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he di cronac
Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire
Paulo Coelho
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di Ferdinando Adornato
QUOTIDIANO • VENERDÌ 16 DICEMBRE 2011
DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK
Fini ai leghisti: «Fischiano i pecorai, non i deputati». Il premier: «Le invettive non mi fanno alcun effetto»
Via il premio di maggioranza! Lega-Pdl e Di Pietro-Pd: crollano le vecchie alleanze. Ora una nuova legge Bagarre bis del Carroccio alla Camera: due espulsi. Bossi: «Se sento Berlusconi mi metto a ridere». Anche l’Idv rompe con Bersani e non vota la fiducia a Monti. La politica italiana è già in un’altra era Monti e Passera rispondono alle critiche sulle liberalizzazioni
«Resistenze assurde. Ma vinceremo noi la guerra alle lobby» Il Cavaliere attacca il premier e il Terzo Polo
di Riccardo Paradisi
Berlusconi straparla: «L’Italia fuori dall’Unione»
desso è tutto più chiaro. Adesso che la Lega e l’Idv hanno consumato la rottura ufficiale con l’area di coalizione nella quale si erano acquartierati lo schema del bipolarismo conosciuto sin qui appare superato. Una mutazione di scenario in corso ormai da mesi ma che il governo Monti ha accelerato fino alla precipitazione. Da un lato archiviando l’intesa tra Bossi e Berlusconi e dall’altro la famosa e poco fortunata foto di Vasto, scattata poco prima che le contraddizioni esplodessero a sinistra con il fragore di queste ore. I solchi del resto sono ormai scavati. a pagina 2
di Gualtiero Lami ra da un po’ di tempo che a Berlusconi mancava la scena. E ogni buon attore tollera male una situazione del genere. Bruno Vespa, il fido Bruno Vespa, è intervenuto a salvare l’amico e gli ha offerto un proscenio degno di nota per l’ennesimo show. Spettacolo triste, tuttavia, perché consumato – a Roma – davanti a un pubblico freddo e sparuto. Ma il Cavaliere non se n’è curato e ha sciorinato tutti i suoi numeri più celebri, dal liberismo a Mussolini (nel
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senso di Benito, non nel senso della “sua” onorevole), da Monti all’Europa. le Frasi più a effetto riguardano la Ue («Ha hatto bene Cameron a non votare l’accordo sulle nuove regole, anche l’Italia dovrebbe starne fuori») e sul premier («Monti è disperato, con il suo decreto sta facendo marcia indietro su tutto. Nessuno nella situazione italiana può pensare di fare le cose nel modo giusto, bisogna cambiare la Costituzione»). a pagina 3
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Anche Marcegaglia attacca: «Ancora una volta la politica ha ceduto al potere delle caste». E il Centro studi di Confindustria conferma la recessione: nel 2012 il Pil a -1,6%. L’inflazione è ferma al 2,7%, ma i rincari di cibo e carburanti pesano sui consumi Errico Novi • pagina 4
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Dopo la rottura di Londra: due interventi sul futuro dell’Ue
Arriverà l’Europa al 2020? «Tutto dipende da voi», dice John R. Bolton: «Solo Roma può fermare il duo Merkozy». «Ma la storia dà ragione all’isolazionismo dei britannici» risponde Giancarlo Galli alle pagine 6, 7, 8 e 9
Il leader russo incontra i vertici europei e festeggia l’ingresso nel Wto
Il Grande Fratello Putin «Web cam nelle urne per evitare brogli», dice lo Zar di Enrico Singer a carota e il bastone. Medvedev si presenta a Bruxelles con dieci miliardi di dollari per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi e, nello stesso tempo, Putin a Mosca attacca gli Stati Uniti con una violenza che sembrava dimenticata e li accusa di essere anche responsabili della morte di Gheddafi. La Russia entra, finalmente, nell’Organizzazione mondiale del com-
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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00
mercio e s’impegna a rispettarne le regole, ma il Parlamento europeo sanziona altre regole infrante: i brogli avvenuti nelle ultime elezioni della Duma che rendono quel voto nullo. E mentre per il fine settimana si annunciano nuove manifestazioni di protesta in piazza, si moltiplicano i candidati per il prossimo, decisivo appuntamento con le urne: quello del 4 marzo 2012 che assegnerà la poltronissima del Cremlino.
I QUADERNI)
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• ANNO XVI •
NUMERO
243 •
WWW.LIBERAL.IT
• CHIUSO
IN REDAZIONE ALLE ORE
19.30
prima pagina
Per togliere il potere di ricatto ai demagoghi
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Abolire il premio di maggioranza conviene anche a Pdl e Pd di Osvaldo Baldacci Italia dei valori non vota la fiducia alla manovra economica, come la Lega. In un certo senso buon segno. Segno da cogliere, per fare chiarezza. Se Di Pietro sfiducia Monti, sarà arrivato il momento che il Pd sfiduci Di Pietro. E che il Pdl sfiduci la Lega, da cui è stato ampiamente sfiduciato (Bossi di ieri: «Se vedo Berlusconi mi metto a ridere»). Certo, in una situazione così drammatica per l’Italia si vorrebbe il massimo delle convergenze per concorrere alla salvezza del Paese, sul baratro economico. Ma se le forze estremiste e demagoghe preferiscono continuare sulla strada da loro tracciata verso quel baratro, beh. Almeno che di buono ne esca la chiarezza tra chi guarda al bene del Paese e chi invece sa solo gridare contro. Non sono Lega e Italia dei Valori a sorprendere e preoccupare: loro fanno solo loro stessi, fanno quello che sanno fare e hanno sempre fatto. Col Pdl e il Pd che al di là delle dichiarazioni velleitarie erano semplici ostaggi nelle mani delle estreme. E per questo ancora adesso ne sono psicologicamente succubi.
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Ma questo è il momento perfetto per uscirne fuori, per guarire da questo pericoloso complesso. Ora o mai più. Il primo passo l’hanno fatto: sostenere il governo Monti e la sua manovra. Ora servono i passi successivi. Il secondo, avere il coraggio di metterci la faccia, di assumere pubblicamente la responsabilità delle proprie scelte: se si continua a giocare alla ombre cinesi nascondendosi dietro i tecnici, chi spiegherà agli italiani il senso dei sacrifici, la loro necessità di fronte al peggio e allo stesso tempo la loro prospettiva in funzione di risalire la china? Il terzo, prendere atto e anzi consacrare la spaccatura con le posizioni estremiste. È un buon momento per fare questo non solo perché l’assunzione di responsabilità verso il governo Monti fa chiarezza tra riformismi responsabili ed estremismi demagogici, ma anche perché avvenendo in contemporanea a destra e a sinistra permette di muoversi senza l’angoscia di essere surclassati elettoralmente dai rivali. Quarto, tirare le conseguenze e finalmente mettere mano a una legge elettorale ragionevole che non consegni la maggioranza del Paese nelle mani fameliche di minoranze estremiste in grado di ricattare eterogenee coalizioni in grado di vincere ma mai di governare. E tanto meno di fare le riforme necessarie. A questo punto Pd e Pdl devono avere il coraggio di ripensare anche la loro politica di riforme istituzionali. La legge elettorale non è un argomento sgradito e superfluo in tempi di crisi economica, in quanto è la base che pone le fondamenta dell’architettura politico-istituzionale e di conseguenza determina come si possono affrontare tutte le altre cose. Sembrerà un’estremizzazione, ma si potrebbe perfino dire che l’incapacità di affrontare finora la crisi e la necessità di un governo tecnico sono state dovute anche ai condizionamenti delle ultime leggi elettorali tutte sbagliate. Sbagliate proprio perché privilegiavano il diritto di veto rispetto al coraggio di governare. Un bipolarismo consegnato agli estremisti, e aggravato da un premio di maggioranza che ingessa la democrazia, moltiplicando enormemente il potere di minoranze di blocco. Per il bene del Paese, ma anche per il nuovo interesse di Pd e Pdl, sarebbe il caso che trovassero il coraggio di mettere mano a una legge elettorale in cui ciascuno possa esprimere i suoi programmi e possa confrontarsi sul bene comune e sulle riforme senza essere continuamente sotto ricatto.
Bagarre del Carroccio anche alla Camera: Fini deve espellere due deputati
Le alleanze impossibili
Lega e Idv d’accordo nel dire no al decreto salva-Italia: come potranno Pdl e Pd, dopo il sì alla fiducia, presentarsi insieme a loro davanti agli elettori? di Riccardo Paradisi desso è tutto più chiaro. Adesso che la Lega e l’Idv hanno consumato la rottura ufficiale con l’area di coalizione nella quale si erano acquartierati lo schema del bipolarismo conosciuto sin qui appare superato. Una mutazione di scenario in corso ormai da mesi ma che il governo Monti – costringendo gli schieramenti a scelte d’emergenza e a una decisione autaut sul voto di fiducia - ha accelerato fino alla precipitazione. Da un lato archiviando l’intesa tra Bossi e Berlusconi e dall’altro la famosa e poco fortunata foto di Vasto, scattata poco prima che le contraddizioni esplodessero a sinistra con il fragore di queste ore. I solchi del resto sono ormai scavati.
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Dopo la bagarre leghista di martedì scorso gli uomini del Carroccio e lo stesso Bossi continuano, nell’immediata vigilia del voto di fiducia alla Camera, marcare distanze sempre più profonde rispetto al Pdl. Il leader leghista arriva a dire che se dovesse sentire Berlusconi si metterebbe addirittura a ridere, visto che il Cavaliere sta votando tutto il contrario di quanto voleva fare con il suo governo. Una polemica a distanza quella tra Bossi e Berlusconi che prosegue da giorni, da quando il Senatùr ha rivolto all’ex premier l’accusa di farsela con i comunisti. Berlusconi in un’intervista rilasciata ieri al giornale descriveva l’attivismo polemico di Bossi come un tentativo di guadagnare consenso ai danni del Pdl, tentativo peraltro che starebbe in parte riuscendo a dar retta ad alcuni sondaggi che danno la lega al 10 per cento. Sarà anche per questo che Berlusconi approfitta della presentazione dell’ultimo libro di Vespa per replicare ancora: «Io faccio
ridere Bossi? Lui a me fa piangere. Non l’ho visto, la Lega è ritornata al suo carattere, quello che io ho cercato di contenere. Il Carroccio cerca di conquistare voti». Berlusconi per la verità ne ha per tutti: per Monti che fa riforme poco liberali e che è disperato per le pressioni subite, per l’Ue che impone il pareggio di bilancio - e ha fatto bene Cameron a non aderire - per Casini che prende voti perché è un bel ragazzo. Il capogruppo alla Camera del Carroccio Marco Reguzzoni commentando lo stato dei rapporti tra Pdl e Lega in vista di un possibile incontro tra i due leader del centrodestra accusa il Pdl di avere fatto la scelta sbagliata, di appoggiare questo governo e questa manovra: «è una scelta che comporta delle responsabilità. Noi siamo invece coerenti con la nostra linea e andiamo avanti per la nostra strada». «È alquanto imbarazzante votare una manovra come questa» incalza il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Il senatore Lorenzo Bodega rivendica invece l’autosufficienza del suo movimento che «ha saputo dimostrare di saper amministrare anche da solo». E sull’alleanza con il Pdl aggiunge: «È finita a livello di Parlamento». E la Lega annuncia che domenica 22 gennaio scenderà in piazza, a Milano, con una manifestazione dal sobrio titolo “Governo ladro, giù le mani da casa e pensioni», per protestare contro le misure previste dalla manovra economica. Frutterà consenso questa strategia leghista di opposizione frontale? Il leader dell’Udc Casini ne dubita «Siamo in recessione anche per colpa della Lega che ora sbraita in Parlamento. È un suicidio in diretta il loro». Ma almeno la Lega mantiene una compattezza interna. L’Idv che
Berlusconi show: «Italia fuori dalla Ue» Il Cavaliere straparla su tutto: «Monti è disperato. Sulla manovra ha fatto marcia indietro» di Gualtiero Lami
ROMA. Era da un po’ di tempo che a Berlusconi mancava la scena. E ogni buon attore tollera male una situazione del genere. Bruno Vespa, il fido Bruno Vespa, è intervenuto a salvare l’amico e gli ha offerto un proscenio degno di nota per l’ennesimo show. Spettacolo triste, tuttavia, perché consumato – a Roma – davanti a un pubblico freddo e sparuto. Ma il Cavaliere non se n’è curato e ha sciorinato tutti i suoi numeri più celebri, dal liberismo a Mussolini (nel senso di Benito, non nel senso della “sua” onorevole), da Monti all’Europa.Vediamo le battute più divertenti.
SU MONTI «Monti è disperato, con il suo decreto sta facendo marcia indietro su tutto. Nessuno nella situazione italiana può pensare di fare le cose nel modo giusto, meno che gli italiani non consegnino a una parte politica la possibilità di cambiare la Costituzione, per avere la possibilità di governare un Paese che è assolutamente ingovernabile».
Pacta sunt serranda. Il Pdl voterà la manovra di Mario Monti perchè in un’emergenza si tratta di scegliere il male minore. Se votassimo no, creeremmo un danno al Paese molto superiore all’approvazione di questo decreto. Ma sulla durata di questo governo non c’è nessuna certezza: non è detto che questo governo abbia di fronte a sè tutto il tempo della
legislatura, che è un breve periodo ma in un momento come questo qualsiasi giorno può portare a cambiamenti importanti, noi siamo pronti a votare. Comunque, nel decreto ci sono molte disposizioni che potremo sicuramente cambiare in futuro quando gli italiani ridessero a noi il governo del paese».
SULLE FREQUENZE TV
Presentando il libro di Vespa, il leader del centrodestra risponde anche a Bossi: «Lo faccio ridere? Lui mi fa piangere»
«Questo argomento mi lascia indifferente non me ne sono per niente interessato. Ma ho una consapevolezza, quella che con il numero incredibile di frequenze oggi disponibili ci sarà pochissima gara per occuparle, sarà difficile che qualcuno pensi di fare un’offerta. Non credo che Mediaset ne farà».
SU UMBERTO BOSSI «L’alleanza con la Lega non è persa perché se vanno da soli alle prossime amministrative perdono, e fanno perdere tutto il Nord anche a noi. Lo so, oggi Bossi ha detto: “Se incontro Berlusconi scoppio a ridere”. Ma se io faccio ridere Bossi, allora lui a me fa piangere. Comunque, alle prossime elezioni politiche staremo di nuovo insieme».
SU ALFANO «Ogni giorno che passa conquista sempre più consensi. Io penso e spero che Alfano possa essere il prossimo candidato premier».
SU CASINI «Che Pdl e Udc si ritrovino insieme dipende dalle ambizioni personali del leader centrista che è un professionista della politica, che fa politica badando ai suoi traguardi personali. Io invece penso solo agli interessi dell’Italia. In politica non mi sono mai trovato bene».
SULL’EUROPA SU MUSSOLINI
«Bravo Cameron! Credo che lui abbia fatto bene. Avrei posto il veto circa questa volontà di una politica recessiva in Europa. Io ce l’ho messa tutta per frenare quelli che in Europa puntavano al pareggio di bilancio, eliminando il deficit. Questa è una cosa assolutamente assurda. Soprattutto che come impegno successivo ogni Paese avesse ridotto del 5% il suo disavanzo e debito pubblico cosa assolutamente assurda a cui io mi sono sempre opposto, ma è passata appena non sono stato là a porre la mia azione».
«Sto leggendo i diari di Mussolini e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni. Si lamentava della mancanza di poteri visto che non riusciva nemmeno a raccomandare una persona».
SULLA MANOVRA «Non si possono cambiare le pensioni, se si toccano i diritti acquisiti, o fare la patrimoniale continuativa per i capitali rientrati con lo scudo fiscale. Non ne facciamo una battaglia perchè gli evasori non sono simpatici, ma uno stato non può e non deve fare queste cose.
vive un fenomeno simmetrico di rottura con la coalizione madre a sinistra si divide invece al proprio interno non risparmiando forme grottesche di decomposizione. Non c’è solo la scomunica e la reprimenda pubblica che il Antonio Di Pietro fa nei confronti di Pancho Pardi, che aveva osato immaginare un appoggio critico al governo Monti. C’è anche il curioso caso Barbato dei video clandestini girati per la 7 girati con una telecamera nascosta a Montecitorio. Un’iniziativa che ha provocato l’ira dei colleghi di partito contro Barbato come Cimadoro, cognato di Di Pietro: «Barbato è un pezzo di merda e un infame» osserva con indubbia capacità di sintesi. Qualcosa di più vivace della sfiducia che Donadi ha dovuto dichiarare a scanso di ogni equivoco ieri su impulso di Di Pietro. Anche se Donadi tiene uno spiraglio aperto a Bersani: «Le primarie sono il meccanismo prescelto. Ma se, considerata la particolare situazione in cui ci troviamo, il segretario del primo partito della coalizione rivendicasse l’onere e l’onore di rappresentarla, noi saremmo disponibili a riconoscere la leadership di Bersani». Ma come si potranno riallacciare i rapporti col Pd visto che voterà a favore della manovra? «I nostri rapporti coi Democratici non cambiano: abbiamo grande rispetto della scelta del Pd di dare una fiducia a priori per senso di responsabilità verso il Paese. Noi , semplicemente, avremmo preferito fare fronte comune e negoziare col governo misure di equità prima di dargli la fiducia». Ma davvero è pensabile dopo quello che sta accadendo che
tra un anno e mezzo le forze che oggi si dividono sulla fiducia a Monti possano ripresentarsi insieme? Donadi è convinto di si, che a questa idea si oppone solo chi vuole scardinare il bipolarismo per esempio. O chi, nel Pd, vuole arrivare alle elezioni con un altro segretario o un altro candidato premier. La realtà è che non converrebbe a questo punto a Pd e Pdl correre con alleati così. E anzi converrebbe loro addirittura archiviare un bipolarismo che li ha costretti a stare sotto schiaffo di forze centrifughe rispetto al baricentro riformista che i due maggiori periti si erano dati. «Si tratta di rendersi conto che il bipolarismo, condizionato dalla estreme, non ha portato da nessuna parte – dice l’esponente del terzo polo Francesco Rutelli - O meglio, ha
caso neanche il fatto che al centro del lungo colloquio tra l’ex sindaco di Milano, Letizia Moratti, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini ci sarebbe stata l’evoluzione del quadro politico nel corso della stagione contrassegnata dal governo Monti e sia Fini sia Moratti avrebbero trovato più di una convergenza sulla necessita di cogliere l’occasione di questa fase di tregua per favorire la nascita di una coalizione capace di allargarsi a tutti coloro che intendono rinnovare l’attuale sistema politico.
La fiducia a Monti intanto è scontata alla Camera, non è affatto scontata invece la tenuta interna di Pdl e Pd all’ulteriore navigazione del governo. Nel Pd si attende con preoccupazione l’apertura del cantiere lavoro come lo chiama Monti, capitolo sul quale il partito potrebbe davvero spaccarsi sulle opzioni Fassina-Ichino. Nel partito di Alfano si registrano sin da ora malumori ormai non più trattenuti. Come quello dell’ex frondista Guido Crosetto che annuncia addirittura di non voler votare una manovra definita pessima. O come quello dell’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni che non vede l’ora di andare al voto: «Superata la fase emergenziale, la politica deve tornare ad essere protagonista della vita della Nazione. È proprio grazie alla politica che la manovra economica del governo Monti è stata notevolmente migliorata». Un ragionamento peraltro reversibile visto che è stato anche il fallimento della politica a comprimere in una manovra concepita in quindici giorni provvedimenti che dovevano essere presi gradualmente negli ultimi quindici anni.
«Si tratta di rendersi conto che il bipolarismo, condizionato dalle estreme, non ha portato da nessuna parte – dice l’esponente del Terzo polo Francesco Rutelli - O meglio, ha portato esattamente a dove siamo oggi» portato a dove siamo oggi. Se qualcuno vuole perseverare, con la versione bonsai del Pdl, con Berlusconi ombra di banco anziché capo effettivo, e con l’alleanza di sinistra Pd-Vendola-Di Pietro, si accomodi, ma non credo che sia una strada costruttiva. Certo, i numeri in Parlamento per fare una legge elettorale in questo senso può darsi ci siano, ma poiché chi sta in Parlamento sa anche cosa c’è fuori, non è un caso se tutti si pongano in realtà il problema di un rapporto con il Terzo Polo». E forse non sarà un
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l’approfondimento
Diffuse da Viale dell’Astronomia le stime 2012: il Pil dovrebbe calare dell’1,6%. E l’inflazione del 2011 è al 2,7%
La guerra continua
«Pazzesche resistenze alle liberalizzazioni», dice Passera. «Ma sconfiggeremo i corporativismi», promette Monti. E mentre Confindustria decreta «siamo già in recessione», Marcegaglia attacca: «La politica cede ancora alle caste» di Errico Novi
ROMA. Ci sono due possibili letture. La prima: agire con vigore sul terreno delle liberalizzazioni era effettivamente difficile in poche settimane, anche per un esecutivo con specifiche vocazioni qual è questo. Seconda ipotesi: Federfarma è più forte di Microsoft. Ora, premesso che i partiti della maggioranza di governo si tengono quasi sempre in equilibrio con le critiche e concedono appunto a Monti il beneficio dei tempi stretti, è la lettura numero due a convincere di più. Prevale cioè la sensazione che l’intreccio corporativo sia in Italia materia così resistente da mettere in difficoltà anche un liberalizzatore dal curriculum del professore. «Rispetto all’accusa di rappresentare i poteri forti, vorrei ricordare che da commissario europeo sono stato definito il Saddam Hussein degli affari». Il premier si è presentato così, il mese scorso, all’atto di chiedere la fiducia. Cosa è successo nel frattempo? Cosa ha
messo l’esecutivo tanto in minoranza al cospetto di tassisti, farmacisti e avvocati?
Difficile dunque allontanare il sospetto che questi ultimi siano più forti, in Italia, del Bill Gates messo in riga dal Monti eurocommissario. Paradossale, grottesco, ma arduo da confutare. Altrimenti, come si spiega tanta difficoltà nel vincere gli interessi delle mille caste? Fanno effetto le dichiarazioni dello stesso premier e del suo superministro Corrado Passera, attestati sulla linea “non ce l’abbiamo fatta ma torneremo alla carica”. Fa impressione davvero sentire una sostanziale ammissione di sconfitta come questa. Fanno forse ancora più colpo i rimbrotti ch arrivano dalla politica e dalla stessa Confindustria. Il tono di Emma Marcegaglia, forte anche dei dati allarmanti diffusi dal Centro studi di viale dell’Astronomia, colpisce per la severità, e un po’ anche perché in Italia non
è che i corpi sociali siano così ispirati alla filosofia della modernizzazione. Eppure la numero uno degli industriali dice che «la cosa più grave è che ancora una volta la politica, e anche questo governo formato da gente che crede nella libertà del mercato, ha ceduto a queste pressioni. È inaccettabile». Bacchettata bis: «Mi auguro, spero, chiedo che il governo cambi atteggiamento». Professore messo dietro la lavagna da politici e parti socia-
La pressione fiscale tra due anni salirà al 54%, dicono gli industriali
li? E chi l’avrebbe immaginato. «Sono inaccettabili certe resistenze», prosegue Marcegaglia nella sua requisitoria. E ancora: «Basta con chi alza barricate e con la politica che gli si inginocchia davanti». Messaggio finale: «Chiedo al governo di ripristinare le liberalizzazioni ipotizzate nel primo disegno su farmacie e tassisti. È inaccettabile che in un momento difficile come questo famiglie e imprese vengano colpite mentre ci sono quelli che anche nelle situazioni più difficili alzano le barricate». Forse c’è una quota di severità in eccesso, nella reazione di viale dell’Astronomia, come c’era stata nelle rimostranze del Pdl in commissione. Eppure l’idea di un esecutivo che non si sarà inginocchiato, questo è certo, ma ha dovuto incassare, piegarsi e raccogliere le energie come un pugile colpito a fine ripresa, questa idea sorprendente risuona anche nelle parole di Monti e Passera. Il premier:
«Le resistenze che si incontrano, e per me non sono una novità, quando si vogliono dispiegare le forze delle liberalizzazioni e della concorrenza, spesso vengono superate non al primo colpo ma con una determinazione tenace». Apprezzabile realismo ma anche ammissione che Federfarma è dotata di artigli che Bill Gates non si immagina.
E Passera? Dà una effettiva sensazione di difficoltà: «In quasi tutti i casi quello che avevamo in mente lo porteremo in fondo». Quasi tutto. Le liberalizzazioni, continua il responsabile di Sviluppo economico e Infrastrutture, costituiscono un «mondo difficilissimo» in cui «le resistenze sono pazzesche». Quindi ringrazia le categorie che collaborano. E aggiunge amaro: «Ringrazio meno chi si è messo di traverso». C’è un po’ di fatale imbarazzo tra i partiti che con maggiore coerenza sostengono l’esecutivo. E in Bersani più che
«Chi parla di manovra recessiva non sa dove eravamo», dice Giorgio Arfaras del Centro Einaudi
«Prima andava tappato il buco, ma da domani bisogna crescere» «Il premier non poteva far altro che affrontare l’emergenza. Solo così, è possibile che produzione e consumi inizino a risalire fra sei mesi» di Antonio Picasso erto, non è una manovra volta alla crescita». A dirlo è Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del Centro Einaudi. Tra le istituzioni comincia a palesarsi il rischio recessione, ieri lo ha ribadito Confindustria. Nel frattempo, gli economisti più liberali, o comunque vicini al governo, nutrono una consapevolezza radicata da più tempo. E ammettono che la strada imboccata da Monti è destinata a passare dalle forche caudine dei sacrifici per tutti. «L’Italia aveva bisogno di una legge finanziaria veloce, per regolare i conti pubblici ed evitare l’avvitamento verso il basso», spiega ancora Arfaras. «Una volta che sarà stoppata, o almeno frenata la discesa, si potrà pensare a come crescere». Le prospettive sul breve periodo, tuttavia, restano preoccupanti. Gli istituti di ricerca concordano nel prevedere una flessione riguardo alla produttività del nostro Paese. L’Osce stima un meno 0,5% del Pil. «Noi del Centro Einaudi crediamo che si arrivi all’1,5% o addirittura al 2% negativo». Sulla stessa linea si trova il Centro studi di Confindustria, che ha parlato di «pieno inverno per tutta la zona euro». Risuona stonata, invece, la mancanza di un rapporto firmato dall’Istat. È la prima volta che l’istituto nazionale si sottrae da questo compito. Molti vi scorgono un disincantato pessimismo. Meglio star zitti, che tracciare un quadro a tinte troppo fosche. Questo sarebbe il senso.
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Peraltro, i prossimi sei mesi potrebbero essere i più duri. La seconda metà del 2012, invece, è plausibile immaginare che sia leggermente di recupero. I tempi però sono lunghi. «Dobbiamo renderci conto che la crescita è un fenomeno di ricostruzione e quindi è lento per propria natura. Questo stride con il crollo economico attuale, la cui velocità è implicita». Quello del nostro interlocutore non è mero fatalismo. I comparti volano dell’economia sono quelli che sono. «Il Pil si aumenta con l’aumento dei consumi, degli investimenti, oppure incrementando le esportazioni o la spesa pubblica» (entrambe al netto rispettivamente di importazioni ed entrate, ndr). Arfaras ricorda che incidendo positivamente su una di queste voci, l’economia avrebbe tutte le possibilità di ripartire. Ci sono però degli ostacoli che esulano dalla manovra montiana. Nella attuale fase di recessione, è impensabile un aumento delle spese da parte dei consumatori. «Se poi sommiamo il rischio di vedersi prorogata l’età
pensionabile, l’eventualità si fa ancora più lontana». La gente ha paura di spendere. È entrata in un loop di condizionamento psicologico che non le permette di aprire il portafoglio. Anche nell’eventualità che esso sia pieno. Gli investimenti a loro volta restano congelati, in quanto l’industria italiana è in eccesso di capacità produttiva. In sostanza, i magazzini sono pieni. Prima di
«Attenzione: poter acquistare farmaci al supermercato lì per lì non serve alla crescita» mettere mano al portafoglio per realizzare nuove risorse, è necessario smaltire le scorte di troppo. Differente è poi il caso delle esportazioni. «Non possiamo credere che il made in Italy riceva una scossa di ottimismo dai mercati stranie-
ri nell’arco di una nottata», aggiunge Arfaras. E quando si riferisce ai tempi lunghi è proprio sulla bilancia commerciale che si focalizza. Tutto il mercato europeo è osservato con scetticismo dagli stranieri, sia come esportatore sia in qualità di territorio dove investire. La considerazione può mutare. Tuttavia, ci vorranno mesi. Lo ha ammesso la stessa Merkel, a capo di una Germania così frettolosa e incapace di stare al passo con il resto dell’Ue. Per la ripresa sono richieste pazienza e tenacia.
«L’aumento della spesa pubblica, infine, potrebbe avere una ragion d’essere, se solo il bilancio fosse più contenuto». In tal senso, si cade nel circolo vizioso dello Stato che eccede in uscite e, di conseguenza, è costretto a chiedere sempre di più ai suoi cittadini. Aumentando le tasse, si rallentano i consumi. E delle conseguenze di questo abbiamo già detto. E per le liberalizzazioni? Giusto in questi giorni, il governo è sotto attacco perché non avrebbe calcato la mano su una questione cruciale come questa. Arfaras ribadisce che anche le relative ripercussioni non è detto che possano rivelarsi virtuose già da domani. «Il fatto di poter acquistare farmaci al supermercato è un’ottima idea, ma non incide sulla crescita». Ancora più evidente lo si vede nel mercato del lavoro. «La sua liberalizzazione, che personalmente auspico, porterebbe le imprese a intervenire sui lavori meno produttivi. È clinicamente testato, quindi, che si avrebbe un’iniziale crescita della disoccupazione. Solo dopo, una volta riassestato il sistema, le imprese avvierebbero la stagione delle assunzioni». Chi critica la scarsità di interventi da Monti e Catricalà, a suo tempo entrambi alfieri delle liberalizzazioni, sostiene che il governo si sarebbe nascosto dietro la giustificazione dei tempi tecnici. In realtà, l’esecutivo è consapevole che misure di questo tipo, per quanto necessarie e urgenti, possano essere fatte una volta tamponata la falla dei conti pubblici. E, anche in quel caso, sarà richiesto più tempo dello sperato per beneficiare della deregulation. L’ipercriticismo adottato dagli osservatori verso l’esecutivo nascerebbe da una approssimazione di vedute. Perché i mali di un’economia sono visibili sull’immediato. Ma non è lo stesso per la crescita. «Questa sarà possibile mediante il varo di manovre ben precise, ciascuna orientata al risanamento di uno specifico settore della produttività».
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negli altri, giacché al segretario pd, quale precedessore di Passera, era andata meglio. «Sulle liberalizzazioni aspettiamo il governo al prossimo appuntamento. Il cambiamento è necessario e vorrei far presente che le liberalizzazioni non sono solo il mercato del lavoro». L’attesa fiduciosa è lo stesso atteggiamento assunto da Pier Ferdinando Casini. Però, per esempio, il fli Enzo Raisi parla senza riserve di «delusione», perché «se ci sono stati problemi con liberalizzazioni poco rilevanti come quelle su farmaci e tassisti, figurarsi quando toccheremo gli ordini». E colpisce più di tutto sentire Debora Serracchiani chiosare che «sulle liberalizzazioni il governo Monti si gioca parecchia credibilità». Delusa, è delusa pure lei, nota per essere la pasionaria della new generation democratica piuttosto che una campionessa del riformismo liberale.
E allora, nell’osservare qualche sussulto un po’ paradossale proveniente dalla politica, dallo stesso Berlusconi che dà del «disperato» a Monti, insomma da quei partiti che, essi stessi, hanno bloccato le deregulation in Parlamento, viene il sospetto che in realtà l’intoppo sia proprio nella loro mutazione genetica: svuotata di capacità di iniziativa, molta parte del Parlamento si è costitutivamente ridotta a mera rappresentanza dei microinteressi. Salvo scandalizzarsi delle conseguenze. Nel frattempo l’Antitrust prova a dare un segnale in controtendenza con una multa da 39 milioni a Poste italiane per «abuso di posizione dominante». Ma la sicumera delle corporazioni trova espressione nell’annuncio di tre giorni di sciopero, dal 27 al 29 dicembre, da parte degli edicolanti. Eppure l’apertura del mercato pare indispensabile alla luce anche dei dati forniti dal Centro studi di Confindustria: con questo governo e questa manovra l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 è più credibile, vi si legge; ma intanto la recessione tecnica ci sarà, almeno nel primo semestre del nuovo anno, per l’1,6%; la pressione fiscale reale, al netto del sommerso, sarà del 54% nel 2013; e soprattutto, nei prossimi due anni si perderanno altri 219mila posti di lavoro, per un totale di 800mila dall’inizio della crisi. Numeri che fanno più paura dei muscoli di Federfarma. «Il tasso di disoccupazione salirà più velocemente e potrebbe raggiungere il 9 per cento nel 2012». Non consola l’0,1% in meno di inflazione (+2,7% a novembre) segnalato dall’Istat. Il quadro è comunque complicato. E qualche apertura del mercato sarebbe a maggior ragione di conforto.
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Due interventi sul destino dell’Unione: per vedere se l’attuale classe dirigente è in grado di evitare che la rottura con Londra travolga tutto
Arriverà l’Europa al 2020?
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Il cuore del futuro si chiama Italia Roma è adesso l’unico interlocutore in grado di bloccare il tandem “Merkozy”, ma senza l’appoggio inglese rischia di non farcela. Così come per la Nato di John R. Bolton opo il recente vertice sulla crisi dell’Unione Europea tenutosi l’8 e il 9 dicembre, i mercati finanziari internazionali hanno reagito con cautela. E ne avevano ben donde, visto che questo ennesimo sforzo di salvare diversi paesi dell’Eurozona, e la stessa moneta unica, dal collasso fiscale ha prodotto solo mediocri risultati. Ben più importanti sono invece le conseguenze politiche del vertice: il Regno Unito si è staccato bruscamente dal duopolio continentale costituito da Germania e Francia, con contraccolpi drammatici sia per l’Unione Europea che per la Nato e con sostanziali risvolti anche per l’America e la sicurezza mondiale dell’Occidente. Bloccando un trattato comunitario sull’euro, Londra ha introdotto un cambiamento radicale o addirittura provocato una frattura nella stessa Ue.
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La coalizione dei liberal democratici del primo ministro Cameron ha criticato aspramente la sua posizione, presagio forse di una rottura della coalizione stessa. Naturalmente, se Cameron decidesse di tornare sui suoi passi, i Tory euroscettici non la prenderebbero bene e rischierebbero senza meno di far collassare anche il suo governo. Il reale impatto della decisione britannica al momento rimane poco chiaro, ma questo non toglie che la tendenza dell’Ue a “cavarsela” questa volta potrebbe essere solo un bel ricordo del passato. L’Ue si trova ora di fronte ad una scelta fra due soluzioni in corner e la posta in gioco è di enorme portata per il futuro dell’Europa. Nella prima – l’implosione dell’euro – succederà che molti dei suoi stati membri torneranno alle valute nazionali, mentre la moneta comune varrà poco più del marco tedesco per la Germania e i suoi satelliti eco-
nomici. Nella seconda – il mantenimento dell’euro – ci si troverà con un massiccio trasferimento delle sovranità nazionali a Bruxelles. L’autorità fiscale e monetaria per i membri dell’eurozona passerebbe infatti nelle mani di Bruxelles, che diventerebbe la vera capitale di quelli che erano diciassette stati, ora province dell’eurozona. L’Inghilterra e altri paesi non aderenti all’eurozona potrebbero staccarsi completamente dall’Unione europea, o tenere legami net-
Londra è sempre stata capace di intrufolarsi negli incontri dell’asse Parigi-Berlino, aprendo la porta anche alla partecipazione di altri membri dell’Ue tamente diversi con una sua versione più centralizzata. La possibilità di un’Europa a “due livelli” si fa sempre più evidente con l’attuale crisi dell’euro che ha spinto Germania e Francia verso un controllo più centralizzato sulle politiche finanziarie dei membri dell’eurozona. Infatti, se l’autorità monetaria e fiscale andrà ora in mani sovranazionali, il blocco che ne conseguirà dominerà quasi automaticamente i membri dell’Ue non aderenti all’euro. Questa convergenza poli-
tica ed economica di strategia d’azione è fondamentale per la teologia che è alla base dell’euro in primo luogo, ma le sue estreme implicazioni erano state ben nascoste (se non ignorate) prima della crisi finanziaria dell’Ue. Questo non è più possibile. La Gran Bretagna per quanto ne sappiamo non accetterebbe mai che alcune decisioni politiche cruciali venissero prese in primis fra i membri dell’eurozona, e solo dopo presentate come faits accomplis alla manciata dei paesi superstiti dell’Ue. I media hanno sottolineato che l’Inghilterra è la sola ad opporsi ad un trattato europeo (precludendo quindi il coinvolgimento di una burocrazia Ue nella gestione della politica fiscale). Un vero accordo tuttavia ancora non esiste. I leader dell’eurozona hanno dovuto dichiarare una vittoria politica, quindi hanno fatto quello che era necessario che facessero, annunciando un accordo per soddisfare i mercati finanziari, e rimandando a posteriori la contrattazione più dura.
I mercati si stanno rendendo sempre più conto che lo scetticismo dei membri dell’eurozona circa un presunto trionfo sta aumentando e si chiedono quali accordi sono effettivamente stati presi nel vertice. Inoltre, alcuni membri dell’Ue (sia paesi euro che non-euro), non volendo rompere apertamente con Germania e Francia, si sono rifugiati sotto l’ala inglese. Lo scetticismo sugli accordi presi sembrerebbe in aumento, non in diminuzione, evidenziando ancora più guai per “l’accordo”del vertice.
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Quindi, il blocco dei dissidenti, all’interno dell’Ue ma fuori dall’eurozona, potrebbe non coinvolgere non soltanto l’Inghilterra. Ma anche se la Gran Bretagna restasse da sola, avrà inevitabilmente un legame diverso con l’Ue. Mantenendo più sovranità politica e libertà di azione di quanto sarebbe possibile all’interno dell’Ue, Londra potrebbe rimanere un alleato forte di Washington. Detto questo, se la Gran Bretagna cambiasse radicalmente le sue relazioni con l’Unione europea, a pagarne le spese ed a perderci più di tutti sarebbe senza dubbio l’Italia.La partnership franco-tedesca è diventata sempre più importante con gli anni, ma l’Inghilterra è sempre stata capace di intrufolarsi negli incontri dell’asse Parigi-Berlino, aprendo la porta anche alla partecipazione di altri membri dell’Ue, compresa l’Italia. L’Italia, invece, non è quasi mai riuscita a rompere l’asse per conto suo. Ora, con la possibile rimozione della Gran Bretagna dall’equazione su tutte le questioni più rilevanti, l’Italia potrebbe vedersi ridotta al livello di Belgio e Portogallo, e accettare quanto concordato da Germania e Francia perché non avrebbe altra scelta. Il modo in cui questo livello di subordinazione influirà sulle istituzioni democratiche dell’Italia o degli altri paesi dell’eurozona nella stessa situazione, non è ancora noto, ma le prospettive sono cupe.
L’Italia quindi si trova in attesa di decisioni circa la propria sovranità che sono estremamente importanti per il suo futuro. Roma vorrà che i suoi futuri governi siano soggetti all’approvazione di Francia e Germania, come è stato per la scelta del governo di Mario Monti, o i cittadini italiani credono di essere capaci di scegliere i propri leader? L’Italia ha intenzione di perdere il proprio antico, storico e diretto legame con gli Stati Uniti e permettere quindi che questo legame venga definito attraverso le lenti di Berlino e Parigi? Si tratta di questioni cui non si può rispondere velocemente, ma che gli italiani devono tenere a mente nella loro riflessione su come procedere con l’Ue. Tuttavia, in maniera ancor più ampia dell’Ue, anche la Nato sarà colpita dalla soluzione che l’Europa sceglierà di adottare. Dal punto di vista geostrategico, l’Unione europea è sempre stata inferiore alla somma delle sue parti, ma una sua versione radicalmente ristrutturata potrebbe produrre significative implicazioni sulla sicurezza. Se i membri dell’eurozona si vedranno ridurre la propria sovranità, un simultaneo blocco franco-tedesco produrrebbe inevitabilmente una diminuzione dell’importanza della Nato. Se la Germania continuerà ad insistere su un approccio da “piccola Europa”agli affari internazionali, la possibilità che stati Nato noneuro e alcuni ancora nell’Ue formino nuove alleanze non può essere scontata. Né può essere scontato che questo nuovo gruppo – l’America, la Gran Bretagna, il Canada, la Norvegia, l’Islanda e forse altri – potrà infine decidere per un’ulteriore apertura, aggiungendo Giappone, Australia, Singapore e Israele, come ha suggerito l’ex primo ministro spagnolo Aznar. È improbabile che il vertice Ue di dicembre intendesse realmente produrre le conseguenze radicali che ci si potrebbero presentare. Con o senza intenzione, è esattamente questo quanto è accaduto. Il dramma dell’Ue continuerà, con implicazioni profonde e ancora ignote per gli Stati Uniti, per la Nato e per la stessa Europa.
Finora la Storia dà Dopo la presa di distanza dall’Euro e dall’Europa, viaggio negli umori della Gran Bretagna di oggi (che trova le proprie motivazioni in quella di ieri) di Giancarlo Galli
arlo (telefono) con amici londinesi di antica data. Amano il “Continente”, come lo chiamano. Con l’anno in arrivo, ci ritroveremo puntuali sulla Costa Azzura, fra Nizza e Cap Ferrat. Se Sua Maestà il Sole non tradisce, in barba all’anagrafe e connessi reumatismi, un tuffo collettivo nelle acque cristalline della baia di Villefranche, seguito dalla per noi tradizionale abbuffata di crostacei all’Oursin Bleu. Che ne pensano della decisione di David Cameron, premier conservatore, di “prendere il largo” dall’Unione europea a dispetto delle ire dell’alleato liberale Nick Clegg? Sibillina risposta: «Amiamo talmente la Sterlina da non avere alcuna intenzione di legare i nostri destini all’euro, e nemmeno metterci in quel trick (imbroglio), in cui vi siete cacciati. Sarkozy tira la coperta da una parte, la Merkel dall’altra... Meglio soli che male accompagnati».
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Non intendo mettermi nei panni del Pierino contestatore, tuttavia agli amici d’Oltre Manica non posso negare (a differenza di quelle disinvolte affermazioni che trovano largo spazio nelle gazzette continentali), una continuità di pensiero, di comportamenti. Sarà pure giusto criticarli per egoismo insulare prossimo all’arroganza, ma mai dimenticare che i cittadini della mitica Albione hanno nella tradizione uno dei pilastri. Il principale, la Sterlina. Piaccia o dispiaccia, quello della Sterlina è il preclaro esempio dell’attaccamento di un popolo alla propria moneta. «Nella
buona e nella cattiva sorte», come recitano le sacre formule dei matrimoni indissolubili, che categoricamente escludono i divorzi.
Con crescente nervosismo, da “continentali” ci chiediamo perché gli inglesi restino in stragrande maggioranza (non a caso David Cameron ha prospettato un referendum, sicuro di stravincere) affezionati alla Sterlina. Rifiutando dapprima con i più vari pretesti di aderire all’euro, adesso prendendo ancora più le distanze. Assai più perspicaci, occorre ammetterlo, gli americani, che mai hanno chiesto ai “cugini”di confluire nel dollaro.Verità è che gli anglosassoni, a differenza nostra, accoppiano la dignità nazionale con l’autonomia monetaria. Mai, per dirla fuori dai denti, un cittadino britannico tollererebbe una riforma monetaria calata dall’alto; e nemmeno che si tirasse un frego su secoli di storia patria con un semplice voto parlamentare, magari a maggioranza risicata. Nel Parlamento di Westminster, la Storia non è acqua che scorre sotto i ponti del Tamigi, modesto fiume che però s’arroga superiorità nei confronti della Senna, del Reno, del Danubio, del Po e del Tevere. L’origine del nome (Pound Sterling = Lira Sterlina), risale al XII secolo, allorché Enrico II, mandante dell’assassinio di Thomas Becket arcivescovo di Canterbury, consentì ai mercanti di coniare pesanti monete d’argento dal peso di una libbra (pound), regolandosi sui criteri fissati dall’Imperatore Carlo Magno. Prima
Gli anglosassoni, a differenza nostra, accoppiano la dignità nazionale con l’autonomia monetaria. Sin dai tempi di Enrico II... che venissero fissati precisi rapporti con l’oro nel 1717, se ne videro di tutti i colori. La ricca borghesia commerciale era usa depositare i propri capitali alla Zecca, nella Torre di Londra. Nottetempo, nel 1628, Re Carlo I decise di fare “man bassa in campo altrui” (da qui il diffuso detto popolare), impadronendosi di ben 200mila sterline. I cambiavalute della City presero ad emettere le Goldsmiths notes, rapportate all’oro, senonché il cambio era arbitrario. Fu Isaac Newton, direttore della Zecca, a mettere ordine, favorendo la creazione della Banca d’Inghilterra ai cui sportelli ogni cittadino poteva ottenere in contropartita di 3 sterline, 17 scellini e 3 pences (in carta o vile metallo), un’oncia di oro fino. Bisognerà tuttavia attendere il 1844, allorché il primo ministro Robert Peel, col Bank Act, stabilisca che al cartaceo in circolazione debba corrispondere un “tallone aureo”. Da
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à ragione a Londra
quel momento, la sterlina si lega al metallo giallo. Con la Prima guerra mondiale, concedendo deroghe al Bank Act, il governo emette banconote ed obbligazioni statali prive di “copertura”, e sospendendo la convertibilità in oro. L’orgoglio di una moneta che si pretende “sovrana” trova nel 1925 l’alfiere in Winston Churchill che reintroduce la gloriosa e perduta parità: 1 sterlina = 7,32 grammi d’oro. Non può durare, e alla vigilia della Seconda guerra mondiale, la sterlina sembra divenuta “una moneta come le altre”, per applicare un concetto che si riserva alle fanciulle che hanno perso la verginità. In molti, sul Continente, ne sono convinti. Gli inglesi no.
Se nel 1971 hanno dovuto, masticando amaro, convertirsi al sistema decimale per entrare nella Comunità europea, coi 20 scellini e 12 pence parametrati alla nuova sterlina da cento pence, nel 1978 Londra “accetta ma non sottoscrive” le regole dello Sme, il Sistema monetario europeo. Identica posizione per i Trattati di Maastricht: “accettati” con la clausola oping out: in pratica il diritto di sospendere la totale partecipazione sino a un referendum popolare. Mai convocato. Nemmeno dal laburista Tony Blair, che pure non perdeva occasione per sbandierare il suo europeismo. In sostanza, gli inglesi hanno preferito mettersi alla finestra, pronti a salire sulla barca dell’euro, se... Con la crisi economica globale, l’immenso esercito dei nostalgici della sterlina, o
«Avete fatto della moneta unica l’attaccapanni delle speranze, e vi siete comportati da biscazzieri», dicono a noi italiani se vogliamo gli anti-euro, ha visto i ranghi infoltirsi. Dando ascolto ai sondaggisti, oggi ben il 62 per cento degli albionici approva l’energica presa di distanza da Bruxelles e dall’euro del premier Cameron, e gli europeisti convinti non raggiungono il 20 per cento; tant’è che il liberale Clegg ha dovuto compiere una veloce retromarcia. I media del Continente paiono gareggiare nel definire “miope”la posizione inglese. Sostenendo che l’isolazionismo della sterlina ha il fiato corto. In teoria, ragioni da vendere; in pratica? Sia consentito ricordare che un decennio fa identica campana a morto veniva suonata per il “piccolo” franco svizzero. Solitario, nel cuore di Eurolandia... Lo ritroviamo più vitale che mai, con le banche zurighesi unicamente preoccupate di contenere (alzando il cambio), l’afflusso di capitali in cerca di sicurezza. Londra, a sua volta, è divenuta la principale piazza
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europea per gli scambi azionari, con la City che pare tornata agli antichi splendori. Fuoco di paglia o piuttosto il convincimento che le prospettive del Vecchio Continente siano poco rassicuranti? Nelle valutazioni degli operatori londinesi, finanza e politica s’intrecciano. Sentire quotidianamente le primedonne di Bruxelles e Francoforte litigare come comari al mercato, esalta il loro euroscetticismo. Tanto più che la City è divenuta la gallina d’oro del Regno Unito: 124 miliardi (in sterline) il “giro d’affari” pari ad oltre il 10 per cento del Pi. Un milione e mezzo di dipendenti. Che, poi, non si fidino di mettersi nelle braccia del francese Sarkozy e di Frau Merkel, lo si deve quantomeno capire. Qualche giorno fa, all’Europarlamento il conservatore e re degli euroscettici britannici Nigel Farage tuonava: «Voi avete deciso di stare sul Titanic, noi restiamo sulla nostra barca...». Aggiungendo sarcastico: «Il Regno Unito è un’unione fiscale di vecchia data, Londra, l’Inghilterra sudorientale e l’East Anglia sovvenzionano il resto dell’Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord, Galles, verificando i conti (...). Quando mai il Parlamento europeo ha avuto il coraggio di mettere il naso su quel che combinavano greci e italiani, portoghesi e spagnoli?».
Amare verità, s’ha da ammetterlo. Tuttavia senza nascondere una verità ancora più grande: la secolare “allergia” britannica nei confronti del Continente. L’ammiraglio Nelson che sconfisse la napoleonica flotta franco-spagnola pronta all’invasione a Trafalgar; la Raf che nell’estate 1940, dopo la resa delle armate francesi, contrastò con successo i disegni hitleriani impedendo il vagheggiato sbarco sulle bianche scogliere di Dover. Quanto all’Italia (e agli italiani), un antico amore per la “perla del Mediterraneo”, non però disgiunto da interrogativi. Pur accantonando la politica fascista, gli anatemi mussoliniani contro “la perfida Albione”, le perplessità su una spensierata economia che hanno portato le pubbliche finanze sull’orlo del dissesto. Ultima battuta degli amici londinesi: «Avete fatto dell’euro l’attaccapanni delle speranze, e vi siete comportati da gamblers (biscazzieri). Mario Monti è bravo e competente, ma riuscirà a raddrizzare un Paese dalle gambe storte?». Giudizi severi, che fanno male. Probabilmente più epidermici che meditati. Sarebbe però pericoloso, come sta accadendo, scadere in sterile polemica. A convincere l’opinione pubblica inglese e le vecchie volpi della City che l’euro è realtà consolidata, al pari dell’Unione europea (a patto non si allarghi troppo, con sospettosa frettolosità), occorrono dimostrazioni concrete. Poiché il pragmatismo è uno dei pilastri della cultura britannica. Nemmeno dimenticando, sarebbe gravissimo!, le ansie che nel Regno Unito accompagnano l’egemonica crescita della Germania. Probabilmente David Cameron, nelle sue decisioni categoriche, s’è lasciato influenzare, trascinare, dagli animal spirits dell’isolazionismo britannico. Nella convinzione (illusoria?) che la Manica sia più larga e tempestosa dell’Oceano Atlantico. Oltre la metafora: più conveniente avvicinarsi agli Usa, al dollaro, che fare causa comune col Vecchio Continente.Tocca dunque ai soloni di Bruxelles e Francoforte convincerli del contrario. E non a parole.
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L’accordo, firmato nel 2008 a Bengasi da Berlusconi e Gheddafi era stato sospeso durante la guerra contro il regime dell’ex Raìs
L’amico ritrovato Monti incontra Jalil a Roma e riattiva il Trattato di amicizia con la Libia di Luisa Arezzo talia e Libia hanno deciso di riattivare il Trattato di amicizia firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008 a Bengasi e sospeso durante il conflitto che ha condotto alla fine del regime del Raìs. Ad annunciarlo sono stati il premier, Mario Monti, e il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mustafa Abdel Jalil, che ieri a Palazzo Chigi hanno avuto un incontro di un’ora e mezza. «Con Jalil abbiamo deciso di riattivare il Trattato di amicizia la cui applicazione era stata sospesa», ha comunicato Monti, seguito a stretto giro da Jalil, secondo cui la riattivazione del protocollo «è nell’interesse dei due Paesi». Nessun fronzolo ulteriore, nessuna festa del perdono, nessuna dichiarazione fuori dalle righe, nessuna tenda o presentazione di album fotografici dei nipotini, come aveva fatto il Cavaliere a Bengasi nel 2008. È anche vero, però, che Jalil in Libia è nell’occhio del ciclone: solo due giorni fa erano circolate delle voci di dimissioni, poi rientrate, a conferma che il governo ad interim è comun-
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Sopra, tecnici dell’Eni in Libia. In apertura, Monti assieme a Jalil. A destra, Gheddafi e Berlusconi. Sotto Bouteflika e Rossella Urru que nella bufera. Al momento, comunque, l’accordo, su cui il Cnt avrebbe espresso in passato perplessità per alcuni punti, continuerà ad essere valido: riconfermata dunque la cooperazione nella lotta contro l’immigrazione clandestina, con maggiori controlli lungo le coste libiche, e anche una serie di investimenti italiani in Libia. Previsto anche un risarcimento economico alla Libia per l’epoca coloniale pari a 4 miliardi di euro in
25 anni, in cambio di un’attenzione alle aziende italiane nelle commesse pubbliche.
«La Libia con il presidente Jalil sta coronando le sue aspirazioni alla libertà e alla democrazia», ha affermato Monti, che a metà gennaio si recherà in visita a Tripoli. Il premier ha voluto anche complimentarsi con il Cnt per la «determinazione mostrata in ogni momento ad evitare qualsiasi atteggia-
mento vendicativo» verso gli esponenti dell’ex regime. Quindi, la conferma dell’impegno economico a fianco di Tripoli, a partire dallo scongelamento, da parte di Roma, dei fondi libici, passati da 230 a 600 milioni di euro. L’Italia sarà in prima linea anche nella ricostruzione ed è pronta a dare assistenza nei settori strategici, dalla sicurezza all’energia alle infrastrutture. Quanto ai crediti delle aziende italiane in Libia, Monti ha
spiegato di aver convenuto con Jalil «sull’importanza delle procedure per il riconoscimento e la certificazione» di tali crediti e sul possibile uso a tale scopo dei fondi scongelati. Jalil ha confermato l’intesa, «purché si tratti di crediti reali e legittimi. Noi ci adoperiamo per la piena trasparenza», ha precisato. Jalil è stato poi ricevuto al Quirinale dal presidente Giorgio Napolitano e nel pomeriggio dal presidente della Camera, Gianfran-
Il Fronte di Liberazione Nazionale (il partito di governo) annuncia che il dittatore si presenterà alle elezioni del 2014
In Algeria è sempre inverno. Bouteflika si ricandida di Muhammad Krishan Algeria sembra non voler ricavare nulla da quanto è accaduto e sta accadendo nei paesi arabi dopo il rovesciamento di Ben Ali lo scorso gennaio. Non solo il governo algerino ha assunto posizioni fiacche o contrarie rispetto a tutto ciò che è accaduto in Tunisia, Egitto, Libia,Yemen e Siria, sulla base di varie giustificazioni; ma ecco che in questi giorni, persino in casa propria, vediamo il governo decidere di andare, in più di un ambito, contro quella che si potrebbe chiamare “una vera riforma politica”. Ultimo in ordine di tempo, a questo proposito, è l’annuncio di Abdelaziz Belkhadem – segretario generale del Fronte di Liberazione Nazionale, il partito algerino al governo – che il presidente Abdelaziz Bouteflika sarà il candidato del partito alle prossime elezioni presidenziali del 2014 «a meno che egli non rifiuti». In realtà, non vie-
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ne richiesto a nessuno, in Algeria, di dire fin d’ora – quando mancano ancora almeno due anni – che il presidente attuale sarà anche il prossimo presidente.
Semmai sarebbe necessario comunicare fin d’ora la dichiarazione che Bouteflika non si candiderà: si saprebbe allora in cosa starebbe la precocità e la dignità della di-
biamento che avrebbe potuto iniziare fin d’ora, ed il cui coronamento sarebbe stato la scelta di un nuovo presidente per il paese nel 2014. La dichiarazione di Belkhadem al giornale algerino El-Khabar in sostanza è la seguente: non aspettatevi un cambiamento ai vertici dello Stato fra due anni, a meno che non sarà il presidente stesso a concederlo. Ciò avviene sebbene non sia più un segreto che attualmente è in corso un dibattito nel paese sullo stato di salute del presidente e sulla sua capacità di continuare a sopportare l’enorme fardello delle sue responsabilità. Com’è dunque possibile annunciare fin d’ora al popolo che colui che oggi è oggetto di polemiche è lo stesso che sarà candidato fra due anni? E questo naturalmente senza trascurare che Belkhadem non si è neanche preso la briga di fare un accenno fugace al fatto che ciò sarà possibile solo se Dio prolun-
Il parlamento algerino si appresta a ratificare una legge che inasprisce le condizioni per la creazione di partiti politici invece di semplificarle. Così facendo, va contro le promesse fatte chiarazione stessa. Essa infatti avrebbe potuto significare l’apertura di orizzonti di cambiamento a proposito dei quali sarebbe preferibile cominciare a pensare fin da subito, esaminandone i dettagli. Ciò avrebbe potuto essere inteso come il fatto che il paese è intenzionato a entrare in un’epoca diversa, fondata sul cambiamento pacifico – un cam-
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per il Commercio estero, al momento non sono più di 40 le aziende italiane che hanno ripreso le attività in Libia dopo la rivoluzione, a fronte delle 134 che erano presenti durante l’era Gheddafi e che ora «stanno aspettando che la situazione interna si normalizzi». Oltre all’Eni, hanno ripreso le attività anche alcune società collegate al ”Cane a sei zampe” come Dietsmann, Demont, Bonatti e Impresub. L’Oil&Gas, commentano da Tripoli, «è l’unico settore che, per ovvi motivi, è ripartito».
co Fini. Oltre a un ringraziamento all’ex premier, Silvio Berlusconi, il cui governo «fin dall’inizio» ha sostenuto la rivolta, Jalil ha reso omaggio al «coraggio» e alla «dedizione al lavoro» dell’Eni, che «ha ormai raggiunto il 70% della produzione precedente».
Ma quali sono gli interessi del nostro Paese in Libia? Non solo la finanza, con le quote libiche, e quindi i diritti di voto e i divi-
dendi, che erano stati già sterilizzati a febbraio dall’Unione Europea. Ma soprattutto investimenti consistenti, grandi appalti, forniture di materie prime e maxi-commesse che sono ancora congelate. Con ripercussioni consistenti sui bilanci delle società e sull’economia italiana (a pagare il conto soprattutto le piccole e medie imprese della subfornitura). Secondo i dati forniti ad Aki-AdnKronos dall’ufficio tripolino dell’Istituto
Anche se nel paese nordafricano non sono tornate solo le aziende italiane legate al settore degli idrocarburi. Alitalia è l’unica compagnia europea che ha ripreso i voli da e per la Libia. Ma hanno ricominciato le loro attività anche le compagnie di navigazione marittima Tarros, Messina ed Arabital, la Techint, che sta collaborando per la ripresa dei lavori dell’acciaieria Lisco e l’Iveco, che ha ripreso la produzione, anche se in maniera ridotta. Oltre a queste aziende, fa sapere ancora
La cooperante italiana è stata sequestrata il 23 ottobre
Presi i rapitori di Rossella Alcuni dei presunti sequestratori dell’italiana Rossella Urru - rapita il 23 ottobre scorso in Algeria insieme ad altri due cooperanti spagnoli - sono stati arrestati dai servizi di sicurezza del Fronte Polisario. Secondo le fonti i fermati - di cui non è stato reso noto né il numero né la nazionalità avrebbero agito per conto di un’organizzazione criminale fin qui sconosciuta. Tre giorni fa uno dei mediatori maliani che si occupa dei negoziati per il rilascio degli ostaggi aveva diffuso un video fornito dai seque-
stratori dei tre cooperanti europei. Il rapimento era stato rivendicato da un gruppo dissidente di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi), il Movimento Unito per il Jihad nell’Africa Occidentale che intende appunto ampliare la zona di operazioni dell’Aqmi - limitate finora al Maghreb verso ovest. La 30enne Urru, cooperante italiana e rappresentante del Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli è stata rapita insieme a due volontari spagnoli, Ainhoa Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons.
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l’Ice, in Libia sono attualmente presenti alcune delle nostre maggiori società di costruzioni (Impregilo, Salini, Bonatti, Bentini, Conicos, Ferretti, Pascucci&Vannucci, Piccini), titolari di contratti importanti assegnati nel periodo pre-rivoluzione, le quali stanno negoziando con il governo transitorio se e quando riprendere i lavori, così come
le delle commesse stipulate da Finmeccanica che si è aggiudicata numerosi contratti in Libia attraverso le sue controllate, come Ansaldo Sts e Selex Sistemi Integrati. Le condizioni di ripresa sono legate alle verifiche che il Cnt sta effettuando su tutti i contratti in essere prima della rivoluzione che saranno confermati qualora non scaturiranno elementi di corruzione. Il “quando” invece è stato stabilito: dopo le elezioni, a cura del governo legittimato dal voto popolare. Sempre ieri, Farhat Omar Bengdara, ex presidente della Banca Centrale della Libia, è arrivato all’assemblea straordinaria di Unicredit in corso a Roma per deliberare sull’aumento di capitale da 7,5 milioni di euro. La sua presenza è fon-
Confermato anche il risarcimento economico per l’epoca coloniale pari a 4 miliardi di euro in 25 anni, in cambio di un’attenzione particolare alle aziende italiane nelle commesse pubbliche alcune società di engineering (Tecon e Intertecno), nonché la Sirti e la Prysmyan (Pirelli). Ad esempio, Impregilo ha in essere progetti nel settore costruzioni: come la Conference hall di Tripoli, la realizzazione di tre poli universitari e la progettazione e realizzazione di lavori infrastrutturali e di opere di urbanizzazione nelle città di Tripoli e Misurata. Si tratta di ordini che si aggirano attorno al miliardo di euro. Una cifra vicina a quel-
gherà la vita del presidente. Inoltre, a rafforzare ulteriormente l’impressione che le prospettive di cambiamento pacifico e democratico in Algeria siano praticamente in un vicolo cieco sono le parole pronunciate ancora una volta da Belkhadem per sminuire le rivoluzioni di interi popoli contro la tirannia e la corruzione.
Non solo Belkhadem si è rifiutato di definire “rivoluzioni”le mobilitazioni a cui stanno assistendo i paesi arabi – cosa che è pur sempre un suo diritto – ma si è chiesto, con una sorta di intenzionale semplificazione, chi è che si nasconde dietro Facebook, dimenticando che la stragrande maggioranza di coloro che si sono rivoltati contro l’ingiustizia di Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Saleh e Assad non ha mai conosciuto in vita sua il significato di questa parola. È vero che alcuni gruppi di giovani, più o meno numerosi a seconda dei diversi paesi arabi, hanno fatto ricorso a questo moderno mezzo di lotta, di mobilitazione e di comunicazione via internet, ma non è vero, né esatto né giusto, ridurre le rivoluzioni dei popoli arabi contro decenni di dittatura e di corruzione a questo noto sito web. Pur tenendo in considerazione la specificità dell’esperienza vissuta dall’Algeria nel 1989 – che aprì la porta al pluralismo malgrado il golpe militare contro la volontà degli elettori nel 1990 e il successi-
damentale, visto che Bengdara partecipa all’assemblea in qualità di vice presidente (in tutto sono quattro) di UniCredit. Il colosso bancario è stato sotto i riflettori per mesi per la partecipazione libica nella banca di Piazza Cordusio. Tra gli azionisti, infatti, ci sono la Central Bank of Libya (4,988%) e Libyan Investment Authority (2,594%). Sommando le due quote la componente libica è di gran lunga il primo azionista.
vo massacro di oltre 100.000 algerini – ciò non dà a Belkhadem il diritto di fare paragoni del tutto inappropriati per giungere a una conclusione preconcetta la cui sostanza è, molto semplicemente, che “ciò che hanno fatto i paesi vicini non è un atto eroico”! Ad accrescere la probabilità che le dichiarazioni di Belkhadem – le quali deludono le speranze di cambiamento in Algeria e sviliscono il cambiamento in atto in altri paesi – non siano affatto dichiarazioni personali è il fatto che il parlamento algerino riunitosi la scorsa settimana si appresta a ratificare una legge che inasprisce le condizioni per la creazione di partiti politici invece di semplificarle.
E ciò avviene malgrado il fatto che lo stesso presidente Bouteflika aveva promesso, lo scorso 15 aprile, di compiere riforme politiche complessive, ed in particolare di emendare la legge sui partiti ed altre 15 leggi. Fino a quando non verranno rilasciate dichiarazioni di altro tenore da parte di leader algerini che riflettono gli orientamenti dell’establishment al potere, ed in primo luogo dell’esercito – dichiarazioni che accennino all’apertura dello spazio politico invece che a un suo ulteriore restringimento – l’Algeria si avvierà inevitabilmente verso una fase di ulteriore crisi che preannuncia eventi ancor più gravi.
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Per placare le proteste il premier usa l’arma della leggerezza e scherza con i manifestanti in diretta Tv (ma non con McCain)
Putin, l’homo ironicus E contro l’accusa di brogli promette web cam nei seggi elettorali il 4 marzo di Enrico Singer a carota e il bastone. Medvedev si presenta a Bruxelles con dieci miliardi di dollari per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi e, nello stesso tempo, Putin a Mosca attacca gli Stati Uniti con una violenza che sembrava dimenticata e li accusa di essere anche responsabili della morte di Gheddafi. La Russia entra, finalmente, nell’Organizzazione mondiale del commercio e s’impegna a rispettarne le regole, ma il Parlamento europeo sanziona altre regole infrante: i brogli avvenuti nelle ultime elezioni della Duma che rendono quel voto nullo e da ripetere. E mentre per il fine settimana si annunciano nuove manifestazioni di protesta in piazza, si moltiplicano i candidati per il prossimo, decisivo appuntamento con le urne: quello del 4 marzo 2012 che assegnerà la poltronissima del Cremlino. Con il tycoon Mikhail Prokhorov, terzo uomo più ricco del Paese, che scende in campo e promette di graziare l’oligarcaoppositore, Mikhail Khodorkovsky, come suo primo atto se sarà eletto presidente. Mai come nelle ultime 24 ore, la Russia ha mostrato i suoi diversi volti. Apparentemente contrastanti, in realtà specchio di una situazione in movimento che la coppia Putin-Medvedev comincia a fare fatica a controllare.
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Ma che, proprio per questo, tenta di dominare muovendo tutte le leve che ha a disposizione: dal ricatto economico, alla minaccia di un ritorno allo scontro tra blocchi, fino alle aperture – almeno dichiarate – verso una maggiore trasparenza («metteremo una webcam in ogni seggio per evitare irregolarità», ha detto Putin in tv) condite, però, da manovre e congiure di ogni tipo per centrare l’obiettivo finale: mantenere il potere nonostante l’evidente calo del consenso. Ma andiamo per ordine. La prima fase di questa convulsa giornata si è giocata quasi in contemporanea tra Bruxelles – dove Dmitri Medvedev ha partecipato al vertice Ue-Russia – e Mosca dove Vladimir Putin ha risposto alle domande (pilotate) della gente in una lunga diretta
televisiva. L’asprezza delle parole di Putin ha toccato il massimo quando una domanda lo ha portato a parlare della fine di Gheddafi. L’uomo forte del Cremlino ha detto che il colonnello è stato «ucciso senza un’indagine o un processo» con un’operazione guidata dagli americani. «Il mondo intero ha visto. C’era sangue dappertutto. È questa la democrazia? Chi è stato? I droni, compresi quelli degli Stati Uniti, hanno colpito il suo corteo e poi dei commando, che non avrebbero dovuto essere lì, hanno chiamato via radio la cosiddetta opposizione e i militanti». Putin ha anche commentato le dichiarazioni
Una dichiarazione, questa, che ha provocato l’immediata protesta del segretario di Stato, Hillary Clinton, che ha naturalmente escluso ogni ingerenza e ha ripetuto che le proteste degli ultimi giorni «sono spontanee e vengono dall’interno».
Quello che sta succedendo in Russia, ha detto Hillary Clinton «non dipende dagli Stati Uniti, ma dal popolo russo». Si è rinnovato, così, lo scontro già esploso all’indomani del voto quando Washington – e in particolare la Clinton – aveva sollecitato un’inchiesta sulle elezioni per il rinnovo della Duma. Ieri Putin su questo ha ta-
«Quando ho visto che i manifestanti portavano sul petto certi affari bianchi, ha detto lo “zar”, ho pensato a una campagna contro l’Aids». Insomma, credeva che fossero dei condom... del senatore americano, John McCain, il quale non aveva escluso che l’attuale premier russo potrebbe anche fare la stessa fine del raìss libico nel caso di una rivolta popolare. «La verità è che temono il nostro potenziale nucleare. C’è chi vuole mettere in disparte la Russia perché non gli impedisca di dominare il mondo», ha detto Putin. «L’America vuole vassalli, non alleati» è stata la sua analisi che lo ha rapidamente portato sul fronte interno. Anche le manifestazioni contro i brogli elettorali sarebbero «orchestrate dall’esterno». E, in particolare, sempre dagli Usa che avrebbero «manipolato chi è sceso in piazza».
gliato corto: i riusultati del voto sono «indiscutibili e rispecchiano la realtà del Paese». Putin ha anche ironizzato sui manifestanti: «Onestamente, quando ho visto nelle immagini tv che alcuni avevano un nastrino bianco appuntato sul bavero di giacconi e cappotti, ho pensato che fosse una manifestazione di propaganda della lotta contro l’Aids e che quel nastrino, chiedo scusa, fosse un preservativo». Non solo. «Le manifestazioni sono un diritto, è normale che la gente esprima le proprie opinioni... se questo è il risultato di quello che alcuni chiamano il regime di Putin allora sono contento». Una vera e propria controffensiva, insom-
ma. Con il pensiero rivolto già alle elezioni presidenziali e con nuovi attacchi all’opposizione: «Vi dicono che non c’è ragione di andare a votare perché i risultati saranno truccati, ma io vi prometto che questo non succederà. Potremmo mettere anche delle webcam nei seggi. Così se qualcuno di voi sarà molto impegnato, se vorrà andare a raccogliere patate, deve sapere che nessuno voterà al suo posto». Mentre tre diversi canali della televisione russa e tre della radio rilanciavano in diretta lo show di Putin, a Bruxelles Dmitri Medvedev incontrava i presidenti della Commissione e del Consiglio della Ue, Manuel Barroso e Herman Van Rompuy, per il ventiquattresimo vertice bilaterale tra la Russia e l’Unione europea. Un incontro che aveva al centro un tema delicato – la circolazione dei cittadini russi in Polonia e nel Baltico per rag-
giungere l’enclave di Kaliningrad – ma che è stato l’occasione per mettere in mostra il volto dialogante di Mosca. Soprattutto di fronte alla crisi dell’euro. E qui il tono è cambiato. Medvedev ha detto che la Russia è pronta ad agire per sostenere Eurolandia e aiutarla a ritrovare la sua stabilita, precisando che è anche «nell’interesse della Russia preservare il valore della moneta unica». Un interesse dettato non soltanto dalla solidarietà poiché Mosca ha già il 40 per cento delle sue riserve in euro.
Dmitri Medvedev ha annunciato che la Russia è pronta ad investire in un’operazione di salvataggio della zona dell’euro attraverso il Fondo monetario internazionale. Non ha fatto cifre, ma uno dei suoi collaboratori ha detto che il «contributo minimo» potrebbe essere di dieci miliardi. Una mano tesa
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i che d crona
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Vladimir Putin, che ieri ha risposto in diretta Tv alle domande dei cittadini. In basso a sinistra, Medvedev a Bruxelles per il vertice Ue-Russia. A destra, l’oligarca Mikhail Prokhorov cessione perché normalizzerà i rapporti commerciali tra il gigante eurasiatico e il resto del mondo. Ma anche per la Russia cambieranno molte cose perché, in base alle regole internazionali del Wto, le sue aziende saranno tenute a rispettare comportamenti commercialmente sostenibili.
che i dirigenti della Ue hanno accolto come benvenuta, ma che non è stata sufficiente – come, forse Medvedev sperava – a mettere completamente tra parentesi le critiche alla regolarità delle elezioni.Van Rompuy, nella conferenza stampa finale, ha dichiarato che la Ue è «preoccupata» per i rapporti delle commissioni indipendenti che hanno denunciato i brogli, ma ha anche «preso atto con favore» dell’impegno di Mosca di condurre un’inchiesta. Molto più duro era stato il Parlamento europeo che aveva votato, a Strasburgo, una mozione che invita ad annullare il voto del 4 dicembre scorso e a ripetere le elezioni esprimendo sostegno alle manifestazioni di protesta degli ultimi giorni. Ma Dmitri Medvedev ha incassato queste osservazioni senza scomporsi. Forte, anche, di un altro riconoscimento particolarmente importante ottenuto dalla Russia proprio nelle stesse ore a Ginevra dove si è aperta ieri la Conferenza ministeriale del Wto che si concluderà domani e che segna per Mosca, dopo una lunga e travagliata anticamera, l’apertura delle porte dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’adesione della Russia (e, per la cronaca, anche di Montenegro e Samoa) a questo punto diventa ufficiale con la firma dei protocolli, anche se l’ingresso vero e proprio scatterà dalla metà del 2012 e rappresenterà una svolta e una grande opportunità per l’economia globale in tempi di re-
Uno degli effetti sarà che Gazprom, il monopolista del gas russo, dovrà vendere alle aziende nazionali il gas a prezzi di mercato e non più a prezzi di favore. Il governo guidato da Putin ha già stabilito che gli aumenti saranno graduali e non potranno superare il 15 per cento all’anno. Tuttavia le conseguenze sulla competitività delle aziende russe dovrebbe comunque ridursi a causa dei maggiori costi energetici. E, in futuro, se Gazprom vorrà accedere direttamente al mercato europeo come fornitore o come produttore di energia – cosa che già fa in alcuni Paesi della
Arringa anche contro l’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca che aveva predetto una primavera araba a Mosca: «Ha combattuto in Vietnam, le sue mani grondano di sangue innocente» Ue – dovrà adeguarsi alla legislazione comunitaria: in pratica dovrà dividere e rendere indipendente la fornitura del gas dalla produzione. Sono problemi che, a prima vista, potrebbero sembrare lontani dalle polemiche sui brogli elettorali e sui rapporti con gli Usa. Ma che, al contrario, sono intimamente legati al modello di sviluppo che seguirà la Russia di domani. La Russia di Putin o quella di chi, il prossimo 4 marzo, tenterà di strappargli il Cremlino. La battaglia per le elezioni presidenziali è già in pieno svolgimento. L’ultimo degli sfidanti di Putin che si è dichiarato nei giorni scorsi, il tycoon Mikhail Prokhorov – tra l’altro proprietario della squadra di basket americana dei New Jersey Nets – ha annunciato che la sua prima azione, in caso di vittoria, sarebbe graziare Mikhail Khodorkovsky, l’ex oligarca oppo-
sitore di Putin che è stato processato e condannato. Khodorkovsky è in carcere dal 2003 per evasione fiscale e frode, ma sua più grave colpa è stata quella di sfidare il potere di Vladimir Putin. Prokhorov nella sua prima conferenza stampa da candidato presidente ha detto che cambierebbe anche le regole elettorali e ridurrebbe il mandato presidenziale appena prolungato da Medvedev da 4 a 6 anni. Prokhorov ha anche commentato con favore le proteste della scorsa settimana contro i brogli elettoriali e ha detto che potrebbe unirsi alle prossime proteste, compresa la grande manifestazione che è in programma per il 24 dicembre.
Ma le opinioni sulla discesa in campo di Prokhorov si dividono. Ieri Putin nella sua diretta tv lo ha definito uno «sfidante serio». E questo giudizio, in fondo, non sorprende perché il ricco tycoon è considerato un esponente dell’ampio cerchio degli amici dell’attuale premier e, molto probabilmente, futuro presidente. Prokhorov doveva già prendere la guida del Causa Giusta, un partito creato dal Cremlino come forza di opposizione addomesticata. Ma si era dimostrato troppo indipendente e così è stato sostituito con un personaggio più controllabile. Adesso si ripresenta sulla scena politica per un’avventura ancora più grande. Ha detto che potrebbe anche sposarsi per presentare una possibile first lady all’elettorato, lui che a 46 anni è uno scapolo impenitente. Ma su quale seguito possa contare nessuno si sbilancia. In fondo, per ora, l’unico vero sfidante di Putin è Gennady Zyuganov, il capo del partito con la falce e martello che si fa ancora fotografare con il berretto con la stella rossa e che ha ufficializzato la sua candidatura alle presidenziali assieme all’ultranazionalista Vladimir Zhirinovski, già grande amico di Saddam Hussein, nemico giurato della Nato e nostalgico dell’impero russo. E in questo panorama, nonostante il calo dei consensi, le azioni di Putin sono ancora le più forti.
Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza
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cultura
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Sculture, foto, carteggi e manoscritti tramite cui riscoprire una delle figure più emblematiche del Tradizionalismo romano
Il ritorno del fuoco di Roma “Inflammare”: in mostra la vita e le opere di Ignis-Ruggero Musmeci Ferrari Bravo di Rossella Fabiani ncommensurabilità e divinità. Sono i concetti che hanno impressionato nei secoli la mente dell’uomo che, mai pago della semplice realtà visibile, fin dall’antichità si è interrogato sul mistero del sovrasensibile e della bellezza. Platone, Pitagora, Ippaso di Metaponto - suo discepolo - il matematico Leonardo da Pisa detto il Fibonacci, Leonardo da Vinci rappresentano i punti focali di un’antica ricerca che va sotto il nome di Divina Proporzione o sezione aurea. Secondo i greci, il bello crea un’emozione perché la bellezza tende alla perfezione e la perfezione è divina. I greci cercarono allora di capire che cosa fosse “il bello” e quali fossero le relazioni proporzionali delle parti che compongono la forma. L’intuizione fu di una particolare scansione ritmica nella quale le parti avevano una precisa correlazione proporzionale. Le parti maggiori erano in relazione con le parti minori secondo il rapporto di 1.6 circa.
I
Rapporti aurei sono stati ritrovati nella struttura delle conchiglie, nella dimensione delle foglie, nella distribuzione dei rami negli alberi, nella disposizione dei semi di girasole e nel corpo umano. E proprio le sue molteplici proprietà geometriche e matematiche, come pure la frequente riproposizione in diversi contesti naturali e culturali apparentemente non collegati tra loro, hanno mosso l’uomo a cogliervi nel tempo un ideale di bellezza e di armonia, fino a spingerlo a ricercarlo e, in alcuni casi, a ricrearlo nell’ambiente antropico quale “canone di bellezza”; come risulta anche dalla storia del nome che in epoche più recenti hanno assunto gli aggettivi di “aureo”o di “divino”, a dimostrazione del fascino esercitato. E della Divina Proporzione, si occupò uno storico convegno internazionale promosso dalla Triennale nel 1951. All’indomani della guerra, l’Italia aveva bisogno di riguadagnare in fretta il suo posto entro la comunità scientifica e produttiva internazionale, ribadendo con forza la bontà e la saldezza delle proprie radici culturali, in un momento storico in cui la sua credibilità era in netto ri-
basso, tanto da vedere spesso rifiutate le richieste di prestiti di opere d’arte per le mostre. Il progetto di questo Primo Convegno Internazionale sulle Proporzioni nelle Arti è di Carla Marzoli, proprietaria di una libreria antiquaria e curatrice della Mostra di studi sulle proporzioni ospitata in quella stessaTriennale, in cui il Modulor di Le Corbusier era esposto accanto ai capisaldi dello studio delle proporzioni quali il Ritratto di Luca Pacioli, la Città ideale di Urbino, i testi di Erodoto, Vitruvio, Boezio e Leonardo, secondo un’ideale linea di continuità. Il progetto di fondo, infatti, era proprio quello di scavare nel passato alla ricerca di radici che potessero dimostrare, senza tema di smentite, l’attualità del concetto di proporzione. Ma prima di questa data storica già un altro personaggio contem-
epistolare, fotografica e libraria del Musmeci insieme ai disegni e alle sculture di questo poliedrico personaggio la cui fama è testimoniata anche dai giornali dell’epoca esposti in mostra. Ma di particolare rilievo sono appunto il manoscritto sulla Divina Proporzione (ancora oggi inedito) la cui pubblicazione Ruggero Musmeci Ferrari Bravo annunciò nell’aprile del 1927, e le sue splendide sculture Romi Caput e Veneris Caput: due busti modellati sulla base del canone aureo, scolpiti dall’autore con “identici punti di misura”. Scrittore, scultore, poeta, drammaturgo ed esponente di quel movimento che fu poi all’origine del fascismo, Musmeci fu impegnato nel risveglio culturale e religioso del paganesimo romano-italico. Due le cifre che ne caratterizzano il pensiero: Roma non è vista sol-
L’esposizione, curata da un gruppo di esperti antichisti, offre l’opportunità di ammirare, tra l’altro, gli scritti sulla «Divina Proporzione», ancora oggi inediti, e i due busti «Veneris Caput» e «Romi Caput» poraneo, poco noto al grande pubblico, non soltanto si era occupato della Divina Proporzione, ma ne aveva addirittura scoperto la Divina Struttura. È Ruggero Musmeci Ferrari Bravo figura emblematica di un intero ambiente culturale del primo Novecento che trae la sua ispirazione da quella corrente di pensiero che viene definita Tradizionalismo Romano. Oggi questo personaggio rivive reificando le parole di Virgilio, caro al Musmeci stesso, «i Fati troveranno la via», nella mostra Inflammare, allestita all’Istituto di Studi Romani in piazza cavalieri di Malta all’Aventino grazie a due circostanze fortunate. L’amore per le antichità condiviso da un gruppo di giovani studiosi - Fabrizio Giorgio, Alessandro Giuli, Michele Bianco,Vittorio Sorci, Alessandro Villanti, Sandro Bellucci, curatori della mostra - e il ritrovamento dello stesso Fondo Musmeci donato dalla moglie all’istituto che lo ha egregiamente conservato negli anni e che, per la prima volta, espone nella sala della Presidenza la vasta documentazione
tanto come una città di antiche memorie e dalla gloriosa storia, ma come un “mito”, un antico “luogo sacro” dove le “forze numinose” possono manifestare appieno la loro potenza: un punto di contatto tra l’umano e il divino. L’influenza della sapienza pitagorica e dell’insegnamento degli ingegni rinascimentali applicati allo studio del Numero Aureo che conducono il Musmeci lungo la via che lo porta alla comprensione dell’insegnamento di Platone: «Il Dio sempre geometrizza».
Nato a Palermo il 2 marzo 1868, da Niccolò - giurista e politico siciliano - e dalla contessa Clotilde Ferrari Bravo, il Musmeci si laurea a Roma prima in Medicina e poi in Giurisprudenza. Diventa famoso negli ambienti culturali e artistici della capitale, dove frequenta quella fucina di idee che fu la famosa “terza saletta” del Caffè Argano e intrattiene rapporti culturali con i più illustri artisti, archeologi, letterati e politici del tempo: Ardengo Soffici, Massimo Bontempelli, Vittorio Emanuele
Ruggero Musmeci Ferrari Bravo; l’arco in stile romano che doveva costituire, nelle intenzioni dell’artista, la porta di Roma verso il mare; i due busti “Veneris Caput” e “Romi Caput”. In loro è condensato l’Arcano: Romolo è l’eroe solare disceso dal fuoco di Marte; Venere è la Genitrice delle anime eroiche destinate a ricongiungersi con la sua perfetta bellezza; Roma è la sede fatale del loro incontro)
cultura
se essere rappresentato sul Palatino. Ma la Grande Guerra e la crisi che investì l’Italia nel periodo post bellico ne rinviarono la messa in scena. Solo nel 1923, dopo l’avvento del regime fascista, la promessa del 21 aprile 1914 trovò la via per concretizzarsi. Un alone quasi mistico circondò i preparativi: si ingaggiarono i migliori attori teatrali dell’epoca, costumi e scenografie vennero sottoposti al vaglio di studiosi quali Giulio Quirino Giglioli e Roberto Paribeni. L’ampiezza del poema indusse a ridurre la rappresentazione al solo terzo atto, in cui è ambientato
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mento, notando che nessuno era ancora riuscito ad attingere alla radice del «formidabile problema», alla «totalità e universalità della legge di costruzione del corpo umano e dei vertebrati». Ignis, invece, penetrò nei rapporti sottili in base ai quali le sonorità luminose del cosmo si cristallizzano in materia. Dalla scoperta del modulo secreto (il misterioso “Ap-ro-fo” in base al quale «tutta l’umanità, nelle infinite e imprecisabili sue variazioni individuali, è costituita secondo l’archetipo o prototipo ideale del Divino Architetto») discendono leggi universali (le LV igni-
Una delle opere più significative è il «Rumon»: tragedia in 5 atti in cui Ignis infuse alcune dottrine recondite della tradizione romana riguardanti i vetusti riti etruschi di fondazione e il nome occulto dell’Urbe Orlando, Roberto Paribeni, Giacomo Boni, Giuseppe Sergi.Tante le connessioni dunque con molti personaggi dell’ambiente esoterico-pagano italiano di quegli anni: Musmeci fu amico del kremmerziano Alberto Russo Frattasi, editore della rivista Commentarium (sulla quale scriveva il personaggio pagano noto come “Ottaviano”e da molti identificato con Leone Caetani il cui fondo librario preziosissimo e da riscoprire è conservato all’Accademia dei Lincei); fu in contatto epistolare con Evelino Leonardi, esponente della corrente pitagorica della “Via Romana agli Dei”, che scrisse un articolo su La Tribuna paragonando Musmeci a Pitagora e a Leonardo da Vinci; ebbe il sostegno e la collaborazione di Giocamo Boni per la preparazione della tragedia Rumon (antico nome del fiume Tevere): l’archeologo veneziano ne realizzò i caratteri arcaici da utilizzare per i manifesti e per la pubblicazione del testo, edito dalla Libreria del Littorio, sul modello di quelli incisi sul cippo del Foro da lui scoperto. Nel frontespizio, venne inciso il sigillo di
ignis che diventa il suo pseudonimo e fu la cifra della sua vita.
La realizzazione di RumonSacrae Romae origines fu entusiasticamente sostenuta da Ardengo Soffici, che era già stato un frequentatore di Arturo Reghini e di Amedeo Rocco Armentano a Firenze; alla rappresentazione di Rumon partecipò insieme a Mussolini - anche Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, altro esponente del Gruppo di Ur. Si trattava di un carmen solutum di enorme potenza evocatrice dove l’autore celebrava il mistero delle origini di Roma. Ignis infuse nella sua tragedia alcune dottrine recondite della tradizione romana riguardanti i vetusti riti etruschi di fondazione e il nome occulto dell’Urbe, tanto da far ipotizzare che il Rumon sia stato concepito sotto l’egida di determinati circoli esoterici. Gli intellettuali e gli artisti che ebbero la fortuna di ascoltare Ignis durante la memorabile lettura della sua opera nella notte tra il 20 e il 21 aprile del 1914, Natale di Roma, nel suo studio a via del Vantaggio, convennero che il Rumon doves-
il fatidico rito compiuto da Romolo. Ma problemi tecnici impedirono di rievocare la fondazione dell’Urbe Sacra nel dies natalis di Roma, il 21 aprile del 1923: si dovette aspettare il 6 maggio per assistere sul Palatino allo spettacolo solenne dell’aratura romulea lungo il solco quadrato dell’Urbe. Ma, a parte questi riferimenti storici, è la scoperta della Divina Struttura che attira adesso l’attenzione della mostra romana. «L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella». Questa frase di Plotino esemplifica la visione con la quale Ignis-Ruggero Musmeci Ferrari Bravo pervenne alla conoscenza della Divina Struttura. Seguace della sapienza pitagorica, erede degli ingegni rinascimentali applicati allo studio del Numero Aureo, all’alba del secolo scorso Musmeci s’incamminò lungo la via che lo avrebbe condotto alla comprensione dell’insegnamento trasmesso da Platone sul Dio che «sempre geometrizza». Prese le mosse dai canoni più antichi (egiziano-greco-romano) fino a toccare quelli del Rinasci-
sleges). Il 2 aprile del 1927 Ignis accolse nel suo atelier romano di via del Vantaggio il re d’Italia e nello stesso periodo preannunciò la pubblicazione di un manoscritto (ancora oggi inedito) sulla Divina Proporzione. L’8 giugno del 1928, davanti a colleghi, artisti e scienziati, Musmeci offrì una prova empirica della sua «opera che onora il genio italiano», mostrando agli sguardi ammirati le sue sculture: il Romi Caput e il Veneris Caput modellati, appunto, sulla base del canone aureo. Nei busti - scolpiti con «identici punti di misura» - è condensato l’Arcano: Romolo è l’eroe solare disceso dal fuoco di Marte; Venere è la Genitrice delle anime eroiche destinate a ricongiungersi con la sua perfetta bellezza; Roma è la sede fatale del loro incontro. Negli ultimi anni della sua vita, Musmeci lavorò a un grandioso piano di espansione edilizia che prevedeva lo sviluppo dell’area urbana di Roma verso il mare. Un «caso di premonizione artistica» lo definì un anonimo ammiratore di Ignis, sottolineando in questo modo le singolari analogie tra il progetto elaborato da Musmeci
e quello che sarà realizzato, alcuni anni più tardi, per l’Esposizione Universale di Roma del 1942 che, oggi, è il quartiere dell’Eur. Fulcro di questo programma edilizio era un grandioso arco in stile romano, chiamato da Ignis “Trionfale”, che doveva costituire, nelle intenzioni dell’artista, la porta di Roma verso il mare. Di questo progetto rimangono soltanto le fotografie dei bozzetti dell’arco e alcuni appunti visibili in mostra. Poi, dopo tanti successi artistici e letterari, su questo personaggio scese l’oblio: Ruggero Musmeci Ferrari Bravo morì, nella dimenticanza generale, il 6 maggio del 1937. L’avvocato Cesare D’Angelantonio, che del Musmeci fu amico, lo decrive così: alto, imponente, un cappello da moschettiere sempre in testa e una profonda cicatrice sul volto, segno indelebile dei molteplici duelli cavallereschi.
Negli anni immediatamente precedenti l’entrata in guerra dell’Italia, Musmeci prima dell’imponente opera del Rumon, compose anche un carme nel quale esortava «la Dea Roma a ridestarsi, nell’ora tragica per la Patria, in tutta la sua potenza e a infondere negli italiani l’ardimento necessario per risultare di nuovo vittoriosi». Anche “uomo d’armi” oltre che letterato, Musmeci aveva partecipato, nell’ottobre del 1916, alla sanguinosa presa della vetta di Busa Alta della catena del Lagorai. Perché come per il mondo greco, anche Musmeci era convinto del valore del culto degli eroi nato dalla coscienza che bisogna sapersi sacrificare, come individui fino alla morte, se così esige il bene comune. La mostra Inflammare è prorogata fino alle ore 14 di domani; info: sala della Presidenza dell’Istituto Nazionale di Studi Romani; piazza Cavalieri di Malta 2; studiromani@studiromani.it; ingresso libero)
ULTIMAPAGINA
Presentato il Rapporto sullo stato di salute del nostro Paese: sono sempre di più i ragazzi che si tolgono la vita
L’insostenibile pesantezza della di Giancristiano Desiderio a morte è più morte quando colpisce i giovani, i ragazzi, gli adolescenti, quelli che vivono ancora tra i banchi di scuola e la cameretta di casa di mamma e papà. O, almeno, così dovrebbe essere. Come stanno in salute i ragazzi italiani? Ce lo dice o ci prova, ma sul piano delle percentuali - la Relazione sullo stato sanitario del Paese 20092010 presentata a Roma dal ministro della Salute Renato Balduzzi. I numeri nudi e crudi sono i seguenti: nel biennio 2007-2008 ci sono stati 7663 suicidi, di questi il 77 per cento sono uomini, ma il dato da sottolineare con matita rossa e blu è che il suicidio tra i giovani è una delle maggiori cause di morte. Nelle fasce di età tra i 15-24 anni e 25-44 anni il suicidio è stato negli anni 2007-2008 la quarta più frequente causa di morte che equivale all’8 per cento dei decessi. Per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni la percentuale dei morti per suicidio è del 9 per
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Nel biennio 2007-2008 ci sono stati 7663 suicidi, di questi il 77% sono uomini, ma il dato da sottolineare è che il suicidio tra i giovani è una delle maggiori cause di morte cento, di poco inferiore alle morti per cancro, che sono l’11 per cento.Tra le ragazze si “scende” al 6 per cento. Ma la prima causa di morte dei giovani è l’automobile, non solo in Italia. Gli incidenti stradali sono una seria emergenza sanitaria in tutti i Paesi europei e rappresentano la prima causa di morte per le fasce d’età comprese tra i 15 e i 35 anni. Ogni giorno in Italia si verificano in media 590 incidenti stradali, che provocano la morte di 12 persone e il ferimento di altre 842. L’ultimo dato riguarda le tossicodipendenze: i soggetti con dipendenza da sostanze - tossicodipendenti con bisogno di trattamento - sono 393.490 e rappresentano il 9,95/1.000 residenti di età compresa tra i 15 e
i 64 anni. Di questi, 216.000 per oppiacei (5,5/1.000 residenti) e 178.000 per cocaina (4,5/1.000 residenti). Negli ultimi anni si sta registrando un sempre più marcato spostamento dell’offerta di commercializzazione delle sostanze illecite attraverso internet. Se questi sono i numeri, che cosa ne dobbiamo ricavare? Esaminare o anche solo rintracciare le cause che sono alla base di un suicidio è di per sé un lavoro arduo. Il suicidio giovanile colpisce di più perché la gioventù è sinonimo di vita e freschezza.Tuttavia, l’età dell’adolescenza è ricca di insicurezze e fantasmi e la gioventù va più d’accordo con la fragilità che con il cuore di tenebra. I ragazzi di oggi, per chi li conosce o crede di conoscerli perché li incrocia e frequenta a scuola, sono più fragili dei loro coeta-
disorientata, come una barchetta in mezzo al mare. Eppure, non tutta la gioventù è giù all’inferno. Per i casi di malessere e sofferenza ci sono altrettanti e molti di più casi di benessere e vigore che, come è fin troppo scontato capire, non fanno notizia. Non tutta la gioventù brucia i suoi sentimenti e le sue passioni nello spazio del primo mattino della vita. Chi, soprattutto, lavora su stesso attraverso le buone abitudini trasmesse dalla famiglia e si misura con quelle“lettere e fogli” - insimma, le ”sudate carte” - che i genitori, maestre e professori rompiballe somministrano loro mostrano di crescere con più vigore e con una disciplina interna che li prepara “naturalmente”alle prove dell’esistenza. I dati della relazione del ministero della Salute andrebbero incrociati, per essere completi e più ri-
GIOVENTÙ nei delle generazioni passate. La loro fragilità è prima di tutto emotiva perché la loro “educazione sentimentale” inizia prima rispetto al passato ed è “facilitata” dall’assenza di prove da superare. Tutto il mondo (virtuale) è a portata di mano o di click o di touchscreen: un mondo infinito in cui i “nativi digitali”la sanno più lunga dei loro genitori, delle loro maestre, dei loro genitori che si muovono ancora tra lettere e fogli.
Ma non tutto il mondo in cui viviamo è digitale, così quando il mondo-mondo, quello reale, quello del solido-nulla di Giacomino da Recanati, entra nelle vite degli adolescenti li trova impreparati non tanto sul piano del cervello ma del cuore che da subito afferma ragioni che la ragione non vuol sentire. La violenza giovanile - gli ultimi casi ci riportano il ragazzino romano ucciso da un pugno alla tempia dal suo amico, le ragazze calabresi che si accoltellano per amore - cresce proprio su questa fragilità di fondo della gioventù che è sentimentalmente
gorosi, con quelli della dispersione scolastica del ministero dell’Istruzione. La “devianza” non ha una sua regolarità e può arrivare dai soggetti socialmente meno esposti. Ma gli adolescenti sono quasi tutti studenti e proprio la scuola è il luogo a cui maggiormente vanno o dovrebbero andare le loro attenzioni e le loro cure. Non tanto dal punto di vista delle ore passate tra i banchi, quanto per il lavoro intellettuale e morale che la scuola ha il dovere di impartire e richiedere. A volte, al di là dei casi difficili per disagi familiari e sociali, alla “dispersione scolastica” corrisponde una “dispersione emotiva”alla quale la scuola non sa rispondere per la eccessiva facilitazione pedagogica. Va riscoperto, invece, il senso della prova, se non della fatica, che fa conoscere il gusto del superamento tanto attraverso la sconfitta quanto la vittoria. I giovani sono attratti da esperienze alternative perché le reputano più curiose e interessanti, di fatto formative, mentre la scuola non sempre offre loro un “campo di battaglia” su cui misurare cuore, intelletto e volontà.