Di fronte all’evidente incapacità dell’architetto contemporaneo di riaffermare attraverso il progetto quella naturale continuità tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che può essere, sia necessario ricollocare alla base della pratica progettuale la capacità d’interrogarsi sulla natura delle cose, fino a riconoscere la radice, la forma archetipica dalla quale ripartire, l’origine, che può risiedere nell’architettura antica come nella rovina.
Solo così sarà possibile per tracciare nuove linee di ricerca, libere da virtuosismi linguistici dettati da passeggere necessità espressive, ma piuttosto indirizzate verso il riconoscimento degli elementi resistenti sui quali si può ancora appoggiare il progetto.