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BIMESTRALE DI INFORMAZIONE CULTURALE del Centro Culturale Ariele
Hanno collaborato:
Giovanna Alberta Arancio
Monia Frulla
Rocco Zani Miele
Lodovico Gierut
Franco Margari
Irene Ramponi
Letizia Caiazzo
Graziella Valeria Rota
Alessandra Primicerio
Enzo Briscese
Giovanni Cardone
Susanna Susy Tartari
Cinzia Memola
Concetta Leto
Claudio Giulianelli
Rivista20 del Centro Culturale Ariele Presidente: Enzo Briscese Vicepresidente: Giovanna Alberta Arancio
tel. 347.99 39 710 mail galleriariele@gmail.com
L’intimità di dialoghi perduti in un “tempo contemporaneo” che inizia a scorrere forse troppo velocemente. Una spiritualità interiore, viene rappresentata attraverso dipinti ad olio e carta che ci parlano di uomini e donne, che vivono nel nostro tempo. Lacerazioni dell’anima. Speranze ricercate, per poi essere ritrovate. La pittura di Aurora Cubicciotti si muove in un contesto sociale, poco esplorato dagli altri Artisti. L’idea di pittura classica tradizionale, viene abbandonata, per dare maggiore spazio a quel processo di significazione, alla base di ogni lavoro di Cubicciotti. “Mi piace incollare la carta - spiega - e seguirla, perché, a mano a mano che la strappo, è lei a suggerirmi la strada da intraprendere: sono affascinata dall’effetto che si ottiene, restituisce il concetto di non finito, di antico e consumato. La formazione che ho ricevuto, la mia professione da insegnante, la conoscenza del restauro, della chimica dei colori - a volte mi preparo i pigmenti da sola - mi conduce a sperimentare, a far convivere diversi linguaggi, ad innovare, il tutto senza dimenticare la bellezza delle forme dell’arte classi-
ca”. La sua visione artistica è ben delineata: “Serve la tecnica, bisogna studiare le basi per dare corpo e anima alla propria creatività. L’artista - come spiega Aurora - ha il dovere di usare al meglio i propri mezzi espressivi affinché la sua arte agisca fortemente sulla sensibilità dello spettatore; l’opera d’arte deve essere la voce scavata tra i colori che in maniera assillante scuote gli animi umani per obbligarli a vedere la realtà”. Possiamo collocare la pittura di Cubicciotti all’interno dello spazio/tempo Caravaggesco, nel quale la dicotomia buio/luce diventa il punto di partenza per un nuovo racconto pittorico. Il contrasto tra luce e oscurità non crea dissonanza, piuttosto i due elementi opposti si completano, mettendo in evidenza un fatto importante: la luce diventa protagonista del messaggio della pittrice.
mail.: cubyaurora@gmail.com
Sito: www.facebook.com/ aurora.cubicciotti tel. 339.18 38 913
Enzo Briscese è autore di visioni rivissute in una dialettica di momenti coinvolgenti. Egli privilegia la scomposizione di piani, come esplorazione visionaria, e colta ricerca concettuale, che riprende il pensiero cubista e costruttivista del primo Novecento. Questa pittura riafferma con garbo la possibilità di momenti arcani, grazie a uno scenario dove reminiscenze figurali, più o meno esplicitate, si coniugano in un contesto liricamente informale, mettendo a punto un microcosmo che si ricompone in un unicum ragionato e reso coerente, tramite segnali e richiami allusivi. Vibrano sentimenti inespressi in queste ricognizioni di eventi, il cui significato resta comunque sospeso e accessibile solo come intuizione. Il percorso visivo si traduce in un segno rapido, elegante, e in una materia trasparente, leggera, a suo modo dialogante, e poeticamente armonizzata nei giochi tonali. Si può ben dire quanto Briscese sia pittore della positività, anche nel momento in cui le sue visioni assumono le sembianze di una realtà sfuggente; non c’è infatti conflitto in queste composizioni dove l’in-
conscio non è tenebra perturbante, ma processo chiarificatore, autobiografico si direbbe, che si apre allo sguardo come accogliente repertorio di oggetti teneramente quotidiani, avvolti nella dolcezza ipnotica e nel silenzio ovattato di uno spazio metafisico. Briscese si rivela qui come abile manipolatore di una realtà estremizzata fino ai limiti dell’assurdo, e tuttavia autore di una narrazione veritiera, attendibile, aperta alla condivisione. La sua cultura pittorica, superando il conflitto tra figurazione e informale, si radica nel Museo del secolo scorso, ma va anche detto che questo richiamo spiega solo in parte la verità poliedrica del suo operare, dove risuonano chiari gli echi della nostra inquietante quotidianità. Paolo Levi
mail.: enzobriscese6@gmail.com www.facebook.com/enzo.briscese.9/ tel. 347.99 39 710
Segue i primi studi artistici presso il maestro Lillo Dellino di Bari. Cresce in un ambiente intellettualmente stimolante, frequentato da musicisti, letterati ed artisti.
Nella prima giovinezza si trasferisce a Torino dove frequenta lo studio di disegno del maestro Giacomo Soffiantino e in seguito l’atelier di Giorgio Ramella.
Nella città di Torino, dove apre un laboratorio di disegno e pittura, si confronta con diverse ed importanti esperienze nel campo delle arti visive. Fra queste sono da evidenziare l’avvio del Centro Culturale Ariele, tuttora vitale, la gestione di spazi espositivi, la realizzazione di unna rivista d’arte diffusa a livello nazionale.
Come pittore elabora, attraverso una personale e rigorosa ricerca, una poetica coerente con il suo impegno sociale ma, soprattutto, capace di comunicare la sua forza espressiva grazie alla resa sicura del segno e ad un colorismo raffinato. I cicli tematici si susseguono declinando diversi linguaggi all’interno dei percorsi del figurativo e dell’astratto, densi di rimandi storici e di sapienti contaminazioni.
Ragazzi del 2000 - 2023 - t.mista olio su tela - cm70x80
“Whithe Twins” altorilievo 2024
Le prime opere sono grandi frammenti di rapaci realizzati con materiali poveri che rimandano efficacemente ad un concetto di naturalismo: le immagini, strappate al loro contesto, diventano elementi concettuali.
Le opere successive sono caratterizzate da una ricerca figurativa, dove emerge un uso prevalente del colore per evidenziare le caratteristiche espressive dei personaggi ritratti. Le ultime opere, infine, abbandonano l’uso del colore, mantenendo uno stretto legame con la figuralità e ispirandosi a canoni classici. Fondamentale è il significato concettuale dei lavori, accomunati da un unico titolo che ne rappresenta la vera essenza.
“CECITA”, queste opere dicono molto di sé, cecità?
Quanta cecità ogni giorno incontriamo? Molta, ha un altro nome, ma la rispecchia a pieno l’indifferenza. Per me sei trasparente, non esisti, o non esisti più. Ti attraverso quasi calpestandoti, tanto non proverò nessun sentimento, emozione, nulla. A mio parere è la cecità peggiore, quella dell’anima. E’ lo specchio del becero egoismo, o la difesa di chi non sa argomentare. Quanta cecità moderna, pensiamo a chi lo è davvero cieco, ma percepisce ogni movimento, cambio di suono della
voce, tocco. Siamo diventati asettici, nei sentimenti, nei rapporti. L’ opera lancia un messaggio forte, non diventiamo ciechi a prescindere, asettici, privi di emozioni. Guardiamoci, annusiamoci, e viviamo vedendoci, e parlandoci, nulla è più mortale dell’indifferenza, uccide tutto anche il rispetto.
“INVOLUCRO”,già il titolo di uno dei lavori è fonte di riflessione. Se ci pensiamo un attimo ognuno di noi visto dall’esterno è diverso, ma l’interno, quello anatomico è quasi uguale per tutti. Il corpo è l’involucro dell’anima, del cuore, epicentro delle emozioni più vere, dirette e reali. Possiamo nascondere ogni cosa ma saremo anima e cuore per pochissimi, che sapranno vederci dentro, oltre. D’impatto è voluto il viso, diviso dallo scheletro. Due facce della stessa medaglia, oggi più che mai attuale. L’opera è diretta e bellissima, nella sua semplicità. Ma come ci suggerisce, non fermiamoci mai all’apparenza, guardiamo la vera essenza di chi abbiamo di fronte, sempre! Laura Cherubelli
mail: giorgio.bil21@gmail.com cell. 338 500 0741
Mirella Caruso nasce a Sciacca, luogo di atmosfere mediterranee che l’ha sempre ispirata per i suoi dipinti. Laureata in giurisprudenza all’Università di Palermo, ha insegnato Discipline Giuridiche e Economiche ed è attualmente impegnata nell’insegnamento delle tecniche dello yoga, pratica che è per lei ispirazione fondamentale per alcuni dei suoi soggetti simbolici. Stabilitasi a Torino, ha iniziato il suo percorso di pittrice grazie all’incontro con Margherita Alacevich. La sua energia vitale e l’irrequietezza del suo carattere la portano spesso a diversificare la sua produzione; passando per quadri simbolici si arriva alla rappresentazione figurativa di paesaggi e soggetti. Tra le maggiori esposizioni dell’artista si ricordano le personali nel 1995 a Cervo (IM) a Villa Farandi, quella del 2013 al “Re Umberto” di Torino, nel 2016 la bipersonale con Giuseppe Falco alla Galleria d’Arte Centro Storico a Firenze e nel 2017 presso il circolo culturale di Sciacca. Oltre a numerose mostre al circolo degli artisti e alla promotrice delle Belle Arti di Torino, si ricorda la partecipazione nel 2016 alla collettiva internazionale “Time to Build” all’atelier 3+10 a Mestre, nel 2018 la collettiva presso la galleria Saphira e Ventura a New York, nel 2019 a quella all’Appa Gallery di Madrid e nello stesso anno la collettiva “Rinascimento contemporaneo” al museo Leonardo Da Vinci a Roma e nel 2021 la partecipazione ad ArtParmaFair a Parma.
L’arte di Mirella Caruso racconta storia, tradizione, cultura, classicità, con una pittura intensa e corposa, espressiva e passionale. L’artista crea con la luce profondità e spazio, delimitando la scena da quinte visive che conferiscono armonia ed equilibrio compositivo. Ottima colorista, Mirella Caruso interpreta con vibrante energia natura e realtà, dando spazio al sogno e alla visione poetica interiore. Il segno delle pennellate è sempre intriso di materia, istintivo e veemente, sicuro e senza ripensamenti, a testimonianza di un mestiere e di una maturità pittorica raggiunta con esercizio costante e raffinata sensibilità.
Nei suoi dipinti il dinamismo delle scene, delle figure in movimento, del mare o del vento che sfrangia le foglie degli alberi diventa elemento fondante di un linguaggio vivo e pulsante, che affida ad una sorta di puntinismo cromatico il compito di creare effetti ottici e piani prospettici sovrapposti in lontananza, quasi un velo tra l’osservatore e il mondo interiore dell’artista. Tra figurazione e astrazione, quindi, cogliendo di entrambi gli stili l’essenza formale e ideale, il senso del vero e l’afflato onirico dello spirito. Mirella Caruso ci conduce in universi immaginati con la potenza della realtà e dei pigmenti più vivi, tra un ritmo scandito di chiaroscuri e una personalissima sintesi di forma, linea, colore.
Guido Folco
mail.: mire.caruso@gmail.com
Sito: www.facebook.com/mirella.caruso.31 tel. 339.36 56 046
Davanti alle opere di Angelo Buono, c’è da chiedersi dà cosa nasca la sua volontà pittorica, s’è non dal fascino dei colori e della luce. C’è quindi alla radice del suo far pittura un input,una sorta di sollecitazione intrinseca che lo porta ad esplicitare nella sua varietà del segno e nella molteplicità delle assonanze cromatiche,tutto un mondo interiore.
Affiorano così allo sguardo tutta una serie di esplicitazioni spesso decisamente informali perché interviene direttamente nella materia con un segno espressivo e un gesto spontanee, in cui le modulazioni cromatiche stesse sembrano essere ricondotte al servizio di un serrato impianto costruttivo organizzato talvolta su una griglia spaziale,e la fantasia a fare da supporto ideale x questa trascrizione di segni e di impulsi che si rifanno alla sfera tipicamente sensoriale. Sappiamo che segno,e gesto e materia sono alla radice della poetica “informale”, perché un linguaggio del genere nasce e si origina dal dominio della pulsione.
Ebbene in Buono si avverte, sia pure in una alternanza semantica significativa questa condizione particolare, questo muoversi e voler scoprire un “reale fantastico” ,una trasfigurazione immaginifica, in tal modo l’ope -
ra vive allora come in una doppia tensione,tra flusso espressivo e suo annientamento, sulla scia di una intuibile ricerca di dimensioni e di spazi evocativi destinati a respiri più ampi e come se dai gorghi della memoria dovessero emergere i termini di una poetica continuamente oscillante tra visibile e invisibile,tra superficie e profondità.
Alla radice c’è senza dubbio una irrequietezza come supporto ideativo, per cui il rapporto che viene a stabilirsi è attivato al rimando tra fattori di contrazione e di espansione,di parcellizzazione e di ricomposizione globale.
Salvatore Flavio Raiola
mail.: angelo.buono49@gmail.com www.facebook.com/profile.php?id=100009137654439 tel. 346.72 40 502
Monica Macchiarini nasce a Vergato (BO) nel 1962. Nel 1980 consegue il diploma di Maturità Artistica al Liceo Artistico di Bologna. Nel 1981 svolge uno Stage di Ceramica a Imola (BO). Frequenta poi il Corso di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia diplomandosi nel 1984 come Maestra Scultrice. Negli anni della sua formazione è stata allieva di Ugo Guidi, Giorgio Lenzi, Eliseo Mattiacci, Bruno Corà.
Attraverso un materiale povero e naturale come l’argilla, Monica Macchiarini racconta e traduce emotivamente percorsi interiori che vengono alla luce attraverso simboli ancestrali e ‘incantamenti’ che richiamano alla Sacralità della vita, al Divino Femminile, alla Madre Terra e alla Creazione in tutte le sue forme preziose di Energia vitale. Le sue opere figurative sono icone contemporanee che danno voce a donne senza tempo, Dee, Sibille, Sacerdotesse e Oracoli, per proporre una riflessione sul pregiudizio ancora radicato che ha portato a dimenticare il contributo fondamentale delle donne nella società. Dal 2001 fino al 2007, a Sasso Marconi, inizia un’im-
portante esperienza di artigianato artistico con la bottega “L’Altrarte” che contribuisce a fondare. Nel 2007 inaugura un percorso individuale che la vede impegnata come scultrice-ceramista e come docente di laboratori didattici e corsi specifici in campo artistico. Nel 2008 diventa Coordinatrice Artistica di un importante Atelier di Art Brut per persone adulte con disabilità della coop. Sociale Open Group: “Marakanda: arte e capacità in corso d’opera” a Borgonuovo di Sasso Marconi (BO).
Lavora ed espone le sue opere presso lo Studio artistico Achàntus che ha aperto nel 2019, insieme allo scultore Fausto Beretti, in via Saragozza 153/b a Bologna. Nel 2022 entra a far parte della “Francesco Francia” associazione per le Arti di Bologna dal 1894.
Mail - monicamacchiarini@gmail.com
Sito -www.monicamacchiarini.it
tel. - + 39 338 4894234
Scultore e pittore, l’artista è titolare della cattedra di discipline plastiche presso l’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Nelle sue opere il fremito della vita e il dinamismo del movimento. Alla galleria d’arte contemporanea “Studio C” di via Campesio 39 si inaugura oggi, alle ore 18, la mostra personale di Fausto Beretti dal suggestivo titolo “Davide e Golia”. Nato a Reggio Emilia e residente a Bologna, Fausto Beretti è artista dalla solida preparazione tecnico-culturale e dal vasto curriculum critico-espositivo. Prima ha frequentato il Liceo Artistico di Bologna e quindi si è diplomato maestro scultore presso l’Accademia di Belle Arti della stessa città. Ha inoltre ricoperto incarichi importanti nel campo dell’insegnamento ed ha soggiornato per un certo periodo a Parigi dando vita a preziose collaborazioni artistiche. Attualmente occupa la cattedra di discipline plastiche presso il prestigioso Istituto d’Arte “Paolo Toschi” di Parma. Artista a tutto tondo, scultore e pittore, Beretti è tra i pochi artisti moderni che sanno unire la sapiente tecnica dei vecchi maestri alle tematiche più vere e sentite della nostra contemporaneità facendo così convivere, in modo armonico e del tutto naturale, passato e presente, tradizione e modernità. E la grande tradizione artistica del nostro Rinascimento, del Manierismo e poi, ancora, tutta la maestria espressa dall’arte greca e romana costituiscono, infatti, il cuore e l’ossatura di tutta la sua espressione. Arte vera e concreta, dunque, fondata su basi solide e universali, dove la creatività e l’ingegno si sposano alle capacità operative e “artigianali” del mestiere e dove l’invenzione si fa cultura, sensibile interpretazione, attimo di intensa e sentita tensione artistica. Nel suo ampio
e accogliente atelier si respira un’aria d’altri tempi, un’atmosfera silenziosa e raccolta fatta di lavoro, studio e ricerca. Belle e coinvolgenti anche le tematiche affrontate da questo artista che, per dare maggiore forza al suo percorso espressivo, si serve di scenografiche rappresentazioni mitologiche, di potenti iconografie sacre o di toccanti immagini letterarie. “Chirone morente”, “Lapita che uccide un centauro”, “San Giorgio e il drago”, “Il profeta Geremia”, “ La barca di Caronte” e “Don Chisciotte” sono solo alcuni titoli di altrettante opere dove l’uomo e l’esistenza sono sempre gli assoluti protagonisti. Perché questo artista sente fortemente le problematiche umane ed esistenziali dei nostri giorni, le tensioni della vita contemporanea, le difficoltà del momento. Così le sue sculture, percorse sempre dal fremito della vita e del movimento, sono letteralmente fatte di corpi: corpi aggrovigliati e sofferenti, in equilibrio e in tensione, corpi che cercano altri corpi, corpi schiacciati sotto il peso di altri corpi. Bravo disegnatore e ottimo conoscitore dell’anatomia umana, Fausto Beretti, dopo aver progettato l’opera, sembra lavorare in scioltezza e velocità e i suoi personaggi, pur nella perfezione anatomica, risentono di una certa influenza impressionista, un “finito” che si alterna sempre al “non finito” lasciando intravedere una sospensione spirituale, un attimo di attesa e/o riflessione, un intimo tormento. Comunque sia, i suoi personaggi, pur nell’impianto classico e/o rinascimentale
cel. +39 333.433 3093
mail: faustoberetti@gmail.com
Sito - www.faustoberetti.it
Egizia Black, si è formata artisticamente a Firenze e a Bologna,attualmente lavora e vive a Parma. La giovane artista dopo un lungo periodo di pausa, dedicandosi parallelamente a un altro lavoro ha riscoperto la sua passione per la pittura. La sua esperienza lavorativa le ha fornito nuove prospettive e ispirazioni, influenzando il suo stile e le sue opere. Con determinazione e creatività, riesce a trovare il tempo per esprimere la sua arte, trasformando la sua vita quotidiana in un’opera d’arte continua.
Egizia Black trasporta lo spettatore in un mondo incantato,
dove la realtà si mescola con la fantasia. Le sue opere sono caratterizzate da colori ovattati e atmosfere sognanti, creando scene che evocano la meraviglia e immaginazione. Le sirene, con le loro code scintillanti e i capelli fluttuanti, sono tra i soggetti preferiti di questa pittrice, ogni dettaglio, dalle squame alle onde che circondano i loro corpi, è realizzato con grande cura, rendendo le opere incredibilmente coinvolgenti. Mail. egiziablackz.6@gmail.com
Sono nata a Parigi. Attualmente, vivo a Borgo Val Di Taro (PR).
Appassionata di acquerello francese, sono nata come artista autodidatta.
Ho frequentato l’Atelier del Maestro Fausto Beretti il quale è professore con cattedra presso il Liceo d’Arte Paolo Toschi di Parma.
Lì, nascerà il mio interesse, in seguito diventato passione, per creare sculture in terracotta.
La tenacia di Patricia Solari pittrice è un particolare da niente che cambia le cose, contraendo una voglia infantile mai rassegnata. Insieme alla faccia ‘ruota verso’ la mano: ordinano insieme i discorsi, provando il gioco di una ripetizione. Il silenzio si impone come comprimario. Gli elementi ricorrenti del mondo visivo di un artista invadono la scena, percorrono le pagine, tentano di immobilizzare i personaggi o gli oggetti nella fissità di una stasi, ma in realtà germoglia lo spettacolo di un incessante cambiamento. Qui non si tratta di rendere il visibile, si tratta di rendere visibile, cioè di portare alla luce ciò che è nascosto. In questo momento di erranza stilistica, di pe-
regrinazione che per altro fatalmente finisce in un centro o che da un centro parte per un giro che improvvisamente si ferma e si conclude quasi per smarrimento di radice: questo, inevitabilmente, è un atteggiamento che ripropone l’idea di desiderio di un centro.
Ma è lasciando sedimentare una natura prosciugata - la terracotta appunto - che Patricia Solari perviene alla scultura, il librarsi nell’aria di un’icona perfetta del suo mondo espressivo e della sua femminilità, catturandone l’anima segreta che ciascuna opera segna attraverso il suo modo di essere fisico, di farsi oggetto, di rimarcarne i contorni, suggerendone la trasparenza d’alabastro: il suo modo di porsi a noi. Ecco perché questa ricerca è una ricerca di confine, una ricerca che si pone su più domini, perché coinvolge dentro di sé non soltanto la capacità di lettura che è quella dello sguardo, ma involge la necessità di mobilitare tutti i nostri sensi, un senso addirittura tattile e un senso di ascolto. Ci sono artisti che ancora puntano il compasso in una zona dove la vita ha un senso inattingibile.
Franco Pesci
Mail :patricia9solari@gmail.com
Cell: 339 541 7486
Instagram:Patricia_solari_acquerellista
Mauro Toniato , pittore e Docente di Arti Figurative presso Liceo Artistico Paolo Toschi di Parma, vive e lavora a Parma nelle Arti Applicate dal 1979. Presenta alcune opere su tela che appartengono a un ciclo pittorico dedicato al modello femminile e alla maternità , nel valore estremamente fragile soggetto a turbolenze culturali e psico culturali.
““ La mia “pittura “ cerca di ricostruire alcuni modelli e relativi valori, messi in discussione da una richiesta di libertà eccedente e , al tempo stesso, tenta di difendere soggetti fragili da contesti senza limiti e spesso cinici , che pretendono che tutto sia mercificabile e spettacolare per attirare e intrattenere l’attenzione in un continuo “show” di ogni cosa per fini di pura convenienza economica e di potere del nuovo potere popolare nello spazio “social” e nel WEB. Il segno gestuale caotico esprimerebbe lo stato confusionale dell’arte che non cerca più di difendere dei modelli ma solo una libera ricerca che spesso rischia l’autoreferenzialità.
mail: toniatomauro59@gmail.com tel.347.688 9926
Nato nel “59, figlio di un paesino dei monti Dauni, fin da piccola mostra una spiccata passione per il disegno e i colori, che lo portò a frequentare l’Istituto d’Arte Fausto Melotti di Cantù.
Da giovane frequenta per diversi anni lo studio del Professor Paolo Minoli, docente all’accademia di Brera a Milano. Il lavoro da project manager lo tiene lontano, per un po’, dal mondo dell’arte, ma nel 2000 la passione per la pittura, mai sopita, riemerge prepotentemente. Ieronimo realizza numerose opere ripartendo da soggetti geometrici e figurativi finché la sua continua ricerca lo porta alla realizzazione di opere astratte. Significativa è la personale allestita nel 2017 alla corte san rocco di Cantù “Dinamismo e colori dell’anima” con una quarantina di opere astratte che rispecchiano le diverse fasi evolutive della sua crescita artistica. La tecnica pittorica si evolve con la necessità dell’inserimento gestuale che porta a valorizzare le opere con interventi di action painting che permettono all’artista di esprimere al meglio le proprie emozioni. Le sue opere sono esposte in numerose iniziative artistiche e pubblicate su riviste d’arte quali “IconArt Magazine” e “Rivista 20”. Nel 2019 partecipa alla collettiva “Astrattissima” a Chieri, curata da Enzo Briscese, Giovanna Arancio e presentata dal critico d’arte Giovanni Cordero.
Nel 2020 partecipa ad “Arte Parma” con la galleria Ariele ed al premio “Icon Art 2020” indetto dalla rivista IconArt Magazine.Nel 2021 partecipa al premio “maestri a Milano” con la video esposizione al teatro Manzoni di Milano.
Nel 2022 partecipa al premio “Giotto per le arti visive” con alcune opere sia astratte che figurative.Nello stesso anno partecipa ad alcune aste organizzatedall’associazione ART CODE di Armando Principe che attestano valutazione e certificazione alle varie opere.A maggio del 2022 partecipa, sempre con l’organizzazione Armando Principe, ad un’importantissima fiera“Affordable art fair” ad Hampstead Londra.Ha partecipato al 1° tour Biennale d’Europa che prevede la videoesposizione din. 4 operein importanti musei e gallerie di: Parigi, Barcellona, Londra, Venezia. Anchequest’anno presentead ArteParma e attualmente in mostra a Chieri con Astrattissima 2022.
Anno 2023 presente sempre ad arte Parma e ad una bella mostra con Gabetti in arte a Cremona, organizzata con la prof.ssa Daniela Belloni e con il critico d’arte dott. Pasquale di Matteo. Anno 2024 partecipa alla fiera d’arte moderna e contemporanea di Genova e una pubblicazione su IconArt magazine con l’opera Color Explosion, poi presente ad ArteParma .A lugliorealizzauna mostra personale patrocinata dal comune di Cantù dal titolo :“l’armonia tra il vivacismo deicolori e il dinamismo eclettico delle forme”con una ventina di opere tra astratti e figurativi.
mail.: gabriele.ieronimo@live.com
sito.: https://gabrieleieronimo.it/ tel. 348.52 62 074
La fotografia per me è sempre stata il modo migliore per fermare il tempo, catturare attimi di vita che altrimenti andrebbero persi. Sin da quando, all’età di 9 anni, chiesi una macchina fotografica in regalo, ho vissuto ogni scatto come un’istantanea che racconta una storia, un’emozione, una visione.
Ho viaggiato in molti paesi e la macchina fotografica è sempre stata la mia fedele compagna.
Nel 2015 frequentando un corso di fotografia, ho conosciuto il mondo dell’UrbEx (Urban Exploration), al quale mi sono appassionata fin da subito.
Negli anni, questa passione mi ha portato ad esplorare luoghi unici e affascinanti, spesso lontani dalla vista comune, come le dimore abbandonate. Il mio interesse si concentra principalmente sui dettagli: i riflessi negli specchi, i giochi di luce che trapelano attraverso le finestre rotte, i pertugi creati dalla decadenza delle porte. È lì che trovo la bellezza nascosta e il mistero che cerco di immortalare con il mio obiettivo. L’UrbEx, con i suoi luoghi dimenticati, diventa per me un territorio di esplorazione non solo fisica, ma anche emozionale, dove ogni scatto è un invito a riflettere sulla nostra relazione con il tempo, la memoria e il cambiamento. In questi anni, ho avuto il privilegio di esporre in diverse mostre, sia individuali che collettive, collaborando con altri fotografi e artisti. Dal 2017, con Antonio Piazza, abbiamo dato vita al progetto “Ex. Istantanee da un mondo abbandonato”, con mostre a Fornovo Val di Taro, Parma, e al Centro Cinema Lino Ventura di Parma. Ho esposto anche in altre importanti occasioni, come le mostre collettive con il “Manicomio Fotografico”, tra cui “Pachamama: La natura si riprende i suoi spazi” (2017 Serramazzoni, Fivizzano, Milano), “La rivoluzione triste del mondo liquido” (2018, Bologna, Milano, Rossana Foto Festival), e “La Voce dei Colpevoli” (2019,Como, Milano).Nel giugno 2019 ho esposto alla
Collettiva di fotografia e arte “Emozioni in Arte” presso la Galleria Sant’Andrea di Parma; in ottobre con il Circolo Parmafotografica nell’ambito del LAB Di Cult 066 FIAF “L’effimero e l’eterno” all’Oratorio di San Quirino di Parma. Nell’ottobre 2020, per Parma 2020+21 capitale italiana della cultura, ho organizzato in collaborazione con altri due fotografi, la mostra “Anteprima Festina Tarde” a Palazzo Pigorini, nella quale ho anche esposto e che è stata poi esposta nel 2022 a Palazzo Francotto di Busca (CN). Nel 2023 ho esposto con Antonio Piazza, per il Circolo Fotografico Idea Immagine, a Palazzo Gotico di Piacenza, gigantografie dell’ex Albergo San Marco e alla Galleria Biffi Arte di Piacenza.
Nel 2024, mostra a cura del Manicomio Fotografico ho esposto nella collettiva “Dieci anni di esplorazione Urbana” allo spazio Franco Angeli Academy di Milano.
Nato a Parma nel 1964, città che amo e che continuo a chiamare casa, la fotografia è entrata nella mia vita in due fasi distinte, segnando il mio percorso con evoluzioni e cambiamenti che vanno di pari passo con la mia crescita personale. Nel 1982, fu mio padre a regalarmi la mia prima macchina fotografica reflex analogica. Quell’oggetto divenne ben presto un compagno di viaggio. Nel corso degli anni ho aggiornato il mio corredo con una reflex automatica e, con l’avvento della fotografia digitale, ho integrato la mia attrezzatura con fotocamere digitali compatte. Tuttavia, in quel periodo, la fotografia non era ancora una vera e propria passione, ma piuttosto un interesse che coltivavo senza grandi ambizioni. Il vero cambiamento avviene nel 2014, quando un amico mi convinse a fare il salto verso la fotografia digitale con l’acquisto di una reflex full-frame. Dopo un anno di risultati insoddisfacenti, decisi di iscrivermi a un corso base di fotografia. Questa scelta si rivelò fondamentale: imparai a utilizzare l’attrezzatura in modo consapevole, a conoscere i principi fondamentali della fotografia e, non meno importante, ad entrare in contatto con altre persone che condividevano il mio stesso interesse. Alcuni di loro sono diventati, nel tempo, cari amici. Un incontro casuale con una di queste persone mi fece scoprire il mondo dell’UrbEx, l’esplorazione di luoghi abbandonati. Da quel momento, la fotografia è diventata molto più di una semplice passione: è diventata il mio hobby principale, la mia forma di espressione. L’UrbEx, con la sua capacità di raccontare storie silenziose attraverso luoghi una volta vivi e ora dimenticati, mi affascina profondamente. Ogni luogo abbandonato racconta un frammento della sua storia, e la fotografia diventa il mezzo per restituire vita a questi racconti perduti. Negli anni, ho avuto l’onore di esporre il mio lavoro in
diverse mostre in Italia, raccogliendo consensi e creando una rete di appassionati. Nel 2020, ho avuto il privilegio di coordinare una mostra presso Palazzo Pigorini, a Parma, che ha visto la partecipazione di 28 fotografi. Un’esperienza che mi ha arricchito tanto dal punto di vista umano quanto professionale. In collaborazione con Manuela Arcari, porto avanti da anni l’esposizione “EX”, un progetto che esplora la bellezza e il mistero dei luoghi abbandonati, ma anche la loro memoria storica e culturale. Ogni scatto che realizziamo è un omaggio a un passato che merita di essere ricordato.
Oggi, la fotografia è una passione che mi accompagna costantemente, un modo per esplorare il mondo, raccontare storie e condividerle con chi, come me, trova fascino nell’ignoto e nell’invisibile.
Tel.: +39 346 623 3262
Mail: piazza-antonio@libero.it
Elisa Fuksa-Anselme è nata a Parigi nel 1951. Vive e lavora a La Fontanette, in Savoia. Agrégée, Dottore in Arti Plastiche, trasmette la sua passione insegnando fotografia fino al 2011 come Maître de Conférences presso l’Università di Arti Plastiche, Parigi I, Panthéon-Sorbonne. Ora: Scuola d’arte della Sorbona.
Oggi si dedica interamente alla sua pratica artistica, in cui si coniugano i suoi interessi per la fotografia, la pittura e la scrittura.
Ultime mostre personali dal 2020 :
2024 : Museobar, Musée de la frontière, Modane. 2023 : Museobar, Musée de la frontière, Modane.
2022 : Museobar, Musée de la frontière, Modane.
2020 : Museobar, Musée de la frontière, Modane.
Ultime mostre collettive dal 2020 :
2024 : Esposizione di arte contemporanea, Torino.
2021 : Galerie Michel Journiac, Paris.
2020 : La Rizerie, Modane.
Salon du livre, Hermillon.
Collezione museo :
2020 : Museobar, Modane. « 1940, Exode », 2014 e « Italia 1943 », 2014.
Tecnica del cianotipo
Questa tecnica viene realizzata in Inghilterra nel 1842. Il cyanotype diventa uno dei procedimenti di stampa fotografica inventati da John Herschel. Il suo metodo a base di sali ferrici fotosensibili alla luce solare dava, una volta sciacquata con acqua, un’immagine « blu di Prussia».
Oggi, si può realizzare questa registrazione alla luce solare o alla lampada UV. Ho testato entrambi i processi e ho preferito il secondo, più affidabile nei tempi di pausa.
Questa immagine «blu di Prussia» registrata su carta acquerello a forte grammatura diventa la mia base di ricerca. Su questo supporto uso varie tecniche miste.
Nei miei viaggi in Italia, Torino, Firenze, Roma fotografo nei musei, nei parchi, nei luoghi di esposizione delle sculture che mi toccano, mi parlano.
Da queste fotografie faccio ricerche sugli scultori e posso completare con documenti presi via internet. Fotografo-plastico, lavoro con le mie fotografie su un software di elaborazione delle immagini.
Realizzo quindi un montaggio digitale. Di questa nuova immagine creo un negativo che mi permetterà di fare un cianotipo.
“La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza.” dalla lettera agli artisti del 04/04/1999, di Karol Wojtyla
Nunzia di Filippo - Diploma in Tecnico Grafico con specializzazione in Cartoni Animati - Diploma in Arte Applicata. Dal 2001 dipinge esclusivamente fiori, quale sintesi “in piccolo” della immensa bellezza e armonia presente nella natura.
Oltre alla partecipazione a numerose manifestazioni e collettive d’Arte, ha realizzato mostre personali di pittura presso: la Galleria d’Arte Metamorfosi di Reggio Emilia; Chalet della villa comunale di Trani; Caffè degli Artisti di Correggio; Galleria d’Arte Sant’Andrea - UCAI Parma.
email: difilippotin@libero.it Tel. 345 3027900
L’ U.C.A.I. Unione Cattolica Artisti Italiani nasce nel 1945 a Roma quando, dopo che alcune categorie appartenenti al Movimento Laureati di Azione Cattolica decisero di dare vita ad unioni professionali, la pianista Agnese Mortali promosse la costituzione di un gruppo di artisti romani, quale prima sezione nazionale.
La chiesa di S. Andrea è una delle più antiche di Parma. Presente nei documenti a partire dalla seconda metà del XII secolo ma ricostruita quasi interamente dal prevosto Beato Martino nel 1260 (testimoniata da una iscrizione in esametri, realizzata su di un concio lapideo di cm 41 X 71, conservata all’interno della chiesa, murata nella fianco orientale della parete divisoria tra la seconda e la terza cappella di sinistra), la chiesa rimane un piccolo gioiello romanico in alcune delle strutture esterne di fondazione, in particolare le parti di muratura che nella parte inferiore sono caratterizzate da una serie di filari di conci lapidei ben squadrati, al di sopra della quale a un singolo filare di conci si alternano tra due e quattro corsi di mattoni. Il Martino di cui parla l’iscrizione è, grazie principalmente alle ricerche di Ireneo Affò (1787), ben riconoscibile: originario di Parma, proveniente dalla stirpe da Puzzolese, appare in un documento del 3 settembre 1224 come rettore o primo cappellano della chiesa urbana di Sant’Andrea, nel 1243 viene chiamato dal pontefice Innocenzo IV a far
La fondazione fu celebrata con una Messa Ufficiale il 16 dicembre 1945 nella Basilica di S. Maria da Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Dopo quella celebrazione altri artisti di chiara fama si unirono al gruppo romano e con l’adesione di altre città si organizzò nel 1947 il primo Convegno di Studi dando l’avvio ad una formazione nazionale dell’U.C.A.I.
La sezione di Parma è stata costituita nella primavera del 1959 e qualche mese dopo il Vescovo Mons. Evasio Colli concesse la sede all’interno della ex Chiesa S. Andrea, caduta in disuso dal 1938.
L’Associazione è stata costituita principalmente da artisti figurativi, pittori e scultori, alcuni dei quali molto importanti per la storia artistica di Parma ed anche docenti all’ Accademia d’arte Toschi. Al suo interno sono stati accolti estimatori d’arte ed esponenti provenienti dal mondo della musica, della fotografia, della critica, della letteratura, anche giovanile.
Obiettivo: che la Galleria possa riformarsi come polo culturale di riferimento per la propria città e in sinergia con questa.
L’UCAI infatti, seguendo le linee guida del proprio statuto, intende:
- curare i rapporti con quanti, nel mondo delle arti, pur muovendo da differenti posizioni culturali e religiose, perseguono la promozione della persona umana;
- collaborare con enti pubblici e privati per la realizzazione di manifestazioni artistiche e culturali come mostre, concerti, manifestazioni letterarie; - promuovere la tutela del Patrimonio artistico.
parte degli auditori generali delle cause, un decennio dopo, nel 1252 è nominato vescovo di Mantova e, in seguito, anche legato apostolico.
Dal punto di vista urbanistico la chiesa era probabilmente legata alla platea creata durante il governo del podestà Torello da Strada che nel 1221, come attesta il Chronicon Parmense, fece edificare il primo palazzo comunale, ma non è certo agevole proporne una contestualizzazione, data la mancanza di dati architettonici certi di quest’area. All’interno sono invece evidenti le modifiche apportate probabilmente tra XVIII e XIX sec. con l’aggiunta di pilastri volti a formare vani adibiti a cappelle e le sovrapposizioni di decorazioni e affreschi.
La chiesa di Sant’Andrea, abbandonata la funzione rituale e religiosa è ufficialmente dal 20 dicembre 1959, data della prima mostra, uno spazio espositivo che permette interazione artistica, accogliendo mostre ed eventi culturali.
Sabrina Marelli, pittrice milanese da tempo residente a Parma, è ormai nome noto agli habituè di questa rivista, che le ha dedicato ampio spazio nei precedenti numeri. Per qualche collezionista, critico o appassionato d’arte, Sabrina è più di una firma, perché ha avuto il piacere di incontrarla ad una delle sue esposizioni. Per ricordare le più recenti: ARTPARMA FAIR - Mostra Mercato d’Arte Moderna e Contemporanea (ottobre 2024) / LE TRE DIMENSIONI DELL’ARTE - Mostra Personale a Tre, Patrocinata dal Comune di Fontevivo (PR) - (maggio 2024). Altri, invece, hanno avuto l’opportunità di visionare le sue tele, in trasferta presso prestigiosi atelierdel nostro Bel Paese, quali, ad esempio, la GALLERIA IL LEONE di Roma. Infine, a chi, pur desiderandolo, non ne ha ancora avuto l’occasione, è in particolare rivolto l’invito a visitare Le Biciclette, iconico Art Bar e must degli aperitivi milanesi, che, dal 10 gennaio al 26 marzo 2025, ospiterà una selezione di opere di artisti contemporanei, tra i quali non poteva mancare la nostra parmense pittrice emergente. Come avrete intuito, Sabrina è determinata, sia quando si tratta di scegliere un soggetto fuori dagli schemi, una tinta audace, un’ardita prospettiva, sia quando si tratta di promuovere i suoi quadri.
È sua ferma opinione, che l’arte non debba rimanere relegata in un armadio o in un cassetto, ma che nasca per essere divulgata e spiegata, con lo stesso slancio con il quale si impugna il pennello.
Per rimanere aggiornati sui futuri progetti e appuntamenti di Sabrina Marelli, potete seguirla sul suo canale instagram: sabrinamarelliart.
mail: sabrymarelli@libero.it cell. 347 522 9555
Nata a Parma, vi risiede tutt’ora.
Ha avuto fin da giovane un forte interesse per la pittura. Negli anni novanta si dedica con passione alla fotografia, il bianco e nero, con cui ottiene riconoscimenti in diversi concorsi, classificandosi anche al primo posto in un concorso nazionale.
In seguito dopo un periodo di studio col maestro prof. Mauro Marchini di Parma, riprende la pittura,dedicandosi all’informale, attraverso tratti che vanno direttamente dal cuore alla tela.
Francesca ha partecipato a diverse esposizioni personali e collettive in Parma e in altre città.
“Le mie opere, per lo più, partono dall’immagine mentale di un insieme di pochi colori.
L’immagine trascende con il susseguirsi di diversi stati d’animo, di atteggiamenti nei confronti dell’opera che sta nascendo, continuando a mutare e ad evolversi.
Condivido quanto detto da Guttuso:
quando dipingo nasce una relazione misteriosa tra me e la tela.
I quadri danno emozioni e attenzioni estetiche in una costante e continua fusione tra quello che abbiamo dentro e l’ambiente che ci circonda.
Mi piace un concetto espresso da Mark Rothko: un dipinto non è un’immagine di un’esperienza… è un’esperienza.
La pittura informale non è una pittura “facile”. Dipingere è uno stato d’animo che comporta continue riflessioni, momenti di sensibilità emotiva a volte frustranti.”
Mail: francesca.cassoni@libero.it Cell 335 8162989 https://www.francescacassoni.eu/
Le opere di Gigliola Belli sono spesso connesse alla scelta di riportare le Sue esperienze di viaggio e di vita sulla tela. I soggetti sono molteplici e coinvolgono la pittrice nella trasposizione del quotidiano o delle cose a cui tiene e che la appassionino.
Giardini, canali navigabili, abiti, oggetti e ricordi verdiani sono la misura della creatività dell’artista che nella sintesi dei tratti netti e dei colori nitidi diventano oggetti e ambienti quasi irreali. L’acqua e i suoi riflessi sono espedienti per dare spazi e duplicazione all’orizzonte poiché si tratta di specchi o corsi lenti con silenzi intensi che l’uomo non compromette.
La sinfonia della natura incrocia il melodramma che non è rappresentato nei suoi teatrali protagonisti ma dagli oggetti e dagli spazi quotidiano del maestro Verdi che idealmente potrebbe scegliere come abiti di scena le creazioni di Roberto Capucci in cui moda e arte trovano una sinte-
si sublime. La pittura di Gigliola, pur nella sua ricerca di eleganza e di equilibrio coloristico, rimane primitiva nel trattoe nella definizione dei volumi e degli spazi. Non c’è naturalismo nei colori stesi sulla tela ma una purificazione ed eliminazione dei mezzi toni. Ogni pennellata ha un margine netto, pulito che crea un tessuto di linee verticali e orizzontali suddividendo il quadro in partiture cromatiche in cui la luce e il colore si contrappongono. Altro elemento è la serenità dell’immobilismo degli oggetti e del paesaggio in cui l’elemento dinamico è pura eccezione e disturbo. “Il silenzio è una parola che non è una parola e il soffio un oggetto che non è oggetto”
Arch: A. Cacciani
Mail : gigliola@moraclaudio.it Cell 333.908 1705
Ho conosciuto Lalla Luciano Vignali allorché ero titolare della Scuola Libera di Nudo, alla nostra accademia di Venezia. Aveva già esposto in diverse mostre nazionali con lusinghiero successo, ma desiderava imporsi una disciplina che sentiva come una necessità impellente. Fu per Lei, in quel periodo di tre anni, una battaglia commovente fra la sua natura onirica e l’acerbo scontro con il vero: a poco a poco, però questi due poli così diversi e lontani si fusero in una visione espressionistica, costretti da un duro lavoro di catarsi spirituale, sostenuto da un’assidua ricerca dei mezzi tecnici…
Lalla Luciano Vignali non è un’artista catalogabile facilmente, è piuttosto l’epilogo di sconosciuti progenitori.
Essa ci rivela nelle cose più sentite un mondo ancestrale che si perde negli albori, nei nuraghi, sorti come per incanto, a popolare la sua terra di Sardegna che conserva nelle viscere il mistero inviolato e imperscrutabile delle sue origini.
Luigi Tito
Tel.: 340 50 60 952
Mail: giancarlaluciano40@gmail.com
Sono nata a Parma nel 1970 nel tempo in cui era nel pieno della sua attività la Bottega d’artigianato e restauro di mio padre Giacomo e dei suoi fratelli, per questo parte del mio percorso formativo è strettamente legato a questa variopinta realtà
Gli studi non sono stati mirati come avrei voluto, ma non mi sono mai arresa né ho mai messo a riposo le matite, partecipando a diversi premi nazionali di grafica alcuni con esito molto positivo e il conseguimento del titolo di educatrice professionale mi ha permesso di proporre corsi di disegno sia presso scuole, sia nella mia Bottega più completi ed appropriati.
Dal 2003 sono titolare della Bottega d’Arte Mossini (ora sito in strada Garibaldi 8\a Parma) dove eseguo, principalmente su commissione ritratti, quadri su legno, decorazioni e incisioni stampate al torchio
Mi appassiona insegnare ai bambini l’arte del disegno… ogni volta vorrei trasmettere l’entusiasmo sempre nuovo
di scoprire la bellezza nascosta in ciascun piccolo disegnatore
Dal 2002 sono socia dell U.C.A.I. sede di Parma
La mia tecnica preferita: mista su legno…matite, acquarello, acrilico, pastello e tanto sogno, tanta ricerca di unicità nella spontaneità del tratto
Del ritratto a matita ricerco e apprezzo la possibilità che sia somigliante almeno un tratto del carattere del soggetto…e la luce degli occhi farà il resto
Per ciascun artista disegnare o dipingere può rappresentare qualcosa che si aggiunge alla quotidianità…per altri ( e per me è così ) è nel respiro, nel tono della voce, nello sguardo…si fonde con la personalità: quel che si vede sulla carta o sul legno è solo una piccola parte…per questo tanto preziosa
Mail : studiodartemossini@gmail.it Cell 349.224 6898
Modellato 55x37x20 anno 2024
Prendendo Spunto dalla divinità pregreca Elettra la splendente, detta figlia di oceano, mi volevo ricollegare alla precedente scultura “Riemergere” qui con un volto luminoso splendente appunto, come a riemergere dalle acque dell’oceano in una nuova e ritrovata serenità
Modellato intaglio 80x50x25 scagliola polvere di marmo, metallo, lapislazzuli, legno - rappresenta la profondità del mare in modo metafisico, simboleggiando gli abissi della mente e del subconscio. La scultura trasmette un messaggio positivo di rinascita e nuova energia, come la scia sopra la testa che suggerisce una nuova vita e pensiero.
Artista emiliano, Stefano Polastri scopre la sua passione per il disegno e la pittura già in tenera età, frequentando per un breve periodo lo studio del pittore Remo Bavieri. Prosegue, in seguito, lo studio della pittura da autodidatta realizzando diverse copie d’autore, passando dagli artisti seicenteschi (in particolare Caravaggio) agli impressionisti, per poi iniziare una propria ricerca personale che lo porterà a scoprire anche la scultura.
Nelle sue opere si palesa l’interesse per la natura (che ritroviamo anche nelle sculture, soprattutto per quel che riguarda il materiale adoperato, nella maggior parte dei casi costituito da tronchi d’albero).
L’artista mostra sicuramente una conoscenza dell’arte del passato, con riferimenti in particolare ai maestri della pittura veneta o ai pittori romantici, dando prova, altresì, della sua grande sensibilità e tecnica.
Nella sua produzione pittorica riscontriamo un grandissi-
mo potenziale a livello comunicativo ed emozionale che emerge da tutta una serie di elementi e in special modo dal cromatismo e dai suggestivi effetti di luce dei suoi paesaggi o, altre volte, proprio dai passaggi chiaroscurali e dal realismo presenti nei suoi figurativi.
Sono opere che trasmettono, a mio avviso, una grande spiritualità e che in qualche modo ci portano ad una visione più intimistica dell’arte... proprio perché instaurano un dialogo silenzioso con l’osservatore, un dialogo emozionale attraverso il quale quest’ultimo può ritrovare qualcosa di sé o riflettere su tematiche importanti”.
Storico e Critico d’Arte Francesca Callipari
Cell : 347 4235820
Mail: ste765p@yahoo.it
Nella tradizione e nella coscienza russa, l’arcangelo Michele è sentito come “l’arci stratega”, il condottiero delle schiere celesti, impegnato nella lotta contro le forze del male, il “principe più nobile” che combatte per il popolo di Dio e ne difende la causa.
Patrono di Kiev, il più antico centro della Rus’, san Michele è raffigurato sulle armature e sugli stemmi della dinastia di Rjurik (semi leggendario capo variago); lo zar Ivan il Terribile affermava che l’immagine di Michele arcangelo sulle insegne militari era “il miglior auspicio di vittoria sugli infedeli”.
In questa icona Michele è raffigurato nell’attimo del suo trionfo sul demonio; l’arcangelo cavalca un destriero alato ed è rivestito di una ricca armatura dorata.
Con la sinistra regge il testo delle S. Scritture, mentre con la destra trattiene il turibolo, con cui rende incessantemente gloria a Dio, visibile in alto a destra. È l’Emmanuele, il “Dio con noi”.
L’arcangelo ha tra le labbra la tromba del giudizio, con cui annuncia alle genti l’approssimarsi del Giudizio Universale. Il destriero sembra spiccare un balzo al di sopra della massa scura e vorticosa di acque, in cui sta sprofondando la città di Babilonia, simbolo del potere umano che si considera al pari di Dio, e a causa della sua vanagloria,
spezzandosi viene inghiottitadagli abissi.
Il contrasto tra la tranquilla forza dell’arcangelo e lo sconvolgimento delle acque in cui sprofondano le mura della città ed il demone, ricrea plasticamente il senso della vittoria di Michele. Anche nella battaglia l’arcangelo conserva un atteggiamento assorto, apparendo il testimone e il messaggero della venuta di Cristo, più che il trionfatore, il vincitore della propria battaglia a Gloria di Dio.
La scenain questa icona è spesso accompagnata dalla scritta:” Ribollì il mare, il nemico fu infine disarmato. E distrusse la città. E perì con fragore la memoria di lui, e il Signore rimarrà in eterno”.
fb: Laboratorio di Maria Roberta Valesi
“Non lasciarsi sedurre dalla visibile signoria del male e non rinnegare per amore di esso il bene invisibile: questo è l’atto eroico della fede. In esso è tutta la forza dell’uomo. Chi non è capace di questa impresa non farà nulla e non avrà nulla da dire all’umanità. Gli uomini che si fermano al fatto vivono di una vita aliena; non sono essi a creare la vita. Creano la vita gli uomini di fede”. (Vladimir Solov’ev).
mail: mariaroberta.valesi@gmail.com tel. 347.25 13 586
Francesca è una pittrice autodidatta che ha intrapreso il suo percorso artistico in età adulta, all’età di 50 anni. La sua passione per l’arte l’ha spinta a esplorare diverse tecniche, iniziando con il disegno a matita, proseguendo con la pittura a spatola, ad acquerello e infine ad olio e acrilico. Nel corso degli anni, la sua arte si è evoluta passando da paesaggi e nature morte a una ricerca più intima e personale, che si concentra principalmente su volti e corpi femminili aggraziati. Molte delle sue opere traggono ispirazione dall’estetica pittorica che va dall’Art nouveau fino al Decò con richiami anche al periodo della Secessione viennese:
tutto ciò si condensa in figure femminili dai lineamenti raffinati e in composizioni eleganti; l’uso del colore è ampio e libero, passando da quadri quasi monocromatici ad altri con tavolozze variegate, quasi pop. Ogni quadro di Francesca racconta una storia di bellezza senza tempo, una continua ricerca di armonia tra forma e colore.
mail: fra.oppici@gmail.com cell. 3 ,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
Sono Roberta Popoli e ho settantadue anni. Fin dall’adolescenza sono appassionata di pittura ma ho iniziato ad applicarmi con assiduità dopo la pensione da insegnante elementare, dipingendo autonomamente e seguendo corsi di pittura a Parma.
Dipingo ad olio in stile figurativo paesaggi della mia terra, persone ed esperienze di viaggi. I miei quadri sono espressione del mio “modo di sentire” libero, gioioso e tranquillo;rispecchiano il mio rapporto interiore col mon-
do esterno. Attraverso l’equilibrio tra le proporzioni, le luci, i colori e le ombre cerco di interpretare la realtà rievocando in chi osserva un messaggio di armonia e serenità.
Mail : popolirob@gmail.com
Cell: 339 656 0759
Sono una pittrice che, spinta dalla curiosità, va a cercare nuove strade espressive e poco convenzionali.
“Le tematiche che mi interessano sono spesso legate ad una visione femminile del mondo e della vita dove le donne sono protagoniste che sanno portare la loro positività, il loro coraggio e la loro indipendenza anche in contesti difficili usando il linguaggio della positività, della pace, della gioia, dell’armonia e della bellezza.
Mi attrae anche la meraviglia della natura in tutti suoi aspetti sia quelli appartenenti al regno animale sia a quello vegetale. Le immagini che esprimo rivelano il mio mondo interiore e danno spunti immaginativi anche a chi le guarda comunicando un senso di positività e speranza.
Spesso è l’immagine figurativa che mi rappresenta di più ma mi piace anche la rappresentazione astratta che può utilizzare diverse metodologie.
Come tecnica, il mio lavoro è oggi concentrato sull’utilizzo del colore acrilico abbinato ai tessuti che sono diventati strumento per lasciare emergere la libera sperimentazione con la tecnica del collage.
La ricerca espressiva va verso le mescolanze cercando interessanti accostamenti tra i colori, tra le trame e tra i disegni insiti nelle stoffe.
Questo ha trasformato e arricchito la mia personale tavolozza dove, oltre ai pennelli e i colori acrilici, sono entrati a pieno diritto le fibre tessili, non cucite ma incollate. Non mi bastava ancora e in più ho voluto aggiungere un forte accento con la luminosità di centinaia di brillantini.” Ho cominciato a confrontarmi con il mondo esterno facendo le mie prime esposizioni in gallerie locali, poi nazio
nali, come Palermo, Milano, Forlì, Cesenatico, Genova, Mantova, e, ricevendo dei riscontri positivi, ho continuato allargandomi anche a vetrine internazionali come il Luxembourg Art Prize, o il MEAM di Barcellona, esponendo anche con Effetto Arte a New York, Los Angeles, Miami e Washington. Presto esporrò anche in altre sedi internazionali come Madrid e Dubai. Sono tra gli artisti presentati da diversi siti come Singulart, Gigarte e Contemporary art curator magazine. Mi è stato dedicato uno spazio nella trasmissione “La seconda vita, il paradiso può attendere” su Rai3 trasmessa il 1°aprile del 2024. Alcune delle mie opere sono rappresentate in annuari e cataloghi d’arte nazionali come ART NOW e Artisti 2024 e 2025.
Mara Montagna
Mail : 1gorgoni@libero.it Cell 340.934 0574
Sono nata e vivo a Fontevivo, ho conseguito la maturità artistica e la laurea in materie letterarie con indirizzo artistico e il mio desiderio è sempre stato quello di dipingere ed insegnare, desideri in parte avverati. Mi piace leggere e studiare, sono curiosa di tutto; quando mi chiedono cosa si deve fare per imparare a dipingere, rispondo sempre che non dipende solo dalla “mano”, ma dalla capacità di guardare e osservare con attenzione. Sono convinta che la bellezza ci salverà, dall’incuria, dalla noia, dal pericolo di perdersi e, quando a scuola i ragazzi mi chiedevano a cosa serve l’arte, rispondevo “ A renderci la vita meno dura , a migliorarci, a farci sognare e credere nelle possibilità umane” Già dal 2002 ho esposto in collettive e personali, Bottega dell’Arte (collettiva) “Il mio mondo” personale nella Rocca di Noceto (PR) , nel 2005 “La carezza della Vita- tra classico ed etnico” personale nel Castello di Fontanellato (PR). 2010 “La forma delle emozioni” Personale nel castello di Fontanellato e “Femminile Singolare “Personale pittorica e ceramica nel Convento di Fontevivo. Nel 2011 “Palio delle contrade” 22 edizione a San Secondo (PR)
Dal 2013 sono socia UCAI sezione di Parma, dove ho esposto con una personale e in seguito ho partecipato a diverse collettive importanti in Galleria Sant’Andrea. (Lo spazio dell’UCAI) fra le quali la 13° edizione di arte sacra “Il cantico dei Cantici” la 14° Edizione di arte sacra “Qoelet” e ,nel 2024 alla 15° edizione di arte sacra “la Speranza” diverse edizioni di “Singolare femminile”. Nel 2023 “Frammenti d’arte” Rocca San Vitale a Sala Baganza (PR)
Alcune note critiche: Vedo dei florilegi , nel senso profondo della parola: delle raccolte di fiori. Dei fiori ci sono i colori, la tavolozza calda e ricca di sfumature , l’eleganza e il senso del movimento. Dei fiori ci sono i profumi esotici, il riserbo e l’espressività; vedere insieme le opere di questa artista è come trovarsi in un meraviglioso giardino dell’anima. Bia Giulia
Mail :giulibia@libero.it
Cell: 338 507 9524
della mente e la serenità dell’animo, con soggetti floreali e femminili che fungono da pretesto peruna reinterpretazione onirica della realtà.
La sua tavolozza si compone in prevalenza di colori primi (giallo, rosso, blu e bianco) che poi stempera e attenua, conferendo morbidezza alle figure e vaporosità ai contorni. I toni chiari, predominanti nei suoi quadri, sono declinazione delle emozioni più felici e positive.
Il suo approccio all’arte figurativa nasce come una sperimentazione libera, senza freni e senza schermi che nel tempo ha consolidato in uno stile rappresentativo con tanti caratteri impressionisti: i soggetti rappresentano dettagli che sfiorano l’astratto, subiscono variazioni nella forma e nel colore, escono fuori dai loro margini per fondersi con altri colori e diventare ombre, aloni, onde spumeggianti, drappi in movimento, uccelli che spiccano il volo.
Elena Simakova con dedizione e determinazione ha fatto della propria sensibilità, una forma d’arte: disegno e pittura sono strumenti attraverso i quali poter prendere coscienza della propria forza e del proprio valore. La sua arte nasce per soddisfare la ricerca della bellezza nella semplicità. Nelle sue opere celebra il bello, il gioioso, la libertà
Elena è fortemente convinta che le donne somiglino molto ai fiori poiché sono entrambe creature delicate, da rispettare e proteggere, ma che in cambio sanno regalare tutto di sé, schiudendosi senza riserve nella loro massima forma di bellezza. Una donna, così come un fiore, è delicata nell’aprirsi, incantevole e sorprendente nel mostrarsi, fragile e discreta nello sfiorire.
mail. Simakovaelena87@gmail.com cell 328.877 9808
Uno dei più Grandi Maestri della Fotografia Contemporanea è una figura iconica capace di raccontare il nostro tempo con profondità e poesia di Giovanni Cardone
In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Steve McCurry apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che la fotografia di reportage, come dimostra la sua storia, oltre a descrivere situazioni di guerra in paesi lontani, si è sviluppata soprattutto nelle strade delle metropoli, seguendo la vita quotidiana delle persone comuni. «Io penso a me stesso come a un testimone della storia» commenta il famoso fotografo della Magnum Alex Webb«in un senso molto vasto del termine: fotografando soprattutto lo scorrere della vita della gente comune». Una buona fotografia permette di comprendere a fondo l’oggetto rappresentato e il suo contesto, a patto che il fotografo sappia utilizzare a pieno il linguaggio del reportage fotografico. Il fotoreporter assume una doppia identità nei confronti del pubblico. Prima di tutto rappresenta una proiezione dello sguardo del lettore. Ecco perché Henry Luce presentava il primo numero di «Life», comparso negli Stati Uniti il 23 novembre 1936, con una tiratura iniziale di oltre quattrocentomila copie. Infatti Smith non permetteva a nessuno di intervenire sulle immagini che aveva scattato. Egli stesso dirà: «non voglio che un qualsiasi difetto di presentazione mi rovini il lavoro. Prima di fotografare cerco di capire, poi fotografo con passione quello che ho voglia di fotografare. Poi esamino i risultati, e il modo di utilizzarli, con metodo impassibile e freddo. Soltanto allora lascio che la passione ritorni». I suoi reportages letteralmente “riportare” la realtà erano giornalismo o erano arte? Lo stesso Smith è consapevole del considerevole disaccordo fra l’obiettività del fotogiornalista e la soggettività del grande fotografo “creatore” di immagini. Steve McCurry
egli racconta narra la società contemporanea attraverso la fotografia, posso dire che la fotografia è questo lo sapevano bene i situazionisti anche se consideravano a ragione che la critica della vita quotidiana non può essere separata dalla critica dell’arte (o viceversa) a differenza dei surrealisti. Il compito dell’artista è quello di delegittimare il pensiero dominante attraverso nuove forme e nuovi contenuti, chiamarsi fuori dalle subordinazioni dell’arte alla politica e denunciare le falsità del potere senza mezzi termini. Il capitalismo parassitario è responsabile della crescita delle disuguaglianze ed è la più seria minaccia per la libertà. Le concentrazioni dei saperi detengono l’imperio dell’immaginario e attraverso i media (cinema, fotografia, televisione, carta stampata, telefonia, internet) educano gli uomini alla sottomissione, alla paura, alla mediocrità violenze, distruzioni, vigliaccherie sono legati alle grandi dichiarazioni dei governi le forze dominanti della società globale non fanno sconti i carri armati sono il linguaggio primario del potere e i partiti rappresentano gli interessi fondamentali dei potenti solo i popoli falcidiati dalla guerra la piangeranno, perché solo dei massacrati è il lutto. Chi parla di fotografia senza pensare al vissuto quotidiano ha un cadavere in bocca. L’indice storico delle immagini figura, infatti, un’epoca determinata dall’indifferenza o, per alcuni fotografi, un presente che non ha bisogno di infingimenti e diviene strumento di disvelamento del dominio reale.
La fotografia così fatta racchiude l’intero esistente, sia in superficie che in profondità, e sottende il desiderio di una storia dell’umano tutta da costruire.
Per gli antichi greci la bellezza è intimamente legata con la giustizia, sono due diverse facce della stessa qualità: la virtù e l’eccellenza. La bellezza è uno stile, la giustizia è il florilegio della sua poetica clandestina. Steve McCurry è un grande fotografo, abilissimo nel colore, fermo nell’inquadratura, forte nelle proprie scelte espressive... le sue immagini però ci sembrano avvolte in una fascinazione quasi sacrale, che difficilmente contiene il letto di pulci dove prende i suoi ritrattati lo sguardo del lettore gode di tanta bellezza espositiva ma la povertà pare restare a margine dell’insieme affabulativo. Certo è che il suo farefotografia è stato emulato da intere generazioni di fotoamatori ricompensati di magie, incantamenti, meraviglie del colore di McCurry, ma ad andare a fondo della sua perfezione estetica si resta contaminati più dal santo bacio della vostra santa bocca (Salomone diceva nel Cantico dei cantici) che dal piacere materiale che ne consegue è difficile elogiare una patria o un profeta, quale che sia, quando manca il pane. Di Steve McCurry in Rete si legge: «È un fotoreporter statunitense. Nasce in un sobborgo di Philadelphia (Pennsylvania) il 24 febbraio 1950. Frequenta la High School Marple Newtown nella Contea di Delaware e poi si iscrive alle Penn State University per studiare fotografia e cinema. Si laurea in teatro nel 1974. Inizia ad interessarsi di fotografia e collabora con il quotidiano Today’s Post. Poi parte per l’India come fotografo freelance e lì dice McCurry “ho imparato a guardare e aspettare la vita: Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto” . Una filosofia e teoria della scrittura fotografica della quale diffidiamo, perché è dietro il sagrato dell’oggettività che si sono sempre celati i tenutari delle forche e del plotone d’esecuzione in nome della ragione imposta hanno educato alla soggezione i popoli impoveriti e li hanno gratificati con la pubblicazione colorata (o bianco e nero fa lo stesso) dei loro volti violati in libri, giornali, riviste, televisione, film perfino nella cartellonistica pubblicitaria di profumi,
mutande, vestiti griffati, e spesso nel cambio di un premio internazionale si è giustificato un crimine contro l’umanità. La carriera fotografica di McCurry salta all’attenzione dei media, quando, travestito con abiti tradizionali, attraversa il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan territorio controllato dai ribelli, poco prima dell’invasione russa alla maniera di un immortale della fotografia sociale, Roman Vischniac, e della talentuosa allieva di Walter Benjamin, Gisèle Freund, si cuce nei vestiti i rullini di pellicola e le sue immagini vengono pubblicate nei quotidiani internazionali... sono le prime fotografie che documentano un conflitto mai finito. C’è da dire che le forze armate dei paesi comunisti (si fa per dire) e delle democrazia occidentali, mai hanno gettato una sola bomba nei campi di papaveri afghani... l’oppio dei popoli non è solo la religione, la politica, la finanza... la droga, si sa, è un deterrente importante per i saprofiti del potere e uno strumento di abbrutimento e sconfitta delle turbolenze generazionali (come è stato per la soppressione della rivolta libertaria del ’68). Il papavero è anche un fiore. Il suo reportage vince il Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, assegnato ai fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese. McCurry continua a fotografare i conflitti della modernità (Iraq, Libano, Cambogia, Filippine). pubblica nelle riviste di tutto il mondo e ha grande rilievo nel National Geographic Magazin.diventa membro della Magnum Photo dal 1986. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. «La maggior parte delle mie foto dice McCurry è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana.
Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità»”. McCurry è protagonista un documentario televisivo dal titolo Il volto della condizione umana (2003), realizzato dal pluripremiato regista francese Denis Delestrac. Nel 2013 è autore del “prestigioso” calendario Pirelli, fotografa 11 donne impegnate nel sostegno di Fondazioni, organizzazioni non governative e progetti umanitari. I suoi workshop fotografici, della durata di un fine settimana a New York, che si possono estendere a due settimane in Asia, sono molto seguiti. L’eco del suo insegnamento è planetario. Per un autore di successo, la cosa peggiore è essere compreso. Il fascino indiscreto della fotografia però è altra cosa la feticizzazione della fotografia come merce lavora per conto dell’organizzazione dell’immaginario assoggettato e sotto il controllo dei dispensatori dei saperi, il linguaggio di ogni arte designa sempre altro dal vissuto reale. Nella fotografia non c’è più nulla da leggere, se non l’odore di carogna che si porta dietro. “La mia fotografia è onesta!” diceva il fotoreporter mentre fotografava il bambino morente e l’uccellaccio affamato in attesa di mangiarlo (l’immagine avrà poi un prestigioso premio). “Purtroppo le mie fotografie lo sono meno “, forse pensava. Qualche tempo dopo si è tolto la vita. Un fotografo di meno. Meglio un bambino vivo. La menzogna della fotografia sacralizzata è pura impostura la menzogna, talvolta ha la limpidezza della verità ma troppo spesso viene confusa con la legittimazione del falso contrabbandato come arte.
A ciascuno la sua fotografia una volta che un’immagine strappa un pezzo di vita quotidiana all’oblìo, del reale non resta niente se non la sua miseria e la verità sui responsabili della rovina. Stare accanto alla verità, così come si è vicini alla fotografia, significa entrare a volto scoperto a fianco della povertà, e poiché la fotografia non è se non l’assalto al cielo del dominio, non resta che leggerla (anche nelle sue espressioni più estreme) come superamento dell’arte realizzata. Fotografare il vero, il giusto, il buono è forse comunicare, per la prima volta, l’eredità avvelenata del dolore e riprendere il lascito sovversivo dei ribelli senza causa, che non sia quella dell’amore dell’uomo per l’uomo. La sola fotografia che lascia un segno nella storia è quella che invita a scoprire le diversi voci della coscienza, quella maltrattata e quella che insorge e chiede il rispetto dei diritti umani. La seduzione fotografica di McCurry s’accorda al romanzo autobio grafico che l’accompagna ed esorta a godere e a far godere, senza procurare danno né a se né ad altri è di una forza estetica incline alla pregevolezza e si definisce in rapporto alla costruzione etica che l’autorizza. McCurry è sensibile, a tratti commuove anche, l’insieme del suo immaginario a colori è una casistica di belle povertà e molto altro ancora attraversa inferni reali e riesce in qualche modo a portare una scheggia di dignità nel corpo sociale che tratteggia all’incrocio di sofferenze secolari. Non è poco. Il suo armamentario estetico però non sembra essere fornito dell’indignazione necessaria che aderisce al negativo che la abita. La fotografia che ha cessato di resistere si svilisce nei suoi contenuti e sarà sostituita da un’altra che resisterà.
A noi, va detto, interessa riflettere sulla maestria del colore di McCurry... a sfogliare le sue immagini più famose (la ragazza afghana con gli occhi blu, volti di donne, uomini, bambini... fotografati in uno splendido Kodachrome, restituiscono appieno la gamma cromatica della pellicola e forse nessuno mai è riuscito a tanto... ad andare in profondità delle fotografie ciò che più emerge dalla loro straordinaria compiutezza formale, non è il dolore o la gioia di un’epoca, ma lo splendore dei rossi, dei verdi, dei marroni, dei blu, dei neri che operano una trasfigurazione dei soggetti e li depositano nel casellario dell’arte museale che è un merito, anche. ma poco riguarda le Istorie emarginate dalle quali parte. Le inquadrature di McCurry sono sapienti, mai liquide, anzi piuttosto elaborate le linee, gli sfondi, la composizione generale non è esente da un certa mistica dell’immagine bella, e palazzi bombardati, navi arenate sulla spiaggia, morti e carri armati che si stagliano su fondali di guerra includono forse vittime e carnefici, ma basta vedere un affresco di Paolo Uccello per comprendere le atrocità di un conflitto e gli esecutori della barbarie. Una ragazza sfigurata, un bambino che abbraccia il fucile, rottamatori di navi, danzatori indiani affogati nella tinta rossa, donne velate di nero vestite stupendamente presi nell’ascesi di una edificazione dell’arte figurativa, esaltano il gesto virtuoso e i soggetti si trascolorano in maschere e non metafore del mondo degli oppressi. Lo sguardo di McCurry è elegante, è vero, mai severo con i fotografati... anche appassionato della materia che tratta... ma nella fotografia (e dappertutto) tra il significante e il significato, bisogna mettere il primo al servizio del secondo. L’esistenza del vero è subordinata a quella del senso che gli corrisponde. Nulla mai al di sopra o al di sotto delle schegge di verità che non siano egualitarie. L’eccezione affascina, la differenza include il bastone che la produce. La fotografia della fascinazione di McCurry è generosa di
ammiccamenti, giustapposizioni, quadrature formali ma il sublime fuoriesce da chi pratica il dissidio e la sovranità, la sfida e l’ironia, lo stile e la seduzione con tutta la regalità di chi pratica l’arte di dispiacere. La fotografia ascetica sa di polvere, e molto spesso non è altro che l’arte di sistemare i resti o i vecchi avanzi lasciati dalle religioni, dai partiti, dai saperi, all’utilitarismo della società mercantista. Qualsiasi fotografo sa indicare la via verso il sublime ma laddove non c’è volontà di rottura col modello di società esistente, non c’è via. Più vedo gli sforzi compiuti da critici, storici, galleristi, mecenati, fotografi per elevare la cultura fotografica al rango di arte per tutti più sono convinto che il mio amico finito in manicomio per aver sputato contro la Madonna in processione, aveva ragione: “Vale solo la rivolta, il resto è menzogna”. Ossequiosità, servilismo, cupidigia, provocati dalla politica consumerista e dalle bassezze elettorali sono i legacci dei privilegiati, e l’unico modo per distruggere questo stato di cose è la diserzione o la resistenza sociale. Insegnare agli uomini a non più guardare ma a vedere, è sempre stato pericoloso. Le verità ultime si dicono sulla soglia del vero che si trascina irreversibilmente all’interno della bellezza che si morde (e c’impara a vivere e morire insieme alla leggibilità e illeggibilità di fotografare ciò che non si valuta in base ai suoi successi, ma alla resistenza sociale). Dare su qualsiasi cosa, compresa la disperazione, giudizi irreconciliabili contro i possessori d’illusioni, è l’unica maniera di non tradire la fame degli impoveriti. Se mi chiedessero qual è, di tutti i misteri, quel che resta più difficile a conoscere, risponderei senza esitare, la fotografia in amore verso gli ultimi la fotografia pensa e invita a pensare intorno a se stessa un’immagine è centro di un evento o è solo banalità patinata il cuore profondo della fotografia è nella vita trasfigurata che desidera raggiungere ciò che gli manca. Ciò che non uccide la fotografia, la fortifica.
Non tutti gli artisti sono in grado di elaborare i fermenti della società contemporanea e di accordare il ritmo del respiro creativo al progredire della freccia della storia, molti i più attardati rimangono vincolati ad un passato immobile e ripetono modelli stereotipati, pochi i più coraggiosi sfidano e tentano il nuovo, l’incognito e l’inesplorato. Questa è la peculiarità della ricerca estetica di Marco Longo che si può individuare nel suo studio dei processi visivi applicati all’arte, dove il protagonista è il movimento nello spazio delle persone e delle cose, situazione instabile per natura, visto non solo come qualcosa che esiste qui e ora, ma si trasforma il momento dopo e, cambiando continuamente la scena, modifica la percezione e la sensazione del nostro vissuto. L’ obiettivo del pittore sta nel tentare di catturare, in diverse situazioni ambientali, lo scorrere del tempo per poi restituircelo reso visibile e cristallizzato per sempre nel quadro. Operativamente il suo processo esecutivo è duplice. Dapprima utilizza come momento ispirativo il procedimento fotografico dell’istantanea che fissa l’attimo fuggente, in seguito l’immagine viene riportata e rielaborata sulla tela secondo i canoni della pittura neo espressionista. Sono registrati sulla tela momenti effimeri, inafferrabili e fluttuanti che riportano atmosfere sfuggenti perché la manipolazione dell’immagine crea nuovi mondi che non esistono nella realtà ma solo nella nostra percezione psichica. Anche se i suoi quadri conservano un certo impatto documentario e realistico fornito dalle fotografie, la pennellata larga e veloce, rivendica però a gran voce, l’ efficacia pittorica interpretata come un insieme libero di segni senza necessariamente far leva sulla seduzione del colore, bensì sottolineando un incanto monocromatico più misterioso. Avvolgendo tutto in una sorta di nebbia, un grigiore vaporoso, liquido che sembra permeare ogni ambito, la narrazione di Marco Longo dà l’impressione di voler ab-
bracciare la storia dei luoghi e di chi li abita in un vortice di foschia piovigginosa, intrecciando memorie e contemporaneità in uno spiazzante equilibrio compositivo. Sono descritte periferie urbane, scorci di metropoli americane, siti industriali abbandonati, come fossero un fermo immagine di un video, o riprese con l’ azione dello zoom. Sono testimonianze che ci obbligano a fare i conti con la nostra finitudine, le nostre fragilità e riflettere su quanto il nostro mondo abbia bisogno di rimettere a posto le cose quando queste vengono stravolte nel loro equilibrio primordiale. Oramai siamo costretti a vivere in uno spazio anonimo, senza anima, dominati dalla fretta, dalla velocità, per cui il tempo scorre così velocemente tanto da generare in ognuno di noi un senso di panico, di terrore per i repentini cambiamenti siano essi climatici per il riscaldamento globale, sociali per le guerre e le pandemie e l’urbanizzazione di massa che provocano nuove paure per le migrazioni di intere popolazioni oramai inarrestabili.
La visione con cui il pittore osserva questo mondo ha un triplice sguardo. Il primo ha una direzione “orizzontale”, sono angoli di Torino fuori dal tempo, sono descritti luoghi dell’immaginario privato già cristallizzati nella memoria personale, quartieri periferici, vissuti nella nebbia del “tempo passato” anche se recente. Interpretati con l’ “intelligenza emotiva”, la scena è sfocata e piovigginosa, con pochi cenni di colore. Il mondo attorno a noi scorre veloce e noi lo guardiamo passare senza riuscire a viverlo appieno. L’artista gioca con gli spazi urbani reinventandoli e li guarda in modo da portare al centro del campo visivo un punto di fuga lontano, inafferrabile, invisibile, in modo tale da creare uno straniamento destabilizzante. Si sente il pulsare del tempo come materia da plasmare tanto da poterlo dilatare e comprimere all’infinito nella dimensione dell’invisibile e dell’altrove. Dunque nella serie delle opere “MY CITY” ci sembra di percepire il rumore sordo di sottofondo del caos urbano e l’insieme ci suggerisce a quale livello di complessità e di velocità avviene il cambiamento del nostro ambiente quotidiano. E’ una profonda riflessione sul tema dello spazio/tempo un concetto di straordinaria attualità che tocca numerosi ambiti del sapere umano, dalle scienze della natura fisica alla dimensione sociale e psicologica cosi ben rappresentate nell’arte del novecento.
Il secondo sguardo ha una direzione “verticale”, una volta si diceva a volo d’uccello, oggi è più precisa una dizione che fa riferimento ad una ripresa da un drone. MANHATTAN e suoi dintorni sono descritti come sospesi sull’abisso, cercano di vincere la forza di gravità per non precipitare verso il basso. La metropoli americana come specchio che riflette gli istantanei cambiamenti della società odierna è la scena di un palcoscenico instabile, in perenne trasformazione. Qui avvengono i processi socio-
politici e le dinamiche economiche dei consumi, tutto è dentro il “tempo presente” in mutamento continuo, veloce e inafferrabile, analizzato non più con il sentimento emotivo ma con l’ “intelligenza razionale”, dunque i colori sulla tela, via via si raffreddano e si spengono. La città non è più il naturale habitat del vissuto quotidiano ma labirinto artificioso e anonimo dove non solo non si può entrare in contatto con gli altri, ma anche mettersi in relazione con noi stessi. L’artista sembra voglia suggerirci che stiamo vivendo nell’epoca dell’incertezza e del disorientamento per cui dobbiamo evitare ogni forma di superficialità e scendere nelle profondità del nostro io per ritrovare l’equilibrio perduto e farci riflettere sul nostro mondo interiore. Il tempo è inteso come preziosa risorsa per mettere noi stessi al centro delle relazioni sociali affinché si trovi un’ armonia tra la volontà di fare, la smania e l’urgenza di avere e la necessità di essere. In questo contesto si rende indispensabile fare un elogio alla lentezza affinché non si diventi consumatori compulsivi del tempo e alieni in uno spazio disumano, in un mondo inconoscibile e inesplicabile.
Il terzo e ultimo sguardo ha una direzione “prospettica” in bilico fra pieno e vuoto, dove aree industriali confinate e claustrofobiche rinchiudono una quantità inverosimile di masserizie o al contrario sono ambienti vuoti o abbandonati . Ne deriva un’angoscia cupa e grave dove il territorio fisico diventa un “ non luogo” e il tempo vissuto “privo di senso”. Il tutto è permeato da un malessere diffuso che induce un’ idea di vuoto esistenziale, di impossibilità a reagire tanto da obbligarci a uno stato di resa e sconfitta. Sono rappresentate con l’ “intelligenza spaziale-visiva” gli “INTERNI FABBRICHE” scene distopiche che ci dicono che le nostre vite sono senza speranza futura, senza scampo, intrappolate in quello spazio/tempo racchiuso in un paesaggio desolato. L’uomo non è presente in questo universo desertificato dove si respira un senso di perdita del mondo in un silenzio sordo, pesante e immobile, senza umanità l’universo intorno a noi non ha più movimento, si ferma e implode su se stesso. Dunque in queste opere aleggia un sentimento di attesa e di sospensione temporale dove l’incertezza del luogo rende tutto misterioso e in questa solitudine esistenziale il vuoto dentro il tutto ci procura confusione e smarrimento.
In conclusione la pittura di Longo si può ascrivere, per certi versi, alla tradizione del paesaggio futurista che rappresenta qualcosa che appartiene alla mutevolezza dello spazio presente ma non ignora il passato per proiettarsi
in una dimensione in continuo divenire. Ne sono testimonianza gli inquietanti scorci torinesi, dove con una tecnica simile al “freeze motion” o congelamento dell’ intera scena osservata l’artista cattura la vita in movimento e la fissa in un singolo momento.
D’altra parte la visione di Manhattan ha i connotati della ricerca concettuale dell’odierna elaborazione artistica dove l’ ambiente metropolitano viene analizzato con il “motion blur” cioè la tecnica di riprendere un singolo soggetto in più istanti successivi con un effetto zoom e dove tutto viene sfuocato come in un moto accelerato per convergere in un unico punta di fuga visivo.
Infine l’ultima elaborazione che il pittore ci propone sono spazi di interni industriali disabitati e desolati ascrivibili alla ricerca del “new neurotic realism” stranamente belli nel loro abbandono quasi pietrificato, sono già archeologia del presente e ci inducono ad una riflessione per il futuro prossimo affinché non venga ad essere scossa la fiducia in un naturale progresso dell’umanità.
Dunque l’artista ci invita a fermare ogni giudizio affettato prima di consegnare alla società risposte superficiali e mai definitive. I suggerimenti che ci paiono doverosi raccogliere sono di custodire e proteggere gli ambienti in cui le persone devono diventare attori sociali protagonisti dove possono sviluppare competenze e talenti con una dignitosa qualità della vita.
Giovanni Cordero
Dal 25 Gennaio 2025 al 27 Luglio 2025 - Roma
Luogo: Museo Storico della Fanteria - Indirizzo: Piazza di Santa Croce in Gerusalemme 7
È stata presentata la mostra Salvador Dalì, tra arte e mito, dedicata al grande maestro del surrealismo, organizzata da Navigare in partnership con Difesa Servizi , società del Ministero della Difesa, allo scopo di valorizzare i Musei dell’Esercito Italiano e allestita dal curatore di mostre internazionali Vincenzo Sanfo, con il supporto di un comitato internazionale. La mostra sarà visitabile dal 25 gennaio al 27 luglio 2025 presso il Museo Storico della Fanteria dell’Esercito Italiano, gode del patrocino della Regione Lazio, di Roma Capitale – Assessorato alla Cultura Italia e di Oficina Cultural de la Embajada de España. Circa 80 opere, alcune delle quali esposte per la prima volta a Roma, e provenienti da collezioni private di Belgio e Italia. Disegni, sculture, ceramiche, boccette di profumo, incisioni, litografie, documenti, libri e fotografie conducono il pubblico a immergersi nell’universo daliniano, libero dalla rigidità delle regole, dove la realtà è costituita dai sogni. A completare questo percorso, anche opere di altri autori, dai disegni di García Lorca ai quadri di Mirò, che hanno condiviso con Dalì l’idea di un’arte dal carattere onirico e surreale.
“Si tratta di una mostra a carattere antologico, che guida lo spettatore in un viaggio tra le molteplici forme di espressione di Salvador Dalì, che, è bene ricordare, non fu soltanto un pittore, ma anche scultore, scenografo, si occupò di moda e, non da ultimo, fu un genio del marketing. – Spiega il curatore Vincenzo Sanfo – Ad esempio, ha inventato il logo Chupa chups, famoso e ben riconoscibile ancora oggi, e disegnò la copertina di famosi dischi come
quello di Jackie Gleason, ma anche bottiglie per profumi di brand importanti, come Schiapparelli, che sono delle vere e proprie sculture in vetro, alcune addirittura con un tappo in oro vero, e bottiglie per liquori, come le tre per il Rosso Antico. Infine, realizzò dei bellissimi gioielli, tra i quali la croce di Gala, fatta per la moglie. Tutto ciò rende questa mostra molto trasversale, e di grande interesse non solo per gli appassionati dell’arte, ma anche della moda, del marketing e del ‘personaggio Dalì’”.
In apertura del percorso troviamo dei disegni poco noti che García Lorca, grande amico di SalvadorDalì, realizzò tra gli anni ’20 e ’30, nei quali è possibile intravedere una forma embrionale di surrealismo, che ispirò Dalì. Tra le opere esposte, molto interessante è la serie delle illustrazioni della Divina Commedia. L’artista le aveva realizzate su commissione dello Stato italiano. Tale affidamento, però, generò perplessità e malcontento, poiché in molti ritennero fosse meglio affidare un simile compito ad un artista italiano, e quindi Dalì si vide revocare l’incarico. A quel punto, disegni e schizzi furono acquistati da una società francese, che vi aveva visto un enorme potenziale artistico, e li rese noti in tutto il mondo.
“Con questa mostra di grande valore, portiamo avanti il nostro progetto di valorizzazione dei musei militari, grazie alla partnership tra Navigare e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa. – Commenta Salvatore Lacagnina, Responsabile di Navigare – Con questa iniziativa, portiamo i visitatori all’interno di musei che sono solitamente chiusi al pubblico”.
dal 20 al 29 marzo 2025 a cura di Alberto Moioli
Foro Buonaparte, 67 - Milano
Inaugurazione sabato 22 marzo 2025 ore 17,00
orari dal martedì al sabato 10,00 - 13,00 14,00 - 18,00
Enciclopedia d’Arte Italiana Catalogo Generale Artisti dal 900 ad oggi
Continua con successo l’attività espositiva dello scultore Roberto Fiasella, di cui la Rivista20 si è già opportunamente occupata, data la sua personale “No Space No Time” a Milano, negli spazi della prestigiosa Fondazione Matalon (Foro Buonaparte n° 67, dal 20 al 29 marzo ‘25) organizzata dall’Enciclopedia d’Arte Italiana di concerto con detta Fondazione. Pensiamo dunque opportuno proporre l’esaustivo l’intervento critico del curatore Alberto Moioli titolato “Roberto Fiasella: la scultura come poesia della forma e della memoria”: “Osservare le opere di Roberto Fiasella è come assistere a un dialogo silenzioso tra materia e spirito, dove ogni scultura diventa un frammento di vita sospeso nel tempo. La figura del cavallo, tema centrale della sua ricerca, non è mai una semplice rappresentazione anatomica. Ogni dettaglio, dalle linee morbide del dorso alle tensioni dinamiche dei muscoli, racconta una storia di forza, grazia e libertà.
Le sue opere mi hanno riportato alla memoria i versi del poeta Mario Luzi, che ho studiato sui banchi di scuola, poeta del movimento e della trasformazione, per la loro capacità di suggerire mondi interi con un’immagine essenziale e vibrante. Come nelle sue poesie, anche nelle sculture di Fiasella tutto è in divenire: la materia si anima, il bronzo si fa respiro, la forma diventa memoria viva.
“Ciò che non muta non vive, ciò che non vive non è” scriveva il poeta toscano, un verso che parla del dialogo tra la staticità e il dinamismo che è ciò che spesso caratterizza le sculture di Roberto Fiasella, dove la forma sembra voler catturare un attimo eterno, trasformando la materia in una vera dichiarazione d’amore alla vita.
Mi colpisce molto la sensibilità con cui lo scultore alterna superfici lisce e lucenti a texture più grezze e materiche, creando un dialogo costante tra luce e ombra, tra ciò che si mostra e ciò che si cela. È un linguaggio personale, costruito attraverso anni di ricerca e di dialogo con la materia, dove ogni dettaglio racconta di una dedizione profonda e di un amore autentico per la forma.
La formazione iniziale presso lo studio del maestro costa-
ricense Jiménez Deredia ha fornito a Fiasella solide basi, ma è nelle caratteristiche botteghe artigiane di Pietrasanta che nel tempo ha affinato sempre più un linguaggio unico, quello stile che oggi lo contraddistingue nel panorama dell’arte contemporanea. Nelle sue opere la materia è un’alleata che consente alla scultura di prendere vita, trasformandosi in un viaggio emozionale che cattura lo sguardo e il cuore di chi sa emozionarsi ed è disposto a lasciarsi contaminare dalla sua bellezza.
Ciò che più ammiro nel suo lavoro è questa capacità di far dialogare tradizione e modernità, radicando la sua arte in una classicità senza tempo, ma senza mai smettere di guardare al presente. Le sue sculture non impongono, ma accompagnano chi le osserva, come un compagno di viaggio silenzioso e discreto.
È per questo motivo che considero un vero privilegio poter presentare la mostra personale di Roberto Fiasella a Milano, presso l’autorevole spazio della Fondazione Luciana Matalon, nel cuore storico della città. Questo appuntamento rappresenta un’importante occasione per entrare nel suo mondo poetico e scoprire da vicino la profondità della sua ricerca artistica.
Roberto Fiasella ci insegna che la scultura non è solo forma, ma memoria e poesia, una testimonianza di bellezza che resiste al tempo. Le sue opere ci invitano ad ascoltare, a osservare con attenzione, a scoprire quel filo invisibile che lega la materia all’anima”.
Sulla versatilità di Fiasella si sono fattivamente interessante anche altre firme della cultura, tra cui sia Lodovico Gierut, che a proposito dei suoi soggetti principali, cioè i “Cavalli” ha affermato che “In lui c’è vigoria e rigorosità nella partecipazione creativa delle scelte figurali, sempre eleganti come lo è ogni cavallo, tese verso la chiara vela veicolatrice della bellezza…”, sia Marilena Cheli Tomei: “Fiasella ama il cavallo per se stesso, nella sua quotidianità che comprende atteggiamenti lontani dalla figurazione classica e ad essi ha voluto dare dignità di arte…”. G.G.L.
A 150 anni dalla prima mostra a Parigi che sancì la nascita del movimento impressionista nel 1874, dal 22 novembre arriva al Museo degli Innocenti di Firenze un eccezionale corpus di oltre 70 opere che racconta il movimento impressionista e i suoi stretti legami con la Normandia.
Sul palcoscenico di questa terra, pittori come Monet, Renoir, Delacroix e Courbet – in mostra insieme a molti altri – colgono l’immediatezza e la vitalità del paesaggio imprimendo sulla tela gli umori del cielo, lo scintillio dell’acqua e le valli verdeggianti della Normandia, culla dell’Impressionismo.
La mostra “Impressionisti in Normandia” è incentrata soprattutto sul patrimonio della Collezione Peindre en Normandia – tra le collezioni più rappresentative del periodo impressionista – affiancata da prestiti provenienti dal Musée d’art moderne di Le Havre e da collezioni private e ripercorre le tappe salienti della corrente artistica: opere come Falesie a Dieppe (1834) di Delacroix, La spiaggia a Trouville (1865) di Courbet, Fécamp (1881) di Monet, Tramonto, Veduta di Guernesey (1893) di Renoir – tra i capolavori presenti in mostra – raccontano gli scambi, i confronti e le collaborazioni tra i più grandi artisti dell’epoca
che – immersi in una natura folgorante dai colori intensi e dai panorami scintillanti – hanno conferito alla Normandia l’immagine emblematica della felicità del dipingere.
Con il patrocinio del Comune di Firenze, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia, in collaborazione con Cristoforo, BRIDGECONSULTINGpro e PONTENOVE
GMBH ed è curata da Alain Tapié.
Firenze, fino al 04 Maggio 2025
Luogo: Museo degli Innocenti
Indirizzo: Piazza della Santissima Annunziata 13
Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 19 (la biglietteria chiude un’ora prima).Telefono per informazioni: 39 055 0981881
E-Mail info: booking@istitutodeglinnocenti.it
Sito ufficiale: http://www.museodeglinnocenti.it
Dal 15 Febbraio 2025 al 29 Giugno 2025 a Milano: Palazzo Reale Indirizzo: Piazza Duomo 12
Casorati a Palazzo Reale propone una rilettura complessiva del lavoro dell’artista, ripercorrendo in ordine cronologico attraverso 14 sale le diverse stagioni della sua produzione, dagli esordi nei primi anni del Novecento fino agli anni Cinquanta. Sono oltre cento le opere presentate per l’occasione, tra dipinti su tela e tavola, sculture, opere grafiche della stagione simbolista, bozzetti per scenografie di opere realizzate per il Teatro alla Scala, tutte di assoluto rilievo e raffinata qualità, selezionate per la loro esemplare storia espositiva. I prestiti provengono da prestigiose raccolte private e da importanti collezioni pubbliche, tra le quali in particolare la GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, dove è conservata la più importante e ricca collezione museale di opere di Casorati, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, il Museo del Novecento di Milano, il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la Galleria d’Arte Moderna di Genova, la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona. Cardine del progetto è la stretta collaborazione con l’Archivio Casorati, che ha assicurato il supporto scientifico e la consultazione e condivisione dei materiali documentari storici. Il percorso si apre con le prime opere connotate da uno spiccato realismo, tra le quali il celebre Ritratto della sorel-
la Elvira del 1907 (collezione privata) o Le ereditiere del Mart di Rovereto del 1910. Un focus importante è dedicato agli anni trascorsi a Verona, dove l’artista si trasferisce con la famiglia nel 1911. In questa città inizia la sua stagione simbolista e secessionista, alimentata dal confronto con la vicina Venezia, dove Casorati frequenta Ca’ Pesaro, allestisce la sua prima mostra personale nel 1913 e conosce Gino Rossi, Arturo Martini, Teodoro Wolf Ferrari. Aprono gli anni Venti i capolavori La donna e l’armatura del 1921 (GAM Torino) e Silvana Cenni del 1922 (collezione privata), icona metafisica ispirata alla misura classica quattrocentesca e alle pale d’altare di Piero della Francesca. Risale a questo periodo la collaborazione di Casorati con Riccardo Gualino, collezionista, mecenate e imprenditore, per il quale l’artista dipinge i ritratti di famiglia e progetta, insieme all’architetto Alberto Sartoris, il piccolo teatro privato nella loro residenza torinese. Il sodalizio è ricostruito in mostra dai tre ritratti Gualino, dal ritratto di Alfredo Casella (collezione privata), compositore e pianista, direttore di molti concerti nel teatrino torinese, e delle danzatrici Raja e Bella Markman, protagoniste con Cesarina Gualino, delle esibizioni di danza libera sotto i fregi casoratiani del teatrino, documentati dai bassorilievi Donna con arco, L’incontro con la musica, Donna seduta con scodella (collezione privata).
Il titolo della mostra l’impotenza celeste dei pianeti è estrapolato da Fresia da una frase di Marcel Proust, che delinea così il modo di vedere e vivere la vita di sua madre, che come scrive l’ artista «implica una luminosità tutta arrivata da astri diversi, da luci che da tutto derivano tranne che dal nostro intimo essere ed esistere. Questa meravigliosa immagine che Proust ci regala calza a mio avviso in modo perfetto sull’idea che ho sia della fotografia che dell’esistenza, quel qualcosa che, nulla è senza un apporto, un significato che da altrove deriva, il quale crea non uno specchiarsi ma un illuminarsi di novità, di realtà altra e forse, nel suo non essere prima e non essere più dopo, assolutamente, per un’istante VERA». La lettura che ne fa l’artista apre direttamene alle sue fotografie, in cui l’immagine pare quasi transitoria e il collegarla a una frase, quasi Haiku, la determina.
«Nello studio di Pierluigi Fresia si trova una lavagna in ardesia i cui aspetti sensibili sono facilmente familiari a chiunque abbia frequentato una scuola: la tiepida tattilità, l’odore del gesso, il morbido, polveroso contrasto del bianco sullo sfondo scuro. Questa lavagna è utile per tentare
una sintesi delle tensioni che abitano il lavoro dell’artista, ne è quasi un simbolo con la sua vocazione a essere spazio per la ricerca, per il tentativo che più volte si sottopone alla revisione, alla cancellatura, con in mente, o quanto meno con il desiderio, di un’idea perfetta. Però, come accade per le cose umane, al centro del lavoro di Fresia non si trova questa ma tutte le prove fatte i cui esiti visibili assumono aspetti apparentemente remoti tra loro. Le diverse serie che vengono qui presentate sono invece collegate tra loro da legami nascosti alla vista: una rete densa di connessioni per cui ogni segno tracciato, e poi cancellato, sulla lavagna è solo un modo diverso di pensare e descrivere la condizione umana. In mostra si trovano fotografie le cui campiture quasi astratte si combinano in una spirale con i testi: frasi aforistiche, riferimenti letterari e componimenti brevi come haiku, sovrapposti alle immagini di paesaggi naturali, nature morte e ambienti intimi. Nello spazio sottostante della galleria si trovano le fotografie delle lavagne su cui l’artista ha tracciato i suoi segni.» (Pietro Gaglianò, 2024).
Firenze, Galleria Il Ponte 31/01/2025 - 18/04/2025
La mostra “Brassaï. L’occhio di Parigi”, realizzata in collaborazione con Silvana Editoriale e l’Estate Brassaï Succession, a cura di Philippe Ribeyrolles e Barbara Guidi, ripercorre l’opera di Brassaï, il celebre fotografo ungherese di nascita, ma parigino d’adozione, che rese immortali le atmosfere uniche della capitale dell’arte moderna: Parigi.
Nessuno come Brassaï seppe ritrarre i tanti volti della capitale francese e dei suoi abitanti: una Parigi surreale e suggestiva abitata da amanti e malviventi, monumenti simbolo e quartieri operai, feste d’alta moda e “case delle illusioni”, ma anche da scrittori e artisti leggendari che egli conobbe e frequentò assiduamente - tra cui Salvador Dalí, Henri Matisse, Jacques Prévert e Pablo Picasso - e che insieme a lui parteciparono allo straordinario fermento culturale che investì Parigi nella prima metà del secolo.
Eccezionale ritrattista e narratore per immagini, Brassaï è in grado di restituire i molteplici volti di una “città spettacolo” che seduce e rapisce, grazie ad uno sguardo acuto e ironico, scevro da pregiudizi, che trasforma anche l’oggetto più banale in qualcosa di sorprendente.
Con il patrocinio di Regione del Veneto.
Media partner Il Giornale di Vicenza e Rete Veneta.
Dal: 16/11/2024 Al: 21/04/2025
Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica
Location
Museo Civico
Indirizzo
Piazza Garibaldi, 34, Bassano del Grappa (VI)
Telefono
+39 0424519901
Email biglietteriamusei@comune.bassano.vi.it
Sito
Musei Bassano
Ontologia
Scheda dettaglio ontologia
Le mostre de The World of Banksy, che presentano le enigmatiche opere del rinomato streetartistBanksy, hanno affascinato il pubblico in oltre 10 paesi. Questa speciale esposizione fa ora il suo debutto a Napoli all’Arena Flegrea indoor | Mostra d’Oltremare, dopo aver attirato centinaia di migliaia di visitatori nelle gallerie più prestigiose d’Europa.
Napoli, una città vibrante, è un tesoro d’arte, vantando capolavori dall’antichità ai tempi moderni. Mentre il ricco patrimonio artistico della città è messo in mostra nella sua architettura storica, Banksy stesso deve ancora lasciare il suo segno.
The World Of Banksy è progettato per rendere il messaggio dell’artista accessibile a un pubblico più ampio, specialmente nelle città dove la sua arte non è ancora apparsa. Gli amanti dell’arte di tutta Europa possono ora godersi l’arte di strada di Banksy in un unico luogo, esplorando temi come guerra, imperialismo, pace, individualismo, avidità, povertà, capitalismo, consumismo e ipocrisia. Rimanendo fedeli all’affermazione di Banksy che “Il copyright è per i perdenti,” le nostre mostre si dichiarano orgogliosamente “100% non autorizzate,” organizzate interamente senza il suo coinvolgimento.
Arena Flegrea Indoor è il nuovo spazio espositivo nella città di Napoli. Quest’area, allestita nel foyer dell’Arena Flegrea presso la Mostra d’Oltremare, è progettata per ospitare mostre, spettacoli e grandi eventi tutto l’anno. È uno spazio accogliente e ben attrezzato, accessibile a tutti, che copre 4000 metri quadrati al chiuso, con punti di ristoro e vari servizi. Punta a diventare uno dei principali centri
culturali di Napoli. E ora ospita “The World of Banksy: The Immersive Experience”.
L’architettura moderna di questo impressionante edificio contribuisce significativamente all’intrigo della mostra, offrendo un’esperienza coinvolgente a tutti i visitatori. Strategicamente posizionato, questo spazio espositivo di alta qualità si trova a soli 20 minuti a piedi dalla stazione della metropolitana Cavalleggeri Aosta, rendendolo un punto di riferimento culturale accessibile sia per gli appassionati che per i visitatori occasionali.
Banksy, il rinomato streetartist britannico, è celebrato per i suoi graffiti di impatto. La sua arte riflette le strutture sociali con eccentricità e profondità.
Come uno dei più famosi “sconosciuti”, le opere provocatorie di Banksy sono emerse in controversi luoghi globali. Da Londra a New York, da Berlino a Tokyo, le strade si sono trasformate nel suo vasto telaio. Allo stesso tempo, importanti istituzioni artistiche come il BritishMuseum, la Tate Modern e il Louvre hanno esposto le sue opere sui loro muri.
La mistica intenzionale di Banksy lo ha elevato allo status di mito contemporaneo. Le sue proteste visivamente coinvolgenti risuonano profondamente, incoraggiando la reinterpretazione e la circolazione artistica globale. Nonostante resistesse alle mostre dedicate, Banksy è un sostenitore delle esperienze artistiche condivise. Critico nei confronti della cultura pop, della politica e dell’establishment artistico, la ribellione di Banksy è sia geniale che abbracciata da figure influenti. Da Christina
Aguilera che colleziona le sue opere a Justin Bieber che tatua Girl with Balloon, la sua influenza supera i confini convenzionali dell’arte.
Contrariamente alla commercializzazione dell’arte, le opere di Banksy raggiungono prezzi stratosferici alle aste, guadagnandogli un posto tra le persone più influenti del 2010 secondo Time Magazine, accanto a icone culturali come Lady Gaga e Obama.ità.
NAPOLI: Arena Flegrea Indoor
INDIRIZZO: Viale John Fitzgerald Kennedy 54 ORARI: da mercoledì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (ultimo ingresso ore 18:00) tel.: +39 331 784 1330
Info: info@theworldofbanksy.it
Sito: http://theworldofbanksy.it
Chi è devoto a San Gennaro?è il titolo della nuova video installazione del Tesoro di San Gennaro, che da oggi è possibile ammirare lungo il percorso di visita del museo, prodotta e promossa da D’Uva srl, l’azienda che gestisce il museo del Tesoro di San Gennaro, progettata e realizzata da Kaos Produzioni.
Inserita in modo permanente nella sala della Mitra, la nuova iniziativa va ad arricchire il percorso consentendo al pubblico di immergersi in un racconto speciale delle diverse forme e segni della devozione popolare e delle celebrazioni dei prodigi del Santo.
A presentare la video installazione sono intervenuti Mons. Vincenzo De Gregorio, Abate Prelato della Cappella del Tesorodi San Gennaro, Girolamo Carignani di Novoli, Deputato della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, Francesca Ummarino, Direttrice del Museo del Tesoro di San Gennaro, Ilaria D’Uva, CEO D’Uva srl, Stefano Gargiulo, Kaos produzioni. Il progetto è nato da un’idea di Ilaria D’Uva e Francesca Ummarino con l’intento di completare il percorso museale con un’esperienza unica e contemporanea che trasmetta al visitatore l’emozione e l’energia delle tre date del prodigio della liquefazione del sangue, il mistero del culto, la vita vera della devozione, le straordinarie diverse espressioni religiose e popolari di ogni genere di pubblico. La direzione artistica e regiaè stata affidata a Stefano Gargiulo.
Chi è devoto a San Gennaro? è un viaggio attraverso le immagini di simboli, volti, gesti e preghiere pervivere il museo in modo nuovo e contemporaneo alla scoperta di quell’inscindibile rapporto tra la città di Napoli e il suo Santo Patrono.
Per festeggiare la nuova video installazione, il Tesoro di San Gennaro propone un’apertura straordinaria venerdì 21 e sabato 22 giugno dalle ore 18 alle ore 22 (ultimo ingresso ore 21) con biglietto d’ingresso a tariffa speciale al costo
ridotto di 6 € (invece di 12 €.). Nel cortile del museo sarà allestito uno “specchio per selfie” che consentirà a tutti i visitatori di diventare “devoto a San Gennaro” catturando il momento preferito da dedicare al Santo Patrono con l’hashtag #chièdevotoasangennaro.
Cinque video proiezioni sincronizzate e un impianto audio stereo sono la struttura tecnologica del progetto, allestito su quattro pareti del museo, in dialogo con i gioielli simbolo della devozione per San Gennaro, la mitra e la collana solenne: sulla parete frontale due cornici, che rievocano la forma di edicole votive, contengono i ritratti dei “devoti” che rivolgono le loro preghiere a San Gennaro, ognuno con il proprio intimo rapporto con il Santo. Figure di uomini, donne e bambini esprimono la fede per San Gennaro, in tutta la loro umana diversità e meravigliosa varietà. Sulla seconda parete frontale sequenze di frammenti che rappresentano l’iconografia del Santo, insieme alle immagini della solenne processione di maggio dal Duomo alla Basilica di Santa Chiara, tra realtà e finzione.
Sulle pareti laterali, immagini evocative che ricreano un’ambientazione straordinaria e onirica e il motto a San Gennaro scritto da Friedrich Nietzsche: “Tu che con l’asta fiammeggiante rompesti il ghiaccio della mia anima, che ora rumoreggiando corre al mare della sua estrema speranza: sempre più chiara e più sana, libera nella più amorosa delle leggi, celebra quindi i tuoi miracoli, bellissimo Gennaro”. Ad arricchire il progetto, un omaggio speciale a Marcello Colasurdo, con la voce dell’artista mentre recita le sue parole per San Gennaro, che hanno ispirato anche il titolo della video installazione.
Dal 19 Giugno 2024 al 31 Dicembre 2030 a NAPOLI Museo del Tesoro di San Gennaro Via Duomo 149
ENTI PROMOTORI: • D’Uva srl
SITO UFFICIALE: http://www.tesorosangennaro.it
Joseph Mallord William Turner (Londra, 23 aprile 1775 –Chelsea, 19 dicembre 1851) è una figura centrale del Romanticismo inglese, noto per aver rivoluzionato la pittura paesaggistica elevandola a protagonista assoluta dell’arte. Figlio di un umile barbiere, William Gayone Turner, e di Mary Marshall, donna afflitta da disturbi psichici dopo la morte prematura di un’altra figlia, Turner crebbe in un ambiente familiare complesso. Il padre, riconosciuto il suo precoce talento, espose i suoi primi disegni nella vetrina della bottega, vendendoli per pochi scellini e spingendolo a coltivare l’arte.
A soli 14 anni, nel 1789, entrò alla Royal Academy of Arts di Londra, dove studiò prospettiva e pittura sotto Thomas Malton. Già nel 1790, a 15 anni, espose il suo primo acquarello, dimostrando una maestria precoce. I viaggi furono fondamentali per la sua formazione: esplorò l’Inghilterra, la Scozia, la Francia, la Svizzera e, soprattutto, l’Italia (1819 e 1828-29), dove rimase affascinato dalla luce mediterranea e dai capolavori rinascimentali, elementi che influenzarono profondamente il suo stile.
Il suo: Luce, Colore e il Sublime Turner è celebre per la sua capacità di catturare l’energia della luce e l’effimero degli elementi naturali. Inizialmente
legato a un approccio accademico, si distaccò presto dalle convenzioni, sviluppando un linguaggio visivo innovativo. Le sue opere, come “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi” (1812) e”Pioggia, vapore e velocità” (1844), sono dominate da cieli tumultuosi, mari in tempesta e una tavolozza vibrante che dissolve i contorni, anticipando l’Impressionismo e l’Astrattismo. Nonostante il successo, Turner fu spesso criticato per il suo stile anticonvenzionale. Negli ultimi anni, isolato e afflitto da problemi di salute, si rifugiò a Chelsea sotto falso nome, accompagnato dalla compagna SophiaBooth. Morì nel 1851, lasciando un’eredità artistica immensa: oltre 550 dipinti a olio, 2.000 acquarelli e 30.000 schizzi. La sua influenza si estese agli Impressionisti (Monet lo definì “il più grande colorista”) e agli Astrattisti, grazie alla sua capacità di trasformare la realtà in esperienza emotiva. Oggi, opere come “La valorosa Téméraire” sono icone della National Gallery di Londra, mentre il Turner Prize, istituito nel 1984, celebra artisti innovativi nel suo solco. William Turner non fu solo un pittore, ma un visionario che seppe tradurre l’emozione del sublime in colore e luce. La sua arte, sospesa tra realtà e sogno, rimane una testimonianza della potenza della natura e dell’inesauribile ricerca dell’uomo di catturarne l’essenza. Come disse Ruskin, suo grande estimatore: “Turner dipingeva non ciò che sapeva, ma ciò che vedeva con l’anima”. ( Letizia Caiazzo)
Ho intervistato l’artista Giuseppina Irene Groccia e dalla chiacchierata con lei è emerso un affascinante percorso artistico che ha preso forma in età adulta, lontano da una formazione accademica convenzionale. La sua passione per l’arte visiva si è sviluppata attraverso una varietà di tecniche, con un particolare focus sull’identità femminile e sulle emozioni. Groccia descrive il suo processo creativo come un connubio di istinto e riflessione, integrando la scrittura come strumento per arricchire la sua espressione visiva. Attraverso il suo blog “L’ArteCheMiPiace”, non solo promuove le proprie opere, ma offre anche visibilità ad altri artisti, creando così uno spazio di dialogo e confronto nel panorama dell’arte contemporanea.
D. Puoi raccontarci come è iniziato il tuo percorso artistico e quali sono state le tue principali influenze formative?
R. Il mio percorso artistico è iniziato in età adulta, senza un background accademico specifico, poiché i miei studi si sono concentrati su altre discipline. Il desiderio di creare è sempre stato presente in me. Ricordo perfettamente che da bambina ero particolarmente abile nel disegno e durante l’adolescenza passavo ore a disegnare con matita e carboncino. Quella passione per l’arte visiva non mi ha mai abbandonata ed ha continuato a crescere fino a trasformarsi in un vero e proprio percorso artistico.
D. In che modo la tua formazione nei laboratori di arte ha contribuito al tuo stile e alla tua tecnica?
R. Il mio stile si è evoluto attraverso sperimentazioni con diversi medium. Inizialmente pittrice figurativa, ho esplorato il nudo femminile ad olio prima di avvicinarmi a tecniche innovative come il dripping e l’uso di materiali non convenzionali, segnando una fase più astratta. L’interesse per i volti femminili è nato spontaneamente, mentre l’approdo all’arte digitale è stato una rivelazione, spingendomi a sviluppare uno stile personale. Infine, con la fotografia ho sperimentato tempi di esposizione particolari per creare immagini oniriche ed evocative, continuando la mia ricerca espressiva guidata dall’istinto.
D. La tua arte è fortemente caratterizzata da una dimensione introspettiva. Come riesci a tradurre le tue emozioni in opere visive?
R. Il mio processo creativo è fortemente istintivo e spontaneo. Spesso il gesto artistico nasce senza un’intenzione predefinita, quasi come una necessità di esprimere ciò che ho assorbito dall’ambiente che mi circonda e dalle mie esperienze personali. Le emozioni si trasformano in colore, forma e materia senza un filtro razionale, lasciando che sia l’istinto a guidare il percorso creativo. Per me, l’arte è un mezzo per esplorare e comprendere il mio mondo interiore. Ogni opera diventa una sorta di specchio delle mie emozioni, anche quando non sono del tutto consapevole di ciò che sto esprimendo. A volte, solo osservando il lavoro finito riesco a riconoscere i sentimenti che lo hanno ispirato.
D. Hai una preferenza tra i diversi linguaggi espressivi che utilizzi, come la pittura, l’arte digitale e la fotografia? Perché?
R. Ogni linguaggio espressivo risponde a un’esigenza diversa nel mio percorso creativo. L’arte digitale mi permette di esplorare senza limiti materiali, dando forma immediata alla fantasia. La pittura è un’esperienza tattile e viscerale, che mi connette profondamente alle emozioni. La fotografia, invece, è un dialogo con il mondo, una risposta spontanea a ciò che vedo e sento. Non ho una preferenza assoluta, poiché ogni mezzo è complementare e contribuisce alla mia visione artistica.
D. Qual è la storia dietro le tue opere “Identità pensante” e “Sospiria”, che fanno parte della collezione permanente della Anemoi Art Gallery a Londra?
R. “Identità pensante” e “Sospiria” rappresentano due opere chiave del mio percorso artistico, esprimendo la mia ricerca attraverso diversi linguaggi. La prima, un dipinto ad olio, esplora l’introspezione con tecniche tradizionali, mentre la seconda, un’opera digitale, affronta gli stessi temi con un’estetica contemporanea. Entrambe sono state esposte per due anni consecutivi alla Grid Art Fair di Londra e successivamente incluse in una mostra permanente presso la Anemoi Art Gallery, vicino al Tate Modern, segnando un importante riconoscimento internazionale.
D. Puoi parlarci della tua opera “Walls” e del significato che riveste per te?
R. “Walls” fa parte della serie Tratti in dispersione, un progetto a cui sono molto legata perché esplora l’identità femminile nella sua fragilità e forza. L’opera rappresenta un volto che lotta contro barriere invisibili, trasformando ferite in segni di rinascita. Ho scelto il digitale per destrutturare e ricomporre le forme con fluidità, amplificando il senso di tensione ed emozione. Recentemente esposta in una prestigiosa galleria a Udine, Walls è un invito a guardare oltre le apparenze e riconoscere la resilienza di tante donne che continuano a resistere e splendere.
D. Ci puoi parlare del tuo libro “MENTE OCCHI CUORE” e del suo significato per te?
R. Mente Occhi Cuore è il mio primo libro in cui ho unito pittura, arte digitale, fotografia e poesia, creando un percorso emotivo e visivo personale. Tradotto in albanese e inglese, per me rappresenta la sintesi della mia espressione artistica, un dialogo tra immagini e parole che racconta il
mio mondo interiore.
D. Nel tuo libro “LENS_VISIONS”, hai esplorato la monocromia del nero. Cosa ti ha portato a scegliere questo tema?
R. In LENS_VISIONS ho scelto la monocromia del nero per il suo potere espressivo: avvolge e rivela, guidando l’osservatore verso forme, texture ed emozioni essenziali. Il nero diventa uno spazio di introspezione, trasformando la percezione della realtà e arricchendo il significato dell’opera.
Tutte le opere contenute nel libro sono il risultato di un periodo creativo molto specifico, in cui ho trovato ispirazione nella Fotografia Transfigurativa. Questa nuova corrente fotografica mi ha permesso di esplorare come un’immagine possa andare oltre la sua superficie e toccare un sentire più profondo. Il libro include pagine nere interattive, pensate come un “vuoto creativo” che invita il lettore a completarlo con proprie idee e riflessioni. Questo rende LENS_VISIONS un progetto collettivo, in cui il dialogo tra artista e pubblico continua attraverso video e condivisioni online.
D. Come nasce l’idea del tuo blog “L’ArteCheMiPiace” e quali sono gli obiettivi che intendi perseguire con esso?
R. L’idea del mio blog L’ArteCheMiPiace nasce dal desiderio di creare uno spazio di scambio, dove condividere la mia passione per l’arte in modo originale e personale. Oltre a riflessioni e approfondimenti, ho avviato il Magazine ContempoArte, che oggi è disponibile sia in formato digitale che cartaceo e che curo personalmente. Il blog è anche una vetrina per artisti emergenti e affermati, offrendo loro visibilità e supporto promozionale. Il mio obiettivo è diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea, creando un luogo di ispirazione per tutti gli appassionati.
D. Come vedi il futuro dell’arte contemporanea e quale contributo speri di dare a questo panorama?
R. Vedo il futuro dell’arte contemporanea come un territorio in espansione, dove le barriere tra i linguaggi creativi si dissolvono, portando a esperienze sensoriali e narrative più immersive. Credo che l’incontro tra tradizione e innovazione digitale aprirà nuove dimensioni espressive. Con il mio blog L’ArteCheMiPiace, cerco di promuovere un dialogo sull’arte contemporanea, dando voce a talenti emergenti e creando uno spazio di confronto.
Alessandra Primicerio (critico d’arte)
Ho avuto il piacere di intervistare l’artista Angela Panetta, la cui passione per l’arte è iniziata da giovane. Per lei l’arte è un rifugio: traduce emozioni e racconta storie. La maternità ha amplificato la sua creatività. La sua carriera è iniziata pitturando facciate di case, portandola a progetti sempre più complessi. Nonostante le sfide personali, come una malattia dove l’arte è stata una fonte di guarigione. In futuro, desidera portare la sua arte in diverse comunità della Calabria per contribuire alla rivalutazione del territorio, sperando che le sue creazioni trasmettano ricchezza emotiva. L’intervista rivela non solo l’artista, ma anche un percorso di vita caratterizzato da passione e resilienza.
D. Come è iniziata la tua passione per l’arte e cosa ti ha spinto a seguirla?
R. La mia passione per l’arte è iniziata con i giornaletti di Topolino. Credo che l’arte sia nata con me; ricordo che avevo solo quattro anni e passavo ore a cercare di ricopiare Topolino. Da quel momento in poi ho sempre voluto sfidare me stessa osservando attentamente e riproducendo ciò che vedevo, senza mai ricorrere al ricalco. È così che ho sviluppato questa passione fin da piccola.
D. Mi hai accennato al fatto che il dipinto è stato per te un rifugio. Cosa rappresenta per te l’arte in questi momenti un po’ difficili della vita?
R. Per me l’arte è un rifugio, un modo per liberare la mente. Mi aiuta molto. Mettere il mio stato d’animo sulla tela mi fa sentire più libera, soprattutto negli ultimi due anni, periodo in cui ho avvertito questa necessità ancora di più.
D. Cosa significa per te l’arte figurativa rispetto ad altre forme d’arte, come la serigrafia, che ti sono state proposte?
R. La mia arte è figurativa perché attraverso di essa riesco a raccontare storie. Quello che amo di più è dipingere volti, occhi e sguardi, che siano di un bambino, di un uomo o di una donna. Tuttavia, mi piace anche includere tutto ciò che rientra in quello che vedo o immagino, assemblando elementi per raccontare una storia. Anche se apprezzo le altre forme d’arte, non mi piacciono da praticare, poiché non mi trasmettono le stesse emozioni del figurativo. Anche nelle gare estemporanee sento sempre la necessità di raccontare un personaggio; non mi limito a due pennellate per raggiungere un impatto visivo.
D. Come è cambiato il tuo rapporto con l’arte dopo la nascita dei tuoi figli? Puoi raccontarci come il tuo tempo da mamma ha influenzato il tuo percorso artistico?
R. La mia passione è diventata più intensa dopo essere diventata mamma. Con i bambini piccoli, ho avuto un periodo di due anni in cui, quando dormivano, io mi ritrovavo sola a casa. Mio marito lavorava e così ho cominciato a guardare le pareti. Ho iniziato a dipingere con le pietre che avevo a disposizione e poi osservando le pareti ho immaginato di dare loro colore. Man mano che dipingevo mi sentivo sempre più soddisfatta e serena. Questa serenità mi ha aiutato anche a crescere i miei bambini. Con i social, che fungono da vetrina, ho iniziato a pubblicare i dipinti delle pareti di casa mia e ho ricevuto riscontri positivi. Le prime richieste per le camerette sono arrivate dai miei compagni di classe.
D. La tua carriera d’artista è iniziata con il dipingere le pareti di casa tua. Come ti sei sentita nel passare da piccole superfici a dipingere le facciate delle case? Cosa ha rappresentato questa transizione per te?
R. Negli ultimi 13 anni le pareti che ho dipinto sono diventate sempre più grandi e impegnative, fino ad arrivare a dipingere una facciata. Quando mi è stata proposta non ho dormito la notte prima perché ero consapevole dell’importanza di una facciata. Ho deciso di lavorare senza uno schema o una bozza, seguendo il mio istinto. Il tema era marino, poiché si trattava di una casa al mare e ho cercato di ricreare un fondale, che è il mio cavallo di battaglia. Quella facciata mi ha portato un grande successo in termini di visualizzazioni, richieste e riconoscimenti professionali. Ogni volta che inizio a dipingere parlo e bacio il muro come per prendere confidenza. Questa esperienza mi ha fatto comprendere che potevo affrontare qualsiasi sfida, anche in altezza, dato che si trattava di 12 metri. Avevo già fatto un murales a Diamante, ma qui ho lavorato da sola e questa è stata la mia più grande soddisfazione.
D. Hai attraversato un periodo difficile con la malattia, ma hai trovato nell’arte una forma di guarigione. Puoi raccontarci come l’arte ti ha supportato psicologicamente durante quella fase?
R. Ho vissuto un periodo molto difficile della mia vita e l’arte mi ha sostenuta e mi aiuta a non pensare e a tenermi occupata. Questa passione mi rinforza. Creo per superare dei momenti bui.
D. Come hai affrontato la sfida di metterti alla prova con altri pittori? Qual è stata la tua esperienza con queste competizioni?
R. Ho ricevuto l’incoraggiamento di un artista, per due anni, che mi ha convinta a partecipare a gare, nonostante fossi scettica. La mia arte è figurativa e pensare di dover realizzare un paesaggio mi bloccava. Alla fine, sono stata convinta a partecipare a una gara in cui era richiesta una bozza per un murales a tema mare e ho sentito che era il mio destino. È stata la mia prima gara estemporanea. Non è stato facile affrontare la competizione, specialmente considerando il talento degli artisti calabresi, ma ho imparato a mettermi in gioco. Non mi preparo, arrivo e scelgo un angolo. Questo mi ha aiutato a non pensare alla competizione ma a godermi l’esperienza.
D. Qual è stata la soddisfazione più grande che hai ottenuto in questi anni di carriera artistica? Un premio o una realizzazione che ricordi con particolare orgoglio?
R. La mia soddisfazione più grande deriva dai lavori che mi sono stati assegnati. Nonostante non avessi una formazione specifica, sono riuscita a crearmi il mio percorso da autodidatta, provando colori e tecniche. Un premio che ricordo con affetto è quello di San Benedetto Ullano, dove ho realizzato un’opera senza conoscere le tradizioni medievali e sono riuscita a ottenere un buon risultato. È stata una grande esperienza e successivamente sono stata scelta per realizzare l’intero museo a cielo aperto.
D. Guardando al futuro, quali sono i tuoi sogni e progetti nell’arte? Dove vorresti portare la tua arte nei prossimi anni?
R. Il mio progetto è la rivalutazione dei paesi. Vorrei portare la mia arte in Calabria, lasciando un pezzetto di me in ogni paese.. Il mio sogno da piccola era lavorare in un teatro, dove preparare scenografie dipinte a mano per ogni storia.
D. Quali sono gli artisti delle correnti artistiche che più ti ispirano? Come influenzano il tuo stile personale?
R. Non ho artisti specifici che mi ispirano; cerco di attingere da tutti, ma alla fine torno sempre a usare i colori che mi piacciono. Ognuno di noi è diverso e mette qualcosa di personale in ciò che crea. L’arte per me è come il caffè al mattino: non può mancare. Spero che le mie opere lascino un po’ di me. Vorrei che l’arte figurativa, che sta andando a scemare, tornasse a essere apprezzata, poiché si parla spesso di astratto, di impatto visivo, ma non si raccontano emozioni.
D. Cosa significa per te l’arte nella vita quotidiana e cosa speri che le tue opere possano lasciare a chi le guarda?
R. Quando guardi un quadro, se non ti trasmette un sentimento, non ti arriva al cuore, a cosa serve? Vorrei che le persone che osservano le mie opere provino sempre un’emozione e che queste lascino meno freddezza e più calore. Alessandra Primicerio (critico d’arte)
La Mano di Taimen è una mano di lava, due mani in una. La mano del Re Tauro e la mano di sua moglie Menia, fondatori di Taormina. Installata all’esterno della Galleria Taimeless di Taormina, sul palmo della mano ce raffigurata una Clessidra Vulcano, che segna il tempo e la forza. Appoggiare il palmo della propria mano su Taimen, si dice che porti Forza e Amore.
La Galleria D’Arte Taimeless di Taormina, uno dei siti d’arte più importanti d’Italia. Riapre il 27 marzo 2025. Chiusi da febbraio per un mese per lavorare sui nuovi spazi artistici e ripartire con un nuovo slancio. Era il 23 marzo 2024 e l’apertura di Taimeless fu preceduta da una straordinaria Serata di Gala tenutasi nella storica e prestigiosa location di Palazzo Ciampoli, dove, sin dal pomeriggio, giunsero a Taormina migliaia di invitati e nel corso dell’evento le pur ampie sale del palazzo apparvero piccole per accogliere la folla che saliva copiosa dalla Scalinata Ciampoli. Critici d’arte di spessore internazionale, amici dei tre proprietari della Galleria, figure istituzionali, artisti, designer, tutti insieme si godettero una serata all’insegna dell’Arte, unica nel suo genere, circa 4500 persone, arrivate da tutte le parti del mondo, una cosa unica e rara per una Galleria d’Arte. Taimeless, è una galleria d’arte globale specializzata nell’esposizione di opere moderne, contemporanee e classiche, collabora attivamente con molti artisti di fama internazionale. I suoi fondatori, impegnati da lungo tempo nella promozione di programmi culturali ed eventi artistici in tutto il mondo, presentano una variegata gamma di opere che spaziano attraverso diverse forme d’arte, tra cui pittura, disegno, scultura, installazione e fotografia. La
galleria si distingue per il suo impegno nel promuovere sia artisti emergenti che consolidati, coltivando legami che attraversano le generazioni artistiche. In aggiunta alla sua programmazione espositiva, i tre co-fondatori Francesco Chinnici, Antonio D’Aveni e la società di Real Estate & Investments Scimandra Group, dedicano grande attenzione alla collaborazione diretta con i loro collezionisti, offrendo servizi personalizzati di consulenza artistica e assistenza nella costruzione e arricchimento delle loro collezioni. Inoltre, la galleria facilita la realizzazione di mostre museali, progetti speciali e commissioni per collezioni pubbliche e private.
La galleria ha ospitato opere di artisti internazionali del calibro di Lucio Fontana, Zhu Wei, Lorenzo Chinnici, Sam Francis, Achille Laugé, Maximilienn Luce, Mimmo Rotella, Giuseppe Santomaso, Renato Guttuso, Alberto Magnelli e tante altre le mostre in arrivo.
Presentiamo con integrità e discrezione solo le opere d’arte più straordinarie dei propri collezionisti. La Galleria si distingue per la collaborazione con curatori di fama mondiale, contribuendo alla realizzazione di mostre di rilevanza storica. Situata a Taormina, in uno dei punti più belli e lussuosi al mondo. Questa città magica è il luogo ideale per i nuovi collezionisti d’arte, appartenenti alla nuova generazione, ma anche agli amanti dell’arte senza età. Tra le destinazioni preferite del turismo straniero in Italia c’è Taormina, meta di riferimento per le vacanze al Sud Italia, trascinata anche dall’effetto della presenza sempre più significativa dei big spender del lusso mondiale. Dal 2022 i top brand mondiali, risiedono a Taormina e continuano ad investire e creare i loro progetti nella perla ionica del mediterraneo.
All’interno di un prestigioso palazzo risalente al XVIII secolo, offre un’esperienza artistica senza pari, avvolta dall’aura di grandezza e bellezza che permea questo luogo storico. Qui, a pochi passi dalla storica piazza Duomo, il passato e il presente si fondono in un connubio perfetto, arricchito dalla presenza di illustri visitatori del calibro di Oscar Wilde, Guy de Maupassant, Alexandre Dumas Jr., Richard Wagner e Johannes Brahms. Immersa in questo scenario avvolgente, offriamo un’esperienza coinvolgente nel panorama artistico contemporaneo, accogliendo gli appassionati dell’arte in un ambiente impregnato di storia, fascino e magnificenza.
Taimeless è anche gioielleria, elegante e raffinata, in cui sono distribuiti i luxury Taimeless Jewelry e Accessory unici ed esclusivi. I nostri gioielli sono proposti in una moltitudine di interpretazioni, in varie forme geometriche e colori. Le sfumature dell’oro, i colori vibranti delle pietre preziose, così come la brillantezza dei diamanti creano una meravigliosa collezione di collane, anelli, orecchini, spille e bracciali. Il design di gioielli che abbiamo selezionato è per tutti: da chi adotta uno stile minimalista, a chi ama di-
stinguersi e adottare stili diversi. I nostri Lava Jewels, sono la nostra identità, un gioiello ancestrale, dalla roccia allo stato fuso che fuoriesce in seguito ad una eruzione, sia alla stessa roccia una volta che si è solidificata dopo il raffreddamento, si plasma in un gioiello unico. Nel vasto universo della gioielleria, l’espressione “gioiello di alta gioielleria” sottolinea una categoria di creazioni che va oltre il concetto tradizionale di ornamento. Questi capolavori sfoggiano un’eleganza e uno splendore unico, diventando autentiche icone di raffinatezza e lusso. Un gioiello speciale è più di un semplice ornamento; è un’opera d’arte realizzata con maestria artigianale. Ogni dettaglio è curato con precisione, dall’incastonatura delle pietre alla modellazione del metallo. Gli artigiani dedicano ore di lavoro per creare pezzi unici che esprimono la loro abilità e passione. Diamanti scintillanti, gemme rare, diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi e metalli nobili come platino, oro, diventano gli ingredienti di base di queste creazioni straordinarie. La scelta accurata di materiali di alta qualità contribuisce a conferire un’aura di prestigio e valore intrinseco al gioiello.
Un altro tratto distintivo è il design esclusivo. I gioielli
Taimeless presentano creazioni uniche, personalizzate per riflettere la personalità di chi li indossa. Ogni dettaglio, dalla forma all’incisione, è studiato con cura per creare un pezzo unico nel suo genere. Indossare un tale gioiello va oltre la semplice decorazione; è un modo di esprimere uno stile di vita, un’eleganza innata e un apprezzamento per l’arte e la bellezza. La complessità della realizzazione unita al valore delle pietre preziose, restituiscono un gioiello di bellezza inestimabile. La durabilità e il valore intrinseco di un gioiello di alta gamma lo rendono un investimento nel tempo. Questi pezzi spesso diventano patrimonio di famiglia, passati di generazione in generazione, mantenendo la loro bellezza e significato nel corso degli anni.
Taimeless è l’essenza di chi Siamo; estimatori del bello iconico che, con forza e determinazione, proprie di chi ama l’Italia, desidera esserne ambasciatore nel mondo. Non è un caso che abbiamo scelto questo nome che, se da un lato, si rifà all’inglese “Timeless”, dall’altro contiene in sé sia il ’TA’’ di Taormina che il ‘’T’AIME’’ di ti amo. Taimeless racchiude in sé e vuole fare propri i significati ed aspirazioni insite in queste tre parole.
“Timeless”: la cui antica etimologia, gallica ancor prima che inglese, significa “non cambiato – non limitato”, è stato immaginato nei secoli come “tempo sospeso”: dove tutto – uguale a sé stesso – è per sempre, o, comunque, per un tempo illimitato, immune dai cambiamenti, senza una fine. Nonostante l’Uomo sia ben consapevole che il tempo scorre inesorabilmente, fra un inizio ed una fine, fra una nascita ad una morte, con forza si aggrappa all’unica certezza dell’eternità: il “vivere” nell’amore ed in tutti i valori etici, estetici che fanno dell’armonia, raffinatezza ed eleganza un balsamo potente per l’anima oltre che vera ed unica
eredità per le generazioni future. “Ta“– Taormina: terra antica, crocevia di genti, ove il tempo è stato scandito dai grandi avvenimenti della storia; un luogo magico, epicentro del sogno che è al contempo scorrere e fermarsi del tempo.
‘’T’aime’’: senza l’amore, che ci eleva dai biechi e fuorvianti idoli del potere, del valere e dell’avere, non ci può essere speranza o sua manifestazione, quale è l’arte
‘’La Clessidra’’: Tutto è temperato dalla clessidra, simbolo stesso del tempo e del suo scorrere. Come detto, per quanto si possa sognare e propendere all’eternità, il tempo scorre e si misura.
‘’Il Vulcano’’: La A di Taimeless, non è solo una clessidra, è anche un Vulcano, la Forza, Energia allo stato puro. La potenza creativa di un simbolo millenario, da sempre fonte di ispirazione e fascinazione per l’umanità e per gli artisti.
Attraverso la promozione delle opere dei Maestri dell’Arte vogliamo iconizzare la nostra philosophy, cercando di renderla più tangibile, fermando il “Vostro tempo”, per sospenderlo in un attimo infinito di felicità ed appagamento per la Vostra anima.
L’arte, quella vera, è essa stessa bellezza, eleganza e conoscenza, e fa del vivente, l’UOMO che vince lo scorrere del tempo e diventa eterno grazie ai suoi valori e prin
cipi che tra spaiono dall’opera stessa. È questo che ci ha spinto a fare nascere il nostro progetto a Taormina; uno dei luoghi più belli al mondo, con un panorama mozzafiato, fra i riflessi cristallini del Mar Ionio ed i massicci dormienti del vulcano Etna, la cui energia plasma l’aria, influenzando la magia antica che ferma il tempo; terra di fuoco e d’amore. Il Pathos dell’arte a Taormina, è un viaggio nella storia delle sue influenze e delle sue dominazioni, che hanno lasciato tracce indelebili e che la hanno vista musa ispiratrice nei secoli di illustri pittori, musicisti, scrittori e poeti, come Klimt, Wagner, Gay de Maupassant, Lawrence, Wilde, Goethe e molti altri. Tutti rapiti dal fascino Italiano dove si ha la sensazione che il tempo scorra lento, quasi si fermi, come se gli Dei avessero scelto un luogo magico per andare a rifugiarsi, e a giocare con la natura, creando contrasti forti, dove la luce ha in sé insito il buio, il bene … il mare, la vita …la morte in un continuo anelito teso al raggiungimento di un equilibrio …, che è al contempo forza creatrice ed eternità. Taimeless si pone quindi l’obiettivo di cogliere questo tempo sospeso…. eterno, scegliendo per Voi delle creazioni uniche al mondo che colgano quest’essenza, questa forza creatrice che è pura Energia.
Palazzo Ciampoli, Corso Umberto 1° 220
Orari: 18.30
Enti promotori: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana Telefono per informazioni: +39 334 1721049 | +39 320 7499464
E-Mail info: pr@taimeless.com
Sito ufficiale: http://taimeless.com
Un filo lega l’affresco Il Trionfo della Morte, realizzato da un anonimo maestro intorno al quinto decennio del XV secolo per il cortile dell’Ospedale Grande di Palazzo Sclafani, poi staccato e conservato a Palazzo Abatellis; Guernica, il capolavoro di Pablo Picasso; e Crocifissione, realizzata da Renato Guttuso nel 1941. La mostra Attraversamenti - Il Trionfo della morte, Guernica e Crocifissione di Guttuso, mette in relazione per la prima volta, in modo inedito e originale, le strette connessioni tra le rappresentazioni pittoriche, richiamate da sempre dalla critica e mai sufficientemente documentate. La mostra sarà inaugurata sabato 14 dicembre alle 17 a Palazzo Abatellis, a Palermo, dove sarà visitabile fino al 2 marzo 2025. La mostra è sostenuta dal Dipartimento dei Beni Culturali della Regione Siciliana. “La mostra si fonda sulla grande suggestione visiva che mette in relazione il Trionfo della Morte di metà Quattrocento con Guernica di Pablo Picasso, del 1937- spiegano Serena Baccaglini, Maddalena De Luca e Marco Carapezza - Pur considerando l’arditezza del raffronto storico artistico, si stabilisce un fecondo dialogo tra capolavori che non solo affrontano il medesimo tema dell’inesorabilità della morte, ma si rimandano a vicenda anche per l’impianto compositivo e figurativo. La testa del cavallo che guida la personificazione della Morte nell’affresco, è sorprendentemente quasi del tutto replicata in Guernica”.
E di Guttuso giunge in mostra dalla GNAM di Roma, Crocifissione, opera dalla fortissima carica drammatica, in forme spigolose e cubiste, direttamente ispirate a Guernica – lo annota lo stesso Guttuso – e nello stesso tempo, omaggio al Trionfo per la presenza simbolica del cavallo. Una ricca proposta multimediale consente di scoprire documenti e foto che raccontano l’amicizia tra i due artisti, grazie anche ai materiali forniti dagli Archivi Guttuso di Roma, partner della mostra. Tra gli altri uno scritto di Renato Guttuso, “La grande eguagliatrice siciliana” (1986), dedicato all’affresco palermitano, nel quale il pittore riferisce che il Trionfo era certamente noto a Picasso, che lo conobbe attraverso le fotografie.
Dal 14 Dicembre 2024 al 02 Marzo 2025
Palermo: Palazzo Abatellis - Via Alloro 4
Orari: martedì – sabato 9- 18,30 Domenica 9-13
Curatori: Serena Baccaglini, Marco Carapezza, Maddalena De Luca
Tel: +39 091.6230011
mail info: galleria.abatellis@regione.sicilia.it
Sito ufficiale: http://www.regione.sicilia.it