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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 17 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Bossi: «L’esecutivo non arriverà mai al 2013». Bersani: «Diciamo sì, ma il nostro orizzonte sono le urne»

L’asse Napolitano-Monti «Duri sacrifici per tutti. Ma è l’unica strada per salvare l’Italia» Il capo dello Stato e il premier uniti nell’indicare al Paese la via della salvezza. La fiducia passa con l’opposizione di Lega e Di Pietro. Compatto il Terzo Polo, prime crepe nel Pd e nel Pdl DAI PARTITI DI BERSANI E ALFANO

Il discorso del leader centrista

E adesso la diaspora faccia nascere un Gruppo Monti

È il primo segnale di un’Italia che si rialza

di Enrico Cisnetto a fiducia parlamentare c’è, quella politica no. Vogliosi di tornare a parlare il linguaggio della demagogia (e preoccupati di non lasciar lucrare tutti i vantaggi dello stare all’opposizione a Lega e Idv), Pd e Pdl hanno reinventato il gioco dell’essere «di lotta e di governo». a pagina 4

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di Pier Ferdinando Casini na delle caratteristiche della società contemporanea è divorare il tempo. Mass media, televisoni, internet bruciano in pochi minuti eventi e uomini. E tutti noi siamo spesso vittime di sorprendenti forme di amnesia. Dimentichiamo, e dimentichiamo in fretta, avvenimenti e fatti. Siamo in molti, in quest’Aula, vittima di amnesie. Molti che si sono dimenticati come eravamo messi qualche settimana fa e perché siamo arrivati in questa situazione, perché siamo andati a chiamare un illustre professore di Milano ed abbiamo scomodato l’eccellenza delle professionalità italiane. Qualcuno addirittura propone soluzioni semplici a problemi difficili: come la Lega la quale, pur avendo governato otto degli ultimi dieci anni, non le ha messe in atto quando potevate farlo. segue a pagina 2

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Le previsioni buie del Fondo monetario internazionale

DALLA MANOVRA ALL’EUROPA

Christine Lagarde è pessimista: I possibili scenari di un governo «Siamo tutti in recessione. Il mondo come negli anni Trenta» dalle tre anime Dalla Francia (che aspetta nervosamente il declassamento annunciato dalle agenzie di rating) alla Gran Bretagna (che spera di evitare il contagio rompendo i ponti con l’Euro): ormai l’isolazionismo sembra l’unica ricetta “condivisa” in Occidente Enrico Singer e Camilla Cavendish • pagine 6 e 7

Il messaggio per la pace di Benedetto XVI

«Educate i giovani alla buona politica»

Agli islamisti anche la seconda tappa elettorale

di Francesco D’Onofrio a vicenda politica ed istituzionale, che si è aperta con il governo Monti, deve sempre essere esaminata contestualmente alla luce dell’emergenza europea e delle strategie delle diverse forze italiane. Anche gli analisti politologici non sempre lo fanno. a pagina 3

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Il dittatore cubano “festeggia” un record

Il nuovo Egitto conteso Fidelentranelguinness: da musulmani e Salafiti 638tentatividiomicidio

di Franco Insardà

di Oscar Giannino

di Maurizio Stefanini

e preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro». È quanto scrive Benedetto XVI, nel messaggio per la 45° Giornata Mondiale della Pace che sarà celebrata il primo gennaio 2012. a pagina 8

a vittoria del partito islamista Ennahda in Tunisia alle elezioni del 23 ottobre e dell’analogo Giustizia e Sviluppo in Marocco il 26 novembre entrambi apparentemente moderati - rappresentano gli obbligatori punti acquisiti di confronto per valutare la lunga procedura elettorale apertasi il 28 novembre in Egitto. a pagina 18

l leader storico della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, è la persona che più volte si è cercato di assassinare, secondo quanto registrano il Libro Guinness dei Primati e di sicuro gli archivi dell’Agenzia Centrale di Intelligence degli Stati Uniti (Cia)»: così scriveva giovedì il portale ufficiale cubano Cubadebate. a pagina 20

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I QUADERNI)

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• ANNO XVI •

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IN REDAZIONE ALLE ORE

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prima pagina

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Il discorso del leader centrista ieri alla Camera

Il primo segnale di un’Italia che si rialza di Pier Ferdinando Casini segue dalla prima Dunque partiamo dalla verità e dalla serietà: questa manovra non ha alternative, può essere per alcuni troppo coraggiosa e per altri troppo timida, ma tutti sappiamo che se non convinciamo chi investe nei titoli di stato italiani della serietà dei nostri propositi tra qualche mese rischiamo la bancarotta. Non ci siamo arrivati per caso qui e ciascuno di noi ha una parte rilevante di responsabilità, la destra, la sinistra a anche il centro. Ma non era difficile capire che medicine amare come quelle che oggi dobbiamo trangugiare non si possono prendere se la preoccupazione prevalente è quella dei consensi. La ragione per cui Monti siede a Palazzo Chigi è che può fare ciò che i partiti hanno dimostrato di non saper, o voler, fare per paura di perdere consensi elettorali. Quindici giorni fa non eravamo sovrappensiero… è chiaro che eravamo perfettamente consapevoli del tragitto che avremmo dovuto fare.

Scusate la franchezza: che dopo qualche giorno dall’insediamento del Governo vi sia chi dal mattino alla sera sale in cattedra per dissociare le proprie responsabilità e sia sottilmente impegnato a spiegare che in fondo tutto va come o peggio di prima è una prova di irresponsabilità e di slealtà politica. E invece chi sostiene la maggioranza non può salvarsi la coscienza votando il Governo e poi disseminando la sua strada di scetticismo e di trabocchetti perché i cittadini sono in grado di capire chi gioca e chi fa sul serio, chi si assume la responsabilità di scelte impopolari e chi si esercita in furberie. In questa manovra ci sono sacrifici enormi per tanti cittadini e non solo per i soliti noti. Si sono tassati in maniera permanente i capitali scudati ma si è salvata l’indicizzazione delle pensioni; si colpiscono le ricchezze immobiliari e finanziarie ma si cerca di salvare i redditi bassi. Sulle pensioni il ministro Fornero ha avuto il coraggio di anticipare una riforma molto dolorosa perché rinviata per molti anni: lo abbiamo fatto nella logica di riequilibrare il sistema a favore dei giovani, cioè dei nostri figli. Ecco un tipico esempio di scelta impopolare ma necessaria. Si poteva fare di più sulle liberalizzazioni ma per noi questo appuntamento è solo rinviato e speriamo di pochissimo. Per il resto, sono scomparsi venti miliardi di tagli alla spesa sociale, sulle disabilità e sulle famiglie, già previsti per il 2012. Si sono detassati gli utili reinvestiti nelle imprese e si consentono maggiori detrazioni dell’Irap. È stato rifinanziato il fondo di garanzia per le imprese. È stato rafforzatp il credito d’imposta per i giovani e le donne, in particolare al sud. Ma soprattutto sono arrivati i primi segnali alle famiglie italiane che sono state evocate per anni nelle campagne elettorali e puntualmente dimenticate il giorno dopo. Non mi sembra poco. Noi del Terzo Polo e dell’Udc non ci spostiamo di un millimetro dalle convinzioni che ci hanno sorretto in questi anni. Abbiamo voluto un Governo di impegno nazionale e siamo disponibili a condividerne la sorte senza alcun distinguo di responsabilità. Non saranno certo le minacce di qualche cellula violenta a farci cambiare idea perché vediamo nelle altre soluzioni che vengono prospettate, a partire dalla evocazione di improbabili elezioni anticipate, il baratro per l’Italia. E dal baratro noi vogliamo salvarla l’Italia.

Il governo si impegna a indire una nuova asta (a pagamento) delle frequenze tv

Sì alla manovra (con qualche ni)

La Camera approva il piano dei «sacrifici per tutti». Il Terzo Polo vota compatto ma si apre qualche crepa nel Pdl e nel Pd. Bersani: «Sì a Monti, ma pensando al voto» di Riccardo Paradisi assist del presidente Napolitano a Monti arriva nel primo pomeriggio, molte ore prima dell’intervento alla Camera del premier per chiedere la fiducia sul decreto salva-Italia. Un intervento, quello del Colle, mirato a sostenere la necessità d’una manovra si dura ma anche indispensabile. «Quello che si sta concludendo è stato un anno difficile, che ha visto tutti gli italiani chiamati a fronteggiare con indubbi sacrifici la pesante situazione della finanza pubblica». Tuttavia l’Italia deve riuscire a fare bene la sua parte «per l’Europa e per se stessa, e quindi chiede sacrifici ai cittadini di tutti i ceti sociali, anche agli italiani dei ceti meno abbienti, perché si facciano le scelte indispensabili al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia e della nostra società in un clima di libertà e di maggiore giustizia».

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Napolitano ammette dunque la pesantezza della manovra ma ritiene che sia inevitabile: una medicina amara, ma una medicina. Parla di “scelte indispensabili” il presidente della repubblica «al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia». Il capo dello stato si dice anche sicuro che «se le famiglie italiane sono in questo momento strette dalla ansietà per il contributo che sono chiamate a dare allo sforzo collettivo del paese, certamente la loro sensibilità e solidarietà troverà egualmente il modo di manifestarsi attraverso la partecipazione alla maratona Rai-Telethon». Insomma nessun ottimismo rassicurante, realismo estremo anzi ma anche convinzione che il Paese ce la

possa fare, anche a mantenere un profilo solidale una tenuta civica. Parlando poi alla conferenza degli ambasciatori italiani nel mondo alla Farnesina Napolitano rilancia su Monti: «Il corposo decreto salva Italia è motivato dalle urgenze del critico contesto finanziario ed europeo» dice il presidente. E grazie al nuovo premier, osserva, c’è già stato «Un ritorno autorevole dell’Italia al tavolo delle istituzioni europee e nella cerchia di impegnativi incontri ristretti».

A proposito di Unione e moneta unica: «Il nostro coinvolgimento nella sfida per salvare l’euro e l’ integrazione europea è totale».Tanto più che «L’Italia è ancora esposta al rischio di un drammatico disastro finanziario e sconta le conseguenze dell’angustia delle risposte date dall’Unione, nel corso del 2011, alla crisi dell’eurozona nel suo complesso. Per questo, sottolinea Napolitano «siamo chiamati a fare finalmente scelte severe e coraggiose a casa nostra; e insieme a concorrere a soluzioni organiche di consolidamento della moneta unica, di rafforzamento della governance economica e del potenziale di crescita dell’Unione». Il Governo Monti intanto, ottiene nel pomeriggio la fiducia sul maxiemendamento: con 495 si e 88 no e 4 astenuti. Pur avendo avuto un’ampia maggioranza, rispetto al 18 novembre, quando fu votata la prima fiducia, l’esecutivo Monti ottiene 61 voti in meno (556). A pesare questa volta, oltre ai no della Lega, sono stati quelli dell’Idv e della Svp. In Aula, dove i votanti sono stati 583, spiccavano diverse assenze rispetto alla vo-


Le tre anime politiche del governo Si è aperto un processo dagli esiti ancora incerti: vediamo quali sono i possibili scenari di Francesco D’Onofrio a vicenda politica ed istituzionale, che si è aperta con il Governo Monti, deve sempre essere esaminata contestualmente alla luce della attuale emergenza europea e delle strategie delle diverse forze politiche italiane. La connessione tra contesto europeo e vicenda politica nazionale ha infatti sempre caratterizzato persino le strategie delle diverse forze politiche. Non si tratta di una constatazione sempre tenuta presente dagli analisti politologici, come dimostra il recentissimo fiorire di interventi prevalentemente costituzionalistici proprio sul rapporto tra Costituzione vigente e Costituzione materiale.

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Il processo di integrazione europea ha infatti sempre costituito un elemento fondamentale per la stessa definizione delle alleanze di governo italiane, come abbiamo osservato proprio su queste pagine in riferimento alla nascita del Governo Monti. L’emergenza europea attuale, infatti, costituisce una sorta di punto di approdo del tortuoso processo di unificazione che si è venuto sviluppando sostanzialmente in due tempi: prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. Altro infatti era il processo di costruzione dell’unità europea in presenza della Unione Sovietica, che aveva persino dato vita a due distinti Stati tedeschi, altro è stato ed è il processo medesimo in un contesto di riunificazione tedesca, e potenzialmente di riunificazione dell’intero Continente europeo, pur senza la Russia e i suoi attuali confinanti. L’attuale emergenza europea è infatti ad un tempo la

prova della straordinaria difficoltà di comporre riunificazione tedesca e integrazione europea, così come le diverse forze politiche nazionali si sono venute organizzando nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, anche a prescindere proprio dal contesto europeistico in atto. Da un lato, infatti, si è preteso di passare da un sistema politico-costituzionale sostanzialmente basato sulle forze politiche e sulle loro alleanze, ad un sistema politico-costituzionale nel quale la vittoria elettorale ha

Non sorprende che siano cadute parti significative di vecchie alleanze elettorali. A destra come a sinistra rappresentato di per sé il collante fondamentale per la costruzione stessa delle alleanze politiche di volta in volta considerate. Nel corso pertanto di questa cosiddetta Seconda Repubblica vi è stato un progressivo allontanamento della prospettiva elettorale nazionale dal proseguimento del processo di costruzione europea, che ha finito con il richiedere riforme nazionali coerenti con il processo medesimo. Occorre pertanto aver presente che il Governo Monti nasce proprio all’interno di questo rapporto strettissimo che deve esservi tra l’attuale stadio del processo di integrazione europea e la costruzione di un sistema anche nuovo, che sia peraltro comunque coerente con il processo medesimo. Non sorprende pertanto che siano su-

tazione precedente (617 votanti), soprattutto nelle fila del Pdl. Mancavano infatti 26 deputati, tra cui Tremonti, Romani, Crosetto, Lunardi, Martino, Nirenstein, Saglia e Beccalossi. Nel partito di Berlusconi si sono astenuti poi quattro deputati: Bergamini, Moles, Marini e Castiello. Nel Pd si sono registrate tre assenze mentre la Lega ha votato compatta per il no (59). Nell’Idv unica eccezione Renato Cambursano, che andando contro la linea del partito ha votato per la fiducia. Dopo il dibattito arrivano gli ordini del giorno. Tra questi il più significativo che viene accolto è quello presentato dalla Lega sull’asta per le frequenze tv. Un indirizzo che impegna il governo, «ad annullare il ”beauty contest”». Non certo un gesto di cortesia verso Berlusconi. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini, intervenendo in Aula nel corso delle dichiarazioni di voto sulla fiducia alla manovra, si era rivolto alla Lega in assetto di guerra contro ricordando come il Carroccio sia stato al governo nel recente passato: «Pare che siate scesi dalla luna. Siete stati incollati alla poltrona per otto degli ultimi dieci anni e non siete stai dei guerrieri padani ma solo soldatini obbedienti». Parlando dell’Idv rivendica la scelta «molto più difficile fatta dal Pd rispetto al partito di Di Pietro che ha voluto cavalcare il disagio» e sottolinea come senza il lavoro dei Democratici la manovra non sarebbe ”migliorata”. Il Pd, evidenza, «ha scelto una strada difficile per sostenere le fasce più deboli. Non siamo riusciti in

bito venute meno parti significative di alleanze elettorali sia a destra sia a sinistra, come dimostra lo stesso voto di fiducia al Governo Monti. Si può infatti rilevare che vi sono sostanzialmente tre distinte posizioni politiche in riferimento a questo voto di fiducia: vi è chi – come i gruppi politici del Terzo Polo – considera questo voto una premessa essenziale per la costruzione di un diverso scenario politico italiano, coerente con l’attuale processo europeistico in atto; vi è chi – come il Pd – vede in questa vicenda ad un tempo la sostituzione del vecchio governo e la nascita di un nuovo sistema politico, nel quale risulta determinate la coerenza europeistica di tutte le forze politiche che del nuovo sistema intendano far parte; vi è infine chi – come il Pdl – oscilla tra l’ipotesi di una parentesi politicamente temporanea legata esclusivamente al rapporto tra la manovra finanziaria in atto e il livello dello “spread”, e la percezione che si è effettivamente aperta una nuova stagione politica da costruire ormai a prescindere dal vecchio rapporto esistente con la Lega Nord.

Queste tre distinte valutazioni trovano nel voto di fiducia al Governo Monti un punto di approdo sostanzialmente polivalente, perché destinato a lasciare aperte tutte e tre le ipotesi strategiche che sono poste a base del voto di fiducia medesimo. Sono queste le ragioni che fin dal momento del conferimento dell’incarico a Mario Monti hanno consentito ai primi di affermare che si apriva una nuova fase politica, lungamente

tutto ma siamo orgogliosi di quanto fatto». Il segretario dei democratici, Pierluigi Bersani, ha rimarcato la necessità di accompagnare il rigore di bilancio con politiche per la crescita ricordando che la prospettiva deve essere comunque il voto. «Ci siamo messi a sostegno di un governo di emergenza e transizione per raggiungere due obiettivi precisi: portare via l’Italia dal precipizio evitando che sia un rischio per l’Europa e l’Euro e per far si che in futuro il nostro paese torni ad avere una voce forte e dignitosa in Europa», ha spiegato il se-

invocata; ai secondi di salutare anche con particolare effervescenza la caduta del Governo Berlusconi; ai terzi infine di vedere contestualmente il Governo Monti quale parentesi da chiudere nel più breve tempo possibile, e quale inizio di una nuova fase nella quale mantenere una specifica proposta politica, anche radicalmente diversa dalla sinistra, ma non più visceralmente alternativa alla sinistra medesima. Sarà dunque – proprio a partire dal prossimo gennaio – che le tre distinte visioni dovranno o trovare un significativo punto di convivenza destinato a far durare il Governo Monti, al di là dei provvedimenti che hanno portato all’attuale voto di fiducia, o interrompere la nuova fase politica prima che si siano determinati nuovi equilibri capaci di convivere con il processo di integrazione europea. L’emergenza europea a sua volta non appare destinata a terminare molto presto, perché rende chiara ancora una volta la natura stessa del processo in atto, come la distinzione adottata molto recentemente dalla Gran Bretagna ha posto in evidenza: sovranità nazionale e integrazione europea fino a che punto sono componibili?

rale». Sulla durata di Monti l’ex premier invece non si sbilancia: «I fatti diranno se durerà. Non posso fare delle previsioni».

Si comunque alla fiducia sulla manovra da parte del Pdl che schiera il capogruppo Cicchitto a dare le motivazioni d’un sostegno con riserva. «Votiamo si ma per senso di responsabilità, occorre una seconda fase funzionale alla crescita». L’esponente del centrodestra invita il governo ad affrontare «in un rapporto positivo con i partiti, non altezzoso e un tantino strafottente». Cicchitto ha poi affrontato il tema delle liberalizzazioni, che «non possono concentrarsi nell’eliminazione con metodi stalinisti dei farmacisti, dei tassisti, degli avvocati e degli Ordini professionali, per favorire altri interessi: quelli delle Coop, dei noleggiatori, dei grandi studi legali finanziati dalla Confindustria.Vogliamo liberalizzazioni e privatizzazioni di alto livello e non la mistificazione che è stata tentata in questi giorni: la privatizzazione dell’acqua, delle energie, delle Poste, delle Ferrovie, delle aziende locali e regionali e la messa in vendita del patrimonio dello Stato», in un quadro nel quale «è indispensabile che un governo si muova con rispetto delle realtà sociali». «Chi vuole le liberalizzazioni legga l’intervento del presidente Pdl Cicchitto. Si capirà chi le vuole realmente e chi no! Udc vota si», replica l’esponente centrista Libè.

L’esecutivo ha accolto due ordini del giorno analoghi, di Idv e Lega per annullare la cessione gratuita (fatta da Berlusconi) delle frequenze a Rai e Mediaset. Nel testo presentato dal Carroccio, la prima firma è quella di Maroni gretario del Partito Democratico. Ma se il fossato tra Idv e Pd si fa più largo aumentare la distanza tra Pdl e Lega. Non solo per l’ordine del giorno sulle emittenze. Roberto Maroni, nel commentare il voto favorevole alla fiducia del Pdl, ha rimarcato come sia «difficile parlare di dialogo quando le posizioni sono così distanti» e si è detto per nulla preoccupato da un eventuale voto amministrativo che vedesse la Lega correre da sola. A replicare è lo stesso Berlusconi con una dichiarazione dal tono blasè«La Lega fa il suo gioco e vuole in questa occasione aumentare il proprio bottino eletto-


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l’approfondimento

Il futuro della politica dipende dagli schieramenti (limpidi) che si formano oggi intorno al salvataggio del Paese

Un Gruppo Monti

Parti del Pd e del Pdl continuano a inseguire le sirene del populismo e della demagogia. Gli scontenti dei due falsi unanimismi potrebbero staccarsi dai vecchi partiti per formare in Parlamento una nuova formazione di Enrico Cisnetto a fiducia parlamentare c’è, quella politica no. Vogliosi di tornare al più presto a parlare il linguaggio, che gli è proprio, della demagogia e del populismo, e preoccupati di non lasciar lucrare tutti i vantaggi dello stare all’opposizione a Lega da una parte e Idv dall’altra, Pd e Pdl con partitini annessi hanno reinventato il gioco tutto italiano dell’essere «di lotta e di governo» contemporaneamente. Così, alla fine di una trattativa troppo lunga e troppo di vecchio stile per vederne protagonista un «governo tecnico» scelto per fronteggiare una drammatica emergenza proprio laddove quelle stesse forze politiche avevano fallito, abbiamo assistito sia al voto di fiducia a larga maggioranza (495 voti a favore, 88 contrari e quattro astenuti) sia ad una presa di distanza dal governo Monti, con aspre polemiche, anche di grana grossa come le dichiarazioni del redivivo Ber-

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lusconi («Monti è disperato e non è detto che duri») che cercavano di non essere da meno delle becere proteste e delle provocazioni secessioniste dei leghisti.

Si tratta di una china pericolosa, lungo la quale ha evitato di muoversi il solo Casini (non tutto il Terzo Polo, in verità). Sia chiaro, non è che manchino i motivi per criticare la manovra e le ragioni di delusione per il profilo assai

poco smart che, tra incertezze e balbettii, il governo dei professori ha fin qui assunto. Ma questo non significa sentirsi autorizzati ad un cecchinaggio, perdendo il senso del rischio di caos che si genera se si mette il governo Monti nella condizione di restare in carica per la sua debolezza e non per la sua forza (la definizione è di Stefano Folli). Oggi nessuno ha davanti a sé il traguardo delle elezioni anticipate a marzo, quindi né Pd né

Molti vogliono tornare al gioco dell’essere «di lotta e di governo»

Pdl faranno mancare i voti all’esecutivo.

Ma tutti pensano già alle elezioni – a giugno, a ottobre o alla scadenza naturale, magari leggermente ravvicinata – e si sono convinti che indignandosi per i sacrifici e blaterando di equità possono portarsi avanti nella caccia al voto. Peccato che non abbiano capito cosa pensano davvero gli italiani, che rinfacciano a loro (ex maggioranza ed

ex opposizione) la crisi e il rischio di default, che li giudicano “casta” (come e peggio che nel 1992-1994) e in quanto tali non li rivoteranno e che verso Monti hanno più tolleranza di quanto non credano i politici. Un conto sono le corporazioni che bloccano le liberalizzazioni, un altro il sentimento del cittadino medio, che certo non è contento di fare sacrifici ma capisce che senza interventi il costo sarebbe decisamente più alto. Insomma, se Monti non gode di un gradimento alto, la politica ne ha uno bassissimo. Nessuno rimpiange il centrodestra e il centro-sinistra, tutti hanno capito che il bipolarismo all’italiana è stato un catastrofico fallimento.

Per i partiti, dunque, il vero tema è un altro. Approfittare che c’è qualcuno che fa, bene o meno bene, ciò che loro non hanno fatto, per autorigenerarsi e rifondare il sistema politico. Cosa che presuppo-


Il politologo commenta la deriva finale del populismo e di una alleanza trasversale

«Chi dice no fa calcoli sbagliati, ormai l’Italia sta cambiando»

«Bossi e Di Pietro sono fermi a un Paese che non c’è più. E pensano che la sconfitta della politica sia la loro vittoria». Parla Paolo Pombeni di Francesco Lo Dico

ROMA. Clownerie in Senato, bagarre a Montecitorio. I «pecorai» della Lega (copyright di Gianfranco Fini) hanno replicato anche ieri uno spettacolo infarcito di fischi, insulti alle maggiori cariche dello Stato ( «cialtrone» il presidente della Camera, «pagliaccio» il presidente del Senato, invitato a raggiungere i servizi igienici, per dirla elegantemente, dal senatore del Carroccio Enrico Montani) e comunicati in serie stampigliati direttamente nel fuoco della temibile fucina del Parlamento padano. E ancora slogan, mascelle che si sganasciano nel corso del dibattito parlamentare e dichiarazioni al fulmicotone contro il vecchio alleato. «Se vedo Berlusconi mi metto a ridere», ha sillabato Umberto Bossi. Se è ormai chiaro che il desiderio di una nuova verginità, come l’ha definito il Senatùr, ha sospinto la Lega a rispolverare quella commedia dell’arte da cui originano le sue fortune di partito politico, non è altrettanto comprensibile quale mestiere intendano fare Balanzone e Brighella una volta che i riflettori dell’emergenza si saranno spenti. «La Lega gioca d’azzardo. Tenta di lucrare qualche consenso o forse di contenere i danni che le verrano dalle urne, a partire dalle elezioni di primavera. Si rifugia nel folklore e nei temi identitari del suo primo corso, ma quasi certamente pagherà questa scelta. La politica è in una fase di transizione. E i vecchi schemi che vennero dopo la Prima Repubblica non si ripeteranno», spiega Paolo Pombeni, docente di Storia comparata dei sistemi politici europei all’Alma Mater di Bologna. Professore, in primavera si vota in 28 capoluogo, di cui molti al Nord. E almeno 8, senza intesa Lega-Pdl, cadranno. Non è curiosa questa accelerazione separatista, in vista di un appuntamento elettorale tanto importante? Qual è il gioco di Bossi? È una strategia di contenimento della perdita. Tanto strepito dipende dalla percezione di un certo isolamento, ma si tratta della proposizione di un vecchio schema barricadiero che in passato ha prodotto qualche buon risultato. E che applicato ai prossimi scenari politici, finirà per rilevarsi con un grosso errore di calcolo. Ragionamento applicabile anche a sinistra, dove in misura minore anche i dipietristi fanno catenaccio. Anche in questo caso c’è un pericoloso errore di calcolo? Le cose sono molto diverse da quelle che portarono alla fine della Prima Repubblica, e una volta concluso il compito del governo Monti, i partiti politici si troveranno a doversi orientare in scenari del tutto inediti. Dopo il ’92 ci fu un ri-

cambio mascherato, in cui nuovi partiti riaccolsero la vecchia classe dirigente, in un’ottica di falsa discontinuità che permise agli elettori di riconoscere nelle nuove proposte i cloni delle antiche conoscenze politiche. Alla fine del ponte del governo tecnico, c’è invece una strada non battuta, che richiede vera discontinuità.

«In questa fase, realismo e senso di responsabilità sono tornati al centro del palcoscenico» Che cosa cambierà rispetto all’attuale sistema bipolare? In questa congiuntura storica il realismo e il senso di responsabilità sono tornati al centro del palcoscenico. E quelle forze politiche che si nutrono di mitologie fiabesche, come la Lega, o esclusivamente utopistiche, come le ali estreme della sinistra che annunciano la morte del capitalismo, sono destinate a perdere di credibilità. Nel contesto della crisi, il blocco di centro diventerà determinante sia che dovesse allearsi con il centrodestra, sia con il centrosinistra. La forze più populiste, insomma, avvertono il fiato sul collo. L’operazione di salvataggio dei tecnici ha messo in mostra tutta l’inadeguatezza di questo sistema a due teste. Ed è la prova provata che la giusta chiave di lettura era quella dei centristi. La fine dello scontro politico armato costringe le ali estreme in una posizione di grande debolezza. Perché Bossi e i suoi appaiono allora così ostinati a correre da soli? È la scommessa degli sfascisti. Di quelli che puntano alla vittoria personale

investendo sulla sconfitta del Paese. Ma si tratta di un’operazione rischiosa, perché se come tutti auspichiamo e pensiamo l’Italia riuscirà a trarsi d’impaccio grazie ad ampie coalizioni unite da senso di responsabilità, gli elettori, pur chiamati a grandi sacrifici si ricompatteranno attorno a offerte politiche alternative. In un quadro di questo tipo, è possibile ipotizzare che la Lega diventerebbe pressoché irrilevante. E se la brutta profezia dovesse invece avverarsi? Credo che anche in questo caso l’atteggiamento di Umberto Bossi porterebbe cattive conseguenze. Quando un sistema si sfascia, i partiti sono i primi a franare. Con la differenza che, rispetto al ’94, i leghisti sono già stati al potere per anni e hanno perduto l’appeal di uan compagine nuova. Che tipo di cambiamenti è possibile immaginare, dopo il governo Monti? L’avvento dei tecnici ha definitivamente messo in luce che gli ultimi quindici anni sono stati improntati alla massima instabilità. Risse, puntigli, questioni personali, si sono risolte per lo più in un unico risultato: una generale inconcludenza che rende oggi particolarmente onerosa a livello sociale la terapia d’urgenza del governo dei professori.

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ne, per entrambi gli obiettivi, una loro scomposizione e ricomposizione. E la lama più affilata per dividere i due grandi partiti è proprio rappresentata dall’atteggiamento da tenere nei confronti del governo Monti: da un lato i moderati e i riformisti, che avendo a cuore le sorti del Paese lo appoggiano lealmente e con grande intensità politica, dall’altro gli oltranzisti e i massimalisti, che possono (debbono) andare a tenere compagnia a leghisti e dipietristi. È ora che chi ha sale in zucca e una visione del futuro si faccia avanti: nel Pdl è più facile, senza il ricatto morale del «sosteniamo Berlusconi altrimenti lo arrestano»; nel Pd è venuto il momento del fare i conti con il finto unanimismo che fin qui ha consentito a Bersani di rimanere segretario passando senza soluzione di continuità dalla “fotografia di Vasto” (lui, Di Pietro e Vendola) al dialogo con Casini e Alfano. Sono capaci di questo scatto? Possono aiutare concretamente Monti e Passera a disegnare la “fase due” della politica economica? Finora abbiamo ascoltato solo voci flebili e isolate. Ma se qualcuno prendesse l’iniziativa, l’aggregazione sarebbe più facile e rapida di quanto non si ipotizzi. Penso, per esempio, ad un gruppo parlamentare nuovo che diventi se non proprio il “gruppo Monti”, qualcosa di simile. La base c’è: il gruppo misto, dove ieri è approdata anche Stefania Craxi, e i “malpancisti” guidati da Giustina Destro e Beppe Pisanu, che già avevano dato un colpo decisivo al governo Berlusconi.

Insomma, si ritorni a fare politica. Si è detto – sbagliando – che il governo Monti avrebbe esautorato la politica. In realtà, è la politica che ha abdicato e ora deve ridefinirsi. Monti ha il dovere di ben governare, prima di tutto per salvare l’Italia e poi per dare il tempo alla politica (e a chi, da fuori, intende parteciparvi per rigenerarla) per riconquistare l’ascolto degli italiani. E più e meglio lo farà, più aumenterà le chances che le prossime elezioni siano le prime della nascente Terza Repubblica e non le ennesime della Seconda ormai fallita. Ma il resto lo devono fare gli altri. Alcuni segnali incoraggianti, come quelli che vengono da un mondo cattolico in fermento, ci sono. Altri, come quelli che dovrebbero venire da quel mondo laico che una volta rappresentava la borghesia e le sue élite, per ora latitano. Sarà bene che si capisca che si tratta di cose non meno importanti e urgenti di quelle relative alle manovre di bilancio. (www.enricocisnetto.it)


economia

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otrebbe arrivare anche oggi, complice il fuso orario visto che parte dall’America. O al più tardi domani per dominare, lunedì, la riapertura dei mercati. A Parigi tutti la danno ormai per scontata, a partire da Nicolas Sarkozy. È la retrocessione, il taglio del rating, la perdita della tripla A di cui si fregia ancora – per poco, a quanto pare – l’affidabilità della Francia. In Europa sono soltanto sei i Paesi che godono della valutazione massima certificata dalle tre grandi agenzie americane: oltre alla Francia, la Germania, l’Austria, l’Olanda, il Lussemburgo e la Finlandia. Quest’ultimo Paese, però, non fa parte di Eurolandia. E alla vigilia del vertice europeo della settimana scorsa, Standard&Poor’s – che dovrebbe essere l’apripista del downgrading – aveva annunciato che erano proprio i membri della zona dell’euro ad essere sotto osservazione. Con Parigi più in bilico degli altri perché i conti pubblici francesi sono «gli ultimi dei primi». Ma declassare uno dei due Paesi sui quali si fonda l’asse portante politico, oltre che economico, dell’Europa della moneta comune potrebbe avere conseguenze dirompenti. È vero, Standard&Poor’s ha già tolto la tripla A agli Usa di Obama, ma toglierla alla Francia avrà conseguenze ben diverse. Non fosse altro perché il Paese è già in piena campagna elettorale per le presidenziali che si terranno il 22 aprile (primo turno) e il 6 maggio (ballottaggio) del 2012. E perché la coppia Merkozy funziona soltanto se le due metà possono vantare lo stesso peso: con un

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Polemiche roventi in Francia in vista dell’annunciato taglio del rating

Parigi aspetta la bocciatura

Il pessimismo della Lagarde («Crisi durissima, siamo tutti in recessione») pesa sul dibattito politico francese. Aspettando la perdita della tripla A di Enrico Singer Sarkozy declassato, il protettorato tedesco sull’intera Eurolandia farebbe un altro passo in avanti e questo, in fondo, non lo vuole nemmeno il candidato socialista all’Eliseo, François Hollande, che ieri era a Roma e che spera di prendere le redini del Paese per rilanciare la politica europea su basi nuove, sì, ma sempre da una posizione di forza.

Un bel problema per Sarkozy e per Hollande. Ed anche per Dominique de Villepin, l’ultimo a scendere in campo, l’outsider delle presidenziali che si è candidato promettendo un governo di

unità nazionale, «inquieto di vedere la Francia umiliata dalla legge di mercato che impone sempre più austerità e toglie sovranità». In realtà, il fondatore del movimento Republique solidaire (Rs) è ancora un oggetto misterioso che sfugge ai sondaggi. Dominique Galouzeau de Villepin, 58 anni, diplomatico di carriera, non ha mai partecipato a un’elezione. È stato segretario generale dell’Eliseo dal ‘95 al 2002 sotto la presidenza Chirac di cui era pupillo. Nominato ministro degli Esteri, divenne famoso nel febbraio 2003 sostenendo all’Onu il “no”della Francia alla guerra in Iraq. Nel

2004 ministro dell’Interno, quindi primo ministro. Poi la rottura con Sarkozy, un processo e la disgrazia politica che adesso vorrebbe vendicare. Magari sfruttando anche le polemiche che un’eventuale retrocessione della Francia scatenerà.

Sui giornali francesi la levata di scudi contro le agenzie di rating è già cominciata. Anche il filosofo Bernard-Henri Lévy le ha attaccate: «Si fanno chiamare agenzie di credito ma si comportano come agenzie di discredito». Si torna così a parlare della creazione di un’agenzia europea che do-

vrebbe bilanciare lo strapotere di Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch. Anche se non tutti sanno che proprio quest’ultima è controllata al 60 per cento da una finanziaria francese. Già, perché se il maggiore azionista di Moody’s – fondata nel 1909 dal reporter John Moody – è il miliardario americano Warren Buffett e Standard&Poor’s – nata nel 1941 dalla fusione di Poor e di Standard – è del colosso editoriale McGraw Hill, la minore delle tre grandi agenzie di rating, fondata da John Fitch a New York nel 1913, dal 1997 è passata sotto il controllo della Fimalac di Marc Ladreit de Lacharrière, classe 1940 e 432° nella classifica dei miliardari stilata da Forbes.

Le vie della finanza sono infinite. Ma il declassamento della Francia, se e quando arriverà, non è un problema soltanto franco-francese. Né soltanto uno scontro tra Parigi e Londra anche se ieri il minidelle Finanze stro francese,François Baroin, ha detto che la situazione economica in Gran Bretagna è «molto preoccupante», seguendo la linea del governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, che aveva sparato il primo colpo. Quello di Baroin è stato pesante: «Preferiamo essere francesi che britannici». Come dire che se c’è un Paese da declassare è la Gran Bretagna. Ma non bisogna dimenticare che Standard&Poor’s aveva detto che la sua decisione sarebbe stata il risultato della valutazione dei risultati del Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre, quello che si è concluso con


economia un nuovo, solenne impegno per salvare la moneta unica e con la convocazione di un altro vertice. Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha detto che la riunione straordinaria si terrà «tra fine gennaio e inizio febbraio» proprio perché è urgente dare una veste concreta agli impegni di massima fin qui presi, tra l’altro, con lo strappo britannico. Van Rompuy ha aggiunto che «i giuristi stanno lavorando alla trascrizione del patto in legge». E proprio questo è il vero problema. Per essere approvato in fretta e senza altre fratture interne, il patto a “diciassette più nove” non deve comportare la modifica del Trattato sul quale si basa la Ue e ormai anche la Germania di Angela Merkel – che voleva la firma di un nuovo Trattato – è d’accordo. Ma il diavolo si nasconde sempre nei dettagli e i giuristi della Ue sono molto scettici sulla possibilità di risolvere, all’interno della cornice degli accordi esistenti, tutte le questioni istituzionali che le novità del patto salva-euro comportano.

I punti più controversi sono il numero 5 – l’automatismo delle sanzioni in caso di non rispetto delle regole – e il numero 8 che richiama la cooperazione rafforzata (uno degli strumenti per realizzare intese che non coinvolgono tutti i Ventisette) «in relazione a questioni essenziali per il corretto funzionamento dell’eurozona». Troppo generico e troppo indefinito. In altre parole: il patto salva-euro è ancora, in gran parte, una scatola vuota che i tecnici tentano di riempire col pericolo di scontentare i politici che, tra un paio di mesi, saranno chiamati di nuovo a Bruxelles per sottoscrivere l’intesa. Si dirà che c’è ancora tempo per sciogliere i nodi contestati. Ma agli occhi degli analisti, il risultato è che, per il momento, le nuove regole dell’euro non ci sono. E un allarme – molto forte e autorevole – è arrivato ieri da Christine Lagarde. Per il direttore generale del Fondo monetario internazionale potremmo dover affrontare una crisi simile a quella del ’29. In un intervento al Dipartimento di Stato, la Lagarde ha detto che l’economia globale, «rischia di trovarsi in una situazione di protezionismo e di dover affrontare le stesse minacce che hanno spinto il mondo nella Grande depressione degli Anni Trenta». Nessuna economia sarà immune alla crisi e bisognerebbe agire in fretta: «Sarebbe ideale per i mercati se un accordo si firmasse stanotte. Ma chi ha il privilegio di appartenere a delle democrazie, sa che le cose hanno bisogno di tempo per passare attraverso le procedure istituzionali». Speriamo che il tempo basti.

17 dicembre 2011 • pagina 7

David Cameron ha le sue ragioni per proteggere gli interessi del cuore finanziario del Regno Unito

Londra non vuole uccidere l’euro. Ci pensano già gli alleati... L’editorialista del Times: «La moneta continuerà a precipitare fin quando Berlino non accetterà di condividere le responsabilità per il debito» di Camilla Cavendish e accuse di “isolazionismo” rivolte a David Cameron dopo il Consiglio europeo del 9 dicembre potrebbero rivelarsi premature. I cechi si stanno già chiedendo perché un nuovo trattato dovrebbe vincolare Paesi che non sono ancora entrati a far parte dell’eurozona. Il primo ministro finlandese ha dichiarato che non accetterà un nuovo trasferimento di sovranità. In Irlanda probabilmente si terrà un referendum. I governi svedese e olandese hanno bisogno dell’appoggio dei partiti di opposizione, che però sono in rivolta. L’accordo, insomma, comincia a fare acqua. Un accordo che tra l’altro non ha alcuna reale possibilità di salvare il Vecchio Continente, come dimostra il crollo dell’euro negli ultimi tre giorni. I mercati hanno capito che la medicina di austerity imposta dalla Germania non può funzionare senza uno stimolo alla crescita economica. Difendere i banchieri non è mai stata una causa popolare né mai lo sarà, anche se va detto che l’opinione pubblica britannica odia l’Unione europea molto più di quanto odi le banche. Tuttavia Cameron ha le sue ragioni per proteggere gli interessi del cuore finanziario di Londra. La settimana scorsa il primo ministro si è recato a Bruxelles perfettamente consapevole che negli ultimi anni l’atteggiamento dell’Unione europea nei confronti della City è cambiato radicalmente. Fino al 2007 le regole Ue e l’istituzione di regole uguali per tutti nel settore finanziario hanno avvantaggiato nettamente Londra. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate.

L

La preoccupazione legittima per l’evolversi delle crisi finanziaria si è sommata al risentimento nei confronti del dominio della City (emblematica in questo caso è stata l’esultanza di Sarkozy dopo la nomina di un francese a commissario per il mercato interno, definita «una sconfitta del capitalismo anglosassone»). Il pomo della discordia non è la tassa sulle transazioni finanziarie, sulla quale il Regno Unito ha diritto di veto, ma le 29 direttive Ue e il nuovo regolamento finanziario che dovrebbe omologare le leggi finanziarie degli stati membri. Il desiderio dell’Ue di standardizzare le procedure che regolano l’attività delle ottomila banche europee si scontra infatti con l’approccio britannico-statunitense, incentrato su una una regolamentazione che imponga limiti commisurati all’entità dei rischi corsi dall’istituto. ll Regno Unito vorrebbe imporre alle grandi banche aumenti di capitale

superiori a quelli consentiti dall’Ue. L’ultimo diktat dell’Unione - le clearing house che operano in euro devono essere dislocate all’interno dell’eurozona - è un tentativo spudorato di trasferire il potere da Londra a Parigi e Francoforte, nonché un duro attacco al mercato unico.

Accusare Cameron di voler danneggiare il mercato unico, come ha fatto il presidente della Commissione europea la settimana scorsa, è pura ipocrisia. Gli spagnoli hanno diritto di veto sulla pesca, come i francesi ce l’hanno sulla politica agricola. Pesino la Germania esercita una forma di protezionismo sull’industria automobilistica.

L’atteggiamento nei confronti della City è cambiato. Il pomo della discordia sono le 29 direttive e il nuovo regolamento che dovrebbe omologare le leggi finanziarie degli stati membri

Giovedì scorso il Regno Unito ha semplicemente cercato di difendere la parità di diritti per la City, non uno status privilegiato. Tuttavia l’atteggiamento di Cameron è stato considerato sopra le righe, un segno della progressiva perdita di influenza del Regno Unito. Ora che il primo ministro ha deciso di opporsi ai piani di Bruxelles, molti operatori della City temono che Londra verrà penalizzata sempre più dalle decisioni dell’Ue, e che le banche tedesche e statunitensi si concentreranno sulla capitale britannica quando arriverà il momento di effettuare tagli al personale. Altri sottolineano che le banche statunitensi vengono a Londra perché è una città dove si fanno ottimi affari e nessuno decide di svuotare un palazzo di sessanta piani di uffici pieno di costose apparecchiature digitali da un giorno all’altro.

Affinché la City possa continuare a prosperare, Londra dev’essere una porta d’accesso al mondo, non soltanto all’Europa. Nel Regno Unito si effettuano più prestiti bancari trasnfrontalieri che in qualsiasi altro Paese del globo. Il mercato valutario è il più grande del mondo, mentre il giro d’affari delle assicurazioni è al terzo posto nella classifica mondiale. Con il rallentamento progressivo della crescita dell’Europa, i principali avversari di Londra sono ormai Hong Kong e Singapore, non Francoforte e Parigi e nemmeno New York. La sfida del futuro è la conquista dell’Asia. Comunque la si voglia guardare, la diplomazia si sta rivelando inutile, se non dannosa. Il Regno Unito non vuole affossare l’euro. A quello ci stanno pensando i nostri alleati. Se la settimana scorsa la Bce non fosse corsa in aiuto delle banche europee concedendo loro un credito virtualmente illimitato, oggi assisteremmo a un crollo verticale dei mercati, non a un semplice scombussolamento. Il Consiglio europeo non ha accontentato nessuno. I francesi volevano che la Bce stampasse valuta. I tedeschi volevano incastonare le nuove regole sul rigore economico nelle maggiori istituzioni dell’Ue. Gli altri, tra cui il Regno Unito, speravano che la Germania capisse che la moneta unica continuerà a precipitare fino a quando Berlino non accetterà di condividere le responsabilità per il debito dell’eurozona.


società

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Presentato il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace che sarà celebrata il primo gennaio 2012

«I politici siano limpidi»

L’appello del Pontefice alle giovani generazioni: «Continuate a cercare la verità e la giustizia e non scoraggiatevi mai. Guardate con speranza al futuro» di Franco Insardà

ROMA. «Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro». È quanto scrive Benedetto XVI, nel messaggio per la 45° Giornata Mondiale della Pace che sarà celebrata il primo gennaio 2012, intitolato «Educare i giovani alla giustizia e alla pace» e presentato ieri mattina in Vaticano. Il Papa lancia un appello: «Cari giovani voi siete un dono prezioso per la vostra società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni. Non abbiate paura di impegnarvi. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e stimolo per gli adulti. Sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano. È una chiara responsabilità quella che li riguarda: abbiano la forza di fare un uso buono e consapevole della libertà».

Secondo il Pontefice sono «molti gli aspetti che le nuove generazioni vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva

capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale». Il Papa invita i giovani a «non lasciarsi abbattere e a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso». Pur ammettendo che «nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazio-

me pure ai responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione per essere «attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace. Si tratta di comunicare ai

Per il Papa la pace è «frutto della giustizia ed effetto della carità». Per essere veramente giusti dobbiamo educarci «alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità» ne per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno».

Benedetto XVI li esorta a essere «coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo». Come educare i giovani alla pace? Innanzitutto, creando le condizioni necessarie per farlo. Il Papa fa un appello ai genitori, alle famiglie, a tutte le componenti educative, formative, co-

giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del bene».

Il Papa ha sottolineato l’importanza della famiglia dove «i figli apprendono i valori umani e cristiani che consentono una convivenza costruttiva e pacifica. È nella famiglia che essi imparano la solidarietà fra le generazioni, il rispetto delle regole, il perdono e l’accoglienza dell’altro. Essa è la prima scuola dove si viene educati alla giustizia e alla pace». La famiglia insieme alla vita, ha avvertito Benedetto XVI, sono «costantemente» minacciata e frammentata, da «condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, rit-

mi di vita frenetici, migrazioni in cerca di un adeguato sostentamento, se non della semplice sopravvivenza», difficoltà che «finiscono per rendere difficile» l’educazione dei figli.

Il Pontefice ha chiesto, però, ai politici di offrire ai giovani «un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti». Ha invocato di «aiutare concretamente le famiglie a esercitare il loro dirittodovere di educare», fornendo «un adeguato supporto alla maternità e alla paternità» in modo tale che «le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli» e possano «avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi». Anche al mondo della comunicazione il Papa ha rivolto un invito perché diano il loro «contributo educativo», visto il ruolo particolare che hanno nella società: «non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari». E la Chiesa, scrive ancora il Papa nel suo messaggio guarda «ai giovani con speranza, ha fiducia in loro e li incoraggia a ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere cose nuove». Ma educare i giovani alla pace significa chiedersi: «Chi è l’uomo?», che porta «a riconoscere

con gratitudine la vita come dono inestimabile» e a scoprire «la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona». Si deve prima di tutto riconoscere nell’uomo l’immagine di Dio, perché «solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà». Una libertà che «non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio». Perché «l’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà». Secondo Benedetto XVI si deve andare oltre il relativismo, riconoscere cosa è il bene e il male, per esercitare «un retto uso della libertà».

Partendo da questo principio si può educare alla giustizia, non «una semplice convenzione umana», ma deve essere aperta «alla solidarietà e all’amore». Ma si deve anche educare alla pace, «frutto della giustizia ed effetto della carità», dono di Dio, da ricevere certo, ma anche «opera da costruire», educando «alla compassione, alla solidarietà, alla fraternità». Per Ratzinger non sono «le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente». Ed esorta a «unire le nostre forze, spirituali, morali e materiali, per educare i giovani alla giustizia e alla pace».


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

D A

Strenne 2011

Non esiste vascello che come un libro ci sa portare in terre lontane. Né corsiero come una pagina di scalpitante poesia. È un viaggio che anche il più povero può fare senza il tormento del pedaggio. Quanto è frugale la carrozza che trasporta l’anima dell’Uomo.

C A R T O L I N E

Emily Dickinson

LIBROLANDIA


strenne

pagina 10 • 17 dicembre 2011

i chiude l’anniversario dei 150 anni dell’Unità. Molti i libri usciti per l’occasione. Tra gli ultimi titoli che meritano di essere classificati come strenne la prima citazione spetta a Giordano Bruno Guerri per un sequel. A un anno di distanza dalla pubblicazione del Sangue del Sud, Guerri ha firmato Il bosco nel cuore - Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud (Mondadori, 20,00 euro). Dalla guerra al brigantaggio alle eroine del Mezzogiorno che impugnarono le armi contro gli odiati piemontesi: Michelina De Cesare, Filomena Pennacchio, Maria Capitanio, Maria Olivierio (per citare le più famose), oltre a essere spesso mogli o amanti dei capibanda impegnati in una lotta senza quartiere contro i soldati del Nord, si rivelarono donne di grande coraggio (o crudeltà, dipende dai punti di vista), dotate di una fede nella causa e di una determinazione che non aveva nulla da invidiare a quella dei compagni maschi. Il valore aggiunto del racconto è nella prosa brillante di Guerri, storico rigoroso, ma anche divulgatore di grande capacità, che tratta la Storia (e le storie) come un romanzo da leggere d’un fiato. A proposito di scrittura, la Mondadori ha ripubblicato negli Oscar Best Sellers La patria, bene o male, opera a quattro mani di Carlo Fruttero e Massimo Gramellini (due generazioni diverse) che «in 150 date» racconta l’Italia Unita: dal 17 marzo 1861, quando la Gazzetta Ufficiale annunciò che «Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia», all’annuncio (dolorosissimo per i torinesi, come i due autori del libro) del trasferimento della capitale d’Italia a Firenze, al trasformismo di Depretis, alla sconfitta di Adua, al furto della Gioconda, al «Colpetto di Stato» di Mussolini nel 1922, alla tragedia del Grande Torino nel cielo di Superga, fino (ultima data in sommario) al terremoto in Abruzzo.

storia

S

Nello Ajello (Laterza, 14,00 euro) ha pubblicato (riaggiustandoli in forma di libro) una serie di articoli - scritti con l’occhio del contemporaneo - nei quali racconta le settimane che precedettero l’Unità. Personalmente, ho apprezzato molto l’idea, avendola sperimentata negli anni passati in una serie di oltre cento puntate radiofoniche (su un canale Rai), intitolate Dal nostro inviato nella Storia. Lucio Villari, uno dei più autorevoli (e facondi) storici del Risorgimento e dell’Italia contemporanea, in Notturno Italiano (Laterza, 16,00 euro) si dedica all’«esordio inquieto del Novecento», catatterizzato dalla nascita e dallo sviluppo di idee nuove, che rompevano totalmente con il passato: il socialismo che si affaccia nella politica italiana nell’ultimo decennio del XIX secolo, o il futurismo che fa la propria comparsa nel primo decennio del secolo successivo. Tramontava un’Italia, ne nasceva un’altra. Gli esuli del Risorgimento (Il Mulino, 30,00 euro) è un saggio anno IV - numero 44 - pagina II

Atene? È tutto un bluff di Massimo Tosti

rigoroso di Agostino Bistarelli che racconta le vicende dei protagonisti del Risorgimento costretti all’esilio nell’epoca compresa tra i moti del 1821-’22 agli anni Cinquanta del XIX secolo. Un itinerario geografico e politico che produsse mutamenti nell’identità individuale e «nella realizzazione di un’idea di nazione più aperta e cosmopolita di quella che

prevedibile declino della città e dell’intera Grecia. Harris descrive Costantinopoli nell’anno 1200 (quando deteneva due terzi delle ricchezze del mondo), quattro anni prima dell’assedio e dell’occupazione della città da parte dei crociati, al comando del doge di Venezia Enrico Dandolo (allora novantasettenne). Di lì ebbe inizio il declino, fino alla conquista otto-

Luciano Canfora smonta il mito della città greca, Cardini racconta l’assedio di Vienna e Jonathan Harris Costantinopoli. Poi gli ultimi titoli sul Risorgimento e, per non dimenticare, “Il libro nero dell’umanità”, un’enciclopedia delle peggiori atrocità, dalla II guerra persiana al Ruanda invece si affermò con il compimento dell’Unità». Puro divertissement (ma di alto livello) è Bistecca alla Maroncelli di Giuseppe Marcenaro (Le Lettere, 9,00 euro), cacciatore di curiosità minimali (metafore di gradi imprese, o di stati d’animo del tempo, o di singolari destini) offerte dalla storia patria dell’ultimo secolo e mezzo. Spunti di riflessione, diversi punti di vista o piccole miserie di grandi uomini, narrate da un «moralista» che non ne risparmia a nessuno. Per gli appassionati di storia antica due libri sono imperdibili: Il mondo di Atene di Luciano Canfora (Laterza, 22,00 euro) e Costantinopoli di Jonathan Harris (Il Mulino, 25,00 euro). Canfora smonta (con l’autorevolezza dello storico) l’immagine idealizzata di Atene, culla della democrazia, capitale della filosofia, della storia, dell’arte, del teatro, della letteratura, dell’architettura. Tutto vero, ma idealizzato dalla retorica dei secoli successivi: i critici più spietati del sistema furono proprio gli intellettuali ateniesi che individuarono le cause del

mana del 1453. Due biografie e una raccolta di biografie (comprese quelle di molte donne dell’antichità) possono essere suggerite agli amanti del genere, appassionati anche dei secoli remoti: Adriano di Yves Romain (Salerno, 26,00 euro), Romolo di Mario Sconcerti (Dalai, 16,50 euro) e 101 donne che hano fatto grande Roma, di Paola Staccioli (Newton Compton, 14,90 euro) che racconta le donne dell’Urbe, da Rea Silvia, madre dei fondatori, fino ad Anna Magnani e Gabriella Ferri. Romain si dedica all’imperatore che consolidò il dominio di Roma nel mondo. Sconcerti, grande giornalista sportivo, mostra di avere confidenza anche con la storia antica. Definisce la leggenda di Romolo «una fiction arcaica che i romani si sono raccon-

tati per secoli ogni sera», ma rende conto anche degli ultimi scavi dell’archeologo Andrea Carandini. La storia del XX secolo è stata dominata da molte pagine oscure.Timothy Snyder (Terre di sangue, Rizzoli, 28,50 euro) racconta «L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin». Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti (Una guerra a parte, Il Mulino, 33,00 euro) raccontano la tragedia dei Militari italiani nei Balcani - 19401945, dalla campagna di Grecia, fino al rientro dei prigionieri in patria. Antonio Martelli (La battaglia d’Inghilterra, Il Mulino, 25,00 euro) ricostruisce giorno per giorno le eroiche imprese della Raf che cambiarono le sorti della seconda guerra mondiale. Maurizio Serra (La Francia di Vichy, Una cultura dell’autorità, Le Lettere, 28,00 euro) ripubblica, aggiornato, un saggio scritto trent’anni fa, dedicato alla pagina di storia che tutti i francesi vorrebbero dimenticare.

Nel XVII secolo è ambientato Il Turco a Vienna, di Franco Cardini (Laterza, 28,00 euro), la storia del grande assedio del 1683. Quello fu l’ultimo assalto ottomano «a una Cristianità peraltro tutto meno che unita». Un’ultima citazione la merita Il libro nero dell’umanità - La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia, di Mattew White (Ponte alle Grazie, 23,50 euro). Un’enciclopedia dei conflitti e delle stragi dalla seconda guerra persiana al genocidio in Ruanda del 1994. Nell’arco di 2.500 anni, gli uomini (o, almeno, i governanti) non hanno imparato nulla.


MobyDICK

arti

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Nelle viscere delle Meninas di Marco Vallora uono ricordarselo anche sotto le sante, concilianti festività. Se due persone s’illudono di stare vicine, perfettamente ritte, esattamente affiancate, no, non s’illudano, matematicamente parallele non lo saranno mai, perché la terra, se pure tendiamo otticamente a dimenticarcelo (guardando) in realtà è tonda, e non esiste quell’orizzontale predellino ideale, che tutti tendiamo a regalarci, per sentirci più rassicurati e stabili. Leggiamo, e quel senso di certezza, per fortuna, verrà terremotato: leggere (e regalare) è anche questo. Magari lo stimolante Il potere del centro di Rudolf Arnheim (25,00 euro), elettrizzante saggio, tutto ottica, puro-visibilismo ma non soltanto, proposto da Abscondita. Allora, che cosa è vedere? È stare al centro d’una sfera immaginaria (eredità cosmico-mistica) usando però le ascisse cartesiane del razionalismo illuminista, per fermare un punto stabile, entro la nostra ottica, raggiante, sconfinante. Sempre di Abscondita, una delle nostre case preferite, perché sa proporre primizie intelligenti, il giovanile ma già folgorante saggio di Longhi su Gentileschi padre e figlia, agli inizi quasi del suo pellegrinaggio caravaggesco.

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Anche Johan & Levi sta diventando una casa specializzata in biografie, «romanzi critici», a metà tra saggio e legittima avventura. Inevitabile, quando gli artisti prescelti sono a loro modo così avventurosi, come la fazendera Georgia O’Keeffe, legata al fotografo Alfred Stieglitz e poi «regalatasi» al New Messico

esotico dell’astrattismo vegetale (Hunter Drohojowska-Philip, 33,00 euro). Oppure la body artist jugoslava che mette in gioco il proprio corpo e che abilmente James Wescott racconta, sotto il titolo allarmante di Quando Marina Abramovic morirà: «un viaggio incredibile» ha garantito Laurie Anderson (e per soli 32,00 euro e ben 384 pagine). Oppure come Bacon, «l’irlandese nicciano che odia l’Irlanda», pedinato e «fotografato» brillantemente (Una vita dorata nei bassifondi, 29,00 euro) da Daniel Farson, giornalista dall’età di diciassette anni e brillante volto-tv. Più storia di un’amicizia complice («si conoscono nella viziosa e crativa Soho») che non disamina accademicocritica. «Quando entrava in una stanza era un’epifania». Skira inaugura una nuova iniziativa «scientifica» ma godibi-

Da Leonardo pittore a Georgia O’Keeffe attraverso i Gentileschi, Van Eyck, Canova e Thorvaldsen, Velazquez e Bacon. Per gli amanti della fotografia, una nuova collana storica, col primo titolo dedicato alle origini, e l’analisi di Michel Poivert sull’etica del moderno

le, dedicata alla Storia della Fotografia, curata da Walter Guadagnini. Qui siamo alle origini (300 pagine, avvincente prezzo di lancio di 49,00 euro) quando la fotografia, appena post-dagherrotipo, è ancora magia, scoperta, esperimento, accanimento e lento cammino verso una nuova arte, in un mutato immaginario. Si guardi che meraviglia

quella foto in copertina, molto anglosassone, in cui il vero cane di casa deve sottostare malvolentieri a incarnare il ruolo di lupo, a letto con cuffietta, nel tableaux vivant d’una Cappuccetto tutta Lewis Carroll. Da affiancare al non meno illustrato e suggestivo volume Einaudi (45,00 euro) La fotografia contemporanea di Michel Poivert, studioso di Nadar, del pittorialismo francese e dell’«immagine al servizio della rivoluzione», che qui scandaglia un universo segnato dalla storia, dall’utopia, dall’«etica del moderno». A ciascuno di scegliersi il proprio periodo prediletto, o di affiancarli.

Sempre Einaudi (era ora) lancia una nuova collana critica, che si chiama Piccola Storia dell’Arte, la quale in modo economico ma raffinato (i volumi, variabili di pagine, dovrebbero costare costantemente 28,00 euro), struttura ricorrente, con una prima parte più introduttivo-saggistica, e con una seconda che è un’antologia di ideale catalogo illustrato, con succoso commento, tocca questa volta due momenti nevralgici. L’arte del Quattrocento a Nord delle Alpi, a cura di Frédéric Elsig, professore ginevrino e curatore di alcune fortunate mostre sul Rinascimento savoiardo, o su Bosch, si addentra nel periodo storico di Carlo il Temerario e Filippo il Buono, passando dai Van Eyck a Duerer, non dimenticando un eccentrico meraviglioso, come il francese Fouquet, che campeggia in copertina con la sua provocantissima madonna di Anversa (peccato, così spenta nei colori!). Mentre una specialista come Liliana Barroero, giù curatrice di mostre importanti quale quella sulla Maestà di Roma o su Batoni, ara con la sua consueta acribia, un territorio ferti-

le come quello neoclassico, che va da Piranesi a Canova, senza dimenticare la riflessione estetico-filosofica. E infatti il libro ha titolo Le Arti e i Lumi: facendo duellare la pittura con la scultura.

Non manca, tra gli eroi del bello neoclassico, il danese Thorvaldsen, che è protagonista d’un altro sontuoso volume, questo con le stimmate davvero d’una strenna pluriillustrata, ma che ogni studioso d’arte non dovrebbe farsi mancare. Di un giovane specialista come Stefano Grandesso, vicino alla scuola romana della Barroero e del compianto Stefano Susinno, introdotto dal suo formatore, Fernando Mazzocca, ecco il luminoso e documentatissimo Grand Tour alla ricerca di opere più o meno conosciute di Berthel Thorvaldsen (Silvana editore, 38,00 euro), il grande danese che rischiò di finire oscurato dal candido sole splendente di Canova, ma con cui seppe benissimo rivaleggiare, a colpi di capolavori, che questo volume analizza con grande cura. Nel campo delle grandi monografie, sempre più rade, si segnala da Silvana il capillare e ben sviscerato Leonardo pittore di Giovanni Villa, comprovato conoscitore della pittura veneta e felice curatore di alcune retrospettive alle Scuderie del Quirinale, che affronta, fra disegni, codici e testi pittorici, l’opera completa del grande sperimentatore. Curiosa nuova collanina, da 24 ore cultura, adatta anche ai ragazzi, concepita come una zoomata entro i «misteri nell’arte»: dettagli visivi, curiosità iconologiche, osservazioni tecniche. Inaugura Marco Carminati, con la sua ben conosciuta verve divulgativa, entrando entro le viscere filosofiche delle Meninas di Velazquez. Buon viaggio (per tariffa low coast 19,90 euro).


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nche quest’anno i dati con segno meno indicano gli italiani come mancati o parziali lettori. Notizia strana ma vera: leggono in media nove libri l’anno, tre volte più della media, i non vedenti e gli ipovedenti (dati dell’Associazione Editori). Se un Paese vuol progredire deve percorrere la strada dell’inchiostro: che non è da fakiri, anzi può essere molto divertente. Come sempre, le festività natalizie potrebbero essere occasione di un buon recupero, o semplicemente di una scoperta. Qui di seguito alcune segnalazioni librarie, necessariamente arbitrarie e dolorosamente monche.

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Oltre il mare. Intenso, elegante e va diritto alle corde del cuore (e della Storia). Il romanzo di Margaret Mazzantini, già misuratasi con Venuto al mondo (Mondadori), ambientato nello strazio di Sarajevo, in Mare al mattino (Einaudi, 12,00 euro) racconta di un’altra frattura geografica che è anche ponte, ossia lo spazio acquoso che separa la Libia dall’Italia. Jamila è la madre ragazzina di Farid, decisa ad affrontare «l’inferno» del viaggio per lasciare l’orrore della guerra. Rassicura il figlio, cresciuto nel rossore polveroso del deserto, che il viaggio sull’acqua «dura una ninnananna». È la vita, la vita normale, che lo esige. Ci vuole l’altra sponda, quella siciliana. La giovane madre ha visto quel troppo che rischia di scardinare o annullare per sempre l’idea stessa di essere libero. Chi muore, chi grida, chi viene defraudato nell’intimo e nel corpo è «umanità deportata come bestiame». Pochi chilometri di acqua, ripete a sé e al figlio, consapevole di non dire la verità. E allora il suo essere femmina che ha partorito la spinge al più doloroso ed estremo dei desideri, ovvero che Farid muoia per primo. Sì, proprio quel bambino che ha in mente i datteri, i pistacchi, la gazzella che mangiava dalla sua mano. Mazzantini affronta il tema delle migrazioni, delle separazioni: in primo piano l’irrisolto problema della dignità umana. anno IV - numero 44 - pagina IV

strenne

il paginone

Ritratto con parole. Un altro autore che spesso è stato bollato come ammiccante e furbo è Alessandro Baricco. Lui lo sa bene, ne ride, ma non altera mai il suo stile. Il suo romanzo MrGwyn (Feltrinelli, 14,00 euro), ambientato a Londra, è di altissima leggibilità ma anche sottile e raffinato. Il protagonista, Gwyn appunto, è un romanziere di successo e molto versatile che un giorno scrive una lettera al Guardian elencando le 52 cose che smetterà di fare. Tra queste c’è la scrittura. Si accorge però che il vuoto professionale è doloroso per la mancanza di ciò che era ormai diventato un rituale esistenziale: mettere in fila le parole. In occasione di una visita in una galleria d’arte, s’inventa il mestiere di copista. Affitta un ampio spazio, lo arreda (poco e in modo stravagante) e paga una somma a Rebecca, segretaria del suo agente letterario, perché posi quattro ore il giorno per trenta giorni. Ovviamente nuda, come se lui fosse un pittore. Un azzardo creativo per il nuovo «copista» (così chiama il lavoro che intraprende), che però attraverso impercettibili movimenti del corpo ma soprattutto dell’anima di chi posa (la giovane è grassottella, «radiosa nella sua bellezza senza scopo») e di chi rismuove trae, qualcosa che va oltre le apparenze. Di più non è da rilevare. Sta di fatto che il lettore è affascinato dalla geniale attenzione verso i particolari e desideroso di inseguire i giorni della «statua vivente» e del «copiatore di gente». Belli e giovani. In questo romanzo di Luigi Pingitore Tutta la bellezza deve morire (Hacca, 14,00 euro) - certe frasi fungono da istantanee. «Ma che significa essere io?»; «Che c… è il futuro?»; «Gli altri non capiranno mai». Storia del diciassettenne Pier, che vaga

sulla costa campana alla ricerca di Francesca, ma anche del quarantenne che ruba la giovinezza («Io voglio quello che avete voi») e del cinquantenne piegato e piagato dalla morte della figlia. Se decenni fa l’adolescenza era fatta di attese lunghe e di iniziazioni private, oggi le «vibrazioni della vita» scuotono a tal punto che il suicidio diventa equilibrismo tra sfida e rinuncia. L’adolescenza come malattia dalla quale non si guarisce mai? Pier, ossessionato dai versi di Rimbaud, diventa automa di se stesso. Orfano di baricentro. Mentre c’è chi, saltando da una terrazza all’altra, cade e perde «la bellezza»: quella dell’età e quella del mare. Netto il taglio generazionale. Dal gruppo musicale Almamegretta la sintesi: «...nuje nun simmo cchiù chille ‘e vinte anne fa nun è ‘a nustalgia ca me fa parlà mmiezo ‘e mura antiche, mmiezo ‘e prete ‘e sta città - chello che è stato è stato, chesta è ‘a modernità». L’autore indugia sulle esitazioni dei ragazzi che rabbrividiscono all’idea del futuro: «... bellissimo guardare il tremolio dell’aria … e pensare che tra un attimo arriverà un po’di vento... tutta la vita non si riduce che a istanti così». Immobili. Rifiutare senza rinunciare. Ma c’è anche la folata della morte.

Signorine perbene. Franca Valeri e Luciana Littizzetto a confronto sulle donne giovani, tra grandi verità e amabili sorrisi in L’educazione delle fanciulle (Einaudi, 10,00 Franca: euro). «Una delle conquiste della donna moderna è la soppressione del sogno. A occhi aperti (anche se lui essendo di materia insondabile si può insinuare a tradimento in quelli a occhi chiusi). Insomma, gli uomini sono quelli che vedi e basta. Non è necessariamente una bella razza, ce ne sono di brutti anche tra i calciatori e gli attori di fiction. Molte hanno altre idee; sono “gli uomini”, nel caso fossero necessari». Luciana: «In passato ci sono stati uomini che mi hanno provocato delle accelerazioni del cuore, uno tsunami di serotonina che non sapevo controllare né dire da dove provenisse, da che cosa dipendesse, se dagli ormoni o da quello che lui diceva. Però dentro il cuore sapevo che non sarebbe durata perché erano cose troppo di pancia, di budello gentile». Franca: «… non ap-

Quel filosofo di Charlie Brown di Pier Mario Fasanotti


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L’inferno dei migranti, la Londra di Mr. Gwyn, la “malattia” dell’adolescenza, l’educazione delle fanciulle, le lettere al vetriolo di Dino Campana e il Grande Libro dei Peanuts. Itinerario in sei tappe nella narrativa

prezzo l’atteggiamento delle donne: la libertà anche sessuale non comporta l’esibizione. Fanno troppo chiasso. Se prima l’uomo era troppo padrone, adesso le lascia fare troppo. Non ha mai saputo avere un giusto equilibrio». Luciana: «E infatti oggi c’è questo grande sviluppo dei divorzi, che poi sono la diretta conseguenza del matrimoni. Ma forse è anche che oggi ci sono troppe pretese. Mia nonna diceva: “Tuca basè la cavagna”, occorre abbassare il cesto, cioè le pretese».

Ciao Charlie. Peanuts significa letteralmente noccioline. Nacque come fumetto giornaliero. Scritto e illustrato da Charles Monroe Schulz. Durò dall’ottobre 1950 al febbraio 2000 (anno della morte dell’autore). Le strisce furono pubblicate in oltre 2600 giornali, con un bacino di 355 milioni di lettori in 75 Paesi nel mondo.

Nel 1999 Schulz decise di smettere di disegnare le strisce dei Peanuts, che pertanto si interruppero, secondo l’esplicita volontà dell’autore di non volere eredi che continuassero la serie. Schultz non volle mai un assistente. Nel suo cast iniziale comparivano solo Charlie Brown, Shermy, Patty e il brachetto Snoopy. Tratto principale di Charlie Brown è la sua testardaggine: non riesce mai a vincere una partita, ma continua a giocare a baseball; non riesce mai a far volare un aquilone, ma continua a provarci. Per qualcuno è l’esempio della determinazione a cercare di fare del proprio meglio contro ogni ostacolo. Qualche piccolo successo lo ottiene tuttavia, malgrado l’evidente complesso d’inferiorità. S’innamora d’una ragazzina con i capelli rossi, alla quale non rivela mai i suoi sentimenti, per timidezza. Durante un campeggio ha una brevissima love story con Peggy. Appena la incontra si confonde e dice di chiamarsi Browny Charles. Conseguenza: tutte le lettere che la ragazza gli manda svaniscono. Sally, raccogliendo la posta e non conoscendo quel nome, non dà le lettere al fratello. Perduto amore, quindi. (Nel Grande libro dei Peanuts, Dalai, 42,00 euro).

Poeta e matto. Non potevano che irritarsi gli estimatori di Dino Campana, che per anni fu costretto in manicomio con la diagnosi di «psicopatico grave». Umberto Saba disse di lui: «Era matto e solo matto, è stato scambiato da molti per un vero poeta». Come si evince da Lettere di un povero diavolo (Polistampa, 30,00 euro) Campana scriveva lettere sprezzanti. Detestava Palazzeschi, per esempio. In una missiva alla rivista Lacerba invitò Giovanni Papini a licenziare l’intera redazione: «Il vostro giornale è monotono, molto monotono: l’immancabile Palazzeschi, il fatale Soffici». Secondo Campana occorreva chiedere scritti a quel genio che era Marinetti. E rincarò la dose: «La vostra speranza sia: fondare l’alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze delle città elettriche, sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze». Insomma una buona parola per tutti da parte di un uomo sulla cui vita molti si sono interrogati, da psichiatri a scrittori (per esempio Sebastiano Vassalli in La notte della cometa, Einaudi).

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altre letture di Riccardo Paradisi

Nonostante Fb bastano pochi amici

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uanti amici ci servono veramente? Da quando facebook ci ha portato alla compulsione di collezionare amicizie in progressione geometrica la domanda che si pone Robin Dubnar nel suo Di quanti amici abbiamo bisogno? (Cortina editore, 284 pagine, 23,00 euro) è particolarmente sensata. Ma non è la sola a cui risponde questo antropologo dell’università di Oxford. Un’altra per esempio è: come fa la vostra fidanzata a scoprire anche la più innocua delle bugie che raccontate? E ancora: da dove Shakespeare ha tratto il suo genio? Un’altra: perché fin da bambini ridiamo in modo diverso dalle scimmie? Dunbar, che ha il non piccolo difetto di essere un rigido evoluzionista, dietro il velo di domande apparentemente bizzarre o divertenti, ci aiuta a capire grazie all’osservazione scientifica a cosa serve un cervello grande come il nostro, quali sono i vantaggi della monogamia, perché abbiamo tanta passione per il gossip.

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Il segreto yogi per vincere la crisi itorna nelle librerie, anche in versione audiolibro letto da Enzo Decaro, un classicone dell’autoconoscenza: Autobiografia di uno yogi di Paramhansa Yogananda (edizioni Ananda, 18,00 euro). Si tratta di una delle opere più importanti e influenti del secolo scorso nell’ambito della spiritualità. Gli insegnamenti di Yogananda continuano ad avere in Occidente una presa profonda ispirando scrittori, musicisti, semplici lettori. Steve Jobs, genio pratico, riteneva imprescindibile la lettura ripetuta di Autobiografia che aveva anche sul suo iPad. A dimostrazione che la sintesi cercata da Yogananda tra meditazione e azione, tra Oriente e Occidente, ha trovato una risposta straordinaria in un mondo preda sì del materialismo ma evidentemente anche alla ricerca di aperture nella supercoscienza. Insieme ad Autobiografia di uno yogi è utile segnalare anche Come vincere le sfide della vita (Ananda edizioni, 200 pagine, 12,00 euro), magari per un abbinamento regalo corroborante per l’anima. Si tratta di una

raccolta di brani inediti, estremamente attuale per i tempi di crisi in cui viviamo che aiuta a trasformare le sfide in vittorie e a riscoprire l’invincibile forza del nostro stesso Sé.

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L’allegria insegnata da Filippo Neri ochi anni dopo il Sacco di Roma del 1527, arriva a Roma un prete vagabondo e sorridente: si chiama Filippo Neri. La sua vicenda è stata di recente raccontata da una fiction della Rai con Gigi Proietti nella parte di Don Filippo. Un film che ha restituito la vita e l’opera di un santo che ha attraversato il grande secolo del Rinascimento romano e della Riforma cattolica. Tanto vicino al popolo quanto stimato dalle grandi famiglie e dall’intelligenza dell’epoca. Ora per le edizioni San Paolo viene ripubblicata Filippo Neri il santo dell’allegria (356 pagine, 28,00 euro) di Rita Delcroix, opera da anni introvabile e tra le più belle dedicate al santo. Don Filippo divenne il sacerdote più popolare e amato dalla città e la sua intelligenza lo rese amico di Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Camillo De Lellis. Così don Filippo parlava della gioia cristiana: «La gioia è effetto della buona coscienza... Chi è servo del peccato non può assaporarla».

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Bergman: immagini che curano osa c’è di meglio di un grande film per uscire dalle pastoie dell’ormai doloroso tran tran quotidiano? Una raccolta di immagini dei grandi film di uno dei più grandi registi di sempre, potrebbe essere la risposta. In Immagini (Garzanti, 404 pagine, 22,00 euro), Ingmar Bergman ripercorre la sua carriera di regista dal primo film Spasimo del 1945 fino all’ultimo lungometraggio per il cinema Fanny e Alexander del 1982. Storia di un itinerario personale ricchissimo in cui la rielaborazione del mondo interiore produce immagini memorabili, il libro vede Bergman analizzare con precisione e sincerità immensa il suo percorso creativo e il lavoro sul set, dividendo le sue pellicole in base all’argomento e allo stile. Un saggio emozionante, corredato da un apparato di foto in bianco e nero.

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musica

Natale con Frankie e altri crooner Il meglio del meglio di Sinatra e l’indimenticabile Amy Winehouse, Mina, gli U2 e gli Stones. Ritorno al passato con i Beach Boys e “Quadrophenia” di Stefano Bianchi on c’è Natale senza crooner. E il migliore di tutti è Frank Sinatra nel doppio cd Best Of The Best (Capitol, 23,99 euro) con 24 memorabili successi (da Come Fly With Me, a Theme From New York, New York) e la riedizione di Sinatra ’57 In Concert. Gran voce anche quella di Bono, che nel ’91 incise con gli U2 l’elettronico Achtung Baby (Universal) che viene riproposto in 5 formati con tracce inedite e rarità: Standard Version con 1 cd (17,99 euro); Deluxe 2 cd (24,99 euro); Album Vinyl 4 lp (99,99 euro); Super Deluxe Box con 6 cd, 4 dvd e libro (109,99 euro); Uber Deluxe Box con 6 cd, 4 dvd, libro, la rivista Propaganda, gli occhiali da sole The Fly e 4 spillette (279,85 euro). Terza voce, fantastica, quella di Amy Winehouse. Ricordiamola in Lioness: Hidden Treasures (Island, 19,99 euro) alle prese con inediti, covers e versioni alternative dei suoi pezzi: da applausi Body & Soul, intonata con Tony Bennett. Se volete scoprire l’opera rock più intrigante degli Who, è Quadrophenia (Universal) del 1973: Deluxe Edition con 2 cd (23,99 euro), 2 lp (34,99 euro) e Director’s Cut con 4 cd, dvd, 45 giri e libro (109,99 euro). Nel 1966 e ’67, i Beach Boys diedero vita a The Smile Sessions (Emi), registrazioni che dovevano far parte del mai completato album Smile. Musiche rivoluzionarie, che trovano spazio in 2 cd (20,99 euro) e nel Limited Edition Box di 5 cd, 2 lp, 2 singoli e libro (165,99 euro). Non possono poi mancare le icone della nostra musica leggera: Mina con Piccolino (Pdu, 19,99 euro; Deluxe Edition 20,99 euro) che raccoglie canzoni di Andrea Mingardi, Giorgio Faletti, Paolo Limiti e altri autori; Adriano Celentano con Facciamo finta che sia vero (Clan Celentano, 19,99 euro; lp 20,99 euro) griffato da La cumbia di chi cambia e da Non ti accorgevi di me, scritte da Jovanotti e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Diretto da Andrew Eastel e arricchito da interviste a familiari e amici, Michael Jackson: The Life Of An Icon (Universal, 13,99 euro) è il dvd che racconta la vita del cantante con particolari inediti sugli esordi coi

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Classica

Tutte le lettere di Mozart. L’epistolario completo della famiglia Mozart 17551791,a cura di Marco Murara, Zecchini, 3 volumi, 89,00 euro È la prima traduzione completa in italiano, dopo varie proposte parziali del passato; oltre che di Amadeus, il corpus comprende epistole del padre Leopold, di altri familiari, giudizi su di lui. Il tono è spesso confidenziale, lo stile a volte corrivo. 826 lettere, una fonte preziosa di notizie su vita e attività di uno dei massimi compositori. Iniziando da prima della nascita, e chiudendosi dopo la sua morte, la raccolta illustra per intero la breve vita di Mozart, raccontando episodi, situazioni, persone. Non soltanto si può conoscere nell’intimità la sua figura, ma si smentisce la solita immagine del fanciullo inconsapevole, che «trova» la musica anziché comporla con profonda attenzione, come risulta ad esempio dalla sua cura della drammaturgia nel carteggio sulla preparazione dell’Idomeneo.

Jackson 5 e il boom da solista. Per i fans dei Talking Heads, Chronology (Edel, 21,99 euro) raccoglie invece le migliori performance del gruppo di David Byrne: dagli anni Settanta, alla reunion del 2002 alla Rock’n’Roll Hall Of Fame. Da non perdere la coppia di dvd marchiati The Doors: When You’re Strange (Universal, 13,99 euro), il rockumentary di Tom DiCillo che ripercorre la storia della band e del leggendario Jim Morrison; Mr. Mojo Risin’: The Story Of L.A. Woman (Eagle Rock, 20,99 euro), che narra con interviste a Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore la genesi dell’ultimo disco. Adrenalinico The Rolling Stones: Some Girls - Live In Texas ’78 (Eagle Vision, 20,99 euro), cronaca del concerto al Will Rogers Memorial Center di Fort Worth con una scaletta che include Honky Tonk Women, Miss You e Jumpin’ Jack Flash. Dall’Inno di Mameli, alla canzone napoletana di Libero Bovio; dai canti partigiani, al rock dei Baustelle. Nei 2 volumi di La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi (Mondadori, 78,00 euro), Leonardo Colombati ci racconta tutto della «musica leggera», specchio fedele della nostra società. Anche Ivano Fossati descrive un pezzo dell’Italia di ieri e di oggi in Tutto questo futuro Storie di musica, parole e immagini (Rizzoli, 49 euro), dando libero sfogo a ricordi, canzoni, persone, digressioni. È stata groupie e femme fatale. E poi attrice teatrale per Warhol, poetessa e punkettara. La newyorkese Kathleen Dorritie, in arte Cherry Vanilla, si confessa in Lick Me (Odoya, 20,00 euro) fra amorazzi rock (Mick Jagger, Kris Kristofferson) e pubbliche relazioni alla corte di David Bowie. Al camaleontico genio (nel rock e nel look) di quest’ultimo, è dedicato il libro fotografico Any Day Now - Gli anni londinesi: 1947-1974 (Arcana, 39,50 euro) a cura del designer e giornalista Kevin Cann che di Bowie è stato assistente negli anni Novanta. Banana dei Velvet Underground inclusa, quante e quali copertine di ellepì ha disegnato Warhol? Ce lo svela Bianca Martinelli in Andy Warhol Music Show (Castelvecchi, 15,00 euro), prima «discografia» illustrata in omaggio al padre della Pop Art. a cura di Francesco Arturo Saponaro

Atlante storico della musica nel Medioevo, a cura di Vera Minazzi e Cesarino Ruini, Jacabook, 85,00 euro In poche altre epoche musicali, come nel Medioevo, la musica ha fatto parte integrante della vita quotidiana degli abitanti dell’Europa. Molto spesso questa presenza pervasiva dell’arte sonora è stata trascurata da una ricerca che privilegiava ambiti specialistici, e per questo rigidamente separati. Quest’ampio lavoro tende invece a ricostruire l’orizzonte di ascolto dell’epoca, riunendo saggi dei maggiori studiosi di musica medioevale, che ne indagano a fondo i diversi ambiti e generi. Allo stesso tempo, però, le loro argomentazioni sono poste a confronto diretto con un ricchissimo corredo iconografico, che spazia dall’architettura, alla miniatura, agli oggetti, ai codici. Se da una parte il titolo di Atlante storico è giustificato dalla presenza di molte cartine, relative a luoghi e itinerari di diffusione, dall’altro è proprio l’in-

sieme delle immagini a costituire un’affascinante guida visiva nell’universo della musica medioevale.

di estremo interesse per i molti squarci di novità.

Il resto è rumore, di Alex Ross, Bompiani, 15,90 euro Oggi in edizione economica, dopo il successo di questi anni, il libro che racconta, con ottica personale tra pregi e difetti, ma con linguaggio piacevole e accattivante, la musica del secolo XX. Un’immagine finalmente non algida e distante della musica moderna e contemporanea.

1937-2010. Archivi sonori dell’Orchestra di Santa Cecilia, www.santacecilia.it, 56,00 euro Uscito da poco, un cofanetto di 8 cd con registrazioni storiche, alcune molto rare, alcune live, con alcuni dei grandi direttori sul podio della compagine dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Una documentazione unica, a tiratura limitata e non reperibile sul mercato. È acquistabile soltanto sul sito.

Beethoven, Le Sinfonie, Orchestra del Gewandhaus di Lipsia, direttore Riccardo Chailly, Decca, 5 cd, 61,20 euro. Un evento fondato sul recupero delle indicazioni di metronomo e sugli stacchi metrici annotati da Beethoven sui manoscritti. Una lettura decisamente più spedita e stringente rispetto alla tradizione. Risultato impressionante,

Mahler, Sinfonia n.° 6, Tragica, Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Antonio Pappano, Emi, 2 cd, 20,70 euro Un’interpretazione struggente, intensissima. Una lettura che avvolge i sensi, fra momenti epici e ripiegamenti di assoluta intimità. Un suono che dipinge con tinte rapinose l’universo mahleriano.


MobyDICK

angue, lacrime ma soprattutto tanta passione e speranza. È curioso come la saga medievale ideata da Ken Follett, sposi a perfezione il clima di austerity che ha investito l’Italia. Ideale per rafforzare i grandi sentimenti familiari, approda sul mercato dvd il cofanetto dei Pilastri della terra, serie cult in sei episodi trasmessa da Sky in anteprima. Le vicende che ruotano attorno alla costruzione della cattedrale a Kingsbridge, ivi comprese guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte per la successione, vi regaleranno l’improvvisa sensazione che l’annus horribilis appena vissuto non è stato poi così sventurato. Plot di qualità, attori di primo livello come Rufus Sewell (L’illusionista) e Donald Sutherland e conflitti generazionali a go go, sono il passepartout per un Natale avventuroso ma a portata di divano.

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Se non riuscirete a sublimare comunque, la risposta è allora in un solo titolo: Come ammazzare il vostro capo e vivere felici di Seith Gordon. Tre amici oppressi dai rispettivi datori di lavoro decidono di eliminare i loro aguzzini in un crescendo di perfidia che aggiunge linfa a un genere difficile come quello della commedia nera. Brutti pensieri da sciogliere in una risata, ma anche in un bel time-out dai propri figli. Resteranno parecchio placidi, di fronte alla seconda puntata di Kung Fu Panda. Il paffuto orsacchiotto con l’improvvido tic delle arti marziali è ormai diventato un guerriero dragone e vive felice e contento con i suoi amici di tatami. Ma a turbare i nuovi equilibri c’è un’arma terribile proveniente dalla Cina. Roba da far impallidire gli alveari umani mao-capitalisti che hanno tranciato in due la dolce vita del libero mercato. Quasi un atto dovuto è invece la pubblicazione del Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli: cinque dvd per rendere ulteriore giustizia a una strepitosa opera pittorica che ha avuto l’unico torto di essere baciata dal movimento. Per quanti ritengono invece di dover esacerbare l’aplomb da cinephile in spregio al buonismo di Babbo Natale, il consiglio è obbligato: Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne vi manderà di traverso il cenone proprio come sognate. È poi in arrivo anche Captain America, il primo vendicatore. Rissoso, fondamentalista della Patria, non proprio ispirato dal verbo di Obama, il supereroe della vendetta rischia di essere preceduto dallo spettatore dopo venti minuti. Attraverso il tasto off. Decisamente più fraterni i mitici Puffi, che sbarcano nell’home video a capodanno inoltrato. Raja Gosnell azzarda molto, l’effetto 3D rischia di appiattire il cartoon bidimensionale più amato d’Europa, ma tutto sommato a definirlo brutto si rischia di far la fine di Quattrocchi. In un Natale che si colloca all’incrocio tra i centocinquant’anni dell’unità d’Italia e la fine della Seconda Repubblica così come

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Operazione

nostalgia a portata di divano

Dai Puffi (che approdano al 3D) a Monicelli, dal “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli ai Monty Python, da Robert Altman a “Lost”. Molte le proposte di libri e dvd che ci riportano indietro nel tempo. Ma anche nuovi approdi all’home video per “Kung Fu Panda 2” e “Captain America”. Per i patiti della console l’odissea di Zelda di Francesco Lo Dico

la conosciamo, l’amarcord è quasi un riflesso condizionato. Esercizio spesso malinconico, che la lettura di Mario Monicelli: la storia siete voi (Carocci, 18,00 euro) contribuirà a esorcizzare. Gian Piero Consoli rilegge le principali opere del maestro scomparso un anno fa: il modo migliore per ripercorrere una larga fetta della nostra storia. All’insegna del dolente sarcasmo che da La grande guerra ad Amici miei, dona carne, riso e sangue ai sommovimenti storico-culturali della nazione.

Impenitenti, a volte irritanti ma sempre ispirati sono invece Terry Gilliam e soci, nella spassosa Autobiografia dei Monty Python (Sagoma, 24,90 euro). Sono compresi nel pacchetto gli interventi dall’aldilà dell’indimenticato Graham Chapman. Nel tempo della sit-com da strapazzo la domanda è obbliga-

ta: ma quanto ci manca il british humour? Interrogativo che rimbalza sull’altra sponda dell’Atlantico, dove per decenni ha brillato il tagliente fioretto di Robert Altman. La parabola del cineasta di Kansas City rivive nell’appassionante saggio del Castoro (29,00 euro): da Nashville a Mash si ricava una precisa sensazione. Il terribile vecchietto se n’è andato prima dei falsi penitentiagite della finanza: l’occasione perduta per una splendida farsa. Agli Oliver Twist che si sentono orfani della tv di una volta, sarà più gradita di una scodella di riso il bell’Atlante illustrato della tv 80-94 di Alberto Piccinini e Massimo Coppola (Isbn, 19,90 euro). Dal pupazzo Uàn a Piero Angela, un viaggio della e nella memoria, attraverso i programmi più amati di una stagione televisiva che accompagnò la Prima Repubblica ai titoli di coda. Degno di considerazione anche Lost (Bonanno, 20,00 euro), saggio sulla serie che vanta il più alto numero di imitazioni: tutte fallite. Nessuna illusione sullo scopo didattico, però. Se lo comprate nel tentativo di farvi persuasi dello scopo degli orsi polari, sarete ancora più confusi di prima. Sarà più utile, in tal senso, lasciare un ex voto sotto la culla del Bambinello.

Caldeggiamo la stessa operazione nell’introdurre la sezione videogames. Di fronte alla vetrina che tracima di picchiaduro e avventure, bisogna procedere alla maniera di Ferrer: adelante, ma con juicio.

Godibile, e di buona fattura romanzesca, è ad esempio lo spin-off di Shrek, Il gatto con gli stivali. Ci si mena da orbi, ma tutto succede in un contesto fiabesco che ingentilisce il tutto. Improntato a un’aura più decisamente speculativa è The Mystery Team, storia di un intrepido reporter scolastico che trascinerà il vostro delfino in una fitta rete di enigmi in giro per l’Europa. E quando si parla di avventure, è impossibile prescindere da The Legend Of Zelda: Skyward Sword, vera odissea grafica che trasformerà il vostro bimbo in un Giasone a sua insaputa. Ha il sapore dell’esperimento il secondo capitolo di Pictionary, videogioco di società che cerca di coinvolgere tutta la famiglia attorno alla console. Basterà a riportare li focolare domestico delle feste agli antichi bagliori? Tanto vale provarci. Hai voglia di parlare di austerity e rigore, di sacrifici sui libri a favore della crescita. Governare i vostri figli in vacanza non è inutile. È impossibile.


MobyDICK

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he nomi importanti della narrativa italiana siano attratti dal futuro, in genere italiano ma anche mondiale, e scrivano da qualche tempo romanzi avveniristici o spostati in avanti di parecchi anni (mai definiti, per carità, di «fantascienza», perché altrimenti gli autori si offendono), è un dato di fatto. Così come il loro atteggiamento sia del tutto pessimista, con rari sprazzi di speranza, è un altro dato di fatto. Quindi non si possono non segnalare in questa occasione due ottimi romanzi, che, forse proprio per il loro tema, non hanno troppo colpito l’attenzione dei critici, accomunati inoltre da una scrittura magmatica nel descrivere un futuro che nella sua ipertecnologia è sprofondato negli aspetti più negativi e oscuri che in genere si collegano al Medio Evo. Il primo è Il mondo è rappresentazione di Ferruccio Parazzoli (Mondadori), storia profonda e ricchissima, ma anche complessa e immaginifica di una ricerca personale e collettiva: quella del monaco Brendano e del teatrante Wulferio, ma anche del senso che ha la nostra vita in un Euroland in cui non esistono più confini e in cui le guerre si susseguono alle guerre. Seguendo lo schema di una rappresentazione teatrale medievale, Parazzoli fa interrogare i personaggi, se stesso e i lettori su un temibile dubbio: non siamo per caso dei burattini che agiscono in una rappresentazione solo per far divertire un supremo Spettatore?

fantastrenne

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L’altro romanzo, con un tono più apocalittico, è La seconda mezzanotte di Antonio Scurati (Bompiani), uno scrittore già apocalittico di per sé che qui ha raggiunto, per ora, gli estremi descrivendo il mondo del 2092 distrutto vent’anni prima dall’Onda e adesso in mano ai cinesi, concensulla trandosi sorte di Venezia, divenuta nella sua parte ancora abitabile, una specie di Las Vegas del XXI secolo, il «secolo cinese»: qui emerge, in modo singolare, la reazione concreta e ideale in nome dei valori tradizionali nei confronti dell’omologazione di un comunismo diventato capitalista: la paternità negata dai cinesi agli autoctoni veneziani, ma realizzata dal Maestro dei Ludi contro tutto e tutti; e la forza cameratesca (si può dire così?) dei gladiatori in contrapposizione della società debosciata messa su dagli effeminati e depravati padroni gialli e dai loro subalterni. Libro in cui si dispiega una fantasia immaginifica ad alto livello sostenuta da uno stile allo stesso tempo

Lovecraft

sotto il Vesuvio di Gianfranco de Turris barocco e di una minuzia descrittiva che fa venire in mente le migliori prove dei francesi del nouveau roman (chi se li ricorda più?). Un’altra singolarità è apparsa a fine 2011: nelle classifiche italiane, ma anche americane, dei libri più venduti si sono sistemati ai vertici un paio di romanzi che esprimono i due aspetti dell’Immaginario: la fantascienza e il fantastico. Campione del primo è 22/11/63 di Stephen King (Sperling

tastico trionfa invece l’ex ragazzino (oggi ha 29 anni) Christopher Paolini con Inheritance (Rizzoli), al quale grazie a Dio l’editore ha aggiunto L’Eredità: quarto romanzo della omonima trilogia con protagonista Eragon: non è una contraddizione, infatti Paolini aveva scritto l’ultimo romanzo di una lunghezza talmente spropositata che è stato diviso in due, e questa è la seconda e verosimilmente ultima parte. Ma nelle zone

A Napoli, sulle orme dello scrittore americano e del suo “Necronomicon”. Viaggi nel tempo con Stephen King (per evitare l’assassinio di Kennedy a Dallas) e nella Londra di Jack lo Squartatore. Poi c’è la saga di Eragon e quella dei vampiri della Meyer & Kupfer), che ha scritto così di certo la sua migliore opera degli ultimi anni con la storia di un oscuro professore che viaggia nel tempo e cerca di impedire l’assassinio di Kennedy a Dallas per mano di Lee Oswald (King infatti non parteggia per la molto gettonata tesi del complotto, peraltro mai dimostrata in modo definitivo e convincente, beccandosi così l’accusa di «conservatore»): bella idea, anche se non nuovissima, ottimo stile e ottima ricostruzione. Per il fan-

alte dei più venduti viaggia anche un’altra storia immaginifica anche se a suo modo, vale a dire la versione giapponese del 1984 orwelliano, 1Q84 di Haruki Murakami (Einaudi) che riunisce i primi due tomi dei tre dell’originale: infatti, in giapponese 9 si dice kyuu mentre Q si dice kju e si pronunciano nello stesso modo. Una storia ambientata a Tokyo in quell’anno fatidico e dove s’incrociano e sovrappongono tematiche angoscianti: società segrete, omicidi

enigmatici, editori di libri singolari che descrivono altre realtà. E in effetti il romanzo di Murakami descrive due realtà parallele in cui i protagonisti sembra non debbano incontrarsi mai. Per gli amanti della fantasy è da segnalare anche I guerrieri del ghiaccio di George R.R. Martin (Mondadori), decimo volume italiano (quinto in originale) della saga ambientata in una terra dall’eterno inverno. E a proposito di stagioni ecco Io sono febbraio di Shane Jones (Isbn), singolare fiaba allegorica di un paesino condannato anch’esso a un perenne inverno da uno spirito che fa sparire i bambini. Per chi non si è ancora annoiato dei vampiri c’è l’ultimo volume della saga giovanilista di Stephenie Meyer con il titolo, rigorosamente in inglese, di Breaking Dawn (Fazi), ma soprattutto c’è il curioso I vampiri dell’11 settembre che fa sorgere dal disastro delle Torri Gemelle uno sconosciuto scrittore dal singolare nome di Clanash Farjeon (Gargoyle). Appendice sui licantropi con L’ultimo lupo mannaro di Glen Duncan (Isbn, una casa editrice da un po’ di tempo attenta a queste tematiche) con la storia di un gentiluomo ottocentesco colpito dalla condanna di dividersi in belva per due secoli.

Passiamo all’orrore e al sovrannaturale. C’è l’ottimo e originale Nekros di Ugo Ciaccio (Bietti) in cui, senza cadere nel ridicolo ma avvincendo il lettore, si trapiantano a Napoli i miti creati da Lovecraft, le sue entità e il suo libro proibito, il Necronomicon, che avrebbe un «antenato», il Nekros del titolo, che però sarebbe anche l’antenato della Bibbia! Non manca infine l’avventura (fantastica, fantapolitica e poliziesca) tutta particolare: con La porta di Atlantide di Giulio Leoni (Mondadori) in cui il prolifico scrittore romano mette in piedi come al solito una trama complicatissima che mescola eventi del passato e del presente, personaggi veri e inventati, teorie estreme reali o fasulle, complotti, misteri, assassini, spie ed esoteristi; con La mappa del tempo di Felix Palma (Castelvecchi) dove si viaggia appunto nel tempo con la magia sino alla Londra ottocentesca, ma la trama è poliziesca e non mancano gli efferati delitti di Jack lo Squartatore; e con Homefront La voce della libertà di John Milius e Raymond Benson (Multiplayer) dove il regista di Conan descrive gli Stati Uniti invasi dall’esercito nordcoreano, in un bel romanzo d’azione che ricorda il suo film Alba rossa.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Sì ai contributi figurativi No alla liberalizzazione dei farmaci CRISI E COMPETIZIONE: NUOVE REGOLE, NUOVE PROSPETTIVE Crisi. È il nome di cui tutti parlano solo e soltanto dal punto di vista economico, come fosse un fenomeno interno all’Occidente. In realtà questa situazione ha due cognomi: Cina e India. L’influenza competitiva di quei Paesi da demografica è diventata ormai economica e non tarderà a trasformarsi in politica. Dunque, le ragioni profonde della crisi nascono dall’assenza di consapevolezza che i mutati equilibri necessitano di strumenti decisionali nuovi, al passo coi tempi! La realtà è che l’assenza di peso euro-americana ha permesso all’estremo Oriente di sviluppare un capitalismo iniquo, che ha provocato gravi danni al suo interno, e all’estero ha eroso spazi di mercato alle attività manifatturiere e tecnologiche occidentali. All’Inghilterra va fatta una proposta diversa rispetto a quella di patti restrittivi. Non le si può chiedere di rinunciare al Commonwealth (perché bisogna, invece, incontrare il Commonwealth), e discutere con esso tutto intero una forma di collaborazione e d’integrazione con e nell’Europa, dove l’Inghilterra sia il crocevia dei rapporti tra i due oceani. “Americoeubritannico” da un lato, e “sino-indiano” dall’altro. Fantapolitica? Forse. Ma non partiamo da zero. Abbiamo la Nato, storico embrione di questo Stato sovrannazionale. Estendiamo la collaborazione all’economia o saremo spazzati via. Materie prime, regole comuni per l’ambiente, un fondo monetario comune. La chiave della crisi non sarà esclusivamente economica, ma sarà etica: la fede, il credo in noi stessi, in Dio, nella comunità umana, in un progetto. La crisi si risolverà se saremo disposti a dare e a credere. Se avremo spazi di condivisione; se ci apriremo invece di rinchiuderci in un individualismo che si autoconsuma in egoismo; se torneremo alle origini di un capitalismo comunitario, rafforzandone l’etica, piuttosto che andando a cercare solubili profitti personali. In questo modo riusciremo non solo a uscire dalla crisi economica, ma anche a costruire con Cina, India, Sud America e Africa un mondo più sano, più giusto, più vero. Agostino Cetorelli C I R C O L O LI B E R A L FO L I G N O

La manovra economica attualmente all’esame del Parlamento contiene – tra gli altri – almeno due provvedimenti che il Movimento per la vita non può non stigmatizzare. Il primo riguarda l’ulteriore rinvio del pensionamento da parte delle lavoratrici. Una decisione necessaria, è stato detto, che porterà l’età pensionabile per le donne a sessantasette anni, di fatto equiparando, ai fini della pensione, donne e uomini. Una misura di apparente equità che diventa invece una sperequazione se non si prevedono misure per sostenere la maternità che, oltre ad avere un indiscusso valore sociale, rappresenta il vero motore per rilanciare l’Italia e dare ad essa un reale futuro. Tanto più a fronte della attuale sfida demografica. Per questo facciamo nostra la proposta già avanzata dal Forum delle associazioni familiari di introdurre quanto meno un riconoscimento contributivo (i cosiddetti contributivi figurativi) per ogni figlio generato. Un secondo profilo ancora più critico della manovra in discussione concerne la liberalizzazione della vendita di farmaci di fascia C che, se approvata, determinerà l’ingresso in migliaia di parafarmacie presenti sul territorio italiano, del Norlevo, la “pillola del giorno dopo” la cui assunzione, ogni qual volta vi è stato concepimento, ha effetti abortivi. Con la definitiva banalizzazione dell’aborto e dell’aggiramento della stessa legge 194.

Daniele Nardi

IL VALORE DELLA SUSSIDIARIETÀ E QUELLO DEL PRIVATO SOCIALE Ricomincia come ogni anno, in corrispondenza dell’approvazione della legge finanziaria, il “tormentone” dei soliti ambienti, radicali e laicisti, sulla presunta Ici non pagata da parte della Chiesa cattolica. Ancora una volta bisogna ribadire che un conto sono le attività con fini di lucro, che devono giustamente essere tassate, e un conto sono quelle, non a fini di lucro, che è giusto che non siano tassate in alcun modo. Le attività commerciali svolte da enti della Chiesa sono tenute a pagare l’Ici. Eccome. Così come gli immobili di proprietà di enti religiosi, dati in affitto, ne sono soggetti, e tali tasse, come è giusto, vengono puntualmente pagate. Altra cosa invece sono le esenzioni previste per le attività solidali caritative culturali e assistenziali, senza fini di lucro, le quali sono previste non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per ogni altra religione che abbia stipulato intese con lo Stato italiano, e così per ogni altra attività associativa non profit, laica o religiosa. Che significato potrebbe avere tassare realtà le quali svolgono un servizio di interesse e beneficio pubblico? Vogliamo tassare anche la Caritas o tutte le realtà di solidarietà e assistenza ai poveri? Sarebbe mio-

pe. Proprio in un periodo in cui, finalmente, si sta riscoprendo il valore della sussidiarietà e il valore del cosiddetto “privato sociale”? Lo Stato, purtroppo, non ha più risorse per il mantenimento di tanti servizi di welfare e se non ci fossero quelle realtà, laiche o religiose che siano, che suppliscono con la loro meritoria opera educativa caritativa e assistenziale di volontariato, non si saprebbe veramente come fare. È bene perciò continuare a sostenere, con forme di detassazione, chi, senza fini di lucro, fa un’opera generosa di servizio alla collettività tutta, proprio perché, in una società laica, la prima responsabilità nella assistenza sociale ricade sullo Stato, il quale non può scaricare totalmente le sue responsabilità su altri. Quindi è bene che anche le finanze pubbliche diano il loro contributo, anzi è bene che facciano molto di più.

Glauco Santi

VOLI AEREI: LA FINE DEL LOW-COST La compagnia per eccellenza dei voli aerei low-cost, l’irlandese Ryanair, comunica una serie di rincari per quanto riguarda il trasporto dei bagagli a bordo dei propri aerei. Chi prenota online e si ricorda di indicare che ha anche un bagaglio, d’estate e a Natale pagherà 25 euro e non più 20.

L’IMMAGINE

APPUNTAMENTI GENNAIO VENERDÌ 20 - ROMA PALAZZO FERRAJOLI Consiglio Nazionale Circoli Liberal VINCENZO INVERSO COORDINATORE NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Livrea umidiccia Sembra intarsiata di perle questa coccinella. In realtà il “mantello” trasparente sul suo dorso è formato da gocce di rugiada, immortalate da un fotografo tedesco con lenti macro. La livrea colorata delle coccinelle dai sette punti è un chiaro segnale di avvertimento per i potenziali predatori. Se toccati, infatti, questi coleotteri emettono un liquido giallo dall’odore pungente, tossico e velenoso per molti tipi di uccelli

LE VERITÀ NASCOSTE

A Oristano l’Università della felicità Francoecicciologia, Paura, Follia, Libertà, Adescamento, Divertentismo, Ars amatoria, Coscienza comparata e Tex Willer. Sono le inedite materie di studio di Aristan, la nascitura facoltà di Scienze della Felicità che vedrà la luce a Oristano, in Sardegna, per insegnare «teorie e tecniche di salvezza dell’umanità». Il tutto finalizzato alla crescita del Fil, la «Felicità interna lorda». L’idea di un corso di laurea che più che finalizzato alla ricerca di un lavoro vuole essere «una palestra della mente che allena a combattere le brutture della vita» è di Filippo Martinez. Tra i docenti molti personaggi noti del mondo accademico e della cultura. Nato con intento goliardico, il progetto alla prima pubblicità ha subito riscosso un notevole successo, con oltre 100 persone che hanno già chiesto di diventare “matricole”. Per diventare realtà però le iscrizioni dovranno raggiungere entro Natale quota 380, un numero che permetterebbe all’Università della Felicità di reggersi sulle proprie forze. Quanto al criterio con cui sono state individuate le materie di studio, Martinez spiega: «Ai docenti non abbiamo chiesto di insegnare la loro materia ufficiale. Abbiamo chiesto invece quale materia avrebbero preferito insegnare se avessero potuto scegliere in base alle proprie pulsioni, passioni e divertimento».

Ma chi non fa caso che il proprio bagaglio deve essere indicato al momento della prenotazione, oppure prenota tramite call center, per un collo pagherà 60 euro e non più 35. Considerati i prezzi che questo vettore pratica per il trasporto su diverse destinazioni, va da sé che l’operazione più semplice di questo mondo (registrare i propri bagagli in aeroporto) costerà più del biglietto in sé. Ryanair non è nuova a questo escamotage e alla propria riottosità al rispetto dei diritti dei passeggeri (alzi la mano chi è riuscito a farsi rimborsare un biglietto non usufruito per colpa del vettore stesso). Nel contempo continua ad essere la più grande compagnia low-cost, per cui, se questo è l’andazzo, è legittimo pensare che la stagione dei prezzi stracciati sta per terminare... e nel mondo peggiore, cioè con proposte commerciali ingannevoli dove il basso costo pubblicizzato del biglietto non è più tale: tasse aeroportuali che spesso sono più onerose del biglietto, onerosi balzelli di prenotazione mal o non indicati, trasporto bagagli a prezzi come sopra, servizi a bordo tutti a pagamento... insomma un mix di costi mal o non indicati che, alla fine, fanno sì che il biglietto si avvicini o superi il costo di un vettore non low-cost. Non è un caso, infatti, che il mirino e le sanzioni dell’Antitrust sono di casa alla loro sede legale.Eppure sarebbe così semplice far pagare un servizio per quello che è e non “drogarlo” per svettare tra i più vantaggiosi: una parabola discendente che compromette e forse mette la parola fine ad una lunga stagione che ha favorito la mobilità transnazionale; la fine di una illusione di un mondo a facile portata? Probabile, ma avremmo gradito fosse una parabola non disseminata di trucchetti e inganni.

Vincenzo Donvito


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grandangolo Anticipiamo un articolo dalla rivista “Risk”, in uscita lunedì

In Egitto è testa a testa tra Fratelli musulmani e salafiti

Gli islamisti si aggiudicano anche la seconda tappa elettorale e adesso Al Nour (partito antioccidentalista dichiarato e filoiraniano) comincia a fare davvero paura. Ma era davvero impossibile predire questi risultati? No di certo. È solo che Obama e i leader occidentali, sull’Egitto hanno sbagliato tutto. E adesso lo scenario si fa davvero fosco di Oscar Giannino a vittoria del partito islamista Ennahda in Tunisia alle elezioni del 23 ottobre e dell’analogo Giustizia e Sviluppo in Marocco il 26 novembre – entrambi moderati, in apparenza almeno e sino ad oggi, rispetto alla versione salafita dell’islamismo radicale - rappresentano gli obbligatori punti acquisiti di confronto per valutare la lunga procedura elettorale apertasi il 28 novembre in Egitto (sei turni elettorali in tre mesi per eleggere sia la Camera bassa che la Camera alta). La domanda è quanto ampie saranno le proporzioni del successo che tutti si attendono anche in Egitto, quello del braccio politico della Fratellanza Islamica che proprio in Egitto è nata, e che è stata la prima forza di opposizione da Nasser a oggi, con migliaia di esponenti incarcerati e centinaia processati e condannati, cioè il partito Libertà e Giustizia. Il quasi ottantenne feldmaresciallo Hussein Tantawi, sin qui presidente del Consiglio supremo militare, ha voluto una legge elettorale congegnata apposta per impedire maggioranze assolute a un solo blocco elettorale. Perché dal Parlamento dovrà uscire una nuova Costituzione - quella transitoria, 12 volte rimaneggiata in 6 mesi, è stata scritta dai militari – e solo allora gli egiziani sceglieranno un nuovo Presidente della Repub-

L

blica. Un percorso che alla Fratellanza piace e scontenta invece le altre quattro coalizioni in campo. Se ci si affida all’Arab Public Opinion Poll, il sondaggio annuale organizzato nei Paesi arabi dalla Brookings Institution, oltre il 30% del campione egiziano ha dichiarato che voterà per formazioni islamiste. Ma è un dato di fatto che Libertà e Giustizia potrebbe rivelarsi capace di una vittoria ancora superiore a quella che tutti già si attendono. Libertà e Giustizia da vent’anni è radicata quartiere per quartiere, scuola per scuola, università per università e ospedale per ospedale, con piccoli nuclei volontari di militanti della Fratellanza Musulmana che tra loro costituiscono una Usra, una vera e propria famiglia allargata, e che anche sotto le truccatissime elezioni tenute sotto Mubarak portavano alle urne milioni di elettori (nel Parlamento eletto nel 2005, precedente alle elezioni farsa del novembre 2010, la Fratellanza contava ben 88 eletti). Solo i quattro diversi partiti ancor più radicali nel loro islamismo di marca salafita, la coalizione distinta e distante dalla moderazione apparente, ma molto tenacemente dichiarata davanti a stranieri e nella comunità internazionale dalla Fratellanza (se leggete il programma elettorale in inglese sul sito del partito, riservato a economi-

sti ed esperti del Fmi, scoprirete che è sorprendentemente mercatista e liberista, una classica trappola per intellettuali occidentali...), possono contare su un modello organizzativo in qualche maniera analogo.

Nei travagliati mesi della transizione la Fratellanza ha tenuto un rapporto strettissimo con i militari, allentatosi solo quando nello schema di Costituzione preparato dall’ex ministro Al Selmy è

“Libertà e Giustizia” da vent’anni è radicato in ogni quartiere, nelle scuole e università, e negli ospedali puntualmente riemersa la volontà dei militari di sottrarre il Consiglio supremo delle forze armate a qualsivoglia vincolo nei confronti del governo civile futuro. Questo è uno dei motivi per cui si è rinfiammata piazza Tahrir, con decine di nuove vittime della repressione militare nella settimana precedente l’inizio delle operazioni elettorali, con le opposizioni

laiche che invocavano un nuovo governo e il rinvio delle elezioni, mentre la Fratellanza ha sostenuto i militari nella conferma di elezioni subito. La Fratellanza è risultata così la vera vincitrice dell’ondata repressiva prevoto. Gli strati popolari egiziani sono stanchi di disordine, della fuga in massa di turisti che deprime l’economia egiziana, consegnando al passato crescite tra i 3 e il 4% annuo, e lasciando invece posto ad una disoccupazione ancor più elevata ed a portafogli vuoti. Per i militari sarà complicato continuare a esercitare il vero controllo sull’economia e su vaste aree del complesso pubblico industriale (corrottissimo). E anche al loro interno si apriranno obbligate linee di successione. La vittoria di Libertà e Giustizia dipenderà dalla partecipazione alle urne dei 50 milioni di votanti circa su oltre 85 milioni di egiziani. Quanto più sarà superiore al 50%, tanto più la percentuale potrebbe superare il 30% per avvicinarsi al 40. In caso di una vittoria landslide, anche in Egitto potrebbe a quel punto aprirsi una delicata partita tra governo civile e forze armate, analoga a quella per anni giocata in Turchia dall’Akp di Tayyp Erdogan contro i vertici militari, custodi di un’idea kemalista di Stato laico e del vincolo internazionale Nato e occidentale. Negli ultimi mesi, Libertà e Giustizia è stata abile anche nell’estendere i suoi rapporti con forze politiche nazionali “tradizionali”. L’Allenza democratica, la coalizione di cui Libertà e


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nuova Costituzione“dal basso”e cioè inevitabilmente filoislamista. I militari egiziani, nei mesi successivi, hanno sempre più compreso che dovevano vedersela da soli, e che l’avanzata di Libertà e Giustizia sarebbe stata incontenibile, quindi tanto valeva tenere rapporti diretti. Di qui il sostegno alla storica riapppacificazione tra Hamas e Al Fatah, che cambia le coordinate del rapporto tra Israele e palestinesi, che ha posto le basi per la richiesta di riconoscimento come Stato sovrano membro dell’Onu avanzata da Abu Mazen nello scorso ottobre, e che di fatto allinea l’Egitto futuro alla svolta anti israeliana effettuata per tempo dalla Turchia di Tayyp Erdogan.

Giustizia è in realtà maxima pars, è composta da 17 formazioni delle quali una dozzina sono in realtà espressioni territoriali minori, emanazione indiretta della Fratellanza stessa, ma non mancano poi formazioni che hanno una storia politica e (hanno avuto) un seguito nell’èlite nazionale, come i resti del partito liberale al-Gahd di Ayman Nour, e dal partito nasserista Karama, entrambe formazioni i cui leader sono ben noti all’Occidente. Delle altre quattro maggiori coalizioni, una è quella salafita, antioccidentalista dichiarata e filoraniana, ma naturalmente senza dirlo. Le altre tre – il Blocco Egiziano, Rivoluzione Continua, il Wafd del multimilionario

fenestrazione di Mubarak. Ma, di fronte all’assoluta indisponibilità dei vertici delle forze armate e dei servizi egiziani, ha dovuto rimpannucciarsi. Preso atto che l’unico effetto ottenuto è stato quello di indurre le forze di sicurezza a sparare contro i dimostranti e a travolgerli sotto i loro veicoli, Washington ha dovuto far buon viso a cattivo gioco, condividendo l’appello del cancelliere tedesco Angela Merkel per una transizione che sia anche medio-lunga ma soprattutto ordinata, capace di evitare il più possibile l’instabilità nell’area e – senza dirlo – il rafforzamento subitaneo di Hamas ed Hezbollah verso Israele, e dell’Iran nell’intero Medioriente.

Nel Paese presto potrebbe aprirsi una delicata partita tra governo civile e forze armate, analoga a quella giocata in Turchia

Eppure, per Washington come per l’Unione europea, già dall’ottobre 2010 doveva apparire chiarissimo che il regime di Mubarak era alle corde. Invece l’Occidente, alle prese con la sua never ending crisi finanziaria, si è fatto cogliere ancora una volta di sorpresa, come in generale è sempre avvenuto nelle vicende della cosiddetta Primavera Araba. Così tra l’1 e il 2 febbraio Obama ha rilasciato delle dichiarazioni estremamente muscolari, chiedendo la defenestrazione di Mubarak in poche ore. Subito Hillary Clinton informava i tre maggiori leader europei, Sarkozy, Merkel e Cameron, che gli Stati Uniti si aspettavano da loro immediate e analoghe prese di posizione. Che, però, non sono venute. Israele, l’Arabia Saudita, monarchie e principati del Golfo hanno attivato tutti i canali a loro disposizione, perché le potenze occidentali facessero ragionare gli americani. Accelerare il vuoto di potere in Egitto aveva infatti, per Gerusalemme e Ryyad, un significato completamente diverso dal subitaneo crollo di Ben Ali e del suo clan in Tunisia. Dalla Giordania allo Yemen, tutti i più importanti Paesi musulmani che compongono la costellazione moderata che sostiene Ryyad nel contenimento dell’Iran si sarebbero trovati esposti al rischio di crolli. La durezza americana ha di fatto privato di ogni margine di successo il tentativo di conciliazione affidato a Omar Suleiman, il capo dei servizi egiziani ben noto da decenni all’Occidente. La sua tavola di concertazione mirava a elezioni presidenziali prima che a quelle politiche e alla

Al-Sayyid Badawy che ha raccolto anche l’intelletualità occidentalista residua del partito nazional-democratico – nelle previsioni si spartiranno insieme il 15-20% di voti, in caso di partecipazione di massa al voto, sono considerate capaci di esprimere quella parte di società egiziana comunque decisa a guardare all’Occidente, o a un rapporto con la Turchia – il vero Paese leader della sponda Sud del Mediterraneo, interlocutore naturale di Libertà e Giustizia come dei partiti affermatisi in Tunisia e Marocco – non basato però sul ripudio degli accordi del 1979 con Israele a Camp David. Ad aver esercitato il maggior ruolo di sollecitatore internazionale nella sin qui confusa transizione al post Mubarak, in apparenza sono senza dubbio gli Stati Uniti. Nel febbraio 2011, l’Amministrazione Obama, infatti, di fronte alla protesta di massa, prima è rimasta sorpresa poi ha fatto seguire una massiccia pressione per l’immediata de-

I media occidentali hanno spesso ritenuto che 1789 e 1776 siano replicabili a prescindere dalle culture e dalle diverse storie, e che la la Primavera Araba fosse una sorta di quarta ondata democratica dopo quella con la Nato intorno agli Usa post secondo conflitto bellico, quella europea, e la caduta del Muro nel 1989. In realtà, per Washington come per l’Europa, prive entrambe in questi anni di una credibile strategia sulla questione israeliana, comporta conseguenze assai problematiche la somma degli eventi in Tunisia, Marocco ed Egitto, niente affatto compensati dall’interventismo militare franco-Nato che ha condotto alla caduta di Gheddafi in Libia. Quanto ad Israele, d’ora in poi una credibile strategia occidentale d’area non potrà prescindere dal consenso preventivo con la Turchia, cioè con il Paese al quale l’Ue, con scarsissima antiveggenza, ha voltato sdegnosamente le spalle. Quanto ai rapporti con le dinastie del Golfo, che a questo punto rappresentano l’unico baluardo all’estendersi dell’influenza iraniano-sciita, esse hanno mostrato di saper reggere meglio la protesta di piazza insufflata dall’islamismo. Ma di fatto l’Occidente ha indebolito anch’esse, con il suo entusiasmo non pianificato in strategia al cadere tanto di Statinazione, come Egitto e Tunisia, quanto di Stati-tribali, come Libia e, un domani forse non troppo lontano, lo Yemen. Per gli Usa, la cui ultima esercitazione militare congiunta con le forze armate egiziane data all’autunno 2009, l’effetto è quello di dipendere per proiezioni di forza nello scacchiere mediorientale sempre più dalle sole installazioni direttamente controllate in Qatar e Bahrein. Senza più poter essere certi neanche di poter contare in futuro sull’attraversamento del canale di Suez da parte di portaerei. Per l’Unione europea, è semplicemente abissale la distanza di tutti questi avvenimenti e delle loro conseguenze da strategie velleitarie e prive di riscontri quali il partenariato di Barcellona e l’Unione del Mediterraneo. Il rischio è che il Mediterraneo diventi un mare clausum nella sua imboccatura asiatica. Con la Russia naturalmente vocata a sostenere tali sviluppi. La speranza a oggi è che avessero torto coloro che, come Samuel Huntington e Bernard Lewis, hanno ritenuto che vi sia oggettiva incompatibilità di fondo tra Islam e democrazia. Che, cioè, l’esperienza di successive elezioni accettabilmente non frodate – ammesso che in futuro i partiti islamisti oggi vittoriosi le consentano possano far emergere una via islamica al governo rappresentativo. Quanto tutto ciò rappresenti un nuovo potenziale d’instabilità, considerando le riserve strategiche petrolifere nell’area, e l’importanza del corridoio marittimo tra Asia ed Europa in un mondo la cui locomotiva economica sta nel Pacific Ring, è appena il caso di ricordarlo.

Scontri a piazza Tahrir, anche 250 feriti

Ahmed, dieci anni, vittima della rivoluzione di Luisa Arezzo a prima vittima dei violenti scontri esplosi ieri al Cairo è un bambino, Ahmad, dieci anni appena. Morto per le ferite riportate durante la guerriglia fra i manifestanti e le forze di sicurezza. La sua famiglia se lo era portato dietro (lo fanno quasi tutti) perché in realtà il raduno doveva essere l’ennesimo e semplice sit-in davanti alla presidenza del Consiglio dei ministri dove risiede il nuovo premier Ganzouri (indicato alla fine di novembre dai militari). Ma le cose non sono andate secondo i piani (almeno non quelli ufficiali) e la protesta silenziosa è presto degenerata in una guerriglia, con un bilancio provvisorio di circa 250 feriti tra i manifestanti, secondo fonti giornalistiche che riferiscono anche della presenza di di persone in borghese a fianco della polizia militare. Scontri anche sull’arteria Qasr el Aini, che incrocia la strada dei palazzi governativi, dopo che la polizia militare ha demolito e bruciato le tende nei quali i manifestanti si erano insediati dal 24 novembre per impedire al nuovo governo di Kamal el Ganzouri di prendere possesso degli uffici.

L

Quasi tutti i feriti avrebbero solo lesioni leggere, perché colpiti alla testa da pietre, ma è stato segnalato anche un giovane ferito ad un occhio con un proiettile di gomma, apparentemente sparato dai militari. Qualche giorno fa il Primo ministro aveva dichiarato che con la forza poteva essere riportato rapidamente l’ordine nella zona, ma che aveva deciso di non farlo. Molte persone sono state arrestate dalla prima mattina, quando sono cominciate le prime scaramucce, dopo che si era sparsa la notizia di un manifestante arrestato, picchiato brutalmente dalla polizia e poi rilasciato. Il giovane, Abboudi Ibrahim, fan della squadra di calcio Zamalek, che è stato ricoverato in ospedale. A quel punto, gruppi di decine di persone si sono cominciate a radunare in piazza Tahrir, che dista dal luogo degli scontri un centinaio di metri, mentre venivano intonati canti contro i militari e la polizia, analoghi a quelli di solito intonati dagli ultrà negli stadi di calcio. Mentre il sito del quotidiano Al Masri Al Youm riferisce di aver ricevuto da uno dei manifestanti un documento di un detenuto in una prigione del Cairo, caduto dalle tasche di uno degli uomini che hanno affiancato i militari nell’azione contro i protestatari.


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mondo

Il Líder máximo vuole entrare nel libro dei primati per aver subito più attentati al mondo di chiunque altro

Il guinness di Fidel L’ultimo record di Castro, sopravvissuto a 638 tentativi di omicidio in 47 anni di Maurizio Stefanini l leader storico della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, è la persona che più volte si è cercato di assassinare, secondo quanto registrano il Libro Guinness dei Primati e di sicuro gli archivi dell’Agenzia Centrale di Intelligence degli Stati Uniti (Cia), principale promotrice di questi omicidi frustrati», ha scritto giovedì il portale ufficiale cubano Cubadebate, precisando che questi tentativi frustrati sarebbero stati 638. E la notizia è rimbalzata su Rete e giornali, riportando però appunto Cubadebate come fonte: a volte anche il Guinness, ma dal testo era evidente che la provenienza era appunto quella cubana. Proprio per quel“e di sicuro gli archivi della Cia”. Per la verità, consultando invece il portale del Guinness World Records, Fidel Castro risulta invece per due primati differenti: come colui che più a lungo è stato capo di Stato di un Paese senza essere un monarca, dal primo gennaio 1959 al 19 febbraio del 2008; e come uno dei 150 capi di Stato presenti al Vertice del Millennio dell’Onu il 6 settembre del 2000, quando fu stabilito appunto il record di affollamento per capi di Stato. Non sappiamo dunque se davvero a Cuba abbiano avuto indiscrezioni su un prossimo inserimento, oppure se il senso della nota era “Fidel ha un record da Guinness per quanto riguarda il numero di attentati cui è scampato”. Dopo tutto, Fidel qualche anno fa disse anche «se il sopravvivere agli attentati fosse una specialità olimpica io avrei la medaglia d’oro»: che magari qualche agenzia distratta potrebbe pure presentare come intenzioni di partecipare ai Giochi di Londra.

«I

Il problema è che, come ben sa chi intenda battere uno di quei record per cui questa pubblicazione è famosa, è necessario provvedere poi la necessaria certificazione che renda il primato inoppugnabile: tant’è che, per esempio, anche il famoso record di longevità dell’azero Shirali Muslimov, morto nel 1973 all’asserita età di 168 anni, è citato dal Guinness con riserva, proprio per il fatto che la data di nascita del 26 marzo 1805 indicata dal

passaporto non era confrontabile con nessun documento anagrafico. Nel caso di Fidel Castro, invece, l’asserzione delle centinaia di tentativi di omicidio viene da lui. O meglio: dal generale Fabián Escalante, che come ex capo della Sicurezza cubana è certo ben informato, ma forse non una fonte da prendere senza molle. D’altra parte, dai documenti sul Vietnam che il New York Times pubblicò nel 1971 fino a Wikileaks, non è che di altarini sugli aspetti più inconfessabili della politica Usa non ne siano saltati fuori. Ma riscontri sui tentativi di uccidere Fidel, no. Anzi, quell’Ordine Esecutivo 12333 con cui il 4 dicembre del 1981 Ronald Reagan vietò alla Cia e altre entità governative di

all’Avana in cui nel 1997 morì il turista italiano Fabio Di Celmo. Il 17 novembre 2000 Posada Carriles fu appunto arrestato a Panama assieme ad altri tre esuli cubani, perché in possesso di 200 libbre di esplosivo presumibilmente indirizzate a cercare di far saltare in aria Fidel in occasione della sua prima visita nel Paese.

Ma quattro anni dopo questa specie di Carlos anti-castrista fu amnistiato dalla presidentessa Mireya Moscoso come ultimo atto della sua Amministrazione, prima di lasciare il potere. Processandolo per ingresso clandestino gli Stati Uniti hanno impedito una sua estradizione a Cuba o in Venezuela, dove pure è ricercato per l’attentato del 1976.

Cecchini, esplosivi nelle scarpe, veleno iniettato nei sigari, una piccola carica esplosiva dentro una palla da beseball: ecco alcuni dei metodi utilizzati per cercare (invano) di farlo fuori

Dal’alto, foto storiche di Castro con un giovane Gheddafi e poi con il compagno della Revoluciòn, Che Guevara

effettuare omicidi e parteciparvi se da una parte conferma la possibilità che cose del genere siano avvenute, dall’altra però vi pone una precisa delimitazione temporale, anche se dal 30 giugno del 2008 George W. Bush ha di nuovo autorizzato l’omicidio come strumento della lotta antiterrorista. E questo limite andrebbe anzi spostato anche più indietro nel tempo, se si pensa che già Gerald Ford aveva proibito gli assassini politici. Poiché Cubadebate parla di tentativi avvenuti fino al 2006, per lo meno tutti gli attentati avvenuti nei 25 anni precedenti non dovrebbero essere farina del sacco della Cia, anche se forse di gente che con essa era stata a contatto. È il caso in particolare di Luis Posada Carriles: un esule accusato di una serie piuttosto nutrita di attentati terroristi, dall’esplosione di un aereo di linea cubano in cui nel 1976 morirono 73 persone, a una serie di attentati

Stando ai documenti declassificati, però, è attestato che la sua collaborazione con la Cia sarebbe terminata proprio nel 1976. Comunque, è improbabile che abbia cercato di far uccidere Fidel da Posada Carriles proprio quel Clinton che ad aprile gli aveva appena riconsegnato il bambino Elián: unico scampato di una zattera di profughi in cui era morta sua madre, e che però il padre separato aveva ottenuto di rimpatriare su richiesta del regime, e contro la volontà dei parenti emigrati a Miami, in casa dei quali il governo Usa aveva mandato addirittura 130 uomini di un’unità di élite della Border Patrol, armati fino ai denti. Dunque, per lo meno il fallito attentato del 2000 fu iniziativa autonoma di un falco anti-castrista, forse proprio in chiave di rivalsa per la “vittoria” del regime sul caso Elián. Il dato interessante è allora che, prima di questa sortita da Guinness, la


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i che d crona

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

storia degli attentati a Fidel era già tornata alla ribalta un anno e mezzo fa per via di El que debe vivir: “Colui che deve vivere”, uno sceneggiato in otto puntate, ciascuna di un’ora e dieci minuti, che la tv cubana mandò in onda appunto per ricostruire i più significativi di questi attentati, e il modo in cui erano stati sventati. Stavano appunto allora dilagando gli scioperi della fame di dissidenti che avrebbero poi costretto il regime a trattare con Spagna e Vaticano un’ampia amnistia, e sembrò evidente il tono propagandistico dell’iniziativa. D’altronde, la stessa tv cubana riconobbe che una gran parte di queste storie poteva “sembrare fantascienza”.

Se non proprio come storia documentata, però, per lo meno come contribuito a un tipo di narrativa alla James Bond, parecchie di queste supposte vicende meritano di essere raccontate. Una volta, ad esempio, gli scienziati della Cia avrebbero contaminato una confezione di Cohiba Esplendido, la marca di sigari preferita da Fidel, con una tossina al botulino. Ma quei sigari non sarebbero poi mai stati consegnati al destinatario, così come non sarebbe stata consegnata un’altra confezione che invece era stata trattata con esplosivo. Comunque dopo aver iniziato a fumare a 15 anni avrebbe poi deciso di smettere a 59, nel 1985. Anzi, da allora si è convertito alla lotta anti-fumo, e gli è stata attribuita la frase: «la miglior cosa che puoi fare con una scatola di sigari è di regalarla a un tuo nemico». Un’altra volta, sapendo che Fidel è anche un appassionato delle immersioni subacquee, la Cia avrebbe pensato di imbottire un mollusco di esplosivo dopo averlo dipinto a colori vivaci, in modo da attirare la sua attenzione. Sempre a proposito di questo hobby di Fidel, si sarebbe pensato di contaminare la sua tuta da sub con funghi velenosi.

che utilizzò metodi così complicati. Semplicemente, i congiurati gli tesero un agguato e lo riempirono di pallottole, come ricorda il romanzo di Mario Vargas Losa La festa del caprone.

Non comunque che le imbo-

Però viene pure spiegato che questo progetto non sarebbe mai stato messo in pratica: il che lascia intendere che tra i 638 tentativi siano stati contabilizzati anche le mere ipotesi. Non è chiaro se nel numero sia stato messo un asserito tentativo di spruzzare uno spray all’Lsd a Fidel in uno studio televisivo, dal momento che lo scopo in quel caso non sarebbe stato quello di farlo morire, ma semplicemente di fargli fare una figuraccia in diretta. Dubbia è pure la contabilizzazione di un altro complotto con una polvere volta a fargli cadere la barba per compromettere la sua immagine.Vi è pure la storia

di Marita Lorenz: un’amante di Fidel reclutata nel 1960 dalla Cia, che le avrebbe dato delle pillole avvelenate nascoste in un vasetto di crema per la pelle. Ma la crema le avrebbe disintegrate, e Fidel accorgendosi di ciò avrebbe dato alla donna la sua pistola, dicendole che se proprio ci teneva a farlo fuori poteva usare metodi più diretti.Al che la ragazza gli avrebbe risposto: «non posso farlo. Fidel». Anche questa suona però un po’ troppo cinematografica, per essere credibile. In effetti, quando la Cia volle effettivamente far fuori qualcuno nella persona del dittatore dominicano Trujillo, non è

scate in strada non siano state tentate, secondo queste denunce. Si parla poi anche di operazioni suicide, gelati al cioccolato avvelenati, palle da baseball esplosive, altre cariche esplosive nelle scarpe, bombe nei sanitari, fucili di precisione, bombardamenti sulla spiaggia, bazooka in aeroporto. Nella fantasia c’è stato poi un attentato numero 639, immaginato nel 2005 da Roberto Ampuero nel suo romanzo Halcones de la noche, tradotto in italiano come Il sicario di Fidel. Giovane comunista cileno, Roberto Ampuero a vent’anni dopo il golpe di Pinochet andò in esilio: in Germania Orientale; poi a Cuba, dove sposò la figlia di un ministro delle Finanze; dopo ancora in Germania Orientale; e infine, esaurita del tutto ogni illusione sul marxismo, in Germania Occidentale, dove divenne giornalista, e da cui tornò in patria quarantenne, per darsi alla letteratura. Cayetano Brulé, il detective privato “proletario dell’investigazione” che ne ha fatto un autore di best-seller e un riconosciuto maestro del nuovo noir latino-americano, è, al contrario, un cubano che ha finito per stabilirsi in Cile. Il quinto dei sei gialli di cui è protagonista si svolge nell’anno 2004, quando un gruppo di esiliati cubani cerca prima di organizzare un golpe contro Fidel Castro, e poi di farlo uccidere con un piano insospettabile. Fidel ha sentore del golpe e organizza la rappresaglia contro gli Stati Uniti. Ma in realtà Washington ha il terrore di una crisi che riempia la Florida di profughi, e la Cia “convince” dunque in modo poco ortodosso Brulé a darsi da fare per sventare l’attentato.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


parola chiaveLINGUA

Perché l’Unione non resti una mera espressione geografica, occorre che si realizzi prima che sul piano economico, su quello culturale. E che le divisioni glottologiche di questa Babele fatta di 27 lingue si ricompongano sulla parola teatrale dei grandi autori

Il passepartout per la vera Europa di Franco Ricordi er aprirci al futuro sarà sempre bene riferirci al passato: così per cercare di intravedere meglio anche il destino di questa nostra Unione europea, che tanto condiziona ormai esplicitamente la stessa situazione dei nostri singoli paesi, sarà bene riflettere su questo «qualcosa d’antico», per meglio intravedere il «nuovo che c’è nel sole». E certo, sotto molti aspetti, sembra che stiamo vivendo in un momento di assurda confusione: se infatti da un lato la prospettiva europea ci ha aperto tante possibilità, d’altro lato i provincialismi e le vere e proprie minacce di secessioni non mancano in quasi nessuna delle singole nazioni; cosicché verrebbe da pensare che questa Europa in cui viviamo sia soltanto una finta rappresentazione di una coercizione inevitabile a ridosso del XX secolo e delle due devastanti guerre mondiali, altrimenti dette guerre intestine europee estese poi sulla scena internazionale. Ma la disparità che balza all’occhio per prima è certamente rappresentata da quella che

P

è l’unione monetaria in rapporto a quella che è - ovvero dovrebbe essere - l’unione linguistica e culturale del nostro Continente: all’accordo monetario, necessario suggello dell’Unione politica ed economica, è seguito il baratro delle diversità fra le 27 lingue e le conseguenti realtà culturali da esse determinate. E non solo a livello di Parlamento europeo, dove si spendono cifre davvero notevoli per tutte le continue traduzioni, ma soprattutto nell’ambito delle nostre relazioni fra Stati. Qui sta anzitutto il difetto, o per lo meno l’ostacolo che come tale deve essere considerato, della nuova Unione europea.

E allora torna in mente una frase significative del grande Giorgio Strehler, primo direttore di quello che potrebbe rappresentare il riferimento culturale più importante dell’Unione europea, appunto il Teatro d’Europa: «Vogliamo farla quest’Europa?» disse Strehler, «allora magari cominciamo a impararcele un po’ di lingue europee»; così affermò laconicamente il grande regista, evocando in maniera autorevole,

ma anche di possibile impegno, quello che certo dovrebbe risultare uno dei primi compiti di noi tutti, nuovi cittadini europei. E certo il divario che si è accentuato nella maniera suddetta, evidentemente non ha aiutato la comprensione di un problema senza il quale, a nostro avviso, la Ue non sarà mai di fatto una vera Unione: la necessità assoluta di una «unione culturale». Una possibilità dialettica di linguaggi che, seppure in una realtà babelica, coniughi proprio questa interpretazione linguistica dell’idioma altrui come autentica possibilità di una nuova e assoluta «lingua ovvero espressione europea». Senza questo nuovo tentativo (che non diventi soltanto un maccheronico inglese, provincializzato per ogni nazione, ma una autentica apertura alla nostra diversità linguistica intesa come essenziale patrimonio), crediamo che l’Europa non potrà mai aspirare a divenire una vera e propria unione: rimarrà quella che diceva Metternich dell’Italia, una «espressione geografica», nel senso spregevole della geografia naturalmente. Da questo punto di vista


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per saperne di più

hanno detto Montesquieu

Henri Pirenne Storia d’Europa Newton Compton

L’Europa non è altro che una nazione composta di molte nazioni. La Francia e l’Inghilterra hanno bisogno dell’opulenza della Polonia e della Moscovia, come una delle loro provincie ha bisogno delle altre. E lo Stato che crede di aumentare la sua potenza con la rovina di quello confinante di solito s’indebolisce con esso.

Ferdinand de Saussure Corso di linguistica generale Laterza Marc Bloch Lineamenti di una storia monetaria in Europa Einaudi

Novalis

Emanuele Severino Destino della necessità Adelphi

Ci sono tre principali gruppi d’uomini: selvaggi, barbari incivili, europei.

Giorgio Strehler Per un teatro umano Feltrinelli

Gli uomini di cultura possono e debbono servire l’unità dell’Europa rendendo sempre più creatrice la propria attività. Per raggiungere questo fine essi hanno indispensabile bisogno di attingere alle fonti nazionali, che non possono essere perciò rinnegate, e di attingere nello stesso tempo alle fonti costituite dai rapporti con le altre culture.

Attilio Piccioni

Massimo Cacciari Geofilosofia dell’Europa Adelphi Giorgio Agamben Il linguaggio e la morte Einaudi

José Ortega y Gasset

Franco Ricordi Essere e libertà Bulzoni

dobbiamo subito notare come l’Europa (e questo ce lo disse un altro e significativo regista teatrale, Maurizio Scaparro), non sia «nata anglofona»: ciò significa che la vera e propria guerra subliminale che evidentemente è sempre esistita fra le nazioni (laddove una volta il francese faceva certamente la parte del leone), non risulti necessariamente già vinta dalla lingua inglese che certo, su scala mondiale, si è imposta in maniera determinante anche nel periodo delle guerra fredda. E tuttavia la sfida dell’Europa sta proprio qui, nella inevitabile strategia e guerra di linguaggi che sicuramente si aprirà, anzi si è già aperta: l’Unione europea è un problema glottologico. Ma per poter rispondere autenticamente a questa realtà, crediamo che la strada maestra sia proprio quella di affrontare di petto il problema, come lo chiamava Strehler, di «impararci le lingue», e anzi di considerare questa Babele europea come un aspetto assolutamente positivo rispetto alle altre lingue nel mondo: e forse più di ogni altra realtà proprio la cultura teatrale può risultare la più autentica depositaria di questa nuova Unione che chiamiamo Europa.Vogliamo dire che la grande cultura teatrale e la sua espressività, a differenza del cinema e dei libri, non si doppia e non si traduce: possono esserci nel Il Parlamento europeo, e, sopra, la Torre di Babele di Brueghel. Nella pagina a fianco, l’“Ophelia” del preraffaellita John Everett Millais e Laurence Olivier nei panni di Amleto

La libertà ha sempre significato in Europa una franchigia per essere chi autenticamente siamo.

Ascoltare Cechov, Schiller, Calderon, Molière in lingua originale (come raccomandava Strehler) con l’accento di oggi, potrà divenire un’arma fondamentale di investimento per il futuro teatro, come spesso accade oggi, dei sopratitoli, per aiutare lo spettatore che ascolta. E tuttavia è proprio l’impatto con la Parola teatrale quello che più si addice a rispecchiare - in tal senso il Teatro è nuovamente riflesso della realtà, più che mai europei-

stica in questo caso - la nuova società in cui vivremo. Ascoltare Shakespeare, Cechov, Schiller, Calderon, Molière e tanti altri autori in lingua originale, naturalmente con l’accento di oggi, significa mettere in di-

scussione in maniera assolutamente nuova il nostro Vecchio Continente: lo straordinario retaggio culturale europeo che, ne dobbiamo essere orgogliosi, supera di gran lunga quello degli altri continenti-concorrenti nella globalizzazione che sempre più andremo vivendo.

La forza del Vecchio Continente, è arrivato il momento di capirlo, sta proprio nella sua straordinaria realtà culturale che, se affrontata come si deve, potrà divenire anche la fondamentale arma di investimento economico per il futuro. E in questa maniera possiamo intravedere il rapporto fra le lingue europee in maniera completamente diversa: non come un’arma di distinzione ovvero

di sovrapposizione culturale di un paese nei confronti dell’altro; ma al contrario come essenziale apertura all’alterità che rappresenta il primo passo per quella che si può e si deve concepire in quanto cultura europea. La cultura europea è «apertura all’Altro», che non è più «straniero», ma interlocutore nel medesimo ambito. Questo è lo sforzo fondamentale in vista di quella che potremo definire integrazione europea: e se si pensa che tale unione possa essere sancita esclusivamente e anzitutto dall’unità monetaria, si commetterà lo stesso errore di chi ha creduto, nel corso della storia, che attraverso le iniziative economiche tutto possa risolversi. Al contrario crediamo che la prospettiva di una economia della cultura, che si prepari a investire adeguatamente su questa alterità linguistica dell’Europa, potrà risultare in ultima analisi come la prima e più importante strategia politica: in quale Europa potremo credere e quale Europa potremo soggiornare senza questa costitutiva apertura? E se qualcuno ha lamentato la tendenza a scomparire dei rispettivi dialetti nelle singole nazioni (la polemica in Italia risale anche a Pasolini), è chiaro che oggi tutte le grandi lingue europee possano essere considerate come facenti parte di un grande linguaggio, un «Discorso» - parola che in italiano significa sia «linguaggio» che «ragione» - che, a ben vedere, è il vero grande «discorso europeo», il «discorso politico» par excellence.


ULTIMAPAGINA Il volontario di Emergency era nelle mani dei banditi dallo scorso agosto. Gino Strada: «Finisce un incubo»

Sudan, Francesco Azzarà di Antonio Picasso ra il primo pomeriggio di ieri quando le agenzie hanno cominciato a battere la notizia della liberazione di Francesco Azzarà (34 anni, di origine calabrese), l’operatore umanitario di Emergency rapito in Sudan lo scorso 14 agosto. Tuttavia, l’organizzazione guidata da Gino Strada ha preferito mantenere un iniziale riserbo sulla questione. «Prima di festeggiare, Gino vuole parlare direttamente con Francesco», ci hanno detto i responsabili dell’ufficio stampa. «Di fibrillazione comunque ne abbiamo abbastanza». Poi, appena prima che questo giornale andasse in stampa, lo stesso Strada ha confermato l’accaduto. Quattro mesi di silenzio, ma anche di dimenticanza. Subito dopo il sequestro, Emergency aveva chiesto che la vicenda scomparisse dalle pagine dei giornali e così è stato. Un desiderio che ha creato un efficace vuoto di informazioni intorno alla sorte di Azzarà. Al punto che oggi ci si trova in difficoltà nel ricostruire i fatti di agosto. Il volontario italiano era stato prelevato mentre si recava all’aeroporto di Nyala, la capitale del Darfur meridionale dove Strada ha inaugurato un centro pediatrico. Si tratta di una nuova struttura inaugurata solo nel luglio 2010. Ricordiamo però che Emergency è attiva nel Paese da ormai sette anni. Il centro di Nyala offre cure ai bambini fino a 14 anni e svolge attività di educazione igienico-sanitaria rivolte alle famiglie. Non è stato mai chiarito il motivo del rapimento di Azzarà, soprattutto perché non ne è mai giunta una rivendicazione. Tanto meno la richiesta di un riscatto. Un punto che Emergency ha sempre ribadito in maniera fiscale. «Non siamo ancora in grado di ricostruire la vicenda», hanno aggiunto sempre ieri dagli uffici di Milano. «Noi stessi siamo in attesa di informazioni dal governatorato di Nyala».

E

Nelle cronache successive all’accaduto, si leggono solo molte congetture. È possibile che il nostro connazionale sia stato coinvolto incidentalmente nel continuo scontro tra bande arabe ribelli e le autorità che fanno capo a Karthum. Esattamente un mese prima, il governo sudanese aveva siglato a Doha un accordo di pace con il Movimento Liberazione e Giustizia, uno dei gruppi ribelli del Darfur. L’accordo però aveva lasciato fuori il Movimento Giustizia e Uguaglianza e l’Esercito di liberazione del Sudan, lo Sla conosciuto per la propria tenacia nel proseguire la lotta armata contro Karthum. A sua volta, il Movimento Liberazione e Giustizia, guidato da Tijani Seise, aveva raggiunto a marzo un’intesa per il cessate il fuoco. Il Paese del resto vive una condizione di cronica instabilità.

È LIBERO ta del tutto screditata agli occhi dei governi occidentali. La Corte penale internazionale ha spiccato un mandato di arresto nei suoi confronti. Tuttavia, nessun Paese si è mai accollato la responsabilità di mettere ai ferri il leader sudanese. Sono troppi gli interessi economici e di sfruttamento che sono in gioco. Compromettersi le buone relazioni con Karthum significherebbe giocarsi la possibilità di accaparrarsene. Lo Stato più vasto d’Africa, per estensione territoriale, e uno dei più ricchi resta quindi a un passo dal fallimento, senza che le istituzioni internazionali e dei singoli Stati possano adoperarsi per evitare il collasso.

Non è stato mai chiarito il motivo del rapimento del 34enne calabrese, soprattutto perché non è mai giunta una rivendicazione e tanto meno la richiesta di un riscatto Dopo gli anni di guerra civile, massacri e genocidio, si è alle prese con una progressiva polverizzazione del Sudan. Le regioni meridionali hanno ottenuto la piena indipendenza, dopo il referendum di gennaio e la relativa proclamazione di luglio.Tuttavia, il Sud Sudan è lungi dal poter essere dichiarato uno Stato a sé stante. Il Darfur, area dove Emergency è maggiormente impegnata, si sta ancora leccando le ferite causate dal conflitto che lo ha devastato dieci anni fa. Infine, la presidenza di Omar al-Bashir risul-

Gli operatori umanitari, dal canto loro, si trovano stretti fra due fuochi. Da una parte, il loro intervento in loco è inestimabile. Le popolazioni locali hanno un disperato bisogno di soggetti come Emergency. D’altra parte, proprio perché provenienti dall’Occidente, le organizzazioni come quella di Strada rimangono dei sorvegliati speciali. Sia per le istituzioni, sia per le tribù ribelli. Tra queste, quella dei Rezegat è apparsa come la più probabile autrice del sequestro di Azzarà. Si tratta dell’unità tribale più vasta del Darfur, alleata con i janjaweed, i diavoli a cavallo che hanno scatenato il panico in seno alla popolazione locale negli anni del conflitto. Una prima teoria sarebbe che gli scontri tra questi leggendari e famigerati predoni del deserto e gli uomini dello Sla si siano acutizzati. Azzarà si sarebbe trovato appunto sulla loro linea di tiro. La sua cattura sarebbe stata inoltre dettata dall’interessi di entrambi i fronti di aumentare la visibilità della guerriglia in corso. Una vittima occidentale torna sempre utile in queste circostanze. Stabilire chi delle due parti lo abbia sequestrato è, al momento secondario. Ciò che importa è il persistente rischio di escalation per il Sudan e l’inefficacia – malauguratamente per le iniziative di Emergency – di preventivarla.


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