AMANDA MCCABE
Carezze selvagge
Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Tarnished Rose of the Court Harlequin Mills & Boon Historical Romance © 2012 Ammanda McCabe Traduzione di Rossana Lanfredi Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Storici Seduction aprile 2013 Questo volume è stato stampato nel marzo 2013 presso la Rotolito Lombarda - Milano I GRANDI STORICI SEDUCTION ISSN 2240 - 1644 Periodico mensile n. 15 del 10/04/2013 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 556 del 18/11/2011 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano
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Londra, Palazzo di Whitehall. Dicembre 1564 Era proprio lui. Colta da una improvvisa vertigine, Celia Sutton allungò una mano per appoggiarsi alla parete rivestita di legno nella sala delle udienze della Regina Elisabetta. La folta folla ora premeva di nuovo intorno a lei, oscurandole la visuale con un mare di velluto intessuto di gemme e di raso ricamato. Le risate nervose, le voci acute di chi attendeva con ansia di presentare le proprie richieste alla sovrana risuonavano nelle sue orecchie come l'indistinto brusio di uno stormo di uccelli. Si strofinò gli occhi con una mano e guardò ancora, sollevandosi sulla punta dei piedi per cercare di vedere oltre la ressa. Ora non lo scorgeva più. Era scomparsa persino la suggestione fugace della sua alta figura accanto alla porta, il lampo del suo sorriso da canaglia. Sembrava svanito nel nulla. O forse non era mai stato là. Forse era stata soltanto la sua immaginazione a giocarle uno strano tiro. 5
Del resto era da tempo che non dormiva bene. Troppe notti aveva fatto tardi per i festeggiamenti natalizi della regina, e troppe preoccupazioni la angustiavano. Semplicemente. Eppure era parso così reale. «No, non era lui» sussurrò a se stessa. Lei non lo vedeva da oltre tre anni – tre lunghi, durissimi anni – e non lo avrebbe rivisto mai più. E, cosa ancora più importante, non voleva rivederlo. Le avrebbe soltanto ricordato la fanciullina sciocca che era stata un tempo, la debolezza che aveva avuto per quel bel viso, mentre adesso lei aveva bisogno di tutta la forza. Si staccò dal muro e trasse un profondo respiro, cercando di rimanere perfettamente immobile e di mantenersi calma. Doveva essere lucida, poiché tutta la sua vita dipendeva da quell'incontro con la sovrana. Doveva pensare al futuro, non al passato. Tantomeno a John Brandon. Eppure, quella immagine fugace indugiava nella sua mente, quella rapida visione della muscolosa figura tra la folla, che le aveva fatto battere più forte il cuore. Nonostante il fuoco che ardeva nei grandi camini di pietra, nonostante la folla e il pesante abito di velluto nero e porpora bordato di pelliccia che indossava, Celia rabbrividì. Intorno a lei c'erano volti disperati, gente che quel giorno sapeva di avere l'ultima occasione per catturare l'attenzione della regina. Lei era come loro? 6
Sì, temeva proprio di sì. Che cosa avrebbe detto John se l'avesse vista in quel momento? Chissà... forse non l'avrebbe nemmeno riconosciuta. Appena la porta che dava nell'appartamento privato della sovrana si aprì, gli sguardi dei presenti si rivolsero in quella direzione, aspettando tutti di sentir chiamare il proprio nome. Le speranze si spensero ancora una volta quando ci si accorse che si trattava soltanto di Anton Gustavson e Lord Langley, gli ultimi a essere stati convocati. Il chiacchiericcio nervoso riprese. Quando il suo sguardo incontrò quello di Anton, Celia s'immobilizzò. Era il suo cugino svedese, da poco arrivato in Inghilterra. Le terre di Briony Manor, la tenuta del nonno che era venuto a reclamare, erano le stesse che rappresentavano l'ultima speranza di Celia per una vita agiata e indipendente, una vita in cui non dovesse più assecondare le voglie di un uomo crudele. Purtroppo, dopo aver visto Anton incantare la regina e tutte le altre dame a corte, ogni sogno era svanito dalla sua mente: lui avrebbe ottenuto la proprietà e lei sarebbe finita di nuovo alla dubbia mercé della famiglia del suo defunto marito. Lui le rivolse un cauto cenno di saluto, a cui lei rispose con una riverenza. Quell'uomo era la sola famiglia che le restava, tuttavia non lo conosceva e non si fidava di lui. Era, quella, una delle dure lezioni che John Brandon le aveva insegnato un tempo: 7
mai fidarsi delle apparenze o delle proprie emozioni. Essere sempre guardinghi. L'ultima conquista di Anton, la bellissima bionda Rosamund Ramsay, fu subito al suo fianco e gli toccò dolcemente un braccio. I due si guardarono negli occhi e sorrisero come se la sala affollata fosse scomparsa, come se al mondo esistessero soltanto loro. A tale visione, una profonda tristezza s'impadronì di Celia, poiché un tempo lei aveva guardato John in quel modo, sicura che anche lui provasse i medesimi, incandescenti sentimenti. Alla fine tutto si era rivelato falso. Distolse lo sguardo da Anton e Rosamund e finse di studiare l'arazzo appeso alla parete, ma i vividi verdi e rossi dei fili di seta si confondevano davanti ai suoi occhi, lasciando soltanto l'immagine nitida di quel lontano giorno d'estate... Il sole brillante e caldo nel cielo azzurro, l'ombra fresca sotto la vecchia quercia dove lei aveva aspettato John, immaginando i suoi baci, la stretta delle sue forti braccia... Poi il sole caldo era calato ed erano rimaste soltanto le ombre di ciò che sarebbe potuto essere. Non era lui, si disse Celia fieramente. John non era in quella stanza. Non era possibile. La porta si aprì di nuovo e questa volta apparve il maggiordomo della regina. Un silenzio carico di tensione calò sulla folla. 8
Lei si voltò a guardare il domestico, strofinandosi con decisione gli occhi. Non aveva pianto mai in tre anni, non avrebbe di certo incominciato proprio quel giorno. «Madama Celia Sutton, Sua Maestà vi riceverà ora.» Sguardi colmi di amara invidia saettarono verso di lei, che li ignorò e avanzò lentamente nella sala. Ecco, quella era la sua unica possibilità. Non poteva permettere che un ricordo la distraesse, nemmeno per un attimo. John Brandon le aveva già preso troppo. Celia fissò per un istante la propria immagine riflessa in un piccolo specchio appeso alla parete appena oltre la soglia: la cuffietta scura sui neri capelli lisci, strettamente raccolti, l'alto collo di pelliccia del suo abito, gli orecchini di giaietto alle orecchie. Era in lutto per un marito che non riusciva a piangere. Il suo volto era cereo di preoccupazione, proprio come quelli di tutti i presenti nella sala delle udienze, tuttavia un po' di rosso le colorava le gote, come in ricordo di quel lontano giorno d'estate. I suoi occhi grigi brillavano di lacrime sul punto di essere versate. Le ricacciò indietro, intrecciando strettamente le mani davanti a sé mentre seguiva il maggiordomo nel sancta sanctorum della sala privata reale. C'era molta gente anche là, ma l'atmosfera pareva 9
piÚ leggera, la conversazione fluiva meno tesa. Diverse dame di corte, nei loro abiti di seta dai colori chiari, sedevano su cuscini e bassi sgabelli disposti sul pavimento e intorno al camino di marmo, sussurrando e ridacchiando mentre ricamavano. In un angolo, attraenti cortigiani giocavano a carte, lanciando sguardi di apprezzamento alle signore. Tuttavia il favorito, Lord Dudley, non si vedeva. Tutti dicevano che, dopo gli inquietanti attentati alla vita della sovrana avvenuti durante la stagione natalizia, lavorasse giorno e notte per assicurarsi che il palazzo fosse sicuro. Non c'era nemmeno il segretario di stato, Lord Burghley, che raramente lasciava il fianco della regina. Elisabetta sedeva da sola presso la finestra, accanto a un tavolo coperto di rotoli di pergamena, che contenevano le petizioni. La luce grigiastra del sole filtrava attraverso i vetri spessi, trasformando i suoi folti capelli rossi in un fiero alone e facendo risplendere la pelle chiara del suo viso. Indossava una splendida veste di velluto scarlatto bordata di pelliccia bianca, sopra un abito di seta dorata; aveva rubini alle dita e alle orecchie e una fascia di perle le tratteneva i capelli. Sembrava in tutto e per tutto la giovane regina del sole, ma i suoi occhi scuri erano velati e la bocca mostrava una piega amara, come se gli eventi degli ultimi giorni l'avessero profondamente colpita. Celia sapeva, però, che quegli strani attentati non 10
erano le sue uniche preoccupazioni. A Whitehall erano arrivati personaggi da Austria e Svezia per presentare le loro proposte di matrimonio; Spagna e Francia erano una costante minaccia; e Maria, la regina di Scozia, continuava a essere una spina nel fianco. In confronto, le angosce di Celia sembravano minuscole! Dopotutto, nessuno stava cercando di ucciderla o di sposarla. «Madama Sutton, temo che abbiate atteso a lungo.» Celia si esibì in una profonda riverenza, poi si avvicinò a Elisabetta, che tamburellava con le lunghe, pallide dita, adornate di anelli scintillanti, sui documenti posati sul tavolo. «Sono molto riconoscente che Vostra Maestà abbia avuto il tempo di ricevermi.» La sovrana congedò quelle parole con un cenno. «Forse non mi sarete tanto riconoscente quando avrete ascoltato ciò che ho da dirvi, Madama Sutton. Sedete, vi prego.» Un valletto accorse con uno sgabello e Celia fu lieta di potersi finalmente sedere. Aveva il terribile presentimento che quel colloquio non sarebbe andato come aveva con tanto fervore desiderato. «Vi riferite forse a Briony Manor, Vostra Maestà?» «Sì.» Sollevò una pergamena. «Ci sembra chiaro che era desiderio di vostro padre che la proprietà andasse alla madre di Messer Gustavson, e quindi a lui. 11
Perciò non riteniamo opportuno contraddire il suo volere.» Celia si sentì avvolgere dal gelo, dal freddo della delusione, della rabbia che era costretta a soffocare. Se non poteva andare a Briony, dove poteva vivere? Quale sarebbe stata la sua casa? «Sì, Vostra Maestà.» «Mi dispiace» continuò Elisabetta, e c'era un'ombra di sincero rincrescimento nella sua voce. Aveva persino usato la prima persona singolare, invece del consueto, ufficiale noi. «Quando ero fanciulla, nemmeno io avevo una casa mia, un posto dove potermi sentire davvero al sicuro. Tutto ciò che possedevo dipendeva da altri: da mio padre, da mio fratello, da mia sorella. Persino la mia vita era legata al loro capriccio.» Celia la guardò, sorpresa. Elisabetta parlava così di rado del suo difficile passato, perché mai lo faceva proprio davanti a lei? «Vostra Maestà?» «So come dovete sentirvi, Madama Sutton. Credo che sotto certi aspetti noi due siamo simili, ed è per questo che sento di potervi chiedere un grosso favore.» Chiedere? O esigere? «Naturalmente farò tutto ciò che posso per servire Vostra Maestà.» Elisabetta riprese a tamburellare con le dita sui documenti. «Di certo avrete sentito le recenti voci su mia cugina Maria. Le sue vicende sembrano sempre interessare molto i miei cortigiani.» 12
«Io... ecco, in effetti sì, Vostra Maestà. A volte sento parlare della Regina Maria. Vi riferite a una voce in particolare?» Elisabetta scoppiò a ridere. «Oh sì, è vero, ce ne sono molte, ma io intendo quella secondo cui vorrebbe risposarsi. Dicono che speri di stringere una unione come la sua prima con il Re di Francia, e ho sentito che abbia posato gli occhi su Don Carlos di Spagna... il figlio di Re Filippo.» «L'ho sentito dire anch'io, Vostra Maestà.» Aveva anche udito voci secondo le quali Don Carlos era un pazzo violento; tuttavia persino una donna notoriamente bella come la Regina Maria pareva disposta a tralasciare certi particolari per la possibilità di diventare Regina di Spagna. All'improvviso Elisabetta batté il pugno sul tavolo, facendo finire un calamaio sul pavimento. «Questo non deve accadere! Mia cugina non può stringere una simile, potente alleanza. Lei è già una minaccia. Io ritengo che debba sposare un nobile inglese, perché devo avere qualcuno di mia fiducia alla sua corte.» «Vostra Maestà?» Celia era confusa. Non riusciva davvero a capire come lei potesse essere utile alla sovrana a tal proposito. La voce di Elisabetta si abbassò fino a diventare un lieve sussurro. «Vedete, Madama Sutton, io ho congegnato un piano, tuttavia ho bisogno di aiuto per realizzarlo.» 13
«Che cosa debbo fare, Vostra Maestà? Io non conosco nessuno che possa considerarsi un candidato alla mano della Regina Maria.» «Oh, di quello mi occuperò io, Madama Sutton. Ho in mente un tipo perfetto, qualcuno di cui mi fido ciecamente. Non posso ancora dirvi chi è, ma vi prometto che presto saprete tutto ciò che occorre.» La regina si appoggiò allo schienale della sedia e prese una pergamena dal tavolo. «Nel frattempo mia cugina, la Contessa di Lennox, che è anche cugina di Maria, farà richiesta affinché a suo figlio, Lord Darnley, venga dato un salvacondotto per poter andare a trovare suo padre che ora risiede a Edimburgo.» Celia annuì. Sapeva della richiesta della contessa, che si era confidata con lei negli ultimi giorni. La nobildonna sperava che, dopo aver visto Lord Darnley, il quale era alto, biondo e aveva la bellezza di un angelo, la Regina Maria lo avrebbe sposato, facendo di lui il Re di Scozia e rinforzando così la pretesa di Maria di essere considerata erede di Elisabetta. Celia non era molto sicura che quel piano avrebbe funzionato, soprattutto perché dipendeva pesantemente da Lord Darnley, il quale, sotto quell'angelico aspetto, celava l'animo di un ubriacone millantatore, interessato più agli uomini che alle donne. «Sì, Vostra Maestà» disse. «Pare che Lady Lennox negli ultimi giorni abbia 14
cominciato a considerarvi una sua amica.» «Lady Lennox è stata molto gentile con me, ma mi ha detto poco, oltre al fatto che sente la mancanza del marito.» «Lascio partire con riluttanza Lord Darnley verso il nord» replicò la sovrana. «Lui sembra quel tipo d'uomo che è meglio poter sempre controllare. Tuttavia Lord Burghley ritiene, e io concordo con lui, che dovremmo concedergli il salvacondotto. Perciò partirà per la Scozia tra una settimana.» «Così presto, Vostra Maestà?» domandò Celia, sorpresa che qualcuno avesse l'ardire di mettersi in viaggio in quello che si stava rivelando come il più rigido inverno a memoria d'uomo. Con quel freddo e il Tamigi gelato, la gente ragionevole se ne stava a casa, davanti al fuoco acceso. «Penso che in questa faccenda il tempo sia importantissimo» ribadì la regina. «E Lord Darnley sembra impaziente di partire. Io, Madama Sutton, desidero che voi facciate parte del gruppo che lo accompagnerà.» Celia cercò di non guardare la sovrana a bocca aperta, come una stupida campagnola. Non aveva idea di cosa dire, e nemmeno di come placare i propri pensieri in tumulto. Lei... in Scozia? «Temo di non capire come potrei esservi di aiuto a Edimburgo, Vostra Maestà.» Elisabetta emise un sospiro d'impazienza. «Voi servirete la Regina Maria come dama di corte... sare15
te un mio regalo per lei. Ho bisogno che uno sguardo femminile tenga d'occhio tutto ciò che accade alla corte di Scozia, Madama Sutton. Gli uomini vanno benissimo per certe cose, naturalmente, e Burghley avrà le sue spie nel gruppo; tuttavia una donna vede là dove gli occhi maschili sono ciechi, specialmente quando si tratta di altre donne. Devo sapere quali sono i veri pensieri di Maria riguardo a un suo possibile matrimonio. E devo sapere se lei è... persuadibile a tal riguardo.» «E credete che io possa farlo?» chiese cautamente Celia. Elisabetta rise. «Ne sono sicura. In questi ultimi giorni vi ho osservata, Madama Sutton, e ho visto che non vi sfugge nulla. Voi guardate e ascoltate. Ebbene, io ho bisogno proprio di qualcuno così, non di qualche pavone di corte che non vede oltre il taglio della sua giacca. Per me è di vitale importanza sapere tutto ciò che mia cugina sta facendo. La sicurezza dei nostri confini settentrionali dipende da chi deciderà di sposare.» Celia annuì. Sapeva, come tutti, quanto fosse imprevedibile la Regina di Scozia. E in effetti lei guardava e ascoltava; era l'unica maniera, per una donna sola, di sopravvivere. Era anche cosciente di quanto limitata fosse la sua possibilità di scelta in quel momento: senza denaro o proprietà, senza un marito o una famiglia a cui appoggiarsi, dipendeva dal favore della regina. 16
Meglio quello, che la carità gelida dei parenti di suo marito. «Naturalmente sarete ricompensata per il vostro lavoro» continuò la sovrana. «Appena il matrimonio della Regina Maria si sarà concluso con nostra soddisfazione e sarete tornata a corte, prenderete marito. Il migliore che potrò procurarvi, ve lo prometto, Madama Sutton. E così vi sistemerete per la vita.» Celia avrebbe preferito avere una proprietà tutta sua che un altro marito. Secondo la sua esperienza, i mariti erano cose inutili... Per il momento avrebbe accettato ciò che Elisabetta le offriva, più in là lo avrebbe rinegoziato. «E che cosa intendete per matrimonio di vostra soddisfazione?» domandò. Elisabetta sorrise e da sotto un registro posato sul tavolo tirò fuori un foglio piegato che porse a Celia. «Questo vi spiegherà tutto ciò che vi occorrerà sapere, Madama Sutton. Intendo proporre a Maria un candidato di mia fiducia. Quando dovrete mandarmi dei messaggi, potrete consegnarli al mio fidato contatto e lui farà in modo che mi giungano rapidamente.» Celia s'infilò la lettera nella manica del vestito. «Il vostro contatto, Vostra Maestà?» «Sì, adesso potete conoscerlo.» Elisabetta fece un cenno al maggiordomo, che s'inchinò e scomparve oltre una porta nascosta nella parete di legno, e ricomparve un momento più tardi seguito da un uomo 17
alto e snello, elegantemente abbigliato in raso e velluto nero e color bronzo. John Brandon. Dunque era proprio lui. Celia, che stava per alzarsi, ricadde sullo sgabello. Sentiva di nuovo un gran freddo. Gli occhi di John, quegli occhi luminosi e azzurri come il cielo, che lei un tempo aveva tanto amato, si spalancarono, e per un istante Celia vide il guizzo di un'emozione attraversare le loro profondità. L'accenno di un sorriso gli sfiorò le labbra, ma subito un velo scese sul suo sguardo e lei non vi trovò che noia, una noia mondana. John Brandon non diede segno di averla riconosciuta. «Ah, Sir John, eccovi» lo salutò la Regina Elisabetta, e gli fece cenno di avanzare, offrendogli la mano perché potesse chinarsi sopra di essa. Lui salutò in modo esageratamente ricercato, con un sorrisetto da corteggiatore che la fece ridere. «Vostra Maestà brilla più del sole» esordì. «Persino nel cuore dell'inverno voi ci riscaldate e ci illuminate.» «Adulatore» replicò la sovrana, ridendo ancora di più. Celia ricordava molto bene quel sorriso, rammentava come aveva fatto arrossire e ridere lei. A quel tempo una corta barba quasi lo nascondeva. Ora invece il viso appariva perfettamente rasato e i lineamenti eleganti del volto, svelati, liberavano la sua piena forza. 18
Con la coda dell'occhio, Celia notò che alcune delle dame di corte più giovani sospiravano e ridacchiavano. Ah, sì, ricordava molto bene quella sensazione, l'impressione di sciogliersi sotto il calore di un sorriso. Già, ma era tutto accaduto molto tempo prima, e lei aveva imparato a sue spese quanto fossero dolorose le conseguenze del lasciarsi irretire dal fascino di John Brandon. «Sir John, questa è Madama Celia Sutton, che verrà in Scozia con tutti voi» dichiarò la sovrana. Poi sussurrò in tono confidenziale: «Lei vi consegnerà i messaggi che dovranno poi essere inviati subito a me. Dovrete badare alla sua sicurezza, quando sarete a Edimburgo». Per un momento il volto di John si accigliò, come se non fosse stato felice di quell'incarico. Ebbene, non poteva esserne meno felice di Celia, che, sbigottita e confusa, sentì il cuore mancare un battito. Avrebbe dovuto davvero viaggiare con lui? Affidarsi a lui? Provò il folle impulso di balzare in piedi, gridare un rifiuto e uscire di corsa da quella stanza. Si costrinse a restare ferma e, per impedirsi di urlare, si morse le labbra fino a sentire in bocca il sapore del sangue. Non poteva negarsi alla sovrana. Non aveva un altro posto in cui rifugiarsi. Il cipiglio scomparve quasi immediatamente e John s'inchinò di nuovo, dicendo: «Sono sempre e in tutto il servo di Vostra Maestà». 19
Elisabetta si appoggiò allo schienale della sedia, sulle labbra il sorriso di un gatto soddisfatto. «Suvvia, Sir John, questo non è certo il compito più oneroso che vi ho affidato. Madama Sutton è molto graziosa, non è vero? Sono sicura che non troverete tanto difficile passare del tempo con lei durante il vostro lungo viaggio.» Celia s'immobilizzò a quelle scherzose parole, mentre John posava brevemente lo sguardo su di lei senza tradire il benché minimo interesse. «Ahimé, quando sono vicino a Vostra Maestà, non riesco a vedere nient'altro» ribatté. La sovrana rise. «Ciononostante, mi aspetto che voi due lavoriate insieme molto bene. Vostra madre era scozzese, non è così, Sir John?» Un muscolo si contrasse nella sua mascella. «Sì, Vostra Maestà.» «Mi sembra che abbia anche vissuto alla corte della madre della Regina Maria, vero?» continuò Elisabetta con noncuranza, come se gli anni in cui l'esercito inglese e quello scozzese – guidato dalla Regina Maria di Guisa – erano stati impegnati in una amara e sanguinosa guerra non fossero stati che un lieve fastidio. «Perciò dovreste essere in grado di aiutare Madama Sutton a imparare le usanze della corte scozzese. Forse potrete persino incontrare di nuovo qualche vostro famigliare.» «Io non ho altra famiglia se non l'Inghilterra, Vostra Maestà» replicò lui a denti stretti. 20
Elisabetta fece un cenno di noncuranza. «Adesso potete andare entrambi. Avrete molto da fare per prepararvi al viaggio, e io devo finire di esaminare queste petizioni, prima del banchetto di questa sera.» Celia si alzò lentamente dallo sgabello e fece una riverenza. Sentiva tremare le gambe, le pareva di vacillare. Ancora non riusciva a credere a tutto quanto era accaduto in quel breve, strano incontro. Le sue preoccupazioni per il fatto di non avere una casa erano state spazzate via, ma sostituite dall'improvvisa riapparizione di John Brandon e da un viaggio in Scozia, dove avrebbe dovuto spiare la Regina Maria. La testa le girava. Ci sarebbe stato da ridere se tutto non fosse stato così mortalmente serio. John s'inchinò alla regina, e il maggiordomo lo accompagnò fuori insieme a Celia. Non li fece passare dall'affollata sala delle udienze ma, attraverso una porta nascosta, li condusse in una sorta di salottino poco illuminato. In quella semioscurità, dopo la luminosità della stanza privata della sovrana, Celia non riuscì inizialmente a distinguere nulla, se non l'ombra di pesanti arazzi su scure pareti di legno. Si passò una mano sugli occhi e trasse un profondo respiro. Quando di nuovo guardò, il domestico era scomparso... e lei era sola con John. 21
Lui la osservava, le ampie, muscolose spalle in evidente tensione, il bel volto privo di qualunque espressione. «Buon giorno, Celia» sussurrò. «È passato molto tempo, non è così?»
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Carezze selvagge AMANDA MCCABE INGHILTERRA, 1564 - Celia non può rifiutare l'offerta della Regina Elisabetta I di fare parte della delegazione in partenza per la Scozia, ma è molto turbata per la presenza di John Brandon. L'incontro tra loro riapre vecchie ferite e riporta Celia indietro di tre anni, a quando coltivava speranze e sogni d'amore. Durante il viaggio, tuttavia, l'astio si trasforma in una bruciante attrazione che la porta a dividere con il gentiluomo momenti di passione infuocata. E così, tra accesi litigi e baci incandescenti, tra parole rabbiose e fremiti della pelle, una debole luce si riaccende nel cuore di Celia. Ma...
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