20110
he di cronac
Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo George Santayana
9 771827 881004
di Ferdinando Adornato
QUOTIDIANO • MARTEDÌ 10 GENNAIO 2012
DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK
Spostato dal 29 marzo a fine gennaio: «E lo firmiamo entro febbraio». Monti domani dalla Cancelliera tedesca
Il vertice della Tobin Tax Intesa Merkel-Sarkozy: anticipato il summit sul patto fiscale Parigi e Berlino d’accordo a tassare tutte le transazioni finanziarie (anche se Cameron dice di no) e a rafforzare il Fondo Salva-Stati.Angela: «L’euro non rischia». Nicolas: «Non c’è Unione senza di noi» Gli incontri al Welfare
di Franco Insardà
Fornero-sindacati, il dialogo comincia
ROMA. I due padroni dell’Europa fanno sapere che tra loro c’è «un’intesa stretta». Ma non su quello che si attendono i mercati. Infatti, neppure un’ora dopo l’ennesimo vertice bilaterale tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy le Borse hanno iniziato a virare un negativo, mentre i differenziali tra i titoli di Stato dell’Eurozona sono schizzati oltre la soglia di guardia. La Borsa di Milano ha chiuso cedendo l’1,67% penalizzata da un altro tonfo di Unicredit, nel primo giorno dell’aumento di capitale.
I leader di Cisl e Uil: «Incontro proficuo, ma serve un tavolo unitario se si vuole intervenire sul mondo del lavoro». Nessun accenno alla modifica dell’articolo 18 Francesco Pacifico • pagina 3
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IL PATTO DI BILANCIO
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Il rinnovamento della politica
Il commentatore finanziario di “Die Zeit”: «L’etica sembra sparita»
Nuova legge elettorale Ma l’economia “lacrime e sangue” e nuovi partiti vale per le grandi banche? Casini traccia la rotta per un vero cambiamento della situazione. Dopo Monti nulla sarà come prima, e chi non lo capisce è destinato a scomparire dalla scena politica e sociale italiana Osvaldo Baldacci • pagina 5
di Mark Schieritz hi si prenderà la briga di scorrere in questi giorni i forum online in cui si parla della crisi economica farà un’interessante scoperta. A indignare non sono tanto le somme esorbitanti investite nei mercati, né i vari fondi di salvataggio messi a disposizione. È soprattutto chi li riceve: i banchieri, che si sono
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arricchiti per anni e adesso stanno fallendo; gli stati, che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità e adesso non riescono a garantirsi nuove entrate; i proprietari di case, che hanno chiesto troppi prestiti e adesso non sono più in grado di ripagarli. Ma l’errore viene premiato invece che punito. È quello che è successo nelle società occidentali. a pagina 4
Un primo passo fatto anche grazie all’Italia di Giancristiano Desiderio incontro tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si è concluso con una decisione importante: anticipare alla fine di gennaio quel Patto di bilancio dell’Unione europea che era previsto solo per marzo. Non un rinvio ma un’anticipazione. L’importanza della decisione sta proprio nel tempo: come se l’asse Parigi-Berlino avesse ora fretta di recuperare il tanto tempo perduto. La politica monetaria europea, che con gran fatica si sta cercando di rendere più omogenea e unitaria, passa inevitabilmente su questo asse. Dopotutto, quando si pensa all’Europa, anche solo geograficamente intesa, ci s’immagina davanti agli occhi la Francia e la Germania che del “vecchio continente” sono il cuore. Tuttavia, abbiamo dimostrato di saper e poter svolgere un ruolo centrale. a pagina 2
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Benedetto XVI: «Garantire le fedi, salviamo i deboli dalla crisi»
Il Dalai Lama continua a chiedere ai suoi fedeli di non farlo
Libertà & Dignità
Tibet, ancora suicidi
Forte appello del Papa per i diritti umani
In tre giorni si danno fuoco 3 monaci
di Luigi Accattoli
di Antonio Picasso
li attacchi violenti ai cristiani che spesso vengono costretti ad abbandonare i loro paesi, l’uccisione del pakistano Shahbaz Bhatti, le bombe nelle chiese della Nigeria a Natale: Papa Benedetto parlando ieri agli ambasciatori di 179 paesi non ha dimenticato nessuna delle principali manifestazioni di cristianofobia del 2011. Le parole più forti le ha avute per il “terrorismo motivato religiosamente”.
a morte di Nyage Sonamdrugyu, 42 anni, porta già a tre la lista dei martiri per la causa tibetana, dall’inizio di questo 2012. Nella sua limitatezza è un numero elevato. Si consideri infatti che, lo scorso anno, erano stati dodici i monaci che si erano arsi vivi per manifestare contro il regime cinese. Il trend di questa prima decade di gennaio può far temere un’escalation di proteste. Il dossier Tibet resta al momento irrisolvibile.
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EURO 1,00 (10,00
CON I QUADERNI)
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WWW.LIBERAL.IT
• CHIUSO
IN REDAZIONE ALLE ORE
19.30
Il compromesso sul patto di stabilità
Un passo fatto anche grazie all’Italia
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pagina 2 • 10 gennaio 2012
di Giancristiano Desiderio incontro tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si è concluso con una decisione importante: anticipare alla fine di gennaio quel Patto di bilancio dell’Unione europea che era previsto solo per marzo. Non un rinvio ma un’anticipazione. L’importanza della decisione sta proprio nel tempo: come se l’asse Parigi-Berlino avesse ora fretta di recuperare il tanto tempo perduto. La politica monetaria europea, che con gran fatica si sta cercando di rendere più omogenea e unitaria, passa inevitabilmente su questo asse. Dopotutto, quando si pensa all’Europa, anche solo geograficamente intesa, ci s’immagina davanti agli occhi la Francia e la Germania che del “vecchio continente”sono il cuore. Tuttavia, se fino a qualche tempo fa l’Italia si era ritagliata per sé il ruolo di Cenerentola o addirittura di Pierino, ora il nostro Paese ha dimostrato di saper e poter svolgere un ruolo centrale in Europa proprio attraverso il rapporto tanto con Parigi quanto con Berlino.
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Mario Monti ha appena incontrato il presidente francese ed è previsto per domani l’incontro con la cancelliera tedesca. Dopo aver fatto con celerità e fermezza i “compiti a casa”, l’Italia è ora in grado di dire la sua nell’Unione. Proprio il nostro premier si è fatto interprete e promotore del Patto di bilancio, provando anche a convincere il governo inglese a far parte della partita vincendo la storica tradizione “isolazionista” britannica. L’Inghilterra è rimasta sulle sue, ma l’Europa e l’euro vanno avanti perché questa è la strada tracciata sulla quale ci siamo incamminati da oltre un decennio e pensare di tornare indietro è ormai irrealistico. «È un obiettivo ambizioso ma raggiungibile quello di rafforzare l’euro e non può esserci un solo vertice per risolvere la crisi e non c’è una soluzione unidimensionale, ma bisogna procedere passo dopo passo». Ecco espressa con le stesse parole della cancelliera Merkel la posizione italiana che Monti ha più volte illustrato in queste settimane. Per quanto sia vero che non c’è Europa senza Parigi e Berlino, è altrettanto vero che non c’è Europa solo con Parigi e Berlino. Domani il premier italiano incontrerà Angela Merkel e le potrà spiegare come l’Italia è ormai di fatto passata alla seconda fase della sua opera di risanamento: dopo i conti in ordine, tocca al piano per la crescita. E anche questo tema - verrebbe da dire, soprattutto questo tema - è eminentemente europeo: ciò che conta per davvero per rafforzare l’euro è la solidità e ripresa dell’economia reale, quella fatta con il lavoro, l’occupazione, la manifattura, la produttività. Svincolare i capitali e la finanza dalla ricchezza reale è sempre un rischio ma lo è ancor di più in assenza di una politica monetaria unica. In questo schema rientra la Tobin tax: la tassa sulle transazioni finanziarie. Un prelievo che potrà essere introdotto solo se sarà accolto da tutti i Paesi dell’Unione. La posizione italiana è condivisa dalla Germania: sì alla Tobin Tax a patto che tutti i ventisette Stati dell’Unione siano d’accordo ad adottarla. Anche su questo tema l’Italia ha giocato un ruolo europeo (il governo Berlusconi era infatti contrario all’introduzione della tassa). Continuerà a giocarlo.
Ennesimo vertice a Berlino tra la cancelliera tedesca e il presidente francese
Imperiosi ma preoccupati
Anticipano il vertice sul patto di stabilità. Aprono a tassare le transazioni finanziarie. Si preparano a fare i conti senza Cameron. Forse hanno capito che non c’è più tempo di Franco Insardà
ROMA. I due padroni dell’Europa fanno sapere che tra loro c’è «un’intesa stretta». Ma non su quello che si attendono i mercati. Infatti, neppure un’ora dopo l’ennesimo vertice bilaterale tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy le Borse hanno iniziato a virare un negativo, mentre i differenziali tra i titoli di Stato dell’Eurozona sono schizzati oltre la soglia di guardia. La Borsa di Milano ha chiuso cedendo l’1,67% penalizzata da un altro tonfo di Unicredit, nel primo giorno dell’aumento di capitale, e dalla performance pesante di Monte dei Paschi di Siena. Male anche Fiat che è scivolata sotto il 6% e lo spread Btp-Bund che ha superato i 530 punti base, mentre il rendimento del bond decennale italiano si è attestato al 7,15%.
Al centro dell’incontro di ieri a Berlino tra il cancelliere tedesco e il presidente francese c’è stato il rafforzamento delle regole di bilancio nella zona euro, il fondo salva-stati e il confronto sul nodo della “tobin tax”, la tassa sulle transazioni finanziarie bloccata dal “no”della Gran Bretagna. I due leader hanno discusso anche degli impegni per la rilanciare la crescita e l’occupazione in Eurolandia. Ma sia la Merkel che Sarkozy hanno insistito sulla necessità dell’asse franco-tedesco. «L’alleanza Francia-Germania è la pietra angolare dell’Europa», ha detto chiaramente il presidente francese. Il nuovo patto europeo per la disciplina di bilancio dovrà essere firmato da tutti gli Stati membri entro il 1 marzo. È questo l’auspicio del presidente francese, nella conferenza stampa seguita all’incontro a Berli-
no, con il cancelliere tedesco. «Ci aspettiamo che i negoziati vengano confezionati nei prossimi giorni per poi essere siglati entro il primo marzo», ha detto Sarkozy. Poco prima la Merkel aveva detto che il vertice europeo previsto a marzo proprio sul “fiscal compact”, cioè il nuovo patto di bilancio, sarà anticipato alla fine del mese di gennaio. Aggiungendo con chiarezza che «nessun paese dovrà uscire dall’euro». I due leader, poi, hanno ribadito la loro unità d’intenti e la comune volontà che l’area della moneta unica prosegua unita nell’affrontare la crisi del debito: «Crediamo nell’euro e nell’Europa», ha detto Sarkozy, perché «siamo certi che non ci sono alternative all’euro al suo salvataggio e all’unità del continente. La situazione è tesa, estremamente tesa. Dobbiamo essere lucidi, e portare la risposta migliore, nell’ambito dei trattati e nell’ambito della democrazia».
Con la Merkel che ha assicurato: «Ce la faremo», precisando che non ci sarà un vertice che varerà la soluzione definitiva alla crisi del debito, ma ci saranno vertici che affronteranno e risolveranno, uno ad uno, i problemi sul piatto e su questo, ha sottolineato: «Questo è uno scopo ambizioso, ma fattibile per rafforzare la nostra moneta comune. Passo dopo passo ce la faremo con questo spirito come oggi. Non si risolvono i problemi con un solo vertice o con una soluzione unilaterale. Sono felice che Francia e Germania lo faranno insieme». Perché, come ha ribadito il presidente Sarkozy non «può esserci futuro per l’Europa se ci sono divergenze
Cisl e Uil frenano la furia della Fornero Bonanni e Angeletti: «Rafforzare strumenti già esistenti, occorre camminare su terreni già sperimentati» di Francesco Pacifico
ROMA. Cgil, Cisl e Uil sono sempre più unite dalla sensazione che, sul capitolo lavoro, il governo sia in alto mare. In compenso è fortissimo il timore, che dopo l’intervento invasivo sulle pensioni, il ministro Elsa Fornero presenti a breve una serie di misure non meno draconiane, soprattutto sul versante dei licenziamenti. «Perché come dice il proverbio», fanno sapere dal mondo dei confederali, «dopo che ti sei tanto scottato con l’acqua calda, hai paura persino di bruciarsi dell’acqua fredda».
Al momento – e ce ne si è accorti anche ieri dopo gli incontri con Raffaele Bonanni (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil) – l’unica certezza è che il responsabile del dicastero di via Veneto punti soprattutto a ricucire i rapporti con i sindacati. I quali non sembrano essere riusciti a digerire né il congelamento alla rivalutazione degli assegni pensionistici più bassi né l’allungamento dell’età di ritiro per i lavoratori più precoci. Quelli che più facilmente si ritrovano ai margini della produzione. Quando saranno finiti gli incontri di ricognizione con le singole parti sociali, l’economista è pronta ad aprire un tavolo per discutere di ammortizzatori sociali, incentivi all’ingresso e – perché no – licenziamenti. Ma soltanto a patto che si rispetti la tabella di marcia imposta dall’Europa al premier Monti e che prevede un primo corposo pacchetto di riforme già alla fine di marzo. Questa metodologia il ministro Fornero l’ha comunicata ieri ai
leader di Cisl e Uil, dopo aver ascoltato le loro richieste. E soprattutto dopo aver raccolto la volontà dei segretari di via Po e di via Lucullo di evitare tensioni e stravolgimenti, preferendo sviluppare gli strumenti già esistenti. La priorità, non a caso, è quella di non esacerbare conflitti sociale. Infatti, all’uscita del dicastero di via Veneto, Raffaele Bonanni ha fatto sapere: «Abbiamo parlato di strumenti che già
Finita fuori dall’agenda la riforma dell’articolo 18: da via Po si spinge sull’apprendistato esistono e che devono essere magari rafforzati e che nella storia delle relazioni industriali hanno trovato l’accordo di tutti i sindacati e le imprese, perché sul tavolo non c’è e non ci deve essere nulla di preconfezionato». Dopo aver assistito alla campagna della Camusso contro la miriade di inquadramenti destinati ai collaboratori – e di fatto contro la Biagi e le 46 forme contrattuali scaturite dopo la legge in onore del giuslavorista bolognese – Bonanni e Angeletti hanno invitato il ministro a non avventurarsi in pericolose sperimentazioni, capaci soltanto di creare tensioni di natura sociale. Meglio, per i leader di Cisl e Uil, sviluppare quanto prodotto sul mercato del lavoro
tra la Francia e la Germania. Il lavoro concertato tra la prima e la seconda economia del continente è il cuore dell’Europa». L’intesa, ha spiegato il presidente, si fonda anche su obiettivi comuni che al momento sono «il lavoro, la crescita economica e la competitività a livello europeo». Secondo la Merkel ci troviamo «di fronte alla stessa sfida: la globalizzazione. Dobbiamo guardare alle misure necessarie che i cittadini si aspettano. Dobbiamo creare competitività per impedire che i posti di lavori vadano all’estero, di questo vogliamo parlare al Consiglio europeo. Lottiamo per i nostri interessi contro la disoccupazione. Per questo in Germania lavoriamo perché il costo del lavoro sia sopportabile». Anche Sarkozy ha parlato della situazione interna del suo Paese: «La Francia deve alleggerire il costo del lavoro per mettere fine a questa emorragia che sono le delocalizzazioni e tornare a essere una terra di produzione».
in questi anni dai governi di destra e di sinistra, spesso proprio con l’ausilio dei confederali. Bonanni e Angeletti hanno innanzitutto suggerito di valorizzare lo strumento dell’apprendistato. Nel momento in cui si parla tanto di contratto d’ingresso e superamento dell’articolo 18, che cosa c’è di meglio che uno strumento in grado di garantire per i più neoassunti una contribuzione forfettaria al 10 per cento, la possibilità per i contraenti di sciogliere il rapporto senza ripercussioni giudiziarie ed economiche, e gli incentivi per la stabilizzazione? Se questa è considerata la strada migliore per affrontare il nodo di una disoccupazione giovanile ormai sopra la soglia del 30 per cento, per gli ultra cinquantenni Cisl e Cgil suggeriscono di rafforzare lo strumento del contratto d’inserimento. Il timore è che – con la stretta creditizia e il crollo degli ordinativi – possano essere licenziati oltre 500mila lavoratori, che vista l’età difficilmente possono essere ricollocati, se non con incentivi legati soprattutto all’outplacement. Su questo versante prima Bonanni e poi Angeletti hanno sottolineato la necessità di non ridurre le risorse per la cassa integrazione, che anche nel 2012 potrebbe sfondare il miliardo di ore richieste. Anche perché l’ultimo intervento sulle pensioni, soprattutto nella parte che indebolisce la parte retributiva, rischia di lasciare a casa circa 1,5 milioni di persone, troppo giovani per la queiscenza ma troppo vecchi per trovare una nuova occupazione.
Da segnalare poi un richiamo alla necessità di investire sulla bilateralità, strada maestra soprattutto per la ridefinizione del welfare aziendale e per l’allargamento della platea dei beneficiari degli ammortizzatori sociali. Ma Cisl e Uil avrebbero dato anche il loro assenso a studiare nuove norme per favore una maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro. Piace il part time lungo, al quale però devono seguire anche strumenti di welfare per favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro.
La Fornero ha ascoltato le proposte con molta attenzione, ma ha rassicurato i leader di via Po e di via Lucullo soltanto sulla propria volontà di trattare alla fine di questo percorso il tema dell’articolo 18. Materia esplosiva, sulla quale però il governo non può non intervenire perché al centro della lettera di agosto inviata dalla Bce a Palazzo Chigi. Conferma Bonanni: «Non abbiamo parlato di nulla in particolare e comunque di nulla che porta a divisioni né di cose che portano una targa riconducibile a singoli. Ripeto, si è parlato di strumenti che già esistono e vanno rafforzati. Occorre camminare su terreni già sperimentati».
to la presidenza di turno dell’Unione: «Il fondo salvaStati dovrà diventare operativo a luglio di quest’anno, sarà affrontata senza ritardi dai leader della Ue».
La Merkel ha invitato la Grecia a mettere in pratica le decisioni prese a ottobre: «Il programma per salvare il Paese dall’indebitamento deve proseguire velocemente, altrimenti non si potrà procedere con la seconda tranche di aiuti. Ma è un’eccezione. Noi voglia-
alla Grecia che resta un caso particolare». Sul capitolo tobin tax il presidente Sarkozy ha dichiarato: «Io e la cancelliera Merkel crediamo nel principio. L’idea della Francia è quella di applicare il progetto di direttiva su una tassa sulle transazioni finanziarie. La Commissione ha ripreso la nostra idea che ora è sul tavolo del Parlamento europeo e dei capi di Stato. Crediamo che sia normale che chi ci ha messo in questa situazione, ovvero la finanza, fornisca un contributo». Ottenendo, in pratica, il via libera della Merkel: «È ora di fare questa tassa, credo che quella della Francia sia una buona iniziativa. Nel governo non ne abbiamo parlato». Quanto alle resistenze di Londra, la cancelliera ha precisato: «Se non riusciremo a convincere i 27, convinceremo i 26». In ogni caso, ha sottolineato, «Sarkozy ed io consideriamo entrambi la tassa sulle transazioni finanziarie una giusta risposta e combatteremo ancora per questo». Londra è avvisata.
Il leader francese: «L’alleanza Francia-Germania è la pietra angolare dell’Europa». Merkel: «Sarkozy e io consideriamo entrambi la tassa sulle transazioni finanziarie una giusta risposta e combatteremo ancora per questo»
Francia e Germania sono d’accordo ad accelerare la costituzione del Fondo salva-stati permanente che sostituirà l’attuale Fondo temporaneo. Dal cancelliere tedesco è giunto l’annuncio che Berlino e Parigi sono «pronte nel 2012 ad accelerare la capitalizzazione del fondo salva-Stati. Abbiamo chiesto alla Bce che il sistema operativo del fondo salva-Stati sia più veloce ed efficiente». Il presidente della Ue, Herman Van Rompuy in visita in Danimarca, paese che dal 1 gennaio 2012 ha assun-
mo che la Grecia resti nell’eurozona, ma Atene in cambio deve rispettare gli impegni presi. Ci saranno controlli frequenti della troika. Il programma di ristrutturazione del debito è necessario per rassicurare i mercati. I progressi sulla ristrutturazione del debito con le banche sono la condizione per il secondo pacchetto di aiuti finanziari (prestito di 130 miliardi) e per la prossima tranche del primo prestito». Sulla stessa linea Nicolas Sarkozy: «Abbiamo sempre detto che la Grecia è un caso particolare. C’è stata una emergenza e non è detto che Atene debba ritornare in questa situazione. Abbiamo un indebitamento volontario, dopo l’accordo con le banche e questa ristrutturazione del debito è stata pensata proprio per dare un’opportunità
Quello di ieri è stato il primo bilaterale tra i due leader dall’inizio dell’anno. Gennaio sarà comunque un mese pieno di appuntamenti ai più alti livelli per tentare di uscire dalla crisi: il premier Mario Monti che nei giorni scorsi ha incontrato Sarkozy a Parigi, domani sarà a Berlino per vedere la cancelliera tedesca. I tre leader si ritroveranno poi il 20 gennaio in Italia, pochi giorni prima della riunione dei ministri delle Finanze Ue del 23 e del vertice dei capi di Stato e di governo europei del 30.
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l’approfondimento
L’economia di mercato rischia l’implosione: l’etica sembra essere sparita dal campo della finanza internazionale
Sotto la Banca
Dall’inizio della crisi hanno ricevuto enormi somme per rimediare ai propri investimenti sbagliati. Una misura immorale che mina le fondamenta del capitalismo e che soprattutto salva chi ha errato. L’opinione di “Die Zeit” di Mark Schieritz hi si prenderà la briga di scorrere in questi giorni i forum online in cui si parla della crisi economica farà un’interessante scoperta. A indignare non sono tanto le somme esorbitanti investite nei mercati, né i vari fondi di salvataggio messi a disposizione. È soprattutto chi li riceve: i banchieri, che si sono arricchiti per anni e adesso stanno fallendo; gli stati, che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità e adesso non riescono a garantirsi nuove entrate; i proprietari di case, che hanno chiesto troppi prestiti e adesso non sono più in grado di ripagarli.
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Ma l’errore viene premiato invece che punito. È quello che è successo nelle società occidentali negli ultimi cinque anni. Per cogliere il fallimento dei piani di salvataggio bisogna guardare non solo alla dimensione finanziaria della crisi, ma anche a quella morale.
Si può ricorrere a un concetto della psicologia: la dissonanza cognitiva, che indica il contrasto tra la nostra rappresentazione del mondo e la realtà effettiva.
Come nella favola della volpe affamata e dell’uva cresciuta in cima a un muro. La volpe salta sempre più in alto per addentare i grappoli ma non riesce ad afferrarli, e questo fallimento non si accorda con l’immagine che l’a-
nimale ha di sé, abituato a ottenere ciò che vuole. Agli abitanti dei paesi industrializzati succede la stessa cosa. Nelle società individualistiche dell’occidente, alla base dell’idea di giustizia c’è il principio di responsabilità personale, ben radicato nel pensiero occidentale: ciascuno è responsabile delle conseguenze delle proprie azioni. La relazione indissolubile tra rischio e responsabilità è il fondamento del capitali-
Solo l’assenza di responsabilità comporta eccessi e dissolutezza
smo. Il mercato si è trovato in una condizione che gli ha permesso di trasformare la ricerca del profitto individuale in bene comune. «Più responsabilità ci si assume nel fare degli investimenti, più questi saranno accurati. Solo l’assenza di responsabilità comporta eccessi e dissolutezza», scriveva negli anni quaranta del secolo scorso Walter Eucken, uno dei precursori dell’economia sociale di mercato. La maggior parte
degli economisti ancora oggi sono d’accordo con lui. Al contrario, una solidarietà assoluta, di tutti verso tutti, distruggerebbe il sistema di incentivi proprio del capitalismo e, quindi, il capitalismo stesso.
Dal momento che questo imperativo dell’economia di mercato e la nozione di giustizia predominante nella società si adattano bene l’uno all’altra, l’appello a una maggiore responsabilità individuale è diventato il leitmotiv che ha accompagnato le riforme liberali a partire dagli anni ottanta. Chiunque può farcela, ma chiunque può fallire. A spingersi più in là degli altri sono stati, come spesso accade, gli statunitensi. In un recente dibattito pubblico il presentatore Wolf Blitzer ha chiesto al candidato repubblicano alle presidenziali Ron Paul come avrebbe dovuto porsi la società nei confronti di un giovane che non ha ritenuto necessario stipulare un’assi-
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Il bivio adesso è molto semplice e coinvolge tutti: ripensarsi (davvero) o sparire dalla scena
Nuova legge elettorale per cambiare tutti i partiti
L’appello di Casini rappresenta l’unica strada sensata da percorrere. Dopo Monti nulla sarà mai più come prima, tanto meno la politica di Osvaldo Baldacci ambiare o morire. Non è poi tanto confusa la scelta che si pone davanti al sistema Italia, e ai partiti che lo innervano. È una scelta secca, semplice, inequivoca. Certo difficile da articolare, ma non da prendere. A meno che non si sia ottenebrati dalla paura, e forse anche dalla stupidità. E dalla pervicace e funesta convinzione che non c’è bisogno di salvare il sistema Italia, basta salvare se stessi al prezzo di tutto il resto. E lo stesso vale anche per l’Europa. E anche per la Germania, che dopo aver giustamente preteso che tutti facessero i compiti, deve ora essere ragionevole anch’essa. Come si fa a non capire che in un mondo globalizzato e competitivo come quello attuale è assolutamente necessario stare insieme per avere un ruolo, mentre isolarsi, frammentarsi condanna inevitabilmente alla irrilevanza? Partiti, corporazioni, Stati devono tutti comprendere che non stiamo attraversando solo una crisi economico-finaziaria, ma una crisi epocale in cui si sta ridisegnando l’assetto del futuro.
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Questo lo deve capire tutta la società italiana. Ci sono patti da riformulare. Ci sono equilibri da ribilanciare. Ci sono privilegi e rendite di posizione che non hanno più senso. È proprio per far capire che persino le rendite di posizione non sono più mezzi di salvataggio ma solo zavorra che porta a fondo, per questo bisogna mettere mano un po’ a tutto insieme.Tutti insieme. Per questo l’Italia si deve trasformare in un grande cantiere di riforme, di tutte quelle riforme che troppo a lungo sono state procrastinate. E bisogna farlo avendo lo sguardo ben puntato al futuro, a quello che si vuole raggiungere. Guai ad avere la testa girata verso le spalle, incatenati al miraggio del passato. Bene ha detto ieri il leader dell’UDC Pierferdinando Casini dicendo che c’è un grande lavoro da fare, c’è da mettere mano a molti temi, molte riforme, dalle liberalizzazioni alla lotta all’evasione fiscale. E questo vale anche per la politica. Come si fa a guidare il Paese con la testa rivolta all’indietro? Come si fa a mostrare la strada senza conoscere la direzione? Come si fa a chiedere impegno se non si dà l’esempio? Come si fa a portare nel futuro se non si ha un progetto, una
visione? Quei partiti che non capiscono questa fase di cambiamento radicale sono destinati a scomparire. La difesa di vecchie rendite di posizione, l’arroccamento su situazioni superate e indifendibili, il tentativo di mantenere a oltranza lo status quo è irragionevole mentre tutto intorno si trasforma. Viviamo la paradossale situazione di partiti che ci hanno abituato a un disinvolto trasformismo e ora che tutto cambia non sono capaci di mutare anch’essi. La verità è
Giusto il richiamo del leader Udc a un nuovo soggetto della Nazione, che sia unitario che il loro era solo mimetismo per inseguire il momentaneo consenso elettorale, l’umore della pubblica opinione: erano tipicamente gattopardeschi, “tutto cambi perché nulla cambi”. Ma ora non sono attrezzati per cogliere quelle che non sono modifiche estetiche esterne per adattarsi al gusto comune, ma correnti radicali di trasformazione che mutano le essenze delle cose. E inoltre a volte certi grandi partiti non sembrano capire che è vana la loro speranza che falliscano gli esperimenti in corso, i provvedimenti del governo Monti e quanto sta accadendo, perché tutto torni come prima. Nulla sarà più come prima. Può andare bene o male, può riuscire il risanamento e il rilancio o può naufragare, ma nulla sarà più come prima. Ance e soprattutto in politica. Se qualcuno si illude di cavalcare lo scontento popolare scaricando le colpe sui tecnici per recuperare un consenso facendo dimenticare le proprie recentissime responsabilità si illude. Gli italiani sono di ben altra tempra, ma se anche andasse così non resterebbero che rovi-
ne su cui regnare, non resterebbe che un’Italia ai margini del nuovo mondo. Per questo i partiti devono cambiare rapidamente, rivoluzionarsi, entrare in sintonia con la cosiddetta Fase 2, che per il Governo Monti sarà la Fase 2, ma per l’Italia deve essere la Fase Zero e per i partiti ce vorranno essere presenti nella nuova storia la fase del reset. E di questo reset fa parte essenziale il rapporto con i cittadini, gli elettori, i datori di lavoro.
Suonano abbastanza ridicoli quei partitastri e quei politicanti che ora cercano di cavalcare l’antipolitica per farsi belli agli occhi di un pubblico esasperato. Non capiscono che saranno travolti anche loro da un crollo di cui portano in pieno la responsabilità. Quello che è davvero da ripensare è lo stato e la funzionalità della democrazia italiana. I partiti devono tornare ad essere non i megafoni delle volontà di un leader, ma i rappresentanti dei cittadini e delle loro istanze: Ma anche questo devono farlo in un modo altro rispetto a quanto fatto negli ultimi anni: non devono inseguire l’umore sondaggiato di volta in volta, non devono correre dietro a quel che la massa crede di volere sul momento. La classe dirigente deve dirigere, deve indicare la strada, deve saper fare anche scelte amare e al contempo avere la capacità di spiegarle ai cittadini che le condivideranno. È evidente che una trasformazione di questa portata non può non investire la struttura all’interno della quale si fa politica. Quella attuale era fin troppo funzionale al sistema fallimentare fin qui esistente. In futuro serve un sistema adatto a rispondere alle nuove esigenze. Una riforma anche delle istituzioni, del Parlamento. Ma soprattutto una nuova legge elettorale. Una legge che sappia dare ai cittadini lo spazio che giustamente richiedono: che tenga aperti i canali di reclutamento e rinnovamento politico, che faciliti le scelte ragionate, che rispetti la rappresentanza. Una legge che non sia quella orribile attuale, che senz’altro ha concorso al degrado, ma che non sia neanche una legge fatta sull’onda dell’emozione, della demagogia, delle convenienze del momento e delle pressioni irrazionali. Insomma, l’attuale legge elettorale ha fallito alla prova dei fatti, sia col governo Prodi che col governo Berlusconi, è evidente che non funziona. Ma anche la legge elettorale maggioritaria che vorrebbero i referendari ha fallito alla prova dei fatti. Quello che le accomuna sono le grandi aggregazioni-carrozzoni che mettono dentro tutto per vincere le elezioni ma che sono incapaci di governare. Forse serve una legge che rispetti di più le identità, che favorisca le aggregazioni omogenee, che faccia scegliere i politici da mandare in Parlamento.
curazione sanitaria e oggi è in coma. «L’uomo dovrebbe assumersi le proprie responsabilità», ha risposto Paul. Quando il conduttore ha domandato se ciò significasse che la società avrebbe dovuto lasciarlo morire, il pubblico ha gridato: «Sì».
Una posizione tanto radicale potrebbe fare ribrezzo. Ma, al di là della questione sulla vita e la morte, è valida anche per l’Europa: chi è in difficoltà per colpa propria può contare solo su un aiuto limitato della comunità. In questo contesto, il salvataggio di stati o banche dev’essere percepito come una grave infrazione di questa regola. Quello che i “salvatori” contrappongono alla giustizia, con appelli sempre più disperati, è l’argomento dell’efficienza. Se una banca fallisce, affondano tutte con lei e i piccoli risparmiatori perdono i loro soldi. Se è uno stato a vacillare, vacillano anche gli altri paesi e l’ordine pubblico si sgretola con loro. E i primi a subirne le conseguenze sono gli stati più poveri. Per farla breve: il salvataggio costa semplicemente meno della bancarotta. Ma gli aiuti comportano un rischio. Quando la Bce investe mezzo miliardo di euro nelle banche, qualcosa può andare male: se le autorità monetarie non recuperano i loro fondi in tempo si rischia l’inflazione. L’elemento decisivo è che, se l’operazione riesce, non sarà costata neanche un centesimo ai contribuenti e allo stesso tempo avrà evitato grossi guai. È proprio per questo che sono state fondate le banche centrali. Quando è stato appurato che i salvataggi convengono ma intaccano la base morale dell’economia di mercato e forse addirittura la società, l’occidente si ritroverà nella sgradevole situazione di dover scegliere tra benessere e giustizia. Vale a dire: o ci assumiamo il rischio di un’esplosione, o ci rassegnamo all’eventualità che avvengano delle ingiustizie. Si tratta di una scelta difficile. Nella Grande depressione degli anni trenta gli stati avevano messo al primo posto il senso morale. Hanno rifiutato gli aiuti e così facendo hanno affondato l’economia. Oggi questa viene prima del resto, a scapito della morale. Probabilmente l’unica strada percorribile è quella scelta anche dalla volpe della favola. L’animale alla fine capisce che non riuscirà mai a raggiungere la sommità del muro. «Tanto è troppo acerba per i miei gusti», dice andandosene. © Die Zeit - www.presseurop.eu
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società
Ieri il tradizionale discorso agli ambasciatori di 179 Paesi presso la Santa Sede
La libertà di credere la dignità di vivere Il Papa denuncia la “cristianofobia” che aumenta nel mondo e chiede “soluzioni condivise” per superare la crisi economica di Luigi Accattoli li attacchi violenti ai cristiani che spesso vengono costretti ad abbandonare i loro paesi, l’uccisione del pakistano Shahbaz Bhatti, le bombe nelle chiese della Nigeria a Natale: Papa Benedetto parlando ieri agli ambasciatori di 179 paesi non ha dimenticato nessuna delle principali manifestazioni di cristianofobia del 2011. Le parole più forti le ha avute per il “terrorismo motivato religiosamente”ed ha denunciato ancora una volta la tendenza ad “emarginare” la religione – tipica dell’Europa di oggi – ma ha pure segnalato novità “incoraggianti” in questo campo minato della libertà religiosa: un riconoscimento che costituisce un fatto nuovo e sta a dire che per l’osservatorio vaticano – in questa materia quanto mai attrezzato e sensibile – qualcosa finalmente si muove dopo tanti anni di proteste e di proposte. Benedetto ha definito quello della “libertà religiosa” come il “primo dei diritti umani”, secondo una formula più volte usata da Giovanni Paolo II: “perché essa esprime la realtà fondamentale della persona”. Ma ha subito aggiunto che “troppo spesso, per diversi motivi, tale diritto è ancora limitato o schernito”.
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Ed ecco l’elencazione delle tragedie avvenute nell’anno: “Non posso evocare questo tema senza anzitutto salutare la memoria del ministro pachistano Shahbaz Bhatti, la cui infaticabile lotta per i diritti delle
Le parole più forti le ha avute per il “terrorismo motivato religiosamente” ed ha denunciato ancora una volta la tendenza a “emarginare” la religione minoranze si è conclusa con una morte tragica. In non pochi Paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare”. Fecero scalpore due anni addietro le “stime” della Segreteria di Stato vaticana sulla diminuzione dei cattolici nei Paesi musulmani lungo l’ultimo trentennio, calata dallo 0,1% allo 0,01% in Iran, in Iraq dal 2,6% all1%, in Siria dal 2,8% all’1,9%, in Israele-Palestina dall’1,9% all’1%. Quella tendenza all’emigrazione pare sia aumentata con le vicende dell’ultimo biennio. A questo punto, ri-
cordando la Giornata interreligiosa di Assisi del 27 ottobre, Benedetto ha condannato ogni giustificazione religiosa della violenza: “Il terrorismo motivato religiosamente ha mietuto anche l’anno scorso numerose vittime, soprattutto in Asia e in Africa, ed è per questo, come ho ricordato ad Assisi, che i leaders religiosi debbono ripetere con forza e fermezza che «questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione». La religione non può essere usata come pretesto per accantonare le regole della giustizia e del diritto a vantaggio del ‘bene’ che essa persegue”.
Già Papa Wojtyla legava alla rivendicazione della libertà religiosa la denuncia dell’avversione soft che le religioni – in primis il cristianesimo – subiscono in gran parte dell’Occidente e in particolare in Europa, e Papa Benedetto ne segue le orme come si vede da questo passaggio del discorso di ieri: “In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte ad emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell’educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace”. Ed ecco la
novità del riconoscimento in positivo: “Vorrei menzionare segnali incoraggianti nel campo della libertà religiosa. Mi riferisco alla modifica legislativa grazie alla quale la personalità giuridica pubblica delle minoranze religiose è stata riconosciuta in Georgia; penso anche alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in favore della presenza del Crocifisso nelle aule
ROMA. Sono giorni di “nomine” importanti, in Vaticano. Durante l’Angelus di venerdì 6 gennaio in occasione dell’Epifania, Papa Benedetto XVI ha ordinato due nuovi vescovi, Charles John Brown, nunzio apostolico in Irlanda, e Marek Solczynski, nuovo nunzio in Georgia e Armenia, e ha annunciato la data del quarto Concistoro del suo Pontificato previsto per il 18 e 19 febbraio prossimi. Il Pontefice ha intenzione di conferire la porpora cardinalizia a 22 nuovi cardinali, quattro dei quali ultraottantenni e quindi non elettori in un eventuale Conclave, mentre 18 al di sotto degli 80 anni e quindi possibili elettori. Il collegio cardinalizio che si profila risulterà
perciò complessivamente composto da 214 cardinali, 125 elettori e 89 ultraottantenni: numeri da record.Tra l’altro, per la prima volta, i cardinali nominati da Ratzinger supereranno quelli ordinati da Wojtyla: 63 a 62. Con le nuove “berrette rosse”del mese prossimo, poi, il collegio dei cardinali supererà nuovamente “quota 200”, una cifra toccata prima d’ora solo due volte dalla Chiesa Cattolica, e sempre nel corso del pontificato di Joseph Ratzinger.
Un così alto numero di cardinali viventi, infatti, si era registrato, in passato, nel novembre 2010, proprio dopo il terzo Concistoro di Benedetto XVI, con 203, provenienti da 68 nazioni. Ancora lontanissimo, comunque, il “record” di nomine cardinalizie di Giovanni Paolo II, che nel corso del suo pontificato, in nove Concistori, aveva ordinato ben 231 porporati. Sette dei nuovi cardinali sono italiani: tra essi anche il vescovo di Firenze, Giuseppe Betori. Nomine che aumentano, anche, il peso specifico dell’Italia, che con i nuovi sette cardinali si ritroverà, in un eventuale Conclave, con 52 porporati, 30 dei quali elettori e i restanti 22 ultra 80enni. Tra gli altri Paesi con rappresentanze importanti gli Stati Uniti, con 19 cardinali totali di cui 12 elettori, e il Brasile, con 10 porporati di cui 6 elettori. Il più giovane dei nuovi porporati è il tedesco Rainer Maria Woekli, nato il 18 agosto del 1956, mentre il più anziano è l’ultranovantenne belga Julien Ries, nato ad Arlon, in Vallonia, il 19 aprile del 1920. Ries, storico delle religioni e antropologo del sacro di fama internazionale, è l’anello di congiunzione tra gli studi religiosi e quelli laici: nell’ottobre del 2010 l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (alla quale
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scolastiche italiane”. Già l’anno scorso, in questa stessa circostanza, Benedetto aveva lodato il “ricorso” del Governo Berlusconi “nella ben nota causa [presso la Corte Europea] concernente l’esposizione del crocifisso” e aveva “ringraziato” i tredici paesi [Albania, Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Moldavia, Monaco, Romania, Russia, San Marino, Serbia, Ucraina] che a quel ricorso si erano “associati”. Era poi arrivata in marzo la sentenza favorevole al “ricorso”, che rivedeva una precedente sentenza di censura dell’ordinamento italiano per l’esposizione del crocifisso quale “ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e di educazione”.
Tra i drammi della cristianofobia ieri Benedetto ha ricordato la “recrudescenza delle violenze che interessa la Nigeria, con gli attentati commessi contro varie chiese nel tempo di Natale” e “le tensioni e gli
Un ricordo anche per la memoria di Shahbaz Bhatti, che è stato ministro cattolico per le Minoranze in Pakistan, ucciso brutalmente alcuni mesi fa
Chi sono e cosa fanno i 22 futuri cardinali annunciati nel giorno dell’Epifania
La nuova squadra Per la prima volta Ratzinger supera Wojtyla: 63 porporati contro 62 di Martha Nunziata Ries aveva donato la propria, vastissima, biblioteca personale, composta di oltre 8mila volumi e di altrettanti preziosissimi manoscritti con le corrispondenze con gli storici delle religioni di tutto il mondo) gli ha conferito la laurea honoris causa in Filosofia e bioetica «per la comprensione della specificità propria dell’essere dell’uomo in quanto homo religiosus».
Alcune delle nomine di Benedetto XVI erano attese, come quella di Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio dei Migranti, che sottolinea il peso che la Santa Sede vuole dare alla questione, soprattutto dopo l’ingresso come Stato membro nell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.Vegliò, diplomatico di professione, ma con solida formazione giuridica, sarà una presenza importante e avrà un peso nelle rappresentanze diplomatiche della Santa Sede. Sarà cardinale anche il brasiliano Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti Religiosi. Focolarino, con un passato da calciatore (pare fosse un ottimo terzino sinistro), sopravvissuto per miracolo ad uno scontro a fuoco nel quale si era trovato per caso in Brasile (vive con 130 pallini di piombo disseminati nel corpo), quando era arcivescovo di
Brasilia diede ampio spazio ai movimenti di massa, precorrendo i tempi. Europa a parte, il nuovo Consiglio Cardinalizio, che Papa Ratzinger riunirà in seduta plenaria il 17 gennaio, prima del Concistoro, guarda anche ad Oriente, in Cina. Il 13 gennaio, infatti, il cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong, un eroe per la sua opposizione al regime cinese (pochi giorni fa il suo ultimo sciopero della fame, per protestare contro il governo che aveva rifiutato il ricorso della Chiesa contro una legge sugli aiuti di Stato alle Chiesa che ha seriamente danneggiato le Chiese cattoliche) compirà 80 anni.
Per garantire un voto cinese andrà in Conclave John Tong Hon, subentrato a Zen come vescovo di Hong Kong: una nomina considerata “più diplomatica”, secondo gli osservatori. Nonostante gli ultimi scontri, infatti, la linea di Benedetto XVI è quella di un dialogo con il governo cinese e l’Associazione Patriottica, la “Chiesa ufficiale” di Cina, i cui vescovi sono nominati dal governo. Non c’è, invece, nel novero dei nuovi porporati, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Sarà lui a traghettare la Chiesa – preparan-
do il Sinodo speciale per la Nuova Evangelizzazione – verso l’anno della Fede, ma tutto dovrà passare il vaglio della Congregazione della Dottrina della Fede, che sta preparando una nota con la quale – come ha spiegato padre Herman Geissler, responsabile dell’Ufficio Dottrinale dell’ex Sant’Uffizio – offrirà 40 proposte “a livello di Chiesa universale, di Conferenze episcopali, delle diocesi, delle parrocchie, delle comunità, delle associazioni e dei movimenti”. L’annuncio della nota è un chiaro segnale del ridimensionamento di Fisichella, al quale si aggiunge, ora, anche la “mancata nomina”.
scontri che si sono succeduti in questi ultimi mesi in Sud Sudan”: paese a maggioranza cristiana che il luglio scorso ha proclamato l’indipendenza dal Sudan che è a maggioranza musulmana. Le “violenze”nigeriane sono state terribili, come ci hanno informato via via i teleIl Papa giornali delle festività appena conincontra cluse: una cinquantina di morti la Curia romana provocati dalle bombe lanciate il in occasione giorno di Natale contro tre chiese dei tradizionali cristiane del Nord del Paese e altri auguri natalizi. 22 con due successive sparatorie In basso contro riunioni di cristiani avvenuil vescovo te il 4 e il 6 gennaio. Pare che all’odi Hong Kong, rigine di queste violenze vi sia la mons. John setta islamica fondamentalista di Tong Hon, Boko Haram che attraverso un che sarà creato portavoce il 2 gennaio ha trasmescardinale so ai media questo ultimatum conil prossimo tro i cristiani: “Diamo tre giorni di 18 febbraio tempo ai nigeriani [cristiani] del Sud per andarsene dal Nord”. Ieri abbiamo dunque ascoltato un Papa quanto mai puntuale nei riferimenti al vasto dramma che i cristiani vivono in tante regioni del pianeta. E un Papa anche attento – come lo è costantemente da quasi quattro anni – alla crisi economica internazionale. “Con i suoi sviluppi gravi e preoccupanti – ha detto della crisi – non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, creando una situazione in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni a un avvenire sereno, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo”. Per Benedetto la crisi deve aiutare l’umanità a darsi “nuove regole”per la convivenza sulla terra: “Non dobbiamo scoraggiarci ma riprogettare risolutamente il nostro cammino, con nuove forme di impegno. La crisi può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica (…) per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità”. www.luigiaccattoli.it
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ià prima del 2000 di Youssou N’Dour i suoi compatrioti dicevano che era stata la “personalità del Senegal più importante del secolo”, battendo lo stesso padre fondatore della nazione: il poeta, filosofo e latinista Léopold Sédar Senghor, profeta della négritude. Ma il secolo è ormai cambiato, anzi è cambiato il millennio. E così il grande profeta della Word Music africana cerca ora addirittura di diventare il quarto presidente della storia del Senegal. Quando nacque, il primo ottobre del 1959 a Dakar, il Senegal era ancora sotto dominio francese. L’indipendenza sarebbe stata proclamata il 20 agosto del 1960, e primo presidente sarebbe stato appunto Sédar Senghor: cristiano e cattolico, malgrado il suo Paese fosse islamico al 90%. In origine con un regime pluralista; poi stabilendo un partito unico sulla moda africana dell’epoca; ma poi nel 1974 pilotando un pionieristico ritorno al pluralismo, per far ammettere il suo partito all’Internazionale Socialista. Nel 1980 è infatti con un voto pluralista che viene eletto il suo successore Abdou Diouf. Ma è solo nel 2000 che si ha finalmente una storica alternanza democratica di governo, che è in pratica anche la prima di tutta l’Africa subshariana indipendente. Terzo presidente è eletto Abdoulaye Wade: economista e sociologo, musulmano con moglie francese, leader del principale partito di opposizione creato dopo l’apertura, e teorico di un originale liberalismo africano che si sforza anche di reinterpretare in chiave weberiana l’ideologia della “santificazione del lavoro” dei Mourides: la confraternita islamica cui lui stesso appartiene, assieme a una maggioranza dei senegalesi.
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Ma anche Youssou N’Dour, figlio di un meccanico e già figura carismatica quando da ragazzo si aggirava per le strade del quartiere natale di Medina, dice di aver raggiunto la notorietà internazionale grazie alla sua fede. «Credo in Dio e Dio ha i suoi amici. Lui li aiuta, aiuta chi si sforza e io di sforzi ne ho fatti molti», spiega. Gliela abbia data Dio o no, il suo segreto è una particolarissima voce, dai toni incredibilmente alti e acuti. Malgrado l’opposizione di un padre che lo avrebbe preferito avvocato o dottore, Youssou comincia a esibirsi già a dodici anni con la Star Band di Dakar. Poco più che adolescente, fonda poi un proprio gruppo, la Super Étoile de Dakar: con elementi di pop occidentale senza però perdere di vista la tradizione musicale senegalese. Ma è il successivo trasferimento in Europa a fargli conoscere Peter Gabriel. Con lui, Bruce Springsteen e Tracy Chapman partecipa nel 1988 alla grande tournée di Amnesty International, che lo fa conoscere in Occidente. Seguono altre collaborazioni con Paul Simon, Spike Lee, Neneh Cherry. Lui stesso alterna la produzione di dischi registrsti con le procedure più sofisticate per il mercato internazionale a quelli di cassette per i compatrioti, e fonda un’etichetta per lanciare artisti africani. E regolarmente quando è in patria si esibisce una sera alla settimana nel suo club di Dakar, dove balla fino alle tre del mattino in mezzo al suo pubblico. Il 2000, lo stesso anno dell’elezioni di Wade, è nominato ambasciatore di buona volontà della Fao e della Organizzazione Internazionale del Lavoro. In seguito lancia un giorna-
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La politica? Can Youssou N’Dour punta a divenire presidente del Senegal. Mentre “Sweet Micky” guida Haiti. Sulla scia di Paoli e Modugno, è arrivata l’ora del “music power” di Maurizio Stefanini
Con il crollo della fiducia nel mondo dello Stato, gli elettori cercano figure esterne che diano un senso di sicurezza e di onestà le, si impegna per le vittime del terremoto in Marocco e della crisi in Darfur, collabora a un importante progetto di microcredito, va a Sanremo, vince il Grammy Award, riceve una laura honoris causa da Yale. Anche Wade, che nell’oltre mezzo secolo passato da leader dell’opposizione è stato arrestato diverse volte e si è fatto la fama di eroe della lotta per la libertà, ha ricevuto diversi riconoscimenti prestigiosi: dal Prize for Freedom dell’Internazionale Liberale a quello “Abolizionista dell’anno” di Nessuno tocchi Caino. Ma dopo la sua rielezione del 2006, condita da accise di brogli che peraltro in Africa sono quasi rituali, la sua immagine oggettivamente si appanna: corruzione, nepotismo spinto fino al tentativo di trasmettere il potere al figlio Karim, spese faraoniche, mano pesante con la stampa e nella repres-
sione di moti di piazza che per contagio si fanno continui specie dopo l’inizio della Primavera Araba.
Anche Wikileaks ha dato del presidente e del figlio un’immagine non entusiasmante, e non è mancato un coinvolgimento nella vicenda dei fondi neri africani ai politici francesi. Infine, dopo aver fatto cambiare la costituzione per limitare i mandati presidenziali possibili a due e aver promesso che non sarebbe più candidato, ha iniziato a dire che il massimale vale solo a partire dal voto del 2007, perché quello del 2000 era stato fatto con la Costituzione precedente, che non aveva limiti. Infine, ha deciso di scendere in campo una volta ancora; secondo i critici, con l’idea di candidare Karim alla vicepresidenza, in modo da preparare la successione. Da ciò l’effervescenza in un’opposizione divisa, che ha portato infine alla candidatura di Youssou N’Dour. «Sono candidato. Mi lancerò nella corsa alla Presidenza», ha detto il 2 gennaio. «Da molto tempo uomini e donne mi manifestano la loro fiducia. Soprattutto, sognano un nuovo Senegal. In diversi modi, loro hanno chiesto la mia candidatura alle presi-
denziali del prossimo febbraio. Li ho ascoltati. Ho risposto favorevolmente alla loro richiesta». Se la spuntasse, non sarebbe l’unico cantante presidente al mondo. Dallo scorso 14 maggio alla Presidenza di Haiti si è infatti insediato Michel Martelly, in arte Sweet Micky. Figlio del supervisore di un impianto petrolifero, è di provenienza sociale agiata. Ma prima di darsi alla politica era stato il divo della canzone che ha segnato una svolta nel mondo del kompas. In modo in fondo simile a quello che ha fattoYossou N’Dour con la musica tradizionale dei griot senegalesi, anche lui hapreso questo stile tipico haitiano dalle cadenze altalenanti, derivato dal merengue dominicano e influenzato anche dal calypso di Trinidad, per rivoluzionarlo a colpi di arrangiamenti elettronici e atteggiamenti provocatori stile rap, sul modello della salsa Usa.
A sua volta è infatti vissuto negli Usa, ed ha avuto una moglie statunitense. È stato considerato vicino al presidente uscente René Préval, prima di diventare il punto di riferimento di un movimento popolare contro il suo governo. Ed il gioioso nome d’arte di Sweet Micky
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nta, che ti passa Da sinistra Sweet Micky, nuovo presidente di Haiti dopo il ritiro della candidatura di Wyclef Jean; Youssou N’ Dour, che il 2 gennaio scorso ha annunciato di puntare alla presidenza; Gino Paoli, ex deputato Pci
Pelè, Rivera, Boniperti: anche il mondo del calcio ha avuto la sua nutrita schiera di esponenti riciclatisi a fine corsa come civil servants sembra evocare più un fumetto, che non le tragedia di una delle nazioni più disgraziate del mondo. Ma forse solo il sogno del canto poteva dare ancora speranza a un Paese in quelle condizioni. E nel vincere le elezioni, è stato il primo a riuscire, di una nutrita pattuglia di cantanti latino-america che negli ultimi decenni ha provato l’assalto al potere. Il più noto a livello mondiale, per la verità, è anche quello che si è accontentato del ruolo meno importante. Gilberto Gil a livello brasiliano, aveva in effetti già fatto nel samba un’operazione simile a quella di Sweet Micky nel kompas, aggiornandola con echi di rock, reggae e sonorità africane. Ma ha fatto semplicemente il ministro della Cultura, tra 2003 e 2008: non senza chiedere a Lula di poter comunque continuare a fare concerti, che se no con il semplice sti-
pendio istituzionale ci avrebbe rimesso. Va detto che lui non è del Partito dei Lavoratori ma ha la tessera Verde, e infatti alle ultime elezioni ha dichiarato pubblicamente il suo voto non per Dilma Rousseff, ma per Marina Silva. Anzi, per un po’ si era detto che avrebbe potuto essere lui il candidato alla vicepresidenza della leader ecologista. Ma poi ha ribadito che gli conviene più cantare che darsi alla politica. Invece, il suo collega che si è candidato per la vicepresidenza è stato Carlos Arturo Mejía Godoy: colui che aveva composto pressoché tutta l’innodia della Rivoluzione Sandinista, ma poi ha litigato di brutto con Daniel Ortega, al punto di vietargli di cantarla. Con lo slogan “meglio brutto che ladro”, ironico sulla sua scarsa avvenenza e sulla reputazione dei suoi avversari, nel 2006 corse per una lista di sandinisti dissidenti come compagno di formula di Edmundo Jarquín Calderón.
Arrivarono quarti, col 6,44%. Direttamente alla presidenza si sono invece candidati Carlos Palenque Avilés e Rubén Blades, creando anche ognuno dei due un proprio partito. Quello del boliviano Palenque, virtuoso del cha-
rango e fondatore di un gruppo che fece da modello anche agli Inti Illimani prima di darsi al giornalismo televisivo con un successo ancor più strepitoso, si chiamò Conciencia de Patria (Condepa). Con esso Palenque arrivò terzo nel 1993 col 13,6%, ma poco prima del voto del 1997 fu stroncato da un infarto, e il partito si sfasciò. Gran parte delle sue istanze indigeniste sarebbero poi state fatte proprie dal Movimento al Socialismo di Evo Morales, oggi Presidente. Quello di Blades, star della salsa panamense e del latin jazz, si chiamò invece Papa Egoró: “Madre Terra” in embera, una delle lingue indigene di Panama. Anche lui arrivò terzo, nel 1994, col 17,1%. In seguito anche questo partito si scomparve, ma tra 2004 e 2009 Blades accettò di fare il ministro del Turismo nel governo di Martín Torrijos.
E poi, sempre a Haiti, c’è stato Wyclef Jean: quello che nel 2006 cantò assieme a Shakira Hips Don’t Lie prima della finale dei mondiali. Ma la sua candidatura fu cassata per non aver riseduto ad Haiti in modo continuativo, e così ha passato all’amico Sweet Mickey un pacchetto di voti probabilmente decisivo. Tutto sommato, però, non sono i cantanti la categoria di uomini di spettacolo più fortunata in politica. Come dimostrano le vicende fuggevoli dei cantanti che sono stati eletti al Parlamento Italiano: Fausto Amodei, deputato del Psiup nella V Legislatura; Domenico Modugno, deputato radicale nella X Legislatura; Gino Paoli, deputato del Pci alla stessa X Legislatura; Gipo Farassini, deputato europeo della Lega tra 1994 e 199; Iva Zanicchi, deputata europea di Forza Italia e del Pdl dal 2008. Poco più in là del Senegal, sempre in Africa troviamo la massima esposizione politica di un campione sportivo: il bomber calcistico George Weah, candidato alla pre-
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sidenza della Liberia nel 2005 e alla vicepresidenza nel 2011. Ma tutte e due le volte è stato poi sconfitto al ballottaggio da Ellen Johnson-Sirleaf, cui poi è stato dato anche il Nobel per la Pace. Pelè è stato poi ministro dello Sport. Anche in Italia i calciatori se la cavano comunque in politica meglio dei cantanti. Gianni Rivera ha fatto quattro legislature da deputato e quattro anni da eurodeputato, arrivando anche sottosegretario alla Difesa. Giampiero Boniperti ha fatto cinque anni da eurodeputato. Luigi Martini due legislature da deputato. Massimo Mauro una legislatura da deputato. Eurodeputato fu pure il primatista di velocità Pietro Mennea. In Francia si può invece ricordare Jacques ChabanDelmas: primo ministro di De Gaulle, candidato arrivato terzo al primo turno presidenziale del 1974, che era stato campione di tennis e membro della nazionale di rugby. Ma probabilmente colui che ha ottenuto il massimo in entrambi i campi è stato Gerald Ford: scudetto di football americano nel 1932 e 1933 con la University of Michigan; presidente dal 1974 al 1977, anche se l’unico nella storia Usa a non essere stato votato direttamente dal popolo. Al suo passato di campione di football si riferì una famosa polemica con l’allora presidente Johnson, sulla cui politica Ford aveva commentato: «Se Lincoln fosse ancora vivo, le sue ossa si rivolterebbero nella tomba». «Capita di parlare così a chi ha giocato troppo a football quando il casco non era ancora obbligatorio», commentò il presidente. Anche Pál Schmitt, presidente ungherese fino al 2010, aveva comunque vinto due medaglie d’oro olimpiche nella scherma.
Negli Stati Uniti c’è stato anche il campione di wrestling Jess Ventura che è diventato governatore del Minnesota. Ma gli Stati Uniti sono anche il Paese che ha portato l’attore Ronald Reagan a essere uno dei più grandi presidenti della loro storia dopo essere stato governatore della California, e governatore della California è stato anche Arnold Schwarzenegger. Ma in generale è proprio quella degli attori la categoria di uomini di spettacolo che è assurta ai massimi fasti della politica: non in Italia, ovviamente, se abbiamo presente gli esempi di Alessandra Mussolini, Ilona Staller o Vladimir Luxuria. Ma limitandoci solo ai vertici, si possono ricordare Evita Perón,Teodora, Jiang Qing e Imelda Marcos: intriganti e terribili first lady rispettivamente dell’Argentina peronista, dell’Impero Bizantino, della Cina maoista e delle Filippine. I gemelli polacchi Lech e Jaros\\u0142aw Kaczy\\u0144ski: presidente e primo ministro dopo essere stati star nell’infanzia. Joseph Estrada: presidente delle Filippine. La greca Melina Mercouri, il cileno Luciano Cruz-Coke, il croato Zlatko Vitez e il sud-coreano Yu In-chon: tutti ministri della Cultura. Gli indiani Jayalalithaa Jayaram, M. Karunanidhi, M.G. Ramachandran e N. T. Rama Rao: i primi tre arrivati a Chief Minister del Tamil Nadu e il quarto dell’Andhra Pradesh. Ma si sa che la professione dell’attore in politica aiuta parecchio…
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Nonostante gli appelli del Dalai Lama ieri si è dato fuoco il “buddha vivente”. È la terza vittima in tre giorni, ma la quindicesima dall’inizio dell’anno Nyage Sonamdrugyu si è autoimmolato dopo che il governo gli ha negato il visto per l’India. La polizia costretta a rendere i resti alla folla
Tibet, la strage suicida
a morte di Nyage Sonamdrugyu, 42 anni, porta già a tre la lista dei martiri per la causa tibetana, dall’inizio di questo 2012. I suoi immediati predecessori si sono immolati sabato scorso. Tuttavia, delle loro condizioni fisiche non si sa nulla. Nella sua limitatezza si tratta di un numero elevato. Si consideri infatti che, lo scorso anno, erano stati dodici i monaci che si erano arsi vivi per manifestare contro il regime cinese. Il trend di questa prima decade di gennaio può far temere un’escalation di proteste. Un timore al quale si somma la consapevolezza che il dossier Tibet resti al momento irrisolvibile. O almeno secondo queste modalità di violenza autopunitiva. In primis perché Pechino non si scompone di fronte agli strenui sacrifici dei monaci.
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Secondariamente, ma non in termini di importanza, perché il suicidio resta una pratica del tutto disprezzabile secondo la visione buddhista della vita. Sia per quanto riguarda l’individuo, sia in termini politici. Il Dalai Lama, in merito, è sempre stato molto chiaro. Non è con le fiamme che si cancella l’oppressione. Bensì con l’indefessa resistenza. Del resto è anche vero che un eventuale abbandono completo di Sua santità dalla scena politica tibetana giocherebbe solo in favore del governo cinese. Già lo scorso anno, il Dalai Lama ha ri-
di Antonio Picasso nunciato alle sue personali rivendicazione come autorità sovrana del Tibet. Si è trattato di un gesto volto alla conciliazione con Pechino. La decisione era nell’aria da tempo. A metà marzo dello scorso anno poi, se ne è avuta la conferma. L’Ocea-
no di saggezza, secondo la traduzione letterale del titolo, auspica che i tibetani siano governati da un leader “eletto liberamente”. Nel discorso di pseudo abdicazione, il Dalai Lama ha anche elogiato la Cina come potenza mondiale emergente e
dall’enorme sviluppo economico. «Essa – ha detto – ha un alto potenziale per contribuire al progresso umano e alla pace mondiale. Ma per fare questo, deve guadagnarsi il rispetto e la fiducia della comunità internazionale. Per avere tale rispetto, i leader cinesi devono maturare una maggiore trasparenza, i loro atti devono corrispondere alle loro parole. Perché ciò avvenga, sono necessari la libertà di espressione e la libertà di stampa».
Pechino però non ha replicato nella maniera in cui il leader buddhista sperava. Da qui il recente appello delle massime personalità civili del governo tibetano in esilio in India affinché il Dalai Lama resti comunque come faro spirituale. Il tutto di fronte a una Cina che sembra gongolare per le difficoltà della indocile minoranza. Asia Times, testata sensibile alle esigenze del governo cinese, non manca di far luce sulle possibilità di una successione al soglio della monarchia tibetana. Tuttavia, il gesto di Sonamdrugyu necessita una riflessione più approfondita. A differenza dei suoi predecessori, la A lato, manifestazioni pro-Tibet. A destra il Dalai Lama. Il governo cinese lo ha accusato di incoraggiare l’auto-immolazione come forma di protesta
vittima non solo si è lasciata ardere. Ricorrendo al cherosene, la reazione fisica ha letteralmente fatto esplodere il suo corpo. I testimoni oculari parlano di una scena sconvolgente. Sembra che solo la testa e una parte del busto siano stati recuperati integri – se così si può dire – dopo l’esplosione. L’azione, già di per sé efferata, si è dimostrata ancora più cruenta. Prima ancora, Sonamdrugyu aveva provveduto ai propri riti funebri, nell’assoluto rispetto del canone buddhista. L’intera provincia di Qinshai, scossa dalla notizia, ha espresso dolore per la scomparsa di Sonamdrugyu. Questo ha impedito alle autorità di cancellare ogni traccia esteriore dell’accaduto. Fino all’altro giorno infatti, la polizia cinese interveniva con celerità ed efficienza sul luogo del suicidio. La vittima veniva presa e trasportata lontano da sguardi curiosi e da eventuali sostenitori. Il martirio passava sotto silenzio. La censura, nei giorni seguenti, provvedeva affinché la notizia – pur trapelando sulla stampa straniera – non trovasse eco sui giornali locali. Per questo non si sa nulla degli altri due bonzi che si sono dati alle fiamme sabato. Il caso di domenica è sfuggito di mano. L’esplosione ha fatto il suo rumore. Tant’è che le ceneri del defunto sono già state consegnate alla famiglia. Questa ha fatto sapere che provvederà a un rito funebre aperto al pubblico. Difficile non immagi-
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Parla il direttore del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy
«Un genocidio culturale che distrugge un popolo» «Pechino risponde con la violenza al nostro pianto perché non capisce la libertà: non l’ha mai avuta» di Vincenzo Faccioli Pintozzi e auto-immolazioni dei monaci tibetani «rimarranno per sempre nella memoria di tutti noi, un’icona della continua sofferenza e delle continue violazioni dei diritti umani della popolazione tibetana a opera del regime cinese. Pechino ha scelto una volta di più la forza e vuole mettere a tacere le voci di chi chiede libertà, invece di ascoltare le proteste». Tsering Tsomo, direttore esecutivo del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, commenta così per liberal la continua repressione del Tibet e delle province cinesi a maggioranza tibetana. Negli ultimi 9 mesi, 15 fra monaci e monache buddisti hanno scelto di darsi fuoco in pubblico per protestare contro le violenze cinesi e l’esilio del Dalai Lama: ieri l’ultimo caso, quello di un “buddha vivente”molto rispettato dalla comunità religiosa. Le immagini di questi religiosi in fiamme hanno fatto il giro del mondo, scatenando un acceso dibattito sulla scelta estrema da loro compiuta. Lo stesso Dalai Lama ha più volte chiarito che il buddismo tibetano “non ammette il suicidio” e ha chiesto ai suoi monaci di “usare la pazienza e la compassione” invece di togliersi la vita. Al contrario, alcuni gruppi estremisti di tibetani in esilio hanno scelto di usare queste auto-immolazioni come forma di lotta contro il regime cinese. Secondo Tsomo, 36enne nato in esilio in India, «la comunità internazionale conosce bene le sofferenze dei tibetani che vivono in Tibet. In modo particolare, il regime comunista ha aumentato la repressione contro le donne: secondo alcune nostre fonti, le autorità locali hanno aumentato l’uso del controllo delle nascite e implementato la legge del figlio unico». Secondo la stessa legge, invece, le minoranze etniche non sono soggette all’obbligo di procreare una volta sola. Il problema è anche culturale: «La propaganda cinese utilizza la lingua e l’ideologia cinese, con cui educa i nostri ragazzi. Si tratta di un’enorme violazione dei diritti umani, proprio un genocidio culturale. Ma è nell’interesse della stessa Cina mantenere calmo il Tibet, dato che la stabilità della provincia è fondamentale per l’equilibrio del Paese. Tuttavia, se non succede qualcosa in fretta, il 2012 diverrà un anno fatto di spirali sempre più negative».
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nare una processione e un conseguente martirio, come venerazione, di Sonamdrugyu. Il che potrebbe essere la fonte di ulteriori disordini. La morte di un uomo dedito unicamente alla meditazione non è passata inosservata. Sonamdrugyu si è ucciso perché gli è stato negato il visto per seguire il Kalachakra del Dalai Lama in agenda nei prossimi giorni. La cosa era prevedibile. Non si può immaginare che un
nuto nel 2003. Una scelta logistica, questa, che non si può pensare possa essere avulsa da critiche e censure di stampo politico dall’altra parte della frontiera.
Una provocazione, quindi. Stando ai giudizi di Pechino. Tuttavia, si tratta di un punto di vista gravato di parzialità. Come pure lo è la critica nei confronti del monastero di Kirti, luogo di preghiera dove viveva
Il religioso apparteneva al monastero di Nyanmo, nella prefettura autonoma tibetana di Golog in Qinghai e gestiva un orfanotrofio monaco tibetano attraversi pacificamente il confine tra Cina e India senza che nessuno se ne renda conto.
Sonamdrugyu poteva essere un religioso lontano da qualsiasi ingerenza politica. Come tale era riconosciuto come Buddha vivente, in quanto ritenuto l’incarnazione di monaci suoi predecessori. Il suo titolo onorifico era Rimpoche (prezioso), in riferimento al fatto che fosse un Tulku, un lama reincarnato. Ma la spiritualità non ha una presa immediata di fronte alla repressione politica. Almeno in un primo momento. Per completezza va ricordato che il Kalachakra è il momento più elevato di condivisione dottrinaria tra il Dalai Lama e suoi discepoli. Si tratta di una vera e propria iniziazione, che si tiene quasi annualmente e durante la quale il capo supremo del buddhismo religioso impartisce la propria benedizione. Nel 2011, il Dalai Lama aveva officiato a Washington, quindi lontano dagli sguardi sospetti dei cinesi. Quest’anno l’appuntamento è stato fissato a Bodh Gaya, in India, come già si è te-
Sonamdrugyu. Secondo la Cina, si tratterebbe di un centro che di buddhismo ha ben poco e dove si organizzano le più importanti proteste contro il governo centrale. Kirti sarebbe anche responsabile della prostituzione e del traffico di droga che, negli ultimi anni, proliferano in Tibet. Si tratta di una considerazione parziale. È vero: dal monastero sono partiti tutti gli ultimi bonzi che si sono poi uccisi nella pubblica piazza. Lo stesso abate non nasconde il proprio patriottismo e il diretto impegno nella causa politica. Altri Rimpoche, come Sonamdrugyu, hanno dimostrato a Washington lo scorso anno. Tuttavia, non si può nemmeno prendere per oro colato l’accusa del ministero degli Esteri cinese per cui i martiri di Kirti sarebbero glorificati e incitati dal Dalai Lama in persona. In risposta, il leader spirituale dei tibetani ha bollato come «illogica e crudele» la politica cinese verso il Tibet e ha invitato il governo a modificare le norme repressive fra cui i raid nei monasteri e il divieto di insegnamento della lingua tibetana.
ni studia i Cinque grandi trattati del buddismo. Il lama, profondo conoscitore della fede buddista, sottolinea: «Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni, e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone».
Nei giorni scorsi, intervistato dalla Bbc, il Dalai Lama ha riaffermato ancora una volta che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: «Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza». Subito dopo, però, il leader del buddismo tibetano ha aggiunto: «Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza». D’altra parte, destano alcuni dubbi anche alcune particolarità di questi suicidi: al di là dell’ultimo caso - quello di ieri, un “buddha vivente” molto rispettato nella sua comunità e nella provincia - quasi tutti gli altri monaci che hanno scelto il suicidio vengono dal monastero di Kirti. Questo, dicono alcune fonti, è guidato da un abate estremista e che vive in esilio in India, a Dharamsala. Secondo le fonti, si tratta di una persona non propriamente limpida che potrebbe aver scelto di usare questa forma di lotta nonostante i divieti religiosi imposti dall’etica buddista.
Quasi tutti i monaci provenivano dall’abbazia di Kirti, su cui ora si addensano diverse nuvole nere
D’altra parte, sullo stesso tema si sono espressi anche religiosi meno estremisti: «I monaci buddisti che si sono auto-immolati con il fuoco per protestare contro il dominio cinese in Tibet hanno una fede molto forte, questo è chiaro. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spirituale. La situazione, per loro, è davvero dura». Lo dice a liberal il lama geshe Gedun Tharchin, che da an-
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I Pasdaran: «In caso di sanzioni bloccheremo Hormuz». Gli Emirati Arabi: «A giugno pronto oleodotto alternativo»
L’escalation di Teheran L’Iran continua sulla strada nucleare e condanna a morte una spia Usa di Luisa Arezzo eheran non demorde e rilancia il confronto con l’Occidente con l’apertura di un nuovo sito per l’arricchimento dell’uranio e con la condanna a morte di una “spia” di origine americana. Le sanzioni economiche, sempre più prossime, «non avranno alcun impatto» ammonisce l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica. Mentre i pasdaran tornano a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz qualora queste dovessero essere adottate. Il tutto, mentre Ahmadinejad ha cominciato il suo viaggio diplomatico in Sudamerica. Prima tappa il Venezuela di Hugo Chavez, che domenica aveva respinto l’avviso statunitense ad evitare stretti rapporti con l’Iran, denunciando il tentativo di Washington di «dominare il mondo» e che si dice pronto a resistere assieme all’amico iraniano, oggi in Nicaragua per la cerimonia di insediamento del rieletto presidente, Daniel Ortega e poi a Cuba e in Ecuador.
T
L’escalation della tensione è dunque in atto, in barba a quanti tentano di minimizzare la crisi. E anche la Cina ha scelto di appoggiarlo, almeno a parole. Secondo il portavoce ufficiale del ministero degli Esteri
di Pechino, Liu Wenmin, «il conflitto sul tema del nucleare non si risolverà attraverso le sanzioni» ma «solo attraverso il dialogo e il negoziato». Ma cominciamo dall’apertura del nuovo sito per l’arricchimento dell’uranio a una purezza fissile del 20 per cento, che ieri - dopo la comunicazione unilterale di Teheran - ha trovato conferma presso gli uffici dell’Aiea. Si tratta dell’impianto sotterraneo di Fordow, nei pressi della città santa di Qom
se gli ingegneri dell’Aiea venissero snobbati per settimane. Soprattutto in caso di un inasprimento delle sanzioni. «L’Iran non cederà un passo di fronte alle sanzioni imposte dall’Occidente contro il programma nucleare di Teheran» ha tuonato la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, in un discorso trasmesso ieri dalla televisione di Stato. «La ferma decisione del regime della Repubblica islamica è di resistere alle pressioni delle
L’offensiva iraniana è partita da Fordow. Nel sito sotterraneo e pressoché inviolabile vicino alla città santa di Qom, è cominciato l’arricchimento dell’uranio a una purezza fissile del 20 per cento e secondo il rappresentante della Repubblica islamica per la sicurezza nucleare all’Onu, Ali Asghar Soltanieh, sarà supervisionato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Nascosto sotto una montagna, cosa che rende difficile qualsiasi attacco contro di esso, il sito non è però finora mai stato visitato dai tecnici di Ginevra, che peraltro non hanno ancora resa nota alcuna data di ingresso in Iran. Dunque il giochetto di Teheran continua e nessuno potrebbe sorprendersi
grande potenze», ha continuato il numero uno iraniano in perfetto stile propagandistico da regime: «mentre il popolo iraniano ha percorso il cammino di successo e vede i segni di nuove future vittorie, il fronte dell’oppressione (l’Occidente) tenta di fare paura al popolo e ai responsabili iraniani agitando la minaccia delle sanzioni, mentre il grande popolo iraniano ha scelto di il cammino della fierezza versando il sangue dei suoi migliori elementi», ha detto l’ayatollah, aggiungendo
che «i leader occidentali hanno dichiarato a più riprese che con le sanzioni e le pressioni vogliono scoraggiare il popolo e portare i responsabili a rinunciare al loro piano, ma non riusciranno nel loro obiettivo».
Al mantra di guerra, ha fatto eco la dichiarazione del generale Ali Ashraf-nuri, responsabile politico dei Guardiani della Rivoluzione, che in caso di san-
zioni promette la chiusura di Hormuz, l’angusto imbuto tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, da cui passa il 20 per cento del traffico mondiale di petrolio e il 40 per cento di quello via mare: «La chiusura dello Stretto di Hormuz ci sarà se i paesi occidentali decideranno di adottare sanzioni petrolifere nei confronti dell’Iran. E le autorità supreme della repubblica islamica hanno già
La metà del greggio mondiale sta in Medioriente. Ma non è distribuito in modo omogeneo. E i sunniti sono pronti a dar battaglia
Geopolitica confessionale del petrolio R
affica di attentati in Iraq, sia al centro che al sud, dove le autobombe continuano a esplodere mietendo decine di morti e feriti, riportando così il Paese ai lutti degli anni più cupi. C’era da aspettarselo. In effetti, dopo la partenza degli americani, che durante le ultime elezioni si erano alquanto sbilanciati a favore dello sciita al-Maliki, sta riprendendo con vigore la lotta confessionale, che ci porta nuovamente sotto gli occhi l’elenco delle vittime di entrambe le fazioni.
Sono prevalentemente musulmani sciiti, ma le uccisioni non mancano anche in campo sunnita. È antipatico
di Mario Arpino
dirlo, ma non si può non rammentare che il petrolio iracheno, stimato all’incirca nel 10 per cento delle risorse mondiali, viene estratto sopra tutto in aree del Paese abitate da sciiti, che rappresentano all’incirca il 63 per
punto dal mancato accordo sulla suddivisione delle risorse energetiche. Questo, per l’Iraq. Se poi abbiamo la pazienza di porre la lente di ingrandimento sulla totalità delle risorse petrolifere del Medio Oriente – una sti-
Anche se gli sciiti sono solo il dieci per cento dell’universo musulmano, per alcuni sunniti evidentemente rappresentano un problema che supera quello religioso cento della popolazione. È anche noto che uno dei motivi che bloccano il processo di approvazione integrale della nuova Costituzione deriva ap-
ma del 2002 le valuta in 700 miliardi di barili, circa la metà delle risorse mondiali - ci accorgiamo che il caso le ha distribuite in modo non affatto
omogeneo. Osservando con ancora maggiore attenzione, si può anche vedere che esse sono per lo più localizzate in aree abitate da popolazioni sciite. Infatti, saltando Qatar, Kuwait e, in parte, gli Emirati, notiamo che il Bahrein è quasi totalmente abitato da sciiti, tanto che la famiglia dell’Emiro, di confessione sunnita, con l’aiuto di Arabia Saudita e Qatar ha recentemente compiuto severe repressioni. Lo stesso regno dei Saud, notoriamente sunnita wahabita, non è esente da questo problema, essendo le Province dell’Est abitate prevalentemente da popolazione sciita che, tra l’altro, soffre di limitazioni nei diritti civili. E, guarda caso, il petrolio saudita
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esportazioni di petrolio iraniano all’Unione europea, anche se i dettagli non sono stati ancora finalizzati. L’Italia si è detta pronta a sostenere l’embargo all’Iran in modo graduale, escludendo le forniture di greggio iraniane legate ai debiti che Tehran ha con Eni.
Pena capitale per Amir Mirzai Hekmati, 28 anni, con l’accusa di aver collaborato «con un Paese ostile e di essere membro della Cia». Gli Stati Uniti smentiscono e si battono per la sua liberazione
dato l’ordine ai Pasdaran di chiudere lo stretto nel caso in cui i paesi dell’Unione europea dovessero decidere di imporre l’embargo sull’acquisto del petrolio iraniano». La risposta di Obama a questa ipotesi è già arrivata alcuni giorni fa: «Inaccettabile!», il che significa che se dovesse avverarsi un casus belli potrebbe cominciare. Una scappatoia però si è profilata all’orizzonte e arriva dagli
Emirati Arabi Uniti, che entro giugno renderanno operativo l’oleodotto che stanno costrunedo in tempi record per unire i pozzi petroliferi con i terminal della costa orientale e così evitare lo stretto.
«L’oleodotto è pressocchè completo e sarà operativo nel giro di sei mesi, a maggio o giugno», ha spiegato infatti Mohammad bin Dhaen al-
Hamli, ministro dell’Energia di Abu Dhabi. L’oleodotto sarà in grado di trasportare tra gli 1,5 e gli 1,8 milioni di barili al giorno. Riguardo allo stretto di Hormuz, al-Hamli ha ricordato come la minaccia di una sua chiusura sia sempre esistita ma che non vi è alcuna certezza che si arrivi davvero a un simile epilogo. La Repubblica islamica, intanto, ha annunciato che pagherà il proprio debi-
to con Eni di 2 miliardi di dollari con forniture di petrolio. Lo ha detto Mohsen Ghamsari, capo degli Affari internazionali della Nioc. «Sulla base dei contratti di buyback - ha spiegato Ghamsari - questo ammontare sarà restituito alla compagnia italiana». La settimana scorsa i governi europei hanno raggiunto un accordo preliminare che prevede l’imposizione di sanzioni sulle
è concentrato proprio nei giacimenti di queste province. Per non parlare dell’Iran – uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio – che è tutto sciita. Ci guardiamo bene dall’affermare, con questo, che la lotta ideologico-religiosa, che in certi momenti storici riaffiora con tanta virulenza, vada addebitata alla guerra intestina per il petrolio. Ai tempi di Alì, il cugino subentrato come Imam dopo la morte del Profeta, e del massacro dei suoi due figli Hassan e Hussein nelle battaglie di Kerbala, “dell’oro nero”ancora non si parlava.
Ma qualche pensierino va fatto, se persino il ministro degli Esteri turco Davutoglu è convinto che le tensioni tra sciiti e sunniti, se non sopite, potrebbero portare con il tempo al “suicidio” dell’intera regione. Anche se gli sciiti sono solo il dieci per cento dell’universo musulmano, per alcuni sunniti evidentemente rappresentano un problema che supera quello confessionale. Non va dimenticato che nel
Quanto agli Usa, l’ennesima offensiva iraniana parte dalla condanna a morte di Amir Mirzai Hekmati, 28 anni, accusato di aver collaborato «con un paese ostile, di essere membro della Cia e di aver tentato di coinvolgere l’Iran nel terrorismo». Secondo la Fars (l’agenzia di stampa iraniana), Hekmati avrebbe lavorato per quattro anni nell’esercito e poi sarebbe entrato nella Cia che l’avrebbe mandato in Iraq e in Afghanistan. L’ex marine sarebbe stato identificato dai servizi di intelligence iraniani nella base statunitense di Bagram, in Afghanistan, e più tardi localizzato in Iran ed arrestato, mentre tentava di infiltrarsi. Dagli Usa, però, la famiglia sostiene invece che il giovane fosse in visita alla nonna e ad altri parenti. Washington aveva chiesto la liberazione di Hekmati, che è nato in Arizona da una famiglia di immigrati iraniani. Secondo i familiari che vivono in America, Amir, smessa la divisa da marine nel 2005, aveva messo in piedi un’azienda di servizi linguistici e culturali che lavorava con le truppe, preparando i militari alla comprensione delle diverse culture. A questo punto, purtroppo, non può che meritare solo qualche riga la decisione del ministero della Cultura iraniana di chiudere la Casa del Cinema, un’organizzazione indipendente che raccoglie cineasti, sceneggiatori e altre categorie dell’industria cinematografica. Perché la scure del regime sta diventando sempre più una minaccia globale.
2003 i siti web vicino a bin Laden accusavano gli sciiti di aver aiutato gli americani a conquistare Bagdad, mentre in tempi più recenti il terrorista al-Zarqawi li definiva come «uno scorpione ingegnoso e maligno», ovvero «un nemico che veste gli abiti dell’amico». I due personaggi ormai non esistono più e la stessa al-Qaeda non gode di ottima salute, ma evidentemente gli effetti di questa propaganda si sono ben radicati, se ogni occasione è buona per ricominciare – magari con i più diversi pretesti – questa guerra intestina. La questione è alquanto destabilizzante.
Sopra, lo stretto di Hormuz, dove nei giorni scorsi la tensione fra Iran e Usa è salita alle stelle; A destra, dall’alto: Amir Mirzai Hekmati e Hugo Chavez. In apertura: il presidente iraniano Ahmadinejad
Anche la “primavera araba”, con buona possibilità, ha indirettamente gettato benzina sul fuoco, se è vero che gli studenti laici di piazza Tharir e di Misurata la chiamano semplicemente “rivolta”, mentre i Fratelli Musulmani, dopo una prima fase di osservazione, si sono gettati nella mischia chiamandola “risveglio”. Risveglio di chi? Dell’orgoglio sunnita. È evidente.
cultura
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Esce per i tipi di Laterza “Il turco a Vienna”, nuovo saggio di Franco Cardini dedicato al duro assedio ottomano della capitale asburgica del 1683
Valzer alla turca Le trame del gran visir e la lunga resistenza: rivive la storia di un evento che ha segnato la nascita dell’Europa moderna di Sergio Valzania i sono libri di storia che raccontano una vicenda o ritraggono un personaggio, senza andare oltre. Altri invece nel trattare eventi lontani sono capaci di stimolare una riflessione su cosa sia la storia e su quale possa essere il modo corretto per affrontarla. Il Turco a Vienna, storia del grande assedio del 1683 di Franco Cardini appartiene a questa seconda categoria. Le quasi ottocento pagine di testo e apparato critico di note, cartine, schemi, indici e bibliografia propongono un rapporto di natura pittorica fra figure in primo piano e azioni sullo sfondo del tutto sbilanciato a favore di queste ultime.
C
È evidente che l’autore intende affermare in tal modo la propria convinzione che nessun evento è comprensibile in sé, perciò una sua narrazione esclusiva, che prescinda dall’insieme di circostanze correlate nel quale l’azione ebbe luogo ha uno scarso significato. Il contesto della vicenda prevale sul testo in quanto lo rende comprensibile e rende leggibili i collegamenti fra il passato e il presente, che costituiscono la vita della storia e ne determinano l’interesse. Per cercare di capire un evento della durata di pochi mesi, come nel caso dell’assedio di Vienna del 1683, o anche solo per fornirne una rappresentazione sensata, è quindi necessario correre lungo i decenni, a volte i secoli, e anche allontanarsi di centinaia di chilometri dal luogo fisico del suo accadimento. Come l’esegesi biblica ci dice che ogni passo delle Scritture deve essere interpretato alla luce della loro interezza, in un continuo rimando che arricchisce il testo e svela il senso altrimenti elusivo di poche parole altrimenti criptiche, così i fatti del passato si danno luce l’uno con l’altro e il lavoro di chi fa storia consiste nell’individuare e mettere in luce i collegamenti che rendono significativi i fatti stessi. Perciò la storia, suggerisce questo lavoro di Cardini, nei suoi accadimenti minuscoli e innumerevoli, può essere affrontata solo am-
pliando la visuale, mettendo in parallelo situazioni lontane nel tempo e nello spazio, cercando di riconoscere nello sguardo dei contemporanei il senso che essi dettero a quanto avveniva davanti ai loro occhi.Tutto questo con lo svantaggio di essere lontani, nel tempo ma anche e soprattutto nel modo di pensare, rispetto a coloro che vissero gli eventi di cui si intende trat-
Il racconto inizia in Turchia con le mosse dell’esercito ottomano e i rapporti che univano la Sublime Porta con le capitali d’Europa
tare e che regolarono i loro comportamenti in base a idee proprie di un’epoca lontana dalla nostra. A fronte sta il privilegio per i posteri di sapere come le vicende si sono sviluppate in seguito, se non proprio come sono andate a finire, dato che quasi niente finisce mai del tutto, e se si desse quel caso avrebbe poco senso continuare a farne la storia.
L’assedio di Vienna raccontato da Cardini inizia a Istanbul, nei preparativi e nella tradizione militare ottomana e subito si collega con il sistema di informazioni, oggi si direbbe di intelligence, e di rapporti diplomatici che collegava la Sublime Porta con le capitali dell’Euro-
pa cristiana, dove vivevano sovrani e cortigiani in costante rivalità fra di loro. Al loro interno spicca la figura di Luigi XIV, Re Sole, interessato ad allargare i confini del regno di Francia e non certo a difendere quelli dell’impero e pronto ad accordarsi più o meno tacitamente con il Turco per raggiungere i propri obbiettivi. Del resto la cristianità nel suo insieme non è affatto coesa, al contrario è frammentata in una miriade di stati e staterelli con vincoli di dipendenza diversi dai poteri maggiori, ciascuno interessato ad accrescere la propria autonomia in un contesto diviso, quando non lacerato, da contrasti religiosi fra cattolici, luterani e calvinisti. In questo intreccio di rivalità europee si colloca il problema strategico di Leopoldo d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, costretto a difendere i suoi territori su tre fronti. All’interno contro le spinte autonomiste di vescovi e principi, a est nei confronti dell’espansionismo ottomano e sul fronte del Reno davanti a quello francese. I mezzi di cui egli dispone per combattere tanti nemici sono scarsi e del tutto insufficienti ad affrontarli tutti nello stesso tempo. Si tratta allora di scegliere una politica e gli alleati insieme ai quali svilupparla, considerando che ciascuno dei protagonisti e dei comprimari della politica europea del Seicento coltiva un progetto diverso e tutti sono intenzionati a guadagnare qualcosa da ogni difficoltà nella quale l’imperatore viene a trovarsi. Fino all’ultimo Leopoldo si augura che le voci provenienti da est siano false, non vuol credere che ancora una volta il Turco abbia deciso di puntare alla conquista di Vienna, la sua capitale, la cui caduta sconvolgerebbe gli equilibri continentali se non altro perché minerebbe alla radice la reputazione internazionale dell’imperatore. Cardini avanza dei dubbi sul fatto che la decisione di tentare un’impresa così ardita sia stata realmente presa a Istanbul durante i preparativi per la campagna di guerra iniziata nella primavera del 1683. Suggerisce
Nella foto grande, “La battaglia di Vienna” di Józef Brandt (1683). A sinistra, il gran visir Kara Mustafa. Nella pagina a fianco, dall’alto al basso, Giovanni III di Polonia (Jan Sobieski) e la copertina de “Il Turco a Vienna” di Franco Cardini
piuttosto che un progetto tanto ambizioso abbia preso forma nella mente del gran visir Kara Mustafa nel corso dell’avanzata, rivelatasi più agevole del previsto, e iniziata con mete più circoscritte. L’armata contrapposta all’esercito turco era infatti esigua e il suo comandante duca di Lorena, sempre in attesa di rinforzi che dovevano giungere dalle regioni occidentali dell’impero e dalla Polonia, non può far altro che ritirarsi in attesa di un momento utile per contrattaccare. Prova di questa maturazione successiva della decisione di tentare la presa di Vienna da parte turca è la mancanza di un vero e proprio parco d’artiglieria d’assedio al se-
guito dell’armata d’invasione, tanto che i combattimenti attorno alla città si svolgono come una guerra di mine e contromine nel tentativo di aprire una breccia nelle mura di Vienna con mezzi diversi da quelli di un bombardamento.
Conquistare la città non è facile, dato che risulta impossibile persino bloccarla completamente, dato che il Danubio con il suo complesso sistema di isole e di impaludamenti ne circonda una larga parte impedendo la creazione di un sistema chiuso che ne impedisca i collegamenti con l’esterno. Il piano di Kara Mustafa non è del tutto chiaro. I difensori di
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i che d crona
Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)
L’autore dubita che la decisione di un’impresa così ardita sia presa a Istanbul. Forse il progetto nacque nel corso dell’avanzata Vienna sono costretti alla fame, ma un piccolo rivolo di rifornimenti continua ad arrivare, dato che non è possibile impedirlo. Neppure la presa per assalto è nei progetti del gran visir, questo comporterebbe infatti l’autorizzazione al saccheggio da parte dei conquistatori, disperdendo fra i soldati le ricchezze che la città racchiude. La speranza è rivolta verso una resa concordata, che preveda la consegna della capitale imperiale al Turco in cambio di una qualche garanzia per i difensori, in modo da mettere il tesoro nelle mani del generale vincitore e Cardini ipotizza che Kara Mustafa disponga di una quinta colonna dietro le mura, destinata a entrare in azione, diplomatica o militare che sia, al momento opportuno. Certo il gran visir scommette sulla divisione che sa esi-
stere nel campo avversario e che lo attraversa nelle forme più imprevedibili e per noi difficili da comprendere. Gli europei del Seicento hanno un’attenzione maniacale per il cerimoniale, la questione del comando dell’esercito che avrebbe dovuto affrontare l’armata turca per liberare Vienna dall’assedio aveva portato via tempo prezioso e in realtà viene risolta solo dall’assenza dell’imperatore Leopoldo dal campo di battaglia, situazione che consente a re Giovanni di Polonia di acquisire la massima autorità. Anche prima della battaglia di Lepanto, un secolo prima, in campo cristiano le questioni di precedenza e di scala gerarchica avevano procurato non pochi problemi. Per Kara Mustafa è una vera sorpresa scoprire che alla fine si è giunti a un accordo e che esso entra in funzione in tempo. La ragione principale del disastro dei turchi consiste infatti nella mancanza di controvallazione nel sistema fortificato da loro costruito attorno Vienna, rivolto tutto verso la città e senza alcuna difesa verso l’esterno. Cesare ad Alesia si era comportato in modo del tutto opposto e per questo riuscì a battere tutte le spedizioni che i Galli inviarono nel tentativo di liberare Vercingetorige assedia-
to. L’armata turca si trova invece presa alle spalle dall’armata cristiana e non riesce a cambiare in tempo e con piena efficienza il proprio fronte. Cardini non dedica molte pagine alla battaglia in sé, e neppure ai sessanta giorni di assedio. Preferisce riflettere sul significato dell’evento e sui suoi sviluppi successivi, giocati su molti piani, non ultimo quello del costume.
La guerra, o meglio le guerre tra impero asburgico e impero ottomano proseguono nei Balcani per oltre un secolo, con l’intervento successivo di altri attori, primo fra tutti l’impero russo, finché un intero mondo non arriva alla sua fine con la completa affermazione del modello degli stati nazionali alla fine della prima guerra mondiale. I passaggi immediati successivi alla liberazione di Vienna sono la controffensiva asburgica, nella quale si illustra un generale dal nome ancora famoso, il principe Eugenio, che conduce prima al trattato di Carlowitz e poi alla pace di Passarowitz, del 1718. Sono trascorsi trentacinque anni di guerra, a riprova che la vittoria delle armi cristiane sotto le mura di Vienna non era stata né schiacciante, né definitiva. Cardini suggerisce nel suo raccon-
to che le guerre non solo dividono i popoli, li uniscono anche, li costringono al confronto e allo scambio delle idee come delle abitudini. Il sacco di caffè trovato nel campo abbandonato dai turchi in fuga forse non è all’origine dei celebri locali viennesi nei quali si comincia in quegli anni a degustare la famosa bevanda, forse essa arriva nell’impero dalla confinante Venezia, ma è ottima metafora di quello che accade ai nemici, che dopo le ostilità si ritrovano più simili l’uno all’altro di quanto non lo fossero prima. Né, ammonisce Cardini, possiamo immaginarci di essere i discendenti e gli eredi di una sola delle parti in lizza. Per molti aspetti noi moderni siamo più simili ai turchi assedianti che ai difensori di Vienna. I primi avevano abitudini igieniche e alimentari che ricordano le nostre, erano abituati a lavarsi e facevano accompagnare il loro esercito da mandrie e greggi per disporre di carne fresca da accompagnare a tavola alle immancabili frutta e verdura. I soldati dell’imperatore quasi non conoscevano l’uso dell’acqua in funzione di solvente del sapone e mangiavano carne secca, formaggio e cibi conservati. Semmai erano le loro bevande alcoliche, vino e birra, a renderceli prossimi.
Il libro si conclude proprio con un capitolo dedicato a quelli che possono sembrare dettagli e invece costituiscono indizi di un modo di pensare e di comportarsi intitolato Del caffè viennese e di altre “turqueries”, fra le quali spiccano i tulipani e i tappeti, ma non solo. Perché Cardini segnala in conclusione un fenomeno che deve far riflettere, il passaggio dal timore per il pericolo turco alla moda di vestirsi, cucinare, comporre musica alla turca. Mozart in testa, e proprio nella Vienna che cent’anni prima della sua Marcia turca si era salvata dall’assedio per l’intervento non scontato di re Giovanni di Polonia.
Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza
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ULTIMAPAGINA
Manuel Zanella e Massimiliano Bertolini presentano oggi alla fiera di elettronica di Las Vegas lo smartphone da polso
È l’ora dell’hi-tech in versione di Angela Rossi
l viaggetto a Las Vegas non lo hanno fatto per giocare in un Casinò ma hanno fatto saltare lo stesso il banco. E lo hanno fatto grazie alla loro creatività, alle idee, al loro ingegno che li ha portati a intraprendere un business che sta raccogliendo frutti abbondanti. Basta guardare le cifre raggiunte ancora prima della presentazione ufficiale della loro invenzione. I due giovani imprenditori vicentini Manuel Zanella e Massimiliano Bertolini, proprio oggi al Ces di Las Vegas – la fiera di elettronica e tecnologia più importante del mondo – presenteranno ufficialmente ”i’m Watch”, l’alter ego dello smartphone. Da polso però.
I
«Siamo sbalorditi dal numero di preordini online che abbiamo ricevuto e stiamo ricevendo giorno dopo giorno per ”I’m Watch”» - hanno dichiarato qualche giorno fa al Giornale di Vicenza, Bertolini e Zanella, 31 e 35 anni - .«Abbiamo infatti superato, a pochi mesi dalla presentazione ufficiale del nostro smartwatch, i 200mila ordini, con oltre 30 milioni accessi al sito». Ma non è tutto. I due ragazzi, legittimi titolari del colpo di genio
Cominciato come un gioco, tutto si è trasformato in un business che stando alle richieste arrivate prima della presentazione farà le fortune dei due giovani inventori che li ha proiettati nel mercato internazionale, sono ultrafelici anche perché il loro prodotto è stato inserito nella lista dei ”Ces 2012 Design & Engineering Award Honoree”. Parliamo di onorificenze riservate alle aziende che si sono distinte per tecnologie e design innovativi durante l’anno. Cifre che destano piacevoli sorprese. Soprattutto in considerazione che l’oggetto non ha completato il ciclo di produzione completa. Moltissimi clienti hanno deciso di prenotarlo e lo hanno fatto soltanto fidandosi e intuendo la particolarità e le potenzialità del nuovo “oggetto del desiderio”. Sbirciamo un po’ il lato tecnico della creatura dei due inventori. In realtà è un orologio da polso , compatibile e sincronizzabile con l’iPhone. «Un dispositivo che non sostituisce l’iPhone - raccontano Bertolini e Zanella - ma che ne permette la gestione direttamente dall’orologio da polso attraverso la comunicazione Bluetooth e l’utilizzo della nuova funzionalità “Hotspot Personale”che Ap-
ple ha messo a disposizione nell’ultima versione di iOS 4.3.“I’mWatch”si collega infatti all’iPhone, ad altri smartphone Android, Windows Phone 7 e Blackberry, utilizzando come sistema operativo Android. Lo smartwatch sarà dunque compatibile con tutti gli smartphone Android e non solo: siamo fieri di essere riusciti nell’impresa di far dialogare i due grandi rivali, Apple e Android». Cominciato come un gioco, in realtà tutto si è ben presto trasformato in un business che si preannuncia, stando alle richieste arrivate prima della presentazione ufficiale e del numero elevatissimo di contatti sul sito, più che proficuo. E lo sanno bene anche i due giovani vicentini che avranno pensato che sì, il divertimento va benissimo, ma quando poi si comincia ad avere a che fare con i riconoscimenti che ti proiettano nell’Olimpo oltreoceano e le cifre cominciano a far lievitare gli zeri, meglio organizzarsi. Detto fatto. Così l’organizzazione della società che lavora dietro le quinte del progetto è stata immediatamente rinforzata per renderla competitiva sul mercato internazionale. Blu Sky , la società nata all‘inizio, da srl
ITALIANA è stata trasformata in una spa che si chiama I’M come lo smartwatch e il capitale sociale ha raggiunto il milione di euro e rotti dai centomila euro originari.
Il tutto esattamente diviso a metà tra Ennio Doris, presidente di Mediolanum, e i due imprenditori: Manuel Zanella, presidente, e Massimiliano Bertolini amministratore delegato. Per concludere ancora qualche notizia tecnica.Va sottolineato che “I’m Watch” è un touchscreen da 1,55 pollici e che ha una scheda di memoria da 4Gb. «L’interfaccia grafica è minimalista - rivelano ancora Zanella e Bertolini nell’intervista uscita sul Giornale di Vicenza - e si rifà alle icone dell’iPhone e degli altri smartphone: è comprensiva di orario, città e meteo. Il tutto protetto da un vetro di altissima qualità e resistenza». Il costo va dai 300 ai 15mila euro previsti per modelli in oro. «Abbiamo chiuso accordi di distribuzione in 60 paesi - concludono - per un totale di 200mila pezzi nei primi sei mesi del 2012». Ed oggi l’avventura inizia a Las Vegas con la presentazione del gioiellino tutto made in Italy.