculturalismo con l’antica comunità armena sembra essere sparito insieme agli armeni. Oggi le donne devono lottare per i loro diritti e gli uomini sembrano fare a gara nel mostrare il segno del callo della preghiera sulla loro fronte. Segno davvero della fine di un’epoca.
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grandangolo Battaglia senza esclusione di colpi al vertice del regime
La maxi truffa bancaria che fa tremare il potere di Ahmadinejad Si allarga a macchia d’olio lo scandalo della Banca Saderat, ovvero la più grande frode finanziaria nella storia dell’Iran, che potrebbe far vacillare l’esecutivo del Presidente. Coinvolto, infatti, il suo braccio destro e consuocero, Esfandiar Mashaei, sotto inchiesta con altre 126 persone. Avrebbero sottratto all’istituto 2,6 miliardi di dollari di Maurizio Stefanini arà lo scandalo dei 3000 miliardi della Banca Saderat a far scivolare il regime iraniano, prima che possa portare a conseguenze pericolose l’escalation in corso sul suo programma nucleare? “Banca d’Esportazione Iraniana” è l’esatto significato del nome di quella Bank Saderat Iran che era stata fondata il 13 novembre 1952 dalle facoltose famiglie Mofarrah e Bolurfrushan, ed era presto diventata la più grande banca privata del Medio Oriente. Nazionalizzata dopo la rivoluzione khomeinista del 1979 e scorporata nel 1980 dalle sue filiali locali, trasformate in banche autonome, resta tuttavia una delle più importanti banche della regione, con 3248 agenzie, oltre 30.000 dipendenti, 28 filiali internazionali e servizi in 12 Paesi. Poiché il 9 settembre 2006 fu inserita dal governo degli stati Uniti in una lista nera perché accusata di trasferire fondi a organizzazioni terroriste come Hezbollah, Hamas, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale e Jihad Islamica Palestinese, la sua principale interfaccia internazionale è attraverso Dubai, dove costituisce la terza banca straniera con più profitti attiva negli Emirati Arabi Uniti.
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Insomma, si tratta a sua volta di uno strumento essenziale della politica estera iraniana: utilizzabile a sua volta come un’arma, e suscettibile al-
lo stesso tempo di divenire un obiettivo. Ebbene: proprio questa strumento essenziale è divenuto il fulcro di un affaire la stampa iraniana ha già definito la più grande truffa finanziaria nella storia della Repubblica Islamica, che sta venendo usato per una gigantesca faida interna al sistema di potere di Teheran e che ha già portato sotto inchiesta ben 126 persone, secondo quanto ha reso noto il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.
Mashaei è accusato di guidare una «corrente deviazionista» con l’obiettivo di laicizzare la Repubblica Islamica Tra questi, anche 10 deputati. 27 di questi indagati sono già indagati e altri 50 sono stati incriminati, ma nel fare il punto in un’intervista alla tv di Stato Irib il magistrato ha insistito che «le indagini non sono concluse». Dunque, l’infezione rischia di espandersi ulteriormente. Tra le persone fi-
nite in manette figurano imprenditori e funzionari di altre grandi banche, e addirittura Inayatullah Riyahi: stretto parente di quell’Esfandiar Rahim Mashaei che è il capo dello staff del Presidente dell’Iran Ahmadinejad. Il tutto, per un sistema di falsificazione di lettere di credito che avrebbe consentito di sottrarre al sistema bancario ben 2,6 miliardi di dollari, poi reinvestiti nell’acquisto di società pubbliche oppure spediti in conti all’estero.
Con la Saderat sono state coinvolte anche altre sei banche. La più importante tra esse la Banca Nazionale Iraniana, Bank Melli Iran: che fino alla creazione nel 1960 della Bank Markazi era stata la banca centrale iraniana con potere di emissione di moneta, che a sua volta è di proprietà del governo, e che con 3300 filiali e 43.000 dipendenti è la più grande banca del Medio Oriente. Sia la Saderat che la Melli aprivano infatti generose linee di fido senza alcuna garanzia se non quella reciproca tra di loro, a mo’ di piramide finanziaria. O Ponzi scheme, come si dice in inglese ricordando l’invenzione di un immigrato romagnolo. In particolare sarebbe stato il conglomerato Amir Mansour Arya Investment Development Company, fondato dal magnate delle ferrovie Amir Mansour Khosravi e oggi controllato da suo figlio Mah-Afarid, ad accedere a crediti sproporzionati ai propri 3,8
miliardi di asset, ripartiti tra 52 società con 20.000 dipendenti. In cambio di tangenti ai funzionari l’Arya Group si faceva dare lettere di credito senza le dovute garanzie dall’agenzia della Bank Saderat di Ahvaz, capoluogo di quella regione del Khuzestan all’estremo sud-ovest del Paese, che è particolarmente ricca di petrolio e dalla popolazione in maggioranza araba. Poi, con queste credenziali si presentava alla Bank Melli, o a altri istituti come il Saman o il Sepah, i cui funzionari a loro volta in cambio di altre tangenti non controllavano. E ne ricavava altri soldi, usati o per approfittare delle recenti privatizzazioni, o per creare la nuova Arya Bank. Dal Consiglio per la Moneta e il Credito non era arrivato nessun appunto, e quindi c’è il fondato sospetto che mazzette siano corse anche a vantaggio di qualcuno dei suoi responsabili, che erano appunto nel giro di Rashim Esfandiar Mashaei.
E neanche la Banca Centrale si è accorta di nulla fino allo scorso settembre, quando il gruppo Arya ha dovuto essere rilevato dallo Stato per evitare che i 20.000 dipendenti si ritrovassero in mezzo alla strada. Neanche ci si era accorti della doppia cittadinanza canadese e iraniana Mahmoud-Reza Khaavari, direttore esecutivo di quella Bank Melli che come si è già ricordato è di proprietà
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A fianco, Shamseddin Hosseini, l’ex ministro delle Finanze silurato poche settimane fa dopo lo scandalo per frode che ha colpito la Banca Melli. A sinistra: l’ayatollah Khamenei con il presidente Ahmadinejad. Sotto: il logo della banca Saderat
stituzione. Ahmadinejad, non bisogna dimenticarlo, è amico di Hugo Chávez, che appunto con trucchi del genere sta cercando di restare in sella “almeno fino al 2031”. Se il cancro non lo farà fuori prima… La cosa è resa ancora più complicata dal particolare che Ahmadinejad al registro dell’intransigenza anti-israeliana sta affiancando anche altre dichiarazioni che lascerebbero intrabedere una disponibilità alla distensione con gli Stati Uniti. Insomma, sta cercando di accreditarsi come falco e come colomba allo stesso tempo, in attesa di capire quale maschera gli conviene di più.
statale. Non appena l’aria ha iniziato a divenire pericolosa, il suddetto Mahmoud-Reza Khaavari ne ha approfittato per scappare a gambe levate per rifugiarsi nella sontuosa dimora che si era procurata in Canada. La Banca ha peraltro cercato di sgonfiare l’allarme spiegando che l’ex-direttore si era recato lì “per normali ragioni d’affari”, e probabilmente era sincera: quale “affare” è più normale, che non cercare di non finire in gattabuia?
Reperire i 2,8 miliardi di dollari necessari a ripianare l’ammanco sembra però al di là di ogni possibilità, visto che si tratterebbe addirittura dell’1%
Nello scontro è intervenuto anche Khamenei che ha invitato la popolazione «a non avere pietà» per i corrotti
di tutto il Pil iraniano. E l’impiccio ha dato l’occasione al seguaci della Suprema Guida ayatollah Ali Khamenei di cercare di tirarci dentro il presidente Ahmadinejad, che con lo stesso Khamenei è ai ferri corti da tempo. In Occidente Ahmadinejad passa infatti per un integralista pericoloso forse capace di scatenare una guerra termonucleare mondiale apposta per innescare l’Apocalisse che nell’escatologia sciita potrebbe riportare sulla Terra l’imam nascosto; ma a Teheran gran parte del clero sciita sospetta invece in lui un laico che ostenta parola d’ordine ultra-fondamentaliste semplicemente per scalzare dal potere i religiosi. Da cui una curiosa alleanza che unisce ormai contro Ahmadinejad la destra clericale ai liberal che in Ahmadinejad vedono invece un ostacolo all’apertura, sua interna che esterna. “Se qualcosa di così grave è successo, è impossibile che il presidente non ne sapesse niente”, è la linea dei sostenitori di Khamemnei, che già avevano accusato Ahmadinejad per la misteriosa sparizione di parecchi miliardi di dollari degli utili petroliferi. Il tutto, ricordando le elezioni politiche in agenda per il prossimo marzo.
Il problema, ricordano gli analisti conoscitori di cose iraniane, è che da una parte non è del tutto facile collegare direttamente Ahmadinejad e i suoi a questi fenomeni di malaffare. Dall’altra, però, non si sa bene neanche come abbia fatto la lobby di Ahmadinejad a trovare la gran quantità di soldi con i quali ha letteralmente comprato gli ultimi turni di elezioni. Il timore, dunque, è che una sua vittoria anche a marzo potrebbe creare una maggioranza parlamentare in grado di fare la riforma costituzionale per consentire a Ahmadinejad di restare sulla breccia anche dopo che nel 2013 sarà spirato il secondo dei due mandati consecutuivi consentitigli dalla Co-
Ma se Ahmadinejad cerca di rafforzare la presidenza, Khamenei avrebbe in animo addirittura di abolirla, assorbendo del tutto la carica di capo dello stato dentro quella di Suprema Guida, e lasciando al suo fianco solo un debole primi ministro dipendente dalla fiducia parlamentare. È stato lui steso in un recente discorso, a suggerire che l’Iran potrebbe non mantenere un sistema presidenziale per sempre. E quale miglior occasione, se non un impeachment per corruzione che togliesse intanto di mezzo il presidente in carica, che oltretutto era arrivato al potere proprio attraverso una campagna elettorale da integerrimo fustigatore dei costumi e nemico di ogni corruzione? Per intanto, sembra imminente un impeachment del Ministro dell’Economia Shamsoddin Hosseini. Il governatore della Banca Centrale Mahmoud Bahmani è invece al riparo da iniziative del genere in quanto di nomina presidenziale, ma i deputati stanno comunque chiedendone le dimissioni. Khamenei insiste che i responsabili vanno «severamente puniti». «Il popolo deve sapere che tutti questi responsabili saranno perseguiti», ha detto alla televisione di Stato iraniana. «Se Dio lo vuole, le mani traditrici saranno tagliate». È probabile che non parlasse solo in senso metaforico, anche se per agire in senso letterale più che una mannaia servirebbe una motofalciatrice. Secondo Trasparency International nel 2009 l’Iran è caduto dal 141esimo al 172esimo posto di 180 nella lista mondiale della corruzione: malgrado appunto Ahmadinejad, allora sindaco di Teheran, per essere eletto avesse promesso di combattere «la mafia dell’economia e del petrolio a tutti i livelli del governo», anche istituendo un’anagrafe della ricchezza e della proprietà di tutti coloro che avevano detenuto posti pubblici a partire dalla proclamazione della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979, e indagando su ogni asset di provenienza sospetta. Altre stime calcolano che un terzo dei beni importati in Iran ci arrivino in modo illegale: un valore pari a 16 miliardi, dei quali almeno 12 relativi a beni che in base alla legge iraniana sarebbe comunque illegale anche detenere. Di 8,5 miliardi di dollari all’anno sarebbe in particolare il mercato nero della droga, di 1,3 miliardi quello del petrolio e di 912,5 milioni di dollari quello dell’alcol.
Dopo le nuove sanzioni
Espulso l’ambasciatore inglese on il voto all’unanimità del Consiglio dei Guardiani della Costituzione si è concluso in Iran il processo legislativo per il declassamento delle relazioni con la Gran Bretagna. Irib, voce ufficiale del regime degli ayatollah, spiega che dopo il nulla osta dell’organo che vigilia sulla compatibilità fra leggi del Parlamento (Majlis) e legge islamica «l’ambasciatore britannico dovrà lasciare Teheran entro 15 giorni». La decisione, presa in prima battuta dal Majlis, è seguita all’inasprimento da parte di Londra delle sanzioni economiche contro la Repubblica islamica il cui programma nucleare suscita la «profonda preoccupazione» dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che vi ravvisa finalità militari. Ieri il Foreign Office ha definito «deplorevole» la decisione del Majlis che riduce la rappresentanza britannica a livello di incaricato d’affari. «Una mossa ingiustificata che non fa niente per aiutare il regime a risolvere la questione del suo crescente isolamento nè che risolve i timori internazionali sul suo programma nucleare o sul capitolo dei diritti umani». In mancanza di una cambio di linea da parte di Teheran, Londra non ha escluso di «agire con forza consultando i nostri partner internazionali». La rottura diplomatica era già nell’aria da qualche giorno e certamente il regime di Teheran ha voluto alzare i toni dello scontro. Sempre ieri, il ministro del Petrolio Rostam Qasemi, ha detto di non essere preoccupato per l’inasprimento delle sanzioni: «È improbabile che i mercati internazionali del petrolio ignorino l’Iran, perché questo creerebbe problemi a loro stessi - ha detto -. L’Iran è al secondo posto nell’Opec per produzione e qualità del greggio. E ci sono già altri acquirenti pronti ad acquistarlo». Toni forti anche contro Israele e gli Stati Uniti. «L’Iran è pronto a lanciare 150.000 missili contro Israele in caso di un attacco alla repubblica islamica». È quanto ha dichiarato il ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi, parlando davanti a 50.000 basij (combattenti volontari, ndr.) a Bushehr, la città dove si trova uno degli impianti nucleari del Paese. «L’Iran non è l’Iraq o l’Afghanistan - ha detto il ministro- e se gli americani faranno l’errore di attaccare l’Iran, mostreremo loro come si combatte». Quindi ha aggiunto: «Israele sarà punita per quanto fatto ai musulmani in Palestina e in Libano».
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L’appello di Napolitano è sacrosanto: i bambini nati nel nostro Paese siano italiani. Come? Abbandonando lo «ius sanguinis»
L’epoca dei figli globali
La nostra èra impone una rivisitazione del diritto alla cittadinanza. Ecco perché l’Italia deve modificare radicalmente le proprie leggi di Francesco D’Onofrio i fa un gran parlare di cittadinanza, soprattutto all’indomani di alcune molto significative dichiarazioni del Presidente della Repubblica, formulate in un contesto religioso, e concernenti la situazione di molti bambini nati in Italia ma non da cittadini italiani. Si tratta di una questione di grande rilievo che ha avuto sempre un particolare significato anche nell’antichità, come risulta dagli studi condotti specificamente proprio in riferimento a quello che gli storici chiamano l’evo antico. Ma è nel passaggio al cristianesimo che si può rilevare un accentuato e nuovo rilievo del tema della distinzione tra cittadini che all’epoca si chiamavano cives - e non cittadini - che all’epoca si chiamavano barbari -. Il cristianesimo introduce una idea tendenzialmente universale: quella di persona umana.
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È proprio in riferimento alla persona che nel corso di oltre duemila anni si è venuto intrecciando qualunque discorso sulla cittadinanza intesa in senso moderno. Nel corso della lunghissima vicenda conosciuta come vicenda della trasformazione dell’Impero cristiano unitario in una pluralità di Stati, la cittadinanza ha pertanto finito con l’assumere un significato
tendenzialmente distinto dalla religione, ma mai in fondo - almeno in Europa - contrapposto alla religione medesima. In questa epoca - che possiamo chiamare la “vecchia” globalizzazione - la cittadinanza si è sempre più venuta connotando come la specifica appartenenza a uno specifico Stato. La frantumazione dell’Impero in una pluralità di Stati costituisce, pertanto, l’inizio della tormentata vicenda dell’istituto della cittadinanza tra ordinamento internazionale e ordinamento interno. Dal punto di vista internazionalistico, si è infatti avuta molta attenzione proprio al problema dei conflitti internazionali concernenti la cittadinanza; dal punto di vista interno, a sua volta, si possono notare tendenze diverse a seconda che si sia stati in presenza di regimi anche formalmente coloniali o di regimi sovrani; di esperienze di emigrazione o di immigrazione. La cittadinanza, pertanto, ha finito con il vivere non sempre in modo pacifico da un lato, il rapporto tra religione e Stato, e dall’altro, il rapporto tra emigrazione e immigrazione. Anche l’Italia non ha fatto eccezione a queste due sostanziali regole in tutto il tempo che va dall’Unificazione a oggi. È proprio nel contesto del processo di Unificazione
nazionale che ha finito con l’assumere rilievo particolare anche la specifica religiosità italiana, pur nel lungo periodo nel quale i cattolici non potevano partecipare alla vita politica del neonato Regno d’Italia. Le singole parti del territorio nazionale avevano infatti discipline proprie sul tema della cittadinanza perché, come tutti sappiamo, in alcune parti del territorio nazionale vigevano regimi sostanzialmente statuali autonomi; in altre vi erano regimi
1912 la legge speciale sulla cittadinanza, peraltro ripetutamente modificata in seguito senza trovare un unico punto di riferimento tra sangue e suolo. La stessa Costituzione repubblicana comprende infatti sia l’esplicita previsione della centralità della persona umana che prescinde dalla cittadinanza, sia la cittadinanza medesima che viene posta a fondamento del principio di eguaglianza senza distinzione - come afferma l’articolo 3 della
Un tempo esisteva la distinzione tra cittadini (“cives”) e non cittadini (“barbari”). Nel passaggio al cristianesimo invece è stato introdotto un principio più profondo e universale: quello di persona umana sostanzialmente coloniali; in altri infine vi erano regimi ibridi. Per quel che concerne il rapporto tra emigrazione e immigrazione il Regno d’Italia ha conosciuto una forte emigrazione italiana all’estero e una altrettanto forte immigrazione interna: la prima poneva in evidenza soprattutto il rapporto di sangue; la seconda si basava sostanzialmente sul suolo sul quale si nasceva. Senza percorrere tutte le tappe di questo processo normativo italiano, è sufficiente ricordare che è del
Costituzione: «di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali». Ma la prevalenza dello ius sanguinis sullo ius soli diviene Costituzione vigente all’inizio del 2000, allorché si procede alla nuova formulazione del fondamentale articolo 48 della Costituzione, allorché si finisce con il prevedere esplicitamente proprio la “neonata” circoscrizione Estero, fondata infatti sulla attribuzione del potere di voto ai cittadini italiani residenti all’estero.
Da un lato, il processo di integrazione europea, e dall’altro l’avvento - anche se tuttora embrionale - della globalizzazione mondiale pone in evidenza il progressivo decadimento del principio dello ius sanguinis e della tendenziale universalità del principio dello ius soli.
Il processo di integrazione europea - infatti - da un lato sta finendo con il saldare antichi regimi coloniali euro-africani, e dall’altro vede la progressiva espansione di immigrazione africana in Europa, basata non più sulla razza o sulla religione, ma - sempre più intensamente sul territorio. L’antica esperienza statunitense di una naturale preferenza dello ius soli rispetto allo ius sanguinis ha finito infatti con il far convivere territorialità e razza; territorialità e religione. Occorre pertanto essere consapevoli che questa “nuova” globalizzazione sta progressivamente ricomponendo l’antica scissione tra persona e cittadinanza: universale la prima, statual-territoriale la seconda. Questo dunque appare il contesto nel quale anche l’Italia - che è stata a lungo terra di emigrazione all’estero e di immigrazione interna - dovrà tener conto nel modificare radicalmente la propria e antica legge speciale sulla cittadinanza.
commenti Il messaggio che Benedetto XVI ha lanciato venerdì al Consiglio per i laici
Primum credere, deinde “politicare” La «solidità della fede» come base della presenza cristiana nella vita pubblica di Luigi Accattoli volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte»: l’ha detto Papa Benedetto venerdì al Consiglio per i laici ed è una frase rivelatrice dell’atteggiamento di un uomo che guarda alla politica come a una realtà “seconda” alla quale indirizzare l’attenzione dei cristiani. Il vaticanismo classico distingueva tra Papi “religiosi” e “politici”. L’uso di queste categorie era frequente in maestri di quella professione come Silvio Negro, Carlo Falconi, Benny Lai; ma anche in scrittori e commentatori come Carlo Arturo Jemolo e Giovanni Spadolini. Facevano “politico”un Papa la cura del governo della Chiesa, la predisposizione all’uso del diritto, l’attenzione agli Stati e alla partecipazione dei cattolici alla vita pubblica. Tra quelle “religiose” si elencavano le attitudini a occuparsi della dottrina, del culto, della predicazione, della spiritualità. Volendo applicare quella griglia concettuale a Benedetto XVI dovremmo dire che egli sia il Papa meno politico dell’ultimo secolo: bisognerebbe forse risalire a Pio X per avere un “vescovo di Roma” più impolitico dell’attuale, che non a caso è detto “il Papa teologo”. Eppure in Benedetto è frequentissimo il richiamo all’importanza dell’impegno politico. Da tre anni egli svolge un’insistente sollecitazione perché la comunità ecclesiale favorisca la nascita di una nuova generazione di politici cattolici. Così parlò per esempio alla “plenaria” del Consiglio per i laici nel novembre del 2008, in un’occasione - dunque - simile a quella della settimana scorsa: «Ribadisco la necessità e l’urgenza della formazione evangelica e dell’accompagnamento pastorale di una nuova generazione di cattolici impegnati nella politica, che siano coerenti con la fede professata, che abbiano rigore morale,
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capacità di giudizio culturale, competenza professionale e passione di servizio per il bene comune». Di testi siffatti se ne potrebbero citare una decina a partire dalla visita a Cagliari del 7 settembre del 2008. Essi sono dettati proprio da quella preoccupazione di ottenere una «più incisiva presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia» evocata venerdì dal Papa. Ed ecco che in quello stesso discorso di Benedetto ci dice che rispetto all’impegno pubblico c’è un primum della fede da coltivare perché essa abbia «solidità» e possa dare fondamento e motivazione agli impegni storici. È utile vedere come vi giunga. Parlava all’assemblea plenaria del Consiglio per i laici che aveva per tema: «La questione di Dio oggi». E qui già si vede l’in-
Dio o senza Dio tutto cambia». I cristiani tuttavia - argomenta il Papa - «non abitano un pianeta lontano, immune dalle “malattie” del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo: perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale». Svolto questo itinerario argomentativo, il Papa teologo può così concludere: «La prima risposta alla grande sfida del nostro tempo sta allora nella profonda conversione del nostro cuore, perché il Battesimo che ci ha resi luce del mondo e sale della terra possa veramente trasformarci». La «solidità della fede» viene dunque prima della sua attestazione nella vita pubblica ed è destinata a trasformare la vita del credente ponendola a lievito della «città dell’uomo». Ecco dunque chiarita la frequenza del richiamo alla politica da parte del Papa più impolitico del nostro tempo. Egli non è un Papa“politico”, per usare la vecchia terminologia, perché - nella gestione del proprio ministero - non ritiene di potersi affidare granché agli strumenti del governo della Chiesa, dal diritto canonico alle vie diplomatiche. Anche per quello che riguarda il messaggio ai popoli e all’umanità del nostro tempo, così come la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica, egli è convinto che la via privilegiata sia quella della formazione alla fede e della concentrazione in Dio. Scrive libri su Gesù, svolge una predicazione incentrata sulla teologia dell’amore, vuole convincere la Chiesa - per via d’esempio più che per direttive vincolanti - a mettere mano a una purificazione penitenziale di lunga durata: egli è decisamente un Papa “religioso”.
La saldezza religiosa, per il Papa teologo, viene dunque prima della sua attestazione nella vita pubblica ed è destinata a trasformare la vita del credente ponendola a lievito della «città dell’uomo» dole “religiosa” di un Papa che detta quell’argomento e ne commenta la scelta affermando che «non dovremmo mai stancarci di riproporre tale domanda, di “ricominciare da Dio”, per ridare all’uomo la sua piena dignità». Da qui la messa in guardia dalla «mentalità positivistica» che «è andata diffondendosi nel nostro tempo», la quale «rinuncia a ogni riferimento al trascendente»; e la domanda su «come risvegliare la domanda di Dio, perché sia la questione fondamentale»; e la risposta che «la domanda su Dio è risvegliata dall’incontro con chi ha il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore».
Eccoci arrivati al ruolo dei «fedeli laici» (Christifideles laici), «chiamati a offrire una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell’agire: nella famiglia, nel lavoro, come nella politica e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con
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