Editoriale "La Nuova Europa" 5/2015

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Presi da un’irriducibile fiducia

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osa tiene insieme il ricordo della morte violenta di padre Aleksandr Men’, accaduta 25 anni fa, un articolo scritto da Berdjaev nel 1937 e ottanta ragazzi che quest’estate sono venuti a Seriate per sentirsi raccontare dal novantenne padre Romano l’amore della sua vita: la Russia e l’unità fra i cristiani? Un filo rosso c’è, ed è la ricerca del «cuore» dell’esistenza, del mondo segnato indelebilmente dalla resurrezione. Questo «cuore» è ciò che faceva dire a padre Men’, dieci mesi prima di morire, che stiamo vivendo «un periodo senza eguali» per la Chiesa e il mondo, pur essendo lui ben conscio che mille pericoli si addensavano all’orizzonte, tanto che diceva subito dopo: «Siamo di fronte a una terza guerra mondiale che ribolle permanentemente in tante parti del mondo». Questa ricerca lucida e realista del cuore dell’esistenza, sempre sull’orlo della catastrofe ma con lo sguardo teso a riconoscere i segni del bene nel caos della storia, è la stessa attesa vigile che spingeva il filosofo Berdjaev, negli anni ‘30, a criticare acutamente il fanatismo (politico ma anche religioso) non solo perché ne vedeva l’aggressività, ma soprattutto perché capiva che

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il bellicoso arroccamento sui valori perdeva di vista il cuore dell’esistenza, di più, tradiva una radicale mancanza di fede nella potenza di Dio: «Al fanatico il diavolo sembra sempre più forte e terribile, lui crede più nel diavolo che in Dio». Il male e il bene sono strettamente intrecciati, quasi inseparabili, e non si può pensare di annientare l’uno senza distruggere anche l’altro, solo colpendo e condannando. Ma esiste anche un’altra strada, quella percorsa da maestri che vale la pena ascoltare. Per questo i ragazzi russi, ucraini, bielorussi e italiani che si sono ritrovati a Seriate il 18 agosto, cercavano appunto qualcuno che indicasse loro i segni di questa positività sulla base di una lunga esperienza di vita. È stato il momento della gratitudine, non come semplice sentimento dell’animo, ma come memoria attiva, fiducia e responsabilità. Dove porterà questa comune scoperta dell’affezione positiva della vita non si può prevedere, ma sin da ora si capisce che implica un lavoro. E per noi che facciamo una rivista, è il lavoro della parola e della cultura, e non è poi così scontato che ci si speri ancora, in un mondo mediatizzato

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e pieno di messaggi confusi, dove sembra impossibile discernere la verità dalla menzogna, il bene in mezzo al male. Ma la certezza che la verità esiste e il bene è indistruttibile ci dà l’entusiasmo per staccarci dalla riva sicura su cui stavamo da 55 anni (la nostra rivista è nata nel gennaio 1960) e inoltrarci in nuove acque, quelle della comunicazione online; in questa avventura siamo accompagnati da tanti amici russi che scommettono ugualmente la vita sulla fiducia nella forza della parola libera: «Per me personalmente è stata una scoperta importante – scrive Nikolaj Epplé – la parola è efficace, non bisogna disperare. Penso che questo non riguardi soltanto me. Spesso viene da chiedersi se le nostre parole possano cambiare qualcosa sul piano globale. Ma non sta a noi misurare. …Come sappiamo, questo lavoro, nella prospettiva di anni e decenni, può sconfiggere gli imperi». Le nostre fonti, cinquantacinque anni orsono, erano le pure riviste sovietiche da leggere «in filigrana», intuendo più che conoscendo la vita reale dietro gli slogan ideologici. Poi sono incominciate le voci isolate del samizdat, diventate gradatamente un vero fiume. Ora le distanze si sono infinitamente accorciate, vediamo faccia a faccia i nostri

interlocutori, siamo amici e condividiamo gli ideali e le difficoltà della vita. Per questo il nostro lavoro non fa che diventare più vivo, interessante e responsabile. Infine, oggi abbiamo anche la fortuna di ritrovare questa stessa sfida nell’opera dell’ultimo premio Nobel per la letteratura, la scrittrice Svetlana Aleksievicˇ. Esempio rarissimo di «letteratura sapienziale» moderna, si spinge nell’inferno dell’uomo post sovietico e risponde alla sua invocazione; e la sapienza qui sta non solo nel rispondere, ma nel risvegliarci dalla nostra inerzia e dalle nostre comode frasi fatte.

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