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ARRIVEDERCI A SABATO Domani, per la festività dell’Immacolata Concezione, liberal non sarà in edicola. Appuntamento dunque a sabato

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 8 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Le sigle sindacali (Cgil, Cisl e Uil) ritrovano l’unità e indicono per lunedì prossimo tre ore di sciopero generale

Pensioni, si può cambiare Alzare la soglia a 1400. Il governo apre: «Ma niente stravolgimenti» Si lavora anche a detrazioni sulla prima casa. Casini: «Se i saldi restano invariati, è doveroso correggere». Pdl e Pd garantiscono senso di responsabilità, ma Di Pietro fa il solito demagogo POLITICA DELLE CORREZIONI

Uno “storico” discorso del presidente Usa sulla crisi dell’economia occidentale

Senso della misura, e la manovra può migliorare

Il capitalismo della finanza ci ha rovinato. Ripartiamo dal lavoro reale

di Giancristiano Desiderio è poco tempo e pochi soldi ma qualcosa si può fare. La via indicata dalla stessa Fornero l’altra sera a Ballarò è percorribile ma a patto che si faccia un miniemendamento che non snaturi o stravolga la manovra ma vi intervenga in modo chirurgico. a pagina 3

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di Barack Obama miei nonni hanno servito questo Paese durante la Seconda guerra mondiale. Lui era un soldato nell’Armata di Patton; lei lavorava su una linea di assemblaggio per bombardieri. Insieme hanno condiviso l’ottimismo di una nazione che ha trionfato sopra la Grande Depressione e sul fascismo. Credevano in un’America dove il lavoro duro pagava, dove la responsabilità era ricompensata e dove ognuno poteva raggiungere il proprio obiettivo: non importa da dove vieni, chi sei o da dove sei partito. Sono stati questi valori a far crescere in maniera più massiccia la classe media e la più forte economica che il mondo abbia mai conosciuto. È stato qui in America che i lavoratori più produttivi, le compagnie più innovative hanno realizzato i migliori prodotti sulla Terra.

I democratici si spaccano ancora sull’annunciata riforma della flex-security e del settore del lavoro. Secondo Treu è “inutile” parlare ora di articolo 18, mentre Morando spera in una sintesi in extremis

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Riccardo Paradisi • pagina 4

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Ancora scontri fra Ichino e Fassina. Mentre il segretario non interviene

E in casa Bersani riesplode la guerra “sul riformismo”

Al momento dell’arresto, il boss dei Casalesi ha detto: «Ha vinto lo Stato»

Preso il capo di Gomorra Michele Zagaria stava nascosto in un bunker di Gabriella Mecucci urissimo colpo, ieri, al clan camorrista dei Casalesi: dopo 16 anni di latitanza è finito in manette il superboss Michele Zagaria. Proprio come aveva scritto Saviano nel suo Gomorra, è stato scovato all’interno di un bunker sotto un anonimo appartamento di vico Mascagni, a Casapesenna (nel Casertano). Le forze dell’ordine, coordinate da un pool di magistrati della direzione antimafia, hanno

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dovuto scavare a lungo per raggiungerlo in quello stanzone superblindato, individuato già da qualche giorno e attentamente monitorato. Al momento della cattura, Zagaria si è rivolto ai poliziotti dicendo ironicamente: «Avete vinto voi. È finita, ha vinto lo Stato». Subito dopo è stato colto da malore al punto da richiedere l’intervento urgente di un’ambulanza. a pagina 16

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

238 •

WWW.LIBERAL.IT

Il congresso di Marsiglia

Anche il futuro del Ppe appeso a quello dell’Italia di Antonio Picasso iù Europa! Questo potrebbe essere lo slogan che il ventesimo congresso del Partito popolare europeo (Ppe) potrebbe lanciare a Bruxelles da Marsiglia, sede della convention. Quest’anno, l’incontro è stato organizzato dall’Ump di Sarkozy e si tiene alla vigilia dei vertici Ue cruciali per la crisi dell’Eurozona. Tuttavia, scritta in piccolo al messaggio chiave, si può leggere anche una postilla: “Meno Francia e meno Germania!” I conservatori europei, infatti, auspicano in una maggiore concertazione tra tutte le nazioni. E lo dicono da ospiti nella casa del diavolo. Il meeting è il primo incontro politico che ha luogo dopo la vittoria dei popolari spagnoli. E la stabilità della Spagna (fiducia dei mercati nel suo prossimo governo, nonché prospettive per l’occupazione, i tagli, gli aumenti di tasse) si ripercuotono sull’intera Europa. Lo scriveva ieri El Pais, rilevando come il fronte comunitario è quello decisivo.

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

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Casini: «Un conto è scrivere un libro dei sogni, un altro indicare ricette per una manovra che deve essere approvata al più presto»

L’accordo possibile

Pdl, Pd e Terzo Polo lavorano per indicizzare l’inflazione e anche le pensioni fino a 1400 euro e per alleggerire l’Ici sulla prima casa. Prime aperture dal governo, «ma senza intaccare i saldi» di Francesco Pacifico

ROMA.

Risparmiare dalla stangata sulle pensioni chi ha un assegno inferiore a 1.400 euro. Alzare la soglia di detraibilità sull’Irpef (ora ferma a 200 euro) della nuova Ici sulla prima casa. Gli spazi di manovra sono a dir poco risicati, ma Mario Monti è pronto a ritoccare la manovra da 30 miliardi. A patto, però, di non intaccare i saldi.

L’obiettivo resta sempre quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 imposto dall’Unione europea all’Italia. E le cose potrebbero anche peggiore se il Consiglio europeo in programma questa sera fallirà viste le divisioni tra Francia e Germania da un lato e gli altri partner dall’alto su pareggio di bilancio e sanzioni automatiche per chi sfora. Non a caso ieri gli spread tra Btp e Bund sono risaliti a 389 punti, anche se ha fatto sapere l’Istat, la manovra varata da Monti ha già consentito allo Stato di risparmiare già 19 miliardi di euro in termini di servizio al debito.

«Il governo prende atto della proposta e della responsabilità dei parlamentari a ragionare sulle modifiche ma a saldi invariati», questa la formula di rito che sentiremo molte volte nelle prossime settimane. Ieri l’ha ribadita il viceministro del Welfare, Michel Martone, davanti commissione Lavoro, molto agguerrita pur di strappare l’allargamento dell’indicizzazione all’inflazione anche per gli assegni sopra i mille euro e mi-

la Commissione, e relatore, Giuliano Cazzola, è scaturito un testo nel quale si chiedono accanto all’indicizzazione per le pensioni tre volte la minima, minori penalizzazioni per chi ha 40 anni di contribuzione ma abbandona il lavoro prima dei 62 anni, l’esenzione delle nuove regole per le categorie più deboli, una ricapitalizzazione meno perentoria delle casse di previdenza, un trattamento meno oneroso per le ricongiunzioni pensionistiche. Ma a tirare la corda non è stato soltanto il Pd, che ha rivendicato pubblicamente una sua battaglia per aumentare l’equità. A sorpresa ieri mattina anche il Pdl, e su spinta dell’ex ministro Giorgia Meloni, ha seguito questa china chiedendo un contributo di solidarietà per «la parte eccedente venti volte la pensione minima, quindi pensioni superiori ai 120.000 euro annui e quando non frutto di contributi effettivamente versati». Un menù così ampio che, secondo i parlamentari, potrebbe essere finanziato ritoccando l’una tantum sui capitali scudati, colpendo le pensioni baby e gli as-

I mercati temono un nuovo fallimento dal Consiglio d’Europa che si apre questa sera. Risale lo spread tra Btp e Bund. Merkel e Sarkozy alzano il tiro, chiedendo più rigore ai partner nori penalizzazioni per chi ha iniziato a lavorare da giovane e vuole ritirarsi prima dei 62 anni. Un appello subito raccolto dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Si tratta di una manovra dolorosa quanto necessaria. Può essere migliorata in Parlamento su alcuni punti. In particolare, ne cito uno per tutti: l’indicizzazione delle pensioni minime, va portata almeno a tre volte la pensione minima, naturalmente a saldi invariati». L’ex presidente della Camera ricorda ai colleghi che «un conto è scrivere un libro dei sogni con quello che ci piacerebbe, un altro indicare ricette per una manovra che deve arrivare in Parlamento la prossima settimana». Ma non tutti sembrano avere capito il nuovo corso. Ieri la commissione Lavoro ha prodotto un parere sulla nuova riforma delle pensioni, che ha finito per inserire una serie di proposte che difficilmente il ministro Elsa Fornero potrà accettare. Nonostante il tentativo del vicepresidente del-

segni più alti, equiparando alle regoli comuni, anche «i regimi pensionistici degli altri organi costituzionali, delle autorità indipendenti e di altre situazioni di oggettivo privilegio, derivanti da aspetti abnormi del sistema retributivo, anche prevedendo il passaggio al calcolo pro rata». Seguendo l’autoriforma approvata dai parlamentari. Si dice comunque soddisfatto il pidiellino Giuliano Cazzola: «Nel parere abbiamo trovato una convergenza tra le forze che appoggiano il governo Monti su un tema molto delicato come quello delle pensioni, che rappresenta tanta parte della manovra». Domani scade il termine per presentare in commissione Bilancio e Finanze gli emendamenti al testo. Ma se si vuole rende più equa la manovra, i partiti dovranno attenersi a due regole inderogabili: evitare che i propri parlamentari presentino proposte troppo onerose, accettare di fare cassa anche grazie a capitoli che, soprattutto per il centrodestra, erano intoccabili. Sul versante finanziario si guarda soprattutto al bollo sui capitali che rientreranno con lo scudo fiscale: con un’aliquota dell’1,5 per cento del totale lo Stato punta a recuperare circa 1 miliardo


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Il governo tecnico formato da Mario Monti mentre, dai banchi della Camera, assiste al dibattito sulla fiducia dei parlamentari all’esecutivo. Nella pagina a fianco Elsa Fornero, nuovo ministro del Welfare, sempre più protagonista delle riforme annunciate da Palazzo Chigi. Non soltanto pensioni, il ministro ha infatti pronta anche una revisione del delicato problema del settore lavoro

Senso della misura per migliorare I partiti siano responsabili: la realtà del Paese è più dura dei calcoli e delle preoccupazioni politiche di Giancristiano Desiderio è poco tempo e pochi soldi ma qualcosa si può fare. La via indicata dalla stessa Fornero l’altra sera a Ballarò è percorribile ma a patto che si faccia un miniemendamento che non snaturi o stravolga la manovra ma vi intervenga in modo chirurgico. È questo il senso della giornata parlamentare di ieri sottolineato anche dalle parole della Fornero: «Spero ci sia solo un miniemendamento. Mi aspetto aggiustamenti, non stravolgimenti. Non ce li possiamo permettere. I tempi sono stati dettati dall’emergenza finanziaria. C’era necessità di fare in fretta e questo in qualche modo ha sacrificato il dialogo, ma potremo ancora migliorare». Il “bisturi” dovrebbe incidere utilizzando due brutti termini - sulle indicizzazioni che sono deindicizzate: in altre parole, è un modo per salvare gli assegni delle pensioni minime per non farle diventare ancora più minime. Un passaggio fondamentale per ammorbidire il provvedimento pensionistico che sgancia la rivalutazione degli assegni pensionistici dall’andamento dell’inflazione. La modifica su cui si lavora è indicata anche dal viceministro Martone che sta svolgendo un lavoro di raccordo: «Sta emergendo una proposta interessante secondo la linea aperta dal ministro Fornero. Il governo presterà attenzione, ma resta il problema dei saldi invariati. Finora il lavoro è stato proficuo ed è emerso senso di responsabilità nel capire la gravità della situazione. Aspettiamo il

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con la prima rata che si pagherà a febbraio 2012. Ma il Pd e il Terzo Polo provano a riaprire anche il fronte delle nuove frequenze assegnate gratuitamente a Rai, Mediaset e Telecom e dalle quali si potrebbe recuperare tra i due i quattro miliardi di euro.

Anche perché la rivalutazione dell’inflazione sugli assegni fino a 1.400 costa almeno un miliardo, che certamente non si possono recuperare soltanto penalizzando le pensioni baby e i vitalizi

parere della Commissione». La Commissione Lavoro della Camera - è il caso di dire - è al lavoro per alzare la soglia delle pensioni che si vedono bloccata l’indicizzazione fino a tre volte l’assegno minimo, vale a dire fino a circa mille e 400 euro. Ma occorre ripetere che l’operazione potrà andare a buon fine se non aprirà la strada ad un assalto alla diligenza.

Ci potrebbero essere delle aperture rispetto a ciò che la manovra stabilisce relativamente al mancato adeguamento all’inflazione per il 2012-2013 delle pensioni superiori ai 976 euro al mese. Il problema serio è quello di trovare le risorse che sostituiscano un introito decisamente consistente del valore di oltre 4 miliardi di euro.Tra le ipotesi di copertura al momento si ragiona su un intervento sulle pensioni baby o su un contributo di solidarietà delle pensioni d’oro. Fornero su questo è stata esplicita: «La misura è dolorosa ma se trovassimo i soldi altrove il governo sarebbe felicissimo di alzare la soglia di tutela». I partiti, dunque - che sembra abbiano raggiunto tra loro un accordo - dovranno concentrarsi proprio sulla reperibilità di altri fondi, insomma soldi, sempre quelli. È bene precisarlo per evitare che si scateni tra le stesse forze politiche la “gara per la popolarità”, ossia la presentazione di una serie di emendamenti popolari ma improduttivi. Il Pd, ad esempio, vorrebbe innalzare a 1500 euro la soglia al di sopra della quale non scatta l’adeguamento alpiù alti. Per non parlare dell’alleggerimento dell’Imu sulla prima casa, che colpisce soprattutto ceto medio e pensionati. Portare la soglia di detraibilità sull’Irpef a 500 euro pesa un altro miliardo: non poco per la capacità di gettito di un provvedimento, che è il pilastro della manovra e con il quale si vogliono recuperare dopo l’adeguamento degli estimi catastali almeno 11 miliardi nel prossimo biennio. Eppure la nuova Ici, più bassa nominalmente rispetto a quella abolita da Berlu-

l’inflazione. Dalle trattative di ieri ci si è accordati per una soglia che si aggira intorno a 1400 euro. Mai come in questo momento i partiti devono guardare alla soluzione del problema senza avere preoccupazioni di ordine elettorale. La linea qui è stata segnata bene da Casini quando ha detto: «Appoggerei il governo Monti anche se mi facesse perdere voti». E il punto è proprio questo: la manovra economica e finanziaria del governo Monti è un bene in sé che può “sopportare” qualche miglioramento ma non può essere mo-

Aprire adesso una trattativa è impensabile e deleterio. Il prezzo che siamo chiamati a pagare oggi sarà utile per le generazioni future dificata senza far precipitare il Paese intero in uno stato di crisi dal quale non uscirebbe più. La via maestra è quella indicata dal presidente Napolitano: «Siamo consapevoli - ha detto l’altra sera a Mantova al Teatro del Bibiena - che sono necessari dei sacrifici per salvaguardare il futuro dei giovani». Il prezzo che si paga oggi è utile per le generazioni future e di questa realtà sono persuasi i tre partiti che sostengono Monti: il Pdl, il Pd e l’Udc. È inutile nascondere ciò che tutti sanno:

sconi, rischia di avere effetti depressivi inimmaginabili. Davanti alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha spiegato che «tra le famiglie a rischio di povertà, coloro i quali hanno come fonte principale la pensione o trasferimenti pubblici sono proprietari di casa nel 69,4 per cento dei casi. Si tratta di circa 1,6 milioni di famiglie sulle quali, quindi, il pagamento della nuova imposta sugli immobili può aumentare il rischio di povertà».

il Pdl e il Pd guardano anche al loro elettorato e sentono la lingua battere dove duole il dente: l’Ici per il Pdl e le pensioni per il Pd. Tuttavia, la realtà è più dura delle preoccupazioni politiche o elettorali dei partiti. Aprire ora una trattativa o mettersi a negoziare non è proprio pensabile per il governo.

Non è un caso che Monti abbia detto con nettezza che l’alternativa non è tra questa manovra e il ritorno a uno stato di crisi e di instabilità finanziaria internazionale, ma tra questa manovra e il pagamento degli stipendi e delle pensioni. Realtà rispetto alla quale i partiti devono seguire la sua linea di persuasione. Berlusconi ha scelto questa linea della responsabilità cercando di frenare i malumori sul ritorno della tassa sulla prima casa, che peraltro lui stesso aveva tolto. Oggi nessuno può permettersi un negoziato su niente. Il governo ha un obiettivo da perseguire: giungere a lunedì con in tasca un primo consenso del Parlamento e portare tutto a casa entro Natale. Le proteste, le opere di convincimento, il lavoro ai fianchi che è in atto in questi giorni e in queste ore dovrà rientrare; anzi, proprio i partiti sono chiamati a spiegare bene la necessità della manovra che è stata definita di “lacrime e sangue” ma che è di responsabilità e di emergenza nazionale per le tante volte che i governi passati hanno rimandato provvedimenti e riforme che si sarebbero potute fare con molte meno lacrime e senza versare sangue. Ma in quest’ottica un segnale l’ha già inviato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda. «I Comuni», ha spiegato, « potranno ridurre l’aliquota dell’Imu sulla prima casa fino allo 0,2 per cento, rispetto allo 0,4». L’economista quindi ha aggiunto che ulteriori benefici per i titolari di mutui potranno essere «presi in considerazione dai sindaci nell’ambito della propria manovra finanziaria». Se il governo è pronto a fare la sua parte, la parola passa ora ai leader di Pdl, Pd e Terzo Polo.


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l’approfondimento

Il ministro Fornero annuncia che dopo le pensioni sarà la volta del lavoro. Ma è un campo in cui la sinistra e i democrat rischiano di spaccarsi

La guerra sul riformismo La riforma del lavoro preannunciata dalla titolare del Welfare fa riesplodere nel Pd la polemica tra “ichiniani” e ”fassinisti”. I sindacati sono già sul piede di guerra e montano la guardia all’articolo 18. Per Morando però una sintesi è possibile... di Riccardo Paradisi opo la riforma delle pensioni quella del lavoro. È il ministro del welfare Foriero ad annunciare che il prossimo passo dell’esecutivo riguarderà il settore del mercato e della produzione. «Apriremo il cantiere lavoro e faremo delle modifiche per far entrare in questa casa del mercato più giovani in maniera stabile, più donne in maniera regolare e trattenere all’interno della stessa casa più lavoratori cosiddetti anziani.

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Il criterio della riforma in pista di decollo? «Flessibilità unita anche a maggiori sicurezze» dice il neoministro del Welfare. Ma se il fronte delle pensioni s’è dimostrato infuocato quello del lavoro si prospetta addirittura incandescente. È vero che il governo e in prima persona il premier Monti ha garantito che in vista delle modifiche sul diritto del lavoro saranno aperti dei tavoli di confronto con le parti sociali, ma è

anche vero che l’identikit di riforma prospettato dalla Fornero assomiglia troppo alla flexsecurity di Piero Ichino per non agitare già le acque della politica e del sindacato. Da settimane il Pd è lacerato al proprio interno dal confronto a distanza tra il responsabile dell’economia del partito Fassina e il senatore Ichino. Un confronto senza esclusione di colpi tra diverse componenti del partito che in queste ore prosegue ininterrotto e che nei giorni scorsi è arrivato a punte estreme come la richiesta di dimissioni di Fassina formulata dai liberal e la dura replica dell’interessato che ricordava come la proposta Ichino fosse solo il pallino d’una sparuta minoranza del partito. Ora Cesare Damiano, capogruppo del Pd in Commissione Lavoro a Montecitorio, in un’intervista al quotidiano online Affaritaliani.it sposa i motivi della protesta dei sindacati contro la manovra varata dal governo e sulla riforma del

mercato del lavoro, l’ex ministro del governo Prodi, boccia la riforma Ichino: «Sono assolutamente contrario a percorrere quella strada. Ritengo dice Damiano entrando nel merito del progetto flexsecurity del senatore Pd - sia contraddittorio predicare l’unificazione del mercato del lavoro tra vecchie e nuove generazioni per poi proporre di salvare l’articolo 18 per chi è al lavoro e non dare quella protezione a chi entrerà nel mercato dopo

Da settimane nel Pd è in corso un dibattito lacerante sull’impiego

l’approvazione di questa eventuale legge». La critica della sinistra Pd si fonda sulla convinzione che la manovra sia insufficiente sotto il profilo dell’equità e che occorre trovare delle correzioni soprattutto sul tema delle pensioni.

Secondo Damiano si potrebbe agire su alcune leve come l’innalzamento della percentuale dell’1,5% della tassazione sui capitali scudati rientrati dall’estero: una maniera per ri-

cavare risorse da destinare alla migliore tutela delle pensioni. Basta però ascoltare il parere di Giuseppe Fioroni, area popolare Pd, per misurare la divaricazione di posizioni all’interno del Pd: «Quando si fa un intervento d’urgenza su un malato che sta morendo, l’obiettivo è salvargli la vita, non disquisire sul tipo di bisturi - dice rivolgendosi polemicamente alle critiche di Fassina - Non possiamo più permetterci di continuare a fare come il sor Tentenna e continuare a ripetere “vorrei ma non posso”».

Ma oltre allo scontro interno che già si paventa il Pd ha il problema di quello che si muove alla sua sinistra. La Cgil anzitutto che con l’opposizione a questa manovra condotta insieme a Cisl e Uil esce da un isolamento durato anni ma anche l’Idv di Antonio Di Pietro che parla della necessità di costruire un fronte sociale unitario nel Paese rispetto alla ”manovra iniqua pre-


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Il giuslavorista del Pd: «Ammortizzatori sociali e salario minimo garantito contro le disparità»

«Vi propongo la mia road map per un mercato flessibile e sicuro» Tiziano Treu commenta la temuta stretta sui licenziamenti: «I bonus per le assunzioni sono un buon inizio, ma la strada è lunga» di Francesco Lo Dico

ROMA. Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato uno sciopero unitario di tre ore contro la manovra per lunedì 12 dicembre. La riforma, spiegano le sigle sindacali, «non risponde ai criteri di equità e crescita che, insieme al rigore, sono stati enunciati dallo stesso presidente del Consiglio. A pagare sono sempre gli stessi, lavoratori, pensionati e ceti medi. Mancano invece misure tese a far pagare chi non ha mai pagato e chi ha di più». In commissione si è aperto qualche spiraglio intorno alla proposta di spostare la mancata indicizzazione delle pensioni agli assegni superiori tre volte quelli minimi. «Una riforma dura, ma assolutamente indispensabile per potere uscire in tempi certi dall’incubo del debito, e cominciare a disegnare per i giovani un futuro più certo», commenta il senatore del Pd,Tiziano Treu,ex ministro del Lavoro che nel ’97 diede veste giuridica al lavoro flessibile. Professore, i sindacati sono sul piede di guerra e fanno notare che il carico pende dalla parte dell’impiego, e quasi per nulla da quella degli evasori. Come potrà il Pd conciliare le differenze di vedute sull’argomento riforma del mercato del lavoro? All’indomani di provvedimenti molto onerosi nei confronti di lavoratori e pensionati i risparmi realizzati con la riforma vanno dirottati sul welfare per tutelare il lavoro e incentivare finalmente l’occupazione. I bonus introdotti mi sembrano un primo passo in questa direzione: scoraggiare le assunzioni a progetto. Una domanda serbata per anni. È soddisfatto di come è stato interpretato il pacchetto Treu in Italia? Il Censis dice che negli ultimi 4 anni, e cioè durante la crisi, hanno perso il lavoro un milione di precari. È questa la flexsecurity? Quello ideato quindici anni fa era un progetto di flexsecurity che prevedeva tutele precise. Si è approfittato però della flessibilità senza badare alla security. Oggi è il momento di riprendere un percorso interrotto, in grado di fornire precise garanzie intorno al lavoro flessibile. E visto come è stato interpretato qui da noi, anche di scoraggiarlo, di renderlo poco conveniente. Non sarebbe accaduto, tutto questo, se avessimo fatto davvero flexsecurity quindici anni fa. Ma dare garanzie maggiori ai precari, vuol dire toglierne agli stabili? E cioé abolire l’articolo 18? Prima di qualunque riflessione sul merito, è necessario procedere con riforme concrete, Concretizziamole. Incentivare le assunzioni a tempo indeterminato, come sembra si voglia fare dall’introduzione dei bonus. E poi far

costare di più il lavoro precario. Introdurre inoltre ammortizzatori sociali congrui per tutti i lavoratori che non ce li hanno e senza le disparità esistenti a oggi. E ancora, piuttosto che un reddito minimo, un salario minimo per chi viene assunto: bisogna rimediare a compensi che sono terribilmente esigui, e affidati troppo spesso alla discrezionalità dei datori di lavoro.

«Questo non è il lavoro flessibile che avevo ideato. Si è badato alla “flex”, senza nessuna “security”»

Le statistiche dicono che è l’enorme convenienza del contratto precario, la vera ragione della sua esplosione. Che cosa c’entra la sua abolizione con la maggiore facilità di assumere a tempo indeterminato? Non c’è nessuna correlazione. Non soltanto perché la cosa è evidente a lei o ad altri, ma perché si tratta di un fatto argomentato dai numeri dell’Ocse. Perché abolirlo quindi? Bisognerebbe interrogarsi sulll’opportunità di abolirlo, soltanto alla fine di quel percorso di garanzie di cui si accennatva. Concesse garanzie a tutti, resterebbe in piedi un dualismo: una categoria di lavoratori che godrebbe della possibilità di reintegra e una che non ce l’avrebbe. Alternative? Modificare le regole del licenziamento, anziché smantellarle, sul modello delle leggi vigenti in Germania. Se anche in Italia ci fosse una rete di protezione universale, di reddito e servizi per tutti quelli che perdono il lavoro, la messa in discussione dell’articolo 18 non sarebbe così osteggiata. Professore, all’interno del Pd molti fanno notare che è il momento di porre fine all’apartheid tra lavoratori garantiti e non. Maggiori garanzie ai precari o più precarietà ai garantiti? Non mi piace il concetto di apartheid, né la formula dicotomica dell’aut-aut. Parlerei piuttosto di dualismi, che non si esauriscono in questa formuletta semplificata: nord e sud, laureati e non, imprese sopra o sotto i 15 dipendenti, ad esempio. E ancora, scarsamente formati e malamente formati, e lavoratori non formati per nulla. Ed è il contratto unico di Ichino, con il licenziamento possibile per vent’anni, la soluzione dei dualismi? Chiamarlo contratto unico non è il concetto giusto. I contratti flessibili continuerebbero a esistere per particolari categorie come gli stagionali. La proposta di Ichino prevede l’abolizione dell’articolo 18, in un quadro di garanzie progressive che consolidano man mano la posizione di un lavoratore a tempo indeterminato. È questa la rotta che seguirà il governo Monti? Il presidente del Consiglio sa che non è soltanto una questione giuridica. L’austerità è il primo passo verso la crescita. E crescita vuol dire futuro per i giovani. In alto, nella pagina accanto, il segretario del Pd Pierluigi Bersani. Sotto il senatore Piero Ichino promotore della flexsecurity

sentata in Parlamento”. Il responsabile Lavoro e Welfare dell’Idv, Maurizio Zapponi ieri ha addirittura partecipato al presidio promosso dalla Cgil a piazza Montecitorio. Per questo il Pd sente da un lato la necessità di arginare l’attivismo di Di Pietro rimproverandogli poca responsabilità – è l’accusa che Rosi Bindi muove all’ex Pm, vincolandolo al patto di lealtà che l’Idv si è assunto votando la fiducia al governo Monti – dall’altro tenta in queste ore di incassare emendamenti sull’indicizzazione delle pensioni e sul livello di prelievo sulle rendite scudate. «Alcune modifiche sono possibili ma anche necessarie - dice il vicesegretario del Pd Enrico Letta - bisogna infatti che questa manovra non sia punitiva come la prima versione».

Letta ha in mente dei correttivi sulle pensioni: «Dare il recupero di inflazione a tutte le pensioni almeno tre volte la minima, e non due come adesso, non si può fare la manovra e il rigore sulla pelle dei pensionati. Il secondo punto riguarda lo scalone, che è troppo rigido, sei anni di colpo non si sono mai visti». Mosse di contenimento del dissenso a sinistra e del disagio interno. Ma disagio e dissenso a sinistra sono destinati ad esplodere sulla partita successiva alle pensioni quella sul lavoro. Punto dettato del resto dall’agenda europea che il governo Monti dimostra di voler pedissequamente seguire. Se il governo prenderà delle misure pesanti in merito - diceva a liberal la settimana scorsa il senatore Pd Vincenzo Vita - la componente vicina a Fassina si opporrà con decisione. Proprio per questo l’esecutivo sarà attento a non provocare divisioni in seno al partito su cui si fonda la sua base di consenso parlamentare». Ma nelle parole della Fornero è contenuto un percorso che quelle divisioni potrebbe invece suscitarle. Dipende, secondo l’esponente dell’area liberal Pd Enrico Morando dal modo di porre la questione. «Se si ragiona nel merito un accordo è nelle cose, se invece si mettono in campo i pregiudizi speculari trovare un’intesa sarà al contrario impossibile». Morando è però ottimista: «Come sta accadendo sulle pensioni il Pd dimostrerà la sua capacità di sintesi. È importante concentrarsi sul dato evolutivo: la proposta Ichino non abolisce l’articolo 18, lo estende piuttosto a quelle fasce di lavoro non tutelato che riguardano il mondo giovanile e dei precari. Sia la commissione europea che la Bce peraltro chiedono, insieme a una minore vischiosità del mercato del lavoro, la creazione di un sistema universale di diritti e ammortizzatori sociali».


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il discorso di Obama

Metti di nuovo un Roosevelt nella Grande Crisi «Dobbiamo tornare a credere nel lavoro e nel sacrificio, perché il castello di carte di credito è crollato. L’economia reale ha fatto grande questo Paese: dobbiamo tornare a crederci prima che sia tardi». Lo storico discorso pronunciato in Kansas di Barack Obama miei nonni hanno servito questo Paese durante la Seconda guerra mondiale. Lui era un soldato nell’Armata di Patton; lei lavorava su una linea di assemblaggio per bombardieri. Insieme hanno condiviso l’ottimismo di una nazione che ha trionfato sopra la Grande Depressione e sul fascismo. Credevano in un’America dove il lavoro duro pagava, dove la responsabilità era ricompensata e dove ognuno poteva raggiungere il proprio obiettivo: non importa da dove vieni, chi sei o da dove sei partito. Sono stati questi valori a far crescere in maniera più massiccia la classe media e la più forte economica che il mondo abbia mai conosciuto. È stato qui in America che i lavoratori più produttivi, le compagnie più innovative hanno realizzato i migliori prodotti sulla Terra. Ogni americano ha condiviso quell’orgoglio e quel successo: da quelli che lavorano ai piani alti fino agli operai delle fabbriche. Oggi siamo ancora la patria dei lavoratori più produttivi del mondo e delle industrie più innovative. Ma per la maggior parte degli americani la base che

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ha reso grande questo Paese si è erosa. Molto prima che la recessione colpisse l’America, il lavoro duro aveva smesso di ricompensare il lavoratore nella giusta proporzione. Sempre un minor numero di coloro che hanno contribuito alla grandezza della nostra economia può oggi beneficiare dai successi ottenuti. Chi si trova ai vertici di questa piramide ha visto crescere il proprio benessere e il proprio stipendio: sono più ricchi che mai. Ma tutti gli altri devono affrontare costi sempre più alti e conti che non tornano. E troppe famiglie si ritrovano indebitate come mai prima d’ora. Per molti anni le carte di credito e i mutui immobiliari hanno ricoperto questa dura realtà. Ma nel 2008 questo castello di carte è crollato. Conosciamo tutti la storia: mutui concessi a persone che non potevano permetterseli, o a volte persino capirli. Banche e investitori a cui è stato permesso di impacchettare i rischi e venderli. Enormi stipendi pagati con i soldi degli altri. Regolatori che, invece di metterci in guardia da tutto questo, guardavano da un’altra parte.

e movimenti politici: dai tea party a coloro che hanno occupato le strade di New York e di altre città.Tutto questo ha messo Washington in uno stato semi-costante di assedio.

Ma questo non è soltanto un altro dibattito politico: è la questione primaria del nostro tempo. Questo è un momento fondamentale per la classe media per tutti coloro che cercano di entrarvi. Perché quello che è in gioco è capire se questa nazione è in grado di dare ai lavoratori uno stipendio in grado di nutrire una famiglia, mettere da parte qualche soldo, comprarsi una casa, assicurarsi una pensione. Ora, nel bel mezzo di questo dibattito, sembra che qualcuno soffra di una sorta di amnesia. Dopo tutto quello che è successo, dopo la peggior crisi economica e finanziaria dai tempi della Depressione, Grande qualcuno vuole tornare a quelle pratiche che ci hanno gettato in questo casino. La loro filosofia è semplice: stiamo meglio se ognuno pensa per sé e gioca secondo le sue regole. Sono qui per dire che sbagliano. Sono qui per riaffermare la mia profonda convinzione che siamo più grandi se uniti, piuttosto che divisi. Io credo che questa nazione possa avere successo dove tutti perdono soltanto se ognuno fa quello che deve, se tutti giochiamo secondo le stesse regole. Non stiamo parlando di valori democratici o repubblicani: sono i valori americani. E noi vogliamo reclamarli. Non è la prima volta che l’America deve affrontare questa scelta. Alla fine del secolo scorso, quando una nazione di contadini stava trasformandosi nel gigante industriale più

Nel 2001 e nel 2003 il Congresso ha tagliato le tasse ai ricchi. Ma non ha funzionato

Un sistema sbagliato, che ha unito l’avarizia di alcune persone con l’irresponsabilità di tutto il sistema. Un sistema che ha gettato la nostra economia e il mondo in una crisi dalla quale dobbiamo ancora uscire. Una crisi che si è presa le case e le sicurezze base di milioni di persone: innocenti lavoratori americani. Sin da allora si è aperto un ampio dibattito sul miglior modo possibile per riportare crescita e prosperità risistemando i bilanci e la correttezza. In tutta la nazione si sono moltiplicate proteste


grande di tutto il mondo, fummo chiamati a decidere: volevamo costruire una nazione dove la maggior parte delle nuove autostrade e industrie sarebbero state controllate da un paio di monopolisti, che avrebbero tenuto i prezzi alti e gli stipendi bassi? All’epoca c’erano persone che pensavano che lo sfruttamento sociale e la disuguaglianza massiccia fra la popolazione erano il prezzo da pagare per il progresso. Theodore Roosevelt, figlio di una ricca famiglia, non era d’accordo. Ammirava l’operato dei titani dell’industria, che avevano creato posti di lavoro e fatto crescere l’economia; credeva in quello in cui crediamo oggi, che il libero mercato sia la forza più importante per il progresso economico nella storia dell’umanità. Credeva che portasse a un livello di vita e di prosperità senza pari al mondo. Ma Roosevelt sapeva anche che il libero mercato non ha e non può avere una sorta di licenza grazie alla quale può prendersi quello che vuole. Capiva che il libero mercato funzionava soltanto quando esistono delle regole che garantiscono una competizione onesta e corretta. E per questo decise di abbattere i monopoli, costringendo quelle compagnie a competere per attirare i consumatori con servizi e prezzi migliori. Come devono fare ancora oggi.

no permesso al commercio di fare di più con meno, e hanno permesso alle aziende di aprire negozi e assumere lavoratori ovunque volessero, nel mondo. Molti di voi sanno di prima mano quanto dolore questo abbia causato a tanti americani. Aziende in cui i lavoratori pensavano di poter lavorare fino alla pensione hanno fatto armi e bagagli e, dall’oggi al domani, sono andati in altri Paesi dove i lavoratori costano meno. Le acciaierie che avevano bisogno di mille dipendenti ora sono in grado di fare le stesse cose con cento persone: gli esuberi sono divenuti permanenti, non una parte del circolo dell’economia. Ma questi cambiamenti non hanno colpito solo i colletti blu. Bancari, operatori telefonici, agenti di viaggio: tutti rimpiazzati da bancomat e internet. Oggi persino i lavoratori più qualificati possono essere trovati in India o Cina. E se fai parte di una categoria che può essere rimpiazzata da un computer o da un’altra persona di un’altra nazione, non hai molte speranze se vai dal tuo datore di lavoro a chiedere un aumento di stipendio o dei benefit aziendali.Tanto più che sempre meno americani, oggi, sono iscritti a un sindacato.

Abbiamo indebolito i controlli permettendo alle compagnie di rubare soldi alla gente

Nel 1910, Roosevelt venne qui a Osawatomie per presentare la sua visione su quello che chiamava “Nuovo Nazionalismo”: «La nostra nazione non è altro che il trionfo di una vera democrazia, di un sistema economico in cui ogni uomo ha la possibilità di mostrare cosa c’è di meglio in lui». Per questo motivo, Roosevelt venne definito radicale. Venne chiamato socialista, persino comunista. Ma oggi noi siamo una nazione più ricca e una democrazia più forte grazie alla sua ultima battaglia: una giornata di lavoro fatta di 8 ore, una paga minima per le donne, assicurazione per i disoccupati e gli anziani, riforme politiche e fiscali. Oggi, più di 100 anni dopo, la nostra economia si avvia verso un’altra trasformazione. Negli ultimi decenni, enormi progressi nella tecnologia han-

Ora, proprio come al tempo di Teddy Roosevelt, c’è qualcuno a Washington che negli ultimi decenni ha pensato di poter rispondere a queste sfide dell’economie con le stesse, vecchie risposte. «Il mercato si prenderà cura di ogni cosa», ti dicono. Basta semplicemente eliminare qualche regola e tagliare qualche tassa – specialmente a coloro che hanno di più – ed ecco che la nostra economia crescerà più forte. Certo, ti diranno ancora, ci saranno vincenti e perdenti. Ma se i vincenti si comporteranno veramente bene, allora lavori e prosperità potranno arrivare a qualcun altro. E se questo non dovesse accadere… Bè, è il prezzo della libertà.Va detto che questa è una teoria molto semplice. E, dobbiamo ammetterlo, è una teoria che parla al nostro spiccato individualismo e al nostro salutare scetticismo nei confronti di un governo troppo invasivo. È nel dna dell’America. E questa teoria, inol-

tre, si troverebbe bene su un adesivo. Ma c’è un problema: non funziona. E non ha mai funzionato. Non ha funzionato quando è stata applicata durante la Grande Depressione, e non è quello che ha creato gli incredibili boom economici del dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta. E non ha funzionato nell’ultimo decennio, quando l’abbiamo provata.Voglio dire: ci abbiamo provato.

Se ricordate il 2001 e il 2003, ricorderete anche che il Congresso ha approvato due dei più imponenti tagli alle tasse dei benestanti della nostra storia. E cosa abbiamo ottenuto? La crescita occupazionale più lenta degli ultimi 50 anni. I deficit sempre più massicci hanno reso sempre più difficile pagare per gli investimenti che hanno costruito questa nazione e fornire la sicurezza di base che hanno fornito a milioni di americani la possibilità di raggiungere e rimanere nella classe media: cose come istruzione e infrastrutture, scienza e tecnologia, sicurezza medica e sociale. Ricordate che in quegli stessi anni, grazie ad alcuni di coloro che ancora oggi gestiscono il Congresso, abbiamo indebolito la regolazione finanziaria: con questa diminuzione cosa abbiamo ottenuto? Compagnie assicurative che hanno rubato impunemente i premi assicurativi di milioni di famiglie e hanno negato cure mediche a pazienti malati; operatori di mutui che hanno preso in giro le famiglie, convincendole a comprare case che non potevano permettersi. Un settore finanziario dove irresponsabilità e mancanza di sorveglianza base hanno quasi distrutto la nostra intera economia. Non possiamo tornare semplicemente allo slogan economico “pensaci da solo”, se vogliamo seriamente ricostruire la classe media in questo Paese. Sappiamo che questo, infatti, non crea un’economia forte. Crea invece un’economia che investe troppo poco nella gente e nel futuro. Sappiamo che non crea una prosperità che si diffonde, ma una prosperità che raggiunge sempre meno cittadini. Guardiamo le statistiche: gli stipendi medi di quel 1 per cento che guida la classifica sono cresciuti di più del

250%, arrivando a 1,2 milioni di dollari l’anno. Non sto parlando di milionari, ovvero quelle persone che hanno un milione di dollari: parlo di chi guadagna un milione di dollari l’anno. Se guardiamo dentro quel settore, l’1 per cento che guida la classifica arriva a 27 milioni l’anno. Il tipico amministratore delegato che guadagnava 30 volte più dei propri dipendenti, oggi guadagna 110 volte di più. Inoltre, nell’ultimo decennio gli stipendi della maggioranza della popolazione sono crollati del 6 per cento.

Questo tipo di disuguaglianza – un livello che non avevamo visto dai tempi della Grande Depressione – ci ferisce tutti. Quando le famiglie della classe media non sono più in grado di comprare i beni e i servizi che offre il mercato, quando le persone vengono allontanate dalla classe media, allora l’intera economia inizierà a cadere dall’alto in basso. L’America è stata costruita sull’idea di una prosperità ad ampia base, forti consumatori in tutta la nazione. È per questo che un uomo come Henry Ford mise fra le sue priorità la possibilità di pagare i propri operai abbastanza da metterli in grado di comprare le macchine che costruiva. Ed è per questo che gli studi dimostrano che le nazioni con meno disuguaglianza sono anche quelle con una crescita economica più solida e continuata nel lungo periodo. La disuguaglianza distorce anche la nostra democrazia. Fornisce a pochissime persone una voce troppo potente rispetto al proprio peso, dato che possono comprarsi lobbisti e campagne politiche. Ma in questo modo rischiano di vendere la nostra democrazia al più alto offerente. Questa disuguaglianza lascia tutti noi il sospetto che il sistema sia inchinato a loro, e che i nostri deputati eletti non cerchino più il benessere della maggioranza. Ma c’è ancora un’altra questione, forse più importante, a rischio. Questa disuguaglianza in crescita colpisce la promessa che di fatto è il cuore pulsante dell’America: la promessa secondo cui questa è la terra dove, se provi, puoi riuscire. segue a pagina 8

La disparità di stipendio non mina solo la società: mette a rischio il cuore stesso degli Usa


il discorso di Obama

pagina 8 • 8 dicembre 2011

continua da pagina 7 Pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale, un bambino nato in povertà aveva il 50 per cento di possibilità di entrare da adulto nella classe media. Nel 1980, questo dato era calato al 40 per cento. E se il trend di disuguaglianza crescente dovesse continuare, si stima che la percentuale possa arrivare al 33 per cento. È già abbastanza doloroso pensare a milioni di famiglie costrette a recarsi alle banche del cibo per dare ai figli un pasto decente: ma l’idea che questi bambini possano non migliorare mai la propria situazione è peggiore. È sbagliato e non ha scuse. Fortunatamente questo futuro non è ineluttabile, perché esiste un’altra visione per come si

mo creato e venduto prodotti in tutto il mondo con tre parole orgogliosamente stampate sopra: Made in America.

Sono gli affari, e non il governo, a generare per primi buoni lavori con stipendi che portino la gente nella classe media per lasciarcela. Ma, come nazione, siamo sempre stati insieme: attraverso il governo possiamo creare le condizioni per permettere ai lavoratori e agli affaristi di prosperare insieme. Storicamente parlando, non si tratta di un’idea partigiana. Franklin Roosevelt lavorò con democratici e repubblicani per dare ai veterani della Seconda guerra mondiale – incluso mio nonno Stanley Dunham – la possibilità di andare al col-

primo questo aumento delle tasse, qualcuno al Congresso disse che questa manovra avrebbe ucciso l’occupazione e portato l’America in recessione. Invece, la nostra economia creò circa 23 milioni di posti di lavoro e fummo in grado di eliminare il deficit. Oggi, gli americani più ricchi pagano le tasse più basse degli ultimi 50 anni. Oggi, grazie a scudi e buchi nel sistema, un quarto di tutti i milionari americani paga meno tasse di quante ne paghiate voi, milioni di famiglie della classe media. Alcuni miliardari pagano tasse pari all’1 per cento. Questo è il peso della scorrettezza, è una cosa sbagliata. È sbagliato che negli Stati Uniti d’America un insegnante, un’infermiera o un operaio edile – che forse

Ricerca e istruzione, la strada è quella Dobbiamo investire nell’innovazione e riportare occupazione nel Paese possa costruire la classe media: una visione più vicina alla nostra storia. È la visione secondo cui insieme siamo più forti che divisi. Ma cosa significa questo, cosa vuol dire ridare sicurezza alla classe media nell’economia odierna? Si parte dal garantire la possibilità di accesso al successo per ognuno.

La verità è che non saremo mai in grado di vincere contro quelle nazioni che pagano i salari più bassi, che limitano i sindacati, che inquinano. È una corsa verso il basso che non vogliamo vincere. Noi vogliamo puntare verso l’alto. Il mondo si sta rivolgendo verso un’economia dell’innovazione e nessuno innova meglio dell’America. Nessuno ha migliori scuole o università, una maggiore diversità di talento e ingenuità. La nostra forza storica è composta dagli elementi più richiesti oggi. Ma dobbiamo andare incontro a questo momento: dobbiamo ricordare che possiamo farlo soltanto insieme. Si parte dall’istruzione, che deve essere una missione nazionale. In questa economia, un’educazione migliore è la strada più sicura verso la classe media. Il tasso di disoccupazione per gli americani che hanno studiato al college è meno della metà della media nazionale. E i loro salari sono il doppio di chi non ha frequentato il liceo. Questo significa che non dobbiamo licenziare i bravi insegnanti: dobbiamo assumerli. E che dobbiamo rendere l’accesso al college meno costoso: 100mila dollari di debito sono troppi per chi vuole studiare. Nell’economia dell’innovazione di oggi, abbiamo bisogno anche di un impegno mondiale per la scienza e la ricerca. Le nostre industrie e i nostri lavoratori non dovrebbero essere lasciati indietro. Dovremmo dare alla popolazione la possibilità di imparare cose nuove, in modo da poter fare turbine, semi-conduttori e batterie ad alta prestazione. Fra le altre cose, se rinunciamo a un mondo fatto di bolle e speculazioni finanziarie, i nostri migliori cervelli non graviteranno più intorno al mondo della finanza. Se vogliamo un’economia costruire per resistere, dobbiamo spingere questi giovani brillanti verso la scienza e l’ingegneria. Non dovremmo essere conosciuti per i debiti, ma perché abbia-

lege. È stato il presidente repubblicano Dwight Eisenhower, orgoglioso figlio del Kansas, a lanciare l’Interstate Highway System e raddoppiare l’impegno scientifico e la ricerca, in modo da essere sempre avanti ai sovietici. Ovviamente, questi investimenti produttivi costano denaro, non sono gratuiti. È per questo che abbiamo sempre chiesto a tutti di fare la propria parte. Se avessimo risorse illimitate, nessuno dovrebbe pagare taste e non ci sarebbero tagli alle spese. Ma noi non le abbiamo, e siamo costretti a fissare delle priorità. Se vogliamo una classe media forte, allora il nostro sistema di tassazione deve riflettere questo valore. Dobbiamo fare delle scelte. Oggi la scelta è molto chiara: per ridurre il deficit, ho già firmato una legge che taglia mille miliardi di dollari. E sono pronto ad andare avanti, anche per abbassare i costi di Medicare e Medicaid. Ma, per chiudere in maniera strutturale il deficit e mettere ordine nella casa del fisco, dobbiamo decidere anche le nostre priorità. Ora, subito, a brevissimo termine abbiamo bisogno di estendere un taglio fiscale che dovrebbe chiudersi a fine mese. Se non lo facciamo 160 milioni di americani, inclusa la maggior parte della gente che si trova qui, vedranno le proprie tasse aumentare di circa mille dollari di media a testa. E sarebbe difficile riprendersi. Ma sul lungo periodo siamo chiamati proprio a ripensare dalle fondamenta il nostro sistema di tassazione. Dobbiamo chiederci: vogliamo fare gli investimenti di cui abbiamo bisogno in cose come educazione, ricerca e manifattura di alto livello (ovvero tutto quello che ci aiuta nel mantenimento della nostra superpotenza economica)? O vogliamo abbassare le tasse per i più ricchi americani del Paese? Perché non possiamo fare tutte e due le cose. Questa non è politica, è solo matematica.

Vogliamo competere solo verso l’alto: è inutile buttare tempo a vedere chi inquina di più

Fino ad oggi la maggior parte dei miei amici repubblicani a Washington si è rifiutata, a ogni condizione, di chiedere ai ricchi americani di tornare a pagare le tasse che pagavano durante la presidenza Clinton. Forse è il caso di viaggiare con la memoria fino a quei tempi. Quando quel presidente propose per

guadagnano 50mila dollari l’anno – debbano pagare più tasse di chi si aggira sui 50 milioni. È sbagliato che la segretaria di Warren Buffett paghi più tasse di Warren Buffett. E, tra parentesi, Warren Buffett la pensa come me: così come fa la maggior parte degli americani. E io so che molti fra i nostri cittadini più abbienti sarebbero pronti a contribuire di più, se questo aiutasse a ridurre il deficit e rafforzare quell’economia che ha reso possibile il loro successo.

Qui non si tratta di una guerra fra classi sociali: qui parliamo del benessere della nazione. Si tratta di fare scelte che beneficino non soltanto chi ha avuto molta fortuna, ma anche chi è nella classe media o combatte per entrarci. In conclusione, una classe media forte può esistere soltanto se tutti giocano secondo le stesse regole: da Wall Street a Main Street. Per quanto arrabbiato come tutti voi, abbiamo salvato dal collasso le nostri maggiori banche non soltanto perché un’implosione finanziaria ci avrebbe gettati tutti in una seconda Depressione, ma anche perché nel Paese abbiamo bisogno di un settore finanziario che sia forte e in salute. Ma una parte di quel patto prevedeva che, passata la bufera, non si tornasse al solito gioco. Ecco perché lo scorso anno abbiamo messo in pratica nuove regole sulla strada dove corre il settore finanziario: devono finanziare chi ha le idee migliore e aiutare le famiglie che vogliono un mutuo o mandare un figlio al college. Non siamo ancora arrivati alla fine, e le banche ci combattono ogni centimetro del percorso. Ma alcune di queste riforme sono state già messe in atto. Se sei una grande banca o una rischiosa istituzione finanziaria, sei ora costretto a scrivere un “testamento” che spiega esattamente come farai a pagare i tuoi debiti in caso di fallimento: chi paga le tasse non dovrà mai più vedere i propri soldi finire negli errori di Wall Street. Ci sono anche nuovi limiti alle dimensioni delle banche e nuovi poteri in mano ai regolatori, che ora possono smantellare chi va male. Queste sono le leggi che abbiamo approvato, e adesso siamo nella fase di applicazione delle stesse. Ora, a meno che tu non sia un istituto finanziario costruito con lo scopo di infrangere la legge, prendere in giro i consumatori o fare scommesse rischiose che possano danneggiare l’inte-


il discorso di Obama ra economia, non hai nulla da temere per queste nuove regole. Alcuni di voi forse sanno che mia nonna ha lavorato in banca per quasi tutta la via: partita segretaria, ha concluso la propria carriera come vice presidente. Io so da lei, come so da tutte le persone con cui sono in contatto, che la maggior parte dei banchieri e degli addetti ai servizi finanziari vogliono fare il bene dei loro clienti.Vogliono che ci siano delle regole che non li mettano in posizione debole, se fanno questo bene. Eppure, i repubblicani del Congresso lottano a più non posso per essere sicuri che queste regole non vengano applicate.

In alto operai cinesi in una fabbrica di Shenzhen, nel sud della Cina. Secondo il presidente Obama, ora che assumere in Cina inizia a costare di più è inutile delocalizzare: anzi, le aziende devono tornare a creare lavoro e ricchezza negli Stati Uniti. A sinistra la Borsa di New York, nel mirino del mondo per la crisi dei mutui che ha aperto la strada al crac mondiale. In basso, un negozio in chiusura

Farò un esempio specifico. Per la prima volta nella storia, le riforme che abbiamo approvato creano la figura di un garante dei consumatori, incaricato di proteggere l’americano medio da coloro che vogliono prenderlo in giro con mutui o prestiti che non si possono permettere. E l’uomo che abbiamo incaricato per questo ruolo, Richard Cordray, è un ex procuratore generale dell’Ohio: può contare sul sostegno della maggior parte dei procuratori americani, democratici e repubblicani. Nessuno può dire che non sia qualificato. Ma i repubblicani, in Senato, si rifiutano di confermarlo nel posto: si rifiutano di fargli fare il suo lavoro. Perché? Qualcuno qui pensa che il problema che ci ha condotto a questa crisi non abbia nulla a che fare con prestiti e mutui? Ovviamente no. Ogni giorno che passa senza un ga-

dell’economia in generale, e che questo porterà anche loro, di benessere. Investire in cose come l’educazione, che danno a tutti una possibilità di successo; un codice fiscale che renda equa la partecipazione di tutti ai bisogni dello Stato; leggi che rendano più difficile non seguire le regole. Ecco cosa trasformerà la nostra economia, e cosa farà crescere di nuovo la nostra classe media. Alla fine, però, serve anche che ognuno di noi si assuma qualche responsabilità. I genitori dovranno essere più coinvolti nell’educazione dei figli. Gli studenti dovranno studiare di più. Alcuni lavoratori dovranno ricominciare a studiare. Chi vuole una casa dovrà cercarne una che si può permettere. Tutti dobbiamo ricordarci che se una cosa sembra troppo bella per essere vera, probabilmente è falsa.

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nonno di Marvin aveva mantenuto i suoi otto dipendenti durante la Grande Depressione. Ora, quando i tempi si sono fatti duri i lavoratori hanno acconsentito a rinunciare a una parte dei guadagni e a una parte dei riposi; così hanno fatto anche i dirigenti. Uno di loro ha detto: «Non si può crescere se tagli le tue radici: e queste sono la conoscenza e l’esperienza dei tuoi lavoratori». Per l’amministratore delegato di Marvin, si tratta di una questione di comunità: «Queste sono persone con cui sono andato a scuola e in chiesa. Ci vediamo negli stessi ristoranti, molti di noi hanno sposato donne e uomini del posto. Potremmo essere dovunque, ma siamo a Warroad». È questo il modo in cui l’America è stata costruita. È questo il motivo per cui noi siamo la più grande nazione esistente sulla Terra, questo è quello che le nostre compagnie più grandi capiscono. Il nostro successo non si è mai basato sulla mera sopravvivenza dei più benestanti: è nato e cresciuto nella spinta a migliorarci tutti. Noi spingiamo insieme, lanciamo insieme, facciamo la nostra parte. Noi crediamo che il duro lavoro ti ripaga sempre, che le responsabilità saranno ricompensate e che i nostri figli meritino una nazione dove questi valori siano ancora importanti. Con questo pensiero in testa migliaia di

Non è una guerra di classe: anzi, dobbiamo tornare al senso di comunità che ci ha fatto grandi

Chi di noi presta servizio nel governo dovrà impegnarsi per renderlo più efficace ed efficiente, più vicino ai consumatori, più vicino ai bisogni del popolo. Ecco perché stiamo tagliando dei programmi in cui non dobbiamo pagare per chi lo fa già. Ecco perché abbiamo fatto centinaia di riforme di regolamento, che faranno risparmiare miliardi di dollari. Ecco perché non stiamo semplicemente lanciando denaro nell’istruzio-

Ritorniamo tutti americani Questa nazione è stata creata sulla solidarietà. È ora di ricordarcelo rante dei consumatori è un giorno in cui uno studente, o un cittadino, o un membro dell’esercito possono essere portati a contrarre un debito che non possono onorare. Le istituzioni finanziarie sono piene di lobbisti che pensano a tempo pieno ai loro interessi. I consumatori mericano qualcuno che faccia lo stesso lavoro anche per loro. Ascoltatemi bene: metterò il veto su ogni tentativo di ritardare, smontare o rendere vuote queste nuove regole. Dobbiamo rafforzare controlli e contabilità. Vi darò un altro esempio. Troppo spesso abbiamo visto i colossi di Wall Street prendere in giro le leggi anti-frode, perché le pene correlate sono troppo deboli e non viene sanzionato chi insiste in questo crimine. Ora basta. Chiederò una legge che renda le punizioni reali, e non solo un passaggio del lavoro. Questa crisi ha lasciato un enorme deficit di fiducia fra Main Street e Wall Street. E le banche maggiori, che sono state salvate dai contribuenti, sono chiamate a fare di tutto e di più per colmare questo deficit. Come minimo, dovrebbero rimediare agli abusi compiuti in passato: dovrebbero lavorare per mantenere i proprietari responsabili al sicuro nelle loro case. Stiamo spingendo affinché diano più tempo a chi ha perso il lavoro, prima di prendersi la loro casa. Le grandi banche dovrebbero aumentare l’accesso alle opportunità di rifinanziamento per coloro che non hanno ancora beneficiato dei tassi di interesse, storicamente bassi. E dovrebbero riconoscere che proprio queste misure sono quelle che vanno nell’interesse delle famiglie delle classi medie e

ne, ma stiamo sfidando le scuole a lanciare riforme innovative. Nella partita devono entrare anche i leader del business americano, che devono capire che i loro obblighi non si fermano soltanto agli azionisti. Andy Grove, leggendario ex amministratore delegato di Intel, lo ha detto meglio: «C’è un altro obbligo che sento personalmente, dato che tutto quello che ho raggiunto con Intel nella mia carriera è stato reso possibile dal clima di democrazia, economica e di investimenti, fornito dagli Stati Uniti». Questo obbligo più ampio può assumere diverse forme. In un momento in cui assumere operai in Cina costa sempre di più, alcuni amministratori potrebbero decidere che è il momento di riportare il lavoro negli Stati Uniti. Non soltanto perché è buono per il loro business, ma anche perché è buono per quella nazione che ha reso il loro lavoro, e quello del loro business, conveniente. Io penso alle Tre grandi compagnie automobilistiche, che hanno deciso di creare più lavoro e più macchine qui e hanno scelto di dare bonus non solo ai loro dirigenti ma a tutti i lavoratori, in modo da coinvolgerli nel successo della compagnia.

Penso a una compagnia di Warroad, Minnesota, chiamata “Marvin Windows and Doors”. Durante la recessione, i rivali sul mercato di Marvin hanno chiuso dozzine di fabbriche, licenziando centinaia di lavoratori. Ma Marvin non ha mollato nemmeno uno dei suoi circa quattromila lavoratori: nemmeno uno. In più di un secolo, quella compagnia aveva licenziato soltanto una volta. Persino il

americani, più di un secolo fa, sono venuti qui a Osawatomie: fra di loro forse ci sono dei vostri antenati, che hanno sfidato la pioggia per esserci. In treno, carrozza, a piedi, sono venuti per ascoltare la visione di un uomo che amava questo Paese ed era determinato a perfezionarlo. «Siamo tutti americani – disse loro Teddy Roosevelt quel giorno – e i nostri comuni interessi sono grandi tanto quanto è grande questo continente». Negli ultimi anni della sua vita, Roosevelt portò lo stesso messaggio in tutta la nazione: dalla piccola Osawatomie al cuore di New York City. Non importava con cui stesse parlando, perché tutti avrebbero tratto beneficio da una nazione in cui ognuno ha una opportunità.

Mentre entriamo nel nostro terzo secolo come nazione, siamo cresciuti e siamo cambiati in molti sensi dai tempi di Roosevelt. Il mondo è più veloce e il campo da gioco è più largo; le sfide sono molto più complesse. Ma quello che non è cambiato – quello che mai potrà cambiare – sono i valori che ci hanno portato così lontano. Il successo di un altro è il successo di ognuno di noi. Noi crediamo ancora che questo dovrebbe essere un posto dove puoi riuscire, se ci provi. E crediamo ancora, secondo le parole di un uomo che parlò di “Nuovo Nazionalismo” tanti anni fa, che «il ruolo fondamentale della nostra vita nazionale, il ruolo che sottolinea tutti gli altri, è che insieme, sul lungo periodo, andremo insieme ai vertici o a fondo». E io credo che l’America stia salendo. Grazie, Dio vi benedica e benedica gli Stati Uniti d’America.


mondo

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Si è aperto a Marsiglia il ventesimo congresso dei popolari. Questa volta all’ombra della crisi

Ppe appeso all’Italia Tutti guardano a Roma per sapere il destino dell’Europa (anche in chiave politica). L’Udc gela Alfano: «Unità sì, ma non su Silvio. Su Casini» di Antonio Picasso iù Europa! Questo potrebbe essere lo slogan che il ventesimo congresso del Partito popolare europeo (Ppe) potrebbe lanciare a Bruxelles da Marsiglia, sede della convention. Quest’anno, l’incontro è stato organizzato dall’Ump di Sarkozy e si tiene alla vigilia dei vertici Ue cruciali per la crisi dell’Eurozona. Tuttavia, scritta in piccolo al messaggio chiave, si può leggere anche una postilla: “Meno Francia e meno Germania!”I conservatori europei, infatti, auspicano in una maggiore concertazione tra tutte le nazioni. E lo dicono da ospiti nella casa del diavolo. Il meeting è il primo incontro politico che ha luogo dopo la vittoria dei popolari spagnoli. E la stabilità della Spagna (fiducia dei mercati nel suo prossimo

P

e quindi quella europea. Fatta salva la vittoria a Madrid, tuttavia, il Ppe non ha molto di che festeggiare. La crisi dell’euro resta talmente prioritaria che i successi particolari passano in seconda linea. Siamo a un passo dal crollo della moneta unica? Di chi è la colpa: dei Paesi mediterranei – con le loro debolezze strutturali – oppure di una Germania che si rifiuta di rispettare un passo comunitario? Le domande che circolano nei corridoi brussellesi i popolari se le sono portate a Marsiglia. Oltre alle dichiarazioni di intento, però, è difficile che emergerà un’azione pragmatica capace di cambiare rotta all’Ue.

Il Ppe sta a guardare quindi. Pende dalle labbra di Mario Monti, chiamato a Palazzo Chigi più per salvare l’Unione che

Politicamente, si aspira a fare del Partito popolare quel sospirato movimento unico e trasversale, non solo a livello di dibattito elitario, ma anche di fronte agli elettori governo, nonché prospettive per l’occupazione, i tagli, gli aumenti di tasse) si ripercuotono sull’intera Europa. Lo scriveva ieri El Pais, rilevando come il fronte comunitario è quello decisivo e il più delicato per Mariano Rajoy, il presidente del Consiglio eletto. Partito da Marsiglia, il nuovo leader iberico ha in agenda gli incontri chiave con il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, Sarkozy e la Merkel.

Tutti i messaggi lanciati da Rajoy nelle ultime settimane erano diretti proprio al presidente francese e alla cancelliera tedesca. Rajoy incontrerà anche il presidente della Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, e il primo ministro polacco, Donald Tusk. Si tratta di confronti tutti pari grado per rilanciare l’economia spagnola

soltanto l’Italia. Segue con apprensione (e sospetto) le mosse di Parigi e Berlino. E, in attesa del Consiglio d’Europa – anch’esso in agenda oggi – rilancia la sua medicina. A sostegno della moneta unica bisogna riprendere la politica dei trattati, intesi come prodotto concertato di tutti i partner comunitari e che per questo devono essere rispettati. Politicamente, si aspira a fare del Ppe quel sospirato partito unico e trasversale, non solo a livello di dibattito elitario, ma anche di fronte agli elettori. In questo senso, gli italiani fanno da capi cordata e insistono nell’inserire la sigla del partito nei loro simboli già dalle prossime elezioni. L’idea piace. Il problema è che l’Udc ha come leader Pierferdinando Casini, mentre il Pdl insiste su Berlusconi. «Riunificare i moderati in Italia è possibile, ma

non sulle posizioni dell’ex presidente del consiglio, caso mani con Casini». Ha detto il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione e ha invitato il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ad affrancarsi dallo stesso Berlusconi. «Alfano – ha aggiunto Buttiglione – può avere un grande destino politico se esce dall’ombra del cavaliere, perché all’ombra delle querce non crescono platani, ma solo funghi». Buttiglione ha confermato anche lo scontro che si è consumato l’altro ieri con Berlusconi. «L’ex premier ha vinto unendo i moderati e poi ha rotto quel patto, ora certamente non ci si può riunire intorno a lui perché non rientriamo in un partito che ha scelto di avere con la Lega il rapporto privilegiato che c’è invece tra questa e il Pdl». «Si può costruire un partito nuovo, ma siamo al dopo Berlusconi e ora dobbiamo giudicare sull’appoggio che il Pdl darà a Monti. Sosteniamo e portiamo al successo il governo attuale e se saremo riusciti a fare questo si discuterà. Se invece non ci sarà chiarezza, il discorso sarà diverso». La questione è stata ripresa da Franco Frattini. «Uniamo in Italia quello che è unito in Europa, visto che nel Ppe siamo seduti accanto all’Udc. Ora appoggiamo insieme il governo Monti, ma si tratta di una situazione emergenziale.Vedo il congresso del Ppe come un’occasione per ritrovarsi». Tornando al Ppe, merita una riflessione la proposta di

aprire un dialogo costante con i partiti islamici. Soprattutto alla luce della possibilità, per questi ultimi, di vincere in così tanti Paesi arabi.

Il Partito popolare europeo è convinto di poter giocare un ruolo da protagonista per stabilizzare la sponda sud del Mediterraneo, ma è chiamato al confronto con tutte le altre realtà politiche locali. È una condizione sottolineata dalla maggioranza degli interventi nel seminario che ha preceduto l’apertura della seduta plenaria e dedicato al “supporto della Prima-

nariati di convenienza con molti regimi dittatoriali», ha commentato Frattini. Portas ha sottolineato poi la necessità di «evitare il paternalismo e la tentazione di voler esportare il modello di democrazia», invitando l’Europa «in cui c’è una crisi di fede a non giudicare con pregiudizio la fede altrui». A sua volta, il capogruppo Pdl al Parlamento europeo, Mario Mauro, ha indicato come l’Akp del premier turco Erdogan sia il modello di riferimento verso la stabilità e la democrazia per la maggior parte dei partiti nella sponda sud del Mediterra-

«Alfano - ha detto il presidente dell’Unione di Centro - può avere un grande destino politico se esce dall’ombra di Berlusconi, perché all’ombra delle querce non crescono platani, ma solo funghi» vera Araba”. L’introduzione dei lavori è stata affidata a Jean Claude Gaudin, sindaco di Marsiglia e capogruppo dell’Ump al Senato francese. Sucessivamente, hanno preso la parola il segretario generale dell’Unione per il Mediterraneo,Youssef Amrani, l’ex ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, il ministro degli Esteri portoghese, Paulo Sacadura Cabral Portas. L’Europa e il Ppe si sentono di avere una responsabilità speciale verso la sponda sud del Mediterraneo, perché «per decenni hanno accettato, a volte incoraggiato o contribuito a rafforzare parte-

neo, ricordando che questo partito è associato dal 2005 al Ppe, pur essendo rimasto, da allora, un rapporto Europa-Turchia «rimasto viziato dalla retorica» e non abbia fatto passi avanti. A sua volta, l’eurodeputato italiano Salvatore Iacolino ha indicato la necessità di nuovi partenariati di mobilità e sicurezza come risposta ai flussi migratori dal nord Africa. In particolare ha sottolineato l’importanza che tali accordi sino ispirati alla reciprocità e alla condizionalità che colleghi la progressiva liberalizzazione dei visti a efficaci procedure di rimpatrio dei clandestini.


i che d crona

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Il Pdl accoglie il suo presidente con una delegazione monstre: 50 deputati e tanta speranza

Il Cavaliere va a Congresso L’ex premier spera di risalire sulla zattera popolare

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di Marco Palombi i è dovuti arrivare fino a Marsiglia, l’araba città portuale di Provenza che i marinai greci fondarono sei secoli prima di Cristo, per sciogliere un equivoco: il partito popolare italiano, se e quando si farà, non sarà la zattera su cui Silvio Berlusconi potrà salvare quel poco di potere che gli rimane. È proprio a Marsiglia, infatti, che ieri s’è aperto il congresso del Ppe ed è proprio lì che il Cavaliere si precipiterà oggi per strappare qualche photo opportunity (ha fatto di tutto pur di farsi “invitare”al summit dei capi di stato e di governo popolari) che ne rilanci l’immagine interna e internazionale. Lo accoglierà una delegazione monstre del PdL (una cinquantina di persone) che, proprio mentre perde la guida del governo causa eccesso di discredito in Europa, riscopre la fondamentale importanza del rapporto con gli altri partiti europei. Il segretario Angelino Alfano, per dire, sulla prospettiva del Ppe italiano si sta giocando tutto il suo incerto futuro politico, diviso com’è tra il ruolo di esecutore testamentario dell’uomo a cui fece anche da assistente personale e un indefinibile futuro da protagonista vero. La rotta su cui s’è messo il leader formale del partito del predellino è quella della riunificazione dei moderati italiani, in soldoni recuperare il rapporto con l’Udc, ma tenendosi stretta pure la Lega e non mancando di accarezzare le pulsioni populiste dell’elettorato berlusconiano con frequenti riferimenti polemici al duo Merkel-Sarkozy (“Angela e Nicolas”li chiama con sprezzo in tv, chissà se lo farà oggi, gli capitasse di incontrarli di persona).

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colare voci: il Ppe pretende che i partiti italiani che si riconoscono in lui si riunifichino. Bizzarro che Martens, che pure ha pranzato con Pier Ferdinando Casini ed ha frequenti contatti con Rocco Buttiglione, non abbia fatto cenno con loro a questa pressante esigenza.

“A Marsiglia prove tecniche di casa dei moderati”, titolavano le agenzie e i giornali qualche giorno fa, presentando il Congresso: una prova che comincia stranamente proprio con l’assenza a Marsiglia del leader dell’Udc, «un segnale a chi ci vorrebbe dettare la linea politica», spiega-

europei, Andrea Ronchi, non proprio uno studioso di Adenauer (“è il momento di uscire dagli alibi di posizioni pretestuose”, ha testualmente detto ieri rivolto all’Udc). Peccato per tutti loro che a rimettere le cose a posto ci abbiano pensato le “parole ruvide”, come le definisce lui stesso, di Rocco Buttiglione: «Penso sia possibile riunificare l’area moderata in Italia. Ma in Italia c’è stato uno scontro su questo. Berlusconi l’altro ieri ha vinto e unito i moderati, poi ieri ha rotto l’unità e ha perso: oggi si può riunire questa area, ma certo non è possibile riunirla sul berlusconismo, forse su Casini, di certo non su Berlusconi. È in crisi la politica ‘televisiva’ e quella dei sondaggi, siamo dopo la fase del berlusconismo». Non è chiaro? «Alfano può avere un grande destino politico se esce dall’ombra di Berlusconi. Un padre fa andare avanti il figlio, ma per farlo deve un po’ arretrare - è la metafora del Professore anche perché all’ombra della quercia non crescono platani, ma solo funghi...».

Frattini, ex ministro degli Esteri, si affanna a spiegare che «si deve riunire in casa ciò che è unito fuori». Urso ha già tutto chiaro in mente, e chiede una costituente «senza ulteriori tatticismi»

A sostegno di questo progetto – in sostanza la tardiva annessione dell’Udc al tramonto del Cavaliere – da venerdì scorso, cioè da quando Wilfried Martens, presidente dei popolari europei, ha passato una giornata a Roma, Alfano e i suoi fanno cir-

no fonti centriste. Ieri, come detto, l’equivoco s’è dissipato. Mentre Maurizio Gasparri, recente alfiere del popolarismo europeo, faceva sapere via Twitter di essere stato addirittura ricevuto (col resto della delegazione) dal segretario Lopez, Franco Frattini – presidente con poco curriculum della Fondazione De Gasperi – s’accorava sull’unità di chi si ispira ai valori del Ppe: «Noi stiamo lavorando anche in Italia affinché quello che qui è unito - e cioè noi e l’Udc - lo sia anche in Italia. Occorre riunificare quello che in Europa è già unito, serve una ricomposizione sulle idee del popolarismo». Adolfo Urso addirittura voleva subito una costituente “senza ulteriori tatticismi e preclusioni”: «Occorre prendere atto che il progetto deve essere ovviamente autonomo – ha spiegato l’ex finiano - sia dalla Lega, che non condivide l’appoggio al governo Monti, sia dal Pd, che non condivide valori e programmi del Ppe». Idee chiare, come si vede, d’altronde il nostro è sodale politico dell’uomo che Alfano ha indicato come intermediario tra il PdL e i riferimenti

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

Il primo distinguo per l’Udc è il rapporto col governo Monti: «Giudicheremo molto dalla capacità delle forze politiche di appoggiare lealmente l’esecutivo – ha messo a verbale Buttiglione - Se non c’è chiarezza su questo sostegno, non si può costruire nulla». E chissà quale e quanto PdL sarà rimasto alla fine dell’avventura dell’uomo della Bocconi, è il retropensiero dei centristi. A quel punto che il leader sia Alfano o Formigoni, i due che si contendono i resti del partitone berlusconiano, poco importa: «Nella Dc i leader cambiavano continuamente. E poi per i numeri due c’è sempre posto…». Capito questo, Alfano s’è concesso la rispostaccia: «Buttiglione non è un grande specialista nel gioco di luci e ombre perché rispetto a noi è un bonsai. Gli chiedo di evitare velleitarismi perché il rapporto che esiste tra Berlusconi, il Pdl e l’Udc è una questione di numeri e di proporzioni».

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mondo

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Il 27 gennaio scorso, da Göteborg, è riuscito a far connettere i manifestanti in barba al blocco della rete imposto da Mubarak

La cyber-sfinge d’Egitto Christopher Kullenberg, l’hacker che ha tenuto acceso Internet durante le rivolte di piazza Tahrir di Claes Lönegård ubito dopo la mezzanotte del 27 gennaio 2011, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha dato l’ordine ai provider di bloccare internet. Ma grazie a un solo cavo posato sul fondo del Mediterraneo, l’Egitto non è stato completamente isolato dal resto del mondo. Il cavo in questione era quello che permetteva alla Borsa del Cairo di rimanere aperta.

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Anche la rete dei telefoni cellulari era stata messa fuori servizio. Tutto questo per isolare gli egiziani e ostacolare l’organizzazione del “giorno della rabbia”, durante il quale centinaia di migliaia di persone dovevano convergere in piazza Tahrir, dopo la preghiera del venerdì, per protestare contro la dittatura. Christopher Kullenberg era seduto davanti al suo computer in un ostello di Göteborg. Di giorno questo ragazzo prepara un dottorato di ricerca in teoria delle scienze all’università di Göteborg, di notte si trasforma in militante informatico; fa parte di un col-

lettivo di hacker e di attivisti sparsi per tutta Europa noti con il nome di Telecomix. Sui loro schermi hanno vissuto in diretta il blocco delle connessioni egiziane a internet. Christopher era in chat con un militante egiziano quando è saltata la comunicazione. Cosa fare? Sulla chat di Telecomix gli scambi sono diventati frenetici. Un’antenna è stata montata in Belgio nella speranza di entrare in contatto con i radioamato-

Recuperando vecchi modem, e con l’aiuto di un provider francese, ha faxato al Cairo numeri di telefono e istruzioni per connettersi. Alcuni egiziani hanno così potuto collegarsi e raccontare le proteste ri egiziani, ma tutto quello che gli hacker sono riusciti a captare era la radio dell’esercito egiziano. Allora i membri di Telecomix hanno avuto l’idea di recuperare vecchi modem che risalivano ai tempi in cui la rete utilizzava la linea fissa e ottenuto l’aiuto di un provider francese, che ha fornito i suoi vecchi modem e ha messo gratui-

tamente a loro disposizione alcune connessioni. Una volta portato il materiale sul posto, i ragazzi hanno mandato via fax i numeri di telefono e le istruzioni per connettersi.

In questo modo una cinquantina di egiziani hanno potuto connettersi a internet mentre la rete era ufficialmente bloccata.

Un numero molto ridotto per una popolazione di 80 milioni di persone, ma sufficiente per far uscire le informazioni dal Paese quando le forze di sicurezza di Mubarak hanno dato l’assalto a piazza Tahrir, pochi giorni dopo. All’epoca Christopher e i suoi amici non avevano letteralmente chiuso occhio per diversi giorni. Teleco-

mix era stata creata nell’aprile 2009 in occasione di una festa organizzata a casa sua. All’inizio erano solo una decina di appassionati, che si erano incontrati durante il processo a Pirate Bay e che si preoccupavano dell’instaurazione del cosiddetto “pacchetto telecom” (regolamentazione europea sulle telecomunicazioni) in discussione

I Fratelli musulmani e la dittatura militare egiziana hanno un’ideologia parallela e una lunga storia che li rende rivali ma alleati

Attenti alla trappola del doppio gioco di Daniel Pipes e Cynthia Farahat econdo la commissione elettorale egiziana, i Fratelli musulmani hanno ottenuto il 37 per cento dei voti al primo turno delle elezioni politiche in Egitto; e i salafiti, che promuovono un programma islamista ancora più estremista, si sono accaparrati il 24 per cento delle preferenze, riportando insieme uno strabiliante 61 per cento dei voti. Questo sorprendente esito delle consultazioni induce a porsi due domande: si tratta di un risultato legittimo o truccato? Gli islamisti sono in procinto di dominare l’Egitto?

ma è sempre un gioco ed è stato fatto come segue. I Fratelli musulmani (un’organizzazione fondata nel 1928) e la dittatura militare (che governa l’Egitto dal 1952) hanno un’ideologia parallela e una lunga storia che li rende al contempo rivali e alleati. Nel corso dei decenni,

Legittimo o truccato? Nessuno prese sul serio le elezioni sovietiche con l’inevitabile rendita del 99 per cento dei voti per i comunisti; e anche se il procedimento e l’esito delle consultazioni egiziane sono meno evidenti, meritano lo stesso scetticismo. Il gioco è più sottile,

hanno cooperato a periodi in un sistema autocratico tenuto a osservare la legge islamica (la Shari’a) e nell’oppressione degli elementi liberali e laici. In questo spirito, Anwar El-Sadat, Hosni Mubarak e ora Mohamed Tantawi hanno dato strategicamente più potere agli islamisti

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come un fioretto per ottenere l’appoggio, le armi e il denaro dell’Occidente. Ad esempio, quando George W. Bush ha fatto pressioni su Mubarak per consentire una maggiore partecipazione politica, quest’ultimo ha reagito con l’elezione di 88 parlamentari appartenenti ai

L’Occidente deve incalzare il Consiglio supremo delle Forze armate a costruire una società civile che preceda la democrazia. In secondo luogo, sospendere subito ogni aiuto economico al Cairo: non dobbiamo finanziarne noi l’islamizzazione Fratelli musulmani, avvisando in tal modo Washington che la democrazia equivale a una presa di potere islamista. L’evidente debolezza non-islamista scoraggia l’Occidente dall’insistere ulteriormente su una transizione verso la partecipazione politica. Ma uno sguar-

do più attento alle elezioni del 2005 rileva che il regime ha aiutato gli islamisti a ottenere il suo 20 per cento di seggi.

Oggi, Tantawi e il suo Consiglio supremo delle Forze armate continuano a fare lo stesso vecchio gioco. Da notare i vari metodi: 1) Si è parlato di brogli elettorali, ad esempio a Helwan. 2) Secondo il famoso islamista Safwat Hijazi, il Consiglio supremo delle Forze armate ha proposto un “accordo” agli islamisti: condividere il potere con loro, a condizione che essi chiudano un occhio sulla sua corruzione. 3) I militari hanno foraggiato sia i Fratelli musulmani che i partiti politici salafiti durante le recenti elezioni parlamentari. Marc Ginsburg parla di fondi neri che ammontano a milioni di dollari «sotto forma di un giro di omaggi in denaro, vestiti e cibo» che hanno permesso a centinaia di se-


mondo

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due altri dottorandi nell’ex corte d’appello di Göteborg, un vecchio edificio in mattoni. Il manifesto cyberpolitico, la sua prima e finora unica opera, pubblicata sei mesi prima dell’inizio della Primavera araba, è da qualche parte in mezzo alle pile di libri che ricoprono la sua scrivania. Christopher dovrebbe finire gli ultimi capitoli del suo dottorato di ricerca, ma sul monitor del computer si vede la chat di Telecomix. Christopher è nato nel 1980 nella piccola città di Bodafors, nella “bible belt” dello Smaland (nel sud della Svezia), che ha lasciato per frequentare l’università di Goteborg. Qui il giovane ha passato la maggior parte del suo tempo nella biblioteca dell’università, ha seguito due corsi di laurea e ha ottenuto il massimo dei voti. Dopodiché è cominciato il suo dottorato di ricerca. In seguito Christopher è stato aspirato dal buco nero della cyberpolitica: era l’epoca delle operazioni di polizia contro The Pirate Bay e della creazione del Partito pirata. Quello che interessa Christopher non è scaricare la musica gratuitamente, ma quello che sta succe-

piazza Tahrir al Cairo, in mezzo ai lacrimogeni, invitato dall’ambasciata svedese per parlare ai blogger. Sembra un maestro di scuola all’antica catapultato in un’epoca digitale, con una capacità tutta sua di tradurre una tecnologia complessa in una politica capace di parlare a tutti. Telecomix è solo uno strumento fra gli altri. Christopher è anche un membro attivo di Juliagruppen, un think tank che si batte per una rete libera e aperta a tutti, e ha lanciato una rivista scientifica sulle teorie della resistenza.

Il messaggio è sempre lo stesso: «Cerco di tradurre in politica una pratica esistente». Non fa parte di chi afferma che stiamo andando inevitabilmente verso una società di polizia o di chi sostiene che la generalizzazione della fibra ottica si accompagnerà necessariamente a un aumento della democrazia nel mondo. Internet in quanto tale non è democratica. Christopher è il primo a riconoscere che oggi la rete è gestita per lo più da un piccolo gruppo di multinazionali il cui obiettivo principale è limitare le comuni-

Classe 1980, è attivista convinto di una rete di internauti chiamata “Telecomix”. I membri sono sparsi in tutta Europa e si battono per una libera comunicazione in tutti gli Stati democratici a Bruxelles e che minacciava il diritto a una rete libera e aperta a tutti. Le possibilità di riuscire a mobilitare l’opinione pubblica su una questione così marginale come la neutralità della rete erano molte poche. Di conseguenza Telecomix ha deciso di fare pressione direttamente sui responsabili politici. Il collettivo ha creato un sito

sul quale dava i numeri telefonici dei deputati europei ed esortava gli utenti di internet a chiamarli. «Abbiamo trovato un modo per aggirare il sistema politico», racconta soddisfatto Christopher.

Interdetti, gli europarlamentari hanno raccontato che gli elettori hanno improvvisamen-

zioni locali delle organizzazioni politiche islamiste di comprare voti. Ginsburg racconta di un emissario del Consiglio supremo delle Forze armate che «si è incontrato in gran segreto lo scorso aprile con rappresentanti dei Fratelli musulmani e di altri movimenti politici di orientamento islamista per parlare della necessità di aprire dei conti bancari dei “comitati d’azione” politici locali per convogliare una catena di rifornimenti clandestini in aiuti finanziari e non solo». Altri dittatori mediorientali, come il presidente yemenita e il presidente dell’Autorità palestinese, fanno altresì questo doppio gioco, fingendo di essere dei moderati anti-islamisti e degli alleati dell’Occidente mentre, di fatto, sono dei duri che collaborano con gli islamisti e reprimono i veri moderati. Anche i tiranni anti-occidentali come Assad e Gheddafi (in passato) hanno fatto lo stesso gioco opportunistico nel momento del bisogno, raffigurando le rivolte di massa contro di loro come dei movimenti islamisti. (Ricordate come Gheddafi incolpò al Qaeda di aver corretto il caffè degli adolescenti con delle pillole allucinogene). Dominare l’Egitto? Se i militari fossero collusi con gli islamisti per rimanere al potere ovvia-

te cominciato a chiamarli a Bruxelles per parlare di internet. Da allora l’Ue è diventata il principale obiettivo di Telecomix, che cerca di raggiungere i più alti livelli della gerarchia europea. Il titolo universitario di Christopher legittima l’organizzazione presso i responsabili politici. Questo militante condivide un piccolo ufficio con

dendo al web, infrastruttura comune della libertà di espressione. Per i politici - Christopher ha tenuto un discorso davanti al Consiglio d’Europa a Vienna - è il “cyberattivista con il piercing”; per la cultura hacker è un filosofo più bravo in campo letterario che in quello tecnico. Come specialista della teoria scientifica è stato di recente a

cazioni ai servizi commerciali. Ma questo non gli impedisce di vedere nei progressi della tecnologia un grande potenziale per la democrazia. Christopher conclude il suo “manifesto cyberpolitico” con queste parole: «Uno stato che non è capace di permettere ai suoi cittadini di comunicare liberamente non merita il nome di democrazia».

loro percentuale nei futuri round di una procedura di voto insolitamente complessa soggetta agli abusi) acquisteranno certi privilegi e spingeranno ulteriormente il Paese verso la Shari’a - sempre, comunque, Consiglio supremo delle Forze armate permettendo. Questo mantiene la tendenza a lungo termine di un’islamizzazione in corso da quando i militari presero il potere dal 1952. Che dire della politica occidentale? Innanzitutto, deve incalzare il Consiglio supremo delle Forze armate a costruire una società civile che preceda la reale democrazia, in modo che in Egitto i civili moderni e moderati abbiano l’opportunità di esprimersi.

mente sarebbero loro ad avere la meglio. Questo è il punto chiave che gli analisti convenzionali non riescono a cogliere: i risultati delle recenti elezioni permettono ai militari di mantenere il potere. Come osserva correttamente

Mohamed El Baradei, un aspirante politico egiziano, «ora è tutto nelle mani del Consiglio supremo delle Forze armate». È vero, se gli islamisti controlleranno il Parlamento (non è certo: i militari potrebbero ancora decidere di ridurre la

In secondo luogo, occorre sospendere immediatamente ogni aiuto economico al Cairo. È inaccettabile che i contribuenti occidentali paghino, seppur indirettamente, per islamizzare l’Egitto. I finanziamenti verranno ripristinati solo quando il governo permetterà ai musulmani laici, ai liberali e ai Copti, tra gli altri, di esprimersi e di organizzarsi. In terzo luogo, bisogna opporsi ai Fratelli musulmani e ai salafiti. Che siano più o meno estremisti, gli islamisti di ogni tipo sono i nostri peggiori nemici.


cultura

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Il libro è dedicato al nipote Andrea, al quale con affetto il giornalista affida i grandi temi indagati negli anni attraverso la sua professione

Memorie di un “riminese” Da Mondadori arriva tra gli scaffali l’autobiografia di Sergio Zavoli «Il ragazzo che io fui» di Pier Mario Fasanotti ire che Sergio Zavoli sia stato, e sia, un grandissimo giornalista è come ribadire che l’inverno è più freddo dell’estate. È questa la premessa, necessaria per le giovani generazioni, dalla quale si deve partire leggendo il suo libro di memorie (Il ragazzo che io fui, Mondadori, 261 pagine, 18,50 euro). Il titolo è tratto da una frase di Georges Bernanos. Efficacissimo di per sé, ma soprattutto perché l’“amarcord”di Zavoli si rivolge al nipote Andrea, al quale con affetto sobrio affida non i labirinti sporchi dei pettegolezzi professionali e politici, spesso presenti nelle pagine dei giornalisti che son presi dalla foga di rivelare e spiegare il mondo intero, quanto i grandi temi che la sua professione, ma più ancora la sua inesauribile curiosità (sono due cose che si compenetrano, l’una è il motore dell’altra), quella che l’ha accostato a grandi argomenti e a personaggi indelebili. Nato per caso a Ravenna nel 1923, trasferitosi e cresciuto a Rimini - e sarà sempre chiamato, a Roma e altrove,“il riminese” - ha avuto una carriera brillante. È stato condirettore del Telegiornale, direttore del Grl e de Il Mattino, presidente della Rai, scrittore e poeta, da due legislature è senatore e fa parte della Commissione che sovrintende alla Biblioteca e all’Archivio storico di Palazzo Madama, ed è pure presidente della Commissione bicamerale per l’indirizzo e la vigilanza della Rai.

D

Zavoli ha guardato da vicino i disastri e i patemi della guerra nella sua Rimini, dalla quale si è poi staccato prendendo quel treno per Roma (una tratta lentissima quasi la Capitale fosse in un altro continente), quel treno attorno al quale giravano e rigiravano i discorsi, sovente immaginifici e spesso chiassosamente bugiardi, dei “vitello-

ni”. Ossia quei giovani e meno giovani incatenati ai tavolini dei bar, alle panchine di una terra della quale si poteva pur dire tutto, ma mai che non fosse accogliente, mammona, seducente. Salì su quel treno per-

Ha guardato da vicino i disastri e i patemi della guerra nella “sua” Rimini, dalla quale si è poi staccato prendendo il treno per la Rai a Roma

ché alla Rai Vittorio Veltroni ebbe notizia di un giovanotto romagnolo che faceva, con mezzi “tecnici” da strada, straordinarie radiocronache. Dopo otto ore su un vagone lungo i binari della linea Falconara-FolignoOrte, «otto ore di scombugli, ferroviari e fantastici», venne accolto e assunto dal “capo”. Fu come entrare in un mondo lunare: «...mi vidi intorno il meglio di quel mestiere mirabolante... si rivolgevano al capo dandogli del tu, mostrando una confidenza che mi parve venire non dal giro delle circostanze, come nel caso mio, ma da un disegno dell’esistenza. Del re-

sto, consapevoli della loro rarità, la vivevano con una naturale sicurezza... erano tutti avvezzi al moto di spirito, una comune versatilità li teneva nel piacere condiviso, ma non ostentato, di trovare sempre un’invenzione per uscire dal normale e dal comune».

Lo spedirono al Flaminio per trasmettere, in diretta, RomaFiorentina. Lo aiutò la fortuna visto che il già mitico Nicolò Carosio s’incapricciava per il rinnovo del contratto mentre Nando Martellini, altra “voce” dello sport Rai, era impedito da una broncopolmonite. Andò bene, per il neo-inviato allo stadio romano. Molto bene. Poi arrivò il ciclismo, non a caso sport molto seguito da scrittori (si pensi a Buzzati). Zavoli “il riminese”, dicevamo. Molto attaccato alla sua terra, alle maschere di quel territorio un po’a sé, o molto a sé, che non è più Emilia e non ancora Marche. I ricordi s’intrecciano. Riminese si sente fino al midollo, anche se afferma che «la vita è dove stai». A proposito della memoria, che è poi il perno ideale di questo libro, l’autore scrive una frase che vale la pena annotarsi su un quadernetto: «Il tempo che non è la storia, ma il suo contenitore - non conosce dinieghi e consensi, non accetta e non respinge; insaziabile divoratore delle nostre azioni, non distingue tra buone e cattive, vicine e lontane, annota e cancella senza posa, perché la sua natura è di non essere mai lo stesso. L’inganno sta nel consegnare un enigma alla psicologia o nel credere che la memoria sia soltanto ricordare, mentre spesso è un richiamo che ci aiuta a trovare il senso, anche

In queste pagine, il giornalista Sergio Zavoli; la copertina della sua autobiografia «Il ragazzo che io fui» (Mondadori); un’immagine del regista Federico Fellini; uno scatto di Zavoli insieme con Sandro Ciotti e Raimondo Vianello al Giro d’Italia

solo simbolico, di tante cose; con il potere di riaccendere, attraverso una lettura più grave, o carezzevole, ciò che è trascorso nella nostra vita». E a proposito del terremoto morale e materiale della seconda guerra mondiale, che ha poi marchiato l’assoluto dovere di ricominciare a vivere, Zavoli

scrive che «a mano a mano che ci allontaneremo da quegli anni si tenderà a non volerne più sapere più niente. Azzerare i ricordi come igiene non solo mentale, ma anche morale e civile. Quel processo intentato alla memoria è mostruoso... per chi teorizza questa progressiva morte del passato, vivremo sempre meno del presente e, sempre più in fretta, del futuro. Prima a patirne la memoria, resa superflua dall’insorgere irresistibile del dopo». Tutto resta, tutto deve restare. A trasformare quel “tutto” ci pensa il nostro metabolismo emozionale e intellettuale. Altrimenti saremo costretti, pare sostenere Zavoli, a vivere come zombi in terre senza


cultura

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tava poi agli amici di essere rimasto «ucciso al 90 per cento». Il massiccio Alvise fu invece molestato ai gabinetti pubblici da uomini della Military Police. Con la pace ristabilita riprese il suo lavoro di posteggiatore abusivo. Sovente si metteva a dormire sui sedili posteriori delle macchine. Ricordando quel che aveva patito, e lo aveva in qualche modo marchiato, gridava «Mi hanno rovinato!». Chiese una pensione di guerra. L’attese per una trentina d’anni, «guardando in fondo alla strada sempre più incredulo, finchè non capì più che cosa stesse aspettando».

orme e senza segnaletica. Tra bombardamenti e barbarie scivolano le stagioni belliche nel Riminese. Il giorno dei Santi del 1943 i quadrimotori scaricano «una semina di bombe che caddero, d’infilata, sulla spiaggia, il lungomare, i primi alberghi, le nostre case, la stazione, fino alla Croce Verde e al lavatoio, lasciando una riga nera, fumante, Improvvisamente la guerra era sopra di noi». La giovinezza di Sergio ebbe un brusco moto d’arresto quando vide suo padre estrarre dalle macerie una donna che stringeva ancora nella mano un ferro da stiro: «In gola, sotto il tappo di calce, c’era una parola non uscita».

Da quel giorno di maledizione aerea la gente della costa cominciò a cercare riparo a San Marino, mai esaurientemente ringraziata per la sua accoglienza. Sergio ricorderà sempre una frase dello zio Netto: «Ricordati, la vita è quello che è». E lui, consapevole che «la filosofia era caduta tra noi come una folgore», lo riferisce alla mamma, la quale reagisce così: «Lo sapevo». Pensiero banale? No. Zavoli spiega: “In quel fatidico “la vita è quella che è” stava il destino di doverlo speri-

mentare proprio nell’insondabile sorte di essere lì, a due passi dal disastro, con il conforto della filosofia”. Aerei che lanciano morte, aerei colpiti dalla contraerea. Un aereo inglese fu colpito, iniziò a vibrare, poi a piegarsi e infine la gente vide aprirsi un paracadute. La gente raccolse in un cesto i resti del pilota. Mancava il braccio sinistro, mozzato di netto poco più su del polso. Silenzio su quella tragedia solitaria. Ma nel dopoguerra si racconterà di un orologio d’oro con la parola love incisa sul retro. Un orologio che forse passò di mano in mano, di negozio in negozio, per finire al Monte di Pietà, offerto come una penitenza da un giovane prete di campagna; il pegno non fu riscattato e di lì a un anno venne messo all’asta nella sala dell’Esattoria. Zavoli: «Torno a quell’orologio per dire che chi lo comprò si mise al polso un po’ d’amore e di barbarie confusi dalla guerra». Chi ha sapienza o solo sentore di Romagna, sa bene che ogni individuo oltre a un nome ha un soprannome, sunto di una vicenda, di un carattere, ma ben più ancora indice dell’attenzione che altri hanno di lui. Le maschere: «Le nostre non erano drammaturgiche o clownesche, metafisiche o popolari, ma persone in carne e ossa, una dolente allegoria della vita.

Stavano in mezzo a noi con la naturale diversità di chi non è del tutto a posto con la testa». C’è Faccino, chiamato così perché dal suo berretto di facchino si staccò la acca. Uno stagionale che credeva di possedere il privilegio di lavorare solo quando ne aveva voglia. Ehi, Faccino, come va? E lui, pren-

Le 18 puntate sul terrorismo del programma “La notte della Repubblica”, sono un esempio di imparziale e minuzioso giornalismo dendo a prestito una frase ascoltata da uno che evidentemente stimava molto, rispondeva alla stessa maniera, sempre: «Ciò non toglie!». Poi c’era Silvio,“che aveva in testa un mondo di allegrie”. Vendeva stringhe e cravatte, con la mercanzia appesa, in qualsiasi ora del giorno, al braccio». Uno dei suoi clienti era il conte Zavagli che, anche se non acquistava nulla, veniva omaggiato da una sorta di madrigale alla nobiltà. Un giorno due soldati delle SS, un po’ alticci, gli fecero uno scherzo atroce simulando la fucilazione, davanti al Caffè del Commercio. Silvio se la fece addosso e svenne. Raccon-

Rimini significa anche Fellini. Fu uno dei pochi che salì (ne ‘39) sul treno per il suo “altrove”, per poi raccontare in un film di quegli irreducibili isolani della nostalgia e del fecondo e dolcemente sterile fantasticare. I vitelloni, appunto. Zavoli, che gli fu grande amico e confidente (soprattutto per i sogni), gli dedica un capitolo. I riminesi rimproverarono sempre a Fellini di stare poco nel borgo dov’era nato. Lui spesso ci passava la sera e la notte, scomparendo il mattino. Dopo La dolce vita il regista perse il cognome, nel senso che diventò per tutti solo Federico. La pellicola sullo smarrimento esistenziale di un giornalista romano gli appiccicò la fama d’essere un “antiCristo”. Zavoli riferisce d’un colloquio, a questo riguardo, con Fellini. Che disse: «Io sono per quel teologo protestante che chiese a Dio di dargli la fede e di liberarlo dalla religione». Secondo Zavoli - perché mai mettere in dubbio il giudizio di un tale amico? - Fellini «non irride la fede, semmai prende le distanze da talune forme della religione, sapendo di doversene difendere». Non tutti, nemmeno nella Romagna indulgente verso i suoi figli, capirono l’essere “barocco” di Fellini, che a Zavoli un giorno spiegò: «Io credo in una confusione vitale che sgomini il tentativo di ossificare la vita, le idee, e persino la fede». L’uno e l’altro, i due riminesi diventati famosi, erano legati da tratti comuni: la testardaggine, la curiosità di andare a fondo delle

cose, la bonarietà e la bontà d’animo, il senso finissimo del fantastico, l’affabulazione come narrazione dell’esistenza. Altra confidenza del regista: «Sono vissuto per anni in una vaga soggezione, allo stesso modo, nei confronti della Chiesa e di Giulietta. Era come se fossi sempre in debito di qualcosa». Zavoli, che fu cronista di calcio e di ciclismo, passò col tempo a occuparsi di zone meno illuminate e meno ingenue della sua epoca. I manicomi, per esempio. Parlò a lungo con Franco Basaglia, che li eliminò senza covare l’illusione di cancellare con essi anche la follia. Zavoli cercò come al solito di capire quella rivoluzione che ridava ai matti-schiavi la dignità di uomini, disturbati ma liberi. Gli domandò che cosa fosse in definitiva un matto, e lo psichiatra di Gorizia rispose: «Io non le posso dire chi è il malato di mente perché non lo sa nessuno. Importante è non respingere la malattia e, soprattutto, non respingere il malato». Altro quesito: «Le interessa più il malato o la malattia?». Risposta: «Oh, decisamente il malato».

Di un’altra follia si è occupato Zavoli. Della follia del terrorismo. Il suo programma La notte della Repubblica (18 puntate) sono e saranno l’esempio di un giornalismo minuzioso, imparziale, umanissimo. Fece parlare i protagonisti, fedele a quel compito della Storia indicato da uno studioso tedesco dell’Ottocento: «Indagare ciò che realmente è accaduto». Si trovò davanti i massacratori della scorta di Aldo Moro. Prospero Gallinari spiegò con una raccapricciante freddezza: «È stata solo un’azione armata. È bastato studiarla». A sparare alla tempia del presidente della Dc fu la pistola di Mario Moretti. Germano Maccari, un altro del gruppo d’assalto delle Brigate Rosse: un lembo di coperta fu messo sulla testa di Moro nell’attimo dello sparo, e la vittima «non vide l’arma». E lei che cosa fece? Maccari: «Mi voltai spontaneamente dall’altra parte». Si potrebbe dire che Zavoli ha sempre indagato sull’“altra parte” delle cose.


ULTIMAPAGINA Dopo 16 anni di latitanza, è stato catturato il boss dei Casalesi Michele Zagaria. Era nascosto in un bunker

Lo Stato depone l’ultimo re di di Gabriella Mecucci

vete vinto voi, ha vinto lo Stato»: con questa frase, detta non senza ironia, Michele Zagaria, superboss dei Casalesi, ha accolto le forze dell’ordine che facevano irruzione nel suo rifugio. Poi, perché nulla ci venga risparmiato sul piano della sceneggiata, è stato colto da malore al punto da richiedere l’intervento dell’ambulanza. Alle 11,30 di ieri mattina, un’operazione della squadra mobile di Napoli e di quella di Caserta ha messo fine alla latitanza del capo più leggendario della camorra, reso famoso dal racconto che ne ha fatto in Gomorra, lo scrittore Saviano. Michelle Zagaria, “capastorta” - così lo chiamavano i suoi era l’ultimo grande capo caselese ancora in fuga. Era riuscito a sfuggire all’arresto per ben 16 anni.Viveva in un bunker, sotto un anonimo appartamento di vico Mascagni, nelle campagne del casertano. Fra il pavimento e il rifugio c’erano cinque metri di cemento armato: un covo dunque quasi impenetrabile. Le forze dell’ordine, coordinate da un pool di magistrati della direzione antimafia, hanno dovuto scavare a lungo per raggiungerlo in quello stanzone superblindato, individuato ormai da qualche giorno e attentamente monitorato. Dopo l’irruzione, gli agenti si sono trovati davanti un uomo armato da un sorriso sarcastico che dichiarava la propria sconfitta con ironica tracotanza. Gli agenti stanno ancora scavando intorno al bunker che lo ospitava e l’intera zona continua ad essere massicciamente presidiata. È un colpo straordinario inferto alla camorra. Le dichiarazioni rilasciate dai magistrati che hanno coordinato l’operazione vanno tutte in questa direzione. Il procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore ha commentato: «Vado in pensione contento, questo era un regalo atteso e che mi era stato promesso È un grande risultato quello che abbiamo ottenuto, abbiamo lavorato molto per raggiungerlo». Il procuratore di Caserta Cafiero de Raho trattiene la soddisfazione e avvisa: «È finita, lo abbiamo preso, ma la cosca non può dirsi ancora sconfitta».

«A

GOMORRA Prendere il capo non basta, dunque, per annientare gruppi malavitosi super organizzati come la mafia e la camorra. Lo hanno dimostrato altri arresti di grandi latitanti: basti pensare a quelli di Totò Riina e di Bernardo Provenzano. Sono stati però lunghi passi avanti che, pur non decretando la fine di Cosa Nostra, hanno segnato momenti fondamentali di svolta nella lotta al crimine organizzato. Ebbene, la stessa cosa si può dire, senza timore di esagerare, di Zagaria. Nel momento in cui viene raggiunto un simile successo, non si può fare a meno di ricordare che i magistrati qualche giorno fa hanno chiesto l’arresto di un uomo politico di primissimo piano come l’ex sottose-

Il malavitoso, proprio come aveva scritto Roberto Saviano, non si era mai allontanato da Casapesenna. Dopo essere stato scovato ha detto: «Avete vinto voi» gretario del Pdl Michele Cosentino perché lo si considera il più importante referente della camorra. E non manca chi mette in relazione la fine della latitanza di Zagaria proprio con la perdita di potere da parte di Cosentino. Sia queste analisi sia le stesse richieste degli inquirenti stabiliscono dunque un legame inequivocabile fra il dirigente pidiellino e il superboss catturato ieri.

Chi era questo 53enne che ha fatto tremare adepti e nemici, che ha rapinato e ordinato omicidi, che è sfuggito sino a ieri a indagini e ricerche dentro e fuori i nostri confini a parti-

re dal 1995? Attorno a lui da sempre circolano voci, non tutte verificate, che lo dipingono come un capo feroce, che non si è fermato davanti a nessun delitto pur di costruire il suo gigantesco impero economico. Zagaria è stato probabilmente il boss camorrista più vicino allo stile dei padrini mafiosi: ha fatto dell’omertà il primo comandamento dei suoi adepti. Della sua famiglia si sa pochissimo. Ufficialmente non risulta essersi mai sposato né avere una compagna. Forse ha avuto una figlia. E dicono di lui che spesso ha usato le chiese per incontrare i suoi sodali e ordinare crimini. Non perché fosse religioso, ma perché le considerava luoghi dove era più semplice nascondersi. Si favoleggia del fatto che vietasse agli uomini del potente clan dei casalesi di usare la droga, anche se un’intercettazione di qualche anno fa attestava che lui, al contrario, assaggiava spesso la coca. Un padrino e un vero padrone di cose e di uomini. Amava molto gli animali feroci. Si è raccontato che conducessi alcune trattative d’affari tenendo vicino a sé una tigre che amava accarezzare. Un’immagine da film che fa parte della sua leggenda nera. Una leggenda che è stata talora anche artatamente gonfiata allo scopo di far apparire Zagaria ancora più feroce, ancora più duro e dominante, ancora più boss di tutti i boss. E lui ha voluto confermare questo profilo di uomo potente e crudele, sprezzante e tracotante, senza freni e senza paura con quella frase sarcastica che ha pronunciato appena ha visto i poliziotti: «Avete vinto, lo Stato ha vinto». Ebbene, quella battuta che suona strafottente sulle sue labbra, la raccolgono volentieri coloro che faranno i pesanti sacrifici, decisi in questi giorni, per dare un futuro all’Italia. «Lo Stato ha vinto», lo diciamo tutti noi, con tranquilla soddisfazione.


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