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De re rustica, praefatio1-4 passim) IT

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De re rustica, praefatio 1-4 passim ITALIANO

PERCORSO ANTOLOGICO La crisi dell’agricoltura italica: analisi e proposte

Lucrezio, nel II libro del De rerum natura, aveva lamentato in versi drammatici e potenti la progressiva consunzione del suolo, logorato dai troppi anni di sfruttamento e condannato alla sterilità. Il concetto di ciclicità e di inevitabile decadenza del mondo, ricorrente presso i poeti, poteva ulteriormente corroborare tale concezione, certo diffusa anche a livello popolare. Rivolgendosi a Publio Silvino, dedicatario della sua opera, Columella si impegna a confutare tale tesi, addebitando le responsabilità della crisi dell’agricoltura italica da una parte ai proprietari terrieri (che si disinteressano delle loro aziende), dall’altra all’impreparazione tecnica degli agricoltori. Columella, ad inizio di libro, si fa subito garante di una visione ottimistica e pragmatica della natura, resa feconda da un «Creatore del mondo» (mundi genitor, espressione di derivazione stoica, che implicava una concezione provvidenzialistica del mondo) ed eterna (come Aristotele aveva a suo tempo sostenuto). L’agricoltura viene elogiata come la forma di attività più vicina alla sapientia: di qui lo sdegnato lamento sull’assenza di studi agricoli accurati e specifici. Il concetto era già stato espresso da Cicerone per bocca di Catone il Censore: la vita dell’agricoltore, si diceva nel Cato Maior de senectute (cap. 51), appare molto affine a quella del saggio.

[1] Odo spesso i più illustri cittadini lamentarsi ora della sterilità dei campi, ora delle stagioni, da lungo tempo ormai sfavorevoli ai frutti della terra; c’è poi chi vuole attenuare in certo modo queste lamentele con una teoria razionale: cioè, stanco e isterilito dall’eccessiva abbondanza dei tempi passati, il terreno non può più offrirci gli alimenti con l’antica generosità. [2] Ma io sono sicuro, o Publio Silvino, che tutte queste ragioni sono molto lontane dal vero. Come si può pensare senza irriverenza che la natura – quella natura alla quale il Creatore del mondo ha fatto dono di una sempre rinnovata fecondità – si sia isterilita ad un tratto, come se fosse soggetta a malattie? E sarebbe egualmente sciocco credere che la terra, come una creatura mortale, si sia invecchiata, essa che ha avuto in sorte una giovinezza eterna, simile a quella degli dèi, essa che vien detta madre di tutte le cose, appunto perché tutte le ha prodotte, e di nuovo e sempre le produrrà tutte in avvenire! [3] Non è nemmeno l’inclemenza del cielo la causa dei danni che lamentiamo; la colpa è nostra, perché abbandoniamo la cura dei campi nelle mani del peggiore dei nostri schiavi, e glieli lasciamo straziare, mentre ai tempi dei nostri padri i migliori cittadini se ne occupavano personalmente e con la massima diligenza! [4] Veramente io non mi so dar pace di questo fatto: [...] ciascuno cerca la persona più adatta a istruirlo nella scienza che desidera, così come ciascuno sceglie fra i sapienti chi possa dare all’animo suo una solida formazione alla virtù: e solo la scienza agricola, che senza dubbio è vicina, per nobiltà e importanza, alla sapienza, non ha né chi la insegni né chi la impari!

(trad. di R. Calzecchi Onesti)

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