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Due giorni a Napoli, è possibile?

Ebbene sì, se avete la possibilità di ritagliare due giorni nella vostra settimana e viaggiare, soli o con amici! Atterrati a Napoli, basterà prendere un taxi o una navetta per il centro per trovarsi nel cuore di questa bellissima città. Ci sono molte cose da fare a Napoli ma credo che due giorni siano più che sufficienti per un’ “infarinatura” iniziale. La cosa che mi ha conquistato fin da subito è stato il golfo. Consiglio a tutti di fare una passeggiata al porto e in generale vicino alla costa in modo da poter ammirare la città e allo stesso tempo il Vesuvio. Interessante anche Via Toledo, la via principale di Napoli, dove sicuramente avrete la possibilità di fare shopping e chissà, mangiare una pizza al portafoglio!

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I quartieri spagnoli sono un “must” per chiunque sia tifoso del Napoli ed, in generale, per gli amanti del calcio. Le vie sono molto caratteristiche e piene di murales dedicati a Maradona e al Napoli…ovviamente i murales ironici e satirici dedicati alle altre squadre non mancano. Uno dei luoghi migliori da vedere secondo me è Piazza Plebiscito. Si tratta di una piazza imponente dove si trovano da una parte la Chiesa di San Francesco di Paola e dall’altra i palazzi reali. Entrambi i luoghi sono molto particolari e meritano una visita!

I due castelli principali sono Castel dell’Ovo e Castel Nuovo. Per quanto riguardava Castel dell’Ovo, ci tengo a raccontarvi in breve la leggenda che caratterizza questo posto. Una delle più bizzarre leggende napoletane attribuisce il nome del castello all'uovo che Virgilio avrebbe tenuto nascosto in una gabbia posta nei sotterranei. L'uovo fu difeso con pesanti serrature e mantenuto segreto perché proprio da questo “oggetto prezioso” sarebbe dipesa la buona sorte del Castello.

Se vi piace l’arte, il museo archeologico di Napoli fa sicuramente per voi, soprattutto se siete fan di sculture greco-romane (anche se spesso sono copie delle originali andate perdute).

Animal Farm

Per chi non conoscesse la storia, La fattoria degli animali di George Orwell parla degli animali di una fattoria in Inghilterra che si ribellano all'incompetente e crudele fattore (il signor Jones, che rappresenta lo zar deposto, Nicola II) e si impadroniscono della fattoria, ribattezzandola Fattoria degli animali (URSS) e la gestiscono da soli, in modo da migliorare le loro vite.

L’ispirazione viene data loro da un maiale, il Vecchio Major, che muore poco tempo dopo. Il Vecchio Major rappresenta probabilmente Vladimir Lenin e Karl Marx, e non è l'ideale socialista proposto che viene criticato in questo libro, ma il modo in cui questa visione viene corrotta da alcuni altri personaggi, in particolare un altro maiale chiamato Napoleone, che rappresenta Joseph Stalin. Napoleone scaccia dalla fattoria un maiale di nome Palla di Neve (Leon Trotsky) con i suoi cani addestrati personalmente (quando era ancora solo il Segretario Generale del Partito, Stalin reclutava persone che lo seguissero ciecamente, in modo che quando Lenin morì nel 1924 fu in grado di sconfiggere Trotsky per la posizione di leader e i suoi "cani" tenevano in riga tutti gli altri).

I maiali prendono quindi il comando e, grazie alle loro capacità di alfabetizzazione, continuano a cambiare le regole stabilite dagli animali per adattarsi a loro stessi, utilizzando un maiale chiamato Squealer per convincere gli altri animali che la loro memoria è difettosa. Dopotutto, come continua a ripetere il cavallino Boxer, "il compagno Napoleone ha sempre ragione".

Boxer è, per noi, il personaggio più straziante del romanzo. Rappresenta i contadini ed è l'animale più laborioso della fattoria. Ha piena fiducia nella leadership di Napoleone e lavora consumandosi fino all'osso, letteralmente. La sua ricompensa è molto eloquente, anche se non vogliamo svelarla. La maggior parte dei personaggi rappresenta una persona, più persone o gruppi di persone, e per l'elenco completo potete consultare Wikipedia. Orwell, pur essendo socialista, ha una considerazione molto cinica dell'URSS comunista di Stalin.

La fattoria degli animali è una critica molto ben scritta di come gli ideali socialisti vengano corrotti da persone al potere, di come le masse non istruite vengano sfruttate e di come i leader dittatoriali o comunisti si trasformino in capitalisti. È un meraviglioso esempio di quanto possa essere efficace lo stile allegorico ed è un meritato classico.

Il 27 gennaio si è tenuta a Montichiari la rappresentazione teatrale in lingua inglese di questo famosissimo romanzo di George Orwell, a cui diverse classi del triennio, come la nostra, hanno potuto assistere. Lo spettacolo ha avuto una durata breve, circa un'ora e un quarto, ma nonostante il tempo molto limitato, gli attori sono stati abilissimi a riassumere la storia e a renderla facilmente comprensibile anche a chi non la conoscesse. Gli attori sono stati dal nostro punto di vista il pezzo forte della rappresentazione, perché, pur essendo solo in quattro, hanno interpretato in totale una quindicina di personaggi, dimostrando dunque grandi abilità interpretative e notevole flessibilità nell’assunzione di panni totalmente differenti, nel cambiamento di voci, costumi e scenografia stessa. Ci ha colpito molto anche il modo in cui il cast ha voluto raccontare la storia a noi ragazzi, perchè non hanno optato per uno schema tradizionale seguendo pari passo le pagine del libro, bensì il racconto della storia è avvenuto tramite un finto programma televisivo condotto da una presentatrice che intervistava gli animali e narrava le vicende all’interno della fattoria, come fossero le notizie al tg.

I costumi sono stati un altro particolare interessante, perché gli attori non si sono omologati travestendosi interamente col costume dei propri personaggi, ma hanno invece preferito utilizzare delle semplici maschere da tenere in mano per muoversi con più facilità, per vedere meglio il palco, ma soprattutto per rendere gli “animali” più espressivi, attraverso il linguaggio del corpo e le loro espressioni facciali.

Alla fine dello spettacolo, inoltre, gli attori si sono fermati per rispondere alle domande del pubblico, attraverso le quali hanno esposto il loro percorso artistico, il modo in cui hanno organizzato lo spettacolo, qual è il loro personaggio preferito e molte altre curiosità per far comprendere a pieno la visione del mondo di Orwell e della compagnia stessa.

Tra arte e letteratura: primo incontro

A partire dal mese di gennaio il nostro istituto ha avviato un progetto che consiste in un ciclo di incontri tra arte e letteratura. Le Referenti del progetto sono le Prof.ssa R. Pilia, Prof.ssa M. Bambini, Prof.ssa P. Mariottini. Ogni mese, i docenti e gli studenti interessati avranno l’occasione di incontrare scrittori e artisti. Il primo incontro è avvenuto il 18 gennaio, presso l’auditorium della nostra scuola, qui abbiamo avuto l’occasione di conoscere due artiste: Loputyn (Jessica Cioffi) e Blackbanshee (Marga Biazzi). La prima è una giovane illustratrice originaria di Brescia. Ha frequentato il liceo artistico, “Olivieri” di Brescia e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Come ci ha raccontato, l’artista ha seguito un percorso accademico, poi si è dedicata al settore dell'illustrazione. Nella sua arte si nota in particolare l’influenza della letteratura vittoriana e del folklore giapponese. Anche la seconda artista, Marga Biazzi, si è appassionata fin da piccola al mondo dell’arte. Dopo gli studi, ha iniziato a lavorare per uno studio grafico, che creava stampe per le magliette. Non le piaceva come lavoro, però era risultato utile, un modo per allenare la mano e capire cosa le interessasse davvero. Dal 2014 in poi ha iniziato a intraprendere la strada del fumetto. Nell’arte della milanese Marga Biazzi si nota in particolare la capacità di fondere in modo originale modernità e folklore.

Dopo una breve presentazione delle due artiste, abbiamo avuto modo di conoscere ancora più in dettaglio il loro lavoro e il loro stile, inoltre hanno risposto con molta disponibilità alle nostre domande e curiosità, dando degli ottimi consigli, per continuare a disegnare, oppure un giorno trasformare la passione in lavoro.

La prima domanda è stata da dove avesse tratto ispirazione per le loro illustrazioni: Jessica ci ha raccontato che è una appassionata del folklore, soprattutto giapponese. Per creare le sue tavole, trae l’ispirazione da tutto: possono essere libri, film, o da altre opere. Lei ci ha spiegato che il suo lavoro è quello di ricevere gli stimoli e di elaborarli in maniera personale.

La passione per il disegno è nata in lei come modo per esprimersi, anche perchè fin da piccola ha sempre avuto un carattere tranquillo, timido, riservato. Faceva fatica a esprimersi con le parole: gli stimoli che riceveva da fuori, ciò che vedeva, le emozioni che provava. Quindi ha iniziato a creare un mondo di personaggi e realtà metaforici; l’obiettivo era quello di raccontare le storie attraverso le immagini. Questo accade in realtà in tanti lavori creativi, come musica, cinema, scrittura. Nasce dal presupposto che ci sia la necessità di raccontare in modi alternativi. Il fondo, ovvero quello che rimane, è sempre qualcosa che appartiene all’autore, a chi crea. Anche copiare è importante, è pur sempre un esercizio per allenare la mano, l’opera rimane sempre espressione dell’autore. La tecnica si acquisisce in un momento successivo.

Abbiamo avuto poi la curiosità di sapere la loro scelta tra arte tradizionale o arte digitale. Jessica ha sempre preferito lo stile tradizionale, ma sem- plicemente perché comporta per lei una specie di liberazione fisica: il sogno di poter lavorare su una tavola grande e potersi sdraiare, poter compiere dei gesti “faticosi”, che sicuramente sarebbero molto più semplici sfruttando la tecnologia, ma per lei verrebbe a mancare qualcosa di importante. Per questo motivo ha sempre preferito la matita, gli acquerelli; però, quando bisogna produrre, ci sono scadenze da rispettare e in questi casi si deve velocizzare di più e personalizzare di meno. Dopo aver appreso anche le tecniche dell’arte digitale, si è resa conto che non c’è una sostanziale differenza, è soltanto un altro metodo. Durante il suo percorso utilizza entrambi metodi, in base ai momenti. Ci sono dei giorni in cui preferisce il tradizionale. Quando invece vuole esprimere qualcosa di più diretto, allora il digitale le permette di raggiungere ciò che ha in mente con più immediatezza. A Marga, invece, piace di più l'arte digitale e, per quanto riguarda quella tradizionale, le piace solo la matita. Lei ha trovato comodo utilizzare il digitale, in grado di intervenire in modo agile sulle modifiche da effettuare, in vista delle proporzioni. È comodo per lei, non avendo mai amato il tradizionale. Una ragazza perplessa, che non riesce a trovare il tempo libero per disegnare, rivolge a Jessica e Marga la domanda relativa a come facciano loro a bilanciare gli impegni tra lavoro “esterno” e il lavoro dell'illustratrice. Jessica ha fatto dei lavori part-time, ma lascia comunque il tempo di disegnare per se stessa. Semplicemente mezz’ora di tempo per sciogliere la mano. Si deve avere un occhio creativo per vedere le cose, e chiedersi come si potrà trasformare quello che si vede in quello che si vorrebbe raccontare. Questo è un esercizio che non richiede tanto tempo, si può fare sempre. L’opinione di Marga è che si debba trovare un compromesso nella vita, l’importante è avere la voglia di disegnare. Se anche non ci fosse la possibilità, l’importante è che si riprenda in un momento successivo, aiutandosi con degli stimoli visivi. Suggerisce di lasciare sempre dei blocchi, matite, quaderni in giro per la casa, magari nei luoghi frequentati maggiormente, così quando ci si siede, oppure mentre si guarda la televisione si ha sempre il materiale pronto. Perché alcune volte capita di avere la voglia di disegnare, ma già il fatto di tirare fuori il materiale sembra un enorme ostacolo e si perde l’ispirazione. Disegnare non dovrebbe essere visto come lavoro o esercizio o obbligo, ma qualcosa di sereno e piacevole.

Qual è il rapporto fra il lavoro dell’illustratore e i social? Come si fa a superare il terrore di mostrare al pubblico la propria opera?

Le due artiste sostengono che usano i social per lavoro; si può avere ansia nel leggere i commenti del pubblico, ma dà allo stesso tempo supporto per continuare.

L’inconveniente è quello di avere per esempio una scadenza per il mese successivo, ma si tratta di un lavoro che non si può mostrare al pubblico. Quindi dall’esterno sembra che non si stia facendo nulla. Scomparire è un problema, c’è la necessità di essere sempre presenti. Per quanto riguarda il timore di pubblicare le opere, Marga dice che non ha mai avuto questo problema, dipende strettamente dal carattere personale, ritiene di essere una persona che difficilmente si lascia influenzare dal giudizio degli estranei. Anche questo è un percorso di crescita: arrivare a prendere atto che il disegno può essere adorato da alcuni e non piacere ad altri. Per Jessica invece, non si supera la paura: per lei si può anche pubblicare qualcosa e avere il timore di non piacere. Non necessariamente si deve essere sempre sicuri di sé, della propria opera; significherebbe avere una grande considerazione di sé; invece nutrire il timore, può essere comunque una cosa positiva, dimostra che siamo disposti anche a crescere, a migliorare. Se la paura ti frena allora lì crea un problema. Buttarsi e tentare è un modo per crescere, perché se non si fa il primo passo, allora il disegno rimane in un ambiente sospeso.

Chen Ying 4^A AFM

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