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“Le nostre montagne hanno la febbre alta”
Cagnati per 40 anni ha lavorato al centro valanghe di Arabba. “Serve molta prudenza nell’affrontare sentieri ed escursioni rispetto al passato. Se per venti giorni la temperatura a duemila metri non è scesa sotto lo zero, è ragionevole aspettarsi un evento estremo”
Due gradi in più sulle nostre montagne negli ultimi trent’anni, il doppio di quanto sta succedendo a livello mondiale. E così le nostre care vette rosate che tutto il mondo ci invidia, che l’Unesco invita a rispettare e che gli olandesi si portano a casa a pezzetti per ricordo e come trofeo da esibire in giardino, stanno soffrendo. Patiscono il caldo, la sete, l’incuria e la superficialità di un turismo che a volte le ha scambiate per un parco dei divertimenti, con le comitive scaricate sui passi dolomitici che affrontano in infradito il Giau o le torri delle cime di Lavaredo.
È una sofferenza che aleggia anche negli incontri che il meritevole Cai ha promosso invitando Anselmo Cagnati, un grande esperto e innamorato delle nostre cime. Ha spiegato qual è lo stato di salute delle nostre montagne, quali cambiamenti le stanno minacciando in questa nuova era caratterizzata dai profondi cambiamenti climatici.
Cambiamenti che non avvengono per caso ma perché una categoria di mammiferi che la popola, il genere umano, non si limita a consumare ciò che gli serve, ma deve esagerare, correre sempre più veloce, bruciare sempre di più energia. E la Terra si scalda inesorabilmente, come le nostre vette, che perdono metri di ghiacciaio ogni estate, che registrano crolli di torri e seracchi, che piangono torrenti muti e sorgenti inaridite.
“La febbre delle nostre Dolomiti è alta”, avverte Cagnati, laureato in scienze forestali, per 40 anni in servizio al Centro Valanghe di Arabba, con all’attivo numerose spedizioni scientifiche in zone polari e sub-polari, 140 pubblicazioni scientifiche, 500 salite alpinistiche in Dolomiti, tra cui 20 su vie nuove.
Secondo Cagnati, rispetto a 20-30 anni fa si devono affrontare sentieri ed escursioni con un atteggiamento diverso. Dobbiamo avere memoria di quello che è accaduto in questi anni lassù, con eventi estremi sempre più frequenti e in luoghi finora risparmiati. Quando per 20 giorni di seguito la temperatura a duemila
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23 Edizioni Locali. Oltre 500.000 famiglie raggiunte.
Ogni mese nelle case di oltre 43.000 Famiglie di Vicenza metri non va sottozero, dobbiamo aspettarci qualche cosa di preoccupante. Il ghiaccio e il permafrost si deteriorano, si trasformano, si muovono e non chiedono permesso a nessuno per precipitare. È quindi un compito di grande responsabilità per guide, albergatori, formatori e associazioni, nuovo e pressante: sensibilizzare al rispetto della montagna, incoraggiare a studiare i fenomeni atmosferici, accompagnare nella comprensione delle dinamiche della montagna avendo ben chiari i pericoli a cui ci si espone se non si ama, e quindi se non si rispetta, la montagna.

A Vicenza Alfredo Cagnati ha illustrato i cambiamenti climatici nelle aree montane, i molti disequilibri che il processo di deglaciazione sta provocando nel già delicato sistema dolomitico, mettendo in evidenza conseguenze del riscaldamento globale in alta montagna, con i relativi effetti sui ghiacciai, sul manto nevoso, sul permafrost e sulle valanghe.

“Se il riscaldamento globale è un fenomeno troppo grande e troppo lontano perché possiamo intervenire – ha ammonito Cagnati – quello che però possiamo fare è comunque molto, a partire prima di tutto da una percezione nuova del pericolo e nel rapporto con la montagna, ma soprattutto nel modificare i nostri semplici comportamenti quotidiani che bruciano risorse e arrostiscono il mondo”.
Silvio Scacco
L’analisi. Quello che s’è appena concluso è stato per gli istituti di credito il miglior esercizio da molti anni in qua