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ISSN 1827-8817

20124

he di cronac

Poco era il giorno e molto era il lavoro: la falce è grande, ma più grande il prato. Giovanni Pascoli

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 24 GENNAIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Camusso attacca: «La Cigs non è in discussione». Marcegaglia: «Puntiamo di più sulla flessibilità»

La rivoluzione del lavoro

Presentato il piano Fornero: spiazzati i sindacati che frenano Invece di parlare dell’articolo 18, il governo propone di modificare la cassa integrazione sostituita da un’indennità e nuove regole di assunzione. Previsto anche il reddito minimo SORPRESE

di Errico Novi

Tensione sulle autostrade da Sud a Nord

In pochi mesi Monti sta davvero cambiando tutto

muovere. Smuovere l’Italia in un modo nell’altro. Così il governo di Mario Monti che ha alimentato la propria tenacia nel difficile risiko delle liberalizzazioni con la stessa logica si dispone al tavolo negoziale sul mercato del lavoro. Elsa Fornero ha preso in contropiede i sindacati proponendo un piano in cinque punti: cassa integrazione limitata, assunzioni facilitate, indennità di disoccupazione, reddito minimo e maggiori costi per la flessibilità. a pagina 2

«Precettate S quei Tir che bloccano l’Italia»

Caselli sbarrati e strade chiuse: gli autisti fermano il traffico a Caserta, Salerno e Bergamo. Manifestazione dei tassisti: momenti di tensione a Roma Francesco Lo Dico • pagina 3

di Osvaldo Baldacci amionisti e tassisti provano a bloccare l’Italia persino contro le loro stesse sigle sindacali, e al di fuori di ogni normativa sullo sciopero. Le altre categorie programmano scioperi, dai benzinai alle farmacie. a pagina 2

C

Fumata nera all’Eurogruppo

Il discorso all’Assemblea dei vescovi

Merkel frena il Salvastati Allarme di Lagarde: «L’Unione è a rischio»

Bagnasco: «Il governo realizza le promesse tradite dai partiti»

La presidente del Fondo Monetario Il presidente della Cei scende chiede interventi urgenti in vista in campo per Monti. E traccia la rotta del vertice Ue di lunedì: «Il 2012 per l’Italia del futuro: «Risanare deve essere l’anno della svolta» e crescere sono le parole chiave» Francesco Pacifico • pagina 6

Luigi Accattoli e Vincenzo Faccioli Pintozzi • Pagine 4 e 5

I terroristi erano stati individuati dall’inchiesta dei Ros già nel febbraio del 2007

Arrestati gli assassini di Nassiriya Presi in Iraq gli uomini di Al Qaeda responsabili della strage di Antonio Picasso

Tra sicurezza e crisi energetica

assiriya caso chiuso? L’arresto dei responsabili, o almeno ritenuti tali, dell’attentato che, il 12 novembre 2003, costò la vita a 19 militari italiani riapre le ferite di allora e fa luce su ulteriori polemiche. Sono stati bloccati in Iran gli uomini di Al Qaeda che l’indagine dei Ros aveva indicato come i responsabili della strage.

N

Embargo all’Iran: ecco cosa rischiamo di John R. Bolton rmai è chiaro: la crisi finanziaria europea e l’inefficace sforzo per fermare il disegno nucleare dell’Iran, sono entrati in rotta di collisione. a pagina 12

O

a pagina 10

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

15 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

Tredici lezioni inedite

Colletti: corpo a corpo con Marx di Maurizio Stefanini ll’inizio degli anni Settanta Lucio Colletti è considerato uno dei più importanti teorici del marxismo italiano: anche se nel 1964 è uscito dal Pci, contestandolo da sinistra con temi che poi esploderanno nel corso del ’68. a pagina 8

A

19.30


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crisi e riforme

il commento Risanamento e riforme in pochi mesi

Così Monti sta cambiando proprio tutto di Osvaldo Baldacci amionisti e tassisti provano a bloccare l’Italia persino contro le indicazioni delle loro stesse sigle sindacali, e al di fuori di ogni normativa sullo sciopero. Le altre categorie programmano scioperi, dai benzinai alle farmacie. In molti provano a mettere i bastoni fra le ruote ai provvedimenti del governo Monti. Raramente si entra nel merito : quello che sembra accomunare molti dei contestatori è il fatto che le liberalizzazioni degli altri vanno sempre bene, le proprie mai.

C

C’era da attenderselo. Ma il punto è che si assiste a uno scontro tra categorie di lavoratori e governo: in mezzo, nulla. Dove sono i partiti? Le forze politiche devono stare molto attente, perché stanno giocando col fuoco. La temperatura nel paese è molto alta, sia quella dell’antipolitica che quella dell’esasperazione di fronte a quelli che vengono percepiti come sacrifici eccessivi. Sull’altra sponda i provvedimenti del governo, che molti italiani valutano necessari e comunque coraggiosi, e che saranno giudicati dai risultati. Se sortiranno effetti positivi, anche il giudizio su chi li ha promossi non potrà che essere positivo, nonostante i timori iniziali e le diffidenze diffuse. Anche perché comunque risalta un punto particolarmente evidente: nessuna forza politica appare a parole contraria alle liberalizzazioni. Tutte, anzi, le hanno più volte promesse nel tempo facendone punti di programma e tema di campagna elettorale. Ma nessuna è mai riuscita a realizzarle. Proprio il governo Monti invece quella rivoluzione l’ha avviata, ancora solo in parte ma con passo deciso. Trovando l’appoggio convinto praticamente della sola Udc. Ma che fine hanno fatto gli altri? Se i partiti non si assumono la responsabilità di giocare un ruolo da protagonisti in questa fase così delicata, non potranno certo pretendere di ritrovare dopo questo ruolo centrale. Con i nodi che vengono al pettine e il governo che mette le carte in tavola, si evidenziano tutte le contraddizioni di partiti che a parole dicono una cosa, nei fatti agiscono in un altro modo, e in pratica si nascondono più che possono per non stare né con il governo né con chi contesta. Né di lotta né di governo, verrebbe da dire. Cercano di tutelare specifici serbatoi elettorali senza andare troppo contro l’opinione pubblica generale che di principio non è contraria alle liberalizzazioni. Così però rinunciano al loro ruolo di classe dirigente. Continuano a inseguire il consenso in base a sondaggi che nelle attuali circostanze non possono che essere ondivaghi e contrastanti, ma non segnano mai la rotta. Danno solo l’impressione di confermare un eterno vorrei ma non posso da mettere a confronto con un governo che può e vuole, magari poco, magari con la necessità di aggiustamenti, ma intanto opera. Mentre i partiti non svolgono più il loro ruolo di rappresentanza dei cittadini e nemmeno quello di classe dirigente capace di guidare i processi e quindi di spiegare ai cittadini cosa è utile per il bene comune e per l’interesse generale del Paese: al contrario, la politica è importante, decisiva, è salvaguardia della democrazia, e dato che i partiti sono gli strumenti e i garanti della democrazia, è bene che si diano una svegliata.

il progetto Sindacati uniti nel condannare la «cancellazione degli ammortizzatori sociali»

Cinque vie per trovare lavoro Presentato il piano del ministro Fornero. Reddito minimo, indennità risarcitoria al posto della cassa integrazione, flessibilità più cara: «Un mese per decidere» di Errico Novi

ROMA. Smuovere. Smuovere l’Italia in un modo nell’altro. Così il governo di Mario Monti ha alimentato la propria tenacia nel difficile risiko delle liberalizzazioni, con la stessa logica si dispone al tavolo negoziale sul mercato del lavoro. C’è anche il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi quando scocca lo start della trattativa più difficile. Fa un preambolo e poi lascia il timone al responsabile del Welfare Elsa Fornero. Ed è proprio lei, il ministro che ha attratto le più vivaci discussioni nelle prime settimane di vita dell’esecutivo, a introdurre un tema inatteso al tavolo con sindacati, Confindustria e Rete Italia: «Il modello della cassa integrazione resti per le riduzioni temporanee di attività. Sarà uno dei due pilastri nel nuovo sistema degli ammortizzatori sociali»; l’altro punto chiave è «il sostegno al reddito per chi ha perso il lavoro». Fattispecie concreta che dunque deve essere distinta rispetto ai dipendenti di aziende ancora in grado di rianimarsi. È lo scarto concettuale che innesca una prima reazione negativa dei confederali, in particolare della Camusso, ma anche delle organizzazioni datoriali presenti (con Emma Marcegaglia e Marco Venturi partecipano i rappresentanti di Abi e Ania, sul fronte governativo ci sono anche Catricalà, Passera e Martone). «Tutte le parti sociali hanno convenuto che non si può superare la cassa integrazione straordinaria, e cioè che questa cosa non è fattibile», riferisce alla fine di questo primo incon-

tro la leader della Cgil. Valutazione, condivisa effettivamente anche dalle altee sigle coinvolte nel negozioato, che pare prematura.

Intanto Elsa Fornero integra il modello ”binario”della cassa integrazione e del sostegno a chi perde il lavoro con un terzo principio, quello assai caro all’esecutivo del «reddito minimo». Formula considerata cruciale in un più generale quadro di ridisegno degli ammortizzatori sociali. Cruciale perché obbediente al criterio dell’equità: non è del tutto fondata la logica esistente per cui il welfare privilegia chi un’occupazione l’ha avuta a danno di chi l’ha persa da tempo o è alla ricerca del primo contratto. Una rivoluzione, in ogni caso, che per ora incrocia freddezze anche da parte di Confindustria: quando tocca a lei prendere la parola, nel giro di tavolo di Palazzo Chigi, la Marcegaglia chiede «cautela» sulla revisione della Cigs giacché si va incontro a «molte ristrutturazioni». Eppure il tema c’è, la Fornero riesce a imporlo. Anche con l’allarmante postilla – riferita al reddito minimo ma probabilmente capace di proiettarsi anche sul resto – che «le risorse al momento non sono individuabili». Insomma, l’assegno a tutti i disoccupati è obiettivo cardine, al punto che il ministro se ne riserva un’applicazione «dilazionata». Certo è che, fa intendere la“front woman”dell’esecutivo, è discutibile l’assioma per cui chi è coperto


crisi e riforme

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il fatto

I tir (e i taxi) provano a bloccare l’Italia Gli autisti fermano il traffico a Caserta, Bergamo e Genova. Il Garante: «Precettateli!» di Francesco Lo Dico

ROMA. Traffico in tilt in Campania, Puglia e Lombardia, due caselli sbarrati nel Lazio a congestionare l’A1. È partito ieri il primo dei cinque giorni di protesta degli autotrasportatori, che nel giro di poche ore hanno già paralizzato il Paese con oltre sessante presidi sparsi su tutto il territorio. Sull’onda della rivolta partita in Sicilia, i camionisti di tutta Italia hanno paralizzato la circolazione per protestare contro il rincaro del gasolio, l’aumento dei pedaggi autostradali e dell’Irpef. E a Roma si è registrato un nuovo ammutinamento dei tassisti che in sciopero dalle 8 alle 22 si sono radunati al Circo Massimo. Ma la protesta delle auto bianche è divampata in tutta la Penisola nel tentativo di ammorbidire il governo sulle liberalizzazioni. La rivolta dei tir ha avuto conseguenze particolarmente nefaste lungo le autostrade, dove i camion hanno accostato sui lati della carreggiate costringendo le autovetture a lunghi spostamenti in fila indiana. «Da questa notte», ha spiegato il segretario generale del trasporto unito Fiap, Maurizio Longo, «c’è un’azione per rappresentare il nostro disagio sul territorio. C’è stata una risposta superiore a quella che ci aspettavamo, siamo il settore economico più indebitato del nostro Paese». Ma alla dure polemiche sollevate dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia («Via i blocchi, situazione intollerabile»), Longo ha replicato che la pro-

testa va avanti fino a venerdì perché «noi lavoriamo per risolvere i problemi dei nostri imprenditori, auspichiamo interesse da parte del governo». Che per bocca del ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha fatto sapere di seguire “con molta attenzione” le proteste degli autotrasportatori, «perché nulla esclude che questi malesseri possano sfociare in manifesta-

napoletano, con situazioni abbastanza critiche a Nola, Palma Campania e lungo la Statale 7bis. Nel corso della giornata si sono formati sull’A30 Caserta-Salerno due chilometri di coda in direzione sud alla barriera di Mercato San Severino e sull’A1 alla barriera di Napoli Nord verso Roma.

Pesanti ingorghi anche in Puglia, con le auto a passo d’uomo lungo la tangenziale di Bari, unica via di colegamento tra il nord e il sud della regione. Bloccati anche i caselli autostradali dell’A14 nella zona sud delle Marche, a San Benedetto del Tronto, Porto Sant’Elpidio, Civitanova Marche e Ancona Sud. Una quarantina di mezzi pesanti, hanno invece rallentato la circolazione neu pressi del casello di Città Sant’Angelo-Pescara. E da Val di Sangro a Chieti, i camion hanno resa problematica la tratta con i mezzi fermi per circa dieci chilometri. Più di duecento tir in Calabria hanno chiuso le uscite dell’A3 per Rosarno e Gioia Tauro, bloccando anche il passaggio per il porto. Brutte notizie anche dal crotonese, dove alcune decine di autotreni si sono piazzati sulla statale jonica 106. Maglia nera del Nord è invece il Piemonte, dove è stato chiuso il casello di Asti est sulla A21 e

Il sindacato dei camion chiede un aumento degli sgravi sul gasolio, la diminuzione del costo delle assicurazioni e la riduzione dei pedaggi, ma l’authority minaccia pesanti sanzioni zioni di tipo diverso». Grossi disagi sulla A1, dove sono stati chiusi i caselli di Frosinone e Anagni, e rallentamenti anche all’altezza di Ceprano, Cassino e San Vittore, ma una cinquantina di tir e un centinaio di persone hanno messo in ginocchio anche il

continua ad esserlo seppur in tempi di magra e chi non era coperto se la vedrà peggio di prima.

Sfumature? Può darsi. Ma intanto confederali e Ugl si trovano spiazzati. Pensavano di dover sfoderare gli artigli per rintuzzare immediatamente eventuali sondaggi sull’articolo 18. Invece la norma sulle risoluzioni del rapporto resta piuttosto in secondo piano, chiaramente oscurata dalla mossa sugli ammortizzatori. Non c’era alternativa, a pensarci bene, per Monti, Fornero e il governo, che chiedono di chiudere in un mese. Nella sua breve introduzione – dopo la quale il premier si congeda per volare a Bruxelles – Monti spiega che «dobbiamo evitare di ridurre il messaggio al solo articolo 18» e che nello stesso tempo «per il mercato del lavoro servono buone soluzioni strutturali». Come coniugare i due criteri? Appunto con una mossa spiazzante sugli ammortizzatori. Non c’era altra scelta, per il governo, proprio perché sul ”totem-tabù” delle reintegre il fronte sindacale ha ritrovato l’unità dei tempi andati. E allora la Fornero ha tirato fuori una carta che costringe tutti a un ripensamento. E che in ogni caso funziona come variabile capace di smuovere tutto. È la carta a sorpresa in grado non solo di riaprire una trattativa nata sotto il segno dell’esito già scritto (il contratto unico, pure evocato ieri

dalla Fornero) ma anche di proporsi come elemento che libera un po’di risorse per innescare comunque effetti dinamici positivi in un mercato del lavoro debole.

Spiazzare Cgil, Cisl, Uil e la Ugl di Centrella è un modo insomma per uscire dall’angolo del veto sull’articolo 18. Persino per rimetterlo sul tavolo, senza necessariamente doverlo intaccare. E oltretutto la Fornero non ha lesinato un passaggio pur molto blando sul tema: nell’esporre le linee guida, infatti, il ministro del Welfare ha comunque indicato l’obiettivo di «misure innovative solo

Ma la battaglia degli autotrasporatori è di esito incerto. Il prefetto di Napoli, Andrea De Martino, ha deciso ieri multe pecuniarie fino a 10mila euro e l’eventuale sequestro del mezzo per gli autotrasportatori che impediranno il transito dei veicoli. E l’Autorità di Garanzia sugli scioperi valuta la possibilità di aprire un procedimento con eventuali sanzioni alle organizzazioni responsabili del fermo. Di minore impatto, ma frequentatissima, la protesta dei tassisti. Da Torino, a Milano, a Bologna scioperi e assemblee fino alle 22, caroselli e clacson a Parma. A Roma le auto bianche strappano un incontro con i capigruppo del Pdl per le 13 e 30 di oggi. (Capi) Bastone tra le ruote?

delle suddette linee guida: gli altri sono “tipologie contrattuali” (con il traguardo del contratto unico d’inserimento),“formazione e apprendistato”(con incentivi a trasformare i contratti a tempo determinato in lavori a tempo indeterminato mediante graduazione degli sgravi contributivi anche in rapporto alla formazione svolta), “ammortizzatori sociali”e servizi per il lavoro”.

Tra le mosse di una Fornero per nulla disartmata c’è anche la scelta di enunciare solo a voce gli obiettivi dell’esecutivo, senza la materiale consegna del documento alle parti sociali. Dev’essere anche questa ulteriore cautela a irritare tra gli altri Giorgio Cremaschi, che invita la leader del suo sindacato a «rompere con il governo». Lei lancia segnali ambivalenti: da una parte dice che «il titolo da suggerire ai giornali è “si è aperto il confronto”», dall’altra appunto parla di «linee guida non condivise». Angeletti e Centrella puntano soprattutto sulla necessità di rilanciare l’occupazione anche con strumenti diversi dalle revisioni normative, mentre Bonanni si tiene prudente con un invito alla cautela e a evitare «colpi di mano» sull’articolo 18. Che difficilmente ci saranno, ma che piuttosto saranno sostituiti da una maieutica della riforma necessaria a cui la Fornero vuole affidare l’esito della trattativa.

Non scompare del tutto nemmeno l’ipotesi Ichino: «Servono modifiche innovative sulla flessibilità in uscita anche se solo per i neoassunti», avverte la responsabile del Welfare per le nuove assunzioni». La proposta Ichino in effetti prevede il superamento dell’articolo 18 solo per i rapporti futuri. E contiene anche l’altro obiettivo indicato dalla Fornero a proposito di flessibilità, ossia «farla costare di più». Sono riferimenti così generali da non giustificare reazioni scomposte, a cui infatti i leader sindacali non si abbandonano, ma che neppure espelle del tutto dal negoziato la norma sulle risoluzioni del rapporto. Alla flessibilità in ogni caso è riservato uno dei cinque capitoli

l’ingresso in autostrada sulla TorinoMilano. Disagi anche sulla tangenziale della Mole per la presenza di manifestanti assembrati sulla carreggiata. Congestioni anche in Liguria, nel presso del casello autostradale di GenovaBolzaneto. Si avvia lentamente verso la normalità la circolazione in Sicilia dopo la settimana dei forconi, con i carichi di carburante che sono tornati a rifornire le pompe di benzina, e la fronda più agguerrita del movimento in viaggio verso Roma. Ma Reggio Calabria e Villa San Giovanni restano quasi off limits. Gli scopi della protesta sono stati illustrati dal coordinatore di Trasporto Unito ( il sindacato dei Tir), Antonio Mollica: «Non chiediamo soldi ma regole precise», Su tutte il riconoscimento di una indennità di sicurezza pari a 1,50 euro al chilometro, il pagamento a 30 giorni (mentre oggi si arriva anche a 180), un aumento degli sgravi sul gasolio, la diminuzione del costo delle assicurazioni e la riduzione dei costi autostradali.


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crisi e riforme

L’intervento del porporato in occasione dell’apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

La benedizione

«Questo governo sta facendo tutto quello che gli altri avevano saputo solo promettere»: il presidente della Cei scende in campo per Monti. E traccia la rotta per l’Italia del futuro: «Risanare e crescere: ecco le due parole chiave» n una situazione in cui l’Italia sembrava essere incapace di riprendersi, in grado di annunciare ma mai di mettere in atto delle riforme efficaci per lo sviluppo del Paese, «si è affacciato il nuovo governo, come esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con l’impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più allarmanti di una delicata, complessa contingenza».

I

Che la Conferenza episcopale preparasse l’endorsement per l’esecutivo Monti era cosa nota, ma che lo facesse con tanta enfasi lascia un poco sorpresi. A parlare è infatti il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, che nella prolusione con cui ieri ha aperto il Consiglio permanente della Cei ha toccato i temi scottanti del momento, dalla politica alla crisi economica. Dopo aver analizzato i temi relativi al Natale e quelli inerenti all’Anno della fede di-

di Vincenzo Faccioli Pintozzi chiarato da Benedetto XVI per il 2012, il porporato ha attaccato l’instabilità economica del momento: «Quanto alla crisi economica che da almeno quattro anni sta scuotendo il mondo, ora sappiamo di essere entrati in una fase inedita della vicenda umana. L’idea stessa di progresso, in voga dal XVIII secolo, sta subendo un duro contraccolpo, e la stessa categoria di “crisi” suona inadeguata e inefficace, cessando praticamente di significare quello che le si vorrebbe affidare». Di crisi economiche, prosegue Bagnasco, «ce ne sono state tante fino ad oggi; la novità è che quanto accade in economia e nella finanza non si può spiegare se non lo si collega ad altri fenomeni contestuali come la mondializzazione dei processi, le migrazioni, le mutazioni demografiche nei Paesi ricchi, l’offuscamento delle identità nazionali, il nomadismo affettivo e sessuale. La globalizzazione ha cessato ben presto di porsi come un orizzonte in sé signifi-

cante, allorché l’“altro” è sostituito da funzioni e reti. Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il lavoro-campeggio (cfr Bauman): si va dove momentaneamente l’industria sta meglio come se l’“altro” non esistesse. E per “l’altro” è in primo luogo da intendersi proprio il lavoratore». A tutto questo, però, non

«Declassamenti e speculazioni della finanza non sono una bocciatura»

si deve pensare che non ci sia soluzione: «Al di là di ogni ventata antipolitica, va detto che la politica è assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo. Sembra, invece, che i grandi della terra non riescano ad imbrigliare il fenomeno speculativo; che giochino continuamente di rimessa, sperando ogni volta di scamparla alla meno peggio, ma è un’illusione: prima o poi arriva il proprio turno, e ci si trova in ginocchio come davanti ad un moderno moloch di non decifrabile direzione. Il dubbio è che si voglia proprio dimostrare ormai l’incompetenza dell’autorità politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta,

e dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall’imperiosità del mercato».

Lo scenario evocato in ambito internazionale «ha delle ricadute e delle specificità italiane. L’Italia appare particolarmente in angustia a motivo di sanzioni e bocciature che possono apparire un declassamento, agli occhi del mondo, di noi che mai ci siamo risparmiati per generosità e universalismo. E tuttavia un esame di coscienza – rigoroso e spassionato – si impone, per scongiurare il rischio di un autolesionismo spesso in agguato specie nei momenti di cambiamento. Due spunti però ci sembra meritino una ponderazione proporzionata: anzitutto l’incapacità provata di pervenire nei tempi normali a riforme effettive, spesso solo annunciate; e quindi l’incapacità, con questo sistema politico, di pervenire in modo sollecito a decisioni difficili allorché queste si impongono. Quasi fosse normale, per un paese come l’Italia, non essere in grado di assumere una co-


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È la prima volta che la Chiesa si espone così apertamente in favore di un premier

Un forte appoggio «tecnico» a un governo non politico Il cardinale ha applaudito l’esecutivo «di buona volontà» e ha esortato i partiti a recuperare «un’idea alta della politica per superare la crisi» di Luigi Accattoli al Cardinale Bagnasco è venuto ieri un pieno appoggio all’impresa del governo Monti fino all’adozione dello stesso logo dell’esecutivo tecnico: «Ciascuno a suo tempo si esprimerà in coscienza ma oggi c’è da salvare l’Italia». Il presidente della Cei ha fatto sue anche le due cosiddette “fasi”della sfida del Governo Monti alla nostra emergenza nazionale, quella della messa in sicurezza dei conti e quella della crescita: «Rinascere e crescere: sono le due parole che guidano e impegnano ogni energia che abbia cuore e responsabilità per il nostro Paese».

D

In quarant’anni di cronaca delle vicende del rapporto Stato-Chiesa non mi era mai capitato di imbattermi in un appoggio così esplicito di un presidente della Cei a un Governo. Un appoggio offerto in nome del momento di necessità in cui si trova il Paese, avvertito come contingente ma senza pretesa

di valutazione né tattica nè strategica: «Non tocca a noi vescovi parlare di tempi e modi». Di sicuro questo endorsement senza precedenti è stato favorito dalla non appartenenza del governo Monti a uno degli schieramenti che si contendono la scena ma anche – io credo – dalla personalità del Premier e dal fatto che l’avvento di questo esecutivo sta forse favorendo una decongestione della rissosità politica e della contrapposizione ideologica che ha caratterizzato gli ultimi due de-

Bagnasco ha parlato anche delle polemiche sull’Ici: «Siamo pronti a fare la nostra parte» cenni della nostra politica e che gli uomini di Chiesa hanno sempre avvertito come fumo negli occhi.Tutte queste ragioni, variamente alluse o argomentate dal cardinale, lo inducono a salutare con favore la formazione di una «compagine governativa esterna»: questa è la dicitura usata dal presidente dei vescovi e va intesa come «esterna alla lotta dei partiti». La chiama anche, quella compagine, «esecutivo di buona volontà autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni e dalle esasperazioni di essa». “Buona volontà” qui suona come un riconoscimento di intonazione evangelica. Altro passaggio beneaugurante della prolusione del cardinale, leggibile come spia di un sostegno che non è solo di necessità, ma implica l’avvertenza di un qualcosa che potrebbe giovare a tutti e a lungo: «Per certi versi questa è una stagione propizia per imprimere allo Stato e alla stessa comunità politica strutture e dinamiche più essenziali ed efficienti, lontane da sprechi e gigantismi».

Da segnalare infine un doppio passaggio sulla lotta all’evasione e sull’Ici-Imu che conferma quanto lo stesso Bagnasco aveva già affermato in dicembre, cioè la disponibilità a rivedere – se necessario – le “formule legislative vigenti”, ma che accosta significativamente la questione della tassazione degli enti ecclesiastici a quella della lotta all’evasione, come a dire: se abbiamo anche noi delle re-

sponsabilità, non dovremo tirarci indietro. «La Chiesa – dice una prima volta dopo aver solidarizzato con l’annunciato “inesorabile” contrasto del Governo Monti all’evasione – non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo».In un secondo passaggio, con esplicito riferimento all’Ici-Imu, aggiunge: «Non chiediamo privilegi, né che si chiuda un occhio su storture o manchevolezze».

Fiducioso nel governo “di buona volontà”, il cardinale non si dimentica dei partiti e li esorta – con il severo linguaggio di chi molto patì in delusioni – a recuperare una veduta alta della politica: «Non devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi e alti, lasciando per strada la lotta guerreggiata sotto mentite spoglie, la denigrazione sistematica, le polemiche esasperanti e inconcludenti». Quanto ieri è venuto in chiaro con la prolusione del cardinale era già apparso implicito, ma perfettamente decifrabile, nell’incontro che il Premier aveva avuto con Papa Benedetto sabato 14 gennaio e nell’intervista che sempre il Premier aveva dato il 18 gennaio alla Radio Vaticana e all’Osservatore Romano. Già da quei due eventi si era compreso che potevano essere quattro gli assist della Chiesa alla strategia di salvataggio dei nostri conti e dell’intera nostra barca approntata dal Governo Monti: favorire la reciproca fiducia tra i due o tre o quattro poli del nostro sistema politico dilacerato, aiutare a mantenere la pace sociale di fronte alle nuove emergenze economiche e conflittuali, accompagnare la sollecitazione italiana per la creazione di una governance planetaria dell’economia, sminare il comparto Ici-Imu del nostrano rapporto Stato-Chiesa. Quanto alla governance dell’economia è più che evidente la vicinanza dell’azione condotta dal Governo Monti sullo scacchiere europeo con la posizione di Papa Benedetto e dalla Santa Sede: un documento di Giustizia e Pace dell’ottobre scorso era intitolato: «Per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale». Ieri Bagnasco ha trattato a lungo delle minacce che vengono da un “capitalismo sfrenato”e della necessità che la politica si riappropri della “competenza” che le spetta “rispetto ai processi economici”. Quando Monti sollecita il rafforzamento politico dell’Unione Europea per potenziarne la capacità di governo dei mercati è sulla stessa lunghezza d’onda. www.luigiaccattoli.it

municazione franca con i propri cittadini. E dovesse essere fisiologico puntare su una compagine governativa esterna, perché provi a sbrogliare la matassa nel frattempo diventata troppo ingarbugliata».

È a questo punto, prosegue Bagnasco, «che si è affacciato il nuovo governo, come esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con l’impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più allarmanti di una delicata, complessa contingenza.Va da sé che, dal punto di vista etico, non possa esserci sospensione della responsabilità della politica, che il Parlamento affida al Governo in ragione del mandato ricevuto dal corpo elettorale. Mandato certo in sé non abdicabile: per questo è irrinunciabile che i partiti si impegnino per fare in concomitanza la propria parte, in ordine a riforme rinviate per troppo tempo tanto da trovarsi ora in una condizione di emergenza. Non devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi e alti, lasciando per strada la lotta guerreggiata sotto mentite spoglie, la denigrazione sistematica, le polemiche esasperanti e inconcludenti». Questo non è però un momento del tutto oscuro: «Mai nulla va considerato perso del tutto; per certi versi questa è una stagione propizia per imprimere allo Stato e alla stessa comunità politica strutture e dinamiche più essenziali ed efficienti, lontane da sprechi e gigantismi. Per cooperare attivamente con il Governo a riequilibrare l’assetto della spesa in termini di equità reale, e metter mano al comparto delle entrate attraverso un’azione di contrasto seria, efficace, inesorabile alle zone di evasione impunita, e ai cumuli di cariche e di prebende». La Chiesa, aggiunge ancora, «non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo». Insomma «oggi c’è da salvare l’Italia e c’è da far sì – cosa non scontata – che i sacrifici che si vanno compiendo non abbiano a rivelarsi inutili. Per questo urge superare il risentimento che qua e là affiora. D’altro canto, fuori dall’equità non si produce né senso di appartenenza né senso della cittadinanza. Risanare e crescere: sono le due parole che guidano e impegnano ogni energia che abbia cuore e responsabilità per il nostro Paese». Quasi un programma politico, se non fosse quello già messo in campo proprio dall’esecutivo Monti.


crisi e riforme

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In prospettiva del vertice di lunedì, è lontano un accordo nel Vecchio Continente. Scende lo spread tra Btp e Bund

La signora Euronein Merkel blocca l’aumento del «salvastati». Allarme della Lagarde: Italia e Grecia a rischio di Francesco Pacifico

ROMA. Entro una settimana l’Europa dovrà decidere come (e se) vuole salvarsi per non sprofondare nella crisi ellenica. Ma a in prospettiva del Consiglio d’Europa di lunedì, e a guardare le mosse della Germania, sembra ancora lungo il lavoro degli sherpa. Non a caso anche ieri, all’ultimo Eurogruppo, Angela Merkel è riuscita per l’ennesima volta a scontentare sia i mercati sia i partner. Così, mentre ci si attendeva dai tedeschi un passo avanti verso una maggiore capitalizzazione del Fondo Salva Stati, la Cancelliera ha gelato le attese e fatto sapere che è quasi una bestemmia pronunciare la cifra di mille miliardi di euro. E spingere i tedeschi ad aumentare la propria quota, che al

momento è pari a 21 miliardi di euro ma rischia di salire dopo il downgrading francese, tanto che si riaffaccia anche l’idea di sommare ai 500 miliardi previsti per l’Esm anche i 230 non usati dall’attuale Efsf. «Ora la priorità», ha sostenuto, «è quella di rendere l’Esm operativo». E poco importa che neppure un paio di settimane fa, quando aveva ospitato Mario Monti a Berlino, la premier si era detta a disponibile a erogare più risorse e subito nel fondo, ma «a patto che facciano anche gli altri partner». Con la crescita nel 2012 soltanto al +0,7 per cento, la Germania sembra volersi godere un presente irripetibile tra piena occupazione e boom degli ordinativi. Non a caso ieri ieri il suo ministero del Tesoro ha collocato titoli a 12 mesi per 2,54 miliardi di euro al rendimento medio dello 0,07 per cento, con una domanda più che doppia rispetto all’offerta e con un bidto-cover ratio pari a 2,2. Di conseguenza, con una recessione che potrebbe affacciarsi oltre il Reno tra il secondo e il terzo trimestre del 2012, la cancelleria avrà ancora per poco gioco forza nel difendere un sistema tutto incentrato sui finanziamenti alla ricerca alle imprese esportatrici e che a loro volta sono erogabili soltanto in presenza di pareggio di bilancio e bassa pressione sul debito sovrano. La situazione sta diventato molto imbarazzante. E nessuno degli attori si fa più remore nello stigmatizzare l’atteggiamento della Merkel. Christine Lagarde – la quale ha già aperto un contenzioso con i tedeschi sull’aumento delle risorse per i Fondo monetario – non è stata «Il tenera: mondo ha bisogno di un forte ruolo di lea-

Sempre più distanti le posizioni di Sarkozy e Merkel sul fondo salvastati che dovrebbe aiutare la Grecia (sotto, il premier Lucas Papademos). A sinistra, la presidente dell’Fmi Lagarde

Vicini a una soluzione che prevede una svalutazione dei titoli fino al 70%

Atene trema ma “vede” l’accordo sul debito

Si allungano i tempi per una mediazione tra governo e banche (e gli «hedge found») per la transazione di Marco Scotti i respira un’atmosfera concitata all’ombra del Partenone. Il momento è di quelli che segneranno un’epoca. Perché o la Grecia riesce a rinegoziare gli accordi con i soggetti (banche e hedge fund soprattutto) che detengono il suo debito pubblico, o sentiremo presto parlare del primo default di uno stato europeo. E non sarebbe semplicemente un dato a fini statistici: il crollo di Atene comporterebbe un meccanismo a cascata che coinvolgerebbe anche i cosiddetti membri del “club della Tripla A”. Una reazione a catena che, probabilmente, darebbe il colpo di grazia alla moneta unica.

S

Ma perché la Grecia è così mal messa? Prima di tutto per un “inganno” sul proprio rapporto tra deficit e pil per rispettare i parametri richiesti per entrare nell’euro. Finché il sistema economico europeo e mondiale è andato avanti senza particolari empasse, il trucco non è stato scoperto. Ma dal 2007, con il crollo del mercato statunitense in seguito alla bolla dei mutui subprime, passando per un 2008 che verrà ricordato per il fallimento di Lehmann Brothers e giungendo al 2009 della recessione globale, la Grecia non ha più potuto mascherare le proprie debolezze strutturali ed è caduta sotto i colpi della speculazione finanziaria, che ha deciso di iniziare il proprio “attacco” all’euro partendo dai paesi più periferici e meno strutturati (Grecia, Irlanda e Portogallo) per stringendo poi le

sue spire attorno a paesi più importanti (Spagna e Italia). Ma sono i numeri che offrono la visione d’insieme sulla situazione di Atene. In primo luogo il debito pubblico: 360 miliardi di euro che, in valore assoluto, sembrano quasi uno scherzo se paragonati ai 1900 italiani ma che rapportati al pil greco fanno il 161% della ricchezza prodotta. Un’enormità. Poi, i titoli di stato. Se un investitore si fosse recato ieri in borsa per acquistare bond decennali greci avrebbe ottenuto un rendimento del 27,78%, con lo spread con i bund tedeschi di 2581 punti di base. Il dato è ancora più impressionante se paragonato a quello di altri paesi: il differenziale con i bund ieri era di 409 punti per i btp italiani, 341 per i bonos spagnoli e 114 per i titoli decennali francesi. E le debolezze finanziarie della Grecia si riverberano, necessariamente, anche nell’economia reale, dove la disoccupazione è stata, ad ottobre, del 18,2% e i senzatetto sono aumentati del 25%.

Si dirà: uno stato in queste condizioni è ormai spacciato. In realtà, il futuro di Atene può non essere così nero a patto che si verifichino due fenomeni consecutivi e intimamente legati. Prima di tutto che il vertice con i detentori del debito pubblico – rappresentati dall’IIF, Institute of International Finance, che tutela gli interessi dei 450 soggetti coinvolti – si accordino con il governo greco per una transazione che sembra più vicina, anche se ieri il tavolo delle


crisi e riforme

Atene di affrontare, ad aprile, la scadenza di titoli per un valore di 14,4 miliardi. Attualmente, nelle casse greche ci sono circa 11 miliardi. Ecco perché, se non si dovesse raggiungere un accordo, la Grecia sarebbe costretta a dichiarare fallimento. Questo è lo scenario di breve periodo. Cercando però di guardare oltre l’estate, è doveroso sottolineare come anche l’aiuto, ingente, eventualmente stanziato dall’Ue potrebbe non bastare se Atene non riuscisse a invertire la tendenza, attraverso una rapida riduzione del debito pubblico e ritornando a crescere. Se così non dovesse essere, i 130 miliardi di euro servirebbero solamente a prolungare l’agonia dello stato culla della democrazia.

Sono ore di febbrili contatti: tutti sanno che la posta in gioco non è solo l’economia greca, ma anche il futuro della moneta unica trattative è stato abbandonato per proseguire telefonicamente. Secondo le ultime indiscrezioni, i negoziati prevedono che i detentori di debito greco dimezzino il valore nominale dei titoli in loro possesso. In cambio, riceverebbero un parziale rimborso in contanti e un nuovo bond trentennale con rendimento fissato tra il 3 (come vorrebbe Atene) e il 4,5% (come invece auspicherebbero i possessori dei titoli). Così, i soggetti rappresentati dall’IIF accetterebbero una svalutazione dei titoli in portafoglio tra il 65 e il 70%, ma vedrebbero del denaro che, altrimenti, probabilmente non riceverebbero mai. Fatto ciò, il debito pubblico di Atene si potrebbe ridurre di quasi 10 punti percentuali. Una volta concluse le trattative positivamente, Atene potrebbe ricevere la seconda tranche dei prestiti dell’Ue che ammonta a 130 miliardi. Una cifra importante che consentirebbe ad

Estendendo ulteriormente la questione, va segnalato un altro avvenimento importante che ha caratterizzato la giornata di ieri: il botta e risposta tra due “donne di ferro” come Christine Lagarde, gran capo del Fmi, e la cancelliera Angela Merkel. La prima, infatti, ha dichiarato nella mattinata la necessità di ulteriori interventi a sostegno dei paesi in difficoltà raddoppiando gli attuali 500 miliardi di dollari che attualmente sono nelle casse del Fmi pena una crisi analoga a quella degli anni ‘30. La Lagarde, inoltre, ha sollecitato l’Europa alla creazione di bond comuni. La risposta di Angela Merkel non si è fatta attendere, perché, come sappiamo, dall’orecchio degli eurobond non ci sente benissimo. La cancelliera è stata lapidaria nel commentare che per sostenere i paesi europei in difficoltà esiste già il cosiddetto “Fondo salva stati” e che non si vede la necessità di nuove iniezioni di denaro contante negli organismi sovranazionali. 500 miliardi, sembra assurdo dirlo, non sono una cifra illimitata. Che cosa potrebbe succedere se, dopo la Grecia, paesi più importanti come Italia o Spagna, con debiti pubblici enormemente superiori a quello di Atene, dovessero entrare in crisi di liquidità? Anche allora Angela Merkel troverebbe inutili nuovi finanziamenti? Se è vero, come si dice, che la Germania abbia già un “piano b” in caso di crollo dell’euro, non si può che concludere che la pervicacia con cui la cancelliera si rifiuti di condividere le sorti europee abbia qualche secondo fine. Insomma, a pensar male si fa peccato ma...

dership dalla Germania oggi ed è nell’interesse della Germania avere tale ruolo». Secondo la direttrice del Fondo monetario la crisi che l’Europa sta vivendo diventa ingestibile, perché non è legata a un peggioramento dell’attività, quanto all’incapacità dei suoi governanti di fare quelle riforme ne-

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In quest’ottica banco di prova per la nuova Europa diventa il haircut sul debito greco. La Lagarde ha chiesto «un accordo sostenibile. La mia aspettativa è che tutte le componenti e tutti i partner contribuiscano a costruire una soluzione che sia sostenibile a lungo termine per il paese», compresa la Bce. Preme per un accordo anche la Merkel, la quale – a differenza dell’ex ministro francese – non usa certamente la carota: «C’è tempo a sufficienza per dare alla Grecia il denaro di cui ha bisogno», facendo intendere a che cosa è legato il prossimo prestito straordinario da 110 miliardi di euro che Fmi, Ue e Bce hanno già promesso ad Atene. Se non bastasse, la cancelliera ha messo l’accento sulla necessità di «un nuovo programma per la Grecia», focalizzato non soltanto sulla crescita. Anche l’Europa, attraverso il commissario Olli Rehn, fa pressione e fa sapere che entro questa la fine settimana di questa settimana si attende un accordo sulla ridefinizione del debito greco, che, con le aste di marzo con rifinanziamenti per 14 miliardi, corre di fatto verso il default. Messaggio subito recepito dal ministro delle Finanze Evangelos Venizelos, che prima si è detto disponibile a chiudere l’intesa al più presto, quindi, come captatio benevolentiae verso Bruxelles e Berlino, ha pubblicato su in-

Pressioni per versare nel futuro Esm i 230 miliardi di euro non spesi dall’Efsf. Oggi il Fmi ribassa le stime sull’Europa: il Pil dell’area calerà dello 0,5 per cento nel 2012. Peggio l’Italia: -2,2. cessarie a farne un’area produttiva dinamica. Non a caso, ieri, segnalava che per superare la congiuntura «basta trovare la volontà politica per farlo». Questa mattina il Fondo monetario presenterà le sue nuove stime sulla crescita mondiale, e saranno tutte al ribasso: nel 2012 e nel 2013 il pianeta avanzerà rispettivamente del 3,3 e del 4 per cento (contro il 4 e il 4,5 per cento precedentemente stimati), Gli Usa non andranno oltre l’1,8 e e il 2,2, l’Eurozona invece chiudere l’anno in corso a -0,5 (l’Italia al -2,2) per tornare in positivo soltanto tra 24 mesi (+0,8 per cento). Per tutto questo la Lagarde si è accodato a chi negli ultimi mesi ha chiesto ai governi europei di superare i loro egoismi e lavorare «a favore della crescita, di una maggiore integrazione fiscale, insistendo in particolare sull’attuazione di meccanismo di aiuto (firewall) più forti. Perché senza, Italia e la Spagna potrebbero essere costretti a una crisi di solvibilità dagli enormi costi di finanziamento con implicazioni disastrose sulla stabilità del sistema».

ternet l’elenco di 4.152 evasori fiscali greci. I quali, complessivamente, devono alle casse pubbliche 15 miliardi di euro.

Ieri sera la Cnbc ha fatto sapere che entro 24 ore le parti dovrebbero chiudere sul haircut. Voci non confermate parlano di un taglio ai rendimenti dei vecchi titoli superiori al 50 per cento accettato nei mesi scorsi dai creditori, ma in ogni caso lontano dal 70 per cento ipotizzato dal governo greco. Quel che è certo è che l’esecutivo Papademos dovrà riconoscere nelle future aste cedole superiori a quanto previsto in passato. Scommettono su un accordo invece i mercati, ringalluzziti anche dai tentativi di congelare le ricapitalizzazioni imposte dall’Eba alle principali banche europee e dall’avanzamento del programma di riacquisto della Bce (la scorsa settimana sono stati spesi 2,2 miliardi) sul mercato secondario dei titoli di Stato. Con lo spread tra Btp e Bund calato a 409 punti, le Borse europee hanno chiuso tutte in positivo: Milano, la migliore con un +1,76 per cento.


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In libreria per liberal Edizioni “Il paradosso del Capitale”, tredici lezioni inedite che annu ll’inizio degli anni Settanta Lucio Colletti è considerato uno dei più importanti teorici del marxismo italiano: anche se nel 1964 è uscito dal Pci, con un percorso di contestazione da sinistra abbastanza contiguo a quello che poi esploderà nel ’68. Nel 1974 rilascia una Intervista politico-filosofica che appare prima sulla New Left Review e poi in un volume di Laterza, in cui proprio all’inizio di quel “biennio rosso” che segna il colmo delle fortune elettorali e mediatiche del marxismo italiano ne prende invece le più decise distanze. Iniziando così una nuova vicenda che lo porterà prima a recarsi addirittura in Svizzera per quattro anni, per potersi dedicare in pace a studiare il neo-empirismo anglo-sassone. Poi a essere ideologo del Psi di Craxi. Infine, a fare il deputato di Forza Italia. Sempre però, con un approccio critico che suscita qualche curiosità su quello che avrebbe potuto essere il suo tragitto posteriore, se la morte improvvisa non lo avesse colto il 3 novembre del 2001, proprio quando era appena iniziato il governo Berlusconi II. Ma tornando all’inizio degli anni Settanta, proprio in quell’epoca Colletti alla Sapienza fa un ciclo di tredici lezioni sul primo libro del Capitale. Esattamente il materiale è che è stato appena pubblicato da liberal Edizioni col titolo Il paradosso del capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite (a cura di Luciano Albanese, con una prefazione di Giancarlo Galli, 208 pagine, 13,00 euro).

A

In apparenza, è un testo che non lascia prevedere la sua svolta del 1974. D’altra parte Colletti era un filosofo profondo che con i giornalisti aveva un approccio tipicamente iracondo, ma quando poi si apriva si rivelava come persona estremamente alla mano. L’autore di queste righe ricorda tanti anni fa un’intervista in cui l’illustre intellettuale era restio a dare la sua analisi perché in quel momento giocava la Nazionale in televisione. In effetti parlò, ma ogni tanto interrompendosi. «Accidenti, hanno segnato e non ho visto il goal!». Dunque, non ha mai fatto mistero del fatto

Corpo a corpo di Maurizio Stefanini

che la sua evoluzione filosofica era stata spesso determinata da eventi biografici casuali e contraccolpi politici. Nato a Roma nel 1924, durante la Resistenza era ad esempio col Partito d’Azione semplicemente perché suo professore di liceo era stato Pilo Albertarelli, morto alle Fosse Ardeatine. Già sul percorso della Terza Via, aveva dunque trovato naturale nel 1948 votare per il Psli di Giuseppe Saragat. Ma quasi subito quell’esperimento di socialdemocrazia aveva iniziato a sembrargli un “abortino”. D’altra parte le Storie d’Italia e d’Europa di Benedetto Croce, per tanti altri suoi coetanei guida alla scoperta del liberalismo, gli sembrarono invece “vaporose”: «una storia ridotta alla vicenda etico-politica». Né l’ateismo gli permetteva di schierarsi con la parte di «Pio XII, padre Lombardi, Gedda». Pur se decenni dopo avrebbe riconosciuto che «la democrazia fu salvata da loro», e che lui stesso all’epoca avrebbe potuto prendere un diverso percorso se avesse già conosciuto il neo-empirismo anglo-sassone.

«Ero un cretino», avrebbe confessato da vecchio. «Rimasi vittima della teoria dell’engagement di Sartre. Della pressione a schierarsi». Una storia di amore «non platonico», tendeva a sottolineare, con una tedesca lo aveva poi portato a conoscere la Germania. La conoscenza della Germania lo aveva portato a un assistente di Japers. Due libri che l’assistente di Jaspers doveva far recapitare in Italia lo avevano condotto a Ugo Spirito, che lo aveva fatto collaborare al suo Giornale critico della filosofia italiana e lo aveva anche fatto suo assistente. Ugo Spirito lo aveva poi portato a Galvano Della Volpe. E Galvano della Volpe, come Spirito passato direttamente dal fascismo al comunismo, aveva finito per instradare gli interessi di Colletti verso il marxismo, condito anche da una tessera del Pci. Solo che Della Volpe era un marxista in realtà eterodosso: che voleva separare Marx da tutta una contaminazione hegeliana secondo lui derivante da Engels, per trasformarlo nell’alfiere di un «galileismo morale» in cui i risultati della rivolu-

Come un apprendista stregone che cerca di dominare le forze evocate, volle approfondire la sua analisi zione scientifica del XVII secolo venivano trasferiti all’analisi della società. Nel contempo, collegava però a Marx Rousseau, rileggendo il Contratto sociale in chiave marxista. Per Colletti, un modo affascinante per conservare l’aspetto anticonformista di Marx, senza per questo farsi risucchiare dalla «filosofia da dinosauri» del materialismo dialettico alla sovietica.

Ma essere anti-sovietici nel Pci di allora risultava una contraddizione in termini. Così nel 1964 Coletti se ne era andato: rompendo con Della Volpe dal punto di vista ideologico, anche se non personale. Più coerentemente marxroussoiano di lui, cerca di passare dalla teoria alla pratica, predicando il ritorno ai Soviet sulla rivista da lui fondata e diretta La sinistra. Appunto, però, quando di lì a quattro anni il marx-roussoismo

diventa l’ideologia della rivoluzione sessantottina, Colletti è disgustato dalla baraonda che ne viene fuori. «Quando esplose il coperchio della pentola, Colletti cominciò a sentirsi come l’apprendista stregone che non riesce più a dominare la forza che ha evocato», spiega il curatore Luciano Albanese nella sua nota al Paradosso del Capitale. Per reazione, approfondisce il rigore della propria analisi. Ma proprio questo approfondimento di cui Il paradosso del Capitale è un illuminante esempio lo porterà infine alla resa dei conti finale dell’Intervista. Qua però c’è forse anche un altro titolo di Colletti delle Edizioni liberal che sarebbe da tener presente. È del 2008: Lezioni tedesche. Con Kant, alla ricerca di un’etica laica. Anche queste derivano da un ciclo di lezioni, ma di un periodo più recente, e del tutto diverso: non i pri-


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unciano il ritorno alla liberaldemocrazia del filosofo italiano

con Marx

smo derivato dall’etica protestante, in particolare, inverte del tutto la teoria marxiana secondo cui l’economia è la struttura da cui tutto dipende, dimostrando come al contrario può essere la sovrastruttura religiosa a determinare la struttura economica. Ebbene. Colletti dimostra non solo quanto il famoso prototipo weberiano del capitalista come modello di efficienza debba alle definizioni marxiane, ma che perfino il nesso tra protestantesimo e capitalismo è già presente nel Capitale. «Il rapporto tra i cristiani e il Cristo, la correlazione Cristo-denaro e quindi la riduzione del rapporto delle merci col denaro al rapporto che c’è tra i cristiani e il Cristo viene impostato da Marx quando pone in stretta connessione il capitalismo e il cristianesimo (il cristianesimo riformato, cioè il protestantesimo). La celebre tesi di Max Weber che pone in connessione l’etica protestante e lo spirito del capitalismo è in realtà una tesi che ha il suo luogo di origine in Marx. Sotto questo profilo il Capitale è ben più che l’analisi del modo di produzione capitalistico: è l’analisi della società cristianoborghese come espressione strutturale e sovrastrutturale del modo capitalistico di produzione. Questo parallelo per cui il denaro e Cristo vengono sviluppati in simultaneità è arricchito dall’anali-

conflitti e le tesi fondamentali sono economici e sociologici insieme. Così la categoria forza-lavoro e la classe sociale proletariato vengono, almeno in linea di principio, fatte convergere e, in pratica, identificate». Qui entrano in ballo i due concetti di plusvalore assoluto e relativo. Chi ha studiato la storia del pensiero economico sa che nell’economia politica cosiddetta classica il valore di un bene è rappresentato dal lavoro che vi è stato immesso per produrlo: “lavoro cristallizzato”, secondo la celebre formula marxiana. A lavoro cristallizzato si ridurrebbero alla fine anche gli altri due fattori produttivi della terra e del capitale, e dunque per remunerare l’imprenditore sarebbe necessario togliere all’operaio una quota del suo lavoro: quello che è appunto il plusvalore. I marxisti ortodossi una volta dicevano che era stato per togliere al movimento operaio questa formidabile definizione scientifica dello sfruttamento che l’economia politica neoclassica o marginalista aveva sostituito alla teoria del valore lavoro quella del valore di scambio, derivante dalla legge della domanda e dell’offerta. Mentre la socialdemocrazia ottocentesca aveva fatto la battaglia per le otto ore di lavoro nell’idea che togliendo plusvalore al padrone si potesse infine mandarlo in crisi.

Ribaltando le idee correnti, dimostra come il nesso tra religione ed economia sia già presente nel Capitale

Colletti ricorda però come Marx in realtà differenzi il plusvalore assoluto, che si ottiene prolungando al massimo la giornata lavorativa, dal plusvalore relativo, che si ottiene riducendo il valore della forza-lavoro. Cioè, aumentando la produttività mediante la cooperazione, la divisione manifatturiera del lavoro e l’introduzione del macchinario. E qui c’è appunto un preciso disegno politico della classe imprenditoriale, che corrisponde appunto alla funzione di innovazione che al capitalismo assegna la concezione schumpeteriana. «Dunque - è la conclusione delle tredici lezioni - nella figura del capitalista vengono a congiungersi due ruoli: il ruolo di classe e il ruolo di direzione dei lavori. Questi due ruoli vengono a coincidere in una determinata fase storica dello sviluppo capitalista, dove il possessore del denaro, il capitalista, diventa oltre che imprenditore, direttore dei lavori. Queste due figure poi si dissociano, e il massimo della dissociazione è nel capitale azionario moderno, dove la proprietà e la direzione manageriale non coincidono più». Ma Colletti ricorda pure che «in Marx non c’è nessuna nostalgia romantica né per l’artigiano né per il contadino indipendente». La «contrapposizione delle potenze intellettuali insite nel processo di produzione, che ora risultano un potere che si erge contro gli operai e li domina è detto nella frase finale è il prodotto più vistoso della divisione del lavoro di tipo manifatturiero». In apparenza, un richiamo all’attualità della lotta di classe. Viene però dopo questo richiamo al Marx cantore del ruolo rivoluzionario del capitalismo che in qualche modo, visto retrospettivamente, annuncia l’ormai prossimo ritorno di Colletti alla liberaldemocrazia.

si che intercorre tra i membri della società civile e lo Stato rappresentativo moderno. I tre discorsi sono in realtà tre facce di un medesimo discorso».

mi anni Settanta subito prima dell’abbandono del marxismo, ma del 1994-’95, nell’ultimo corso universitario prima dell’elezione in Parlamento. Per Colletti si trattava un po’ di un debito da pagare, perché era stato appunto Kant a «risvegliarlo dal sonno dogmatico». A Kant era infatti approdato proprio per l’aver separato Marx da Hegel. Ma proprio gli scritti del 1763 in cui Kant «addita la differenza radicale tra la contraddizione (che è solo logica) e la contrarietà (che è tra enti reali: bianco e nero, onda e vento)» gli fecero capire che la dialettica era del tutto incompatible con la scienza: non solo nel suo versante hegeliano, ma anche in quel tipo di «dialettica scientifica» che aveva caratterizzato il Marx non-hegeliano di Della Volpe. Eppure, anche alla luce dell’evoluzione successiva questi

studi sul primo libro del Capitale ci mostrano che non tutto Marx è da buttare. Come osserva sempre Albanese, «scorrendo le lezioni di Colletti due dati si impongono all’attenzione. In primo luogo, lo sforzo costante, da parte di Marx, di individuare - contro l’economia volgare e più in generale contro tutti gli scrittori di economia precedenti e contemporanei - i caratteri specifici del modo di produzione capitalistico, distinguendolo con cura dal modo di produzione della comunità primitiva, della città antica e della civiltà medievale, in particolare la società immediatamente precedente quella borghese, ossia la società per ceti». In Italia e non solo si è teso spesso, specie a livello di divulgazione, a considerare Max Weber come una sorta di anti-Marx: la famosa teoria del capitali-

Ma poi, c’è anche un secondo aspetto. Ci spiega ancora Albanese: «Il Capitale non è semplicemente un’opera di economia, ma un’opera in cui economia, politica e storia concreta sono inestricabilmente fuse. Il rapporto economico espresso nella celebre formula D-M-D’, è già, in questa stessa formulazione, il rapporto capitale-forza lavoro, quindi il rapporto politico tra due classi sociali, le due classi protagoniste della storia moderna. È questo l’aspetto del pensiero di Marx che Schumpeter sempre richiamato da Colletti a tale proposito aveva colto acutamente». Il viennese Schumpeter, in contrapposizione al prussiano Weber, rappresenta l’altro indispensabile seppur in teoria antitetico polo dell’imprenditoria capitalista: dopo la razionalità organizzatrice, la follia creatrice, per la quale ogni distruzione offre una possibilità di innovazione. «Nell’argomentazione marxista scrive Schumpeter - sociologia ed economia si permeano a vicenda; tutti i


mondo

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La cellula terroristica fermata mentre era diretta a Kerbala per visitare la tomba dell’imam Hussein, nipote di Maometto

Sette arresti per Nassiriya Presi in Iraq i responsabili della strage contro la base italiana. Dal Marocco l’autista kamikaze di Antonio Picasso assiriya caso chiuso? L’arresto dei sette responsabili, o almeno ritenuti tali, dell’attentato che, il 12 novembre 2003, costò la vita a 19 militari italiani riapre le ferite di allora e fa luce su ulteriori potenziali polemiche. Ieri pomeriggio, al diffondersi della notizia, i più letti giornali on line del nostro Paese riportavano semplicemente il comunicato trasmesso da Bagdad. Aswat al-Iraq era la fonte primaria. Si leggeva dell’arresto e si faceva un rapito riepilogo dei fatti di allora. Gli approfondimenti riceveranno l’adeguato spazio nei giornali di oggi. Almeno così si immagina. Sono passate inosservate però le incongruenze per cui i presunti responsabili dell’attacco facessero parte di – citiamo – una «cellula indipendente» che avrebbe agito senza un ordine dall’alto.

N

Viene poi aggiunto che lo stesso commando rispondesse ad Ayman al-Zarqawy e ad Abu Anas al-Shami. Due le distonie da sottolineare: una cellula di al-Qaeda è, per definizione, indipendente e non riceve disposizioni dal vertice, se non ideo-

logiche. Inoltre, né Zarkawy né al-Shami possono essere ridotti a banali leader locali, come sembra filtrare nel comunicato ieri. I loro rispettivi ruoli erano di capo di Ansar al-Islam e di emiro del Consiglio della Shura, l’organo supremo ideologico-religioso dell’organizzazione terroristica al-Tawhid wal Jihad. Si sta parlando delle due teste pensanti del movimento qaedista in Iraq, negli anni più drammatici della guerra contro le forze occidentali prima e di quella civile poi. È bene che tutto questo venga ricordato oggi.

tiamo dalla prima. Riprendiamo il termine “Mesopotamia” caro ai terroristi che, tra il 2003 e il 2009, hanno scatenato la loro furia nel Paese.

Il loro obiettivo era creare un califfato fondamentalista in mezzo ai due fiumi più importanti della punta orientale della Mezzaluna fertile, Tigri ed Eufrate. Da qui il nome che richiamava le antiche civiltà. Al-Qaeda avrebbe riportato l’ortodossia – o quella che presumeva si fosse – del Corano, in un Paese abitato da un’importante co-

I terroristi operavano in modo autonomo senza alcun collegamento con gli altri gruppi di al-Qaeda presenti nella zona. I loro nomi, però, erano già noti ai Ros da cinque anni Così come, del resto, venne messo in evidenza allora. A questo punto due sono le domande: che fine ha fatto il movimento di al-Qaeda in Mesopotamia? E in senso ancor più lato, qual è la situazione irachena oggi, a quasi un anno e mezzo dalla smobilitazione delle forze Usa e a un mese esatto dall’addio dell’ultimo Gi? Par-

munità sciita e da anni soggetto al regime infedele di Saddam Hussein. Al-Shami e alZarkawi non riuscirono nell’intento. In primis perché vennero entrambi eliminati dalle truppe occidentali. Ma anche perché la loro idea non ebbe presa su una popolazione vessata da troppe violenze. Quella di alQaeda si ridusse quindi a un fe-

nomeno terroristico macchinosamente intrecciato con la guerra civile (sciiti-sunniti), le persecuzioni confessionali contro i cristiani e quelle etniche – è il caso dei kurdi. Si aggiungano poi le rivalità claniche e la lotta contro il nemico invasore, vale a dire Usa e loro alleati. Questo, a grandi linee, era il caos iracheno. E sorprende co-

me oggi l’addendo che in questa sommatoria ha perso più smalto sia al-Qaeda. Il Paese resta una polveriera di odi ancestrali, pronta a scatenare al propria furia.Tuttavia altri, non i jihadisti, sono lì a tenere i comandi de detonatore. Ieri, mentre si riemergevano i ricordi di Nassiriya, si apprendeva della morte di Majid Has-

Nessun riconiscimento al valor militare e nessuna possibilità di dare il loro nome a una caserma. Perché non erano in guerra

Tutti quegli eroi senza la medaglia d’oro rano le 10.40 del mattino del 12 novembre 2003, un giorno come tanti altri, a Nassiriya, capoluogo del Dhi Qar, in Iraq. In Italia le otto erano passate da quaranta minuti quando i telegiornali diffusero i primi lanci d’agenzia. Per sapere, più tardi, che un’autobomba lanciata contro la base “Maestrale” aveva ucciso diciannove italiani fra carabinieri, uomini dell’esercito e civili, che facevano parte dell’operazione Antica Babilonia. Le prime immagini mostravano la base Maestrale immediatamente dopo l’attacco. Da quel che restava delle due palazzine si levavano colonne di fumo. In sottofondo, le sirene delle ambulanze. Ma anche un crepitìo, ripetuto, di colpi. Pochi minuti prima un camion cisterna pieno di esplosivo era deflagrato davanti alla base Msu (Multinational Specialized Unit) italiana dei

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di Martha Nunziata Carabinieri, provocando l’esplosione del deposito munizioni della base e la morte di diciannove persone tra Carabinieri, militari e civili. Un bilancio terribile, che avrebbe potuto essere ancora più grave

dalla nuova polizia irachena e dai civili del luogo. Nell’esplosione rimase coinvolta anche la troupe del regista Stefano Rolla che si trovava sul luogo per girare uno sceneggiato sulla ricostruzione a

Erano le 10.40 del 12 novembre 2003 quando venne lanciata un’autobomba contro la nostra base militare, uccidendo 28 persone, soprattutto carabinieri, ma anche civili e iracheni se il tentativo del Carabiniere Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base “Maestrale”, di fermare con il fucile AR 70/90 in dotazione i due attentatori suicidi non fosse riuscito: il camion, infatti, non esplose all’interno della caserma ma sul cancello di entrata. I primi soccorsi furono prestati dai Carabinieri stessi,

Nassiriya da parte dei soldati italiani, nonché i militari dell’esercito italiano di scorta alla troupe che si erano fermati lì per una sosta logistica. Il Comando dell’Italian Joint Task Force si trovava a 7 chilometri da Nassiriya, in una base denominata “White Horse”, distante circa 4 chilometri dal Comando Usa di Tallil. Il

Reggimento Msu/Iraq, composto da personale dei Carabinieri Italiani e dalla Polizia militare romena (a cui poi si aggiungeranno, a fine Novembre 2003 120 uomini della Guardia nazionale portoghese), era diviso su due postazioni: la base “Maestrale”e la “Libeccio”, entrambe poste al centro dell’abitato di Nassiriya. Presso la base “Maestrale” (nota anche con il termine “Animal House”), che durante il regime di Saddam Hussein era sede della Camera di Commercio, ove era acquartierata l’Unità di Manovra. Presso la “Libeccio”aveva sede, sia il Battaglione Msu che, il Comando del Reggimento Msu/Iraq. Era infatti intendimento dei Carabinieri, contrariamente alla scelta dell’Esercito di stabilirsi lontano per avere una maggiore cornice di sicurezza, posizionarsi nell’abitato per un maggior contatto con la popolazione.


mondo

A destra, un’immagine della base militare italiana di Nassiriya all’indomani del tragico attentato kamikaze. Sopra, un frame tratto dal film “Venti sigarette” di Aureliano Amadei, tratto dall’omonimo romanzo. Sotto, i funerali solenni a Roma nel 2003 e le foto di due delle vittime: Alessandro Carrisi (a sinistra) e Davide Ghione (a destra) san Ali, che a suo tempo si era incoronato come emiro dello Stato islamico di Musul, tassello del citato califfato qaedista. È l’ultimo successo di una lunga operazione della polizia di Bagdad volta a chiudere i casi irrisolti della guerra. Nassiriya si inserisce nello schema. Ciò non vuol dire che l’Iraq stia marciando verso la sua com-

pleta pacificazione interna. No, questa è un’illusione che preferiamo lasciare agli ottimisti di Washington. Al contrario, il Paese è bloccato in una spirale di regolamenti di conti che, forse, solo le truppe straniere riuscivano a contenere. Almeno in parte. La risposta alla seconda domanda è che l’Iraq è nelle mani di una pletora ormai spal-

mata sulle posizioni del suo vicino più potente: l’Iran. Il governo sciita di al-Maliki, finché gli Usa erano dietro la porta di casa, fingeva di obbedire agli ordini della Casa Bianca. Oggi, si limita al riciclaggio di dollari provenienti da Teheran e che gli Ayatollah – effettivi controllori del Paese – non possono rimettere sul mercato a causa delle

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sanzioni Onu. Potrebbe far altro al-Maliki? Le concessioni petrolifere sono state tutte distribuite. Gli “invasori”, che lo hanno portato al potere, ora se ne sono andati.

Al premier non gli è restato che baciare la pantofola del clero d’oltrefrontiera. Nel mentre i sunniti, non solo i reduci di alQaeda, pagano il prezzo per essere passati dall’altare alla polvere. E con loro i cristiani, oppure, se vogliamo osservare la faccenda con un obiettivo anco-

Il commando sarebbe stato diretto da Ayman al-Zarqawy e ad Abu Anas al-Shami, rispettivamente capo di Ansar al-Islam ed emiro del Consiglio della Shura. Oggi entrambi morti ra più dilatato, tutta l’opinione pubblica nazionale. Ci sarebbe anche la questione kurda. Ma quella è un caso a sé. Negli ultimi giorni, Le forze speciali irachene hanno arrestato il vicegovernatore della provincia di Diyala, il sunnita Ghadhban alKhazraji. Un altro vicegovernatore, addetto agli affari amministrativi, Talal al-Juburi, an-

Due mesi dopo l’attentato, il Reggimento lasciò definitivamente anche la Base “Libeccio”, trasferendosi alla base di “Camp Mittica” nell’ex aeroporto di Tallil, a 7 km da Nassiriya.

Nell’attentato morirono 28 persone, 19 italiani e 9 iracheni. L’Italia perse i carabinieri Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d’Oro di Benemerito della cultura e dell’arte, Giovanni Cavallaro, sottotenente, Giuseppe Coletta, brigadiere, Andrea Filippa, appuntato, Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente, Daniele Ghione, maresciallo capo, Horacio Majorana, appuntato, Ivan Ghitti, brigadiere, Domenico Intravaia, vice brigadiere, Filippo Merlino, sottotenente, Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d’Oro di Benemerito della cultura e dell’arte, Alfonso Trincone, maresciallo aiutante, e i militari dell’esercito Massimo Ficu-

ciello, capitano (alla memoria dell’Ufficiale della Cellula di Pubblica Informazione nel 2008 è stato dedicato il Premio di Giornalismo Internazionale “Capitano Massimo Ficuciello”, presso l’Institute for Global Studies), Silvio Olla, maresciallo capo, Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore, Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto,

ch’egli colpito da un mandato d’arresto, è invece riuscito a fuggire in Kurdistan. Erano entrambi funzionari iscritti nelle liste della coalizione Iraqiya. Altrettanto sono stati colpiti da ordine di arresto anche due consiglieri provinciali. Per tutti le accuse sarebbero di attività terroristica. Il mese scorso i consiglieri della provincia di Diyala, a maggioranza sunnita, avevano firmato un documento in cui chiedevano maggiore autonomia dal governo centrale di Baghdad.Tutti però sono fini-

Pietro Petrucci, caporal maggiore. Con loro persero la vita anche due civili, il cooperatore internazionale Marco Beci e il regista Stefano Rolla, che stava preparando il film-documentario sulla missione italiana in Iraq. La camera ardente per tutti gli italiani morti venne allestita nel Sacrario delle Bandiere del Vittoriano, dove fu oggetto di un lungo pel-

ti nel file “al-Qaeda”. Perché alla Bagdad sciita fa comodo sventolare lo spauracchio del terrorismo per eliminare i suoi nemici sunniti. Peccato però che i nostalgici di al-Zarqawi & Co. abbiano traslocato da quella Mesopotamia sempre più ostile, per andare in quadranti più interessanti. Per esempio in Nord Africa e in India.

legrinaggio di cittadini. I funerali di Stato si svolsero il 18 novembre 2003 nella Basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, officiati dal cardinale Camillo Ruini, alla presenza delle più alte autorità dello Stato, e con una vastissima e commossa partecipazione popolare, con più di 50mila persone. Le salme giunsero nella Basilica scortate da 40 corazzieri a cavallo. Per quel giorno, uno dei più tristi e bui della Repubblica, fu proclamato il lutto nazionale. Alle vittime dell’attentato di Nassiriya sono state intitolate numerose vie, piazze e monumenti in tutta Italia, ma non potranno mai essere intitolate caserme o scuole militari, perché sono morti non in guerra, ma in una missione di pace. Per questo motivo, per la burocrazia italiana, questi eroi non possono ricevere la medaglia d’oro al valore militare, ma solo la Croce d’onore, conferita loro nel 2005.


mondo

pagina 12 • 24 gennaio 2012

C’è tempo fino al 1 luglio per rescindere i contratti petroliferi in corso, invece per le nuove forniture lo stop sarà immediato

Embargo Ue all’Iran Trovato l’accordo per ostacolare “la bomba”. Ma i 27 rischiano molto di John R. Bolton a crisi finanziaria europea e l’inefficace sforzo per fermare il disegno nucleare dell’Iran, sono entrati in rotta di collisione. E mentre l’Ue vara delle nuove sanzioni e un embargo sul petrolio iraniano, le economie Ue più instabili cercano di ritagliarsi spazi di autonomia. Ironia della sorte, Francia e Regno Unito, che per anni hanno resistito alla richiesta Usa di inasprimento delle sanzioni verso Teheran, adesso hanno spinto più di ogni altro Paese per ottenerle. Certo, nessuna delle due importa quote decisive di greggio e le loro economie saranno quelle che risentiranno di meno dal provvedimento. Viceversa, altri Paesi Ue potrebbero trovarsi nei guai. Come la Grecia, che dall’Iran importa il 34 % del suo petrolio. O l’Italia, che importa il 12,4 % e la Spagna che è a quota 15 %. Dati, questi, che chiariscono pienamente il motivo per cui la discussione su sanzioni sì, sanzioni no, a Bruxelles è durata davvero parecchio, spesso con scontri anche abbastanza brutali.

L

Detto questo, le varie eccezioni proposte, le dilazioni immaginate dai 27 e la possibilità di ritornare sui propri passi, lasciano ogni Paese relativamente libero di agire per conto proprio. Il provvedimento è rimasto a lungo sottotraccia anche a causa della crisi economica, e benché questa sia lungi dal finire alla fine si è trovata una quadra. Al contempo si è fatta strada la propaganda dell’amministrazione Obama sull’impatto economico delle sanzioni contro l’Iran. Lo scorso anno, il Congresso ha approvato delle nuove misure restrittive contro le principali istituzioni finanziarie di Teheran, proprio per evitare di colpire il comparto petrolifero. La paura di Obama, adesso in piena campagna elettorale, era quella di un improvviso e significativo innalzamento dei prezzi del greggio su scala mondiale, capace di mettere a rischio la ripresa americana. Motivo per cui, anche nel caso statunitense, si è lasciato ampio spazio alle eccezioni. Tutto questo, però, non fa che aumentare la possibilità che le nuove sanzioni possano avere un effetto limitato. Se Obama conce-

Non si è fatta attendere la risposta del regime

E Teheran minaccia di chiudere Hormuz

ministri degli Esteri dell’Ue hanno dato il via libera all’embargo petrolifero contro l’Iran che prevede il divieto di importare, acquistare o trasportare il greggio di Teheran per tutti i 27 Paesi europei. L’embargo, deciso per sanzionare il programma nucleare del regime degli ayatollah, riguarda i nuovi contratti mentre per quelli in essere ci sarà tempo fino al 1 luglio per allinearsi allo stop. I capi delle diplomazie dei Ventisette hanno anche congelato i beni della Banca centrale iraniana e vietato «il commercio di oro, metalli preziosi e diamanti con enti pubblici iraniani e la banca centrale». Le attività della Banca centrale considerate legittime potranno però continuare, seppur «in condizioni ristrette». L’annuncio ha provocato l’immediata reazione iraniana, con il vicepresidente della Commissione Esteri di Teheran, Mohammad Kossari, che è tornato a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’imbuto di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman per cui passa il 20 per cento del traffico mondiale petrolifero. Anche la Russia si è

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schierata contro l’embargo: «Le sanzioni unilaterali non aiutano. Inviteremo tutti ad astenersi da iniziative dure e cercheremo di far riprendere i negoziati», ha assicurato il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov. Fonti Ue hanno spiegato che l’impatto economico dell’embargo - che potrebbe svantaggiare Paesi importatori da Teheran come la Grecia e l’Italia - sarà tenuto sotto controllo ed «entro il primo maggio» sarà effettuata una verifica sulla sua applicazione. In caso di valutazione negativa sull’impatto economico, la misura resterà comunque in vigore «a meno che l’unanimità dei Paesi europei non decida di revocarlo». Atene, in particolare, rimasta l’unica ad opporsi all’embargo, si è infine convinta grazie alla garanzia ottenuta dall’Ue sui pagamenti che dovrà effettuare per acquistare petrolio. Arrivando al palazzo del Consiglio a Bruxelles, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, aveva ribadito che l’Italia è «certamente con l’Europa» sull’embargo e «spinge per il proseguimento della politica del doppio binario, dialogo e sanzioni».

desse anche solo una piccola esenzione alla Turchia, ad esempio, il Giappone e la Corea del Sud chiederebbero sicuramente un trattamento simile. Mentre l’India ha già detto che ridurrà l’importazione di petrolio dall’Iran in risposta alle sanzioni del Consiglio si Sicurezza dell’Onu, cosa che, naturalmente, nè Cina nè Russia permetteranno. Quindi l’effetto netto della nuova legislazione sarà probabilmente molto ridotto.

È interessante notare come la Cina si stia comportando nel modo più capitalista di tutti. In primo luogo Pechino (insieme a Mosca) continua a non nascondere la propria opposizione alle nuove sanzioni, soprattutto se limiteranno l’importazione di petrolio iraniano da parte della Cina. In secondo luogo, la Cina è apertamente contro la detenzione di armi nucleari da parte dell’Iran, il che consente a Obama di proclamare – in maniera fuorviante – l’esistenza di un mondo unito contro l’Iran. Infatti, mentre la Cina potrebbe non volere un Iran nucleare, non ha in programma di fare alcunché per prevenirlo. In secondo luogo, il premier cinese Wen Jiabao ha visitato i paesi arabi produttori di petrolio, indicando fonti alternative di produzione di greggio nel caso in cui l’Iran venga tagliato fuori. I capitalisti lo chiamano hedging. Inoltre l’Iran, diplomaticamente più astuto dei suoi avversari, sta per accettare i nuovi negoziati con i cinque membri permanenti più la Germania del Consiglio di Sicurezza. La Russia e la Turchia hanno già accolto favorevolmente quest’ultima manovra dell’Iran. Queste discussioni – che si sono

accese e spente per anni – non hanno prodotto alcun limite rilevante alla continua ricerca dell’Iran di armamenti nucleari. Se qualcosa hanno prodotto,è stato solo del tempo.Tempo usato dall’Iran per andare avanti nei loro piani atomici e ottenere coperture politiche. Solo Israele sembra aver capito quanto sia pericolosa la situazione, con l’Iran che si avvicina sempre più al suo obiettivo. Per evitare qualsiasi azione militare preventiva, Obama ha applicato un’implacabile pressione su Israele, fino ad ora con successo. Anche se non è dato sapere ancora per quanto Israele abbia voglia di restarsene buona buona in attesa. Ma su una cosa possiamo scommettere: fino a quando non ci saranno nuove trattative, i diplomatici occidentali cercheranno di evitare qualsiasi ulteriore sanzione per paura di mettere a rischio il loro prezioso “processo”di negoziazione. Nel frattempo, naturalmente, l’Iran continuerà i suoi progressi verso il nucleare, e troverà nuovi e migliori modi per aggirare le misure, dure solo in apparenza. Inoltre la crisi finanziaria europea continuerà a diffondersi, con conseguente incertezza sui prezzi internazionali del petrolio, rendendo quindi la situazione ancora più difficile. I leader occidentali potrebbero quindi essere obbligati a scegliere se spremere di più l’Iran o mettere a rischio le loro riprese economiche. Se la scelta diventa questa, ci sono pochi dubbi su quello che succederà. I mullah di Tehran capiscono perfettamente questa dinamica, e la stanno sfruttando con successo. È per questo motivo che il 2012 potrebbe essere l’anno dell’atomica iraniana.


mondo

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Il Cnt di Jalil appare sempre più indebolito

Libia, cade Bani Walid e si spara anche a Tripoli

Nello scontro almeno 5 morti e 20 feriti, mentre torna a sventolare la bandiera lealista e si aprono le carceri di Luisa Arezzo ani Walid è tornata in mano ai lealisti. O almeno larga parte della cittadina, già roccaforte del Raìs, sarebbe stata ripresa dai commandos armati fini ai denti e sempre fedeli a Gheddafi, vivo o morto che sia. La bandiera verde, dunque, sventola nuovamente a 170 chilometri da Tripoli e molto vicino a Misurata (anch’essa ex roccaforte del dittatore), e benché questo non cambierà le sorti del Paese è comunque uno smacco non da poco per chiunque si fosse illuso che dopo la morte del Colonnello la pace fosse cosa fatta e la stabilità solo questione di tempo. I morti e feriti di ieri (almeno 5 le vittime, una ventina i feriti), la sparatoria udita a Tripoli (al momento in cui andiamo in stampa si conta almeno un morto), e l’aggressione di sabato scorso al leader del Cnt Jalil oltre al saccheggio della sede del Consiglio a Bengasi, suggeriscono infatti che stabilità, per la Libia è ancora una chimera. E che anche il nuovo corso nelle relazioni fra Roma e Tripoli annunciato dal nostro premier la scorsa settimana è forse più fragile del previsto. Al centro del contendere, certamente anche il mancato accordo sulla nuova legge elettorale. Il disegno doveva essere approvato ieri e invece il mancato accordo fra tutti gli attori in campo, le varie tribù e fazioni di cui tanto si è già scritto, hanno fatto slittare la decisione al 28 gennaio. Almeno così si spera. La precarietà del momento è stata siglata anche dalle dimissioni insapettate date «nell’interesse della nazione» proprio due giorni fa dal vicepresidente del Cnt, Abdel Hafiz Ghoga. «Le proteste antigovernative - ha detto di recente Jalil - rischiano di gettare il Paese in un pozzo senza fondo».

B

apparsi sulla stampa occidentale – indicano che la resistenza al Consiglio Nazionale Transitorio (Cnt) starebbe ottenendo un sostegno crescente fra i libici e che l’autorità del suo leader, Mustafa Abdul Jalil, si starebbe logorando sempre più rapidamente di fronte all’ascesa delle milizie armate e dei loro comandanti sul campo.

«Le milizie armate, in particolare, costituiscono la preoccupazione maggiore degli abitanti della capitale Tripoli e dell’intero territorio libico. La gente teme per la propria vita e per quella dei propri figli in conseguenza di questo fenomeno. La maggior parte delle città libiche si sono trasformate in una giungla di armi, mentre le milizie in lotta fra loro hanno cominciato a spartirsi i quartieri. Tali milizie sono costituite da quattro gruppi principali: le brigate di Zintan, il Consiglio militare di Tripoli (guidato da Abdelhakim Belhadj), la milizia di Misurata, e l’Esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar». Osama al-Juwaily, ministro della Difesa nel governo di Abdurrahim el-Keib, più di una volta ha fissato scadenze per la confisca delle armi nelle città, per lo scioglimento delle milizie, e per l’integrazione dei loro membri nelle file dell’esercito, ma queste promesse non sono state mantenute né le scadenze sono state rispettate, mentre il caos della sicurezza è rimasto invariato. «Gli Stati occidentali - secondo Al-Quds - non mostrano la dovuta preoccupazione per questa situazione, poiché fino a quando il petrolio libico continua a fluire verso i loro porti essi si accontentano di essere riusciti a rovesciare il regime. Il caos libico non li tocca in alcun modo, a meno che non emerga una resistenza armata in grado di minacciare la produzione del petrolio e di colpire le condotte dirette verso i porti da cui viene esportato il greggio».

Dopo ore di battaglia, i miliziani del clan dei Warfalla, che sostengono il passato regime del Raìs, hanno ripreso la città

MINISTERO DELLA DIFESA COMANDO REGIONE MILITARE NORD Ufficio Amministrazione Corso Vinzaglio, 6 10121 Torino

AVVISO La presente pubblicazione è effettuata per conto di tutti i Comandi Militari dell’Esercito dislocati nelle Regioni Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche e nella provincia di L’Aquila. Ai sensi del D.P.R. 20/08/2001 n. 384, D.M. 16/03/06, D.P.R 19/4/2005 n. 170, il Comando Regione Militare Nord – Ufficio Amministrazione - Corso Vinzaglio n. 6 10121 Torino, in qualità di Ente delegato a predisporre l’elenco delle imprese qualificate, rende noto che sul sito http://www.esercito.difesa.it/BandidiGara/Pagine/default.aspx sono pubblicati i settori/categorie merceologiche per le quali durante l’anno 2012 è previsto, presumibilmente, il ricorso alla procedura ad economia per acquisizione di beni, esecuzione di lavori ed appalto di servizi, e tutte le informazioni necessarie per la presentazione della domanda di iscrizione ed il modulo di domanda previsto. Informazioni esclusivamente a mezzo posta elettronica: infoalbo@rmnord.esercito.difesa.it. IL CAPO DEL SERVIZIO AMMINISTRATIVO Ten. Col. com Gaetano SIMONETTI

Sopra, Catherine Ashton, l’Alto Commissario agli Esteri della Ue. In apertura, barili di greggio. L’Italia importa annualmente il 12,4 del suo petrolio da Teheran. A sinistra, il presidente Ahmadinejad, che non ha accolto bene il provvedimento, minacciando nuovamente di far chiudere Hormuz. A destra, il leader del Cnt Mustafa Abdel Jalil

L’allusione alla guerra civile è evidente, d’altronde tutti hanno contezza dell’enorme quantità di armi che circola nel Paese. Armi che il Cnt ha cercato di farsi restituire, ma senza alcun successo. Che la situazione a Bani Walid stesse diventando incandescente non era un segreto. Situata nel distretto di Misurata, è la città madre della tribù dei Warfalla, che dall’inizio della rivolta dello scorso anno contro l’ormai defunto Muammar Gheddafi è stata sempre divisa tra lealtà al colonnello, catturato a Sirte il 20 ottobre scorso e poi morto, e appoggio ai ribelli. Insieme a Sirte è stata una delle ultime roccaforti del passato regime. La sua “liberazione” ad opera delle milizie del Consiglio nazionale transitorio, è avvenuta lo scorso 17 ottobre. Ma i vessilli verdi della Jamahiriya non sono mai scomparsi del tutto, facendo capolino un giorno in un quartiere e un giorno in altro. Il vero problema, come ben sottolinea un lungo editoriale uscito ieri sul quotdiano panarabo Al- Quds al-Arabi è che le informazioni provenienti dalla Libia – in base a numerosi reportage

Il popolo libico, però, si è ribellato contro il precedente regime ed ha in gran parte sostenuto l’intervento della Nato per rovesciarlo, sperando che avrebbe poi goduto di sicurezza e stabilità, e usufruito degli introiti petroliferi che raggiungono i 60 miliardi di dollari l’anno. Ma il deterioramento della sicurezza e l’inasprimento del conflitto fra le milizie potrebbero portarlo alla frustrazione ed alla disperazione. «Il rovesciamento di un regime dittatoriale è certamente un fatto positivo, che però può tradursi in una catastrofe se l’alternativa diventa il caos e l’insicurezza, la lotta fra le milizie, e un’occupazione occidentale mascherata o palese». E in questo quadro di incertezza arrivano anche le dimisisoni dell’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, che ha annunciato di voler lasciare da subito la sua carica «per motivi personali» che si riserva di spiegare in seguito.


cultura

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Un libro di Vittorio Marchis ripercorre 150 anni di macchine, azzardi e oggetti assurdi progettati da nostri connazionali

L’Italia? Un’invenzione Telefono e radio... ma anche telex, fax, Vespa. O l’idrottero: il catalogo della fantasia tricolore di Massimo Tosti chille Campanile (nel 1924) intitolò una delle sue divertentissime commedie L’inventore de cavallo. Perché, nell’uso comune, esistono tre generi di inventori che spacciano per brillanti idee vecchie come il mondo. Gli inventori del cavallo, quelli dell’acqua calda e quelli dell’ombrello. Eppure (cavallo a parte) esistono uomini geniali che hanno messo il lor nome su due strumenti di indiscutibile utilità. All’inglese Benjamin Waddy Maughan è attribuita l’invenzione del primo apparecchio a gas per il riscaldamento istantaneo dell’acqua, che lui stesso battezzò (nel 1868) «scaldabagno». È lui l’inventore dell’acqua calda. L’inventore dell’ombrello (nella sua forma attuale) è invece una nostra gloria nazionale. Il nome dell’oggetto (con il riferimento all’ombra) testimonia come per moltissimi secoli i sia rivelato utile soprattutto, se non unicamentre, per ripararsi dal sole (lo adottarono, per prime, le donne cinesi di rango elevato, fin dall’XI secolo avan-

A

renze. Negli ultimi anni del secolo la Gilardini dava lavoro a quasi mille operai (quasi un terzo della manodopera complessiva impiegata nell’intero settore conciario cittadino) suddivisi in due sezioni: meccanica (equipaggiamenti e abbigliamenti per forniture militari, nonché fabbricazione di ombrelli) e conciaria. Il 14 dicembre 1905 l’azienda si trasformò in Società Anonima Giovanni Gilardini, e nel 1911 vide crescere ulteriormente le sue commesse per l’esercito in occasione della guerra di Libia. Tra il 1915 e il 1918 lo stabilimento torinese produsse migliaia di pezzi: calzature alpine e gambaletti (circa 40.000), cinghie per fucili (100.000) e finimenti per stanghe (12.000)». Queste note biografiche sono scritte da Vittorio Marchis, docente di storia della tecnologia, dell’industria italiana e della cultura materiale al Politecnico di Torino, autore di un volume intitolato 150 (anni di) invenzioni italiane (Codice Edizioni, 336 pagine), nel quale riporta (in inglese, come in originale) il con-

Meucci e Marconi ebbero destini opposti: il primo morì a New York in miseria, letteralmente derubato del proprio brevetto, il secondo fu maestro anche nella gestione dei suoi studi

tenuto dei brevetti depositati negli Stati Uniti (fra il 1851 e il 2010) da centocinquanta nostri connazionali. È una storia (solo apparentemete minore) del nostro Paese, che mette insieme premi Nobel, semplici operai, capitani d’industria, ingegneri, soldati, campioni dello sport: una varia umanità dotata di ingegno creativo.

Ci sono, fra i tanti, due geni assoluti che hanno svolto un ruolo decisivo nel campo delle Antonio telecomunicazioni: Meucci e Guglielmo Marconi. Nell’arco di poco più di vent’anni (fra il 1871 e il 1895) dettero il via alla più grande rivoluzione della storia. I due ebbero destini profondamente diversi: il primo morì povero e disperato lontano dalla patria, il secondo fu osannato da tutto il mondo, ricevette onori, e dimostrò straordinarie capacità imprenditoriali che gli garantirono anche una indiscutibile agiatezza. Nel 1871 (il 28 dicembre) Meucci emigrato da molti anni negli Stati Uniti registrò un brevetto per un anno (non aveva i soldi per una concessione di più lunga durata) per un apparecchio descritto così: «È un diaframma vibrante che altera la corrente di un magnete elettrizzato. Queste variazioni di corrente, trasmettendosi all’altro capo del

ti Cristo). Il 2 giugno 1885 il brevetto (con il numero d’ordine 319.225) per un nuovo (e sviluppato) tipo di ombrello fu depositato al Patent Office degli Stati Uniti (suprema Corte di garanzia per chiunque voglia mettersi al riparo da chi tenti ci accaparrarsi di idee altrui) da un imprenditore piemontese, Giovanni Gilardini.

Gilardini «negli anni Quaranta del XIX secolo arrivò a Torino, e in località Ponte Mosca aprì un laboratorio per la fabbricazione di ombrelli. Intorno alla metà degli anni Cinquanta l’azienda cominciò a interessarsi di produzione conciaria, avviando un’attività produttiva che vide spesso tra i clienti l’esercito, per il quale produsse equipaggiamenti.Tra il 1860 e il 1875 l’azienda aprì un nuovo stabilimento in Lungo Dora Fi-

A sinistra in alto, i progetti di evaporometro, scala dei pompieri e velocipede. Sotto, Marconi (nel disegno di Beltrame mentre presenta la radio) e Antonio Meucci

filo imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente, riproducendo la parola». In parole povere: il telefono. L’aveva sperimentato comunicando dal proprio laboratorio, in cantina, con la moglie, costretta al letto da un’infermità. Un anno più tardi rinnovò il brevetto con 10 dollari prestati da amici generosi. Ma poi fu costretto a lasciarlo decadere, non essendo più in grado di sostenere la spesa. Nel 1876 lo scozzese Alexander Graham Bell depositò a sua volta un brevetto (a copertura totale) per un apparecchio similare, e divenne per tutti l’inventore del telefono. Una vertenza legale con l’italiano fu vinta da Bell nel 1887. Due anni dopo Meucci morì, in miseria com’era sempre vissuto, arrabbattandosi come sapevano fare certi italiani impegnandosi in mille mestieri diversi prima d’inventare – senza fortuna – il suo «telegrafo parlante». Soltanto nel 2002 il Con-

gresso degli Stati Uniti ha reso giustizia a Meucci riconoscendogli il merito dell’invenzione.

Guglielmo Marconi aveva appena ventuno anni quando avviò, nella villa paterna di Pontecchio (in provincia di Bologna), gli esperimenti di telegrafia senza fili. Furono quelli i primi passi della radio. Per realizzare il suo primo apparecchio, Marconi si avvalse di un oscillatore a sfere simile a quello progettato qualche tempo priva da un altro inventore italiano, Augusto Righi. A differenza di Meucci, Marconi seppe sfruttare al meglio la sua invenzione. Nel giro di pochissimo tempo la comunità scientifica italiana era stata messa al corrente della sua invenzione, e ci volle un tempo ancora minore perché lo sapessero anche all’estero. L’Italia, tuttavia, non era il luogo adatto per commercializzare l’idea. E su pressione della


cultura

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e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

altri, un certo Enrico Fermi). O, ancora: il melopiano (1868, versione aggiornata e migliorata del pianoforte), le scale per vigili del fuoco (1873), il velocipede (monociclo senza ruotino posteriore, 1881), la pompa automatica per gonfiare pneumatici (1896), l’elicottero (1934, un’idea di Corradino D’Ascanio, che disegnò anche la Vespa, definita nel brevetto semplicemente come «bicicletta a motore», il primo scooter della storia), il silenziatore per veicoli a motore (1959).

Il primo scooter della storia venne definito semplicemente «bicicletta a motore». In quegli anni fu progettato anche un «canotto a elica»: in pratica, l’antenato dell’aliscafo madre, Guglielmo non esitò a trasferirsi in Inghilterra per realizzare i propri progetti. Negli anni seguenti, moltiplicò esperimenti e dimostrazioni, e in pochissimo tempo la radio divenne una realtà. Per merito della costanza con la quale impose le sue idee. Ripeteva spesso a chi lo adulava: «Genio è una parola priva di senso. Non esistono i geni, esistono soltanto persone tenaci». Pochi anni dopo l’invenzione della radio, un altro italiano, monsignor Luigi Cerebotani, ideò un apparecchio – il teletipografo – per la trasmissione di testi in telegrafia aritmica, antenata della telescrivente. Quarant’anni prima, nel 1855, un altro religioso, don Giovanni Caselli, aveva presentato in pubblico il pantelegrafo, un sistema di trasmissione elettrica di testi e disegni: l’antenato del fax. E in quello stesso anno l’avvocato novarese Giuseppe Ravizza progettò il

«cembalo scrivano», che altro non era se non una primitiva macchina per scrivere. Caselli ha un posto nel libro di Marcis; Righi, Cerebotani e Ravizza no, perché non depositarono i loro brevetti oltre Oceano.

Per orgoglio nazionale è doveroso ricordare che il padre di tutti gli scienziati inventori fu italiano, nel senso geografico del termine. Archimede nacque a Siracusa (che faceva parte allora della Magna Grecia) e morì a Siracusa, nel III secolo avanti Cristo. E andando indietro nei tempi, si può ben dire che i 150 che affollano il libro di Marchis sono gli eredi di Leonardo da Vinci (che dava corpo alle sue idee futuribili con disegni ai quali, come stile, si avvicinano molto i disegni che illustrano le invenzioni in questo suggestivo volume) e di Galileo Galilei, da tutti riconosciuto come il padre della scienza moderna. In molti dei

casi raccontati da Marchis le invenzioni possono apparire futtili o secondarie, ma dimostrano come gli italiani siano stati presenti (con la loro, la nostra, creatività) un po’ in tutti i campi, contribuendo a migliorare le condizioni della vita quotidiana, e offrendo il quadro complessivo di un Paese sempre in prima linea nei processi di sviluppo industriale, ma anche nelle piccole idee (artigianali, per intenderci) che hanno modificato le abitudini di tutti i giorni. Le caffettiere, per esempio, ma anche gli appendiabiti progettati per le gonne, i contenitori peraudiocassette, le sedie pieghevoli o il supporto portarotoli dei carta igienica, la manopola di regolazione dell’alimentazione nelle macchine per cucire, un coltello da tavola a cinque lame, un attrezzo da giardino per potatura, un «processo di produzione di sostanze radioattive» (titolare del brevetto, insieme ad

Nel campo dei motori, gli italiani hanno dato tanto, anche se molti di loro non figurano (sempre per lo stesso motivo: le loro idee non furono registrate negli Stati Uniti) nel libro di Marchis. Qualcuno merita comunque di essere ricordato (anche se, per così dire, fuori catalogo). Nel 1853 Eugenio Barsanti e Felice Matteucci, depositarono all’Accademia dei Georgofili una memoria sull’impiego del gas metano come energia motrice e il governo del Granducato di Toscana concesse loro il brevetto. Enrico Forlanini fu un pioniere nel campo aeronautico e navale. Nel 1877 realizzò il primo prototipo di elicottero: un modellino dotato di due eliche controrotanti basate sui disegni della vite aerea di Leonardo da Vinci. Quasi trent’anni più tardi, lo stesso Forlanini sperimentò nelle acque del lago Maggiore un “canotto a elica” (o idrottero), capace di sollevarsi di mezzo metro sulle onde e raggiungere la velocità di 82 chilometri orari, con la spinta di un motore di 100 cavalli. Dall’idrottero sarebbero nati in seguito due mezzi ancora oggi in uso: l’aliscafo e l’idrovolante. Un altro genio dei motori fu Alessandro Anzani. Dopo aver gareggiato come ciclista, Anzani si dedicò al motociclismo, laureandosi campione del mondo nel 1906. Con i guadagni delle sue imprese sportive, aprì un’officina in Belgio, dove avviò la costruzione di motori. Nel 1907 inventò e mise a punto il primo vero motore per aerei, destinato a diventare il capostipite dei motori a stella. Anzani fu uno dei primi casi di “fuga di cervelli”. Un’epidemia che oggi ci condiziona parecchio.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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ULTIMAPAGINA Nasce a Trieste uno spazio dedicato alla bora, un evento climatico, ma anche storico, culturale e di costume

Il museo dove s’imbottiglia di Angela Rossi idea è di quelle tra le più originali. Un progetto che ha come obiettivo quello di raggiungere ed afferrare quello che è imprendibile per definizione. Imprigionare il vento. Nel senso comune, qualcosa di impossibile. Invece Rino Lombardi ha ideato, insieme ad altri amici, l’associazione Museo della Bora. Ovviamente a Trieste, città dove questo vento, fortissimo, nasce. Un museo dedicato al vento, la domanda sale alle labbra, come potrà mai contenere rappresentazioni del fenomeno visibili a tutti i visitatori? Eppure si può. L’associazione è stata fondata addirittura nell’ormai lontano 1999. Quindi l’inafferrabilità del fenomeno atmosferico, che a Trieste assume anche altri connotati, soprattutto culturali, è storia ormai datata in qualche modo. E Lombardi e la sua associazione lo hanno abbondantemente testimoniato. «La Bora è clima, storia, costume - ha spiegato Lombardi al quotidiano Il Piccolo - ma è pure un fattore che può aiutare a costruire, a diffondere le idee, a produrre energia creativa per avvicinare le genti e le generazioni oltre ai confini. Noi siamo convinti che l’immagine della Bora possa diventare in senso esteso e generale un volano per lo sviluppo della città».

L’

Le iniziative però, anche in termini di ironia, non si sono fermate all’idea di istituzione della struttura museale. Bora in scatola, ad esempio, che ha incontrato veramente tanti favori, entro brevissimo tempo sarà aggiornato ulteriormente. Poi, la mostra di installazioni ventose “Centoventi”sostenuta a suo tempo dal vicesindaco e assessore alla Cultura Roberto Damiani, mentre il Comune sostiene dal 1999 la rassegna “Girandolart”. Di cosa si tratta? Bene, il significato è contenuto nello stesso titolo in realtà. È un laboratorio all’aria aperta di marchingegni e girandole animati dal vento. Un’attrazione ineguagliabile soprattutto per i bambini. Non si ferma la fantasia degli ideatori però che hanno realizzato, unico al mondo

Prima era un’associazione, poi un magazzino, infine un luogo virtuale. Adesso tutto è pronto per il grande passo: aprire un luogo riservato al “soffio di tempesta” immaginiamo, una brochure, confezionata in maniera grafica assolutamente elegante, che si preoccupa di fornire a turisti, visitatori ed appassionati, gli “itinerari ventosi” di Trieste. Ancora sono stati realizzati gemellaggi con i rappresentanti di altri venti. E senza risparmio né confini: i gemellaggi sono avvenuti sia con partner europei che dell’intero pianeta. E non si è giocato al ribasso neanche sul concreto.

È stato infatti realizzato il Magazzino dei Venti (indirizzo via Belpoggio 9) dove si trova la sede del gruppo che ha dato vita all’associazione. Che aspetta comunque di traslocare per piantare le tende in un’area maggiormente adatta all’altezza di un vento come la bora che necessita anche di spazi maggiori. Natural-

IL VENTO mente il magazzino della bora si può visitare anche se solo su appuntamento. Occorre inviare una mail a museo bora@iol.it o telefonare allo 040/307478. Meta soprattutto di curiosi. E d’altra parte come dar loro torto? Una volta giunti sul luogo però le aspettative non saranno certo disattese. È infatti possibile visionare documenti e libri dedicati ai refoli di vento, installazioni artistiche, foto storiche e immagini inventate. Anche il sito www.museobora.org è molto ben fatto ed è stato visitato in dieci anni da oltre centomila utenti.

«I riscontri positivi sul nostro lavoro ci sono – ha raccontato ancora Lombardi al Piccolo -. Ora è necessario fare il grande passo: rintracciare uno spazio più grande per valorizzare le idee e un patrimonio di spunti e documentazioni completamente a disposizione della città, utili a garantirle un’immagine fresca e moderna». E certo non mancano i sogni per il futuro anticipati comunque dal Magazzino della Bora che, visitabile anche via web, si propone di essere «la vetrina un’idea, quella della creazione del Museo» e le cui fondamenta – come viene specificato nel link dedicato alla

struttura museale in itinere – si poggiano «sulla fantasia, l’originalità, la freschezza e la leggerezza. Il futuro Museo dovrà rispettare il carattere della bora, così burbero e incostante ma anche così vicino alla poesia e non dovrà scadere nel folklore, dovrà essere innovativo, unico, vivo, libero come l’aria, come il vento. Forte, unico, memorabile come una giornata di bora». Infine, il progetto che prevede un’area scientifica distribuita in più sale con un’introduzione ai venti in generale ed approfondimenti sulla bora attraverso materiale divulgativo che si occuperà di percorsi, velocità, statistiche e cartoni animati divulgativi; un settore dedicato alle curiosità con informazioni e materiali sempre sulla bora; un’area letteraria dedicata a scrittori che hanno parlato del fenomeno a cominciare da Scipio Slataper e del suo unico libro Il mio Carso. Lo scrittore morì infatti giovanissimo durante la Prima Guerra Mondiale facendo in tempo a scrivere solo la sua prima ed unica opera. Per finire ci saranno poi l’area – testimonianze; quella delle esperienze o Sala del Soffio; lo spazio giochi o La Bora – torio; l’area delle esposizioni temporanee Spazio&vento e il Bookshop.


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