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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 3 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Monti lunedì alla Camera. E martedì spiegherà la manovra in tv. Forse ci sarà anche una nuova tassa sul lusso

La colpa di essere giovani Il Censis: due milioni di “disperati”. Ecco perché cambiare le pensioni Non studiano, non lavorano: sono ormai rassegnati. Casini: «Sono loro la priorità nazionale». Ma i sindacati insistono: «Sulla previdenza vogliamo trattare». E domani vedranno il premier VILTÀ E RESPONSABILITÀ

POLITICA & COMUNICAZIONE

I partiti non si nascondano dietro a Monti

E il premier scelga la strada della verità

di Osvaldo Baldacci

di Enrico Cisnetto

stato notato il radicale mutamento nello stile di comunicazione di questo governo rispetto ai lustri più recenti. È una questione che investe con evidenza l’istituzione governo ma anche la tv. a pagina 2

nformativa, consultazioni o vere e proprie trattative? Non è ancora chiaro come catalogare il giro che Monti farà nel weekend con gli interlocutori politico-parlamentari e le parti sociali. a pagina 4

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Discorso al Bundestag

di Riccardo Paradisi

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La Merkel: «Il futuro Ue è nelle mani di Roma»

ROMA. Li chiamano «neet», dall’acronimo inglese di «Not in Education, Employment or Training»: in Italia sono più di due milioni e sono i ragazzi che non studiano, non lavorano né cercano più un futuro. «È anche per loro che va fatta la riforma delle pensioni», ha detto ieri Casini. E uno progetto di futuro lo chiedono anche i sindacati, che Monti vedrà domenica. Poi, lunedì, il premier porterà la manovra in Cdm e martedì sera in tv. a pagina 2

Allarmante diagnosi della cancelliera: «L’Europa può esplodere. A breve l’unione fiscale»

Franco Insardà • pagina 6

Previdenza e crescita secondo Leonardo Becchetti

La dura riflessione del grande sociologo tedesco

«Risparmiamo e investiamo tutto sui ragazzi»

Angela, basta euronazionalismo!

«Gli under 35 sono quelli che hanno pagato più di tutti per la crisi. È arrivato il momento di aiutarli. Forse anche con la tobin tax che darebbe allo Stato 10 miliardi»

di Ulrich Beck

Francesco Lo Dico • pagina 5

ià in passato, l’Europa ha compiuto un miracolo, trasformando nemici storici in vicini di casa. È arrivato il momento di porsi nuovamente l’eterna domanda: l’Europa è in grado di garantire ai suoi abitanti pace, libertà e sicurezza? a pagina 7

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Il Consiglio per i diritti umani di Ginevra condanna Damasco. Astenute Russia e Cina

«Assad ha ucciso trecento bambini» L’Onu denuncia le violazioni commesse dal dittatore siriano di Luisa Arezzo

Accentrare ancora un poco il potere e lasciare libera la società

«Medioriente, la mia ricetta per far vincere la democrazia» di Robert D. Kaplan più di un anno che si discute molto ed approfonditamente per far recepire la questione più profonda della filosofia politica: come creare un’autorità centrale legittima. Un Paese arabo dietro l’altro –Tunisia, Egitto, Libia,Yemen, Siria – ha visto i propri popoli scendere in piazza per chiedere la caduta dei loro governanti, pur essendo poco chiaro cosa sarebbe successo dopo. a pagina 20

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

a sorte del regime di Bashar al Assad è segnata, e anche se ci vorrà probabilmente ancora del tempo per assistere alla sua fine, essa è inevitabile. La pressione internazionale contro di lui aumenta di giorno in giorno e per la seconda volta in meno di una settimana l’Onu ha denunciato la carneficina di Assad: oltre 4mila morti in meno di otto mesi, di cui 307 bambini, spesso sottoposti alle più micidiali forme di tortura. Perché i bambini parlano più facilmente degli adulti e dicono meno bugie. Di questi ben 56 hanno perso la vita a novembre, il mese più sanguinoso di tutti quelli finora passati. È una Navi Pillay più ferma del solito quella che ieri è apparsa a Ginevra. a pagina 20

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• ANNO XVI •

NUMERO

235 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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la crisi dell’Euro

Ci vuole responsabilità, non “vergogna”

I partiti non si nascondano dietro a Monti di Osvaldo Baldacci stato notato il radicale mutamento nello stile di comunicazione di questo governo rispetto ai lustri più recenti. È una questione che investe con evidenza l’istituzione governo, in confronto coi precedenti, ma il segno del marcato cambiamento va ben oltre, in quanto è fortemente percepibile come sia cambiato l’ambiente della comunicazione, lo stile di tv e giornali. Niente più lustrini e fuochi d’artificio, ma molta, molta sobrietà. È un buon segnale, il simbolo più evidente di quello che auspichiamo possa essere un più profondo cambiamento sociale all’insegna della serietà e della responsabilità. È un cammino lungo e faticoso e pieno di incertezze, ma è un buon cammino. Ben venga quindi la presenza del presidente Monti in tv (anche se forse il «contentiore» Porta a Porta nonè quello giusto: meglio sarebbe stato un messaggio a reti unificate). La rinuncia alla perniciosa politica degli annunci e della propaganda non vuol dire smettere di comunicare. E non basta neanche pretendere di comunicare con i fatti. Primo, perché i fatti di questo governo avranno bisogno di tempo per manifestare gli effetti positivi. Secondo perché comunicare vuol dire mettersi in sintonia con chi deve ricevere il messaggio, significa farsi capire, non arroccarsi e pretendere che il ricevente decodifichi un messaggio che non è adeguato a lui. Il rischio di questo governo di tecnici e professori è che potrebbe pensare di non avere bisogno del consenso. Al contrario, ne ha molto bisogno. Non può stare arroccato.

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Anche in questo i partiti devono aiutare il governo. Prima di tutto devono smetterla di nascondersi dietro un dito, di approfittare del governo tecnico per scaricargli tutte le responsabilità e rifarsi una verginità elettorale. È il tempo dell’assunzione della responsabilità, è il tempo di mettercela tutta per salvare il Paese, è il tempo nel quale bisogna essere orgogliosi di fare il proprio dovere – sia esso tecnico, politico o civico, ciascuno secondo i ruoli – per contribuire a rilanciare l’Italia. Il governo dev’essere la punta di diamante di quest’impresa, non l’elemento dietro cui mascherare le proprie impotenze. Ma non basta che i partiti si limitino a non ostacolare e contraddire la comunicazione del governo. Devono fare di più. Proprio per la loro responsabilità politica, per il loro ruolo di rappresentanza, per la loro presenza sul territorio nazionale, devono assumersi la responsabilità di cinghia di trasmissione del governo. Devono fare da tramite con i cittadini, assumersi in pieno la responsabilità di spiegare ai cittadini quanto sta avvenendo. Devono fare politica nel senso più pieno e nobile, devono dimostrare davvero di essere classe dirigente, cioè capace di guidare. La comunicazione politica finora è stata inseguire i sondaggi e cercare di capire cosa la gente voleva sentirsi dire, per guadagnare consenso. È tempo di tornare a costruire il consenso, che è cosa diversa e investe la propria responsabilità. Significa smetterla di far la gente contenta e imbrogliata, e piuttosto ricominciare a indicare mete che vale la pena di raggiungere ma che richiedono l’impegno di tutti. Bisogna aggregare i cittadini intorno a impegni e obiettivi, non solo con promesse a vanvera.

Casini: «La riforma è una misura d’equità rispetto alle nuove generazioni»

L’invasione degli ultraneet

Sono i «Not in Education, Employment or Training», ossia gli oltre due milioni di giovani che né studiano né lavorano. E non avranno mai una pensione di Riccardo Paradisi ono i giovani la categoria sociale più colpita dalla crisi, su di loro, ventenni e trentenni italiani, si scarica con più forza, il peso della depressione economica che dal 2008, come un onda lunga e montante ha investito l’Europa e l’Italia dopo aver attraversato l’oceano. Depressione economica e della volontà se è vero che si impenna fino a due milioni l numero dei ragazzi che non spera nemmeno più di trovare un posto nel mondo e che dunque non solo non lavora ma ha anche rinunciato alla propria formazione, consegnandosi a un presentismo senza futuro e senza progetto.

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Il rapporto Censis presentato ieri a Roma mette in evidenza in maniera allarmata e impietosa l’impatto che la crisi ha avuto sull’occupazione ed in particolare su quella giovanile. Il milione di occupati in meno tra il 2007 e il 2010 sono infatti giovani fino a 34 anni. Mentre l’occupazione straniera ha visto, tra il 2007 e il 2010, ingrossare di misura le proprie fila, registrando quasi 580mila lavoratori in più, di cui circa 200mila nell’ultimo anno, per un incremento complessivo del 38,5%, quella italiana ha invece segnato una perdita di quasi un milione di posti di lavoro (precisamente 928mila, con un decremento del 4,3%), di cui 335mila nell’ultimo anno. All’interno di questa fascia di disoccupazione i giovani

sono le vittime privilegiate. Malgrado un calo demografico senza precedenti (la popolazione di età 15-34 anni si è ridotta nell’ultimo triennio di circa 514.000 unità) tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980mila unità, e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati.

Anche tra i 35-44enni la crisi ha mietuto vittime, ma l’impatto è stato decisamente più contenuto: 100mila posti di lavoro in meno, per un calo dell’1,4%. Nelle generazioni più mature i livelli occupazionali non solo sono stati salvaguardati, ma sono addirittura aumentati: cresce del 7,2% l’occupazione tra i 45-54enni e del 12,9% tra i 55-64enni. A questo bollettino di guerra va aggiunto come si dice la la quota di Neet, i giovani che non lavorano né studiano e che rientrano nell’arco anagrafico dei 15-29 enni. Una categoria di depressi sociali che ha ripreso a crescere con l’inizio della crisi economica, attestandosi nel 2010 al 22,1%, rispetto al 20,5% dell’anno precedente. Uno spreco di energie e di talenti assurdo e spaventoso che diventa ancora più irritante se si pensa che sul fenomeno dei Neet l’Italia, come rileva il Censis, detiene un ben triste primato a livello europeo. È anche di fronte a questi dati che ieri Pier Ferdinando Casini ha dichiarato che l’Udc non darà solo l’appoggio


la crisi dell’Euro

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Ci salverà l’economia della realtà Nella relazione annuale sullo stato del Paese il presidente del Censis De Rita racconta l’Italia 2011 entre il Paese fibrilla per lo spread quotidiano e le impennate della della finanza impazzita il presidente del Censis Giuseppe de Rita apre la 45 relazione annuale sullo stato del Paese parlando di lunga durata e citando il filosofo Levinas: «Si salvano solo coloro che mantengono dentro di sé lo scheletro contadino».

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Che significa? Sostanzialmente il Paese potrà ripartire solo tornando all’essenziale, al suo scheletro appunto contadino, fatto di buon senso, lavoro, tempi lunghi, economia reale e solidarietà sociale. Il nucleo duro su cui s’è costruito lo sviluppo e il benessere italiano. «Occorre tenere la barra dritta – come dice De Rita - e lavorare su cinque punti fondamentali e imprescindibili». Primo fra tutti: l’economia reale che ha un valore rilevante «ma della quale non si sa niente, di cui si ignorano i meccanismi interni perché da dieci anni ci si concentra solo sulla finanza. Non ragioniamo più sull’industria, l’agricoltura italiana, la filiera del turismo, le opportunità di investimento sull’agricoltura». Fino al paradosso che abbiamo speso soldi per lo sviluppo dell’immagine italiana nel mondo ma dimenticando che proprio in questo settore esiste il maggior sommerso della società italiana. Bisogna poi lavorare su misure di lunga durata, mantenendo il controllo sulla direzione verso la quale si viaggia perché «un’eccessiva rapidità dei processi decisionali significa non sapere dove si sta andando. Il breve periodo va controllato attraverso una vi-

sione di medio/lungo periodo. Invece stiamo facendo ridere il mondo con il nostro agire politico compulsivo: quella di lunedì sarà la quarta manovra in poche settimane». Una ”rapidizzazione”, la chiama De Rita, senza progetto, schiavi come siamo dell’evento giornaliero. Sul fronte sociale poi, per il presidente del Censis è necessario far emergere i conflitti latenti e affrontarli con una dialettica costruttiva mentre occorre lavorare sui nuovi format sociali e re-

Anche perché c’è un altro punto su cui tenere ferma la barra, quello dell’articolazione interna della società. Vale a dire, «la realtà di un disagio sociale, un conflitto potenziale, che non è più la contrapposizione generazionale o la vecchia dicotomia Nord-Sud. E menomale! Altrimenti saremmo una società cetomedista e imborghesita che si siede su se stessa». Un varco di conflitto allarmante però potrebbe presentarsi sotto una forma inquietante quella della reazione nazional-popolare e populista allo strapotere della finanza e alla polverizzazione della sovranità politica e nazionale. «Lasciare la realtà sociale a se stessa nella convinzione che tanto ci pensa Obama, Bruxelles o Francoforte vuol dire creare una moltitudine senza conoscenza, deresponsabilizzata».

una moltitudine senza responsabilità e conoscenza». Anche perché De Rita ribadisce che «sappiano tutti che Francoforte per tutti significa finanza e finanza significa solo controllo ma non sviluppo né innovazione». La deriva nazionalpopolare «non si risolve con un po’ di concertazione domenicale. La salvezza di questa nazione sta nel tenere dritta la barra, nel sapere chi siamo e dove stiamo andando».

«Il Paese ha delle risorse delle quali non si sa niente, di cui si ignorano i meccanismi interni perché da dieci anni ci si concentra solo sulla finanza» lazionali che emergono. Perché le relazioni sociali ”sono un fatto identitario che va curato”, un fenomeno tipico italiano che arriva dai social network alle sagre di paese che va coltivato. Infine, bisogna ricostruire la rappresentanza politica riportando i cittadini nei luoghi attraverso i quali le loro istanze arrivano alla politica: parlamento, partiti, consigli regionali e comunali. «Non sono le emozioni di piazza a fare la politica ma la domanda di rappresentanza». De Rita contesta i teorici del decisionismo senza consultazione. Critica anche il profilo di condotta del governo Monti, questo saltare a piè pari ”il vecchio rito” concertativo come è stato chiamato, che non è solo un rito e che non è vecchio polemizza De Rita. E perché oltre la politica c’è solo l’antipolitica.

ma la convinta adesione a queste iniziative anche se impopolari. «A Prodi e a Berlusconi abbiamo chiesto per anni riforme strutturali, come quella sulle pensioni, guardando ai nostri figli perché c’è uno squilibrio a vantaggio dei vecchi. Oggi Monti dopo anni di rinvii affronta questa questione». Soprattutto sulle pensioni per Casini deve essere fatto agli italiani un ”discorso di verità”: «è fondamentale garantire i più deboli e, tra questi, ci sono i giovani e i nostri figli. Se parliamo di equità e di rispetto dei più deboli ci deve essere un riequilibrio anche in termini generazionali».

Anche il segretario Udc Cesa riflette sui

Facile preda d’un neoperonismo che potrebbe assumere forme di ”nazionalpopolare o di nazionalsociale”. Per fortuna un potenziale Peron non ce l’abbiamo aggiunge De Rita anche se «abbiamo avuto un Peroncino», ironizza. Tuttavia casi di nazionalismo un po’ becero e populista ci sono già dice il presidente del Censis: «Grillo, Storace e Di Pietro». Se si facesse strada un leader populista vero però avrebbe a disposizione un potenziale di successo altissimo perché «L’Italia è una realtà sociale lasciata a se stessa, a

Un punto su cui soprattutto in riferimento alla famiglia i cattolici pressano il governo. Dopo il lamento del quotidiano della Cei Avvenire per la mancanza della creazione d’un ministero della famiglia anche il settimanale dei paolini Famiglia cristiana scende in campo per incalzare l’esecutivo: «Nella compagine del governo Monti e nelle misure a cui sta lavorando non possiamo tacere, con rammarico, una prima nota stonata: la totale assenza, nello spartito, della parola famiglia. Negli anni recenti (da Prodi, a Berlusconi e Monti), siamo passati da un ministero per la Famiglia, al sottosegretariato, al nulla at-

scenti, garantito assistenza ad anziani e disabili. E si è fatta carico appunto della disoccupazione dei giovani.

Il premier Monti comunque martedì sera illustrerà nel merito la manovra anticrisi alla trasmissione di Bruno Vespa Porta a porta che il Consiglio dei ministri avrà già varato lunedì, interrompendo così un lungo silenzio. Al talk-show di Bruno Vespa, insieme al capo del governo, parteciperanno anche i ministri dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, e del Welfare, Elsa Fornero. Una notizia che ha scatenato l’opposizione leghista: «Né il premier né due importanti ministri del suo governo come Corrado Passera ed Elsa Fornero trovano il tempo di venire in Aula, ma che andranno tutti insieme in televisione a spiegare la manovra economica nel salotto di Porta a Porta». Ironico il deputato Udc Roberto Rao. «Monti troverà da Vespa anche Paolo Crepet per le lacrime e Francesco Bruno per il sangue? Per i sacrifici basta il maggiordomo». In serata la precisazione del governo: «La riunione del Cdm è stata confermata per lunedì mattina. Subito dopo il presidente del Consiglio Mario Monti andrà alla Camera e al Senato (verso le 18) per illustrare la manovra». Un’indiscrezione però sulla manovra è uscita: dovrebbe contenere una tassa sul lusso, yacht e ville per intendersi.

Anche tra i 35-44enni la crisi ha mietuto, ma l’impatto è stato decisamente più contenuto rispetto alla generazione precedente: 100mila posti di lavoro in meno, un calo dell’1,4%

dati del Censis alla vigilia della riforma pensionistica: «Una fotografia impietosa e purtroppo molto realistica della situazione che vive il nostro Paese. La crisi delle famiglie, il dramma occupazionale che colpisce i giovani, l’aumento del lavoro sommerso e la crescente sfiducia nelle istituzioni rappresentano emergenze preoccupanti su cui tutti i partiti sono chiamati a fare la loro parte a fianco del governo Monti. Non c’è tempo da perdere, né spazio per i tatticismi che hanno portato l’Italia in queste condizioni». Un tema quello dell’equità su cui il premier Monti insiste molto accanto alla crescita e al rigore.

tuale. Bruttissimo segnale. Anche per la forte presenza di ministri cattolici nel Governo. Sebbene in passato ci siano state più parole, passerelle e promesse che impegni concreti. Ma, ora, il silenzio sulla centralità della famiglia è assordante». E anche incomprensibile. Visto che, come nota anche il Censis, nella crisi è stata proprio la famiglia a rivelarsi il miglior ammortizzatore sociale. Ha tenuto in piedi il Paese. Meglio dello Stato. Ha ammortizzato povertà cre-


la crisi dell’Euro

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Le «consultazioni» di questo fine settimana con partiti e forze sociali potrebbero essere un’arma a doppio taglio per il premier

Operazione verità

È quella che deve fare Mario Monti per spiegare non solo la manovra, ma anche perché è indispensabile al Paese. Dalle pensioni agli investimenti alla crescita: dopo anni di bugie populiste, la vera rivoluzione è quella della sincerità di Enrico Cisnetto nformativa, consultazioni o vere e proprie trattative? Non è ancora chiaro come catalogare il giro che Monti farà nel weekend con gli interlocutori politico-parlamentari e le parti sociali. In tutti i casi, ci sono dei pro e dei contro con cui giudicare questa modalità di tenuta dei rapporti tra il governo e i suoi diversi stakeolder. Da un lato, infatti, è bene che un esecutivo che gode di una larghissima fiducia parlamentare ma di una limitata convergenza politica, sappia tenere il filo del confronto e usi con parsimonia l’arma del ricatto dell’emergenza, che è la vera piattaforma su cui è nato. Dall’altro, però, è evidente che se quelle stesse forze che hanno dovuto abdicare al loro ruolo preminente vogliono riguadagnare gli spazi d’azione perduti imponendo al governo di sottoporsi a trattative mascherate da consultazioni, allora il governo rischia di infilarsi in un meccanismo infernale che può produrre solo paralisi.

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Anche perché, come si è già visto, a parte il Terzo Polo che fin dal primo momento ha dato carta bianca a Monti, sia i due partiti maggiori (o meglio, alcune loro componenti interne) sia l’Idv e gli altri partiti pulviscolari, hanno espresso non pochi distinguo sulle ipotetiche misure che il governo si accingerebbe a prendere. Di Pietro, per esempio, allineandosi non casualmente alla Lega, ha fatto sapere che le pensioni di anzianità non si toccano, nonostante

che proprio in queste ore l’Inps ci abbia fatto sapere che con quel tipo di modalità previdenziale nei primi dieci mesi di quest’anno l’età media di coloro che sono andati in quiescenza è stata di 58,7 anni, cosa che porta l’età media di tutti i pensionati Inps (vecchiaia e anzianità) a 60,2 anni, addirittura in calo rispetto ai 60,4 anni del 2010. E un uomo pur prudente come Cesare Damiano gli ha fatto eco, dicendo ai suoi del Pd – immagino intendesse rivol-

Toccherà proprio a questo governo tecnico ridare dignità alla politica

gersi a Ichino, Morando e ai liberal dei Democratici – che non bisogna regalare voti alla Lega (esigenza che evidentemente viene prima della salvezza del Paese).

Insomma, se è concesso un consiglio al premier, sarà bene che Monti spieghi e ascolti, ma non si faccia attirare su un terreno di sabbie mobili come quello di una trattativa sui diversi provvedimenti che andranno a comporre la mano-

vra. Cioè, non perda mai di vista il fatto che è stato chiamato ad un’opera di supplenza proprio perché sulle riforme strutturali non c’era una sufficiente convergenza e omogeneità non solo fra le due coalizioni contrapposte del nostro fallimentare bipolarismo, ma anche all’interno delle maggiori forze politiche. E che per queste ultime un certo margine di ambiguità – ti votiamo a favore in Parlamento per senso del dovere ma dissentiamo pubblicamente sui provvedimenti più impopolari (o presunti tali) per opportunismo – è non solo necessario, ma gradito. Dunque, Monti glielo lasci tutto questo spazio, e faccia maggiormente ricorso al dialogo con gli italiani. In fondo se siamo nella drammatica emergenza che lo ha portato al governo, è anche – per non dire soprattutto – per via del fatto che nessuno, per anni, ha detto la verità al Paese. Ora è venuto il momento che tutti guardino in faccia la realtà, ed è bene che succeda


Il professore di Economia politica commenta l’allungamento dell’età pensionabile

«Risparmiare va bene, ma ora investiamo sui giovani» Parla Becchetti: «La riforma è necessaria, ma non aiuta l’occupazione. Gli under 35 hanno pagato la crisi più di tutti. È il momento di aiutarli» di Francesco Lo Dico

ROMA. Alla vigilia della stretta sulle pensioni studiata dal ministro Fornero, che dovrebbe innalzare l’età pensionabile a quota 100, gli spazi per l’occupazione giovanile sembrano diventare ancora più angusti. Il rapporto del Censis segnala che l’opera di macelleria sociale prodotta dalla crisi finanziaria ha colpito soprattutto i nostri under 35: un milione di loro ha perso il lavoro negli ultimi quattro anni. E non va meglio agli under 30: uno su quattro non studia né lavora, percentuale record in Europa. La quota di Neet 15-29 enni, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano, ha ripreso a crescere con l’inizio della crisi economica, attestandosi nel 2010 al 22,1 per cento, rispetto al 20,5 dell’anno precedente. È l’annus horribilis della gioventù, senza dubbio. Specie se si considera che la priorità del governo, stretto nell’esigenza di reperire risparmi previdenziali per placare il pressing dell’Europa, è di tenere al lavoro ancora per qualche anno, molti soggetti che avrebbero potuto favorire il turn-over generazionale. «La necessità di ottenere risparmi con la riforma delle pensioni, chiaramente si scontra con il dovere di implementare l’occupazione giovanile», spiega Leonardo Becchetti, professore di Economia politica presso l’università Tor Vergata di Roma. «L’intento di perequare alcune disparità intergenerazionali attraverso il pro quota per tutti», continua il professore, «lima alcuni privilegi, ma l’unica maniera per fronteggiare la disoccupazione giovanile è reinvestire i soldi recuperati in una nuova formula contrattuale unica a tutele progressive». Professore, come valutare la riforma delle pensioni alla luce dei dati drammatici diffusi dal Censis? Le misure predisposte dal ministro Fornero creano una sorta di area di scambio, in cui lo Stato diventa broker tra soggetti privilegiati dal sistema retributivo e altri soggetti, più giovani, sottoposti al regime misto o al contributivo puro. Ma l’innalzamento dei requisiti contributivi non fluidifica certo il mercato del lavoro. L’esigenza di risparmiare mantiene al lavoro molti che avrebbero lasciato a breve con le vecchie soglie. Difficile immaginare che i cosiddetti neet possano trarne vantaggio. È per questo che la Fornero ha parlato di reddito minimo garantito alla vigilia della riforma pensionistica? Il danno di queste misure, in termini di occupazione giovanile, è evidente. Il governo pensa infatti di affrontare il problema spostando il carico del prelievo fiscale dal lavoro al consumo. Gli

sgravi alle imprese dovrebbero consentire alcune migliorie nelle assunzioni di giovani. È abbastanza curioso, però, che tra i punti della riforma sia previsto di lasciare intatta l’aliquota pensione dei precari, al 28 per cento, e di ritoccare invece, solo di uno o due punti quella degli autonomi. Un’occasione perduta? Sotto questo punto di vista, poteva si-

«Forse è arrivato il momento della tobin tax: vale 10 miliardi. Quanto la riforma delle pensioni» curamente essere fatto di più. Specie se si considera che il rosso di bilancio dell’Inps, tre miliardi di euro, è stato coperto dai contributi dei precari. Credo difatti che non essere intervenuti sulle pensioni, significhi dover preparare la strada a un contratto di ingresso unico con tutele progressive. Sarebbe ragionevole ipotizzare che i risparmi ottenuti dalla riforma pensionistica vadano a costituire un’importante risorsa per incentivare le assunzioni di chi si affaccia al mondo del lavoro, se ne tiene a distanza perché scoraggiato, o continua a prestare da anni la propria opera in una situazione di terribile svantaggio. La necessità del rigore rende tutto molto complesso. Quali risorse sarebbe possibile immaginare per rilanciare l’occupazione? È abbastanza importante comprendere che è arrivato il momento di varare una tobin tax sulle transazioni finanziarie. Almeno parte della responsabilità deve essere pagata da chi ha procurato la crisi. Soltanto per l’Italia si tratterebbe di dieci miliardi di euro. E di 236 miliardi per l’intero G20. Si dice che è una misura che scoraggia i mercati, ma il Regno Unito ne ha una al cinque per mille che non ha scoraggiato proprio nessuno. La verità, evidentemente, è un’altra.

Altre opportunità? Ci sarebbero per esempio quei sedici miliardi di euro che il governo precedente ha preferito non incassare, che erano legati alle frequenze televisive che sono invece state concesse gratuitamente. Avrebbero fatto comodo, in tempi di grande rigore. Non soltanto. Si dovrebbe cominciare a tassare l’inquinamento e a puntare forte sulla green economy. Il prezzo del silicio è diventato ormai bassissimo a opera dell’offerta cinese, e il fotovoltaico non ha più alcun bisogno di incentivi. C’è una normativa europea che impone la costruzione di edifici a emissione zero. La manutenzione di quelli esistenti e la costruzione di nuovi, aprirebbe le porte a migliaia di posti di lavoro, e a prospettive di sviluppo considerevoli. E le ha sovente ricordato anche i benefici della banda larga. In fatto di innovazione restiamo ancora molto indietro. L’adeguamento agli standard europei passa anche da misure come queste, oltre che dal rigore in materia di pensioni.

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prima che il governo vari i provvedimenti. Non averlo fatto finora è stato un errore, ma ancor più grave sarebbe non far precedere la manovra da un “discorso alla Nazione”.

Naturalmente, molto dipenderà anche dal comportamento di chi, tra i leader di oggi e tra quelli che aspirano ad esserlo domani, saprà creare le condizioni perché Monti possa centrare l’obiettivo. Lo abbiamo detto, e lo ripetiamo: ci aspettiamo molto dalla “troika ABC”, e cioè che anche Alfano e Bersani, oltre che Casini, abbiano il giusto approccio. Che, anche per egoistico interesse, non può che essere di fattiva convergenza tra loro e di generosa disponibilità nei confronti di Monti. Ma anche il premier deve saper creare le giuste condizioni perché tutto questo avvenga, sapendo trasformare la sensibilità che possiede e che ha maturato in anni di lavoro ai grandissimi livelli in vera e propria sensibilità politica. Potrà sembrare paradossale, ma potrebbe essere proprio il governo tecnico, accusato da più parti di aver estromesso la politica, a ridare ruolo e dignità alla Politica – sì, quella con la maiuscola – che la Seconda Repubblica aveva ignominiosamente mortificato. (www.enricocisnetto.it)

Qui accanto, Elsa Fornero. In alto, l’economista Leonardo Becchetti. Nella pagina a fronte, Mario Monti, Angelino Alfano e Pierluigi Bersani


Allarme della cancelliera: «Siamo seduti su una polveriera. Superare questa impasse è un processo che durerà anni»

Angela, la signora no

Dalla Merkel nuovo rinvio al fondo salva-Stati e netto rifiuto agli eurobond: non sono un contributo alla soluzione della crisi di Franco Insardà

ROMA. Della ripresa si è persa traccia anche tra gli emergenti. Le banche non hanno più risorse da prestare all’economia reale. È sempre alta la pressione sui debiti sovrani del Vecchio continente. Gli Stati Uniti, la Cina e tutti gli europartner le chiedono di decidere su tutti quegli strumenti per uscire dalla crisi (fondo salva-Stati ed eurobond «non sono un contributo alla soluzione della crisi), ma Angela Merkel continua a prendere tempo. Proprio sugli eurobond è stata criticata dall’ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt : «La Merkel con la sua politica ha isolato la Germania in Europa. O ci indebitiamo insieme o si costringe la Bce a comprare titoli “bacati” e allora arriva l’inflazione»

Ma la cancelliera in un intervento al Bundestag ha spiegato: «La crisi del debito non è un problema che può essere risolto in una notte, con velocità. Siamo seduti su una polveriera. Superare questa crisi è un processo che durerà anni». Secondo la Merkel intanto l’Italia «sta affrontando grandi cambiamenti da cui dipende il futuro dell’Eurozona. L’Italia è la terza economia dell’Ue e il suo futuro è quello dell’Eurozo-

Sarkozy in visita dal premier per sondare il governo britannico

E Londra boccia i nuovi trattati Cameron: «D’accordo solo se ci tutelano di più» LONDRA. La Gran Bretagna non sta a guardare: si parla di revisione dei trattati europei e anche Londra vuole dire la propria opinione perché non sia l’Euro l’unico collante (e l’unico traino) dell’Unione. Così, ieri il premier conservatore britannico David Cameron ha ospitato Nicolas Sarkozy per discutere d’Europa. O, meglio, per mettere dei paletti: «Voglio essere chiaro: se ci saranno dei cambiamenti dei trattati europei, farò in modo che quelli nuovi proteggano ulteriormente e rafforzino la Gran Bretagna. Il filo conduttore per me è sempre l’interesse della Gran Bretagna e come posso promuoverlo e difenderlo». Questo il credo di Cameron espresso in tv dopo l’incontro con il presidente francese. D’altro canto, il Cancelliere dello Scacchiere (sarebbe a dire il responsabile dell’economia britannica) durante l’incontro aveva fatto trapelare questa considerazione: «È nel nostro interesse economico che i governi di Eurolandia trovino una via di uscita dalla crisi della moneta unica». Che non è proprio una questione rivoluzionaria ma concede un margine di adesione anche “morale” al travaglio dei partner. Perché una cosa è

certa: la crisi dell’Euro sta producendo nelle leadership dell’Unione una propensione al nazionalismo, anche spinto, fin qui impensabile. Non solo lo «spirito europeista» delle origini ora è solo un ricordo, ma i vari capi di Stato e di governo sembrano saper solo giocare allo scaricabarile, accusando vicendevolmente della crisi globale (e vicendevolmente scaricando sugli altri le conseguenze di ciò che sta accadento nel mondo). Naturalmente, da questo punto di vista la Gran Bretagna gioca un ruolo molto particolare: per essendo nell’Unione, non ha aderito all’Euro e continua anzi a contrastare la moneta unica in virtù del suo ormai consolidato sodalizio (alcuni la chiamano dipendenza) con il dollaro. E non solo pochi coloro che vedono nel comportamento del governo di Londra un pizzico di speculazione sul fallimento dell’Euro. C’è questo timore anche alla base delle missione di Sarkozy, ieri, nella City. Missione incompiuta, tuttavia, visto che l’adesione ai guai dell’Euro è stata solo formale. Ed è proprio questo ciò che lunedì prossimo Sarkozy riferirà a frau Merkel nel vertice bilaterale sui trattati.

na. Ha davanti a sé un’enorme sfida: è responsabile per il proprio futuro e per il futuro dell’Europa». Ribadendo anche che «il futuro dell’euro è inseparabile dal futuro dell’Unione Europa. La strada è tutt’altro che facile, ma io credo che quella che stiamo percorrendo è quella giusta. Il nostro obiettivo è una Germania più forte in una Unione Europea più forte».

Ed ha anche precisato di voler evitare una “divisione”tra gli Stati membri: «il nostro obiettivo è una unione fiscale, andiamo a Bruxelles per modificare i trattati. È assurdo pensare che la Germania voglia dominare L’Europa. Nessuno avrebbe immaginato che avremmo dovuto fare dei passi importanti per quanto riguarda l’Unione europea dal punto di vista monetario e fiscale. Non dobbiamo solo parlare dell’unione fiscale, ma la dobbiamo anche creare nella realtà. Non servono misure a breve termine, ma servono misure a lungo termine, come se fosse una maratona. Abbiamo raggiunto tanto, più di quanto potevamo immaginare. Ma dobbiamo fare altri progressi, dobbiamo affrontare il cuore della crisi e capire che nella zona euro stiamo affrontando una crisi del debito pubblico ma anche di fiducia». La situazione oggi, ha conti-


la crisi dell’Euro

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Ora basta con l’Impero euro-tedesco! Una denuncia-riflessione del grande sociologo bavarese contro il modello “Merkozy“ di Ulrich Beck ià in passato, l’Europa ha compiuto un miracolo, trasformando nemici storici in vicini di casa. Oggi, alla luce della crisi dell’euro, è arrivato il momento di porsi nuovamente l’eterna domanda: l’Europa è in grado di garantire ai suoi abitanti pace, libertà e sicurezza in un mondo esposto agli sconvolgimenti della globalizzazione? Ci vuole un nuovo miracolo: l’Europa dei burocrati deve diventare l’Europa dei cittadini. Qualche tempo fa, dopo la svalutazione del debito greco, i cittadini d’Europa hanno ritrovato serenità e speranza: il Vecchio continente ce l’aveva fatta ancora una volta, e sembrava addirittura più forte di prima e pronto ad affrontare le sfide del futuro. Poi il primo ministro George Papandreou ha annunciato che avrebbe chiesto il parere del popolo greco attraverso un referendum, e improvvisamente la realtà nascosta è venuta a galla. In Europa, terra orgogliosa della sua democrazia, ricorrere al meccanismo democratico per eccellenza è ormai una minaccia. Papandreou è stato costretto a fare marcia indietro.

G

Fino a poco tempo fa credevamo che «dove c’è il pericolo, là cresce anche la salvezza» (per dirla con le parole del poeta tedesco Hölderlin). Oggi osserviamo una realtà diametralmente opposta: dove c’è salvezza germoglia il pericolo. Nuovi, terribili interrogativi si stanno facendo strada nella mente dei cittadini europei: le misure introdotte per salvare l’euro stanno uccidendo la democrazia europea? L’Unione europea ”salvata”smetterà di essere l’Ue che conosciamo per diventare un ”Ie”, un Impero europeo governato dalla Germania? La crisi infinita sta partorendo un mostro politico? Non molto nuato, è «che da una parte stiamo passando attraverso una delle più grandi crisi della storia, dall’altra sarebbe esagerato dire che non abbiamo raggiunto un accordo. A volte ci dimentichiamo di ciò che abbiamo raggiunto fino ad adesso, attraverso l’Europa abbiamo aggredito le cause e ci siamo accordati sul fatto che devono essere combattute per sconfiggere la crisi. È importante guardare gli obiettivi che abbiamo raggiunto e ricordare molto bene quali sfide in questo momento stanno colpendo il Portogallo, la Spagna e l’Italia. Spesso fuori dall’Unione europea ci si scorda quale è la posta in gioco, anche per il resto del mondo».

Ma la crisi deve essere «una opportunità per cambiare il nostro modo di fare, dobbiamo monitorare di più le regole e dobbiamo sanzionare chi non

tempo fa la cacofonia dell’Unione europea veniva criticata universalmente. Ma oggi improvvisamente l’Europa ha un solo telefono, che squilla a Berlino e appartiene ad Angela Merkel. Alcuni tedeschi sono convinti che il loro modello eserciti un irresistibile potere di attrazione nei confronti dei popoli d’Europa: l’Europa sta imparando il tedesco, pensano. Sarebbe meglio chiedersi quali sono le basi di questo potere disciplinante. Merkel ha stabilito che il prezzo da pagare per il debito è la perdita di sovranità, e il futuro che sta prendendo forma negli uffici dei

L’Unione in crisi si sta trasformando sempre di più in una versione fuori tempo massimo dell’Urss salvatori dell’euro viene considerato un effetto collaterale inevitabile. Ma la realtà, e la definizione mi si strozza in gola, è che l’Europa si sta trasformando in una versione fuori tempo dell’Unione sovietica: un’economia centralizzata che non si basa più sui piani quinquennali ma sui progetti (anch’essi quinquennali) di riduzione del debito. Il potere si concentra nelle mani di ”commissari” che possono vantare una sorta di ”diritto di accesso diretto” (concesso da Merkel) per distruggere senza esitazioni i villaggi Potemkin costruiti dai paesi debitori. E sappiamo tutti che fine ha fatto l’Urss. La crisi può essere anche fonte di oppor-

le rispetta. La commissione europea dovrà giocare un ruolo importante in questo. La Germania non perderà mai la sua sovranità perché abbiamo delle regole molto precise, che abbiamo creato per noi stessi, e ci saranno delle sanzioni automatiche se queste regole non saranno rispettate».

Nel suo discorso al Parlamento tedesco ha ribadito il suo pensiero sulla Bce e del suo rapporto con le banche. «È importante ricordare che il lavoro della Banca centrale europea è fare qualcosa di diverso dalle banche statali: assicurare la stabilità finanziaria, ed è quello che sta facendo in questo momento. La Bce è tutt’altra cosa rispetto alla Fed americana e alla Bank of England. Nei trattati è stabilito che sia una istituzione indipendente e io ne sono convinta». Ma la cancelliera ha

tunità. A suo tempo John F. Kennedy sbalordì il mondo intero con l’idea dei Peace corps. Allo stesso modo, la neo-europea Merkel potrebbe sorprendere tutti approfittando della crisi per avviare un’europeizzazione dal basso, per valorizzare la diversità e l’auto-determinazione e per concedere spazi culturali e politici dove i cittadini possano confrontarsi come membri di una realtà condivisa e non più come nemici privati dei loro diritti.

È arrivato il momento di creare l’Europa dei cittadini. Ma le leggi della politica e dei mercati non bastano, ci vuole un terzo pilastro: la società civile europea. Il progetto europeo non può prescindere da un’attività civica in grado di salvare i giovani d’Europa, disillusi e disoccupati. Naturalmente tutto ciò avrà un costo, ma la cifra sarà di gran lunga inferiore a quella stanziata (ieri, oggi e probabilmente anche domani) per il salvataggio delle banche. Non bisogna temere la democrazia di-

anche sostenuto che la Bce insieme alla Corte europea di giustizia e alle banche nazionali sono «gli elementi più importanti della nostra democrazia, perché creano fiducia e credibilità. Dobbiamo preservare questa fiducia. E questo può essere fatto se riusciamo a preservare

retta. Senza opportunità transnazionali di intervento dal basso, senza referendum europei in grado di impartire la direzione al transatlantico Europa, il progetto è destinato a fallire. Il presidente della Commissione europea deve essere eletto direttamente da tutti i cittadini d’Europa in un’unica tornata elettorale, creando la prima occasione di espressione democratica europea in senso stretto. Inoltre bisognerebbe istituire un congresso costituzionale per conferire una legittimità democratica a una nuova Europa, che potrebbe chiamarsi la ”Comunità delle democrazie europee” (Ecd). Sarebbe un buon inizio, non una soluzione definitiva alla crisi europea. Oggi dobbiamo parlare dell’Europa del cittadino, del citoyen, del citizen, del burgermaatschappij, del ciudadano, dell’obywatel… Dobbiamo affrontare gli antagonismi e le diffidenze intrinseche nella formula ”Europa dei cittadini”. In che modo possiamo creare una democrazia europea senza delegittimare i parlamenti nazionali? Se il rafforzamento dei diritti democratici può essere raggiunto seguendo diversi percorsi, la creazione di un’Europa forte e cosmopolita può essere accompagnata da un rafforzamento delle democrazie nazionali? La risposta è sì, ma l’Europa deve abbandonare il modello dell’euro-nazionalismo tedesco e dedicarsi alla creazione della Comunità delle democrazie europee. Condividere la sovranità è la scelta giusta per rafforzare il potere e la democrazia europea.

questa periodo: la politica. «Dobbiamo affrontare questa realtà, i politici hanno perso la fiducia degli elettori. Perché da quando l’Unione ha creato i principi di crescita, questi principi non sono stati applicati nel modo giusto. Dobbiamo fermare queste pratiche sbagliate,

Dito puntato anche contro la Serbia che avrebbe voluto lo status ufficiale di Paese candidato Ue: «Non incontra le condizioni per il processo di adesione all’Unione europea» la loro indipendenza. Ecco perché in futuro non farò commenti su quello che fanno le banche europee o su ciò che devono fare. Il compito dell’Europa è proteggere e conservare questa credibilità». A parte tribunali e banche c’è, secondo la Merkel, un’istituzione che ha perso credibilità in

questo è il passo più coraggioso che possiamo prendere in questo momento. I politici devono affrontare la crisi del debito creando una nuova credibilità nella gente, devono trovare il modo di mettere in atto ciò che è stato approvato». La cancelliera ha anche puntato il dito contro la Serbia, ge-

lando di fatto le ambizioni di Belgrado di ottenere lo status ufficiale di Paese candidato Ue, il 9 dicembre prossimo in occasione del vertice dei 27 Capi di stato e di governo.

La luce verde richiede, infatti, l’unanimità dei Paesi Ue e nelle ultime settimane si sono moltiplicate le voci critiche - in testa quelle di Berlino, Londra e Parigi - sulla scia delle nuove tensioni nel Kosovo settentrionale, rimasto fedele a Belgrado, legate al rifiuto della Serbia di riconoscere l’indipendenza dichiarata unilateralmente da Pristina nel febbraio 2008, con il forte sostegno di Bruxelles e Washington. In una nota del governo si dice: «La Serbia non incontra le condizioni per il processo di adesione all’Unione europea». Frau Angela ha così archiviato un’altra pratica.


società

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ROMA. Diversità e molteplicità per un arricchimento della vita culturale, artistica, sociale. È lo sguardo con il quale Radio Tre Rai, diretta da Marino Sinibaldi che è anche ideatore del progetto, ha deciso di affidare la conduzione di tutti i programmi ad artisti e professionisti stranieri per un’intera giornata. Un’iniziativa particolare, quella che la rete del servizio pubblico più impegnata sui temi del sociale metterà in onda lunedì prossimo. C’è un nesso evidente con la questione della cittadinanza da riconoscere ai bambini nati in Italia da genitori immigrati, recentemente rilanciata dal presidente Napolitano. Ventiquattr’ore pensate per andare oltre l’astrazione alfanumerica in cui spesso la nostra politica, e non solo la Lega, tende a risolvere il nodo dell’immigrazione. È possibile farlo, in effetti, se dal numero si passa alla voce, alle storie, alle realtà raccontate da chi in Italia ci vive (o almeno dell’Italia è innamorato) come parte reale della nostra società.

Non si parlerà solo di chi è arrivato nel Belpaese in fuga da condizioni disperate ma anche di chi ha scelto di vivere qui e ha contribuito e contribuisce ad arricchire la vita collettiva con le proprie tradizioni, con l’arte, la musica. Regalando a tanti la possibilità di apprezzare culture che diversamente non avrebbero conosciuto. Il palinsesto prevede alle 7.15 Prima pagina, la rassegna stampa quotidiana che nell’occasione sarà curata da Eric Jozsef, corrispondente dall’Italia di Liberation. A seguire Qui comincia con la voce di Samir al Qarouty, palestinese e collaboratore di Al Jazeera. Quindi Radio Tre mondo con il tedesco Udo Gumpel, Pagina Tre con la scrittrice egiziano-congolese Ingiy Mubiayi. Poi toccherà alla pianista e compositrice kazaka Angelina Yeshove occuparsi di Primo movimento. Tutta la città ne parla, rubrica che nasce di fatto insieme con gli ascoltatori di Prima pagina che suggeriscono con le loro telefonate il tema maggiormente sentito quel giorno, sarà affidata a Marina Lalovic, giornalista e programmista televisiva serba. E ancora si può proseguire con i molti contributi di islandesi, somali, dello scrittore iraniano Bijan Zarmandili che interverrà a Fahrenheit, di Bas Ernst, addetto culturale dell’ambasciata olandese, a Radio Tre suite, spazio nel quale saranno ospitati artisti inglesi, albanesi, turchi e il regista Peter Stein. Infine Battiti con il musicista americano John Arnold chiuderà una ventiquattr’ore all’insegna della molteplicità culturale che come si vede coinvolge espressioni artistiche e civili di ogni parte del mondo. Tutto come detto prende avvio sia dal richiamo del presidente Napolitano che dalla polemica nata pochi giorni prima alla Camera tra il capogruppo le-

i che d crona

Rai Radiotre “rivoluziona” la programmazione di lunedì prossimo

Un giorno alla radio da nuovi italiani Solo conduttori “stranieri” ai microfoni: un esperimento per la cittadinanza di Angela Rossi

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri)

ghista Reguzzoni e il segretario del Pd Bersani durante il dibattito sulla fiducia al governo Monti. Da una parte il partito di Bossi che rimproverava ai democratici di occuparsi della cittadinanza agli stranieri invece che delle imprese italiane, dall’altra il Pd che ricordava come i bambini nati in Italia da stranieri che pagano le tasse, allo stato attuale non possono considerarsi né italiani né stranieri, non avendo legami col Paese d’origine dei genitori e non potendone formalmente stabilirli con il Paese in cui nascono. Le reazioni di timore che ancora si scatenano in molti sono in realtà quelle che Zygmunt Bauman individua come «paura liquida». Concetto che permea gli ultimi lavori del filosofo nei quali si spiega la postmodernità usando le metafore di modernità “liquida” e “solida”. E con una definizione di paura come materia fluida che assume di volta in volta forme diverse, scivolando via dalle precedenti. È sempre Bauman a ricordare come l’incertezza che attanaglia la società moderna derivi dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Una visione che spiega in una volta modernità e globalizzazione, basata più che sull’estraneità al sistema produttivo o sul “non poter com-

prare l’essenziale”, sul “non poter comprare per sentirsi parte della modernità”. Secondo Bauman il “povero”, nella vita liquida, cerca di uniformarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi “come gli altri”, cioè accettato nel ruolo di consumatore.

In alto, bambini immigrati in una scuola italiana. Sopra, i giornalisti Udo Gumpel e Eric Jozsef e la scrittrice Ingiy Mubiayi

Condizione che evoca forse come nessun altra anche quella di alcuni nostri immigrati. E tradotto il livello teorico in vita quotidiana forse invece è questo il momento in cui molto si può fare anche in termini di legislazione sugli stranieri. «Proprio perché», nota il direttore di Radio Tre Rai Marino Sinibaldi, «viviamo un momento in cui si è abbassata la soglia di paura dello straniero dato che si è concentrati sui timori per l’impoverimento e per la situazione economica. È appunto il meccanismo della paura liquida descritto da Bauman. Io propongo che invece di parlare degli stranieri si parli della loro qualità. Ci sono persone che non sono spinte dalla necessità ma che scelgono di vivere in Italia e sono artisti, giornalisti, musicisti. Sono qui per il loro amore per questa nazione e possono offrire uno sguardo prezioso su di noi e contribuire ad arricchire la nostra vita intellettuale e culturale».

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mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

I ruggenti anni Venti della Ville Lumière rivivono nel nuovo film di Allen, che in nome dei suoi miti culturali ripone l’abituale nichilismo

a nostalgia non è più quella di una volta» è una vecchia battuta smentita da Midnight in Paris, l’ultimo film di Woody Allen. Ha sfondato i botteghini negli Stati Uniti e si scommette che ripeterà l’exploit da noi. Nelle mani di The Woodman (vezzoso soprannome blues-jazzistico, si spera non autoinflitto) la nostalgia per la Jazz Age parigina è un luogo onirico che soddisfa attese stratosferiche. È un altrove evocato esattamente come lo vorremmo nei sogni più stravaganti: accogliente, elegante, senza delusioni, fregature, tristezze. Le icone che popolano quel passato sono a proprio agio, argute e felici dell’arrivo di un estraneo. Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore e aspirante romanziere, idolatra Parigi (come Woody) e fantastica di installarsi in un sottotetto per darsi alla vie de bohéme, abbandonando il «volgare» danaroso cinema commerciale; il libro che sta scrivendo è ambientato in un negozio vintage, un indizio significante. Con la fidanzata Inez (Rachel McAdams) ha accompagnato i futuri suoceri, i ricchi imprenditori John (Kurt Fuller) e Helen (Mimi Kennedy) in viaggio d’affari nella Ville Lumiére, per una romantica vacanza pre-matrimoniale.

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WOODY IN PARIS di Anselma Dell’Olio


woody in

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La prima parte del film è la più tirata via, perché l’autore ha fretta di arrivare alla favola, il nostalgico viaggio nel tempo. Wilson e uno dei più riusciti doppelganger di Allen stesso, l’alter ego scrittore al centro delle sue storie. Il biondo texano è timido e imbranato come lui, ma anche dolce, accattivante e sexy. Non è troppo bello, grazie al naso rotto ed errante. Gli si vuol subito bene. È un peccato che Allen riduca gli altri personaggi del presente a banali caricature. Inez è una McAdams biondabottiglia e per niente burrosa, costretta nel ruolo di una donna spigolosa, gretta, avida di soldi, successo e delle imprecise perle di cultura ersatz del pomposo Paul, per il quale cova una vecchia cotta mai smaltita. Non le interessa un marito scrittore sconosciuto e povero. Ma se invece di sbagliare sempre le citazioni, il prof le dicesse giuste e a getto continuo, pomposo e compiaciuto della propria prosopopea, non poteva essere ugualmente stufo di essere schizzato per l’insopportabile tuttologo? Se Inez e famiglia fossero normali repubblicani che leggono il Wall Street Journal e amanti del lusso, invece di Tea Partiers caricaturali, affaristi, razzisti e xenofobi, il contrasto con i sogni di Gil non ci sarebbe stato lo stesso? Se invece di deriderlo, fossero solo normalmente scettici di fronte alle sue aspirazioni, con una diffidenza laminata di falsa cortesia? Si toglieva qualcosa alle turbe del quasi genero, stufo dell’accondiscendenza di suoceri dubbiosi per la sua vocazione acerba, preoccupati per il futuro della figlia coccolata e viziatella? Certo, estremizzando il comico è andato sul velluto e per le spicce, solleticando i ciechi, radicati pregiudizi dei bobòs e assicurandosi facili risate di compiaciuta superiorità, da chi considera chiunque sia di destra un fanatico pro-life e becero nazionalista pronto a fucilare medici abortisti e immigrati di ogni specie. Ripassando il film, non si sarebbe dovuto sacrificare una sola battuta buona, né una di quelle reazioni doppie di Wilson che segnalano costernazione, stupore, sconcerto.

Inez è dedita allo shopping e al turismo in compagnia del suo ex Paul (Michael professore Sheen). Non vede l’ora di trasferirsi nella villa a Malibu dove vivrà con Gil. Lui fa solitarie passeggiate notturne per sfuggire alla logorrea pedante di Paul, dalle cui labbra pende la fidanzata incantata. Perdendosi tra i vicoli, Gil si trova per incanto nella Parigi anni Venti, in compagnia dei più insigni protagonisti della Lost Generation. Il suo è anche il viaggio di un uomo dentro se stesso, alla vigilia di un passaggio capitale, il matrimonio: l’inizio dell’età adulta e l’addio alla giovinezza libera e spensierata. Sa di essere un abile mestierante che ha fatto fortuna a Hollywood; vorrebbe dimostrare d’essere più simile ai miti della cultura occidentale tra le due guerre mondiali. La materialista Inez è insofferente ai suoi sogni fumosi. Assapora il gusto d’indossare il mantello scintillante di Hollywood Wife, con il corollario di tappeti rossi, abiti firmati, cerimonie degli Oscar, feste glamour e baci in aria con star e movie mogul.

È facile scorgere nel praticone di successo che anela a un posto nel pantheon degli artisti assoluti, un’analogia con il percorso e i temi sempiterni di Allen. La sua lunghissima carriera inizia con battute e barzellette vendute ai quotidiani (rendevano più sapide le rubriche umoristiche e di gossip) per 200 dollari a settimana, nel 1950 una somma regale, specie per un quindicenne; semmai voleva iscriversi all’università, non gli sarebbe convenuto. La sua passione per la Cultura Alta appartiene all’autodidatta. Anzi, è una fissazione che il fine facitore di mots d’esprit esprime da par suo, prendendola per i fondelli in numerose opere satiriche oltre a questa (vedi The Whore of Mensa, in Citarsi addosso, Bompiani, 1976). A 17 anni scrive battute e sketch per il primo, popolarissimo varietà comico della tv americana: Your show of shows con Sid Caesar e Imogene Coca. La domenica sera la nazione si fermava per sintonizzarsi. (Persino in un collegio di suore italiane a Burbank, Villa Cabrini Academy, le interne si radunavano nell’auditorium dopo cena per assistere al programma, con il televisore regalato dal papà famoso di una studentessa, il divo cowboy Roy Rogers e la cowgirl Dale Evans). Guadagnare cifre e prestigio simili da adolescente dà a Woody gloria e sicurezza economica e un perenne complesso d’inferiorità, che riesce a far fruttare in opere d’ingegno redditizie. (Sell your suffering, diceva il lugubre musicista e poeta Leonard Cohen, autore della mesta ballata Suzanne). Come tutti i comici, Allen trasforma in risate le sue pene. Come Gil, è consapevole di possedere un bel talento di secondo anno IV - numero 42 - pagina II

piano. Non è in grado di rovesciare e rinnovare lo spirito come quei maghi metafisici di Dreyer, Fellini, Bergman, Antonioni, Buñuel. I suoi film, commedie e racconti sono assai commerciabili e costellati di namedropping culturale - tutti i suoi film contengono riferimenti spiritosi a numi indiscussi e noti ai radical chic come Van Gogh o Herman Melville. Evoca talismani familiari ai suoi fan mid-cult, ambiziosi culture-vultures che si compiacciono nel godersi battute impenetrabili per il pubblico demotico delle multisale. Sono i

noti bobòs, i borghesi bohemiens che non si perdono la Grande Mostra del momento, il film d’essai che vince a Cannes, il romanziere Nobelizzato. Il ragazzo mingherlino e nevrotico di Brooklyn si è creato una categoria semi-d’essai tutta sua: è chic vedere un film di Allen, com’è figo per attori famosi recitare nei suoi film per il minimo sindacale. Soddisfa le nostre intime pretese di essere intellettualmente tra gli happy few, e ci fa ridere di noi stessi mentre pensiamo di ridere del prossimo, e mai ci fa sentire meno colti di lui.

Ma il regista aveva fretta pour cause: la parte più gustosa arriva quando Gil, in fuga dal noioso bla-bla di Paul in cattedra, si ferma a quell’angolo che alcuni identificano in una strada di Montmartre, altri in Rue de la Montagne di Sainte Geneviève (propendiamo per la seconda). Le campane della chiesa suonano la mezzanotte; una limousine Peugeot d’epoca, carica di festosi bon vivants, si ferma per invitare Gil a salire e lo portano a una soirée haute bohéme. Si capisce che «qualcosa è cambiato» non attraverso effetti speciali, ma solo dal cambio delle luci (Darius Khondji è il bravo direttore della fotografia, una volta compito esclusivo del

paris

compianto Carlo Di Palma). Si passa dal freddo, nitido biancore delle scene che stabiliscono l’umore alienante del presente, alla soffusa, morbidamente avvolgente illuminazione degli anni ruggenti. Le splendide persone in abito da sera e total look anni Venti non sono dirette a un ballo in maschera. Gil scopre, mentre i suoi nuovi amici gli versano una coppa di champagne, lo sguardo attonito, stupito, di vivere in compagnia delle vere personalità celeberrime del suo periodo preferito: sono loro che fanno del film una gioiosa giostra del name-dropping al cubo, caro a Woody. Un poeta presentato come «Tom», sarà dunque l’autore della Terra desolata, Thomas Stearns Eliot, una sinuosa dea nera è Josephine Baker, il pianista che suona Cole Porter è Cole Porter (Yves Heck); ed è solo un assaggio di una lunga e sapida lista.

Gli incontri che Gil fa a ogni tocco di mezzanotte sono un borderò d’immortali dell’epoca. Si va dalla divertente imitazione dalle frasi terse, virili e glabre di aggettivi di Hemingway (Corey Stoll), alla nevrotica agitazione di Zelda Fitzgerald (la perfettamente nominata Alison Pill), sedata con un Valium moderno da Gil, alla naturalezza con cui surrealisti come Luis Buñuel e Salvador Dalì accettano senza una piega la presenza di un tizio che dice di venire dal 2010, e che si ripresenta sera dopo sera. Le più godibili e verosimili interpretazioni dei titani d’antan sono il Dalì genio-ciarlatano di Adrien Brody (con le sopraciglia più assassine dai tempi di Howard Duff) e la solida yankee diretta e senza fronzoli della Gertrude Stein di Kathy Bates (assai somigliante alla descrizione fatta da Hemingway in Festa Mobile). Nella prima parte c’è la Premiére Dame di Francia nel ruolo di guida al museo Rodin, una Carla Bruni che riesce a sembrare disinvolta e legnosa allo stesso tempo, nell’unica posa sopravissuta alle forbici della sala montaggio. Non poteva mancare una Musa Seriale, la triste e sensuale Adriana (Marion Cotillard), passata dalle braccia di Braque, a Modigliani, a Picasso (il parecchio somigliante Marcial Di Fonzo Bo, nome che sembra inventato), e pronta a sostenere l’ego del neo romanziere Gil. Adriana però, sogna di vivere durante la Belle Epoque, ed è solo gentile fare un salto pure lì… La morale del regista è fin troppo chiara. Ogni generazione pensa che l’età d’oro sia un’altra, precedente, magica, perfetta, illusoria, e si fa sfuggire il presente. Aumenta grandemente il piacere del film, la tregua che Allen finalmente ci concede dal suo abituale, mortifero, cinico nichilismo. Il doppiaggio esemplare, come sempre della rigorosa Maura Vespini, non fa rimpiangere l’originale. Da vedere.


MobyDICK

mostre

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Caravaggio squarcia la notte dell’ignoranza di Marco Vallora incredibile la fila che s’è formata, silente e composta, fin dalle prime ore d’apertura, alle soglie del Museo Pushkin di Mosca (ancora sotto la rigida denominazione sovietica di Museo Statale di Belle Arti) in onore della grandiosa mostra dedicata a Caravaggio. Serpente di folla, esattamente simmetrico e opposto alla fiumana, non meno composta ma vociante e processionale, dei mistici fedeli che s’ingrottano, golosi e ininterrotti, anche nel gelo notturno (meno 12) della metropoli illuminata a giorno, nella prossima Cattedrale del Cristo Salvatore, a lambire per un attimo la Sacra Cintola, giunta dal Monte Athos e che dovrebbe garantire un briciolo di fecondità, a questo mondo, che s’espande in modo così sbilanciato. Fiumana opposta, ma non in senso intrinseco: se è vero che la fruizione delle mostre d’arte è divenuta sempre più una forma di religione mascherata e quasi di feticismo mistico-laico.

È

Certo, è impressionante vedere come il nome «santo-ormai» di Caravaggio, «caro al mondo» dice qui un notabile trascini davvero le folle e non conosca più confini... e dire che la Russia non possiede nessun altro Caravaggio coibente, tranne quello dell’Ermitage, il fascinoso Suonatore di Liuto, appartenuto al marchese Giustiniani e poi acquistato dallo zar Alessandro I addirittura nel 1808, che qui non è stato concesso (per rivalità istituzionale?) e che curiosamente, in una

dici opere dell’artista («che inventò un suo stravolgente stile che rivoluzionò la pittura italiana e mondiale al punto che può essere definito il primo interprete della pittura moderna», dixit il nostro ex-premier, che riesce così anche ad annettere il pittore nella sua compagine governativa e, rovesciando i termini, a garantire, asservendolo, che «queste tele sono la testimonianza più eloquente dello sforzo davvero eccezionale compiuto dal governo italiano per rendere straordinario il programma del 2011»... forse sono anche qualcosa di più, che non solo questa lealtà governativa!) è comunque una prova di forza straordinaria della nostra politica culturale, presieduta dall’ex-ministro Urbani e della nostra capacità organizzativa-esecutiva, incarnata dalla brillantissima task force della nostrana Mondo Mostre (un attimo di gelo, non solo diplomatico, nei depositi sotto-zero della burocrazia aeroportuale, ma poi le casse isolanti hanno retto benissimo. Rischi che nemmeno l’avventuroso Caravaggio aveva corso nella sua esistenza birichina!). Undici capolavori, più o meno mostrati, e rappresentativi delle sue rapide fasi espressive, che coinvolgono istituzioni museali, chiese e persino il Vaticano, che invia incredibilmente quello spettacolo pirotecnico-drammatico di luci, bui, bagliori e gesticolazioni teatrali che è quel grumo di tensione della Deposizione, che Longhi considerava un concitato «funerale di zingaro». Non sono pochi, certo, undici capolavori undici, che

Undici capolavori del Merisi superstar al Museo Pushkin di Mosca. Rigorosamente tutti provenienti dal Belpaese, per la grandiosa esposizione organizzata nell’anno dei “vibranti” scambi culturali tra Italia e Russia, al traguardo della sua conclusione recente visita al museo di San Pietroburgo, non abbiamo visto esposto... o la realtà labirintica dello stesso ce lo ha occultato? Misteri ancora sovietici, anche se i responsabili dicono che, comunque, l’assenza è dovuta al fatto che tutti i Caravaggio dovevano provenire esclusivamente dall’Italia, visto anche la portata «politica» e strategica dell’operazione, di quest’intensissimo scambio (non solo culturale) Italia-Urss (che si conclude questo mese, dopo un anno fervido, che ha coinvolto brillantemente anche la letteratura, versi di Montale e Ungaretti incirillati nel metrò, cinema, balletto e musica, con istituzioni come la Scala e il Maggio fiorentino in tournée - in questi giorni in scena al rinnovato Bolshoi un Nabucco in odore d’impronta Muti). Certo, togliere all’Italia un-

fanno inorgoglire anche il presidente Putin, a proposito di «un vibrante accordo finale con cui si conclude il progetto comune», consapevole che «fuori dai confini d’Italia non era mai stata organizzata una mostra così imponente di quadri di questo artista». Ed è vero che forse «non si valuterà mai abbastanza il suo contributo al fine di consolidare i legami umanistici tra Russia e Italia».

Inequivocabile. Peccato che l’unico che non sa «valutare» la portata, contando sul pallottoliere elementare dell’aritmetica culturale, sia il nostro ex-ministro-fantasma dei Beni Culturali, il quale, in catalogo, ne dimentica uno (quale?) e ne computa solo dieci, discettando d’una fantomatica «adozione d’un linguaggio pittorico rivoluzionario» (Russia impone) «basato su un’elaborazione affatto originale e innovativa della cultura profana»... boh, difficile da capire che sia questa «cultura profana» (i soliti piedi sporchi? le puttane-modello di Madonna? la canestra ubertosa del Ragazzo della Borghese? Possiamo augurarci che queste trasandatezze scompaiano dal nostro orizzonte governativo?). E poi, una curiosità: quale undicesimo capolavoro gli avranno nascosto? Forse la Conversione di San Paolo, che viene direttamente da Santa Maria del Popolo, lasciando vedova la Cappella Cerasi, inevitabilmente suscitando polemiche negli oppositori di questi discussi spostamenti e mugugni dei visitatori? Ma adesso che siamo «qui», di fronte a questo fulminante riassunto dei suoi «scatti» stilistici, concertato da Rossella Vodret, riesce difficile non farsi conquistare da una «vicinanza» così contagiosa, che non potremo sperimentare forse mai più. Da quel rumor di zoccoli azzoppati, di sudore improvvisamente santo, di cinematografica luce ubriaca, nella notte dell’ignoranza. Caravaggio, Mosca, Museo Pushkin, fino al 19 febbraio 2012


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a dichiarare con il cuore e con la mente: meno male che abbiamo Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica. Tiene alta, in tutti i suoi interventi, la bandiera nazionale. Non è un gesto automaticamente meccanico e retorico, anzi. Il tricolore evoca, anche e soprattutto nell’occasione dei 150 anni, un’Italia unita, poco importa se ci siano differenze tra regione e regione, tra Nord e Sud. Per lui, garante di una Costituzione nata dopo un ventennio balordo e una guerra disperatissima, le differenze sono elemento arricchente, non limitativo o sottraente. Sordi a questi appelli sono, e saranno sempre, i leghisti che, con la scusa di difendere i danee (soldi) del Nord dalla «piovra» romana, manifestano un giorni sì e l’altro pure una razziale quanto incolta insofferenza per il Centro-Sud. Che loro vorrebbero staccare dal resto dello stivale, quasi fosse una metastasi irrimediabile e atavica, piena di vermi e pus sociale. E poi si sentono purtroppo ancora certe frasi, che non hanno la dignità di un discorso, figuriamoci di un ragionamento. Se io dico che sono di Roma, è facile che mi si risponda: «Città bella, peccato che ci siano i romani». Il dileggio non risparmia nessuna regione: «i veneti sono falsi»; «i siciliani sono mafiosi»; «i toscani sono arroganti»; «i liguri sono avari»; «la Calabria è un far-west se non sei scortato ti ammazzano». E così via.

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Per queste ragioni, o questa indignazione, addito come molto utili tutti gli strumenti che aiutano la comprensione dell’italiano nei confronti del connazionale. In periodo ad alto rischio di disgregazione sociale e umorale vale ciò che gli intellettualmente onesti consigliano verso gli immigrati, o i neo-italiani: conoscere prima di dire colossali idiozie. Sono utili, oltreché intrinsecamente interessanti, due libri appena editi da Neri Pozza: I torinesi di Osvaldo Guerrieri, e I napoletani di Francesco Durante. Cominciamo col Nord. Ossia con una città,Torino, che mette un po’ di soggezione a causa della sua a volte ossessiva geometricità. Guerrieri ci vive da anni (giornalista e critico della Stampa) e della città, lui nato a Chieti, disegna un profilo attraverso una serie di ritratti. Anzi, con brillantezza di stile, inizia a riportare giudizi e pregiudizi sull’ex capitale

anno IV - numero 42 - pagina IV

il paginone

MobyDICK

Mentre il presidente della Repubblica tiene alto il vessillo della nostra Patria e il neo premier Monti punta sulla coesione territoriale, due libri ci svelano storia e carattere di Torino e Napoli, e di chi le abita. Dimostrando come le differenze generano arricchimento… dai viali così diritti da sfiorare una dimensione metafisica. Eppure in questo volto di pietra s’annidano le rughe del mistero e del misterico, del sogno e dell’iniziativa imprenditoriale addirittura avventata, e questo, ovviamente, in palese contraddizione con la nomea di bogianen appioppata ai torinesi, ossia di posapiano (il nome deriva dal francese ne bougez pas, ordine di un generale sabaudo di fronte alle truppe austriache nel 1747, battaglia dell’Assietta). Guerrieri è andato a scovare un giudizio taglientissimo sui torinesi, espresso da Zino Zini, intellettuale finissimo, di nascita fiorentina. Eccolo: «Trovo che vi prevale, tra i torinesi, il conservatorismo signorile e officioso, qualcosa che è una tradizione di un cortigianesco vivere civile, pieno di etichetta e di musoneria accademica. Qui le generazioni degli impiegati civili e militari hanno calcato un’impronta burocratica, incancellabile, su tutti i muri, su tutte le strade… nulla è spontaneo, ben poco è moderno… l’isolamento ha fatto il piemontese misoneico, autoritario, gretto, egoista e caparbio, più facile all’obbedienza che all’iniziativa, poco curioso e poco socievole. In una parola è la tedescheria d’Italia». Sfumature veritiere ci sono, inutile negarlo, ma l’accusa complessiva è erronea. Certo, Flaubert rincarava la dose considerando Torino «più noiosa di Bordeaux».Tuttavia la galleria di personaggi tratteggiati da Osvaldo Guerrieri, che rappresentano non un’eccezione ma la stessa nerbatura storica della città dei due fiumi (fonte di mitologie

misteriche e cialtronesche), gridano la smentita. Qui è nata la Fiat, e non è poco. Qui il cinema: in pochi anni Torino arrivò a radunare la metà delle case di produzione italiane. Qui sorsero i primi bagliori del Sessantotto, per non parlare della tradizione imprenditoriale basata sul concetto di rischio e delle lotte sindacali che hanno inciso, modificandolo, sul tessuto nazionale. Caro professor Zini, anche se ha avuto modo poi di correggere il tiro, lei ha preso un grosso abbaglio. Su tanti fronti, compreso quello che vide i religiosi impegnatissimi in prima persona nelle carceri e nelle associazioni a sostegno dell’infanzia abbandonata.

Vincenzo Lancia, per esempio, agì e creò partendo da una disobbedienza: in primis verso la famiglia che lo voleva avvocato, secondo verso la Fiat dalla quale si staccò per tramutarsi lui stesso in fabbricante di auto. Qualcuno, badando alla sua esuberanza, l’avrebbe poi chiamato «l’italiano volante», e non solo perché vinceva molte corse in auto. Un incendio bruciò tutti i progetti relativi alla sua auto Alpha, ma la macchina riuscì ugualmente a uscire dagli stabilimenti. Seguì poi il modello più rivoluzionario per quegli anni, la Aprilia, una delle auto più innovative e studiate in tutto il mondo. Nacque a Torino anche il barone Marcel Bich, inventore della penna Bic: la hacca la fece prudentemente saltare visto che, vendendo il prodotto sui mercati anglosassoni, volle evitare un volgare equivoco linguistico, dato che si poteva facilmente pronunciare beach,

L’alfa e l’om dell’Italia u di Pier Mario Fasanotti

Posapiano i torinesi, “chiagne e fotte” i napoletani. Ma anche pieni di coraggio imprenditoriale i primi e di finezza filosofica i secondi. Come Guerrieri e Durante ci raccontano oltre i luoghi comuni

che significa donna di strada. Conquistò i mercati di tutto il mondo, trovando un’America entusiasta. Basandosi sull’invenzione del signor Laszlò Birò, ungherese, ebbe l’intuizione di usare come inchiostro il carburo di tungsteno, diverso da quello usato dalle stilografiche (troppo fluido) e da quello tipografico (troppo denso). Credo che pochi colleghino la straordinaria invenzione della Bic a Torino. L’autore dei Torinesi parla anche, con assoluta franchezza, dell’editore Giulio Einaudi. Un caratteraccio. Con l’ansia di essere in prima fila pur facendo mostra di snobistica misantropia. Gli appiopparono nomignoli come


mega unita

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«divo Giulio» e «il Principe». Dicevano spesso di lui: «È gelido, arrogante, crudele». Oppure: «Dietro di sé ha lasciato solo cadaveri». I più benevoli: «È un timido carico di fascino». Probabilmente. Sta di fatto che nelle famose riunioni redazionali, Einaudi godeva sadicamente nel mettere gli altri l’uno contro l’altro, per poi lasciare a sé l’ultima parola, la definitiva. In ogni caso, carattere a parte, è stato un grande editore, anche se scivolò verso il fallimento (e il gruppo Berlusconi acquistò il gruppo, poco importa se lo considerava roccaforte della sinistra culturale, quella della «egemonia»: business is business).

E i napoletani? Quanta mitologia, quanti luoghi comuni (così spesso alimentati dagli stessi attori del golfo), quanti chiagne e fotte, detto senza offesa, quanti discorsi di straordinaria altura intellettuale ma ardua realizzazione pratica. L’autore del volume, che è napoletano, esamina tenendosi lontano dalla tentazione affettuosa dell’assoluzione. Non procede, come Guerrieri, con i ritratti, ma per temi. E controtemi. Per ipotesi, e per controipotesi. Ne deriva un discorso complesso, un gomitolo grosso che è la dimostrazione della complessità napoletana, della fatica dei partenopei di arrivare ad affrontare cose grandi (camorra e monnezza, per esempio) e cose piccole. Un esempio che è anche una traccia di simpatia. Francesco Durante, nel parlare dei parcheggi (che non ci sono o non sono bastanti) racconta della proposta di FrancescoVenezia, «grande architetto e grande affabulatore», di usare le mura dell’antica Palepoli dei Greci come parcheggi. Se le mura questa la tesi - un tempo proteggevano dai nemici, oggi potrebbero, con la funzione che abbiamo detto, difendere il vociante e caotico borgo dalle auto. L’idea originale è dell’architetto Louis Khan, che aveva immaginato torri-parcheggio per Filadelfia. Furono realizzate? Manco per niente. Figuriamoci se sono cosa fattibile a Napoli, dove è difficile discutere pacatamente figuriamoci varare un’iniziati-

va rivoluzionaria e, diciamoci la verità, molto bizzarra. Napoli è la città del pensiero sottile, del filosofeggiare, della saggezza che sta in profondità in apparenza invisibili, come le profondità del borgo stesso che è una rete di sotterranei. I problemi si accumulano, tra il gran gridio di chi li denuncia e di chi li vorrebbe risolti in maniera definitiva (o quasi). Mi viene in mente quanto sostiene lo scrittore Erri De Luca, innamorato della sua Napoli: però lì non ci vive più perché la considera «città troppo agitata». Oppure chi, con innegabile acume, annota che il napoletano è incline sempre a fare «la sceneggiata» anche quando annuncia avvenimenti gravi o luttuosi.

Durante si sofferma sulla cotta ricorrente che i suoi concittadini manifestano per i capi, i leader carismatici, «i Masianello» così vicini al popolo da essere un tutt’uno con esso (sia pure per brevissime stagioni: si rilegga la parabola di Masaniello, che durò pochissimo). «Un uomo solo al comando: Napoli è fatta così. Lo acclama, delira quasi per lui, ma è pronta poi a lasciarlo in braghe di tela non appena la sua stella si appanni e infine tramonti: c’è sempre qualcuno cui addossare colpe che sono (anche) collettive». In fondo al Rettifilo (via di Napoli) c’è una scritta significativa: «Vogliamo il cocco ammunnato e bono», (ossia vogliamo che ci diano il cocco pulito e bell’e pronto). Comodo. Un po’ troppo. Napoli s’innamorò dell’uomo che diventò sindaco: Antonio Bassolino, di tradizione marxista, anzi operaista. Diventò subito emblema degli «onasti», «come si diceva ironizzando sulla pronuncia afragolese» dell’uomo che doveva risolvere tutto, come un Harry Potter con bacchetta magica. «Aveva l’animus del trascinatore - scrive Duranti - fu capace di operare il miracolo della trasfigurazione di Napoli, all’interno e all’esterno». Dentro le mura si rinvigorì l’orgoglio civico. Fuori mura crebbe l’ipotesi di una città in grado di risolvere i suoi guai da sola, senza chiagnere a Roma o altrove. La sua stagione, caratterizzata da una certa solitudine politica e da subdoli azzuffamenti tra partiti e correnti, finì. Passò a fare il governatore della Campania. Venne infine l’annus horribilis (2010), quello dei rifiuti. Poi la regione cambiò colore politico. Bassolino fu scaricato. La cotta era finita. La stessa sorte, si chiede l’autore dei Napoletani, potrà toccare all’attuale sindaco De Magistris? Molto probabile. Anche perché la monnezza continua a sporcare la cartolina del golfo. Importa poco se se ne parla meno, o solo a tratti.

altre letture di Riccardo Paradisi

Senza idee non c’è buona politica n un’epoca di crescente disincanto rispetto alla politica, il bisogno di fare chiarezza sui concetti fondamentali della teoria e della pratica che da sempre regolano e governano la vita dell’uomo non è mai stato così pressante. Le forze del terrorismo e del fondamentalismo religioso rappresentano minacce insidiose mentre la libertà, la democrazia e i diritti umani subiscono gli attacchi di governi pronti a tutto pur di garantire la nostra sicurezza. I partiti politici sono ormai morti? Qual è l’incidenza di ideologie come il socialismo e il liberalismo? In che modo i mezzi di informazione influenzano lo scenario politico? Quali sfide dovrà affrontare la società contemporanea in relazione a temi come multiculturalismo e povertà? Attraverso 50 brevi capitoli, Ben Dupré in 50 grandi idee della politica (edizioni Dedalo, 207 pagine, 18,00 euro) fa luce sulle questioni cruciali della politica introducendo con mirabile sintesi a una materia decisiva.

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Quei ragazzi a rischio pensione i parla molto di riforma pensionistica e qualche passo in questo senso il neogoverno Monti sembra intenzionato a farlo. Quello che nessuno dice è che il sistema previdenziale è una bomba a orologeria. Una bomba che coinvolge lavoratori pubblici e privati, atipici e precari, liberi professionisti, artigiani e commercianti. I giovani (per esempio chi è nato nel 1980) sono i più penalizzati, andranno infatti in pensione con il 50 per cento del loro ultimo salario. Una generazione di esclusi e sprecati che si vede offrire lavori temporanei e sottopagati con la prospettiva di una pensione minima. Il paradosso è enorme: sono loro, i 4 milioni di atipici e gli immigrati (insieme versano allo Stato italiano quasi 10 miliardi all’anno), cioè i più deboli, a sostenere le casse previdenziali (1,4 miliardi di attivo) e a pagare le pensioni di chi ha avuto un impiego sicuro e ben pagato. Cifre che gridano vendetta insieme alle altre informazioni che si possono evincere da Senza pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro di Walter Passerini e

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Ignazio Marino (Chiarelettere, 170 pagine,13,90 euro). La morale di questa storia che morale non ha è che siamo alla vigilia d’uno scontro generazionale e sociale senza precedenti.

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Come pregava (e meditava) il Redentore a figura di Gesù Cristo ha catturato anche le più alte coscienze dell’India millenaria. Una di queste è Paramahansa Yogananda, autore di decine di opere che hanno divulgato le filosofie e le tecniche di meditazione orientale in Europa e negli Stati Uniti. In Lo yoga di Gesù (Astrolabio, 208 pagine, 12,50 euro) Yogananda parla dello yoga nascosto nei Vangeli affermando che anche Gesù, come gli antichi maestri orientali, non solo conosceva questa tecnica di ascesi ma impartì gli insegnamenti di questa scienza universale ai suoi discepoli più vicini. Il saggio è un compendio di The Second Coming of Christ, in cui Paramahansa Yogananda mostra come gli insegnamenti di Gesù indichino una via unificatrice che permette ai ricercatori di ogni fede religiosa di raggiungere il regno di Dio. Al netto della pretesa, tutta orientale, di ridurre il Cristo Gesù a uno dei grandi maestri dell’umanità, il libro apre uno spiraglio sul cristianesimo interiore.

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Il formicaio come modello per la società idea di una società coesa e solidale, retta da regole inflessibili ha sempre affascinato i filosofi, e gli insetti sociali sono stati assunti come modello anche per gli umani. Nel celebrare però «l’eleganza delle società degli insetti», Hölldobler e Wilson nell’imponente Il superorganismo (Adelphi, 602 pagine, 49,00 euro) si astengono da estrapolazioni sociopolitiche. Protagoniste del trattato sono le formiche tra le quali la divisione del lavoro è così rigorosa da non risparmiare neppure neonati o funzione riproduttiva. Il superorganismo del formicaio è però privo di testa. Nella società degli insetti, poche semplici regole («algoritmi»), eseguite da esseri dal cervello grande quanto un granello di sale, danno luogo a una «civiltà», in assenza di coscienza e ragione. Affascinante e terrificante.

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Narrativa

MobyDICK

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eltrinelli ripubblica a distanza trentennale i primi due romanzi di Antonio Tabucchi. Piazza d’Italia (1975) e Il piccolo naviglio (1978). Due testi introvabili da anni che oggi tornano come vere e proprie novità. L’iniziativa editoriale colma un vuoto importante perché porta all’attenzione di un pubblico più vasto gli esordi dello scrittore pisano, riportando in vita due testi che sono preludi alla produzione posteriore. In entrambi troveremo i temi circolari di Tabucchi: dal doppio all’onirico, al nodo antinomico tra vero e verosimile, dalle considerazioni del tempo come sistema interiore non confrontabile con il tempo della cronaca e della Storia. Piazza d’Italia è un racconto lungo sul tema della Storia dai moti risorgimentali alla seconda guerra mondiale. Il piccolo naviglio invece è un romanzo densissimo sulle vicende di una famiglia seguita attraverso più generazioni. Un arco temporale che va dal 1948 alla fine degli anni Sessanta. Uno straordinario esercizio di stile sulla scrittura che comprende tanto il senso del grottesco che l’ironia, una sorta di deformazione prepotente e costante tanto della lingua, densa di continui discendimenti semantici, quanto dell’intreccio che attua una costante distorsione sul tema della percezione del tempo. Il tempo, incrocio tra biografia privata e Storia dell’umanità, è l’elemento di riflessione di tutto il romanzo, ogni cosa è letta attraverso la lente mutante del tempo. E sempre il tempo nella sua rappresentazione diacronica e insieme frammentata, sospende il criterio di unicità di azione per mettere i personaggi di fronte al molteplice. Che sia la molteplicità un altro topos di Tabucchi si fa presto a dirlo, al punto che lo scrittore ha finito per radicalizzate questo atteggiamento privilegiando la forma racconto, dove il racconto sta proprio nel senso del frammento porzione dei tanti mondi possibili. Forse

Antonio Tabucchi IL PICCOLO NAVIGLIO Feltrinelli 202 pagine, 15,00 euro

F

Personaggi

musica

Il preludio di Tabucchi Il Tempo, la Storia, il vero e il verosimile. I temi dello scrittore pisano nei suoi primi due romanzi, ristampati più di trent’anni dopo di Maria Pia Ammirati anche in questo senso non troveremo un altro romanzo così compatto almeno fino a Sostiene Pereira come questo secondo e straordinario libro di Tabucchi. Il piccolo naviglio è quindi un romanzo per certi versi tradizionale, allestisce la storia secondo i termini di una rigorosa sequenza, stabilisce un’ipotesi di scenario di formazione dei personaggi, prepara in cronologia le

attitudini di una famiglia, ma all’interno del testo semina schioppettanti sistemi metaletterari che destrutturano un’apparente rigidità di struttura. Alla storia si accompagna un sistema di deriva linguistica e semantica giocoso che deforma nomi e parole, dalla torsione del significato e del significante delle parole gemmano altre storie, in una proliferazione, quasi in un accatastamento virtuoso di situazioni. Tutto in Tabucchi deve sfiorare il dubbio, la realtà ha la stessa consistenza del sogno, sempre reale e sognato si pongono non nel senso dell’alterità ma del sovrapponibile. Così tra i due termini spunta con naturalezza il tema della follia, unica parentesi dove gli opposti si incontrano senza configgere. Il piccolo naviglio è un romanzo d’acqua e circolare, i protagonisti che appartengono a tre generazioni di una famiglia toscana entrano ed escono dal tempo narrato scegliendo gli episodi e il momento della storia da narrare in un continuo pensiero applicato al tempo. I personaggi principali sono i due uomini che verranno colpiti dal morbo della follia: il capostipite Leonido e colui che chiuderà il romanzo, Capitano Sesto. Gli altri personaggi, una piccola folla, sono grottesche figure di secondo piano, destinate a morire in maniera ingloriosa, come il padre di Sesto, travolto da una colata di cemento a presa rapida, o a stare ai margini come la vecchia zia Addolorata il cui nome la incrocia a una fissità malinconica e la cui bruttezza la definisce come una «vecchia cozza nera... abbarbicata a uno scoglio». Sesto, il figlio illegittimo nato da un uomo a sua volta nato da due donne gemelle, per anni muto per scelta e rifiuto del mondo, è l’ultimo discendente e chiude di fatto il cerchio della storia, una storia di fiumi e seppellimenti, d’acqua in scorrimento e di greti disseccati.

Noi, Bergman e la vita al rallentatore

i sono libri in cui i fatti e le parole scorrono piano per necessità: perché far camminare lenta la vita è l’unico artificio (molto letterario perché irreale) per contrastare l’inafferrabilità delle singole esistenze. Se fosse un film, l’esperienza di una persona dovrebbe essere riportata indietro e poi proiettata di nuovo molto, molto lentamente, per cogliere gli errori e i particolari. Nella realtà non possiamo farlo ma a volte ci pensano gli scrittori ad aiutarci. È il trucco suggerito dal narratore svedese Alexander Ahndoril di cui conosciamo alcuni best seller del mistero sotto il nome d’arte di Lars Kepler ma del quale ora la piccola casa editrice Aisara stampa - sotto il suo vero nome - un romanzo di tutt’altro genere: Il regista (traduzione di Lena Edh e Alessandro Marongiu). La questione della lentezza cinematografica si adatta particolarmente al soggetto e ai fatti del romanzo: il regista del titolo è Ingmar Bergman che ritroviamo in crisi creativa appena concluse le riprese di Luci d’inverno nel 1963. Le giornate del protagonista si inceppano intorno a questioni tecniche apparentemente incomprensibili: quale luce prediligere, quali volti, quale sistema produttivo... In realtà sul fondo si agita la vera

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di Nicola Fano ombra della sua vita, l’ingombrante figura del padre. Sappiamo che il rapporto tra Bergman e il padre fu non solo conflittuale (solo di recente è stata avanzata l’ipotesi che il grande regista in realtà non fosse figlio dell’uomo che gli impose molti, insensati vincoli usurpando il ruolo di suo padre) ma anche fonte di incubi e rivalse che stanno alla base della creatività stessa di Bergman. Ecco: la proiezione al rallentatore - come accadrebbe in una sala di montaggio - dei pochi fotogrammi della vita di Bergman messi in fila da Ahndoril consente per esempio di cogliere in tutto il suo peso questa gravosa presenza. Ma pure permette di capire la difficoltà del percorso creativo in assoluto: ché non nasce mai in modo lineare, ma insegue curve pericolose che assai spesso rischiano di portare l’arte stessa fuori strada.Avrete capito che questo piccolo e interessante libro sul cinema ha molto in comune non soltanto con i film di Bergman (che hanno sempre costituito un ragionevole elogio della lentezza) quanto a uno dei capolavori dell’arte sull’arte: 8 e mezzo di Federico Fellini. Proprio nelle incertezze di chi non sa

Creatività e biografia nei fotogrammi esistenziali del regista svedese riletti da Ahndoril

come coniugare la propria biografia con la sua rappresentazione sotto metafora c’è il cuore di questo romanzo. E, soprattutto gli appassionati di cinema, vedranno scaturire dalle pagine del libro l’immagine in bianco e nero, problematica e pensosa, del grande regista svedese e non sapranno come evitare uno strano meccanismo della fantasia che la farà sovrapporre a quell’altra, sempre in bianco e nero, sempre problematica e pensosa, di Marcello Mastroianni con il cappelletto schiacciato e la sciarpa bianca. Il Marcello domatore dei propri fantasmi è un po’ lo stesso uomo che qui, pressato da dialoghi continui, volutamente eccessivi (quali sono quelli di Ahndoril), in realtà si occupa soprattutto di tamponare i propri incubi, di sviare i propri fantasmi. E insomma: sostituite l’opera d’arte con la vita e capirete che il «regista» in realtà è ciascuno di noi, costantemente in crisi di fronte alla necessità di costruire il «film» della propria vita. E l’unica chance che ha, alla fine, è ripercorrere i fotogrammi uno per uno, rallentarli all’estremo e coglierne errori e particolari prima passati sotto silenzio, dentro i quali c’è il senso di un film, di un romanzo, di una vita. Alexander Ahndoril, Il regista Aisara edizioni, 190 pagine, 17,00 euro


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Cd di Stefano Bianchi

e sue ultime morbosità cinematografiche risalgono al 2006, ingabbiate nel film Inland Empire. E si vocifera non gli passi minimamente per il cervello di tornare dietro alla macchina da presa. In compenso, David Lynch sta sfogando le sue psycho/ossessioni un po’ dappertutto: nelle notti di Parigi, con la nascita dell’intrigante Club Silencio pensato e «disegnato» dove c’era la stamperia che diede alla luce il J’accuse di Emile Zola; nell’arredamento, con una poltrona limited edition che non sfigurerebbe nello studio di Sigmund Freud; in pittura, con quadri da brividi lungo la schiena; nel food, col David Lynch Coffee organico da sorbire noir e bollente. Ma è soprattutto la musica a intrigarlo fin dai tempi di Eraserhead (1977), quando scrisse con Peter Ivers il brano In Heaven infilandolo nella colonna sonora. Poi arrivarono le collaborazioni con Angelo Badalamenti per lo score di Twin Peaks (‘90), col pianista polacco Marek Zebrowski per il cupo canzoniere di Inland Empire, con gli Sparklehorse e Danger Mouse in occasione dell’album Dark Night Of The Soul (2009). Mancava all’appello un disco tutto suo. Detto e fatto: il lugubre Mr. Lynch s’è chiuso negli Asymmetrical Studios di Hollywood con l’ingegnere del suono Dean Hurley, l’ha invitato a suonare chitarra e batteria in qualche pezzo, lui stesso ha imbracciato la chitarra, ha suonato il sintetizzatore ed ecco pronto Crazy Clown Time, l’album dei suoi più sfiziosi incubi. «Un bell’intreccio di esperimenti con suoni e musiche», ha dichiarato. «Tutti i quattordici brani sono nati da improvvisazioni. Dopodiché gli abbiamo dato forma e parole». Felici (dice lui) incidenti creativi hanno contraddistinto le registrazioni: «Ce ne sono stati parecchi. Tant’è che Crazy Clown Time avrebbe dovuto nascere in ospedale». Scherzi a parte (ma non troppo), il risultato è un grumo di

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Teatro

spettacoli

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Modern Blues

per incubi sfiziosi

spira tutt’altra aria (azzardo: rock/discotecara) in Stone’s Gone Up, ma poi è il blues a rifarsi vivo con Crazy Clown Time scovando rumori e clangori nello stile di Tom Waits. These Are My Friends, a sorpresa, detta un country-blues da Bob Dylan in acido, e col suo incedere felpato Speed Roadster s’incolla al miglior Neil Young. Movin’ On e She Rise Up, infine, rallentano fino all’evaporazione puntando sul ritmo sdrucito della batteria, l’utilizzo visionario dell’elettronica e la voce filltrata dal vocoder che via via si spegne fino a rendersi pressoché irriconoscibile. E bravo Lynch. Ma le raccomando: in caso di prolungata assenza dal grande schermo, le consiglierei in futuro d’intonare questi versi di Paolo Conte: «…e vai al cine, vacci tu». David Lynch Crazy Clown Time Sunday Best Recordings/ Family Affair 20,99 euro

canzoni dark che il sessantacinquenne regista (e «non-musicista», tiene a precisare) definisce modern blues. Al di là delle etichette, certi scorci sonori e certi ritmi ipnotici sottolineati da enigmatiche parole non potevano che esser frutto della sua mente un po’ perversa. E quando canta (tranne che nello stralunato rockabilly di Pinky’s Dream, affidato alla voce di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs), le sue intonazioni somigliano a quelle di Neil Young. Se l’inizio del disco (Good Day Today) si affida a un technopop che ricorda Moby, So Glad e Noah’s Ark cavalcano il ritmo alla moviola del trip-hop, mentre Football Game e I Know sono blues ubriachi e nerissimi. Strange And Unproductive T, invece, è una litanìa elettronica che si stempera in un alternative country che si fa addirittura «morriconiano» nello strumentale The Night Bell With Lightning. Si re-

Storie piccole piccole di italiani d’Albania di Enrica Rosso er Italianesi, in prima nazionale al Teatro India di Roma, Saverio La Ruina è diventato uomo. Gente che vive male, in bilico su un piede solo, né carne né pesce ecco chi sono gli Italianesi che entrano in scena. Sono storie private, raccontate da un uomo piccolo piccolo, che ancora sta elaborando un percorso: quello che doveva essere un sogno e che invece è diventato un incubo.Vi ricordate la primavera del ‘91, quando in seguito alla caduta del regime dittatoriale in Albania circa 27 mila migranti, i boat people, sbarcarono al porto di Brindisi inseguendo la chimera del benessere economico? Non erano soltanto gli albanesi a idealizzare il nostro Paese.Tra loro un gruppo di no-

P

stri concittadini internati dal regime - spesso con le madri albanesi - per 40 anni nei campi di prigionia, perché figli di italiani accusati di attività sovversiva e per questo allora rimpatriati. Alla caduta del regime, riconosciuti come profughi dallo Stato italiano raggiunsero finalmente quello che nel loro immaginario era «il posto più bello del mondo», avendo maturato negli anni la convinzione che «non c’è cosa più bella che essere italiani perché in Italia siamo tutti pittori, musicisti e cantanti... Al punto che quando poi siamo tornati veramente in Italia, scendendo dal treno io m’aspettavo un’orchestra, con la gente che suonava ballava e cantava. E invece non suonava e ballava nessuno, e tantomeno cantava nessuno, anzi c’hanno tenuti bloccati cinque giorni in

questura e zitti, e se reclamavamo ci guardavano pure storto e zitti lo stesso... - Ma guarda st’albanesi… dicevano i poliziotti». Scoprirono così che da italiani in Albania che erano, qui venivano trattati da albanesi in Italia. La lingua scelta per la narrazione è un italiano posticcio che sposa le sonorità di un idioma personalizzato, frutto di una commistione di saperi che passa dal cuore prima che dal cervello. Il testo, che in prima stesura era già nella cinquina dei finalisti del Premio Riccione per il teatro 2011, muove e si muove con la consueta garbata, sorniona, insinuante delicatezza descrittiva e a poco a poco si popola di volti e fatti; piccole storie da mettere insieme per comporre il grande affresco di un tempo non troppo lontano. A nostro avviso in al-

cuni passaggi risulta un poco prolisso, come se la voglia di raccontare andasse a discapito del ritmo generale. Saverio La Ruina, autore, attore e regista, ha una cura estrema per i dettagli psicologici e un amore viscerale per le sue creature: non le espone mai nude, ce le presenta nei dettagli, ma mai scoperte, aggredibili, così dichiaratamente fragili da imporre allo spettatore una gentilezza nell’ascolto. Cambiato il musicista compositore, non più Gianfranco De Franco, ma Roberto Cherillo che intravediamo dietro un velatino eseguire dal vivo cadenze e ritmi, suggerendo atmosfere e amplificando lo spazio immaginativo. È cambiata anche la sedia - quella di oggi ricorda sì una vecchia sedia impagliata, ma la griglia della seduta è formata da fasce metalliche e le

due rotelle posteriori oltre a renderla instabile, ne facilitano gli spostamenti. È insomma, già da sola, parte del raccontare: scomoda e itinerante, in perenne instabile avvicinamento a una postazione che idealmente diventa l’Italia con il suo luminoso fascio verde-bianco-rosso che pare la scia che resta in cielo dopo il passaggio delle frecce tricolori del 25 aprile.

Italianesi, Roma, Teatro India, fino a oggi, segue tournée info: www.scenaverticale.it


ai confini della realtà I misteri dell’universo

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appiamo che le caverne hanno costituito per l’uomo un luogo speciale sia per la loro pratica utilità che come sede di rituali religiosi, mistici, sciamanici. È ben noto che il termine «uomo delle caverne» è riferito alle popolazioni più antiche, che, non avendo forse sviluppato la più elementare edilizia, trovarono conveniente usarle come rifugio contro le intemperie e contro i nemici, sia umani che animali. In Omero l’uomo ha già abbandonato le caverne, salvo forse utilizzarle per deposito di materiali o per custodirvi animali; ma sempre in Omero abbiamo Polifemo e i suoi simili le cui dimore sono grandi caverne. Polifemo arriva alla sera, munge le pecore, si nutre di eventuali umani catturati e in particolare dei compagni di Ulisse, e chiude l’apertura della caverna con una grande roccia. Secondo l’irlandese Tim Severin, in uno dei suoi numerosi viaggi sulle orme degli antichi navigatori, presso i pastori della costa sud occidentale di Creta, montuosa e di difficile accesso, sarebbe ancora vivo il ricordo di esseri giganteschi con un occhio, sterminati in tempi non troppo antichi.

S

Osserviamo che nelle caverne è possibile la presenza di materiale radioattivo gassoso, l’argon, che potrebbe dare luogo ad anomalie genetiche, come avere un solo occhio, non letali e trasmissibili. Esiste ancora oggi una tribù in sud Africa con un difetto genetico che dà luogo a un piede con sole quattro dita; si spo-

sano solo fra di loro e foto di tali individui sono reperibili nel libro di Fred Hoyle The intelligent universe. Ricordiamo che secondo Rheinold Messner gli yeti esistono realmente in Himalaya, e forse anche nel Pamir e Tien Shan; vivono sui 5000 metri di altezza e utilizzano caverne per il periodo invernale, quando vanno in letargo. Messner cita l’episodio di un cacciatore tibetano che, sorpreso da una tempesta di neve, si rifugiò in una caverna dove stavano due yeti addormentati. La nevicata chiuse l’uscita della caverna, il cacciatore vi passò il periodo invernale, uccidendo uno degli yeti e nutrendosi delle sue carni. Quando l’altro yeti si svegliò, gli fece semplicemente cenno di aiutarlo a togliere la neve dall’ingresso… Ancora più sorprendente è l’affermazione di Bruce Chatwin relativa a un suo viaggio in Patagonia. Afferma che sino a poco tempo prima gli indios, che nella Patagonia erano noti per la gigantesca statura e la resistenza al freddo, allevavano rettili giganti, chiamati milodonti, una varietà, pare, di dinosauri di dimensioni medie. Quando nel Quattrocento i cinesi organizzarono la loro famosa grande esplorazione per tutti gli oceani, al rientro in patria portarono disegni degli strani animali trovati e anche qualche esemplare; fra questi un animale che a giudicare dai disegni rinvenuti in un libro sopravvissuto in

MobyDICK

Benvenuti a casa

Flintstones di Emilio Spedicato Corea sarebbe un milodonte. Prova dell’arrivo dei cinesi in America del sud è data da precise raffigurazioni di guanachi e altri animali tipici di quelle terre.In tempi recenti le caverne sono state spesso utilizzate come rifugio di eremiti, specialmente in Tibet. Qui gli eremiti si fanno murare entro caverne anche assai

in modo assai sommario, spesso sono nudi, avendo sviluppato una tecnica speciale che permette di resistere al freddo, appresa anche dalla nota viaggiatrice Alessandra David Néel. Si dice che alcuni sopravvivono per quarant’anni. In Italia abbiamo almeno un’eremita, suor Mirella Muià, che, abbandonata la Sor-

Piccole, medie, immense. Le caverne sono da sempre per l’uomo un luogo speciale: prima abitazione conosciuta, sede di rituali, rifugio… Neil Armstrong nell’esplorare quella amazzonica di Cueva de los Tayos dichiarò che fu più eccitante che andare sulla Luna… piccole, lasciando una piccola apertura dove i visitatori possono lasciare del cibo. Quando il cibo non viene più raccolto, si deduce che l’eremita è morto e la chiusura viene abbattuta per il funerale. Gli eremiti sono vestiti

bona dove faceva ricerche ed era prossima a diventare professore, vive in un eremo sopra Gerace, nelle boscose montagne della Calabria, collegata comunque con il mondo via internet. Le caverne cui abbiamo accennato sono di dimensioni moderate. Ne esistono però di estese per decine o centinaia di km; essere sono di grande interesse geologico o anche zoologico, per le forme di vita che si sono adattate alla

temperatura costante e all’assenza di luce. Ma esistono anche caverne di dimensioni considerevoli sebbene non così grandi, dovute almeno in parte all’azione dell’uomo. Sorvolando sulle note caverne della Spagna e della Francia centrale adorne di disegni di animali o altre figure, datate (ma su queste date c’è da dubitare) anche a più di ventimila anni fa, ricordiamo due casi che sono un problema aperto per gli archeologi e gli storici. Il primo è quello delle caverne sotterranee dell’Anatolia, varie decine, utilizzabili come abitazioni gigantesche spesso a molti piani. Ne esiste una che potrebbe ospitare ventimila persone. Hanno l’accesso spesso nascosto e comunque ben difendibile. Non sono state trovate tracce di materiali prodotti dall’uomo. La datazione è incerta, forse antecedente al terzo millennio, epoca in cui nascono le civiltà sumere ed egizie; difficile spiegarle come luogo in cui rifugiarsi in caso di un’alluvione, verrebbero facilmente inondate. Piuttosto per difendersi da attività meteoritiche intense o elettromagnetiche.

Se la teoria del fisico Ackerman è corretta e se lo è pure la datazione degli Aztechi, potrebbero essere collegate a quando, verso il 6900 a.C., Giove, colpito da un enorme oggetto, ebbe per lungo tempo un’attività eruttiva da un cratere sito dove ora sta la «macchia rossa». Ma altre cause potrebbero essere considerate e sappiamo dall’Anabasi di Senofon-

te che varie popolazioni di questo altopiano passavano l’inverno sotto terra. Concludiamo con il riferimento a una caverna nella regione amazzonica ecuadoriana, la Cueva de los Tayos. Si trova in una foresta quasi intatta, abitata da tribù Jivaros, note un tempo per rimpicciolire le teste dei nemici uccisi. Nel 1969 il ricercatore ungherese Moricz vi trovò oggetti di molti tipi, comprese lamine d’oro con incisioni di tipo geroglifico. Fra gli altri esploratori citiamo il cosmonauta Neil Armstrong, che dichiarò l’esplorazione di questa caverna più eccitante della discesa sulla Luna. Pare che il primo esploratore sia stato Carlo Crespi, prete originario di Milano, morto nel 1982. Crespi vivendo con le tribù locali ne aveva ottenuto la fiducia, venne in possesso di molti oggetti, e aprì un museo a Cuenca. Affermò che la caverna aveva tantissime diramazioni artificiali e che gli scritti risalivano a prima del diluvio, quindi, potremmo dire, almeno al quarto millennio a.C.. Alla sua morte, il museo fu chiuso e non si sa dove siano finiti i pezzi. Nel mondo occidentale le caverne sono spesso conosciute per la loro caratteristica «religiosa»: citiamo in particolare il complesso dove operava la Sibilla, nella zona di Cuma, esplorato recentemente da Robert Temple. Su questo e simili strutture ritorneremo in una prossima rubrica.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Fisco: colpire i grandi patrimoni e soprattutto i “vip evasori” NUOVA SEDE REGIONE PUGLIA: IL GOVERNO RESTI VIGILE SULLA REALIZZAZIONE DELL’OPERA La realizzazione di una nuova e moderna struttura per la Regione Puglia tornerà utile all’Ente e contribuirà a migliorare i servizi ed i rapporti con il pubblico. Ma occorre restare vigili sull’attuazione dei lavori per evitare che quel ribasso del 41,7 per cento con cui l’Ati (Associazione temporanea di imprese) si è aggiudicata i lavori si traduca in una diminuzione della qualità dell’opera o in mancanza di rispetto del contratto di lavoro. La nuova struttura farà risparmiare 3 milioni di euro di affitto all’anno all’Ente e consentirà al personale dipendente della Regione di lavorare in luoghi salubri e sicuri. Oggi lavoriamo in condizioni di grande disagio, con uffici sparsi qua e là, difficili da raggiungere in tempi brevi e con un aggravio di costi per la Regione costretta a pagare alti canoni di locazione per le varie sedi. La soddisfazione però non può farci dimenticare l’anomalia di un sistema che costringe le imprese a partecipare ad una gara d’appalto con ribassi assurdi e abnormi. Un sistema che induce a non rispettare i contratti di lavoro, a utilizzare lavoro nero o a scadere nella qualità dell’opera. Il tutto nel silenzio della classe politica parlamentare, sorda al grido di allarme lanciato più volte da Confindustria, Ance e altre associazioni di categoria. L’auspicio che il Governo regionale resti vigile sull’esecuzione dei lavori e allo stesso tempo voglia mettere in atto ogni iniziativa utile per sollecitare il Parlamento ad affrontare l’argomento e ad aprire una seria discussione sui criteri che devono sottostare all’aggiudicazione degli appalti, puntando non solo sul massimo ribasso e quindi sul risparmio, ma anche su un reale certificato di qualità, legalità e trasparenza dell’imprese chiamate a realizzarli. Salvatore Negro P R E S I D E N T E GR U P P O UD C RE G I O N E PU G L I A

LE VERITÀ NASCOSTE

Bisogna colpire i grandi patrimoni immobiliari del Paese e gli evasori fiscali. E soprattutto i vip evasori che, anziché saldare le pendenze con l’erario pagando modiche cifre, dovrebbero pagare fino all’ultimo centesimo. Se fosse necessaria la reintroduzione dell’Ici, si dovrebbe scongiurare il rischio di macelleria sociale, salvaguardando le giovani coppie, i pensionati e i redditi più bassi. La priorità, proprio allo scopo di rilanciare la crescita economica, è salvaguardare le fasce più deboli della popolazione allo scopo di non deprimere i consumi. Bisogna colpire chi possiede i grandi patrimoni e soprattutto chi evade, al Sud come nel resto del Paese. Spero che non si tocchi il ceto medio: non sono coloro che producono (le imprese) o che consumano (le famiglie) che devono essere colpiti. L’Italia deve fare sacrifici – lo sappiamo – ma deve farli fare a chi possiede di più, non a chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Gabriella Fani

PENSIONI: NO AL BLOCCO RECUPERO INFLAZIONE 2012; SÌ A RIFORME EQUE Diciamo un no deciso all’ipotesi di un blocco totale del recupero dell’inflazione per le pensioni che il governo vorrebbe attuare nel 2012, perché i pensionati, ancora una volta sarebbero chiamati a farsi carico di sacrifici enormi per dare respiro al Paese di fronte a una crisi che colpisce i soggetti più deboli della società. Auguriamoci che l’ipotesi annunciata non si traduca in realtà poiché, se così fosse, ciò dimostrerebbe l’incapacità o la mancanza di volontà da parte di questo governo di avviare le riforme eque già più volte annunciate e, al contempo, la totale indifferenza nei confronti di una parte della società che si è già impoverita in questi anni e continua a vivere sulla propria pelle i risvolti più negativi di questa crisi. C’è bisogno di una riforma della previdenza, ma senza che questa vada a peggiorare la situazione dei pensionati. Tale riforma deve caratterizzarsi per il senso di equità. Un’equità che riesca a recuperare risorse laddove ci sono realmente e non indebolisca ancora di più i pensionati, i quali sono stati più volte chiamati a risollevare le sorti di questo Paese.

Lettera firmata

RIMODULAZIONE DEI TICKET SANITARI «Cercheremo di rimodulare il sistema dei ticket d’intesa con le Regioni per seguire criteri di maggiore equità e trasparenza con il riconoscimento del reddito familiare, della numerosità dei figli». Lo ha detto il ministro della Salute Renato Balduzzi

che ha partecipato alla trasmissione Otto e mezzo. Speriamo che sia vero.

Giancarlo Delli Colli

IL GOVERNO MONTI NON È UNA PARENTESI TECNICA ININFLUENTE Sia il Popolo della libertà sia il Partito democratico non avrebbero mai immaginato che si sarebbero trovati nella stessa barca parlamentare a sostenere lo stesso governo. Così i due partiti tendono a non lasciarsi prendere troppo la mano e sono guardinghi come se avessero firmato solo una tregua che prima o poi finirà e allora si dovrà riprendere la solita vecchia storia del conflitto politico senza risparmio di colpi proibiti. Ma il governo Monti è ormai un dato di fatto e le forze politiche, senza le quali il governo non solo non esisterebbe ma non sarebbe neanche stato concepito, farebbero bene a prenderne atto, senza fare finta che si tratti solo di una parentesi tecnica ininfluente ai fini della lotta politica.

Enzo Cosmo

LA NOMINA DI CATANIA ALL’AGRICOLTURA La nomina di Mario Catania a ministro dell’Agricoltura è una scelta di grande valore. È la conferma che il presidente Monti intende valorizzare la nostra straordinaria realtà agricola e agroalimentare e sostenere così una forte integrazione con la politica agricola comunitaria. Il ministro Catania è persona di elevate capacità e competenze professionali. Contribuirà ad accrescere la credibilità e il ruolo dell’Italia in Europa.

T.D.

L’IMMAGINE

APPUNTAMENTI MARTEDÌ 13 DICEMBRE - ROMA - ORE 14 CAMERA DEI DEPUTATI AULA DEI GRUPPI PARLAMENTARI VIA CAMPO MARZIO, 78 La Fondazione liberal organizza l’incontro “Insieme per il Tibet” con Ferdinando Adornato e il Presidente Pier Ferdinando Casini VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Chi si rivede… Le credevano scomparse dall’Inghilterra, invece le martore europee sono tornate, o meglio, non sono mai andate via. Negli ultimi anni questi mammiferi carnivori, notturni e maghi nel far perdere le tracce di sé, sono rimasti nell’ombra a causa di metodi di ricerca poco adatti a rintracciarli. Ma ora un gruppo di naturalisti britannici ha annunciato che le martore europee sono ancora presenti sul territorio inglese

Poliziotto robot in servizio Robocop, il poliziotto robot, potrebbe presto fare la sua comparsa tra noi per indossare i panni dell’agente di custodia. Il Ministero della Giustizia della Corea del Sud ha infatti finanziato un progetto pilota del valore di circa 800mila euro per la realizzazione di alcuni droni in grado di pattugliare i corridoi della prigione di Pohang, una grande città a sudest della capitale Seoul. Il compito dei robot sarà quello di sorvegliare interi bracci dell’istituto di pena, monitorando anche ciò che accade all’interno delle celle. Se rileveranno situazioni anomale o comportamenti violenti dei detenuti avviseranno immediatamente i loro colleghi umani. «A differenza delle telecamere di sorveglianza che si limitano a riprendere e trasmettere immagini, questi robot saranno programmati per analizzare le diverse attività che si svolgono all’interno di un carcere riconoscendo quelle potenzialmente pericolose» ha spiegato al Wall Street Journal Lee Baik-chul, professore di robotica presso la Kyonggi University e responsabile del progetto. Il primo test partirà il prossimo mese di marzo.

VITALIZI E SISTEMA CONTRIBUTIVO È giusto che ogni parlamentare riceva il vitalizio in base ai contributi versati. Come è altrettanto giusto che in pensione si vada tutti a 65 anni. Secondo me, il sistema contribptivo si può e si deve applicare sul pregresso, cioè su chi, avendo espletato il mandato di parlamentare un solo giorno, o un solo mese, o un solo anno, o una sola legislatura, percepisce una pensione piena. Si tratta di un’anomalia che va corretta. Bisogna dire seriamente basta ai privilegi.

Corrado Paradiso

LO STESSO VACCINO PER RAGAZZI E RAGAZZE Se è vero che i principali studi internazionali confermano la grande efficacia del vaccino anti-Hpv, da noi esistono ancora carenze importanti dovute, secondo me, alla mancanza di un’informazione capillare e alla non uniformità della campagna di vaccinazione regionale. Sta calando l’adesione delle dodicenni, che supera di poco il 50 per cento, in flessione rispetto al 2008, ed è bassissima l’adesione delle over 18 che si attesta sul 3 per cento, seppure sia ormai confermata l’efficacia del vaccino anche in questa fascia d’età. In questo caso si può imputare ciò anche ad una scarsa attenzione nei confronti della propria salute. Non è più una novità la grande importanza di vaccinare gli uomini. Non bisogna infatti pensare che il papillomavirus sia responsabile solo del tumore del collo dell’utero ma colpisce anche l’apparato genitale maschile, la bocca e il canale anale. Come è gia avvenuto negli Stati Uniti anche da noi bisognerebbe raccomandare la vaccinazione maschile esattamente negli stessi range di età di quella femminile per proteggere in modo uguale sia i ragazzi che le ragazze.

Alessandro Bovicelli


parola chiave RISORGERE

Il moto unitario non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi, perché il passato serve a preparare il futuro. Ecco perché nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia, siamo chiamati a comprendere, una volta per tutte, il senso della nostra vita nazionale

Il Sentimento e la Storia di Giancristiano Desiderio Italia con le mani nel fango, l’Italia con i debiti fino al collo, l’Italia divisa in destra e sinistra, berlusconiani e antiberlusconiani che sono l’ultima edizione dei guelfi e ghibellini, questa Italia che altro può fare se non risorgere? Il risorgimento non è alle nostre spalle ma davanti ai nostri occhi, perché la storia e la storiografia non nascono dal passato ma dal futuro. L’anno che ha festeggiato i centocinquanta anni dell’Italia «una e indivisibile» è passato rapidamente.

L’

Gli anniversari richiedono la cifra tonda, così per fare ancora festa si dovrà attendere i duecento anni. Chissà che Italia sarà. Se si dovesse dar retta al legittimismo borbonico e al leghismo padano l’Italia dovrebbe ridiventare «molteplice e divisibile» com’era l’Italia pre-unitaria. Ma l’Italia che verrà se vorrà ancora essere dovrà essere «una e indivisibile» e sollevarsi non ogni cinquant’anni per le celebrazioni di rito bensì ogni anno e ogni giorno di ogni anno sentendo il

Risorgimento non come un’epoca storica ma il senso della vita nazionale degli italiani. Secondo la storica definizione di Renan, una nazione è il plebiscito di ogni giorno. Una morale che è ancor più vera per l’Italia e gli italiani che, proprio per la storia da cui nascono e al di là delle loro intenzioni, hanno bisogno come l’aria che respirano di corrispondersi e ricercarsi. Gli italiani sono bravi nel parlar male di se stessi: è uno sport nazionale che supera di gran lunga l’amore per la Nazionale. Pur, però, vale la distinzione: si può ingiuriare e disprezzare, come si può criticare per risollevare. «I veri interpreti di un Paese - scrisse Montanelli in un pezzo per il Corriere della Sera nel 1950 non sono i suoi esaltatori, ma i suoi detrattori e castigatori». Viva i detrattori e fustigatori come Montanelli che non ne fanno passare liscia una e al diavolo i ministri tromboni che parlano senza credere a ciò che dicono. Questo è il peggiore dei mali: la retorica nazionale. È il peggiore dei mali perché gli italiani per loro costituzione

non credono allo Stato e quando avvertono che le parole di chi lo rappresenta suonano false si rafforzano nel loro scetticismo in cui prende forma la morale che Francesco De Sanctis chiamava dell’«uomo del Guicciardini» che è tutto intento a badare al «particulare» per la mancanza di fede in qualcosa di più grande e degno della propria «roba» e della propria storia individuale.

Il Risorgimento - con o senza lettera maiuscola - è il risollevarsi da questa piccineria in cui gli italiani divisi divennero servili pur di salvare le loro quattro carabattole mondane. È una lezione valida per oggi e per domani: o si risorge da se stessi o c’è il destino della libera schiavitù prima morale e poi economica. Mi piace ricordare da meridionale che un uomo del Sud d’Italia come Giustino Fortunato considerava solo l’idea di fare dell’Italia unita due o tre una «bestemmia separatista», e a chi crede che il Piemonte colonizzò il Mezzogiorno va ricordato che l’Italia non si sarebbe


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per saperne di più

hanno detto Mario Vargas Llosa

Giorgio Napolitano Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia Rizzoli

[Riferendosi alla cultura occidentale] Il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un «unicum» nell’ampio ventaglio delle culture mondiali e che le ha consentito più volte di risorgere dalle proprie rovine quando pareva condannata a morte certa, è stata la capacità di fare autocritica.

Pino Aprile Terroni Piemme

Giuseppe Mazzini La coscienza dell’ individuo parla in ragione della sua educazione, delle sue tendenze, delle sue abitudini, delle sue passioni. ... La coscienza dell’ uomo libero suggerisce doveri che la coscienza dello schiavo non sospetta nemmeno.

Marco Demarco Terronismo Rizzoli Indro Montanelli La mia eredità sono io Rizzoli

Antonio Scurati Se il Risorgimento è dimenticato lo è perché la sua idea guida - la libertà attiva, intesa come libertà di fare e rifare politicamente il mondo in modo tale che si adatti meglio all’esistenza umana - è oggi un’idea morta.

Giancristiano Desiderio Il Paese semiserio Il Chiostro Giancristiano Desiderio Lo spirito liberale Liberilibri

Giorgio Bassani Nella vita se uno vuol capire, capire sul serio, come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare.

Rob Riemen La nobiltà di spirito Rizzoli

fatta senza la Sicilia e Napoli che non furono prese o colonizzate ma si unirono. Spesso le letture distorte o malevoli non sono il frutto di ciò che si sa ma di ciò che non si sa. Risorgere significa anche risorgere dalla propria ignoranza. Qui nulla è più utile della serietà. Un po’di serietà fa bene a tutti. Si ha necessità di ritrovare un pensiero che non sia moderno o postmoderno, forte o debole, ma più semplicemente serio e non improntato al successo ma alla verità.

La serietà non è smart. Cosa è smart (oltre alla piccola automobile che si infila dappertutto e con la scusa che si infila ovunque è diventata un’automobile scostumata)? Smart significa scaltro, furbo, sveglio, rapido, reattivo, arguto. Smart è uno che mostra di saperci fare. È proprio ciò di cui non abbiamo bisogno. Più che dello smart o della smartness, prerogativa tipica del politico di turno, si avverte il bisogno della saggezza, della compostezza o più semplicemente della serietà. «Nobiltà di spirito» la chiama Rob Riemen ed è la fede nei valori classici dell’umanesimo e della nostra civiltà che sono a base dell’Europa. Socrate chiamò tutto questo duemilacinquecento anni fa «cura dell’anima» e tutta la nostra cultura e il nostro essere sono ancora lì dove li collocò il grande Ateniese. Lo scrittore italiano Giorgio Bassani nel suo romanzo più noto dice che «nella vita se uno vuol capire, capire sul serio, come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa,

Una nazione, sosteneva Renan, è il plebiscito di ogni giorno. Oltrepassando il “particulare”, scienza nella quale siamo maestri, occorre corrispondersi e ricercarsi. Senza furbizie, nel segno di un nuovo umanesimo

meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare». Credere oggi nei valori e nella bellezza e nell’utilità e nel senso della cultura dell’umanesimo, sia pur venato dal sentimento del tragico, significa «tirarsi su e risuscitare». E che questo accada senza far rumore, senza appelli, senza partiti politici ma nelle coscienze è il contrassegno della serietà. La libertà politica, che è cosa sacrosanta, da sola non basta. C’è un altro clima da scoprire, c’è un altro cielo sotto cui aspirare a vivere. La vera formazione spirituale non è altro che l’educazione alla nobiltà di spirito ripete Rob Riemen che in patria, l’Olanda, dirige l’Institut Nexus. Libertà politica e libertà morale. Se siamo in grado di mettere insieme queste due libertà che fanno parte del nostro universo e della nostra storia siamo capaci di ritrovarci e risorgere. Siamo un eterno paradosso perché siamo mortali e per provare a innalzarci verso Dio o il miglioramento siamo costretti a fare i salti mortali. La storia occidentale della nostra anima ci conduce, dopo scontri e insuccessi, sforzi e premi alla libertà politica in cui la domanda sulla vita o sull’essere - Come devo vivere? - si relativizza e ognuno può campare li-

beramente come più piace. Tuttavia, una volta giunti qua in cima è da stolti pensare di liberarsi della cultura che ci ha condotti ossia educati. Se siamo qua su è perché la libertà politica - la libertà dalle intromissioni nella mia sovranità ha le radici nella libertà morale - quella che osa sostenere che la verità può essere detta dall’uomo e si può vivere secondo verità, secondo bellezza, secondo giustizia, secondo il bene.

È un errore pensare di mettere tutto questo «senso» nella libertà politica e chiudere una volta per tutte la partita dell’educazione rispondendo alla domanda che ognuno si fa ma nessuno confessa di porsi: come devo vivere? Ma è un errore grossolano ritenere che la libertà consista nella liberazione dalla domande di senso e in definitiva dalla ricerca della libertà morale che ha mosso uomini come Socrate e Platone, Spinoza e Hegel e chiunque crede in cuor suo che la vita abbia un senso di vera dignità. Risorgimento, dunque. Come sono vere le parole del Giardino dei FinziContini. Dobbiamo morire almeno una volta per capire come stanno le cose. L’illusione di aver capito qualcosa non è poi da disprezzare. Provarci, questo si può fare. Le parole dell’Apologia di Socrate sono immortali: una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. La ricerca presuppone la vita che ci prova, ossia la vita che si mette alla prova. Morire per risorgere, negarsi per rinascere, limitarsi per essere. Che sia una nazione, che sia un uomo, non fa differenza.


mondo

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Il Consiglio di Ginevra ha condannato a larga maggioranza «le evidenti e sistematiche violazioni dei diritti umani» da parte del regime. Contrarie Mosca e Pechino

Siria, l’Sos dell’Onu Navi Pillay: «È in atto una carneficina». Oltre 4mila morti fra cui 307 bambini. Joe Biden: «Basta!» di Luisa Arezzo a sorte del regime di Bashar al Assad è segnata, e anche se ci vorrà probabilmente ancora del tempo per assistere alla sua fine, essa è inevitabile. La pressione internazionale contro di lui aumenta di giorno in giorno e per la seconda volta in meno di una settimana l’Onu ha denunciato la carneficina che Assad riserva al suo popolo: oltre 4mila morti in meno di otto mesi, di cui 307 bambini, spesso sottoposti alle più micidiali forme di tortura. Perché i bambini parlano più facilmente degli adulti e dicono meno bugie. Di questi ben 56

L

favorevoli, sei astensioni e quattro voti contrari fra cui figurano Cina e Russia.

La risoluzione «raccomanda ai principali organismi Onu di considerare urgentemente il rapporto della Commissione d’inchiesta e di intraprendere azioni apropriate». L’Alto commissario ha chiesto che Assad renda conto dei suoi crimini davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, sottolineando che nel Paese vi sono più di 14mila detenuti e che se non si fermano le violenze la Siria è destinata a scivolare nel baratro

Contro Bashar al Assad si sono espressi 37 Paesi. Ma quattro, inclusi Russia e Cina (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) lo assolvono. Tanto per far capire che aria tira... hanno perso la vita a novembre, il mese più sanguinoso di tutti quelli finora passati. È una Navi Pillay più ferma del solito quella che ieri è apparsa a Ginevra al Consiglio per i diritti umani dell’Onu convocato in via straordinaria per emettere una risoluzione contro il regime, documento approvato con 37 voti

della guerra civile. I terribili dati snocciolati a Ginevra (che fotografano anche i quasi 13mila rifugiati nella vicina Turchia) sono ovviamente parziali e probabilmente andrebbero rivisti al rialzo. Al momento, la Commissione internazionale di inchiesta ha in parte aggirato il negato accesso al Paese deciso da

Damasco ricorrendo a Skype, programma che consente di effettuare telefonate e videochiamate via Internet. «Abbiamo avuto colloqui con 223 vittime, testimoni e disertori delle forze militari e di sicurezza. Altre interviste le abbiamo condotte tramite Skype dalla Siria», ha detto ieri a Ginevra il presidente della commissione di inchiesta, il professore brasiliano Paulo Pinheiro. «Abbiamo inoltre ricevuto materiale video e fotografico ed abbiamo riunito un insieme solido di prove, benché non ci sia stato garantito accesso al Paese» ha continuato.

Giulio Terzi di Sant’Agata, il ministro degli Esteri, ha annunciato che avrà «presto» un incontro con i rappresentanti del Consiglio nazionale siriano (Cns), l’organo che riunisce gli oppositori al regime di Damasco sperando di avere la stessa fortuna del Cnt libico. Consiglio fortemente aiutato a nascere dalla Turchia di Erdogan che, benché non corrisponda ancora a tutte le anime dell’opposizione siriana, sta rapidamente trovando ascolto presso le cancellerie internazionali occidentali, prime fra tutte quella francese

Sopra, rifugiati siriani in Turchia. A sinistra,

Nonostante le rivolte, nel breve periodo potrebbe non esserci una alternativa alla tirannia

Il mondo arabo avrebbe bisogno di Stuart Mill più di un anno che si discute molto ed approfonditamente per far recepire la questione più profonda della filosofia politica: come creare un’autorità centrale legittima. Un paese arabo dietro l’altro –Tunisia, Egitto, Libia,Yemen, Siria – ha visto i propri popoli scendere in piazza per chiedere la caduta dei loro governanti, pur essendo poco chiaro cosa sarebbe successo dopo. La questione si applica non solo al mondo arabo. Non è chiaro, ad esempio, se il sistema quasi clericale di governo rivoluzionario dell’Iran avrà un futuro a lungo termine, viste le intense lotte interne al regime e la dura disapprovazione che smuove considerevoli fasce della popolazione. Il sistema di controllo monopartitico della Cina potrà durare indefinitamente? E quello della Birmania? Mentre gli Stati Uniti fondamentalmente hanno

È

di Robert D. Kaplan ereditato il loro sistema democratico dagli inglesi, e la loro preoccupazione principale per più di due secoli è stata la limitazione dell’autorità centrale, la sfida in molti altri paesi è all’opposto: co-

tempi così complicati. Secondo Mill, nello scritto Sulla libertà e soprattutto in Considerazioni sul governo rappresentativo, mentre un governo democratico è in teoria sicuramente da preferire,

Mentre gli Usa hanno ereditato il loro sistema democratico dagli inglesi e la loro preoccupazione per più di due secoli è stata la limitazione dell’autorità centrale, la sfida in molti paesi è opposta: come erigere un governo ricettivo me erigere un governo ricettivo in primo luogo. Nessun pensatore ha mai affrontato tali questioni così accuratamente ed eloquentemente come il filosofo inglese del XIX secolo John Stuart Mill, ed è per questo motivo che è considerato una guida appropriata in questi

è incredibilmente problematico da mettere in pratica. Questo, naturalmente fa parte della più grande esplorazione di Mills sulla libertà e il motivo per cui, alla fine, l’unica giustificazione che un governo ha di doverla ridurre è quando il comportamento di un individuo limita i

diritti degli altri. Il despotismo in alcuni casi può funzionare meglio, solo in quanto misura provvisoria, scrive Mill; la democrazia non è adatta a tutte le società in periodi considerevoli del loro sviluppo. Lo so, sto semplificando sommariamente Mill, che invece riesce ad essere così chiaro e sfaccettato e contemporaneamente di lettura godibile.

«Il progresso comprende l’Ordine», scrive Mill nelle Considerazioni, «ma l’ordine non comprende il Progresso». La tirannia potrebbe essere l’elemento politico basilare di tutte le società umane, ma se non si va oltre la tirannia, il risultato sarà caos morale e stagnazione. I despoti mediorientali attuali troppo spesso hanno fornito solo l’ordine; quelli asiatici hanno portato anche il progresso. In questo modo i governanti cinesi, che ad un certo punto devono riti-


mondo

Navi Pillay, commissario Onu per i diritti umani. Sotto, l’economista Stuart Mill

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di Sarkozy e quella britannica di Cameron. Intanto, sul terreno si registrano nuove vittime. Dieci persone, hanno dichiarato gli attivisti all’emittente al Arabiya, sono state uccise ieri dalle forze di sicurezza siriane in un nuovo venerdì di proteste. Il quotidiano Guardian ha riferito di manifestazioni in diverse città, tra cui Homs, Idlib, Dael, Deraa, Horan e Andan, vicino Aleppo. I dimostranti chiedono la creazione di una zona cuscinetto per proteggere la popolazione, proposta ventilata nei giorni scorsi dalla Turchia e a cui starebbe lavorando una task-force Nato-araba che ha stabilito la sua base operativa nella località turca di Iskenderun.

sanzioni contro Damasco approvata mercoledì, ha chiesto ad Assad di dimettersi. «La posizione degli Stati Uniti è chiara. Il regime siriano deve porre fine alla sua repressione brutale contro il popolo e il presidente Assad deve dimettersi per consentire l’avvio di una pacifica transizione che rispetti il volere del popolo», ha affermato il numero 2 della Casa Bianca in un’intervista al quotidiano turco Hurriyet. Già, perché il vicepresidente, mentre Hillary Clinton era in Myanmar/Birmania da Aung San Suu Kyi, è volato ad Ankara per parlare del futuro di Assad e probabilmente anche per incontrare qualche personaggio di spicco del Cns. Pro-

Il 18 novembre scorso, infatti, a margine di un incontro diplomatico tenutosi a Parigi, «diplomatici occidentali ed arabi» hanno riferito al quotidiano libanese Daily Star che Turchia e Giordania (la prima membro della Nato, la seconda stretto alleato degli Usa), con il consenso di potenze occidentali ed arabe, si stanno preparando a creare due zone cuscinetto per i civili all’interno della Siria, qualora Assad non dia segno di voler conformarsi al piano di transizione proposto dalla Lega Araba. Sarebbe dunque questo il piano, in assenza di una risoluzione Onu che imponga misure per proteggere i civili in Siria a causa del possibile veto di Russia e Cina, che presto potrebbe essere messo in atto. Non solo: il Libero Esercito Siriano, una fazione armata comandata da un colonnello che ha defezionato dall’esercito regolare ed è ospitato in Turchia, potrebbe divenire il braccio armato del Cns, come vorrebbero anche diversi esponenti all’interno di quest’ultimo. Radicale anche l’invito del vicepresidente americano Joe Biden, che sempre ieri, dopo la nuova tornata di

Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha annunciato che avrà «presto» un incontro con i rappresentanti del Consiglio nazionale siriano, l’organo che riunisce gli oppositori al regime prio da quest’ultimo sono giunte anche rassicurazioni sui futuri equilibri geopolitici della regione, in caso di caduta del regime. Burhan Ghalioun, infatti, presidente del Consiglio Nazionale Siriano, ha affermato che «con l’Iran non vi sarà più alcun rapporto speciale».

Un’affermazione che non va certo presa alla leggera visti i forti legami che legano i due Paesi. Ma che certo all’Occidente e alla stessa Turchia - che con Teheran gioca una sofisticata partita a scacchi avendo ben chiaro che è in gioco c’è la supremazia nell’area - non può che suonare come un impegno in cambio del loro supporto nel rovesciamento della famiglia Assad. Ma i segnali di accerchiamento al regime si susseguono senza sosta. Dopo l’embargo sulle esportazioni di greggio dalla Siria voluto dalla Ue, il regime è stato costretto a

ridurre la produzione da 380 mila barili al giorno a circa 250 mila. E ieri il colosso petrolifero anglo-olandese Shell ha annunciato che «cesserà» le sue attività nel Paese. A scriverlo per primo è stato il Financial Times, ricordando che le misure decise da Bruxelles riguardano tre aziende petrolifere statali, General Petroleum Company, Al Furat Petroleum Company e Syria Trading Oil Company, che operano come partner locali per i colossi mondiali. «Shell cesserà le sue attività nel rispetto delle sanzioni - ha detto un funzionario dell’azienda - la nostra priorità è garantire la sicurezza dei nostri dipendenti di cui siamo molto orgo-

gliosi. Speriamo che la situazione migliori rapidamente per tutti i siriani». Il segnale è evidente ed è previdibile che adesso molte altre aziende straniere faranno altrettanto. Sorpresa ha invece suscitato l’inserimento nella lista nera della Ue del quotidiano siriano Al Watan, una testata privata che ha condotto a lungo una campagna per il riavvicindamento della Siria all’Europa. Creato nel novembre del 2006 da tre uomini d’affari, al Watan ha sede nella zona franca di Dalasco per evitare di essere sottomesso alle regole molto strette imposte dal regime di Damasco alla stampa siriana. Vi lavorano 52 giornalisti e altro personale per un totale di 120 persone. La misura ha lasciato interdetti anche alcuni diplomatici europei di stanza in Siria. Una fonte ha commentato stupita: «era il solo giornale su cui vi fosse qualcosa da leggere».

rarsi, che portano esperienza tecnica alla loro gestione e che governano in uno stile collegiale, sono da preferire rispetto a quelli dell’Africa settentrionale, per non parlare poi di Siria e Yemen. Tuttavia, anche in questi casi, la prospettiva di un crollo dell’autorità centrale indica che, al passo con Mill, potrebbero non esserci alternative ad una tirannia, almeno nel breve termine.

ne, o i recenti timori per i crolli dei governi di paesi come lo Yemen e la Siria, hanno permesso a molti di noi di immaginarci lo stato originale dell’uomo. Infatti, mentre sempre più sistemi non democratici trovano difficilissimo sopravvivere in quest’era di immediate comunicazioni elettroniche, Mill e Hobbes resteranno in cima alla lista dei filosofi il cui pensiero è dimenticato.

La filosofia di Mill in verità si fonda su quella del suo compatriota del XVII secolo, Thomas Hobbes, un altro pensatore fin troppo pertinente coi nostri tempi. Hobbes è spesso considerato come un predicatore di rovina e oscurità. In verità non lo era. Egli scrutò nell’abisso dell’anarchia e realizzò che esisteva, piuttosto, una soluzione che poteva condurre all’ordine e al progresso. Questa soluzione era lo Stato. Hobbes magnifica i benefici morali della paura e vede nell’anarchia violenta la principale minaccia alla società. Per Hobbes – noto per aver descritto le vite degli uomini come «terribili, brutali e corte» – il timore di una morte violenta è il cardine di un interesse personale illuminato. Co-

L’Iraq, con il suo miscuglio di democrazia, autoritarismo strisciante e anarchia è un paese creato per Mill e Hobbes, mentre l’Afghanistan rappresenta proprio il pensiero di Hobbes. Immaginate la rilevanza di Hobbes nell’eventualità di un crollo del regime in Corea del Nord; o di Mill nelle continue lotte in Egitto per trasformare una dittatura militare in una democrazia civile. Questi uomini saranno pure morti da molto tempo, ma la loro filosofia è una guida certa alle questioni più importanti di questi giorni. Il bisogno di ordine – anche quando l’ordine deve essere reso libero dalla tirannia – è precisamente la questione ancora in sospeso con la maggior parte del Medio Oriente.

struendo uno Stato, l’uomo sostituisce il timore della morte violenta con il timore che solo coloro che infrangono la legge devono affrontare. Quindi mentre Hobbes sosteneva l’autorità centrale, Mill lo studiava e assorbiva per aiutarci a capire come l’umanità deve andare al

di là della semplice autorità per stabilire un regime liberale. Questi concetti a volte sono difficili da afferrare per l’attuale classe media urbana, che ha ormai perso qualsiasi contatto con la condizione naturale dell’uomo. Ma l’orribile violenza nell’Iraq in fase di disintegrazio-


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grandangolo Aspettando le elezioni presidenziali di marzo 2012...

Prove generali per la (ritrovata) coppia Putin e Medvedev Domani la Russia va alle urne per il rinnovo della Camera bassa del Parlamento, la Duma, in un momento delicatissimo per il partito di governo che teme un brusco calo di consensi. Secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto Levada, il più autorevole di Mosca, «Russia Unita» potrebbe infatti scendere dal 64 per cento del 2007 al 53-54 per cento di Enrico Singer l cinquanta per cento dei russi è convinto che il risultato delle elezioni politiche di domani è scontato. E sarà, anche, truccato se si dovesse allontanare troppo dalle previsioni del Cremlino. Lo dice l’ultimo sondaggio dell’istituto Levada il più autorevole di Mosca - e non è certo un buon viatico per la consultazione elettorale che si annunciava come la prova generale di una sfida che avrebbe proiettato finalmente la Russia in una nuova era, quella della possibile alternanza tra leader interpreti di linee politiche realmente diverse. Ma da quando Putin e Medvedev si sono messi d’accordo per continuare la loro coabitazione - a ruoli invertiti - il voto nella sterminata Federazione russa per il rinnovo del Parlamento, la Duma, è diventato poco più di un rito da celebrare secondo le regole di un potere che ha un’unica preoccupazione: succedere a se stesso, senza fine e senza ricambi. Con la prospettiva concreta di arrivare con gli stessi uomini addirittura fino al 2024 perché, grazie alla riforma fatta già approvare da Medvedev, il mandato presidenziale che era di 4 anni è stato esteso a 6 anni e Putin, così, ha di fronte a sé la possibilità di altri due man-

I

dati e di altri 12 anni di permanenza al timone del Paese. «Votare il 4 dicembre per i candidati di Russia Unita significa votare il 4 marzo del 2012 per Putin come presidente», ha detto Medvedev suggellando, di fronte al congresso del partito, il nuovo patto di sangue che gli dovrebbe fruttare il posto di primo ministro in una staffetta che ricorda i bei tempi andati dell’Urss.

In questa costruzione apparentemente perfetta, tuttavia, c’è un punto debole. Che è, poi, il principale motivo d’interesse delle elezioni di domani. È sempre il sondaggio di Levada a rivelarlo: Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, si confermerà partito di maggioranza, ma con una percentuale di consensi in calo. Dal 64 per cento del 2007 potrebbe scendere al 53, 54 per cento. Dieci punti in meno che gli farebbero perdere il controllo assoluto della Duma perché potrebbe ottenere 252 seggi su 450, contro gli attuali 315. È questa la preoccupazione di Putin: «Se la maggioranza parlamentare sarà esigua e non sarà in grado di sostenere tutte le misure che prenderà il governo, questo trascinerà il nostro Paese in una situazione che i nostri amici e partner

europei conoscono bene». Un riferimento diretto alle debolezze delle democrazie occidentali e un modo per esorcizzarle sperando che i russi evitino di disperdere i voti. I segnali di crisi, però, ci sono. Edinaja Rossija, Russia Unita, nata il primo dicembre del 2001dalla fusione di

Edinaja Rossija si confermerà formazione di maggioranza, ma forse con 252 seggi su 450, contro gli attuali 315 Madrepatria Russia e del Partito unito di Russia, ha navigato finora come una corazzata. La sua collocazione ideologica è vaga. Molti dei suoi esponenti vengono dai quadri dell’ex Pcus, come lo stesso Putin, del resto, che è stato anche ufficiale del Kgb. Non fa parte di alcuna famiglia internazionale (un tentativo di

avvicinamento al Ppe è rimasto lettera morta). Si dichiara un partito di centro rispetto ai comunisti di Zyuganov e ai liberaldemocratici dell’ultranazionalista Zhirinovksi, ma intreccia a sua volta nazionalismo, populismo, conservatorismo, statalismo, centralismo. È il partito del Presidente. E lo ha dimostrato anche nel congresso del 27 novembre scorso che ha designato Putin candidato alle elezioni presidenziali del 4 marzo con una maggioranza granitica: 614 voti favorevoli su 614 delegati votanti. Altro che primarie. Unanimità è la parola-chiave che regola la vita di Russia Unita e che è stata favorita dall’accordo stretto da Putin e Medvedev che ha spazzato via tutte le voci sul possibile scontro tra le due anime del partito: quella degli innovatori che avrebbero preferito puntare su Medvedev e quella dei conservatori legati a Putin. Lo scontro, in realtà, c’è stato. Ma, come era prevedibile, si è concluso all’interno del Cremlino e di Edinaja Rossija senza arrivare all’estrema rottura che avrebbe provocato una scissione nel partito e una guerra fratricida e senza ritorno tra Medvedev e Putin. Dmitri Medvedev si è reso conto che se avesse sfidato apertamente Pu-

tin avrebbe perso e ha preferito continuare la coabitazione aspettando tempi migliori. Nelle settimane della campagna elettorale che si chiude oggi le strade di Mosca, come quelle delle altre città russe, sono state invase dai manifesti di Russia Unita, le tv hanno trasmesso ogni uscita dei due leader presentandoli come una coppia inossidabile. Eppure i delusi, soprattutto nel campo degli innovatori, ci sono. Anche un grande vecchio della politica, Anatoly Chubais, ha fatto sapere che non andrà a votare. Ma non è il solo deluso. Appena pochi giorni fa Putin è stato fischiato allo stadio Olimpiskij di Mosca durante un incontro di arti marziali, così come è successo al suo vicepremier, Dmitri Kozak, che era salito al suo posto sul palco di un concerto antidroga a San Pietroburgo. La contestazione allo stadio ha avuto dei risvolti imbarazzanti: le grandi tv hanno censurato i fischi trasmettendo senza il sonoro le immagini di Putin che si complimentava sul ring con il campione russo Emeljanenko, ma su internet i «buu» degli spettatori si potevano sentire eccome. Risultato: 530mila contatti in 24 ore per i siti indipendenti. E gli internauti in Russia sono tantissimi:


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Nella pagina a fianco, una matrioska con Medvedev e Vladimir Putin (che simbolicamente lo manovra dall’interno). Sotto, la Duma (il Parlamento russo). A destra, un missile americano da cui la Russia vuole prevenirsi con lo scudo spaziale di Kaliningrad

quasi 51 milioni. Il più noto blogger russo, Anton Nossik, dice che tra i mass media internet ormai è il «più autorevole» e che la campagna contro Russia Unita – «il partito dei ladri e dei truffatori» – trova proprio sul web la sua massima espressione. Di sicuro contribuirà a ridurre la quota del consenso attorno al partito di Putin e Medvedev favorendo le formazioni dell’opposizione o, più probabilmente, l’aumento dell’astensionismo. Anche perché il sistema elettorale prevede una soglia del 7 per cento per ottenere seggi alla Duma e molti partiti minori non sono stati ammessi al voto per irregolarità, vere o presunte. Tra questi c’è anche il Partito per la Libertà del Popolo di Mikhail Kasyanov, ex primo ministro, che è stato bandito per motivi procedurali sulla presentazione delle liste. Dei quattro partiti che sono presenti oggi in Parlamento, probabilmente, soltanto tre potranno ritrovare la via della nuova Duma superando lo sbarramento. Con Russia Unita ci saranno di sicuro i comunisti di Gennady Zyuganov, che potrebbero ottenere anche il 20 per cento dei voti e 100 deputati e i liberaldemocratici di Vladimir Zhirinovski che sono accreditati di un 12 per cento dei suffragi e di 60 seggi alla Duma. Potrebbe scomparire Russia giusta, il partito creato ad hoc alle elezioni del 2007 dagli strateghi di Putin per risucchiare qualche elettore dal serbatoio comunista. Il leader di questo partito, Sergei Mironov, è stato spodestato al Consiglio della federazione dalla ex governatrice di San Pietroburgo, Valentina Matvijenko, una putiniana di ferro, ma il suo gruppo alla Duma potrebbe essere sostituito da quello di Giusta causa, una formazione inventata un paio di mesi fa per pescare tra gli elettori liberali delusi da Russia Unita. Comunque vada, il comunista Zyuganov e il liberaldemocratico Zhirinovski hanno

In allerta la stazione radar che ha il compito di monitorare i missili Usa

Scudo spaziale, Kaliningrad in stato di combattimento lla vigilia del voto di domani per il rinnovo della Duma, ogni mossa delle autorità russe ha naturalmente una ragione elettorale che la spinge. E tuttavia il brusco indurimento di gesti e toni nei confronti degli Stati Uniti e della Nato porta a chiedersi quanto cambierà la politica estera a Mosca ora che - si può già dire, anche se le elezioni per la presidenza si svolgeranno il 4 marzo - è iniziata la seconda era Putin. La settimana scorsa Medvedev aveva minacciato di spostare a Kaliningrad missili in grado di rispondere al sistema di difesa missilistico americano: detto fatto, martedì il presidente si è recato nell’avamposto occidentale della Russia, la regione di Kaliningrad circondata da Lituania e Polonia (terra Ue e terra Nato), e ha messo in “stato di combattimento” la stazione radar che ha il compito di monitorare lo Scudo.

A

già annunciato che si presenteranno anche alle elezioni presidenziali del 4 marzo 2012 contro Putin: candidati senza speranza come lo scrittore. Il solo, reale pericolo per la coppia PutinMedvedev era rappresentato dall’eventuale rottura dell’accordo che la teneva e che la tiene insieme. Scongiurata questa ipotesi, in ballo restano solo le percentuali: i numeri del consenso attraverso i quali si potrà misurare - trucchi e brogli a parte - il polso dell’opinione pubblica russa. Che nelle ultime fasi della campagna elettorale sia Putin che Medvedev hanno cercato di riportare nella grande casa di

Giorni fa il primo ministro è stato fischiato allo stadio Olimpiskij durante un incontro di arti marziali Russia Unita con un metodo anche questo ereditato dai tempi dell’Urss: la minaccia esterna. Putin ha scatenato una vera e propria offensiva contro le «potenze straniere che tentano di interferire nelle elezioni russe finanziando gli oppositori». Di fronte alla platea di undicimila persone riunite nel Palazzetto dello sport del parco Luzhniki di Mosca, ha detto: «So che alla vigilia delle elezioni per la Duma e per le presidenziali certi Stati stranieri danno soldi agli oppositori, ma saranno soldi buttati al vento». La denuncia della minaccia esterna s’intreccia all’indurimento dei toni nei confronti dell’Occidente - dalla crisi libica,

alla Siria, all’Iran - e soprattutto alla questione dello scudo missilistico della Nato nell’Europa orientale che Mosca considera un assedio ai suoi confini. Il peso del clima elettorale è evidente, ma il segnale complessivo è preoccupante perché porta anche a chiedersi quanto e come cambierà la politica estera di Mosca nella seconda era Putin che sta per cominciare.

Dmitri Medvedev - e anche questa è una prova della ritrovata armonia con Putin - è andato nell’estremo avamposto occidentale della Russia, l’enclave di Kaliningrad che si trova tra Lituania e Polonia (entrambi Paesi Ue e Nato), per inaugurare il maxi-radar che controllerà lo “scudo”. «Mi auguro che i nostri partner occidentali comprendano la minaccia che il sistema missilistico della Nato pone alle nostre forze nucleari strategiche», ha detto Medvedev in un discorso pronunciato in mezzo ai generali e rilanciato da tutti i telegiornali. Un modo per far passare un doppio messaggio. Quello diretto agli elettori di casa a non abbassare la guardia perché il nemico è sempre in agguato e quello diretto all’Occidente: il Medvedev che sta per tornare premier di Putin che sarà presidente sembra disposto a interpretarne fedelmente la linea dura. In un momento in cui la cooperazione di Mosca, al contrario, serve agli Usa e alla Nato perché il Pakistan ha bloccato i rifornimenti alle truppe impegnate in Afghanistan dopo l’attacco alleato che, per errore, ha provocato la morte di 24 militari pakistani. L’alternativa per far arrivare rifornimenti a Kabul è la rotta attraverso il territorio russo. Ma Dmitri Rogozin, l’ambasciatore di Mosca alla Nato, ha già detto che questo corridoio potrebbe essere chiuso se arriveranno i missili alle porte di Kaliningrad.

Aggiungendo un monito: la Russia è pronta a prendere altre misure necessarie a contrastare un sistema che avverte come una minaccia alla propria capacità di deterrenza, alla propria sicurezza. Malgrado gli Stati Uniti assicurino che è l’Iran la minaccia da cui lo Scudo spaziale è chiamato a difendere l’Europa. «Mi auguro ha detto Medvedev, ripreso come prima notizia dai tg che questo primo passo venga considerato dai nostri partner occidentali come il primo segnale della nostra determinazione a rispondere adeguatamente alle minacce che il sistema di difesa missilistico pone alle nostre forze nucleari strategiche». Riaccendendo tra gli elettori l’idea di un avversario che il Cremlino è determinato a confrontare, queste parole ne assicurano i voti che Medvedev e Putin stanno freneticamente cercando di recuperare per il loro partito, Russia Unita, in calo nei

sondaggi. Alla stessa logica appartiene forse l’accusa di sabotaggio ai danni di Phobos-Grunt, la sonda russa che, in viaggio verso Marte, si è persa per strada.

Secondo il generale Nikolaj Rodionov, che ha comandato il sistema russo di early warning che monitora eventuali attacchi di missili balistici, la sonda russa potrebbe essere stata bloccata dalle antenne di una stazione sperimentale americana, che sta realizzando in Alaska un programma di ricerca sulla ionosfera, Haarp. Se il radar di Kaliningrad, in attesa dei missili da puntare eventualmente sulla Ue, ora coprirà un’area di 6.000 km verso Occidente - secondo quanto ha spiegato il ministro della Difesa Serdjukov - i russi stanno utilizzando un’altra leva per spingere Washington a negoziare sullo Scudo spaziale. Ora che Islamabad ha bloccato i rifornimenti alle truppe Nato in Afghanistan, dopo l’attacco alleato a causa del quale sabato sono stati uccisi 24 militari pakistani, l’alternativa per la Nato per arrivare a Kabul è la rotta messa a disposizione da Mosca, attraverso il proprio territorio. Ma Dmitrij Rogozin, ambasciatore presso la Nato, ha messo direttamente in collegamento la possibilità di una chiusura di questa via con il malumore dei russi nei confronti del sistema anti-missile alle porte di Kaliningrad. L’ex Koenigsberg dell’impero prussiano dove nacque, il 22 aprile 1724, Immanuel Kant, il più grande filosofo illumista tedesco. Epitaffio sulla tomba nella cattedrale: «Due cose hanno soddisfatto la mia mente e hanno occupato sempre il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Kant morì a Koenigsberg il 12 del febbraio 1804.


ULTIMAPAGINA Si è spento a 73 anni Shingo Araki, genio dell’animazione giapponese. Fra i suoi figli anche Lady Oscar e Ufo Robot

Addio al papà di Lupin e di Vincenzo Faccioli Pintozzi opo Kazuo Komatsubara in Giappone e Sergio Bonelli in Italia, il mondo dell’animazione internazionale piange un altro lutto. Shingo Araki, padre di Goldrake e Lupin III, si è spento all’età di 73 anni. Se c’è un artista che ha lasciato il segno nel campo dell’animazione giapponese è stato sicuramente Araki con il suo personalissimo stile di disegno, riconoscibile tra mille, e una delle fantasie più fervide del mondo dei cartoon. C’è la sua mano dietro tanti capolavori dell’animazione giapponese quali Ashita no Joe (Rocky Joe in Italia) e Devilman come direttore delle animazioni. Ma il suo tratto resta principalmente legato, come character design, su Babil II (Babil jr), Ufo Robot Grendizer (Goldrake, Ufo Robot), Versailles no Bara (Lady Oscar) e l’ultimo suo successo mondiale con i Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco).

D

Proprio Saint Seiya: Meio Hades, Elysion (Saint Seiya: i capitoli di Hades - Eliseo) è stata l’ultima sua fatica. Araki inizia molto presto la sua carriera come mangaka (autore dei manga, le “nuvole parlanti” dell’animazione giapponese) prima di approdare definitivamente nel settore dell’animazione, suo sogno fin dai tempi della scuola elementare. Dopo vari anni trascorsi a disegnare fumetti al ritmo di 40-50 pagine al mese, a venticinque anni si fa notare alla Mushi Production di Osamu Tezuka, lavorando come animatore sulla serie Kimba, il leone bianco (1965). Nel 1966 decide

di fondare assieme agli amici e colleghi Akio Sugino, Akihiro Kanayama e Nobuyoshi Sasakado lo studio Jaguar, e contemporaneamente continua a lavorare per la Mushi a La principessa Zaffiro (1967).

Nel 1973 si cimenta per la prima volta come character designer su Babil Junior di Mitsuteru Yokoyama; altro passo chiave della sua carriera è l’incontro con l’animatrice Michi Himeno, con la quale collabora a Cutey Honey (1973). Da questo momento la coppia formerà un duo praticamente indivisibile cementato con la creazione, nel 1975, della Araki Production, studio con cui l’artista ha prodotto per colossi dell’animazione come Toei Animation e TMS classici e capolavori come UFO Robot Goldrake, Lupin III e Lady Oscar. La sua mano è stata determinante

Ulisse 31 (1981-1982), Occhi di gatto (1983), Kiss me Licia (1983) e, ovviamente, per il successo della serie che più di ogni altra l’ha reso famoso nel mondo tra gli appassionati: Saint Seiya, ovvero “I cavalieri dello zodiaco”(1986).Tra i lavori più recenti, il remake OAV Babil Junior – La leggenda, Ringu ni kakero, Yu-Gi-Oh!, e il character design del primo film della nuova pentalogia di Ken il guerriero. Nel 2011, Araki è stato premiato agli Annual Awards of Merit, riconoscimenti che a partire dal 2005 sono stati assegnati annualmente a coloro che si sono adoperati maggiormente nel promuovere l’animazione giapponese come forma d’arte, di comunicazione, d’insegnamento, di scambio culturale, o distinti per il loro apporto pionieristico. Quando parliamo di Shingo Araki, ci riferiamo sicuramente ad uno dei pilastri portanti di tutto

GOLDRAKE anche in altri famosi titoli come Tommy, la stella dei Giants (1968), Rocky Joe (1970), Ryu, il ragazzo delle caverne (1971), Devilman (1972), Bia (1974), Danguard (1977),

il mercato nipponico dell’animazione. Il suo tratto pulito e preciso, le sue linee morbide e al contempo aggressive, il suo ripasso fluido e teso ed ancora la grande cura e la minuziosità dei dettagli nei suoi disegni, fanno di lui uno dei più grandi maestri del cartone animato mondiale. Nato il primo gennaio del 1939 a Sagoya, Araki ha lavorato nel campo dei fumetti per più di quarant’anni: la data del suo debutto si perde nei meandri del tempo e dello spazio. Il gusto del bello, la perizia del dettaglio, l’inventiva senza pari ne hanno caratterizzato praticamente l’intera opera. Moltissimi animatori “moderni” hanno copiato il tratto lussuoso e allo stesso tempo semplice ma ricco di Araki, il suo stile di giocare con l’esilità dei personaggi, il suo modo di farli combattere e farli amare.

La sua è una filosofia, più che uno stile. I manga, infatti, considerati in Europa come semplice intrattenimento sono invece, nel Sol Levante, una delle forme di arte più conosciute, amate e rispettate. Secondo Eijiro Shimada, “guru” dei manga giapponese, la concezione occidentale dei manga è del tutto diversa da quella che c’è in Giappone: « Ho sentito concretamente durante la mia visita (negli Usa) che il manga è letto in tutto il mondo, ma ho anche capito che il manga non è ancora diventato un media globale. Potrà anche essere letto ovunque ma questo non significa necessariamente che è un media globale. In Giappone, il manga è considerato come un media globale». La morte di Araki, in questo senso, rappresenta una grave perdita per tutti. Perché la lunga strada che ha davanti il manga ha perso una delle sue guide più geniali.


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