42
–- criminalità e criminalizzazione dei migranti
ancora superiore prendendo in considerazione l’ulteriore discriminante del sesso: il 14% dei maschi di origine immigrata erano fermati a piedi, contro l’1,4% dei maschi di origine italiana, con un rapporto di dieci ad uno. Si noti, infine, che il campione di immigrati intervistati era composto esclusivamente da immigrati residenti e quindi regolarizzatisi ormai da tempo nel nostro Paese; è del tutto ipotizzabile che il dato sul “fermo a piedi” di tutti gli stranieri (comprendendo al loro interno quelli irregolari, da poco arrivati in Italia) comporterebbe una sproporzione ancora superiore, a scapito dei soggetti stranieri. Mettendo in luce questi dati non si vuole certo accusare le forze dell’ordine italiane di adottare intenzionalmente pratiche di comportamento discriminatorie e criminalizzanti nei confronti degli immigrati: è indiscutibile, infatti, che le sproporzioni esistenti fra italiani e stranieri per quanto riguarda, ad esempio, i “fermi a piedi” siano in buona parte dovute alle normative vigenti in materia d’immigrazione (la “Turco-Napolitano” all’epoca delle interviste emiliano-romagnole; la “Bossi-Fini” attualmente), che assegnano alle forze dell’ordine il compito di controllare il rispetto degli obblighi e delle formalità previste dalla legge da parte degli immigrati presenti sul territorio italiano. Peraltro, è altrettanto indubbio che tali ricorrenti pratiche di “fermo selettivo” adottate nei confronti degli stranieri facilitano la diffusione di stereotipi e tipizzazioni negative anti-immigrati all’interno dei corpi stessi di polizia (inevitabilmente portati a considerare “sospetti” e quindi “da fermare e controllare” i soggetti che maggiormente presentino tratti somatici distintivi della loro diversità e della loro potenziale “irregolarità”), alimentano un effetto indiretto di “selezione criminale” negativa nei loro confronti (con ciò che può conseguire a livello di statistiche ufficiali della criminalità) e provocano una risentita reazione degli immigrati stessi, che diventano sempre più propensi a considerare l’agente di polizia come un mero “controllore-persecutore”, chiamato a svolgere le sue funzioni esclusivamente contro gli stranieri e non (anche) al loro servizio. Il fatto che i controlli di tipo discrezionale operati dalle forze dell’ordine vengano esercitati in maniera selettiva a seconda della diversa nazionalità degli interessati o del colore della loro pelle e si risolvano in evidenti svantaggi per gli appartenenti ai gruppi etnici minoritari riceve, inoltre, autorevoli conferme da una fitta serie di ricerche svolte in questi ultimi anni in altri Paesi europei sull’operato delle locali forze di polizia5; nono-