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Manfellotto

di BRUNO MANFELLOTTO

Il n om e d el p ar tito Eti ch e tt a su un g ran d e v u o to

Siamo tutti in trepida attesa che Luigi Di Maio confermi il nome della nuova creatura nata dalla scissione dal Movimento Cinque Stelle. Non per altro, ma “nomen omen” ci hanno insegnato i latini, cioè ogni nome nasconde un presagio, un destino, insomma la scelta ci aiuterebbe a capire che cosa intendano fare, dove vogliano andare lui e i suoi 61 seguaci. Altrettanto irrequieti ci sentiamo sapendo che anche Giovanni Toti cerca un nome per un’alleanza, che naturalmente vorrebbe essere larga e di centro, magari proprio con Di Maio, ma di cui per ora non si vede traccia. Solo indizi. Nell’annunciare l’addio - con volto teso e distillando veleno - il capo della Farnesina fece sapere per esempio di aver scelto “Insieme per il futuro”, ma provvisoriamente, pare. Attenzione, i nomi, specie in politica, sono una cosa maledettamente seria. In questo caso, invece, la denominazione è vaga, commercialmente sfruttata e pure sfortunata. Tanto per cominciare, insieme con chi? A chi ci sta, a Toti, a Renzi, a Letta? In quanto a “futuro”, l’ultimo a utilizzarlo fu Gianfranco Fini nel 2011: con “Futuro e Libertà”, che durò l’“espace d’un matin” per poi confluire nel cartello elettorale per Mario Monti. Per il resto, spicca in qualche supermercato il concorso di Capitan Findus, quello dei surgelati, sotto lo slogan “Insieme per il futuro degli oceani”, che certo rimanda a temi ambientalisti, però…

Vedremo. Si spera in un messag-

gio chiaro. E in un colpo di fantasia. Finora merce rara. Brugnaro & Toti, per esempio, nell’attesa della Nuova Grande Alleanza, hanno sciolto “Coraggio Italia”, formazione nata per diaspora dal ceppo berlusconiano, e sono entrati nel gruppo misto con la sigla “Vinciamo Italia”: nell’attesa della Grande Alleanza, all’Italia non si rinuncia. Anzi, ripercorrendo l’onomastica politica con l’aiuto di Filippo Ceccarelli (“Lì dentro. Gli italiani nei social”, Feltrinelli) si conferma che nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica, caduto l’aggettivo italiano che definiva tutti i partiti - liberale, socialista, comunista, socialdemocratico, repubblicano e pure del movimento sociale - molte nuove formazioni si sono aggrappate all’Italia, a cominciare da Forza Italia di Berlusconi, madre di tutte le altre. L’elenco è lungo. Da Italia dei Valori di Tonino Di Pietro a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, da Italia Viva di Matteo Renzi a Noi con l’Italia di Maurizio Lupi, da l’Italia per Monti a Italexit di Gianluigi Paragone; e prima ancora ci furono i Popolari per l’Italia di Mauro Mauro, l’Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli, l’Italia di mezzo di Marco Follini, le Energie per l’Italia di Stefano Parisi (che nel 2016 sembrò dovesse papparsi Forza Italia), la Nuova Italia di Gianni Alemanno, Fare Italia di Adolfo Urso e pure Italia Madre di Irene Pivetti. Come peraltro non c’è stata legge di bilancio recente che non sia stata accompagnata da un decreto SbloccaItalia, CresciItalia, SalvaItalia, SforbiciaItalia... Mentre fiorivano centri studi, lobby e fondazioni all’insegna di un tricolore mai così esaltato: Italia Futura di Montezemolo (ah, il futuro!), Italiani-Europei di Massimo D’Alema, Più Italia del principe Emanuele Filiberto di Savoia, Base Italia del sindacalista Marco Bentivogli, senza dimenticare Ancora Italia di Diego Fusaro. Ora, sul perché si ricorra insistentemente al marchio nazionale fioriscono le interpretazioni. C’è chi dice che questa sia ancora l’onda lunga del clamoroso exploit di Berlusconi in morte dei partiti tradizionali, anche se ora la sua Forza Italia è in via di dissoluzione; o che si voglia richiamare il made in Italy, che è sempre di successo. Chi invece sottolinea che l’appello patrio garantisce che ci si voglia occupare del Paese, cioè di tutto e di tutti, senza etichette né forzature né partigianerie. E chi invece ne deduce che il brand Italia, vago, generico e generalista, sia perfetto per nascondere la pochezza di idee, programmi, visioni forti, leader credibili. Una grande etichetta per un grande vuoto. Ecco perché aspettiamo con curiosità di vedere se le nuove formazioni post grillina e post totiana si daranno un altro nome. Italiano? Q

DOPO DI MAIO ANCHE TOTI CERCA UN BRAND PER LA SUA ALLEANZA. LA PAROLA ITALIA VA ALLA GRANDE

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le ong e dalle associazioni come Legambiente -, ma bocciati dai palazzi romani, che hanno altri ritmi, altre priorità.

Il caso emblematico è l’impianto eolico Monte Giogo di Villore sull’Appennino tosco-emiliano. L’iter parte a ottobre 2019 quando la multiutility Agsm Aim di Verona, società che intende realizzare sette pale eoliche nel Mugello, presenta il progetto a comuni e cittadini e ottiene il loro consenso. Poi si dirige spedita sull’amministrazione regionale toscana e ottiene il via libera dopo due anni e mezzo: ottenere l’autorizzazione di impatto ambientale e quella unica significa passano attraverso i pareri di 59 enti, sintetizzati dalla Conferenza dei Servizi. Si aggiunge anche un’inchiesta pubblica, ovvero quaranta ore di dibattito per valutare l’opinione di cinque comitati contrari alla realizzazione dell’impianto. Alla fine la Conferenza dei servizi stabilisce che la transizione energetica è prioritaria rispetto alle obiezioni mosse da alcuni enti e, il 7 febbraio 2022, la giunta regionale rilascia l’autorizzazione. Ma i lavori non partono. Perché? Perché la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio - che già all’interno della Conferenza dei Servizi aveva espresso parere negativo e aveva richiesto (e ottenuto) svariate modifiche al progetto -, tramite il ministero della Cultura, guidato da Dario Franceschini, muove opposizione alla presidenza del Consiglio. La motivazione è che per realizzare l’opera è necessario abbattere parte del bosco. Un’obiezione che la giunta regionale aveva già respinto, ritenendo più importante la riduzione dell’inquinamento e della bolletta: «Per il paese questo impianto

Pannelli solari nei campi della maremma toscana

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