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Abbiate fiducia nel progresso che ha sempre ragione anche quando ha torto

Filippo Tommaso Marinetti

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 30 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il presidente del Consiglio risponde a una raffica di domande. Casini: «Siamo nelle migliori mani possibili»

La rivoluzione di Monti «Abbiamo acciuffato l’Italia per i capelli. E ora la cambiamo» «Non ci saranno altre manovre: entro gennaio liberalizzazioni e riforma del lavoro». Una conferenza di fine anno che per contenuti e stile segna una radicale svolta politica Un’occasione da non perdere

di Errico Novi

Ora il sindacato non può dire solo no

ROMA. Altro stile. Altro passo. Forse anche altra resistenza. Mario Monti incontra i giornalisti per la conferenza stampa di fine anno e appare subito lontano dai predecessori. Da Berlusconi e non solo da lui. Poche concessioni seduttive, molta ironia british, ma anche lunghissima tenuta: due ore e quaranta di scambio serrato, trentuno domande da ventitré testate, anche straniere. E un’impressione su tutto: il presidente del Consiglio è pacato e composto anche quando sa di teorizzare la rivoluzione. Spiega all’inizio che la sua azione segnerà una svolta epocale nella vita del Paese. Più avanti ricorda che il decreto “salva-Italia” - da ieri in vigore - «non è assimilabile alle altre, moltissime manovre approvate negli anni precedenti». Straordinario rispetto al «cambiamento che intendiamo rappresentare» eppure sempre lieve. Forse per non spaventare chi ascolta, di certo per non inasprire le tensioni con la politica che lo sostiene, comunque Monti è simmetricamente opposto al suo immediato predecessore. segue a pagina 2

di Savino Pezzotta oglio iniziare questa mia riflessione con un atto liberatorio: ho sostenuto e sostengo questo governo, non credo che allo stato attuale abbia delle alternative e penso che riporre le speranze in un ricorso alle urne non appartenga alla dimensione della responsabilità. Con questa premessa, mi posso consentire anche qualche spunto critico. a pagina 3

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L’analisi di Paolo Pombeni

Quaranta giorni «rivoluzionari»

«La nuova, vincente politica del Prof.»

Identikit del Montismo

di Franco Insardà i è trattato di un discorso assolutamente politico e non potrebbe essere diversamente. Alla tecnicità bisogna unire la capacità di costruzione del consenso, cosa che Monti ha rivendicato, oltre a ribadire che non ci sono bacchette magiche per risolvere i problemi del Paese». Il politologo Paolo Pombeni ha apprezzato le parole del premier. a pagina 2

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Competenza, ironia, abilità politica, rispetto per avversari e giornalisti (ieri si è perfino scusato...): ecco le frasi, i modi e le parole chiave che hanno cambiato il Paese Pier Mario Fasanotti • pagina 4

Dossier. Le proteste contro Putin «oscurano» le celebrazioni per la caduta del regime

Piazza Rossa o Piazza Tahrir? Come sta cambiando Mosca a vent’anni dalla fine dell’Urss di Enrico Singer vazet let, zachem?».Vent’anni, per che cosa? Tra i tanti slogan scritti a mano su pezzi di cartone dai giovani contestatori che hanno invaso negli ultimi giorni le strade di Mosca c’era anche questo, ispirato all’anniversario appena trascorso del momento-simbolo della fine dell’Urss. Era la notte del 25 dicembre del 1991 quando fu ammainata dalla torre più alta del Cremlino la bandiera rossa con la falce, il martello e la stella e fu issato il tricolore russo bianco, rosso e blu. Chiedersi che cosa è cambiato da allora può sembrare ingenuo, oppure folle. È evidente che tutto è cambiato: basta guardare la carta geopolitica dell’Europa. a pagina 12

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

252 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

I fuochi d’artificio vietati

Lasciateci almeno i botti di fine anno

di Giancristiano Desiderio l Sud è pronto a esplodere. Non è una metafora. Il Mezzogiorno d’Italia per tradizione nella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno è sempre stato più esplosivo del resto dell’Italia. Perché nel passaggio dal vecchio al nuovo il Sud avverte forse più del Nord la necessità di liberarsi di ciò che non va e lo spaventa. Anche quest’anno. A Reggio Calabria sono stati sequestrati oltre 2,5 tonnellate di materiale esplosivo. Naturalmente, illegale e pericoloso. Le cosiddette “cipolle”, i “cetrioli”, le “bombe a muro”, tutto quanto può fare un gran botto e un gran finale e un gran male. Le statistiche del giorno dopo danno il Sud di gran lunga davanti al Nord per morti e feriti. Sarà così anche quest’anno? Lo sapremo il 1° gennaio, ma fin da ora ci sono degli “ottimi” presupposti. La novità dell’anno è “’o spread” un botto-bot inventato a Napoli. a pagina 8

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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la fase due

Gli «appelli» agli italiani secondo Paolo Pombeni

«La svolta politica del Tecnico» di Franco insardà

ROMA. «Si è trattato di un discorso assolutamente politico e non potrebbe essere diversamente. Se fosse stata possibile una soluzione tecnica alla crisi, Berlusconi avrebbe ingaggiato per il suo governo i tre tecnici necessari. Alla tecnicità bisogna unire la capacità di costruzione del consenso, cosa che Monti ha rivendicato, oltre a ribadire che non ci sono bacchette magiche per risolvere i problemi del Paese. Senza il consenso le misure economiche non funzionano e i mercati non credono ai provvedimenti». Il politologo Paolo Pombeni, professore di Storia dei sistemi politici europei all’università di Bologna, ha apprezzato le parole del presidente del Consiglio e ne evidenzia gli aspetti politici. Professore, perché il premier ci ha tenuto a sottolineare il buon rapporto con l’opinione pubblica? Usando gli ormai consueti toni pacati e l’humor inglese Monti ha voluto dare un messaggio chiaro ai partiti: attenzione i cittadini hanno capito la situazione del nostro Paese molto meglio di come le forze politiche possono immaginare. Come spiega questo atteggiamento? Da Monti potrebbe venire un apporto fondamentale alla ricostruzione della politica italiana. Non vuole sostituirsi ai partiti, ma costringerli a modificarsi sotto la spinta dell’elettorato. In pratica li ha avvisati? Il governo è più in sintonia con l’Italia più di quanto i partiti credano. Non c’è il rischio che i partiti possano ostacolare il cammino delle riforme annunciate? Monti ha risposto preventivamente: considerate che il 23 e il 30 gennaio ci sono due appuntamenti europei importanti ai quali bisognerà arrivare con idee chiare. Il premier, dopo aver ottenuto l’appoggio di quasi tutti i partiti, in conferenza stampa ha aperto anche all’Idv, da giorni critica. Monti fa tentativi di aperture in tutte le direzioni possibili, certo con l’intransigenza della Lega c’è poco da fare. Più che all’Italia dei Valori il messaggio era rivolto all’elettorato di quel partito che non sembra disposto a seguire la linea da pasdaran del suo leader. Facendo capire loro che alcune delle osservazioni sono condivisibili. Anche la battuta sulle uova di struzzo direi che ha rappresentato una sorta di apertura nei confronti del Fatto Quotidiano. La lotta alla corruzione e all’evasione fiscale sono argomenti sui quali la maggioranza degli italiani è d’accordo. Direi proprio di sì, a meno che non si faccia parte di queste categorie. Sull’evasione fiscale Monti è stato molto chiaro sostenendo che non si sta scherzando, avendo messo in campo strumenti forti ed efficaci. L’ex pm di Mani Pulite, però, ha risposto subito picche. Di Pietro si illude di poter fare il partito di lotta e di governo che, però, presuppone una statura politica ben diversa dalla sua.

Raffica di domande (anche provocatorie) alla conferenza stampa di Monti

Il contropiede del Professore

Apertura all’Idv ma Di Pietro, volgare: «Fa solo televendite». Casini: «Macché, siamo nelle migliori mani possibili». Bersani: «Bagno di realtà dopo anni di favole» di Errico Novi segue dalla prima Basterà per la rivoluzione, questa levità? Soprattutto basterà per una rivoluzione da compiersi in dodici mesi di mandato residuo? A questa domanda il premier risponde spontaneamente e in modo incidentale, con una battuta: «Stavo per fare un’affermazione politicamente impegnativa, cioè stavo per dire che all’ultima domanda sullo spread risponderei alla conferenza stampa di fine 2012, ma appunto è impegnativo...». Ci scommette, dunque, sulla riuscita dell’impresa. Ma con cautela.

Rivoluzionario è certo l’intendimento che Monti fissa quale prossima prova del suo governo: liberalizzare «parallelamente» sia il mercato del lavoro che diversi settori produttivi. Due fattori che dovranno combinarsi in un piano «Cresci Italia», come il Professore lo definisce più volte durante l’incontro. Una prima parte sarà definita in tempo per l’Eurogruppo del 23 gennaio, e riguarderà appunto le aperture alla concorrenza. «La riforma impegnativa, delicata, essenziale del mercato del lavoro», come la qualifica il presidente del Consiglio, «non potrà avere gli stessi tempi. Ma alla data del 23 gennaio ci presenteremo con un’azione già iniziata anche su questo». Sempre ai partner della Ue verranno sottoposti i passi avanti compiuti dall’Italia anche in occasione del Consiglio europeo del 30 gennaio, analoga occasione sarà colta nel mese successivo. Come procedere? «Con il decreto Salva Italia abbiamo seguito tre principi: equità, crescita e consolidamento dei conti pubblici, con particolare attenzione però su quest’ultimo aspetto. L’azione con-

tinua, potete anche chiamarla fase due, ma il terzetto è lo stesso, con una maggiore enfasi sulla crescita, stavolta. Solo che così come si è puntato a preservare il consolidamento dei conti nel primo decreto, la crescita non sarà sostenuta con larghezza di denaro pubblico, di quello ce n’è poco. Casomai, con il superamento di rendite e privilegi». Ecco la leva chiave che Monti intende azionare. «I privilegi di tutti, non di qualcuno in particolare. Ciascuno deve poter constatare che i sacrifici non sono chiesti a lui soltanto».

Ecco, qui è la filosofia di Monti. Che è rifiuto della seduzione. Con l’opinione pubblica («la popolarità di un governo come il nostro dovrebbe essere a zero, mi stupisco non sia così») come con i partiti. Anzi, per convincerli il premier dice apertamente che «è preferibile procedere da una parte sulle liberalizzazioni per le quali ha meno simpatie il centrodestra e dall’altra sul mercato del lavorio che incontra maggiori resistenze nel centrosinistra». Scontentare tutti: ecco l’originale via alla rivoluzione ipotizzata da Monti. Quello che conta, e questo il Professore lo dice all’inizio della conferenza stampa, è convincersi che «siamo in un momento storico in cui tutti devono mettere in discussione le proprie abitudini e certezze». Anche le parti sociali, che ovviamente verranno ascoltate ma con l’obbligo di «procedere in tempi rapidi». La velocità è un altro carattere tipico dell’impegno tracciato dal premier. «Non ci saranno altre manovre, intese in senso classico». Ci sarà ascolto, «verrà fatto di tutto per evitare tensioni sociali», ma anche i sindacati dovranno fare i conti con l’assioma della fles-


Ora il sindacato non può dire solo no Il programma lanciato dal premier lascia molti spazi aperti per decisioni condivise di Savino Pezzotta oglio iniziare questa mia riflessione con un atto liberatorio: ho sostenuto e sostengo questo governo, non credo che allo stato attuale abbia delle alternative e penso che riporre le speranze in un ricorso alle urne non appartenga alla dimensione della responsabilità. Con questa premessa, mi posso consentire uno spirito critico. Perché pietrificare il presente non serve: bisogna tenere aperti spazi per l’avvenire. Insomma, la mia valutazione sulle dichiarazioni fatte in conferenza stampa dal presidente del Consiglio non sono negative, ma non mi azzardo a dichiararle del tutto positive: ci sono punti che vorrei approfondire e conoscere meglio.

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Per prima cosa debbo dire che ho apprezzato lo stile e la competenze con cui sono stati trattati i problemi e le relative proposizioni. Da troppo tempo non eravamo abituati a un discorrere cosi pacato, libero da ridondanze, in cui il merito, la conoscenza dei problemi, l’intrecciasi di una visione nazionale con la prospettiva europea si faceva lentamente e progressivamente disegno politico. Essere usciti dalla fantasmagoria berlusconiana in cui il confine tra il reale e l’immaginario era sempre incerto, è un fatto positivo che però obbliga tutti - e quando dico tutti penso ai politici, ai giornalisti, agli imprenditori, ai sindacalisti e quant’altri occupano la scena pubblica - a misurarsi con la concretezza delle proposizioni e con le responsabilità che ne derivano. È un chiaro cambiamento di passo, si suona una musica diversa e si ode un linguaggio che da tempo il Paese voleva sentire. Questa è una novità che non si può sottovalutare perché cambia lo stile e rende sobrio il dibattito pubblico. Eppure, mi attendevo qualche cosa di più su come il governo intende gestire la cosiddet-

ta fase due. È certamente comprensibile che dopo aver fatto uno sforzo immane per evitare di cadere nel burrone e non farci divorare dagli avvoltoi, avremmo meritato qualche conforto in più. Sono sempre più convinto che bisogna agire in fretta. Le previsioni di crescita dell’area euro per il 2012 tendono tutte al negativo, mentre l’Italia si trova già a fare i conti con la recessione e con previsioni che danno, per il 2012, il Pil sotto il segno meno. Il quadro internazionale ed europeo condiziona le nostre politiche pubbliche, proprio per questo la fase due deve avviarsi al più presto e dovrebbe

Parole e stile si prestano anche alla rinascita morale del Paese. E tutti sanno quanto ne abbiamo bisogno contenere norme atte a ri-strutturare il nostro sistema economico, finanziario e produttivo e dei servizi. Il problema di fondo dell’Italia è certamente il suo debito pubblico, ma faticheremo a correggerlo se non recupereremo competitività sui mercati internazionali: non possiamo vivere di solo consumo interno.

hanno perso terreno anche nella distribuzione del prodotto industriale mondiale. Siamo di fronte ad una chiara ed evidente perdita di capacità competitiva che colpisce in modo particolare il nostro Paese. Da qui l’esigenza che la fase due si concentri su questo tema che è essenziale per la crescita ma anche per determinare nuovi stili di vita che - nel renderci più sobri - creino le condizioni psicologiche, morali, sociali e politiche per affrontare le nuove sfide.

Per concludere, solo alcune semplici osservazioni, la prima riguarda il catasto. La riforma è necessaria e urgente e non bisogna essere Maria Teresa d’Austria per comprenderne la valenza sociale e fiscale e i tratti di equità che può determinare. Credo però che occorra tenere conto che per la maggior parte delle famiglie italiane la prima casa è solitamente un costo o un risparmio e non fonte di rendita. La seconda problematica riguarda un tema a me molto caro, quello del lavoro. Giudico positivo che si sia deciso di aprire un confronto con le parti sociali. Raccomando solo di

considerare sempre che le parti sociali rappresentano interessi differenziati e che pertanto la necessaria mediazione deve tenere in conto, come ci insegnava Donat Cattin, della parte più debole e operare per un riequilibrio. Coltivo la speranza che il sindacato sia in grado di presentarsi al confronto con una proposta unitaria e che non si lasci impalare dal falso problema dell’articolo 18, anche perché, in questi giorni di giusta mobilitazione sindacale, ho udito le grida di chi a suo tempo aveva su questa questione idee molto più accondiscendi. Sono convinto che l’attuale debolezza del sindacato non sia nelle decisioni del governo, ma nell’assenza di una proposta non meramente difensiva. Se la crisi colpisce il lavoro, anche la rappresentanza del lavoro deve autonomamente contribuire a ricercare quelle che possono essere le vie di uscita necessarie. Insomma, mi pare che la fase due sia una occasione da non perdere per creare le condizioni della crescita, di uno sviluppo nuovo e più umano, per far crescere il senso della coesione nazionale ed europea e per avviarci verso una “sobrietà gioiosa” che ci tolga dalle spire dell’angusta e tenebrosa austerità.

Mentre i nostri occhi e il nostro cuore sono puntati sull’andamento delle borse e degli spread - bene ha fatto Monti a demistificare la sindrome degli spread che sembra aver colpito tutti - abbiamo perso di vista che nell’ultimo decennio in 25 paesi emergenti il Pil è cresciuto ad un tasso medio del 5,8%, di contro a una crescita negativa dei paesi di vecchia industrializzazione, i quali

sibilità con cui andranno considerate le tutele e «riformati alcuni istituti per garantire un lavoro meno precario ai giovani». L’articolo 18 non è nominato ma il messaggio è chiaro.

Ci sarà spazio per interventi su infrastrutture, su quello che il presidente del Consiglio definisce «stimolo del capitale umano», cioè l’università e la ricerca, sull’uso dei fondi al Sud. Oltre che dei giovani, Monti parla anche di donne e lavoro femminile: «Dove è più diffuso c’è maggiore crescita e anche maggiore natalità», dice in risposta a un quesito sulla precarietà quale «migliore contraccettivo». Il peso degli sforzi si giustifica, ricorda il premier, con le attese che la comunità internazionale ripone su di noi: «Il Washington post ha ricordato che da quanto l’Italia riesce a fare e non fare dipende il futuro dell’economia mondiale». C’è una sola parte“professorale”ed è riservata allo spread, con tanto di diagramma proiettato in sala: «Ma più che con i mancati interventi della Bce il recente picco negativo è innescato dalla delusione per l’esito dell’ultimo Consiglio europeo». Ciononostante Monti non esita a dire che «se sono i mercati a indicare lo spread, i fondamentali del nostro Paese non giustificano per nulla l’attuale valore». Non siamo vicini alla Grecia, aggiunge Monti, «ma a un certo punto abbiamo ingaggiato gli dei perché soffiassero in direzione opposta al Mar Egeo». Molto dipende dall’Europa, ma l’Europa è sospesa «alle misure adottate dall’Italia che è la terza economia dell’arera euro». Quindi la «metafora» più forte:

«Siamo stati sul ciglio di un burrone senza parapetto con forze che spingevano alle spalle per farci cadere e avvoltoi ben presenti nei mercati altrettanto pronti ad avventarsi. Abbiamo puntato i piedi e non siamo caduti. Gli avvoltoi non ci hanno mangiato. Ora il Paese deve essere unito nel farsi forza per allontanarsi dal burrone». Serve unità «anche nelle preoccupazioni, che devono essere omogenee: non può avvenire che alcuni non si preoccu-

ne sono state cinque, solo una fatta dal sottoscritto». Ma con la politica Monti esibisce un atteggamento rispettoso: «È il Parlamento a decidere sul nostro mandato. Al Parlamento spetta il compito di lavorare a quelle riforme istituzionali che sarebbero importanti per l’avvenire del Paese ». E i partiti? A Di pietro il premier si rivolge direttamente quando parla di una forza che «ci ha ritirato la fiducia ma vorrebbe un buon miotivo per ridarcela: a loro dico che siamo al lavoro su misure contro la corruzione». Il leader Idv parla di «promesseda televendita», ma la sua è una voce stonata riospetto all’ampio coro di consensi. Cicchitto apprezza, ancor di più Casini e Bocchino, e lo stesso Bersani parla di «un bagno di realtà dopo anni di illusione». Assicura inoltre che il Pd «sosterrà il governo, con proprie proposte». Altri come Damiano puntualizzano il no a interventi sull’articolo 18.

«Non c’è bisogno di nuove manovre, adesso i conti sono a posto». Il premier lancia la fase due e detta i tempi dell’operazione: «Sentiremo tutti ma faremo in fretta. Liberalizzazioni e riforma del lavoro entro gennaio» pino affatto». In parte verranno in soccorso «gli straordinari mezzi messi in campo contro l’evasione fiscale, riconosciuti come tali da chi impegnato su questo fronte». Ma serve anche un po’di ottimismo: «Condivido le parole pronunciate in proposito da Berlusconi nella conferenza stampa tenuta alla fine dell’anno scorso». Con toni diversi, anche Monti chiede ai giornali di non diffondere solo cattive notiìzie.

C’è una differenza, anzi due. «Affronto il tema della fiducia con tono meno entusiasta nella modalità comunicativa rispetto al mio predecessore». Ma il presidente del Consiglio non manca di ricordare come nella stessa conferenza stampa di fine anno il Cavaliere avesse smentito la necessità di nuove manovre correttive: «Ce

All’Ordine dei giornalisti, che organizza l’incontro in una sala della presidenza del Consiglio, va anche il ringraziamento di Monti per il tesserino di iscrizione donatogli dal presidente Iacopino. Così come sono rivolte parole di sollievo sul fondo dell’editoria («i contributi saranno mantenuti, ma con criteri più obiettivi»). Valgono anche per i colleghi di Liberazione che, guidati dal direttore Dino Greco, ricordano all’esterno la gravissima situazione del giornale e il rischio di «vedere eliminati i costi della democrazia». Monti su questo parla di «selezione delle risorse» ma riconosce il valore della libera stampa in un Paese civile.


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a molti, troppi decenni agli italiani hanno dato sempre la solita parte nel teatro dei costumi e delle maschere europei: caciaroni, volgarotti, furbi e quindi profittatori, puttanieri, leccastivali e pavidi alla Alberto Sordi, sorridenti o addirittura sdraiati su risate larghe e indecenti anche quando le circostanze non lo consentirebbero, inventivi, forse anche geniali, ma sempre pro domo propria, irrispettosi delle regole sociali (e stradali), insofferenti alle file, cultori della raccomandazione. Inutile continuare nell’elenco: son cose che si sanno, come tutte quelle di cui ci vergognamo. Cose che si pagano all’estero, costretti come siamo a dettare smentite che sovente portano chi ci osserva da vicino a muti stupori o, perfino, a scuse a denti stretti o a distinguo odiosamente regionali. Ma anche quest’ultima osservazione ha subìto un brusco aggiornamento: dite-

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Conosce bene il tedesco, l’inglese e il francese: non ha bisogno di snocciolare battute storpiando le lingue, ai vertici internazionali mi, per favore, qual è la differenza sostanziale tra un “bauscia”leghista (di Milano, Varese, Bergamo, Brescia ecc.) e la vociante gesticolazione di un napoletano! La commediola, o il cine-panettone made in Italy su scala mondiale o solo europea, ha avuto per oltre quindici anni l’imprimatur dell’uomo che è stato a Palazzo Chigi e che ha rappresentato il nostro paese all’estero. A Silvio Berlusconi il barzellettiere è subentrato Mario Monti, anzi il professor Monti, l’uomo in loden

che ha la stessa moglie da quando si è sposato. Grigio, noioso, dotato di poco glamour? Per fortuna, dopo che ci siamo sbarazzati, per iniziativa di forte valenza etica del presidente Napolitano, di un sorriso troppo permanente, invasivo come un chiassoso cartellone pubblicitario che, si sa, dopo un po’, cade, anzi precipita, in quanto a credibilità.

Viva il grigiore se questo è sinonimo di sobrietà e di eleganza di modi. Il gradimento di Monti - stando ad alcuni termometri dal mercurio capriccioso e quindi variabilissimo -pare sia sceso un poco dopo l’apertura della nuova stagione di austerity: che non è un bizzarro tenore di vita, ma una necessità storica al di là delle vicende drammaticamente congiunturali. Inevitabile. Ma la percentuale degli italiani che si sente a posto nel sapersi rappresentati dal neo-primo ministro è alta, ancora alta e resiste. Merito anche della scomparsa dalla scena politica (ora sbraita perché giochi di più Pato, centravanti del Milan nonché compagno della figlia Barbara: ci sono anche i non-conflitti tra pallone e sentimenti) dell’uomo che sorrideva e che dichiarava di fare il premier «a tempo perso» mentre nel tempo istituzionale allertava la Questura di Milano su un’improbabile e intoccabile (da altrui mani…) nipote di Mubarak e abbaiava contro i mass media che lo scoprivano gran tenutario del “serraglio” di Arcore (correttamente va detto che il termine“serraglio”, assai efficace, è stato coniato dal collega Francesco Merlo di Repubblica). Se Berlusconi si permetteva (“mi consenta” forse avrà detto al suo portaborse di turno: aumentando la vis comica da osteria? Chissà) di definire in modo triviale la silouhette (o “il lato B” per precisione cronistica) di Angela Merkel, cancelliere della Germania, Monti si limita a una stretta di mano, a un mezzo sorriso in stile anglo-

RU OLO INTE RNAZ IONA LE A sinistra, Monti con Giorgio Napolitano. A destra, il premier con José Manuel Barroso: il presidente della Commissione Europea è stato il primo leader internazionale a cui Monti ha fatto visita dopo la fiducia in Parlamento. Poi è andato da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (nella foto più a destra)

Identikit del Montismo Competenza, understatement, ironia, abilità politica, rispetto per avversari e giornalisti (ieri si è perfino scusato...): ecco frasi, modi e parole chiave di una rivoluzione in 40 giorni di Pier Mario Fasanotti


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AMICI & NEMICI A destra: i tre uomini ai quali, sia pure in modo e con ruoli diversi, gli italiani legano la speranza della propira salvezza economica: Mario Monti, il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco e il presidente della Bce Mario Draghi. A sinistra, il premier con Elsa Fornero, la ministro con maggior esposizione mediatica in questi quaranta giorni di vita dell’esecutivo entrato in funzione il 16 novembre scorso. Più a sinistra, il premier alla Camera e l’intero governo al Senato. Sotto, al centro, la gazzarra organizzata dalla Lega in Parlamento contro la manovra economica

sassone. Ma è avvantaggiato perché non ha fama di burlone o seduttore ultra-latino. E poi conosce bene il tedesco, l’inglese e il francese, quindi non rischia d’assomigliare a quel Totò che assieme a Peppino storpia il francese davanti a un“ghisa”(vigile) milanese in piazza del Duomo. Primo commento a caldo di un quotidiano americano: «Mentre il sangue caldo Berlusconi è stato per molti anni un maestro nel formare alleanze politiche, Monti è noto per i suoi successi come ”eurocrate,” al cuore delle istituzioni europee». Ecco, ringraziamo quel giornale per essersi limitato all’espressione“sangue caldo”, approfittando della vaghezza lessicale allo scopo di non infierire. E a proposito dei summit, al primo appuntamento con la stampa a Bruxelles è incappato in’involontaria comica frase: «…occorre che l’Italia vada più a fondo…». S’è fermato subito, ha sorriso. E ha fatto sorridere. I disegnatori satirici o i battutisti da quotidiano hanno in effetti meno spunti, quindi meno lavoro. Una sobrietà alla Zaccagnini, il rimpianto gentlement della Dc, asciuga la fantasia. O la deve far lavorare troppo, e magari forzatamente come è il caso dell’accenno alla sua aria da coniglietto. O al suo intercalare da professore pronto a puntualizzare davanti agli studenti: «Dovete ascoltare…». I politici è vero, hanno terminato gli studi, ma quanto ad attenzione (e talvolta competenza) paiono spesso dei fuori-corso.

Qualcosa di maligno bisogna pur dire del premier che non si tinge i capelli. E allora si vanno a scovare alcune cose, per esempio che Monti ha scelto l’emolumento da senatore rinunciando a quello di primo ministro e di ministro dell’economia. Correttamente ha dato le dimissioni da

rettore della Bocconi mandando via internet migliaia di mail. Sull’argomento dimissioni, è inutile insistere su chi finora non le ha mai date: poltrone, ma che passione! I soldi non fanno schifo a Monti che come senatore guadagna di più che non come premier. Non è colpa grave, ma l’uomo con il loden aumenterebbe il suo non scoppiettante carisma se insistesse ad arginare gli sconcertanti costi della politica, che tanto fastidio danno ai cittadini semplici. Con le donne finora è stato zitto. Completamente zitto con la ministro-donna Fornero quando è inciampata sulla gaffe in merito all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E a questo punto ci viene ancora da chiederci quale frase o quale atteggiamento, in Consiglio dei ministri, abbia indotto al pianto l’allora ministro Stefania Prestigiacomo, senza alcun dubbio la più compita ed elegante appartenente alla vecchia compagine governativa.

Il silenzio non fa notizia, o dà spunto a immaginare rancori e a rimproveri tra quattro mura. L’inciampo della Fornero poteva essere una pallina presa al balzo da un altro tipo di personalità politica. Di queste “palline” era esperto l’allora ministro Brunetta che quando sentiva un giovane parlare di precariato perdeva la pazienza e urlava contro ragazzi, irosi forse ma fondatamente smarriti, non certo all’altezza, in fatto di educazione, etica e non solo, del presunto artefice dello snellimento burocratico. Il quale - parliamo ancora di stile, se permettete - si vantava un giorno sì e uno no del proprio cursus honorum, lui figlio di veneziano povero e non acculturato. A un primo e superficiale paragone, Monti appare un defilato timido nel salotto dei ricevimenti. Ma poi ci chiediamo: perché si deve strillare come un gondoliere? O quasi insultare (lo fece Berlusconi davanti a Palazzo Marino, a Milano) un giovane perché non s’era dato

L A SOBRIETÀ Lo scorso 26 dicembre Mario Monti è tornato a Roma da Milano, dopo un solo giorno di vacanza in famiglia, usando il treno Eurostar come ogni privato cittadino (nella foto qui accanto). La sua scelta ha destato stupore per la netta contrapposizione che ha segnato rispetto al ben più rumoroso stile del suo predecessore che usava fare ogni spostamento con gli aerei di Stato. E raramente da solo.

da fare, magari con le mani sul pianoforte durante le crociere e le labbra incollate al microfono, oppure perché figlio d’un padre accorto e severo come lo era stato Luigi Berlusconi, genitore di tanto geniale imprenditore edile e televisivo?

L’uomo in loden, dicevamo. Niente più doppiopetti, fascianti come una birichina guepiere nera, firmati Caraceni, basta camicie nere (francamente una moda da discoteca più che da tempo libero di un settantacinquenne), nessuna tentazione (finora) a indossare giubbotti militari o polizieschi tanto per essere «il presidente degli sbirri» oltreché «degli operai». E con quel loden che non alimenta certo il nomignolo di «super-Mario» (giochetto elettro-

Anche il suo “nordismo” è opposto al becerume della Lega e ha profonde radici culturali: non a caso ieri ha citato anche i fratelli Verri nico). L’attuale premier va e viene da Milano. Viaggia in treno. Sobrietà ostentata o sobrietà di famiglia? Ecco, vedete: tanti anni di scandali e retropensieri ci spintonano contro la malizia dei dubbi. Le ruote di ferro erano la preferenza anche di Romano Prodi, ma anche una sua comodità visto che si spostava da Roma a Bologna e viceversa. Berlusconi era «ubiquo sui casi» (per dirla con Gadda) in aereo, ovviamente. Un aereo che molte volte era affollato non tanto di consiglieri, economisti, giuristi eccetera, ma da scosciate e poppute ragazze. Che viaggi sonnolenti che fa Monti se paragonati a quelli che faceva il simpatico Silvio, pieni di gridolini, profumi e litanie di super-lodi, snocciolate a tal punto da far venire il sospetto che tra le

nuvole sardo-lombarde si muovesse uno Stalin o un restauratore del tanto aborrito culto della personalità.

Gli ultimi due capi di governo italiani provengono dal nord. Berlusconi è milanese, Monti è nato a Varese. E Varese è quasi sinonimo con Lega-Nord, ossia con disprezzo verso gli stranieri, con «orgoglio padano», la qual cosa poi significa «noi siamo seri e lavoriamo, giù, al sud, sono dei fannulloni, dei ladri e dei mantenuti». Varese è città ordinata e graziosa, ma appartiene, per colpa di Bossi and Co., all’agglomerato di borghi dove la voce è sempre troppo alta, il colloquiare pressoché inesistente, insomma a una parte dell’Italia che è stata culla dell’illuminismo dei fratelli Verri (no, non è solo una delle strade centrali di Milano: leghisti, ci sono le Garzantine per ovviare in pochi minuti all’ignoranza storica), patria di Cesare Beccaria, sede della rivista Il Caffè e boulevard principale di un modo di concepire la cultura nel senso meno angusto in quanto erede dell’enciclopedismo di Voltaire e d’Alembert. Forse non è un caso che proprio ieri, alla conferenza stampa di fine anno, Monti abbia voluto citare proprio i fratelliVerri... Se si consulta un dizionario si scopre che sobrietà significa sapersi controllare. Nella sostanza, oltrechè nella forma. È sinonimo di moderazione: di gesti, di linguaggio. È rispetto verso gli altri, riconoscimento dei propri limiti, anche culturali o informativi. La ricaduta sul lessico è a volte vistosa. Se Berlusconi dava disinvoltamente del “kapo”a un funzionario tedesco, Monti nella conferenza stampa di ieri è rimasto un po’imbarazzato davanti alla domanda di un reporter del Kuwait in merito a una questione internazionale. Ma poi non ha esitato a dirgli: «Mi scusi» per avergli risposto con un po’troppa vaghezza. Abituati a tanto mal costume, noi oggi ci sorprendiamo.


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la fase due

Estremamente pesante e totalmente inutile, ha fissato per due secoli lo standard aureo. L’analisi dell’economista dell’Aei

Oncia su oncia

L’oro, bene rifugio per eccellenza, è tornato a salire ai prezzi della Grande Depressione: segno che l’economia vuole stabilità, non speculazioni finanziarie. È il momento di usare di nuovo il metallo per frenare l’inflazione e sanare i conti di John Steele Gordon olto raro e allo stesso tempo inutile per qualunque scopo, l’oro è tuttavia un’incredibile riserva valutaria. Anche se non tornerà mai lo standard aureo, c’è un modo per rendere di nuovo il denaro buono come l’oro. L’oro è una cosa divertente. È incredibilmente pesante, incredibilmente raro, incredibilmente malleabile e desiderabile. L’oro è molto bello, di un colore unico al mondo, e il fatto che sia così facilmente lavorabile lo rende perfetto per la creazione di gioielli e di opere d’arte. Ma più di tutto è incredibilmente inutile. Dato che il suo schema di elettrodi esterno è pieno, l’oro non si combina con nessun altro elemento. E quindi non ha alcun uso industriale o chimico. La sua inerzia chimica si spiega con il fatto che – a differenza della maggior parte dei metalli – l’oro non arrugginisce. Si trova quasi sempre allo stato puro, da pepite che arrivano a 160 libbre (che oggi si pagano circa 4 milioni di dollari)

M

a sfoglie microscopiche incastrate nei quarzi. E, data la sua inerzia, virtualmente tutto l’oro mai scavato si trova ancora in circolazione.

Proprio perché molto raro e praticamente inutile per qualunque altra cosa, l’oro è estremamente utile come riserva di valuta: una delle funzioni vitali del denaro. Le monete d’oro sono state fuse sin dalla prima metà del primo millennio prima di Cristo, anche se raramente erano in circolazione dato il loro enorme valore. Da ancora prima, l’oro si trovava chiuso nelle riserve come fonte di denaro e potere. Soltanto quando gli orafi inventarono le banconote, nel XVII secolo, l’oro iniziò i suoi giorni primari come parte vitale della riserva monetaria. Dato che gli orafi erano per forza di cose molto esperti nella gestione sicura dell’oro, la gente usava i loro forzieri per depositare il proprio oro. Gli orafi iniziarono a emettere delle ricevute per l’o-

ro che avevano nei forzieri. E non ci volle molto prima che le ricevute iniziarono a circolare come pagamento per beni e servizi al posto dell’oro stesso. Non ci volle molto, inoltre, prima che gli orafi – nel procedimento di trasformazione in banchieri – iniziarono a pensare di prestare dell’oro a interesse, emettendo delle ricevute invece di trasferire il metallo vero e proprio. A quel punto poterono prestare più oro di quello che avevano in deposito, per-

L’economia moderna si basa su dati elettronici, non materiali

ché fino a che la gente aveva fiducia nella solvenza degli orafi non c’erano problemi. Nessuno cercava di ritirare insieme a tutti gli altri il proprio oro nello stesso momento.Ovviamente, se avessero perso la fiducia ci sarebbe stato un assalto alle banche. Infine le banconote divennero legalmente negoziabili: e questo significa che chi riceve una banconota in maniera onesta la detiene in maniera onesta, e non importa se il precedente detentore l’ha ottenuta

in maniera disonesta. A quel punto le banconote divennero denaro, universalmente accettate in cambio di ogni altra funzione. Nell’economia di oggi, non ci sarebbe semplicemente abbastanza oro per garantire le necessarie riserve di denaro. Il governo inglese ha deciso di affidarsi invece sull’argento, un metallo molto più abbondante, come materiale base per coniare attraverso i secoli.

Una libbra d’argento, puro al 92,5 per cento, era l’unità monetaria di base. Divisa in 20 scellini, di cui ognuno veniva diviso ancora in 12 pence. Ma quanto valeva questo argento in relazione all’oro? All’inizio del XVIII secolo – un tempo in cui la Banca di Inghilterra aveva il compito primario di emettere banconote per l’Impero – il tasso venne deciso per tutti da sir Isaac Newton (all’epoca incaricato e ben pagato come Maestro della Corona inglese). Newton decise che un’oncia di oro valeva 3 libbre, 17 scellini e 10 pen-


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Calano i rendimenti ma non si replica l’exploit dei Bot

Asta Btp, piazzati 7 su 8,5 miliardi MILANO. Dopo il botto dei Bot cala il rendimento dei Btp in asta, ma la tensione resta alta. Il tasso dei titoli di Stato a 10 anni in asta ieri è calato al 6,98%, ma a novembre era stato registrato il record storico dall’introduzione dell’euro con un rendimento del 7,56%. Insomma, quello di oggi, è il primo segnale di un’inversione di tendenza, ma entusiasma i mercati. Troppo vicina la soglia del 7% e così non si ferma la corsa del differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiani e tedeschi: lo spread è salito a 516 punti base.Tradotto: l’Italia per finanziare il proprio debito deve pagare il 5,16% in più di Berlino e così il tasso dei titoli di Stato sul mercato secondario si muove poco sotto il 7%. A fronte di un obiettivo massimo di 8,5 miliardi, il Tesoro è riuscito a collocare 7 miliardi di euro. Il calo più significativo è stato registrato sulla scadenze a tre anni: il tasso è sceso dal 7,89% al 5,62%. Di certo, però, non si è ripetuto il boom di ieri, quando il rendimento dei Bot semestrali a un anno si è dimezzato rispetto a novembre: dal 6,5% al 3,2%. Nel dettaglio il Tesoro ha collocato 2,5 miliardi con scadenza al 15 novembre 2014 (tra 2 e 3 miliardi l’offerta), 1,1 miliardi al primo settembre 2021 (2 miliardi l’offerta), 2,5 miliardi al primo marzo 2022 (assegnata l’intera offerta) e 803 milioni del Ccteu con scadenza 15 aprile 2018, tasso variabile, rendimento al 7,42%. Così i mercati però restano scettici. Piazza Affari resta in altalena e dopo aver azzerato i guadagni recupera lo 0,2%, come Londra e Parigi.

I banchieri dell’antichità erano gli orafi, che emisero i primi titoli di garanzia ce e mezzo. Era nato lo standard aureo. Sospeso durante le Guerre napoleoniche, nel 1819 la Banca di Inghilterra annunciò che era di nuovo pronta a comprare o vendere quantità illimitate di oro per sterline, al prezzo fissato. Questa mossa rese il pound inglese letteralmente “buono come l’oro”. Nel corso del diciannovesimo secolo, tutte le altre nazioni maggiori adottarono lo standard aureo. Il Congresso americano fissò per il

dollaro un cambio pari a 20,66 dollari per oncia. Ma tuttavia non coniò monete d’oro, almeno fino agli anni ’50 del diciottesimo secolo quando l’oro della California iniziò ad arrivare nell’economia americana.

Gli Stati Uniti eliminarono lo standard aureo durante la Guerra civile per poi tornarci non prima del 1879. La grande virtù dello standard aureo è che rende impossibile l’inflazione. Se una nazione stampa troppo denaro relativo a beni e servizi, la gene inizierà a convertire il proprio denaro in oro. La nazione, quindi è obbligata a aumentare i tassi di interesse per rallentare l’economia e prevenire la fuga dell’oro dai propri forzieri. Oggi l’oro è valutato 1.700 dollari all’oncia, quasi 6 volte in più rispetto a quanto veniva pagato una decina di anni fa. Lo standard aureo è stato estremamente controverso negli anni del suo splendore, all’incirca dal 1870 al 1914. I banchieri e il resto delle classi più agiate lo apprezzavano, ov-

viamente, perché esso garantiva moneta sonante. Ma i debitori, come i contadini, lo ritenevano una sorta di strumento di guerra fra le classi sociali. William Jennings Bryan vinse la nomination democratica nel 1986 con il suo elettrificante discorso “Cross of Gold”, nel quale chiedeva il libero conio di argento a un tasso rispetto all’oro che avrebbe inevitabilmente prodotto inflazione. Ai debitori l’inflazione piace, perché permette di pagare i debiti con una moneta che costa di meno. Bryan era un ottimo oratore ma fu William McKinley a vincere.

Tutte le nazioni principali misero da parte lo standard aureo con lo scoppio della Prima Guerra mondiale, anche se gli Stati Uniti ne fecero a meno soltanto per poco. Per essere esatti, misero da parte lo standard all’ingresso in guerra, nel 1917. Alcune nazioni ristabilirono quel concetto subito dopo la guerra, spesso soltanto in una forma modificata secondo la quale soltanto le banche centrali potevano acquistare oro, ma non i singoli individui. La Gran Bretagna venne devastata dal punto di vista finanziario per colpa della guerra, ma nonostante questo riprese lo standard aureo nel 1926. Venne obbligata ad abbandonarlo di nuovo nel 1931 con l’acuirsi della Grande Depressione. Gli Stati Uniti rimasero attaccati allo standard aureo, ma questo costrinse la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse nonostante l’economia si stesse contraendo. Come risultato si ebbe una devastante deflazione che esacerbò la Grande Depressione. Nel 1933 un nuovo presidente, Franklin Roosevelt, portò la nazione fuori dallo standard e rivalutò il dollaro. Gli Stati Uniti interruppero anche il conio di monete d’oro e misero fuori legge, per i privati, il possesso di lingotti d’oro: una proibizione che è rimasta in vigore fino ai primi anni Settanta del secolo scorso. Ma le nazioni continuarono a valutare la propria valuta in oro, anche se non erano più in grado di scambiare le loro monete con il prezioso metallo. Nel 1945, con gli accordi di Bretton Woods, gli Stati Uniti promisero di mantenere il rapporto dollaro-oro valutando un’oncia 35 dollari e di riprendersi i dollari in cambio di oro secondo la richieste delle banche centrali straniere. In questo modo il dollaro divenne la prima valuta mondiale, superando la sterlina inglese. La maggior parte dell’oro valutario di quel tempo era accumulato fra Fort Knox e i forzieri – a 85 piedi sotto il livello della strada – della Federal Reserve di NewYork, a Liberty Street. Ma mentre l’economia mondiale si espandeva dopo la guerra, e gli Stati Uniti iniziavano a gestire dei

deficit commerciali sempre più ampi, Washington non fu più in grado di mantenere il rapporto dollaro-oro. Nel 1971, il presidente Richard Nixon tagliò questo contatto.

Lo standard aureo era morto. Ma lo stesso stava accadendo sempre di più a banconote e monete: nei fatti, queste ultime smisero di essere tali negli anni Sessanta, quando venne eliminato il metallo prezioso che contenevano. Tecnicamente, questa rimozione le rese dei gettoni. Il denaro cartaceo, infine, negli ultimi 40 anni è divenuto la parte sempre meno importante della riserva valutaria. La maggior parte del denaro vero è oggi nei conti bancari e nelle linee di credito, che a loro volta non sono altro che una massa di “1”e di “0”che riempiono i sistemi informatici delle banche. Quando compri qualunque cosa con una carta di credito stai – letteralmente –

Il suo valore è, da un punto di vista molto ampio, un riflesso dell’inflazione

creando denaro. Ma se l’oro, il denaro cartaceo e le monete stanno diventando sempre meno importanti, l’inflazione sicuramente non attraversa lo stesso processo.

Mentre sempre più nazioni spendono in deficit (un atto che ovviamente crea denaro, nello stesso modo in cui lo fanno le carte di credito) e si impegnano con enormi obbligazioni per il futuro non sapendo come le pagheranno, il prezzo dell’oro torna una volta di più a salire. Al momento si aggira, appunto, sui 1700 dollari l’oncia. In televisione appaiono spot infiniti

sull’oro, presentato come un valore che deve far parte di ogni portafoglio di investimenti.Questo dimostra come denaro e oro siano ancora molto collegati a livello psicologico, proprio come un tempo lo erano oro e banconote. E qualcuno dice che tornare allo standard aureo potrebbe prevenire quegli sconvolgimenti finanziari e monetari di cui siamo stati testimoni negli ultimi anni. È possibile farlo? Quasi certamente no.

Alla fine del XIX secolo, quando tutte le nazioni più importanti del mondo avevano lo standard e l’economia mondiale, così come il commercio globale, erano in rapida crescita così avveniva per l’oro. Vennero scoperti grandi giacimenti. Queste scoperte permisero l’aumento veloce delle riserve valutarie: nel 1867 c’erano 2,5 miliardi di dollari in oro; nel 1893, eravamo a 3,75 miliardi; nel 1918 erano più di 9 miliardi. Ma negli ultimi anni siamo riusciti a scoprire non più di 50 milioni di once ogni anno, che al prezzo corrente valgano 87,5 miliardi. Anche in questo periodo di rallentamento, la crescita economica mondiale si espande del 2 per cento l’anno: parliamo di 1,5mila miliardi di dollari di prodotto interno lordo, che crescono di anno in anno. Semplicemente, non c’è abbastanza oro per un ritorno dello standard aureo. Tuttavia c’è un’alternativa. L’oro, come abbiamo già detto, è sia inutile che raro. Questo significa che il suo prezzo è, da un punto

di vista molto ampio, un riflesso dell’inflazione attesa. Se le maggiori banche centrali del mondo agissero per mantenere il prezzo del metallo entro certi limiti, lo dovrebbero fare soltanto aggiustando i tassi di interessi in modo da mantenere l’inflazione sotto controllo. Sarebbe uno standard aureo de facto, collegato alla fiducia collettiva nel mercato piuttosto che sull’oro vero e proprio. Si tratta di una mossa politica molto difficile da compiere, che a sua volta limiterebbe la possibilità di comprarsi dei voti. Ma sarebbe l’unico modo per far tornare il denaro a essere“buono come l’oro”.


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l Sud è pronto a esplodere. Non è una metafora. Il Mezzogiorno d’Italia per tradizione nella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno è sempre stato più esplosivo del resto dell’Italia. Perché nel passaggio dal vecchio al nuovo il Sud avverte forse più del Nord la necessità di liberarsi di ciò che non va e lo spaventa. Anche quest’anno. A Reggio Calabria sono stati sequestrati oltre 2,5 tonnellate di materiale esplosivo. Naturalmente, illegale e pericoloso. Le cosiddette “cipolle”, i “cetrioli”, le “bombe a muro”, tutto quanto può fare un gran botto e un gran finale e un gran male. Le statistiche del giorno dopo danno il Sud di gran lunga davanti al Nord per morti e feriti. Sarà così anche quest’anno? Lo sapremo il 1° gennaio, ma fin da ora ci sono degli “ottimi” presupposti.

I

La novità dell’anno è “’o spread” che, come potete immaginare, prende il nome dal differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi. Materiale altamente esplosivo, praticamente dinamite da maneggiare con cura. Costa 50 euro, non molto ma neanche poco, quasi un modo per esorcizzare la crisi e, una volta fatto esplodere, il razzo si produce in uno zig-zag e in un su e giù che ricorda proprio Piazza Affari e le altre “piazze” europee. L’ordigno è in fabbricazione nelle decine di laboratori abusivi disseminati nell’area nord di Napoli: la zona d’Italia più esplosiva che ci sia, in tutti i sensi. Qui tutto può saltare in aria da un momento all’altro. È da ottobre che a Napoli ci sono controlli, ma la partita è impari: sono stati controllati 31 opifici e 94 esercizi di vendita di materiale pirotecnico. Pochi, molto pochi. ‘O spread è solo l’ultimo arrivato. Sulla piazza ci sono da tempo la Capa di Lavezzi e la Bomba Cavani. Il bomba dedicata al bomber è un classico della cultura dei botti napoletani. Il ritornello per un bomber del passato, il brasiliano Careca, diceva: «Caré, caré, caré tira la bomba, tira la bomba». E la corrispondenza tra la bomba calcistica e la bomba pirotecnica è totale: la bomba del goleador vuole essere forte e di fuoco, esplosiva, e la bomba di fuoco e fiamme vuole essere dirompente e calda come il coro della curva Sud. A loro volta le bombe calcistiche e i botti di fine anno vanno d’amore e d’accordo con le classi sociali più popolari che nell’esplosione vera o fittizia cercano una rivalsa sociale e un modo antico, senz’altro snaturato dalla potenza tecnica della modernità, per scacciare il male, il malocchio e chi ti vuole male. La Capa di Lavezzi e la Bomba Cavani fanno al caso perché sono cilindri lunghi circa 20 centimetri carichi di polvere pirica, lo stesso principio della storica Capata di Zidane del Capodanno 2006 che celebrava l’episodio della testata del fuoriclasse francese a Marco Materazzi, durante la finale dei Mondiali di Germania. Nonostante bin Laden sia saltato in aria o, forse, proprio per questo, ecco ritornare il Pallone Bin Laden: anche qui 20 centimetri di “puro terrore”. Non passa di moda neanche il Taricone dedicato all’attore scom-

il paginone

I botti vietati? Solo

di Giancristia

I sindaci di Torino, Bari, Milano e Venezia minacciano multe salate a chi spara petardi la notte di San Silvestro. Intanto a Napoli è già pronta la «bomba ’o spread» parso tragicamente un anno e mezzo fa. La sera del dì di festa a Napoli si respira un’altra aria. Nella città del Vesuvio tutti pensano alle eruzioni di mezzanotte. A volte si ha proprio l’impressione che il Vesuvio interrompa il suo lungo sonno e tiri fuori la sua lingua di fuoco. È dalle viscere della Terra che il fuoco sale fino al Cielo. Per fortuna lo “sterminator vesevo” se ne sta buono buono e non asseconda le strane voglie della plebe napoletana, quella di governo e quella che sotto il governo, ma a volte si ha quasi l’impressione che nel bel mez-

zo dei fuochi e dei botti di fine anno esploda anche il Vesuvio e allora sì che si passerebbe dalla fine dell’anno alla fine del mondo. L’umanità che si accalca e abita alle falde del monte Somma assomma ad una delle più alte densità abitative della Terra e allo scoccare della mezzanotte - dieci, nove, otto e via con il conteggio - non c’è famiglia che non abbia le sue cartucce da sparare. Di ogni genere e di ogni tipo: legale e illegale, esplosive e silenziose, da notare e da nascondere, visibili e invisibili.

È in quei minuti che a Napoli accadono le cose più insolite. Dai balconi e dalle finestre vien giù un po’ di tutto: piatti e sedie, televisori e armadi, ferrivecchi e suocere. Inevitabilmente ci scappa il morto. E dalle lacrime di gioia si passa alle lacrime di dolore e il male che si è buttato dalla finestra eccolo rientrare alla grande dalla porta. Il razzo scappato di mano che va dritto nell’occhio del ragazzino, la pallottola vagante che vagando vagando entra nel cervello di Gennaro che dal balcone del piano di sopra si preparava a rovesciare sulla testa di Gennaro del piano di sotto la Bomba di Cavani. È un’umanità che tende a confondersi con

le sue passioni e le sue disperazioni e se in quei momenti di botti, botte, mazzate, urla, strepiti, tappi e stappi, violenza mista a gioia e gioia mista a violenza si aprisse anche la pancia del Vesuvio nessuno se ne accorgerebbe subito e solo con il mare color del vino i napoletani vedrebbero come la loro forza naturale

Deve esserci un modo per salutare il 2011 (già di per sé esplosivo) festeggiando senza morti e feriti abbia fatto esplodere anche la forza della natura. Napoli è un’altra storia. Le ordinanze dei sindaci di Bari e di Torino, di Milano e di Venezia impongono una notte di fine anno senza botti. Così è stato deciso per ragioni di sicurezza per uomini, animali e cose. Le statistiche dei feriti danno ragione ai sindaci.


il paginone

o fuochi (di paglia)

ano Desiderio

LA VIGNETTA DI GIANNELLI

In queste pagine, alcune immagini dei festeggiamenti di Capodanno e, qui sopra, la vignetta di Giannelli apparsa ieri sul «Corriere della Sera» relativa al successo dell’ultima asta dei Bot italiani

Ma le cose dette dal sindaco Emiliano a Bari portano con sé il segno della comicità. Bari non è Napoli, ma il capoluogo pugliese, la città di San Nicola ha la sua tradizione di botti e di illegalità. Proprio per reprimere il fenomeno il sindaco ha scritto nella sua pagina di Facebook: «L’ordinanza antibotti conterrà la disposizione a tutte le forze dell’ordine di riprendere con telecamere e macchine fotografiche i balconi dai quali partiranno i fuochi elevando le multe nei confronti dei proprietari e inquilini che autorizzeranno l’uso dei balconi per tale scopo. Le sanzioni ammonteranno a centinaia di euro e costituiranno reato penale». Io già la vedo gran difficoltà dei poliziotti a riprendere con telecamere e macchine fotografiche i balconi e le finestre dei baresi allo scoccare della mezzanotte. L’intenzione è buona, naturalmente, ma come al solito è la sua messa in pratica che fa un po’cilecca. Resta o, forse, si consolida il dubbio se un popolo evoluto, qual è senz’altro il popolo italiano, debba ricorrere sempre a ordini e comandi per evitare il peggio. Il sindaco Luigi De Magistris detto peraltro ‘o sindaco scassatore non ci ha pensato proprio a dare ordine ai vigili urbani di dotarsi di telecamere e macchine fotografiche per riprendere i balconi dei vicoli di Spaccanapoli per vedere chi spara ‘o spread. Non si sa mai, vuoi vedere che potrebbe essere ripreso anche ‘o sindaco scassa tutto proprio quando calcia la Bomba Cavani? I grandi comuni hanno scoperto la politica del “no botti, sì party”solo dopo che negli ultimi anni ben 830 Comuni italiani hanno emesso ordinanze che vietano totalmente o parzialmente spari e botti nella notte di San Silvestro. Secondo gli animalisti i botti provocano ogni anno la morte di 5000 animali - tra i quali oltre 500 cani ed altrettanti gatti - e malori anche tra malati e cardiopatici. A questi 830 paesi se ne dovrebbero aggiungere quest’anno altri 300: la motivazione è la sicurezza. Ma quest’anno i botti, al di là delle ordinanze, faranno registrare un calo fisiologico. Il confronto, sia pure molto empirico e artigianale, può essere fatto con la notte di Natale, che è stata un po’ ovunque silenziosa, e con le serate di queste vacanze che non sono proprio scoppiettanti. Anche la notte di San Silvestro sarà meno rumorosa, meno tremebonda, meno esplosiva delle altre volte. E, forse, proprio da questo calo fisiologico dei botti e dei consumi potrebbe venire alla fine un ritorno al senso della fine dell’anno e dell’inizio dell’anno nuovo. La fine e l’inizio si incontrano, il 31 e l’1 si confondono, il caos e l’ordine si corrispondono. Il fuoco è diventato botto, ma in origine il fuoco è l’elemento che brucia il male e da esso ci dovrebbe liberare, almeno simbolicamente. Il fuoco come purificazione, mentre oggi i botti sono solo folclore. Dalla notte dell’ultimo dell’anno emerge il giorno del primo dell’anno e la ruota della vita e della storia riprende a rotolare. Insomma, un classico rito di

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passaggio che negli ultimi tempi si è trasformato solo in una botta finale senza capo né coda. Non sarebbe male che negli stessi Comuni e città dove i sindaci hanno vietato spari e botti fossero proprio le amministrazioni a sparare per tutti dei fuochi d’artificio benauguranti ed eleganti.

Gli animali si salveranno dai botti di fine anno, ma i maiali fanno eccezione. Pare che sia proprio la crisi ad aver fatto aumentare di oltre il 10 per cento la vendita di cotechino e zampone: 5,5 milioni di chili. Gli italiani resteranno a casa e a casa porteranno in tavola cotechino e lenticchie in onore della tradizione e della buona speranza di avere con il 2012 un po’ di soldi in più o almeno non in meno. Proprio quest’anno lo zampone compie cinquecento anni. Correva l’anno 1511 quando le truppe di Papa Giulio II Della Rovere assediavano Mirandola, presso Modena: la patria di Giovanni Pico, alleata fedele della Francia. Alla fine dell’assedio i mirandolesi erano alla fame. Restavano loro soltanto dei maiali. Non macellarli era un peccato: significava regalarli al nemico, ormai prossimo ad entrare in città. L’idea giusta venne ad uno dei cuochi di Pico della Mirandola: «Macelliamo gli animali e infiliamo la carne più magra in un involucro formato dalla pelle delle sue zampe. Così non marcirà, e la potremo conservare. Per cuocerla più avanti». E nacque lo zampone che è una specialità emiliana ma piace a tutta l’Italia. Perché questo è il Paese che si divide su tutto, ma si unisce sempre in tavola qualunque cosa si mangi. Così accadrà an-

Le ordinanze sono state emesse per motivi di sicurezza. Ma un conto sono i botti illegali, un altro quelli innocui che per la fine dell’anno: lo zampone e il cotechino non mancano neanche sulla tavola del più convinto e convincente degli animalisti.

Ma che ci sia o no lo zampone, che ci sia o no il divieto dei botti, sparate, se proprio non ne potete fare a meno, fuochi a prova di bomba. I botti illegali made in Napoli - tanto per tornare a bomba - sono pericolosi sia prima di essere sparati, sia durante, sia dopo. Dei buoni fuochi d’artificio comunali potrebbero disincentivare l’acquisto di botti illegali, oltre a rilanciare una tradizione tipicamente italiana. I fuochi d’artificio, che sono molto antichi, nel passato avevano due scuole riconosciute: quelle di Norimberga e quella italiana che ben presto si specializzò nei fuochi artistici con grandi effetti spettacolari. Né i giochi pirotecnici sono da confondersi con i botti e le bombe che sono la disperazione dei cani e dei gatti che muoiono di crepacuore. Lo spettacolo delle luci che scendono dal cielo e illuminano la notte prima di ritornare nel buio da dove vengono è un augurio che ricade su tutti in parti uguali e chiude un anno esplosivo per tutti. Almeno così appare. E buon anno a tutti.


mondo

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Secondo molti analisti la politica estera rimane un’arma per gli equilibri interni dell’Iran

Guerra per lo Stretto Il canale di Hormuz resta uno dei punti privilegiati di accesso delle navi Usa. Teheran vuole chiuderlo, e gli States si oppongono di Pierre Chiartano

ROMA. Nuovi lampi sul Golfo Persico. All’Iran «cosa fare nello stretto di Hormuz» non lo può dire nessuno. Lo ha affermato un alto comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane secondo la Press Tv. «Alle minacce si risponderà con le minacce”, ha aggiunto Hossein Salami. La promessa da parte di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz, crocevia del traffico mondiale di petrolio, aveva fatto seguito alla decisione del-

aveva raggiunto nuovi picchi, con arresti che avevano coinvolto numerosi militari sospettati di aver tramato un fallito attentato contro la Guida suprema. Persino uno dei figli di Khamenei sembra essere stato investito dai sospetti. Una situazione interna esplosiva che propone un attore fuori da ogni schema sulla scena internazionale. La minaccia di chiudere la via del petrolio nel Golfo Persico potrebbe essere dunque

Il gruppo della portaerei Usa John C. Stennis di stanza in Barhein sarebbe stato già allertato. In arrivo una seconda unità, la Abraham Lincoln (ora nel Mar Rosso) e l’unità anfibia Bataan l’Unione europea di inasprire le sanzioni contro l’Iran per via del suo programma nucleare. In realtà gli esperti fanno notare come l’ipotesi sia scaturita in ambito militare e non confermata a livello governativo. E dunque che sia inquadrabile nella faida di potere in atto da tempo in Iran. È proprio questa natura che rende la situazione pericolosa.

Le autorità iraniane sostengono di aver individuato una portaerei americana (probabilmente la John C. Stennis) nella zona dello Stretto di Hormuz, dove si stanno svolgendo le esercitazioni militari della Marina iraniana. La crisi sta conducendo l’Iran verso scelte irrazionali e si comprende quanto siano dettate da esigenze interne. Nelle ultime settimane la guerra di potere tra Alì Khamenei, la Guida suprema e le seconde generazioni di potere, fedeli a un arcipelago di figure ”laiche” tra le quali quella del presidente Mahmoud Ahmadinejad,

solo figlia della disperazione del regime dei mullah, che utilizza l’eco internazionale scatenata sull’argomento come arma per una guerra intestina. Un aereo di sorveglianza iraniano avrebbe identificato la portaerei americana nella zona delle manovre, dove sono dispiegate le navi iraniane, e «ha scattato delle fotografie», ha dichiarato l’ammiraglio Mahmud Mussavi. «Questo dimostra che la marina iraniana osserva e sorveglia tutti i movimenti delle forze straniere nella zona», ha aggiunto. Gli Stati Uniti mantengono nel Golfo una presenza navale molto potente, in particolare con la V Flotta, di stanza nel Bahrein. La V Flotta non conta però solo sulla portaerei e sui suoi cacciabombardieri F-18. Come tutte le portaerei americane ha intorno a sé un gruppo di scor-

ta, composto da un incrociatore e quattro cacciatorpedinieri lanciamissili più due fregate. In navigazione nel Pacifico verso il Golfo Persico c’è poi un’altra portaerei a propulsione nucleare, l’Abraham Lincoln, accompagnata da un incrociatore e due cacciatorpedinieri. Insieme, i due gruppi costituiscono una forza navale più cospicua di gran parte delle marine militari del mondo, con quasi 100 aerei da caccia imbarcati. Da non dimenticare più a sud la base aerea di Diego garcia nell’Oceano Indiano, dove sono schierati i bombardieri a lungo raggio B 52, ma anche i più moderni B1 e B2.

violenze, ma i nemici rinunceranno ai loro piani solo il giorno in cui li rimetteremo al loro posto». La tensione è salita alle stelle con la reazione statunitense. La Quinta Flotta della marina americana, di stanza nel Golfo Persico, non tollererà alcuna chiusura dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato un portavoce: «La libera circolazione di beni e servizi attraverso lo stretto di Hormuz è vitale per

Il primo vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Rahimi, aveva avvisato che «se si dovessero adottare sanzioni contro il petrolio iraniano, nessuna goccia passerà più dallo Stretto di Hormuz: non abbiamo alcun desiderio di ostilità o di

la prosperità globale e regionale, e chiunque minacci la libertà di navigazione in uno stretto internazionale è chiaramente al di fuori della comunità internazionale. Nessuna limitazione sarà tollerata». Sul versante iraniano le uniche vere minacce al traffico navale sono costituite da alcuni sommergibili a propulsione diesel classe Kilo di

fabbricazione russa acquistati alla fine anni Novanta.

Le caratteristiche del mare del Golfo – bassi fondali e alte temperature dell’acqua – rendono molto difficile l’individuazione dei mezzi sottomarini con i rilevatori tradizionali. L’altra potenziale minaccia sono i missili. Con la cooperazione nordcoreana, Teheran ha sviluppato numerosi vettori tra cui lo

Senza menzionare direttamente l’Iran, il portavoce della V Flotta americana ha messo in chiaro che gli Usa sono pronti a usare la forza per difendere lo stretto da cui passa il petrolio Shahab-3 (Meteorite) con una gittata di circa 2mila chilometri; il Sejil-2 - missile a due stadi terra-terra a combustibile solido, con un raggio di circa 2.500 chilometri e lo Shahab 1 e 2 derivati dallo Scud sovietico (a sua volta riedizione aggiornata della V-2 tedesca) ha una gittata di circa 500 chilometri. Ma anche vettori a corto raggio come il Fajr (Alba) missile terra-terra Una sfilata di pasdaran, i fedelissimi del regime, per le vie di Teheran. In alto un incrociatore americano. Nella pagina a fianco, Ahmadinejad


mondo

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Stati Uniti e Israele sono da sempre i bersagli preferiti della retorica iraniana

Tutti i conflitti (di carta) dell’armata degli ayatollah

Provocazioni, dichiarazioni, spostamenti di truppe: la tensione, nazionale e internazionale, aiuta il regime a rimanere al potere. Minacciando il mondo di Antonio Picasso a provocazione iraniana di questi giorni ha innescato la solita catena di ricostruzioni storiche e di analisi geopolitiche. Si chiude lo stretto di Hormuz, si dà lavoro agli esperti. Soprattutto ora che è la calma natalizia a regnare sovrana. C’è da chiedersi se il regime di Teheran non sia in combutta con qualche potere occulto che manovra i grandi media internazionali. Il sarcasmo nasce dal fatto che, sempre in passato, le provocazioni degli Ayatollah hanno raccolto più attenzione in sede giornalistica anziché presso le cancellerie occidentali. O meglio, le minacce si sono rivelate sempre bolle speculative alle quali sono seguiti fumi di guerra privi di contenuto. Meglio così. La vicenda odierna mostra prova della sua inconsistenza. Non solo perché a rimetterci dalla chiusura del Golfo sarebbe più l’economia europea e non quella statunitense. E allora perché provocare gli Stati Uniti? Verrebbe da chiedere agli ayatollah. Ma anche perché Cina e India, gli unici due grandi acquirenti di petrolio iraniano rimasti sul mercato – essi stessi a rischio se Hormuz fosse chiuso – non si sono espressi. Il loro silenzio va preso come un messaggio rivolto direttamente a Teheran. «Fate quello che volete, ma non lasciateci a secco», sembrano dire cinesi e indiani. E la loro non suona propriamente come una richiesta, bensì come un aut aut.Tale per cui, se l’Iran dovesse provocare una crisi in cui a rimetterci sarebbero anche le due più importanti potenze economiche e nucleari asiatiche, i problemi non limiterebbero ai missili Usa.

L

di raggio massimo 45 chilometri sarebbe pericoloso per il traffico mercantile, vista la vicinanza delle coste iraniane. Senza menzionare direttamente l’Iran, il portavoce della V Flotta ha messo in chiaro che gli Stati Uniti sono pronti a usare la forza per difendere lo Stretto da cui passa il petrolio. Se davvero si arrivasse alla concretizzazione di un simile scenario, il compito sarebbe prima di tutto affidato all’ammiraglia, la portaerei John C. Stennis. Nel mar Rosso, a poca distanza dalla possibile zona delle operazioni, c’è poi la nave d’assalto anfibia Bataan. La V Flotta in realtà è impegnata anche nel conflitto in Afghanistan, con missioni di appoggio alle truppe Nato e bombardamento condotte frequentemente dagli F-18.

La base è a Manama, capitale del Bahrain. Proprio questo è stato un problema per la flotta quest’anno, quando la repressione delle proteste pro-democrazia da parte del governo locale ha fatto levare proteste nel mondo arabo contro gli Usa che da un lato difendono le sollevazioni popolari ma dall’altro sono stretti alleati di un regime autoritario. Di conseguenza gli Usa hanno messo allo studio la possibilità di spostare il quartier generale della flotta a un Paese vicino, per esempio gli Emirati Arabi o il Qatar, dove già sorge una vasta base dell’aeronautica.

conflitto si chiuse non solo con un nulla di fatto, ma anche con un atteggiamento di ritrovata concertazione. Il fatto che poi a questa non ci fu seguito è un altro discorso. Oggi i presupposti per un conflitto sono ancora minori rispetto a quel periodo. In primis perché lo scenario mediorientale è ben più instabile. Ma anche perché la crisi finanziaria non può non incidere sui pruriti del Pentagono. Ricordiamo inoltre che da quest’ultimo i falchi sono volati via. E non è un dettaglio. Del resto – siamo il terzo punto – che gli Usa abbiano nel cassetto un piano d’attacco non è una novità. Il primo a confermarlo fu ancora Seymur Hersh dalle colonne del New Yorker, nel 2006. I sospetti c’erano. Tutti ne parlavano a mezza voce. Poi la conferma giunse firmata da uno dei più autorevoli inchiestisti d’America, il quale scrisse che il re era nudo. Allora si lesse che a Washington la possibilità di un’operazione – raid aerei più intervento di terra – fosse stata studiata a tavolino nei minimi dettagli. D’altra parte,

proprio nello stesso anno il Dipartimento della difesa Usa aveva formato un direttorio permanente per studiare il caso Iran.

E questa non era un’indiscrezione. Si aggiungano poi le operazioni della Cia dall’Iraq e verso l’Iran, oltre che gli interventi di sabotaggio perpetrati dai combattenti kurdi del Pejak e dai mujaheddin del Popolo (Mek). Insomma una sommatoria di precedenti che ci portano a due conclusioni. Da una parte, la guerra Washington-Teheran è già in corso. Magari non se ne può parlare come di un conflitto a tutti gli effetti.Tuttavia, gli scambi di provocazioni non si limitano alla sfera diplomatica. Inoltre, Obama non ha mai smentito il suo predecessore alla Casa Bianca. Anzi, se c’è una questione per cui si può parlare di pedissequa continuità tra repubblicani e democratici, è proprio l’Iran. Se ne è avuta conferma due anni e mezzo fa. gli Usa preferirono non intervenire nella rivoluzione dell’Onda verde, perché il fenomeno non nasceva da una loro costola. Così tergiversarono e fecero fallire la rivolta. Sicché oggi si ritrovano con gli stessi nemici fronteggiati da Bush. Il che torna a favore di tutti. Sia dei buoni che dei cattivi. C’è infatti un ostacolo alla guerra che molti si ostinano a non vedere. L’attenzione mediatica verso una criticità è fondamentale. Prendiamo i casi di Cuba e Corea del Nord. Entrambi i regimi restano nella lista nera dell’Occidente: esempi di oppressine, arretratezza economica, fanatismo ideologico e culto della personalità. In passato, L’Havana e Pyongyang hanno cercato di alzare la cresta e mettere i bastoni tra le ruote degli Usa. Poi, una volta scemato il nervosismo – perché i muscoli dei due Paesi si erano rivelati gonfiati di testosterone propagandistico – la comunità internazionale non si è più occupata di loro. Teheran teme che succeda lo stesso al suo regime. Ha paura di finire nell’ombra. Il 2011 è stato un anno esemplificativo in merito. Egitto, Libia e Siria. Si è parlato perfino più della Tunisia che dell’Iran. Il che è inaccettabile per un Paese che radica le proprie tradizioni nell’orgoglio dell’antica Persia e che mira a diventare protagonista delle politiche mediorientali e dell’Asia centrale. In tal senso, Teheran potrebbe dire: «Meno male che c’è Israele», o addirittura l’Arabia Saudita. Entrambi abboccano alle provocazioni, quindi alimentano la crisi e soprattutto la sua visibilità. Effettivamente, anche Obama è incappato in questi tranelli.Tuttavia, sarà difficile proseguire su questa linea. Soprattutto perché non è facile bloccare l’intera Quinta flotta e le grandi petroliere. La marina iraniana non brilla certo per il suo volume operativo.

L’unico fattore rilevante in questo ultimo caso è il silenzio di Cina e India, ultimi rimasti a comprare il petrolio iraniano. In questo caso vuol dire: «Fate come volete, ma fate passare le navi»

Torniamo alla storia. La memoria ci riporta indietro di quattro anni. Era il marzo 2007 quando un commando dei Royal marine venne sequestrato dalle forze iraniane perché accusato di aver incrociato le acque territoriali del regime nello Shat el-Arab, il fiume che divide Iran e Iraq. Pochi mesi dopo, alcuni temerari barchini della Marina iraniana cercarono di fermare un paio di incrociatori della Quinta flotta Usa mentre questi facevano rotta a Manama, nel Bahrein. In entrambi i casi, la stampa si era mobilitata con tanto di elmetto e taccuino per seguire l’inevitabile scontro militare che si prevedeva sarebbe scoppiato. Ci fu la crisi. Ci fu la tensione. Ma non la guerra. Anzi, l’anno si chiuse con il vertice di Annapolis (Virginia, Usa). Una conferenza internazionale per la pace in Medioriente a cui prese parte perfino una delegazione siriana. L’evento segnò una controtendenza dell’Amministrazione Bush – caratterizzata da precedenti di guerra – e segregò il regime sciita all’angolo. L’anno in cui si era temuto di più per un


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grandangolo A 20 anni dalla fine del regime sovietico la gente torna in strada

Vi spiego perché la piazza Rossa non diverrà piazza Tahrir

Senza un leader unitario e senza pretese ideologiche, gli “indignados” che accusano il Cremlino vogliono essere padroni del proprio destino. Ma senza sconvolgimenti: chiedono al governo di smetterla con i brogli e di concedere maggiore partecipazione popolare. Altrimenti, come recitano i cartelli alzati in piazza,“avremo sprecato 20 anni” di Enrico Singer vazet let, zachem?». Vent’anni, per che cosa? Tra i tanti slogan scritti a mano su pezzi di cartone dai giovani contestatori che hanno invaso negli ultimi giorni le strade di Mosca c’era anche questo, ispirato all’anniversario appena trascorso del momentosimbolo della fine dell’Urss. Era la notte del 25 dicembre del 1991 quando fu ammainata dalla torre più alta del Cremlino la bandiera rossa con la falce, il martello e la stella e fu issato il tricolore russo bianco, rosso e blu. Chiedersi che cosa è cambiato da allora può sembrare ingenuo, oppure folle.

«D

È evidente che tutto è cambiato: basta guardare la carta geopolitica dell’Europa o fare il conto degli investimenti, pubblici e privati, che da Mosca sono piovuti in Occidente. Eppure quelle poche parole su un cartello esprimono l’interrogativo di fondo sulla vera natura della Russia post-sovietica. Soprattutto nella testa di chi ci vive ed è stanco di un sistema di potere fondato ancora sull’uomo forte – Vladimir Putin, nelle sue diverse vesti di presidente e di premier, è al comando dal 1999 e punta a rimanervi fino al 2024 superando il record di Breznev – e sulla compressione delle libertà individuali, dei diritti civili e dell’informazione sotto la regia di un nuovo partito dominante – Edinaia Rossia, Russia Unita – che

Mikhail Gorbaciov, parlando alla manifestazione di protesta di sabato scorso, ha definito la brutta copia del Pcus.

E che non ha esitato a ricorrere ai brogli elettorali per mascherare il calo del consenso popolare nei confronti del nuovo regime. In realtà la differenza tra gli effetti di quell’ammainabandiera di vent’anni fa si può misurare proprio dal confronto tra quanto profonda è stata la

La maggior parte di coloro che decide di manifestare è nata dopo il 1991: non sa nulla dei comunisti svolta politica e sociale in Paesi come la Polonia o l’Ungheria e quanto incerto sia l’approdo finale del cammino intrapreso da Mosca. Si dirà che i Paesi dell’Europa orientale, prima di cadere nell’orbita sovietica dopo la seconda guerra mondiale, avevano conosciuto la democrazia e sono stati capaci di recuperarla in fretta, mentre la Russia è passata dall’impero zarista a quello comunista e, per questo,

ha bisogno di più tempo. Ma vent’anni sono tanti. Sono una generazione intera. La maggior parte dei ragazzi che scendono in piazza contro Putin e che organizzano la loro protesta attraverso Facebook e Twitter sono nati dopo il 1991.

O non andavano nemmeno a scuola con la divisa da pionieri del Komsomol (l’organizzazione giovanile del Pcus) quando è crollata l’Urss. Gli “indignati” in versione russa, insomma, non fanno paragoni tra un prima e un dopo. Non seguono le nostalgie del neo-comunista Ghennady Zyuganov che punta tutta la sua campagna sulle ingiustizie sociali del modello di sviluppo putiniano, che favorisce soltanto gli oligarchi a lui fedeli e i siloviki, gli uomini del nuovo apparato, come se ai tempi dell’Unione sovietica le cose andassero meglio. Per questo il movimento di opposizione preoccupa Vladimir Putin più di quanto lui stesso ammetta: la piazza Rossa non è diventata – e, probabilmente, non diventerà mai – come piazza Tahrir. Ma se, fino a ieri, gli avversari dichiarati di Putin erano soltanto Zyuganov e l’ultranazionalista Vladimir Zhirinowsky e l’uomo forte del Cremlino era sicuro di poterli battere – con o senza altri brogli elettorali – l’entrata in scena di questa terza forza di contestatori sta sparigliando le carte in tavola. Certo, i giovani indignati russi non hanno ancora un leader. Per il momento

– e questo è già un punto a loro favore – cercano di non farsi strumentalizzare: nell’ultima manifestazione i centomila che erano in piazza hanno fischiato l’ex ministro delle Finanze di Putin, Aleksej Kudrin, che vorrebbe capeggiare un nuovo partito e sfidare il suo ex capo nelle elezioni presidenziali di marzo.

Aleksej Navalny, 35 anni, nessun passato politico alle spalle, il blogger che per ora è la star della protesta, ha promesso di mobilitare a febbraio un milione di persone se il potere non annullerà le elezioni del 4 dicembre per la Duma, ma ha anche detto di non voler appoggiare un candidato unico contro Putin. Ognuno dovrà scegliere secondo la sua coscienza. E questa situazione estremamente fluida alla testa della nuova opposizione è il limite maggiore del movimento degli indignati esploso a Mosca proprio nel ventennale della fine dell’Urss. La prospettiva di ritrovarsi un milione di persone in piazza a protestare quando la campagna elettorale per le presidenziali del 4 marzo sarà entrata nel vivo, comunque, allarma Putin. Che, appena 48 ore fa, ha sacrificato uno dei suoi più stretti collaboratori nella speranza di offrire un capro espiatorio, di prendere le distanze dalla politica della «democrazia guidata» di cui Vladislav Surkov – primo vice capo dello staff del Cremlino – era il massimo ideologo. Il


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e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

siluramento di Surkov lascia prevedere un cambiamento di strategia per i prossimi, decisivi mesi. Tutte le mosse compiute da Putin negli ultimi tempi erano state ispirate da questo giovane consigliere – 47 anni – che si era guadagnato l’ingombrante soprannome di «Richelieu del Cremlino». Era stato lui a inventare il partito Russia Unita (nato dalla fusione di Madrepatria Russia e del Movimento unito di Russia creato dall’ex campione di lotta grecoromana, Aleksandr Karelin).

Surkov aveva costruito anche il gruppo dei giovani sostenitori di Putin, i Nashi (i nostri), e perfino i partiti di opposizione addomesticata, come Causa Giusta, affidato in un primo momento al miliardario Mikhail Prokorov che si rivelò, poi, troppo autonomo e liberale tanto che fu messo da parte e ora è nella schiera dei possibili candidati indipendenti alle elezioni presidenziali. La liquidazione di Vladislav Surkov vorrebbe essere un segnale di rottura con il sistema di gestione della politica che il movimento degli indignati contesta. Ma anche questa contromossa plateale – l’annuncio è stato dato in diretta tv – non deve trarre in inganno. Sia perché Surkov è rimasto saldamente nella galassia del potere: è stato promosso vicepremier con l’incarico della modernizzazione. Sia perché il suo posto è stato preso da Vyaceslav Volodin, un solido burocrate, fino a ieri capo dell’apparato del Cremlino e ideatore del Fronte popolare, la mega-coalizione di so-

Gorbaciov ha definito Russia Unita, il partito guidato da Vladimir Putin, “la brutta copia” del Pcus stegno a Putin nella quale dovrebbero confluire Russia Unita e organizzazioni locali e di categoria.

L’orso russo cambia il pelo ma non i metodi, né gli obiettivi. E la domanda «dvazet let, zachem?» – vent’anni per che cosa? – come era scritto su quel cartello dei dimostranti, non è così ingenua né folle se l’interrogativo si concentra sul rinnovamento interno del Paese e sul livello di democrazia raggiunto. E vero che la Russia, nel 1991, era uno Stato che doveva essere ricostruito da zero, che scontava decenni di isolamento, stretto nella teoria dei blocchi contrapposti, dove non c’erano banche, non c’era di-

ritto commerciale, non c’erano società per azioni, non c’era un sistema fiscale. In una parola, non c’era economia di mercato. Non c’era nemmeno una moneta convertibile. E su questo piano, pur mantenendo un forte carattere dirigista, Il Paese ha fatto molti passi avanti, fino al riconoscimento dello status di membro del Wto.

Ma è sulle riforme politiche che il processo è inceppato. Del resto, Putin ha definito la dissoluzione dell’Urss «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo» (lo disse nel 2005 nel suo sesto discorso da presidente alla Duma) non per la fine del comunismo, ma perché con l’Unione sovietica andò in frantumi la forza di Mosca come superpotenza mondiale che adesso il capo del Cremlino sogna di resuscitare in versione economica più che ideologica con il progetto di Unione euroasiatica che ha appena lanciato e che dovrebbe diventare il punto cardinale della sua campagna elettorale per le prossime presidenziali. Solzenicyn aveva definito l’Urss del 1991 come «un mendicante con una bomba atomica in mano». Putin vuole cancellare quell’immagine puntando sul petrolio e sul gas, oltre che sulla deterrenza nucleare. Basterà per ridimensionare la protesta dei nuovi indignati e per disinnescarne gli effetti? Forse. Ma il tasto del nazionalismo, che finora ha funzionato per puntellare il potere, comincia ad apparire stonato a un numero sempre più grande di russi.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse Rotopress s.r.l. Viale Enrico Ortolani 33-37 00125 Roma Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Unione di Centro per il Terzo Polo

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FINE

I progetti della memoria Alle soglie del passaggio temporale nel 2012, ci chiediamo cosa ci riserva il futuro, “se ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno” come canta Dalla… Temiamo però, in tempi di crisi, che il peggio non termini e che diventi infinito

di Maurizio Ciampa a un volto serio la fine che ci viene incontro nell’ultimo giorno dell’anno. Non solo perché seria è la crisi in cui è rimasto impigliato il mondo intero, e la sua regione occidentale in modo particolare. Stretti in questo passaggio temporale, oppressi dall’ansia, dalla paura per l’immediato futuro, ci chiediamo che cosa ci toccherà vedere nell’anno che viene, il 2012: ce la farà l’Italia di Mario Monti?

H

E ce la farà l’Europa? E a quale prezzo? Quello che oggi si comincia a temere è l’esatto opposto della fine, una sorta d’infinito della crisi, non solo economica evidentemente, come se fossimo entrati in un tempo che non ha più scansioni, un tempo senza fine, e dunque immisurabile, e forse ingovernabile. Una percezione analoga, fatte le dovute differenze, a quella dei soldati nelle trincee della prima guerra mondiale, e cioè che l’inutile, incontenibile, massacro che stavano vivendo sulla propria pelle, potesse non avere mai fine, una sorta di infernale eter-

nità della guerra, di cui resta traccia nelle lettere e nelle testimonianze. Non era una percezione alterata dal vissuto personale: la guerra non è mai finita. Ci chiediamo se finirà la crisi.

Bilanci e previsioni sono, in questi giorni, un diffuso esercizio. I bilanci servono, credo, a rendere più lineare, meno oscuro e dunque accettabile, il passato che ci sta alla spalle magari adattandolo alle nostre esigenze interpretative; le previsioni, se non sono catastrofiche, fanno più docile il futuro. Per loro natura, e loro difetto, non sono in grado di registrare l’imprevedibile, la discontinuità in grado di lacerare il tessuto del tempo. Ma torniamo alla fine dell’anno, insie-


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per saperne di più

hanno detto Pablo Picasso

Mircea Eliade Il mito dell’eterno ritorno Rusconi

Tutto l’interesse dell’arte è nel principio. Dopo il principio, è già la fine.

Gibran Kahilil Gibran

Marco Belpoliti Crolli Einaudi

Ma se credete di misurare con le stagioni il tempo, sappiate allora che le stagioni si cingono l’un l’altra. E il presente abbraccia il passato con il ricordo, e con l’ansia dell’avvenire.

Gottfried Benn Aprèslude Einaudi

Luigi Pirandello La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

Mario Luzi Poesie Mondadori Salvatore Natoli Progresso e catastrofe La metamorfosi del tempo nuovo Marinotti

Carlo Dossi Massimo segno della fine, è il principio.

Arthur Schopenhauer

Agostino Giovagnoli Storia e globalizzazione Laterza

Più o meno, noi desideriamo veder la fine di tutto ciò che operiamo e facciamo; siamo impazienti di giungere al termine, e lieti di esservi giunti. Soltanto la fine totale, la fine di tutte le fini, noi ce l’auguriamo, di solito, il più tardi possibile.

Giovanni Evangelista Apocalisse di Giovanni Rizzoli-Bur

me al Carnevale la festa più rumorosa. Il frastuono è quasi d’obbligo. Non credo si conosca una fine dell’anno composta e silenziosa, ed è bene che sia così. È come se il fracasso servisse a coprire le nostre inquietudini e a esorcizzarle, o a spaventare i nostri demoni, ammesso che conoscano il sentimento della paura e si facciano impressionare dai botti di Capodanno. Ma che cosa esattamente si festeggia, e di quale fine qui si tratta? Non una fine ultimativa, piuttosto una fine da cui germina, lungo l’asse del tempo, un nuovo inizio. «Per noi l’essenziale - scrive il grande storico delle religioni Mircea Eliade in Il mito dell’eterno ritorno - è che esiste ovunque una concezione della fine e dell’inizio di un periodo temporale, fondata sull’osservazione dei ritmi biocosmici, che s’inquadra in un sistema più vasto, quello delle purificazioni periodiche… e della rigenerazione periodica della vita». La fine dell’anno va letta, questo mi pare il senso dell’osservazione di Eliade, dentro il dinamismo del tempo che, periodicamente, nasce dalle sue stesse ceneri. È nuova creazione del mondo, riattualizzata ogni anno, osserva Eliade. Ma, viene da chiedersi: siamo ancora dentro questa rappresentazione rituale? Facciamo un salto, passiamo, con un movimento spericolato e forse anche arbitraI lavori per Ground Zero secondo il progetto di Libeskind. In alto, il suo Museo ebraico di Berlino. Nella pagina a fianco: un’illustrazione di Rockwell e una scena del film “2012”

Insegna Libeskind, il grande architetto che dalle “fini” fa risorgere spazi nuovi (suo il Museo ebraico di Berlino e il progetto per Ground Zero): «Considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa» rio, dalla storia delle religioni alla musica leggera, che, d’altra parte, è un grande deposito di mitologie contemporanee. Nell’Anno che verrà, canzone bellissima e un po’ misteriosa di Lucio Dalla, c’è la paura che dalla fine non scaturisca alcun nuovo inizio (L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa qui non va), e questo sentimento procede insieme alla speranza di una grande trasformazione, non necessariamente una rivoluzione, certamente un radicale mutamento della vita (Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi

già lo fanno). La canzone di Dalla ha poi un finale che può sembrare curioso, enigmatico come enigmatica è la nostra esperienza del tempo: L’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità. Come dire che il futuro è già passato, l’inizio sperato, il nuovo punto di partenza della storia è soltanto illusorio, un’ombra, una maschera del tempo, un inganno della mente. Il tempo non si rigenera, è solo stanca e mortifera successione. «Tutto è solo un continuo fuggire, non terra promessa, non sosta…» scrive il poeta Gottfried Benn nel-

la Germania che, uscita dalla seconda guerra mondiale e dal nazismo, si andava affacciando sul gelido paesaggio della guerra fredda. Una fine senza inizio, potremmo dire. Una fine che non è compimento, ma solo estenuante passaggio.

In un libro di qualche anno fa, Crolli (pubblicato da Einaudi), un libro assai utile per dare intelligenza di eventi e simboli della contemporaneità, dalla caduta del Muro di Berlino al crollo delle Torri gemelle, Marco Belpoliti parla di questo tempo, il nostro, che non finisce di finire, un tempo sospeso tra banalità e terrore, un tempo penultimo, che non segue la freccia tesa e direzionata della Storia, ma procede per salti, strappi, per crolli. Questa è l’immagine che forse più di altre è in grado di raccogliere, del tutto provvisoriamente, il movimento disperso, frammentario, sincopato della contemporaneità. C’è un’altra folgorante immagine, che mi ha sempre inquietato, offerta da Antonin Artaud, il teorico del teatro della crudeltà: «Non si fa, né si dice nulla, ma si soffre, si dispera e ci si batte… la lotta sarà apprezzata, giudicata, giustificata? No. Avrà un nome? Nemmeno. Nominare la battaglia significa forse uccidere il nulla. Ma soprattutto fermare la vita, non fermeremo mai la vita». Siamo tornati, per gli effetti di un movimento fin troppo libero, alla rigenerazione periodica della vita, di cui parlava Mircea Eliade. Ragionando sulla fine dell’anno, sulle sue paure e i suoi fantasmi, ci si ritrova ai bordi di un abisso difficile da delimitare. Ci aiutano alcune importanti riflessioni che

s’inoltrano nello spazio senza nome del nostro tempo penultimo. Diceva il poeta Mario Luzi: «Questo tempo non ha lingua, non ha argomento». Solo due riferimenti. Possono servire a chi vuole andare oltre queste mie osservazioni: il libro di Salvatore Natoli (Progresso e catastrofe. La metamorfosi del tempo nuovo, pubblicato dall’editore Christian Mariotti nel 1999) e quello di Agostino Giovagnoli (Storia e globalizzazione, edito da Laterza nel 2003). Sono coraggiose esplorazioni, come d’altra parte Crolli di Belpoliti, dentro la zona oscura che oggi va attraversata. I grandi simboli del nostro tempo, le sue immagini più dirompenti ed eclatanti, sono crolli, mura che cadono, limiti che s’infrangono, spazi sconvolti, ma che tornano ad aprirsi.

Per capire che cosa è accaduto, dobbiamo rovistare fra le rovine, farci archeologi del presente, e, insieme, progettisti della memoria, ripartire di lì, dalla voragine, da Ground zero, come ha fatto Daniel Libeskind, che non a caso si è mosso fra Berlino e New York, nello spazio di due crolli, due fini. A Berlino Libeskind ha costruito il Museo ebraico, a New York il progetto per Ground Zero. «Considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa», ha detto Libeskind. E su queste parole possiamo, provvisoriamente, fermarci, avendo forse capito che il tempo penultimo è sì un tempo aspro e difficile, ma abitabile: i crolli aprono nuovi spazi, il vuoto provoca l’intelligenza progettante. Non fermeremo mai la vita. Non è un auspicio, è una semplice constatazione.


ULTIMAPAGINA Un ministro dell’Inguscezia annuncia la cattura di uno Yeti. Il web impazzisce. Poi la smentita: «Era un pupazzo»

L’abominevole bufala di Martha Nunziata

ià di per sé, quella annunciata dalla televisione russa sarebbe stata una notizia sensazionale, anzi, sarebbe stata “la”notizia: «Avvistato uno Yeti e poi catturato». Otto parole: basterebbero per confermare, o smentire, una leggenda, quella del bigfoot (come lo definiscono gli americani), cercato per anni in tutte le montagne del mondo. Quello russo sarebbe alto due metri, camminerebbe su due zampe, ringhiando ed emettendo strani suoni. Sarebbe. O meglio, sarebbe stato se fosse stato vero. Ma dopo alcune ore, è arrivata la smentita: «Era solo un pupazzo». «Alcuni dicono che si tratti dell’abominevole uomo delle nevi - aveva affermato Bagaudin Marshani, un esponente politico della regione dell’Inguscezia - altri pensano invece che sia una grossa scimmia. Ma francamente non ho mai visto niente del genere». Il finto Yeti era stato “avvistato”in Inguscezia, una repubblica autonoma della Federazione Russa che si trova sulle pendici settentrionali del Caucaso.

G

A diramare la notizia era stato addirittura il ministro del Lavoro della repubblica autonoma della Federazione russa, che ha rivelato all’agenzia Interfax che il suo Paese ha catturato unoYeti, ora rinchiuso in uno zoo locale. Ed è stato lo stesso ministro poi a rivelare: «Era un pupazzo, quale Yeti an-

Avvistamento di uno Yeti in Inguscezia. In alto, il ministro del Lavoro, che ha annunciato (e poi smentito) la scoperta, e l’immagine che aveva già suscitato i primi dubbi

DELLE NEVI drebbe in giro durante le vacanze di fine anno?». E sì, sarebbe stata una bella storia di Natale, una di quelle favole da raccontare ai bambini prima di dormire. In rete, naturalmente, erano circolati filmati e foto (a dire il vero non molto chiari e poco credibili): si intravedeva un cacciatore inguscio che allontanava quello che, in effetti, sembrava proprio unoYeti. Che però appariva piuttosto ridicolo, così come ancora più improbabile sembrava essere il filmato fatto circolare dalla Tv russa che mostrava lo Yeti in gabbia. Lo Yeti è una creatura leggendaria che nell’immaginario collettivo si ritiene viva nell’Himalaya, noto anche come “abominevole uomo delle nevi”. Nell’immaginario collettivo è ricoperto di una folta pelliccia di colore bianco, e avrebbe una lunga capigliatura e braccia lunghe fino alle ginocchia. Ma quello apparso in video ieri era di colore scuro, simile più a un grande scimpanzè con una postura eretta. Una bella storia, che però è sfumata in un batter di ciglia. Alcuni per la verità avevano iniziato a pensare già da subito che «forse qualcuno prima del tempo aveva cominciato a festeggiare il nuovo anno» e si era vestito da scimmione inscenando la burla. Le creature misteriose, che hanno da sempre animato la fantasia dei bambini sono tante, ma alcune sono affidate allo studio della criptozoologia, che è una disciplina, considerata pseudoscientifica, che si occupa proprio dello studio di specie animali, dette criptidi, come lo Yeti, appunto, di cui si ipotizza l’esistenza solo attraverso prove circostanziali. Oppure di specie che sono estinte, ma di cui ci siano stati alcuni supposti avvistamenti. Fondata e teorizzata dallo

zoologo Bernard Heuvelmans, nelle intenzioni del fondatore avrebbe dovuto essere una branca della zoologia tradizionale, ma la comunità scientifica non la riconosce come tale poiché spesso basa la sua evidenza su aneddoti, allontanandosi significativamente dalle metodologie adottate negli studi zoologici.Tra le specie di cui non è mai stata provata l’esistenza si possono citare loYeti o il Sasquatch. Altri criptidi molto conosciuti sono il Mokele Mbembe, il Mostro di Loch Ness, la Bestia dello Gévaudan, lo Yowie e il Ninki Nanka, ma le schiere di creature “nascoste” sono molto ampie, e includono animali meno noti quali lo Iemisch o il Buru. Specie tra quelle considerate dalla criptozoologia negli ultimi anni sono diventate note alla scienza:le più famose sono il Celacanto, specie ritenuta estinta nel Cretaceo, e il Calamaro gigante. La fantasia,

La “creatura” era stata avvistata nella Repubblica autonoma della Federazione Russa, sulle pendici settentrionali del Caucaso. La notizia era stata diffusa dall’agenzia Interfax la criptozoologia e la mitologica rappresentano un universo lontano dalla nostra logica, ma c’è anche chi prende molto seriamente la cosa, e da tempo, ed in modo scientifico.

Secondo Igor Burtsev, capo dell’International Center of Hominology, in Siberia si troverebbero circa una trentina di cosiddetti uomini delle nevi (che i russi chiamano uomini della foresta) e le prove sarebbero rappresentate in particolare da un pelo bianco della lunghezza di sette centimetri e dalle impronte trovate nei boschi vicino a Tashtagol. Il segnale più emblematico dell’esistenza dell’abominevole uomo-scimmia, sottolinea ancora Burtsev, sarebbe rappresentato dalle orme, poiché le impronte delle dita sono molto larghe e con capillari in rilievo, prova certa dell’appartenenza a un ominide. Che quello ritrovato in Inguscezia non fosse il “vero”Yeti ormai è certo: ma ancora più certo è che la fantasia, a volte, può superare la realtà.


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