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Un libro racconta la RsaoCovid di Tione
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Dai ricordi vivi dei protagonisti della struttura, un book di parole e immagini fissa la memoria di quello spiraglio di umanità che si è fatto strada nel buio della pandemia.
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La Rsao è nel frattempo stata chiusa - nell’ottobre scorso - questo è anche un tributo a chi con dedizione e amore vi ha dedicato la sua quotidianità.
sul legame che lega gli uni agli altri. Nella difficoltà della pandemia, quei legami sono usciti tenaci, saldi, resistenti. E questo contributo di parole e immagini lo testimonia. Spiega l’ideatore dell’iniziativa, Gianni Ambrosini: “La realizzazione di questo book di foto/scrittura si configura come un utile strumento di assistenza psicologica. La possibilità di esternare le esperienze vissute durante la pandemia e di confrontarsi col Gruppo di Noi, mi ha suggerito l’importanza che poteva avere una tale iniziativa nel sostenere il benessere emotivo, esistenziale e relazionale del personale tutto della Rsao-Covid19 di Tione. Da qui è nato il progetto”. Oggi la Rsao di Tione è chiusa: è stata chiusa il 31 ottobre scorso a causa della mancanza di personale. “Non è pensabile - affer- ma Ambrosini - che non si sia generato un moto di delusione misto ad orgoglio. La pandemia ha coinvolto tutti. Lo spirito di corpo ha prevalso nei momenti di stanchezza ed è servito da stimolo per fare gruppo durante il lavoro. Le esperienze, il vissuto quotidiano, col tempo si trasformano in ricordi che la memoria elabora e conserva, ma che col tempo perdono il rapporto coi luoghi e diventano racconto a volte impreciso, a volte piacevole, a volte difficile da evocare. Era importante “fissare i ricordi”, dargli significato. Per questo è nata l’idea del book di foto/scrittura che parlasse di NOI. Ognuno ha ricevuto un invito a narrare qualcosa della sua esperienza”. Eccolo quindi, realizzato con la collaborazione del Giornale delle Giudicarie, questo piccolo, importante, libricino, a rappresentare un frammento di memoria di quel periodo strano, doloroso, a volte surreale che è stata la pandemia.
Pagina A Cura Del Centro Studi Judicaria
Care lettrici e cari lettori, rieccoci anche nel 2023 con una pagina dedicata alla memoria visiva dei tempi andati. Poche chiacchiere e tante immagini, che hanno un ruolo fondamentale: non sprecare gocce di retorica ed essere più eloquenti delle parole. Abbiamo toccato parecchi temi l’anno scorso: dalla guerra agli assetti urbanistici delle valli, dalla scuola al tempo libero, dalla civiltà contadina al Natale. Con un imperativo: raccontare attraverso le immagini i tempi andati. Ci siamo riusciti? Non tocca a noi rispondere, ma a giudicare dai commenti che ci sono piovuti addosso possiamo dire di sì. Allora andiamo avanti, un po’ alla sbarazzina, senza necessariamente darci un tempo e un tema. Stavolta, per esempio, parliamo del Carnevale, ma non di quello appena passato! Come al solito scaveremo nei meandri del tempo.
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All’inizio fu l’Evento della comunità.
Pensiamo ai villaggi, piccoli e isolati, delle nostre montagne. E pensiamo al vecchio detto latino: “Semel in anno licet insanire”. Una volta all’anno si poteva, era lecito, dare un po’ di matto, con scherzi, burle, dissacrazioni e trasgressione. Nascono così Carnevali come quello di Bagolino (nel Cinquecento) e di altri paesi di mon������������������������������� bruttissime, con balli e danze cui partecipava tutta la popolazione.
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In questi paesi la tradizione si è tramandata a dispetto dell’evoluzione economica e sociale. Basti pensare a Bagolino, che custodì gelosamente la sua tradizione difendendola aspramente dai voyeurs che salivano dalla pianura per fotografare, riprendere questi ingenui di paesani che si divertivano con poco, quasi a voler diffondere il mito del buon selvaggio. Che all’inizio (anni Settanta) si ar��������������������������������
�����������������������������valle e nella pianura altri erano i modelli. Prima il Carnevale fu celebrato con le mascherine della “commedia dell’arte”: Arlecchino, Pulcinella, Pantalone e Brighella. Poi (siamo nel Novecento avanzato, e si cercano nuovi linguaggi e nuove esperienze) quando si diffonde il modello Viareggio: i grandi carri mascherati e la satira politica e di costume. Tutto ripreso con successo dalle televisioni sempre più invadenti.
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Il “modello Viareggio” si è diffuso anche nei piccoli centri, con comitati ad hoc e Pro Loco che si danno un gran da fare.
Però ci sono paesi (meno isolati di un tempo) in cui resistono le tradizioni antiche dei costumi arricchiti dalle passamanerie e dagli ori, con le maschere orribili, con i violini, le chitarre, le danze e... l’entusiasmo quasi infantile dei protagonisti. A confronto in questa pagina i vari modi di vivere il Carnevale.
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Un nutrito gruppo di studenti del nostro istituto sono saltati sui propri sci e le proprie tavole da snowboard e hanno preso parte alle gare invernali d’istituto che si sono tenute il 31 gennaio, alla pista di Bolbeno. È stata una ventata d’aria fresca in un momento di scuola impegnativo per i partecipanti; questa opportunità ha portato alla luce tanti ricordi degli anni scorsi e, per alcune persone, in un futuro si trasformerà nel ricordo della prima gara di sport invernali delle superiori. Le varie categorie, divise in Allievi e Juniores in base allo sport, non hanno impedito che si stringessero nuove amicizie e il divertimento è stato il punto focale della gara, cosa sulla quale tutti concordano. E allora, chi potrebbe esserci di migliore per raccontarci come hanno vissuto questa esperienza, se non gli stessi ragazzi che vi hanno preso parte? Per questo motivo