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La cosa che diede la spinta finale ad Agatha, inducendola ad aprire un’agenzia investigativa tutta sua, fu quello che in cuor suo avrebbe sempre chiamato l’Incidente di Parigi. Resa irrequieta dal torpore estivo che avvolgeva come una coperta il villaggio di Carsely nei Cotswolds, Agatha decise di farsi una settimana di vacanza a Parigi. Era ricca, ma come tutti i ricchi di tanto in tanto cadeva preda di raptus di parsimonia, e dunque aveva prenotato un alberghetto dietro Saint-Germain-des-Prés, nel Quartiere Latino. Aveva già visitato Parigi, in passato, e visto le cose che andavano viste; questa volta desiderava solo sedersi nei caffè e osservare i passanti oppure fare lunghe passeggiate sulle rive della Senna. Ma a Parigi dopo i primi due giorni cominciò a fare più caldo che a Carsely e la sua stanza d’albergo non aveva l’aria condizionata. Rigirandosi nel letto mentre il termometro saliva a quaranta gradi, Agatha scoprì che la città non dormiva mai. Dall’altro lato della strada c’erano due ristoranti con i tavolini all’aperto, e i suonatori di fisarmonica giravano lì attorno fino all’una di notte per farsi dare qualche soldo dagli avventori. Agatha nell’ascoltare l’enne1
sima interpretazione della Vie en rose fantasticò di scagliare dalla finestra una granata a mano. Poi c’erano il baccano del traffico e le urla dei turisti che avevano bevuto in maniera poco assennata. E più tardi, quando stavano male, sentiva gemiti e conati. Ciò nonostante decise di girare per Parigi più che poteva. La metropolitana costava poco e arrivava ovunque. Il quarto giorno della vacanza, Agatha la prese a Maubert-Mutualité. Si sedette su una seggiola di plastica lungo la banchina e tirò fuori la mappa delle linee sotterranee. Aveva intenzione di andare da W.H. Smith in Rue de Rivoli e di comprare qualche libro in inglese. Nel sentire il rumore del treno in arrivo, Agatha ricacciò la piantina nella borsa, aprì le porte del vagone con quella maniglia argentata che tanto l’aveva disorientata la prima volta che aveva tentato di salire a bordo, ed entrò, consapevole di avere una persona che premeva alle spalle, e avvertendo contemporaneamente una sorta di tremore che dalla borsetta risaliva alla tracolla. Abbassò lo sguardo e vide che la borsetta era aperta e il portafogli era scomparso. Agatha guardò invelenita l’uomo che le si era premuto addosso. Era di media statura, caucasico, con i capelli neri, indossava una camicia azzurra e un paio di blue jeans. “Ehi, tu!” Agatha gli si avvicinò. Lui sgusciò via dal vagone, rifugiandosi in quello successivo, con Agatha alle calcagna. Proprio nell’istante in cui lei si protese in avanti per acchiapparlo, il ladro aprì di scatto le porte del vagone e saltò sulla banchina, lasciando lì Agatha, che non aveva la forza di fare lo stesso, e fu portata via, furente, fino alla stazione successiva. Agatha diede la colpa al parrucchiere. Un parrucchie2
re parigino le aveva detto che nella zona di Maubert non c’era criminalità, per via del grosso commissariato. Quindi Agatha riprese la metropolitana per tornare a Maubert, salì di corsa le scale mobili e chiese indicazioni per il commissariato. Le dissero che era appena girato l’angolo. Era un brutto edificio moderno con una scalinata ripida che portava all’ingresso principale. Sudando per il caldo e la rabbia Agatha irruppe nell’atrio. Dietro un vetro a prova di proiettile era seduta una bellissima ragazza con i capelli lunghi e scuri. Agatha le scodellò il racconto della rapina, aspettandosi di essere subito fatta accomodare di fronte a un detective, invece la ragazza cominciò a farle domande. Agatha pensò acidamente che una tipa così giovane e attraente avrebbe dovuto cedere il posto a qualcuno un po’ più autorevole. Per fortuna in quel portafogli aveva tenuto solo sessanta euro, e le carte di credito erano nella cassaforte dell’albergo. Il passaporto era in un’altra tasca della borsetta. Una volta risposto alle domande, e consegnato alla polizia il passaporto, fu invitata ad accomodarsi e attendere. “Perché non avete l’aria condizionata in questo posto?” brontolò, ma la bella ragazza si limitò a sorriderle benevolmente. Alla fine uscì un poliziotto alto, che la portò in una stanza laterale. Si sedette dietro una scrivania e fece cenno ad Agatha di sistemarsi sulla sedia di fronte a lui. Assomigliava a quelle illustrazioni di Don Chisciotte della Mancia. Lei ripeté nei minimi particolari la descrizione del rapinatore, concludendo: “Parigi pullula di gendarmi. Perché non scendete nella metropolitana e non beccate i ladri?”. “Lo facciamo ogni giorno,” rispose tranquillamente quello, in un inglese impeccabile. 3
“Sono una vostra collega, mi occupo di investigazioni,” disse grandiosamente Agatha. “Ma davvero!” fece Don Chisciotte, manifestando un barlume di interesse. “E a quale centrale della polizia inglese appartiene?” “A nessuna. Insomma, sto per aprire una mia agenzia investigativa.” Il barlume di interesse si spense. “Aspetti qui,” disse. C’era uno specchio, alle spalle della scrivania. Agatha si alzò e si osservò bene in faccia. Era rossa come un peperone per il caldo, e i capelli castani, di solito belli e lucidi, erano umidi e flosci. Agatha tornò a sedersi e in quel momento il poliziotto rientrò nella stanza con un foglio battuto a macchina, chiedendole una firma. Era tutto scritto in francese. “Di che si tratta?” chiese Agatha. “È per la sua assicurazione e afferma che se e quando lo arresteremo verrà condannato a tre anni di detenzione e al pagamento di tremila euro. Se troveremo il suo portafogli lo faremo avere all’ambasciata britannica. Firmi qui, prego.” Agatha firmò. “Non c’è altro, può andare.” “Aspetti un attimo. E le foto segnaletiche?” “Prego?” “Le fotografie dei criminali. Riconoscerei quel bastardo tra mille.” “Questa mattina altre tre persone sono state derubate dallo stesso tizio. Si tratta di tre cittadini francesi. Non abbiamo bisogno dei suoi servigi, signora.” Agatha si alzò, indignatissima. “Sono in grado di fare meglio di voi, sempre e comunque.” 4
Il poliziotto accennò a un sorriso privo di qualunque interesse. “E allora le auguro buona fortuna.” Agatha tornò immediatamente in albergo e lasciò la stanza. Aveva intenzione di tornare a casa e aprire subito l’agenzia. Avrebbe già dovuto farlo e invece aveva tergiversato per settimane, ma il furto del portafogli l’aveva lasciata con la sensazione di non avere il controllo degli eventi. E Agatha Raisin voleva avere il controllo su tutto. All’aeroporto Charles de Gaulle stava dirigendosi al gate, ma incappò in una folla cui la polizia stava impedendo di proseguire. “Che succede?” chiese a un tizio che era accanto a lei. “Qualcuno ha lasciato incustodito un pacco o una valigia.” Agatha aspettò, schiumando. Poi ci fu una forte esplosione. Dalle chiacchiere della gente attorno, capì che gli artificieri avevano fatto saltare il pacco sospetto. A Heathrow o in altri aeroporti avrebbero magari lanciato un appello chiedendo al proprietario di farsi avanti a reclamare la valigia o il pacco, ma a quanto pareva in Francia tiravano dritto e ricorrevano subito all’esplosivo. Agatha recuperò la macchina a Heathrow, mentre nel cielo cominciavano ad addensarsi nuvoloni neri, e quando imboccò la discesa verso Carsely la campagna stava ormai tremando sotto i tuoni e i fulmini di uno spaventoso temporale. Quando aprì la porta le vennero incontro i suoi due gatti, Hodge e Boswell. In assenza di Agatha, Doris Simpson, la donna delle pulizie, veniva tutti i giorni a dare da mangiare ai mici, e a farli uscire in giardino per un po’. Mollò la valigia nell’atrio e andò in cucina per aprire la 5
porta sul retro. Dal tetto di paglia scendevano fiumi di pioggia, ma l’aria era fresca e balsamica. Ansiosa di non perdere la determinazione ad aprire l’agenzia investigativa, Agatha decise di andare a trovare la sua amica Margaret Bloxby, la moglie del pastore. Dieci minuti dopo, Agatha suonò il campanello della canonica, con un leggero senso di colpa, perché probabilmente avrebbe dovuto telefonare, prima. Ma la signora Bloxby aprì la porta e la faccia gentile si illuminò con un sorriso di benvenuto. “Agatha! Che bello vederti. Accomodati. Come mai sei rientrata in anticipo?” “Mi hanno rapinata,” disse Agatha. Raccontò la disavventura. “Insomma, ti hanno borseggiata,” la corresse bonariamente la signora Bloxby. “Non è da te lasciarti intimorire e mettere in fuga da una cosa del genere. Credevo che Parigi ti piacesse molto.” “Sì, mi piace quasi sempre,” si agitò Agatha. “Stavolta è stata colpa del caldo e della mancanza di sonno. E la polizia mi ha liquidata così, come niente! Il guaio è che impiegano il loro tempo per tenere a bada le manifestazioni, e per il pubblico non hanno tempo.” “Non puoi saperlo, questo.” “In ogni caso mi ha dato la spinta di cui avevo bisogno per aprire la mia agenzia. Tu pensi che sia una buona idea, vero?” “Oh, sì,” concordò la signora Bloxby. Era convinta che il lavoro dell’agenzia investigativa sarebbe stato squallido e noioso, però almeno avrebbe tenuto impegnata la mente irrequieta dell’amica, impedendole di innamorarsi per l’ennesima volta, restando ferita. Agatha era una drogata dell’innamoramento. “È da un po’ che ci penso,” disse Agatha. “Sento di ave6
re bisogno di uno status ufficiale. Come donna d’affari sono in gamba, e sono certa di riuscire a farla funzionare. La polizia di questi tempi è oberata di lavoro e le stazioncine rurali sono state chiuse, una dopo l’altra. La polizia non ha tempo per i furtarelli in appartamento, gli adolescenti scappati di casa, o i mariti e le mogli usciti dalla retta via.” “E se non dovesse funzionare?” chiese la moglie del pastore. Agatha sogghignò. “Dedurrò le spese dalle tasse. Qualcuno ha preso il cottage di James?” Quel cottage ormai da tempo non apparteneva più a James Lacey, ex marito di Agatha, ma lei non smetteva di sognare che James prima o poi sarebbe tornato a Carsely. Non le pareva possibile che il cottage accanto al suo appartenesse ad altri. Agatha si era già innamorata di due dei proprietari precedenti. “Sì, in effetti. Ci abita una certa signora Emma Comfrey, impiegata statale in pensione. Dovresti farle visita.” “Magari. Ma ho tanto da fare. Domani andrò a Mircester all’agenzia immobiliare per vedere se c’è qualche ufficio in affitto.” La signora Bloxby rifletté mestamente che l’interesse di Agatha nei confronti del nuovo vicino era morto nell’istante in cui aveva scoperto che si trattava di una donna, e per di più in pensione. Agatha non avrebbe mai immaginato che per aprire un’agenzia investigativa ci volessero così tanti soldi. Cresciuta con i film in stile Raymond Chandler, aveva creduto che il detective se ne stesse seduto in un ufficetto, in attesa che entrasse ancheggiando la bella dama con le spalline imbottite, o qualcosa del genere. 7
Scoprì alla svelta, navigando in rete, che le agenzie investigative ormai dovevano offrire una vasta gamma di servizi, compresi quelli tecnologici e più moderni come il posizionamento di cimici o la bonifica dalle cimici, la fornitura di prove fotografiche o video e la sorveglianza occulta ed elettronica. E poi avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gestisse le telefonate quando lei era fuori ufficio. Agatha era una donna accorta e dunque capì che il faccio-tutto-io funzionava solo nei romanzi. Avrebbe dovuto investire parecchi soldi per assumere esperti, se voleva poter contare su un ritorno economico. Una volta trovato un ufficio nel centro di Mircester, fece uscire inserzioni sulla stampa locale. Per le prove fotografiche e video, ingaggiò come collaboratore esterno Sammy Allen, un fotografo che aveva lavorato per i giornali della provincia, e che adesso era in pensione; per gestire la parte elettronica si assicurò i servigi di Douglas Ballantine, un ex tecnico della polizia, anche lui pensionato. Come segretaria però voleva una persona intelligente, che fosse anche in grado di condurre indagini. Cominciava a disperare. I candidati erano troppo giovani e sembrava non essercene uno libero da piercing e tatuaggi. Agatha si stava chiedendo se provare a cavarsela da sola con il lavoro di segreteria quando qualcuno bussò alla porta dell’ufficio, la quale non era fornita di un pannello in vetro smerigliato, che Agatha avrebbe trovato più coerente all’immagine vecchia maniera delle agenzie investigative. “Avanti,” gridò, pensando che magari potesse trattarsi del primo cliente. Entrò una donna altissima e magra. Aveva i capelli grigi e folti, tagliati corti, una faccia lunga e magra, occhi casta8
ni e vigili, una bocca dai dentoni forti. Le mani e i piedi erano grandi, le prime prive di anelli, i secondi insaccati in robuste scarpe da passeggio. Portava un completo di tweed dall’aria vecchiotta. “Si accomodi, prego,” disse Agatha. “Le posso offrire un tè? Del caffè?” “Caffè, grazie. Due di zucchero, niente latte.” Agatha andò alla nuova macchinetta del caffè e riempì una tazza, aggiunse due cucchiaiate di zucchero e la piazzò sulla scrivania davanti a quella che sperava fosse la sua prima cliente. “Mi chiamo Emma Comfrey.” Perché quel nome le era familiare? Dopo un attimo Agatha ricordò che la signora Comfrey era la nuova vicina di casa. Non le riuscì di fare un sorriso spontaneo ma snudò i denti in quello che sperò sembrasse un caloroso benvenuto. “E qual è il suo problema, signora Comfrey?” “Ho visto il suo annuncio sui giornali. Quello in cui cercava una segretaria. Mi sto proponendo per il posto.” La voce della signora Comfrey era chiara, ben coltivata, da classi alte. L’anima proletaria di Agatha sussultò brevemente e poi venne la risposta aspra: “Da una segretaria mi aspetto, se necessario, un aiuto nelle indagini. Per questo mi serve una persona giovane e dinamica”. Gli occhi si conficcarono nella faccia magra della signora Comfrey e poi viaggiarono su e giù per il lungo corpo. “Ovviamente non sono giovane,” disse la signora Comfrey, “però sono dinamica, so usare il computer e rispondo al telefono con garbo, cosa che può tornare utile, come potrà constatare.” “Quanti anni ha?” 9
“Sessantasette.” “Santo Dio.” “Ma sono molto intelligente,” disse la signora Comfrey. Agatha sospirò, e stava per mandarla a quel paese quando si sentì bussare timidamente alla porta. “Avanti,” disse Agatha. Entrò una donna dall’aria infelice. “Ho bisogno di un investigatore,” disse. La signora Comfrey prese la tazza di caffè e si trasferì su un divano dall’altra parte dell’ufficio. Ripromettendosi che si sarebbe cavata Emma dai piedi una volta rimaste nuovamente sole, Agatha chiese: “Che cosa posso fare per lei?”. “Il mio Bertie è scomparso ormai da un giorno.” “Quanti anni ha Bertie?” “Sette.” “Si è già rivolta alla polizia? Domanda sciocca. Deve averlo già fatto di sicuro.” “Non erano interessati,” piagnucolò la donna. Indossava dei leggings neri e una magliettina nera sbiadita. I capelli erano biondi ma si vedeva la ricrescita scura. “Mi chiamo Evans.” “Non riesco a capire,” stava per dire Agatha quando Emma disse: “Bertie è il suo gatto, vero?”. La signora Evans si girò di colpo. “Oh, sì. E non era mai scappato, prima.” “Ce l’ha una fotografia?” chiese Emma. La signora Evans frugò in una borsetta malconcia e tirò fuori un pacchetto di foto. “Questa è la migliore,” disse, alzandosi e passando a Emma un ritratto di un micio bianco e nero. “È stata scattata nel nostro giardino.” Si andò a sedere accanto a Emma, che le passò un brac10
cio attorno alle spalle, per confortarla. “Non si preoccupi. Troveremo il suo gatto.” “Quanto mi costerà?” chiese la signora Evans. Agatha aveva un tariffario, ma la lista non comprendeva il ritrovamento di gatti smarriti. “Se lo troviamo fanno cinquanta sterline più le spese,” disse Emma. “Io sono la segretaria della signora Raisin. Se adesso volesse essere così gentile da lasciarmi il suo nome e cognome e un indirizzo e un numero di telefono.” Agatha diede passivamente un quadernetto a Emma, che prese nota dei dettagli. “E adesso torni pure a casa,” concluse Emma, aiutando la signora Evans ad alzarsi, “e non si preoccupi di nulla. Se esiste una possibilità di trovare Bertie, lo troveremo.” Quando la porta si richiuse alle spalle di una grata signora Evans, Agatha disse: “Lei è alquanto dispotica, ma ecco quello che intendo fare: trovi quel gatto e il posto sarà suo”. “Benissimo,” disse placidamente Emma, riponendo il quadernetto nella capace borsa. “Grazie per il caffè.” E adesso sì che me la sono tolta dai piedi, pensò Agatha. Emma Comfrey controllò l’indirizzo sul quadernetto. Entrò in un negozio di articoli per animali lì nei pressi e comprò un trasportino, facendosi dare la ricevuta. La signora Evans abitava in una zona residenziale nei sobborghi di Mircester. Emma si infilò nella piccola Ford Escort di sua proprietà e partì, diretta laggiù. Notò che la signora Evans abitava in una fila di case i cui giardini posteriori confinavano con i campi. Gli agricoltori avevano mietuto e portato via il raccolto ed Emma sapeva che per un gatto questo significava grandi possibilità di caccia ai topi di campagna. 11
Parcheggiò l’auto e imboccò un sentiero che portava nei campi. Entrò nel primo, le sue scarpone solide si fecero strada tra le stoppie. La giornata era calda e piacevole, con nuvolette soffici nel cielo azzurro chiaro. Emma studiò il campo e poi si girò per vedere dove fosse il retro del giardino degli Evans. Ai margini del campo c’era una bordura di ginestra spinosa, e l’erba era alta. Puntò in quella direzione e all’improvviso si lasciò cadere con il sedere a terra, sentendosi alquanto scossa. Adesso non riusciva a credere di aver avuto l’ardire di proporsi per quel lavoro, ed era certa che non ci fossero speranze di ritrovare il gatto. Emma si era sposata poco più che ventenne con un avvocato, Joseph Comfrey, che guadagnava bene, ma erano passate appena tre settimane dalla luna di miele quando lui aveva detto che non era bene per Emma starsene a casa con le mani in mano, e che avrebbe dovuto cercarsi un lavoro. Emma, figlia unica, era abituata alle prepotenze dei genitori, e così aveva docilmente affrontato gli esami per diventare funzionaria di Stato e si era rassegnata al noioso lavoro di segretaria al ministero della Difesa. Joseph era tirchio, meschino. Spendeva parecchio per se stesso – la Jaguar ultimo modello, le camicie in Jermyn Street e i vestiti in Savile Row – però si era arrogato il controllo dello stipendio di Emma, e le concedeva solo un piccolo fisso mensile. Quando lei aveva smesso di lavorare, lui aveva cominciato a lamentarsi dell’esiguità della pensione della moglie. Due anni prima era morto di un attacco di cuore, ed Emma si era ritrovata a essere assai benestante. Non aveva figli; Joseph non li aveva voluti. All’inizio aveva passato lunghe e solitarie giornate e nottate nella grande villa a Barnes. La parsimonia, la taccagneria cui l’aveva abituata il marito erano lacci dai quali non era facile liberarsi. Le pareva di 12
sentire ancora la sua voce echeggiare nelle stanze, lamentosa e opprimente. Alla fine aveva trovato il coraggio di vendere la casa. Aveva preso i vestiti del marito e li aveva regalati ai poveri. Aveva donato i suoi libri giuridici a un aspirante avvocato e aveva comprato il cottage di Lilac Lane attiguo a quello di Agatha. Le signore del villaggio si erano mostrate amichevoli, ma Emma aveva cominciato a interessarsi alle storie sul conto della vicina di casa e poi aveva visto l’inserzione con cui Agatha cercava una segretaria. Il troppo tempo libero le pesava. Le ci era voluto molto coraggio per entrare nell’ufficio di Agatha e chiedere il lavoro. Se Agatha fosse stata meno bellicosa, la normalmente timida Emma si sarebbe ritirata rinunciando a qualunque possibilità di assicurarsi il posto, ma i modi prepotenti di Agatha le avevano fatto tornare inevitabilmente in mente quel despota del marito e certe persone odiose con cui era stata costretta a lavorare nel corso di tanti anni, e questo le aveva infuso coraggio. Emma sospirò. Il suo piccolo momento di gloria era finito. Quel disgraziato d’un gatto poteva essere ovunque: in un gattile insieme ad altri randagi o stirato da un camion. Emma era cresciuta in una casa di metodisti, ma a poco a poco aveva smesso di frequentare le funzioni religiose. Continuava vagamente a credere che nell’universo esistesse un potere capace di fare del bene. Rimase seduta a lungo, tenendo abbracciate le ginocchia ossute e osservando le ombre delle nuvole che si davano la caccia sulle stoppie. Si sentì improvvisamente in pace, come se il passato e le sue miserie e il futuro e le sue incertezze le fossero stati spazzati via dalla mente. Alla fine si alzò e si stiracchiò. Era ora di muoversi e di cercare il gatto. Proprio nel momento in cui si girò, un raggio di sole 13
colpì l’erba alta e i cespugli di ginestra spinosa, ed Emma vide qualcosa. Scostò l’erba e guardò a terra. C’era un gatto bianco e nero profondamente addormentato. Emma andò senza fare rumore all’auto, prese il trasportino e tornò, sperando contro ogni evidenza che il gatto non se ne fosse andato. La fortuna non l’abbandonò. Si chinò, acchiappò il gatto per la collottola e lo infilò nella gabbietta. Lanciò un’occhiata alle case e a quella degli Evans in particolare. Non si vedeva in giro anima viva. “Il primo colpo di fortuna che abbia avuto in vita mia,” disse Emma. “E adesso vediamo che faccia farà quella Raisin!” Agatha alzò speranzosa lo sguardo all’aprirsi della porta dell’ufficio, e la faccia le si afflosciò quando vide Emma. E poi vide il trasportino. “Santo cielo! È Bertie, quello?” “Sì, proprio lui.” “Ne è certa?” “L’ho trovato in un campo sul retro della casa. Ho controllato e corrisponde alla foto. Ho una ricevuta per il trasportino e avrò bisogno di comprare del cibo per gatti e una lettiera e la sabbietta.” “E perché mai? Insomma, chiami quella donna e la faccia venire qui.” “Non è una buona idea.” “Le posso ricordare chi comanda qui dentro?” “Mi stia a sentire. Non sarebbe meglio aspettare fino a stasera? Non voglio farla apparire troppo facile. Le diremo di aver trovato Bertie che passeggiava sulla superstrada, e che gli abbiamo salvato la vita. Poi telefonerò alla ‘Gazzetta di Mircester’ e fornirò una storia simpatica sulla nuova agenzia investigativa.” 14
Agatha, che in vita sua non era mai stata surclassata quando c’erano di mezzo le pubbliche relazioni, provò una fitta di gelosia. E poiché non era mai in grado di riconoscere in se stessa quel sentimento, l’addebitò al troppo caffè. “Benissimo,” disse, imbronciata. “Allora ho questo lavoro?” “Sì.” Emma sorrise, felice. “Vado a procurarmi il necessario per il gatto e poi potremo discutere del mio compenso.” La “Gazzetta di Mircester” sapeva che le storie a lieto fine erano quelle che facevano davvero vendere bene. Dopo aver discusso un po’, Emma e Agatha decisero di tenere il gatto in ufficio per tutta la notte, di renderlo alla signora Evans al mattino dopo, e di fare in modo che alla consegna fossero presenti un cronista e un fotografo. Emma non chiuse praticamente occhio. Ebbe visioni di Bertie morente nel cuore della notte, e di qualcuna delle vicine di casa della signora Evans che si faceva avanti per dire di aver visto una donna portare via il gatto dai campi, il giorno prima. Invece tutto filò straordinariamente liscio. Agatha avrebbe tanto voluto accaparrarsi ogni merito, ma con Emma lì presente non le fu proprio possibile. E mise su un discreto muso quando la “Gazzetta di Mircester”, pur citando la nuova agenzia investigativa, pubblicò una foto con la signora Evans, Emma e il gatto.
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Titolo originale dell’opera: Agatha Raisin and the Deadly Dance Traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo © 2004 by M.C. Beaton © 2016 astoria srl corso C. Colombo 11 – 20144 Milano Prima edizione: giugno 2016 ISBN 978-88-98713-42-4 In copertina: illustrazione di Alice Tait e Camilla Lupezza Progetto grafico: zevilhéritier
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