Competenze&Formazione
Mind mapping
il personal trainer della nostra mente
aprile | duemilaventidue
Anno II n. 4 - supplemento a www.newsimpresa.it DIFFUSIONE GRATUITA Rivista di Economia, Mercati, Tecnologie, Management e Formazione
Da oltre vent’anni Pentaconsulting sviluppa competenze, know-how e percorsi attivi che migliorano la capacità di competere e trasformano in valore gli obiettivi aziendali. Attraverso l’esclusiva metodologia MindUp per le imprese, Pentaconsulting attiva processi finalizzati alla crescita strutturale di Aziende, Business e Competenze (ABC).
METODI CONSULENZA SERVIZI FORMAZIONE COACHING
Piazza Caiazzo, 2 - MILANO - Tel. 02 39523808 pentaconsulting@pentaconsulting.it - mindup-pentaconsulting.it
Edittoriale As antiatus. Volum et acculla nditatures aliquas ut In particolare, la spinta Un’esclamazione degna diqui unadi dolorepe ma solupta everum, voluptate pa verrà dataque da una serie diArum fattori striscia vecchio beneamato pro del ea si dollaceatur magnatem occusae. quid ex et archit facest volores et rem quat. eterogenei: la presenza di e sostanzialmente scomparso mole di dati fumetto. Endio endipsusti tenimaio. una Ebisiconsistente issus et volutec da sistemi IOT; la taturerdi ferunt odipis expelec generata totate ressit moluptios Mi occupo utilizzo di alcune alias professionalità ditat ate optatempore autest,disumet tecnologie e metodi nelle erit iurperdita (pensionamento) in grado perferibus parcianno dunte pe min plitess aziende da qualche il et placiliquid di es fareconsequatur le valutazioni as e iminum omnihiliciet tema della AIvelluptust ha continuato ad considerazioni per mantenere dolorior asimus doluptatem? avere fortuneandicti alterne. la competitività aziendale; la disponibilità di processi ad alte prestazioni e di piattaforme di calcolo online finalmente fruibili, ultimo ma non ultimo, dal bisogno di gestire dati provenienti da domini differenti Alcune dovute all’inadeguatezza che richiedono competenze delle tecnologie hardware e sempre più vaste ma allo stesso software disponibili. Oltre alla tempo sempre più verticali. palese di governance Odisincapacità dento quas eum rem rene magnati unture Anche l’evento della delle a causa et metodologie plabor audame nos eos explaccae evenim velpandemia non essendo contemplato nei delle oggettive di ma et et esdifficoltà nulpa que sequias erum aut eos eos sistemi di previsione ante 2019 implementazione di uno simus. ha dato il suo notevole impulso, strumento potenzialmente Uptat. At etur at. Fugia sumque peles etur, tanto che ora è applicabile/ potente, ma, oggettivamente seque quaspe sumquae ruptis volo quatur? applicata in diversi processi ancora immaturo e Ed maxime ea consed ut fuga. Nequam, qui della aziendali: gestione caratterizzato da tempi di illique si dolupti ipsa prepeliaerum ipit ea sae.scorte, dei supply chain, delle risposta non proprio definibili Accaboreium que volor apis remodis con natur? magazzini, della produzione, “in tempo reale”. Onsente ium serro blaborrum il eaque porerit nel processo sviluppo Fermo restando che aut l’AI esiste accupta quatur accum quas dolenim oluptat prodotto, nella pianificazione e può ben funzionare grazie esecatibusae nimust vel ipsunt harchit, to ium in del Marketing e delle azioni di all’intelligenza umana, ora ci prestia ersperu ptasit omnis etur min conse la vendita. sono tutti i presupposti affinchéreium fuga. volupitiis as magnatesse possa trovare la sua giusta Per cui, bentornata Intelligenza Ed maxime ea consed ut fuga. Nequam, qui collocazione nella maggior Artificiale, speriamo di essere illique si dolupti ipsa prepeliaerum ipit ea sae. parte dei processi delle funzioni cresciuti culturalmente e di Accaboreium que volor apis remodis con natur? e dei dipartimenti delle aziende. riuscire a farne buon uso.
Coronavirus e smartworking Ma no, chi si rivede, l’intelligenza artificiale?!?
Ogni problema nasconde un’opportunità
Massimo FUCCI Direttore Responsabile massimo.fucci@pentaconsulting.it Massimo FUCCI Direttore Responsabile massimo.fucci@pentaconsulting.it
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Edittoriale
Ma no, chi si rivede, l’intelligenza artificiale?!?
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Intervista Competenze&Formazione Mind mapping: il personal trainer della nostra mente
EDITORE Pentaconsulting Srl Piazza Caiazzo, 2 - 20124 Milano Tel. 02 39523808 pentaconsulting@pentaconsulting.it
FIMAC: la digitalizzazione al servizio dell'Aerospace
Direttore Responsabile
Massimo Fucci massimo.fucci@pentaconsulting.it
Content Manager
Maria Lanzetta m.lanzetta.partner@pentaconsulting.it
Progetto Grafico
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mcquadro studio creativo campanagrafica@gmail.com
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n. 04 aprile 2022 - anno II supplemento a www.newsimpresa.it diffusione gratuita
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Azienda&Management
TechEconomy
10 Meeting aziendali impatto, efficacia e riflessioni per il cambiamento
Il fenomeno delle “Big Resignation” ha sorvolato l’oceano, ha raggiunto l’Europa e sta arrivando in Italia
16 La formazione aziendale fattore imprescindibile nell’era del “new normal”
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RespirandoilFuturo 40 Viaggio verso il futuro con il 6G 46 H2H Marketing Ovvero il marketing human–to–human
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TechTalks
Il cloud, Giano bifronte, booster del processo di digitalizzazione
Punti diSvista La storia degli ultimi anni
Richiedi l’approfondimento degli argomenti
Intervista
FIMAC:
la digitalizzazione al servizio dell'Aerospace intervista a GIOVANNI CATALDO e DONATO LUISI
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Giovanni Cataldo, Production Manager e Donato Luisi Production Foreman di FIMAC,
raccontano la loro esperienza con One Team all’interno di un settore molto particolare.
DI COSA SI OCCUPA FIMAC? La FIMAC S.p.A. nasce nel 1921 con la realizzazione di un nuovo trapano pneumatico. Nel 1925 la produzione viene estesa ad altre macchine ad aria compressa. Nel 1930, inizia la produzione di una nuova serie di prodotti aeronautici montati su una flotta di idrovolanti, che nel 1933 attraversò l’Atlantico. A partire dal 1932 FIMAC fornisce pompe per olio e carburante per motori Bristol Pegasus all’Alfa Romeo. Negli anni ‘50
inizia la produzione di regolatori passo elica per Piaggio, durata oltre 20 anni. Negli anni ‘60 inizia la produzione di turbine d’emergenza ad aria RAM. Viene costruita una galleria del vento per i test. Nello stesso periodo FIMAC partecipa al programma del motore Viper e alla produzione della BFCU (Barometric Fuel Control Unit). All’inizio degli anni ‘70 arriva la svolta internazionale con Tornado, una coproduzione tra Italia, Regno Unito e Germania.
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Nella seconda metà degli anni ‘70, FIMAC sviluppa e produce una varietà di nuove tipologie di prodotto, come pompe idrauliche ad alta pressione, comandi per carrelli di atterraggio e una nuova generazione di pressostati. Gli anni ‘90 hanno segnato un’altra importante tappa nella storia della FIMAC: l’azienda vince concorsi internazionali all’interno del programma EFA per due importanti accessori idraulici e il sistema di controllo termico del POD subalare per
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Intervista
l’Eurofighter, la cui produzione è iniziata nel 2002. Dal 1995 è un player indipendente sul mercato mondiale. CHE TIPO DI EVOLUZIONE HA AVUTO FIMAC? Nell’ultimo decennio, FIMAC ha consolidato la sua posizione di mercato brevettando e producendo equipaggiamenti di raffreddamento per sistemi avionici, acquisendo diversi ordini per sistemi di condizionamento per POD da ricognizione montati sui velivoli Saab JAS 39 Gripen, F16 e Sukoi SU 30 e ha gareggiato con successo per altri sistemi idraulici per aerei civili sviluppati da IAI/ Gulfstream e Bombardier/ Learjet. Il prodotto brevettato FIMAC si vende in tutto il mondo e l’azienda ne gestisce l’intero percorso produttivo: progettazione, sviluppo di processo, realizzazione particolari, collaudo, montaggio e vendita. Ultimamente, la spinta verso nuovi ambiti di ricerca ha portato l’organizzazione alla progettazione di due nuovi equipaggiamenti per il settore civile; a breve saranno pronti
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due prototipi e, dopo i test, dai primi mesi del prossimo anno ci sarà il lancio sul mercato. FIMAC è guidata da due principali obiettivi: le esigenze della clientela e il desiderio di migliorare continuamente i progetti e le soluzioni realizzate. UN PERCORSO FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE: QUANDO È ARRIVATA LA DIGITALIZZAZIONE? La spinta verso il digitale arriva nel 2004. Proprio in quel periodo partiva la sperimentazione con il CAD/ CAM: con un capannone vuoto, una macchina a cinque assi e il primo software PowerMill della Delcam. Da lì è iniziato il loro processo di digitalizzazione. Nel 2017 Autodesk ha acquisito Delcam e, poco tempo dopo, si è affidata a One Team, che già l’azienda conosceva per altri prodotti. Recentemente, con l’utilizzo delle soluzioni PowerMill, FeatureCam e Powerinspect, si è giunti oggi ad avere una squadra di 14 persone, coinvolte nella progettazione evoluta digitale di prodotti altamente specializzati.
vare in altri prodotti. Inoltre, è molto importante la continuità: un prodotto solido che rimarrà e si evolverà nel tempo. COME STA ANDANDO LA COLLABORAZIONE CON ONE TEAM?
QUESTI STRUMENTI VI HANNO PORTATO DEI VANTAGGI? La scelta dei programmi CAD/ CAM per la lavorazione meccanica dei centri di lavoro è stata fondamentale: dopo tanti incontri con vari rappresentanti, la scelta di FIMAC è ricaduta sui software Autodesk/ One Team, che si sono rivelati i più performanti. Date le esigenze di FIMAC di ottenere strumenti in grado di garantire la massima precisione per la
progettazione di un prodotto delicato, con unità di misura molto ristrette, e di lavorare su sagome complesse realizzate dal pieno e non con gli stampi, come richiede la meccanica di precisione, la selezione è stata vincente. PowerMill e FeatureCAM hanno permesso al team di sviluppare soluzioni perfette e precise in ogni dettaglio, senza troppi margini di errore su nessun particolare. Si sono rivelati software gestibili e ricchi di applicazioni, rare da ritro-
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Da quando FIMAC si è affidata a One Team, le cose sono cambiate. Pur inizialmente penalizzati dal Covid, negli ultimi mesi l’azienda è riuscita a stabilire con il loro software partner un rapporto diretto. Attraverso un dialogo costante con i vari referenti, si è andati oltre le classiche e-mail di scambio di informazioni. Il vero vantaggio di questo tipo di partnership consiste proprio in questo: costruire un rapporto di stretta collaborazione per risolvere i problemi più facilmente, snellire le tempistiche, scambiare idee e input. Programmare questa tipologia di macchine è difficile, la tecnologia è veloce e cambia in pochissimo tempo: vedere che il prodotto si evolve di pari passo con le loro esigenze, per FIMAC è sinonimo di efficienza.
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Meeting aziendali impatto, efficacia e riflessioni per il cambiamento di MASSIMO FUCCI
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L’uomo è un animale sociale, non può non riunirsi. La Pandemia ci ha costretti ad inizializzare la pratica delle riunioni on line. Una modalità di per sé maggiormente stressante e richiedente. Ma è forse colpa della modalità? Forse in minima parte si.
In realtà l’ecosistema dello strumento riunioni andrebbe rivisto in un’ottica più ampia che deve riguardare l’evoluzione e il cambiamento delle modalità di gestione delle operazioni in azienda. Un tema serio, che merita la focalizzazione del management, visti gli impatti non banali sul conto economico e sul morale delle persone.
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Azienda&Management
Uno degli effetti collaterali della Pandemia sul mondo del lavoro, è innegabile, è lo spostamento -praticamente da un giorno all’altro- delle riunioni aziendali dalle sale riunioni alle piattaforme on line. Un passaggio non banale che ha visto la messa a regime delle stazioni di lavoro mobili (pc-tablet- telecamere-microfoni e connessioni da remoto). Un’attività che ha costretto i neo-lavoratori a distanza a diventare tutti -chi più, chi meno- quasi dei sistemisti, generando non poco stress. Inoltre, operando da remoto, il numero di riunioni al giorno è effettivamente aumentato. La modalità da remoto si è rivelata una delle migliori medicine per il morale delle persone: un vero e proprio cordone ombelicale con l’operatività aziendale. Un recente studio condotto da Future Workforce Pulse Report di Upwork ha previsto che entro il
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2025 36,2 milioni di americani lavoreranno in remoto - quasi un aumento del 90% dai livelli pre-pandemici. Una percentuale più bassa (60-70%) è prevista per i lavoratori della nostra vecchia Europa, un valore che scende attorno al 50% per le regioni mediterranee: Italia, Francia, Spagna, Grecia etc.. Confermando, di fatto, come la matrice culturale di popoli e nazioni rappresenti un ingrediente non trascurabile nelle trasformazioni di massa, anche quelle di natura aziendale. Le riunioni on line sono -di fatto- molto più stancanti. Infatti, non siamo abituati durante i colloqui all’innaturale mancanza di segnali non verbali, al contatto visivo prolungato, o al sovraccarico di volti che ci appaiono sullo schermo. Vedere le nostre facce mentre parliamo o ascoltiamo, e l’iperconsapevolezza associata di come
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appariamo o ci esprimiamo, è decisamente stressante. La quantità di sforzo richiesta per elaborare tutti questi stimoli mentre si pensa e si comunica contemporaneamente è particolarmente onerosa. La stragrande maggioranza di chi è costretto d una maratona giornaliera di riunioni on line si sente stanco e svuotato durante e dopo le riunioni virtuali - più che nelle riunioni in presenza. Il rientro in ufficio ha visto sorgere una nuova modalità di riunione: ibrida o mista, in cui, alcuni sono in presenza ed altri in remoto. Questo contesto misto aggiunge strati di com-
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a modalità da remoto si è rivelata una delle migliori medicine per il morale delle persone: un vero e proprio cordone ombelicale con l’operatività aziendale.
plessità maggiori e deve essere molto ben preparato e gestito per mantenere un buon livello di efficacia. Ma cosa rende le riunioni così estenuanti, e cosa è possibile fare per migliorare l’efficacia delle riunioni, siano queste on line, in presenza o in regime misto? Tutte le tipologie di riunione, in genere, mancano di alcuni fondamentali che le rendono inefficaci e stancanti. Analizziamo a voce alta ciò che regolarmente accade nelle nostre aziende: spesso l’ordine del giorno è stato ricevuto con poco preavviso e le persone consapevoli soffrono perché non hanno potuto prepararsi.
Ma non solo, il più delle volte, le informazioni contenute nella convocazione sono insufficienti a condurre una riunione efficace. Oppure l’agenda è così fitta che è chiaro a priori che ad un certo punto le persone perderanno attenzione e ‘saranno altrove’ con risultati assolutamente poco edificanti. Infatti, aver impiegato il tempo di tutti i partecipanti in maniera improduttiva genera malumore e sfiducia nel mezzo (la riunione) e ci fa interrogare sul perché continuare a riunirci se questi sono i risultati. Alzi la mano chi non ha maturato un pensiero simile almeno una volta nella propria vita lavorativa.
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Azienda&Management COME È RAGIONEVOLE INTERVENIRE? Innanzitutto, va ripensata la cultura delle riunioni segmentando le tipologie e definendo obiettivi chiari. Vanno definite le regole di ingaggio e post riunione. Deve essere chiaro a priori chi fa cosa ed entro quando. Mi immagino la risposta: “ma noi lo abbiamo già fatto”. Beh mi muovo personalmente da qualche lustro in questo ambito nelle aziende e a meno di essere incappato in un campione particolarmente poco attrezzato (ma do questa ipotesi con una percentuale bassissima) difficilmente è stato pensato l’ecosistema riunioni, anche se il peso economico di questa forma di comunicazione aziendale è sotto gli occhi di tutti.
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Il Cambiamento è guidato dalla Cultura d’Azienda sempre! Dobbiamo agire sul management ma anche sui collaboratori, magari coinvolgendoli nella messa a regime di un ecosistema riunione efficace ed efficiente. Come di consueto si parte dal porsi le domande corrette (ndr motto dell’Ingegner Umberto Cugini ex professore emerito del Politecnico di Milano e divulgatore di best practice aziendali) per cui potrebbe essere utile chiederci e chiedere: Quanto sono utili le nostre riunioni? Cosa funziona bene e cosa no? Quanto dovrebbero durare le nostre riunioni? Quanto spesso dovremmo incontrarci? E così via. Esistono diverse tecniche per rendere l’ecosistema riunione uno strumento efficace ed efficiente nell’ambito della governance aziendale. Avendo le idee chiare è possibile elaborare la strategia che sovrintende al cambiamento. Attenzione questo è un percorso da affrontare in modalità strutturata.
Per cui, anche in questo caso, potrebbe rivelarsi vincente e più produttivo farsi supportare da un partner esterno. Per almeno due buoni motivi: non ci sono effetti alone con la struttura aziendale e l’organizzazione vigente, è possibile fare leva su una metodologia giù sperimentata ed orientata alla messa a regime di cambiamenti efficaci. L’intervento in genere porta a definire: le tipologie valide e a cancellare le riunioni non necessarie, nuove modalità di convocazione, svolgimento e post riunione con risultati tangibili che in generale rendono le riunioni più brevi ed efficaci e, allo stesso tempo, incrementano la soddisfazione del management e dei collaboratori. Operare in modalità strutturata e affidarsi a best practice personalizzate per la gestione delle riunioni è l’unica risposta per assicurare che la vostra prossima riunione virtuale/in presenza dia energia piuttosto che prosciugarla.
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La formazione aziendale fattore imprescindibile nell’era del “new normal” di MARIA LANZETTA
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Sviluppare nuove competenze e potenziare quelle esistenti, lavorando su hard e soft skills delle persone, non è più un’opzione per le aziende, piccole o grandi che siano, ma rappresenta un elemento indispensabile per migliorare la produttiva e la competitività aziendale. Si tratta solo di definire la metodologia più appropriata e saperla applicare con successo
Che il capitale umano sia una delle risorse più preziose di un’impresa è ormai un concetto acquisito - almeno si spera - dalla maggior parte dei manager e degli imprenditori. Saperlo potenziare e arricchire nel modo più adeguato si traduce in un investimento ad alto tasso di rendimento.
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Azienda&Management Le persone vanno valorizzate non soltanto sul piano individuale, ma anche su quello collettivo, con lo scopo di favorire l’evoluzione dei talenti e la crescita del business. Fare formazione in azienda significa, quindi, da una parte lavorare sulla personalità del singolo soggetto con le sue peculiarità e valorizzarne il potenziale, dall’altra sviluppare un vero clima di collaborazione e di “gioco di squadra”, facendo leva anche e soprattutto sui valori dell’impresa, per costruire un progetto imprenditoriale del quale tutti si sentano effettivamente artefici.
GLI EFFETTI POSITIVI DELLA FORMAZIONE Fare formazione, dunque, ha solo risvolti positivi per un’organizzazione; allocare un budget dedicato nel business plan aziendale è doveroso: pensare che sia una voce di spesa di cui è possibile fare a meno, rappresenterebbe un grande errore e un chiaro sintomo di miopia da parte del management. Migliorare le competenze delle persone e dei team vuol dire, nel concreto, accrescerne la
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produttività, con effetti positivi anche sulla comprensione degli obiettivi aziendali da parte dei dipendenti, ai quali vengono forniti i giusti strumenti per una corretta visione d’insieme. Questo si traduce, evidentemente, in un potenziamento dell’impresa in termini di redditività e competitività, potendo contare su una crescente professionalità e una maggiore spinta motivazionale da parte di tutto il personale. I due ingredienti di base per imparare, anche culturalmente, a vivere del cambiamento. Un altro importante beneficio, che deriva da un percorso di formazione costante e progressivo dei collaboratori, è una maggiore fidelizzazione verso la propria organizzazione e, di conseguenza, una diminuzione del turnover aziendale. Infatti, l’aumento delle proprie competenze e il miglioramento delle performance che ne deriva, genera un più alto livello di engagement da parte dei dipendenti e anche una capacità di visione con una prospettiva più estesa, da cui una maggiore volontà a rimanere nella propria azienda e un deterrente a lasciarla per intraprendere un’altra strada
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con tutte le nuove incognite del caso. Questo per un’impresa rappresenta un indubbio vantaggio economico e strategico, considerando quanto ogni dimissione possa essere dannosa in termini di costi e di tempi necessari per la messa a regime di una nuova risorsa.
COME INTRAPRENDERE UN PERCORSO FORMATIVO DI SUCCESSO NELL’ERA DEL “NEW NORMAL” In questo periodo si è spesso sentito parlare di questo nuovo paradigma, il “New Normal”, ovvero una diversa modalità di operare, nata innanzitutto come conseguenza del fenomeno pandemico che ci ha portato a rivedere le tradizionali modalità di lavoro, ma anche come una naturale e fisiologica evo-
luzione delle nostre abitudini a fronte di un contesto sociale, ambientale ed economico in costante trasformazione. Bene, alla luce di questo, anche il modo con cui costruire un percorso formativo all’interno di un’azienda deve tenere conto di questi cambiamenti, adattando un approccio più flessibile e diversificato, che sfrutti in modo virtuoso le diverse tecnologie che un mondo sempre più “connesso” ci mette a disposizione. Si tratta, quindi, di trovare il giusto equilibrio e il mix ottimale tra le principali modalità di formazione. La tradizionale formazione in aula permette di avere un confronto diretto con il docente e con il resto del gruppo, ma è fondamentale che si svolga in modo interattivo, con il diretto coinvolgimento e contributo
dei discenti, utilizzando strumenti quali “gioco di ruoli”, analisi di casi concreti, simulazioni aziendali, condivisione di best practice e attività in piccoli gruppi all’interno di workshop o masterclass, nonché utilizzo di videofilmati specifici che stimolino la discussione e il confronto. La formazione online, cui sì è fatto tanto ricorso durante il lockdown – anche con l’obiettivo di sfruttare un periodo di “inattività forzata” offre indubbiamente il grande vantaggio di essere più fruibile, svincolata da problematiche di tipo logistico, una volta garantita la qualità della connessione – che non è un dettaglio - con il grande beneficio di contenere i costi e ottimizzare i tempi. Indubbiamente presenta il limite di creare meno empatia tra il docente e gli allievi, e tra gli
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Azienda&Management allievi stessi: per quanto un’efficiente aula virtuale consenta lavoro di gruppo, role play e sharing, esiste il rischio oggettivo che tante ore davanti a uno schermo facciano calare l’attenzione e la concentrazione. Le due modalità, poi, devono essere ben combinate e integrate con un percorso di formazione sul campo (FSC), che permette di ottenere risultati tangibili lungo l’intero iter formativo. Si tratta di momenti esperienziali e di “messa in pratica”, in cui è possibile “testare” sin da subito le proprie capacità e le proprie attitudini, individuando con l’aiuto del docente le aree di miglioramento sia su stessi, sia nell’ambito lavorativo in cui il singolo individuo opera. Passando, dunque, “dalla teoria alla pratica”, la formazione sul campo ha l’obiettivo di “prototipare”, e successivamente convalidare, una metodologia di lavoro che verrà poi applicata e adottata nel contesto aziendale reale.
OBIETTIVI CHIARI E PERCORSO GUIDATO È chiaro che un percorso di formazione in azienda necessiti di
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essere costruito, partendo da un’accurata pianificazione che parte dagli obiettivi aziendali e dall’individuazione delle esigenze formative e professionali dei diversi collaboratori in base alla posizione che occupano ed al loro processo di crescita funzionale ai cambiamenti aziendali. Esso deve, pertanto, essere funzionale a un piano di crescita personale e aziendale ma, soprattutto, deve riuscire a evidenziare i primi risultati nel breve e medio termine, per quanto, operando non solo sulle hard skills ma anche sulle soft skills individuali, il ritorno complessivo richieda tempi proporzionali alle caratteristiche delle singole persone. Ecco perché è importante fissare degli obiettivi misurabili, imparare a calcolare il ROI della formazione, basandosi su precisi indicatori, quali la risposta dei dipendenti, il feedback dei manager, la misurazione delle performance dopo l’attività formativa e comparandola al periodo precedente: solo in questo modo si può comprendere se la formazione abbia avuto un impatto tangibile e positivo sulle attività aziendali.
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Un percorso formativo a valore aggiunto, evidentemente, richiede competenze specifiche e approfondite e certo non può essere lasciata all’improvvisazione e all’iniziativa dei singoli, ma deve essere, necessariamente, appannaggio di aziende esterne di provata competenza in grado di affiancare con l’adeguata professionalità (orientamento al risultato) le singole aziende, dal momento in cui decide di intraprendere un progetto di formazione. Questo, affinché risulti efficace e raggiunga gli obiettivi prefissati, ha bisogno di essere studiato e strutturato, dopo aver analizzato il DNA dell’azienda, compreso le sue peculiarità e identificato i punti di forza e debolezza: si sa che ogni organizzazione è un ecosistema a sé stante; le imprese possono somigliarsi, ma non sono uguali, ciascuna ha le proprie specificità, perché le persone che le costituiscono sono diverse. La formazione aziendale per essere efficace deve essere personalizzata con percorsi, contenuti e modalità diverse da azienda ad azienda. Con queste premesse, va da sé che
il ruolo dei docenti faccia la vera differenza, il quale, oltre alle competenze e alla preparazione per svolgere questa funzione, è fondamentale che abbia alle spalle un’esperienza manageriale diretta all’interno di un contesto aziendale, che lo aiuterà a comprendere meglio i propri allievi e a riconoscerne il potenziale. Il docente, quindi, a seconda della fase del percorso formativo, deve poter svolgere sia il ruolo di formatore, attingendo alle proprie competenze e trasferendo il proprio knowhow, sia di coach, affiancando gli allievi nella formazione pratica sul campo, facendo leva sulle soft skills e le competenze trasversali di ciascuno, attraverso le quali si andranno a ra forzare anche le hard skills già consolidate.
Nell’era della Big Resignation, le aziende in grado di mettere a disposizione dei propri collaboratori un adeguato percorso formativo, si garantiscono una solida retention delle risorse umane, una maggiore produttività e quindi una crescita esponenziale dei profitti. Attenzione, non terminare i percorsi ha come unico risultato la perdita di buona parte dei benefici ma, soprattutto, la delusione delle risorse umane oggetto dell’intervento che, ancora una volta non hanno visto attuare lo sperato cambiamento.
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Il fenomeno delle “Big Resignation” ha sorvolato l’oceano, ha raggiunto l’Europa e sta arrivando in Italia di MARIA LANZETTA
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Le “Grandi Dimissioni” post-pandemia sono partite in America già dall’inizio del 2021, ma tra aprile e settembre dello scorso anno, si è assistito a un vero e proprio esodo di massa che ha visto oltre 24 milioni di dipendenti in USA lasciare il proprio posto di lavoro.
Ma sembrerebbe che il fenomeno stia prendendo progressivamente piede anche in Europa e in Italia. Ridefinire la “nuova normalità” all’interno di un workspace ibrido potrebbe essere la soluzione per contenere questo trend.
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e persone hanno scoperto che può esistere una nuova modalità di lavoro, lontana dai ritmi frenetici e alienanti di un tempo ma altrettanto – se non maggiormente – produttiva.
Chi lo avrebbe mai detto che anche nel nostro Paese, dove ha sempre imperato la cultura del posto fisso, il fenomeno delle «Grandi dimissioni» avrebbe cominciato a contaminare anche gli italiani! E non si tratta solo di top manager che, dopo anni di immersione totale nel business a fronte di stipendi da capogiro, decidono di tirare i remi in barca e di “godersi la vita”, ma ciò sta avvenendo anche a livello impiegatizio e addirittura nell’ambito della mano d’opera industriale. Un fenomeno confermato dai dati del Ministero del Lavoro che, in un’analisi per il periodo compreso tra aprile e novembre 2021, ha comunicato che le dimissioni volontarie sono pari a 1.195.875 , con un aumento del 23,2% rispetto allo stesso periodo del 2019. Diversi sono gli studi che stanno analizzando il problema, e sembrerebbe che le ragioni siano diverse e profonde e che riguardino sia la sfera personale, sia quella economica: si cercano lavori migliori, meglio pagati e più sostenibili. Attenzione, però, non si tratta semplicemente di
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un prevedibile effetto rimbalzo post-pandemia, nel senso che il fisiologico turnover tipico di ogni azienda si è bloccato durante i vari lockdown e poi è esploso in modo massiccio nel periodo successivo, ma di qualcosa di più complesso e radicale. In realtà, quello che oggi spinge in tanti a lasciare il proprio lavoro dipende da un insieme di fattori: sicuramente ha pesato moltissimo, come conseguenza della pandemia, una rivalutazione del valore del tempo libero e della famiglia e, contestualmente, una presa di coscienza circa condizioni lavorative, talora, troppo pesanti in termini di ore e di pressione psicologica. A questo si è aggiunto, dopo un periodo di congelamento, anche una forte e aumentata domanda delle aziende in diversi settori e, di conseguenza, una maggiore offerta per alcune categorie di lavoratori, che si sono trovati nelle condizioni di poter scegliere di cambiare posto di lavoro, a fronte di una proposta economica più allettante e di mansioni più gratificanti.
Quanto ha influito l’adozione dello Smart Working? Senza dubbio, a innescare questa tendenza ha contribuito in maniera rilevante anche l’ampia diffusione dello smart working, una modalità di lavoro che prima della pandemia era ancora poco diffusa tra le aziende italiane. In effetti, nel 2020 molti lavoratori, malgrado le restrizioni dettate dai diversi lockdown, hanno avuto modo di apprezzare i tanti aspetti positivi del lavoro flessibile e a distanza, quale la drastica riduzione dei tempi di spostamento casa-lavoro; la possibilità di vivere maggiormente la propria famiglia e i propri affetti nella
quotidianità, cosa che prima era relegata alle ore serali, ai week-end e alle ferie; riuscire a ritagliarsi del tempo per coltivare passioni e interessi personali. Insomma, le persone hanno scoperto che può esistere una nuova modalità di lavoro, lontana dai ritmi frenetici e alienanti di un tempo, ma altrettanto – se non maggiormente – produttiva. A fronte di tutto ciò, oggi, i lavoratori non vogliono più rinunciare a questi benefici e, in virtù di questo, potrebbero non esitare troppo ad abbandonare il proprio posto di lavoro, se le aziende non dovessero continuare a concedere questa flessibilità. Dunque, dopo due
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i fatto in futuro sarà inevitabile che le persone lavorino sia a distanza sia in presenza: il giusto mix sarà l’«hybrid workplace»
anni di instabilità economica e sociale, la gente è disposta a lasciare il certo per l’incerto, se questo significa maggiore serenità e maggiore attenzione per la propria salute. Tutto ciò è assolutamente comprensibile, ampiamente condivisibile, ma il rischio che si corre è che si vada verso un impoverimento generale, una precarietà e vulnerabilità del nostro tessuto economico e sociale. Cosa fare per contenere questa tendenza? In questo periodo si è spesso sentito parlare di “New Normal”, ovvero un nuovo paradigma di normalità che riguarda nuovi comportamenti, abitudini e tendenze adottate a seguito di un periodo di crisi, che differiscono da un precedente status quo. Non si tratta di un modello transitorio fino a quando si ristabilisca la “vecchia normalità”, visto che questa ormai appartiene al passato, ma di un nuovo assetto che porta con sé moltissime delle consuetudini che abbiamo creato, metabolizzato e fatto nostre durante que-
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sto periodo di pandemia. Ed è con questi nuovi parametri che le aziende e i datori di lavoro devono fare i conti, a incominciare dallo smart working, una modalità di lavoro resasi necessaria durante l’era Covid, ma che ormai fa parte di noi e che non potrà essere accantonata. Però, se è vero che lo smart working ha i suoi lati positivi (maggiore flessibilità nell’autogestione del lavoro, abbattimento dei costi di trasporto e di gestione degli spazi fisici, maggiore equilibrio tra vita professionale e vita privata), è vero anche che il lavoro in ufficio ha un impatto positivo sul benessere mentale dei dipendenti, sulla socialità, sulla capacità di confronto e condivisione, soprattutto dopo questo lungo periodo di restrizioni e chiusure. L’ufficio, dunque, deve continuare ad ad avere un ruolo fondamentale. Di fatto in futuro sarà inevitabile che le persone lavorino sia a distanza sia in presenza: il giusto mix sarà l’«hybrid workplace», ovvero un nuovo modo di lavorare tra esperienza fisica e digitale. Combinare lavoro in pre-
senza e lavoro a distanza è già il trend delle aziende che guardano in prospettiva, ma bisogna imparare a farlo bene: Il vero smart working non consiste soltanto nel dare alle persone la flessibilità e gli strumenti per poter lavorare a casa, in ufficio o in qualsiasi altro luogo, ma il punto chiave è trovare il giusto bilanciamento tra attività in presenza e attività remota, tra esperienza fisica e digitale. Non c’è una ricetta uguale per tutti, dipende in primis dall’organizzazione del lavoro, da una nuova modalità di assegnare obiettivi, da una ridefinizione dei flussi e, non ultimo, dalle singole persone. Si tratta evidentemente di un tema di management in cui le capacità di includere e condividere giocano un ruolo da protagonista: un obiettivo più facilmente raggiungibile, se si introduce un metodo unico di comunicazione. In questo scenario, dunque, il modo con cui le aziende e i loro dirigenti guardano alla gestione delle risorse umane è diventato centrale e investire nella qualità della comunicazione fra
manager, team e dipartimenti aziendali è fondamentale per rimanere allineati e trasmettere un sentimento di inclusione, a beneficio di una più forte motivazione, una più elevata qualità del lavoro, una maggiore produttività, una migliore focalizzazione sugli obiettivi e, quindi, di una più solida fidelizzazione dei dipendenti verso l’azienda. È chiaro, altresì, che si tratta di un percorso che un’azienda non può certo improvvisare, ma dovrà opportunatamente avvalersi di competenze specifiche esterne messe a disposizione da enti consulenziali e di formazione, in grado di affiancare l’organizzazione per definire una metodologia adeguata e mettere in piedi un modello che possa garantire un maggiore livello di collaborazione nei e tra i reparti, una migliore gestione dello stress generato da dinamiche lavorative che si sviluppano in situazioni completamente diversi da come ci si era abituati in passato. Tutto ciò in un contesto strutturato in cui sia favorita la definizione, la raggiungibilità, il monitoraggio e la misurabilità di obiettivi condivisi.
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Competenze& Formazione
Mind mapping: il personal trainer della nostra mente di MARIA LANZETTA e MASSIMO FUCCI
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Ogni individuo dispone di una sua struttura mentale strettamente legata alle inclinazioni, predisposizioni e caratteristiche della propria personalità.
Un’adeguata impostazione ne consente di sfruttarne appieno le diverse potenzialità, a beneficio dell’organizzazione del lavoro e della vita quotidiana. La metodologia delle mappe mentali è uno validissimo strumento per dare forma e struttura a pensieri, idee e progetti sia in ambito personale e sia aziendale.
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Competenze&Formazione
Il Mind Mapping, ideato agli inizi degli anni ‘70 dallo psicologo e cognitivista inglese Tony Buzan, ma ancora poco utilizzato e sconosciuto a molti, consiste in una metodologia finalizzata a mettere in ordi-
ne (strutturare) idee, concetti, argomenti organizzandole in base a importanza e priorità, applicabile in qualsiasi ambito, dallo studio, al lavoro e alla gestione della vita quotidiana;
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ci aiuta a organizzare in modo efficiente pensieri e informazioni che il nostro cervello elabora, stimolando e razionalizzando il pensiero creativo. È, quindi, uno strumento che permettere di dare libera espressione alla nostra fantasia, di “scavare” nella profondità della mente, favorire un apprendimento visuale più intuitivo e immediato, fare brainstorming, oltre a rappresentare un valido ausilio al problem solving. Le mappe mentali, dunque, consentono di dare armonia e forza al nostro cervello, lo aiutano a “performare” in modo efficiente e quindi a esprimersi al meglio, esattamente come un personal trainer ci assiste nell’identificare ed eseguire gli esercizi più adeguati al nostro corpo e fare in modo che sia più sano e più gradevole prima di tutto ai nostri occhi, e poi anche a quelli degli altri. Una palestra, dunque, dove noi abbiamo la possibilità di potenziare funzioni come la memoria, l’apprendimento, la capacità di analisi e di pianificazione. Nel concreto, la mappa mentale è una rappresentazione grafi-
ca di ciò che il nostro cervello elabora, ma che spesso si presenta nella nostra mente in modo confuso e disorganizzato: provare a “catturare” su un foglio di carta (fisico o digitale) quello che passa nella nostra testa, utilizzando immagini, icone, parole chiave, ci permette di visualizzarlo e quindi di dargli una conformazione più definita.
Mind Mapping è una metodologia per tutti, in qualsiasi ambito e per qualsiasi età, dal momento che la sua finalità è quella di rappresentare il cervello di chiunque nelle sue peculiarità e nella sua unicità, ricalcandone il modo di operare e, quindi, visualizzando i diversi percorsi mentali all’interno della nostra testa.
Tale metodologia ha come principale caratteristica l’elaborazione schematica di una struttura radiale che parte da un “core”, il quale rappresenta l’elemento centrale del nostro insieme indefinito di pensieri, da cui si propaga verso l’esterno una serie di connessioni per associazione mentale, secondo una logica di ramificazione.
Il procedimento di per sé è estremamente semplice: si tratta, infatti di porre al centro di un foglio il tema da sviluppare. Da qui s tracciano una serie di rami che portano a un secondo concetto correlato e subordinato. In questo modo si vanno a tracciare le idee di base – basic order ideas – associate al nucleo principale. Su ciascuna di questa si andrà ad applicare un analogo processo di espansione, fino “a esaurimento”, ovvero fino a quando riteniamo di aver estrapolato tutto quello che è presente nella nostra mente in relazione a un determinato tema, progetto o attività.
una seconda, un terza e così via, collegandole tra loro in modo naturale e logico. Nel momento in cui la mappa ha preso forma, quindi, riusciremo ad avere una visione di insieme in merito all’argomento trattato e a quel punto possiamo intervenire ulteriormente, se la struttura risultante non ci convince del tutto, oppure possiamo rielaborarla in un secondo momento alla luce di nuovi elementi. Colori, forme, icone, acronimi, keywords ci aiutano inoltre a visualizzare meglio la nostra mappa e a imprimerla in modo più efficace nella nostra mente, come se fosse una fotografia, in modo tale che comunque il nostro cervello continui a lavorarci su in background. Tale procedimento può essere eseguito manualmente su un foglio di carta, utilizzando penne, pennarelli e matite colorate, oppure in modalità digitale per la quale sono disponibili diversi software che permettono di creare agevolmente una mappa mentale.
Attraverso questo procedimento ci rendiamo conto come, molto semplicemente, da un’idea/ipotesi ne scaturisce
Se questa metodologia risulta estremamente efficace nel lavoro individuale, lo è ancora di più in un contesto di gruppo,
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La creazione delle mappe mentali si basa su tre elementi chiave: l’uso di immagini che possano rimanere impresse, l’impiego di colori e forme, l’utilizzo di parole chiave per riassumere un concetto. Ma come si realizza una mappa mentale? Innanzitutto, precisiamo che il
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Competenze&Formazione nel quale si può innescare un processo di generazione di idee su stimolo reciproco, che poi vengono condivise attraverso un confronto aperto, meditato, e senza pregiudizi. L’efficacia del Mind Mapping tanto più è grande, quanto più si è capaci di far spaziare la propria mente e si è predisposti all’ascolto, per arrivare con il contributo di tutti a tracciare un progetto concordato. Mappe Mentali nel contesto lavorativo Alla luce di quanto sopra, è fuori dubbio che tale metodologia sia un potentissimo strumento per migliorare le prestazioni lavorative a qualsiasi livello: funzioni manageriali, gestione ed esecuzione delle operation, interazione tra dipartimenti aziendali, con clienti, partner e terze parti. Una mappa mentale può rendere più semplice e lineare la definizione degli obiettivi strategici, l’assegnazione dei task, la creazione di un progetto, quindi il monitoraggio del work in progress, la raccolta e l’analisi dei risultati e molto altro. Inoltre, In un contesto di smart working o di modalità di
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lavoro “ibrida”, il Mind Mapping permette di rimanere maggiormente focalizzati ed evita la dispersione, in quanto tutti i diversi collaboratori e relativi manager avranno sempre una mappa condivisa con cui rapportarsi sia nelle attività di gruppo, sia nelle fasi di lavoro individuale e a distanza, evitando incomprensioni, fraintendimenti, colli di bottiglia e zone d’ombra. Le aree di applicazioni all’interno di un’azienda sono davvero molteplici e la metodologia si andrà ad applicare in base ai ruoli e a qualsiasi livello, da quello direzionale fino alle funzioni junior o meno strategiche e prettamente caratterizzate da aspetti operativi. Inoltre, la modalità di adozione viene adattata in base alle specificità dei diversi dipartimenti, che si tratti del reparto R&D, commerciale, marketing, amministrazione, produzione etc. Non solo, le mappe mentali rispecchieranno sempre il DNA aziendale che, a sua volta, è la sintesi dei DNA dei singoli, ragion per cui la collaborazione e il confronto assumono un ruolo chiave nella definizione della metodologia di lavoro.
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fuori dubbio che tale metodologia sia un potentissimo strumento per migliorare le prestazioni lavorative a qualsiasi livello
Appare talmente chiaro, dunque, che i vantaggi, di cui un’organizzazione può beneficiare adottando una metodologia di Mind Mapping, si traducano palesemente in management più efficace, migliore efficienza a livello di esecutino, ottimizzazione di tempi e risorse, valorizzazione del capitale umano, maggiore engagement da parte dei collaboratori: tutti fattori che rendono un’azienda più capace di competere e di conquistarsi la sua leadership nel proprio mercato di riferimento. Oggi, come non mai, il nostro cervello è soggetto a continui stimoli, bersagliato da un’enorme quantità di sollecitazioni, i nostri sensi ricevono una molteplicità di input che vanno ad affollare la nostra mente, spesso aggrovigliandosi fra di loro: la mappa mentale ci aiuta a mettere ordine, a scartare informazioni che non ci servono, a coltivare quelle utili per dare forma a nuove idee e conferire
concretezza al nostro pensiero creativo. Infine, se è fuori dubbio che l’adozione delle mappe mentali sia a portata di tutti e non implica conoscenze specifiche, questo vale per un utilizzo personale. Se andiamo in ambito lavorativo, la tecnica del fai da te, in genere, da pochi risultati. Sicuramente molti meno se paragonati a quanto si possa raggiungere se affiancati da un partner, competente ed esperto in mappe mentali, in dinamiche di gruppo e con un background manageriale.in un processo di definizione e attuazione del cambiamento le mappe mentali- opportunamente strutturate e personalizzate- sono un tassello fondamentale e determinante per raggiungere i risultati attesi.
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TechTalks
Il cloud,
Giano bifronte, booster del processo di digitalizzazione di MARIA LANZETTA
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Ormai è già da qualche anno che si sente parlare di Cloud Computing ed abbiamo tutti gli elementi per definire la sua doppia faccia assolutamente integrata. La prima faccia riguarda l’offerta. Siamo alla presenza di un nuovo paradigma di erogazione di servizi on line on demand (archiviazione, elaborazione o trasmissione dati, stazioni di lavoro etc.). La seconda riguarda l’utenza, ossia le aziende che ora hanno un vero e proprio booster per il processo di digitalizzazione e cambiamento. Il Cloud Computing rappresenta un grande cambiamento, sia per le aziende sia per i privati, nell’utilizzo delle risorse informatiche rispetto a un approccio tradizionale, che secondo una logica on premi-
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se, implica l’installazione, la gestione e il mantenimento dell’infrastruttura IT in sede, in prima persona o, eventualmente, con l’aiuto di terze parti. Il Cloud, invece, consente di accedere a piattaforme
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TechTalks informatiche, ospitate esternamente e qualcun altro ne è responsabile del monitoraggio e della manutenzione. Tradotto in parole semplici, si tratta, di fatto, di una tecnologia informatica attraverso la quale è possibile sfruttare Internet per distribuire software e hardware da remoto, la cui implementazione consiste in un insieme eterogeneo e distribuito – Cloud, “nuvola” – di risorse le cui caratteristiche non sono note all’utilizzatore. I servizi in Cloud possono includere, quindi, software, archiviazione dati, database, server, reti, computer, tutti accessibili su richiesta tramite il web, senza che l’azienda debba farsi carico degli oneri di acquisto di licenze o di macchine per usufruire di servizi indispensabili al proprio business.
IN CHE CONSISTE LA TECNOLOGIA CLOUD NEL CONCRETO Il Cloud Computing mette a disposizione una serie di risorse IT, il cui utilizzo può generare
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diversi vantaggi in azienda, o anche nell’uso privato. Esso prevede fondamentalmente tre attori: un fornitore di servizi, quali server virtuali, archiviazione e applicazioni complete, generalmente secondo un modello “pay per use” (PPU); il cliente amministratore che sceglie e configura i servizi proposti dal fornitore offrendo, a sua volta, soluzioni a valore aggiunto come, per esempio, applicazioni software; il cliente finale, ovvero l’utilizzatore dei servizi configurati ad hoc dal cliente amministratore. In alcuni casi, però, il cliente amministratore e quello finale possono coincidere, per esempio, un cliente può utilizzare un servizio di archiviazione per effettuare una copia dei propri dati: in questo caso il cliente finale provvede lui stesso a configurarsi il servizio e a utilizzarlo. Esistono svariate tipologie e categorie di servizi “in Cloud”, che solitamente vengono identificati con diversi acronimi (nel riquadro una loro definizione estesa).
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SAAS (software as a service) PAAS (platform as a service) DAAS (data as a service) HAAS (hardware as a service) IAAS (infrastructure as a service)
Sostanzialmente ogni modalità si sviluppa in un servizio in cui vengono messe a disposizione le risorse IT (hardware software applicativo, storage, Big data, capacità di calcolo etc.) affinché l’utilizzatore possa creare e gestire, secondo la dinamica delle proprie esigenze, una sua infrastruttura su Cloud, senza preoccuparsi di dove siano allocate le risorse e pagando solo per quelle che vengono usate. Ogni risorsa viene offerta come componente di servizio distinto ed è possibile noleggiarne una specifica solo quando si presenta l’esigenza. Generalmente i contratti sono scalabili e si possono incrementare e/o diminuire la tipologia ed i parametri di fruizione, in maniera tale da adattare l’impegno economico alle esigenze nello spazio-tempo specifico in cui si muove l’azienda.
PERCHÉ PASSARE AL CLOUD?
Oggi pensare di poter fare a meno del Cloud Computing è del tutto anacronistico, si tratta infatti di una tecnolo-
gia indispensabile sia per le aziende, sia per i privati. Nel mondo manifatturiero sono davvero poche, ormai, le realtà che non hanno ancora adottato soluzioni in Cloud, e chi non lo ha ancora fatto, si è reso conto che migrare il proprio sistema IT su infrastrutture più moderne e funzionali è imprescindibile. Indubbiamente, la pandemia e la necessità di gestire quanto più possibile da remoto ha accelerato questo processo di trasformazione. Ma, al di là delle contingenze, perché un’azienda dovrebbe utilizzare servizi in Cloud? Qual è il valore aggiunto che ne possono trarre le realtà di grandi e piccole dimensioni?
vengono messi a disposizione dal Cloud provider. Non solo, oltre ai costi, si ottimizzano anche le risorse utilizzate, massimizzando la produttività e l’efficienza del sistema IT. Il Cloud, infatti, permette di raggiungere il miglior rapporto tra prestazioni e investimenti, anche in relazione delle esigenze aziendali che possono modificare nel tempo; la sua adozione ha, inoltre, un impatto positivo in termini economici, grazie al modello “pay per use”: questa modalità di fatturazione prevede il pagamento del servizio a consumo, addebitando al cliente solo le risorse effettivamente utilizzate.
Uno dei grandi vantaggi del Cloud è il risparmio dal punto di vista economico: tale tecnologia consente, infatti, di utilizzare capacità elaborativa, networking e soluzioni di sicurezza senza spese di infrastruttura e grandi investimenti iniziali; si evita l’acquisto di hardware e di elementi come storage, switch, hypervisor, software di backup, che
Un altro importante beneficio del Cloud sta nel fatto che consente di sviluppare nuove soluzioni applicative, sfruttando la forte automazione disponibile attraverso la modalità as-a-service: infatti l’adozione di API e di servizi “chiavi in mano” permette di ridurre drasticamente i costi e di ottenere soluzioni con performance e scalabilità altrimenti impossibili. Quest’ul-
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TechTalks tima rappresenta un ulteriore aspetto positivo del Cloud, perché in base alla crescita dell’azienda e all’insorgere di nuove esigenze, si può aumentare in modo progressivo e scalabile l’implementazione di servizi aggiuntivi. Ciò consente di fare investimenti mirati e proporzionali alle dimensioni dell’azienda, rendendo possibile un’ottimizzazione delle performance e, in caso di picchi di capacità elaborativa o rapido incremento/ decremento di risorse, non si rischia di incorrere in dannose interruzioni del servizio. Veniamo poi a uno degli aspetti più critici delle tecnologie in Cloud, ovvero quello della cyber security che, di
fatto, è quello che genera la maggiore diffidenza negli affezionati del “on premise”. È opinione diffusa, infatti, che portare tutta le infrastrutture IT e lo storage dei dati su Cloud, renda l’azienda più vulnerabile. In realtà, quello che non è chiaro a tutti è che le infrastrutture Cloud sono pensate per garantire al cliente la totale sicurezza, attraverso l’uso di metodologie e procedure tecnologiche di alto livello atte a proteggere l’ambiente e i dati aziendali. Tra le varie misure di protezione utilizzate, ci sono sicurezza del Data Center, Backup e Disaster Recovery, accesso all’infrastruttura e al dato, Log & Identity Management,
gestione e prevenzione delle minacce. A tutto ciò si aggiunge un aspetto organizzativo e di cambio della cultura aziendale, in relazione al quale l’utilizzo della tecnologia Cloud consente di ripensare totalmente la struttura e le dinamiche di un’organizzazione. Infatti, l’esternalizzazione e l’outsourcing di tutte quelle funzioni e di quei task ad alto investimento di tempo ed energia, lasciano l’impresa maggiormente libera di focalizzarsi sulle potenzialità e le competenze delle persone e di concentrarsi meglio sullo sviluppo del business, senza doversi preoccupare degli aspetti infrastrutturali, e di adottare una metodologia di lavoro più flessibile e produttiva. Infine, arriviamo al tema della sostenibilità – oggi di estrema attualità – a sostegno della quale le tecnologie Cloud svolgono un ruolo fondamentale. Utilizzare, infatti, un data center in ogni singola sede implica una costante alimentazione per i server, l’installazione
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di sistemi di raffreddamento per evitare il surriscaldamento e comporta, inoltre, le varie attività di smaltimento dei dispositivi elettronici giunti a fine vita. Adottare una tecnologia Cloud non solo sposta verso un provider la gestione di tutto ciò, ma consente di trarre vantaggio in termini di economia di scala e permette di focalizzarsi sullo sviluppo di data center più performanti e a minor consumo energetico. In effetti, i vecchi data center on premise determinano un impiego eccessivo di gas serra nel loro intero ciclo di vita, a partire dalla fase di produzione e relativo utilizzo di materie prime, passando per assemblaggio, trasporto, utilizzo e smaltimento. Di contro, i Cloud Data Center di recente concezione utilizzano tecnologie avanzate, più efficienti dal punto di vista energetico, e hanno una più
bassa richiesta di energia per illuminazione, raffreddamento e condizionamento. Alcuni studi a riguardo evidenziano che l’adozione di un modello cloud consente alle grandi imprese un risparmio fino al 30% del proprio carbon footprint, percentuale che arriva addirittura al 90% per le aziende di più piccole dimensioni. La dematerializzazione dei diversi device e, quindi, la sostituzione di prodotti o servizi fisici, con i loro equivalenti virtuali, fornisce un contributo estremamente tangibile alla sostenibilità: migrare al cloud significa utilizzare meno macchine e hardware, meno carta, meno materiale fisico riducendo, evidentemente, il consumo energetico e l’impatto sull’ambiente. Inoltre, molti data center stanno iniziando a adottare fonti di energia rinnovabili, dal solare
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al geotermico, all’idroelettrico e all’eolico, per alimentare il loro funzionamento. Alla luce di quanto riportato, è evidente come l’adozione di tecnologie Cloud possa essere ritenuta, a tutti gli effetti, un trend in linea con quanto previsto dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, dal momento che, da un lato, consente di innovare, tramite la trasformazione digitale, anche settori considerati tradizionali, quali la produzione industriale, aumentandone l’efficienza e riducendone gli sprechi; dall’altro, permette l’accentramento di infrastrutture ICT riducendone l’impatto sulle emissioni globali di CO2. Il tutto a vantaggio di un percorso sempre più orientato alla decarbonizzazione e quindi alla sostenibilità ambientale.
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Viaggio verso il futuro con il 6G di MARIA LANZETTA
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Mentre la rete 5G è ancora in fase di implementazione e, a tutt’oggi, non è fruibile a livello globale,
si sta già parlando del 6G, la tecnologia mobile di sesta generazione che dovrebbe rappresentare un consolidamento e un’evoluzione di quella precedente, ma soprattutto una rivoluzione epocale nelle telecomunicazioni.
La tecnologia 6G è quasi pronta, nonostante il 5G, per quanto in fase avanzata, non sia ancora disponibile in tutti i Paesi. Ma questo non impedisce di guardare avanti e di porsi l’obiettivo del 2030, come data in cui la rete 6G stravolgerà – si auspica solo in bene – il nostro modo di
lavorare, di interagire, insomma di vivere. I più grandi operatori nel settore delle telecomunicazioni, quali Apple, Samsung, LG Elettronics, Ericson, hanno già messo a lavoro i loro reparti di R&D in questa direzione e, addirittura, si parla della realizzazione di prime sperimentazioni
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andate a buon fine. In effetti, stando a quanto riportato da alcuni studi, recentemente sono stati eseguiti con successo dei test per la trasmissione e la ricezione di dati wireless 6G terahertz su 100 metri in ambiente esterno: questo significherebbe che sono già state programmate alcune linee per un primo sviluppo nel 2028, per passare alla commercializzazione definitiva del 6G nel 2030.
DAL 5G AL 6G Tuttavia, per comprendere bene quali saranno gli aspetti rivoluzionari del 6G, bisogna prima aver ben chiare le caratteristiche principali del 5G che già sta segnando una svolta importante nell’ambito della mobilità di rete, quali larghezza di banda, bassissima latenza con relativi tempi di risposta più veloci, maggior numero di dispositivi connessi a una sola antenna e gestione più efficiente del traffico generato da una crescente quantità di dati, in definitiva, una migliore reattività e stabilità della rete. Il 6G, in realtà, non sarà semplicemente una
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fisiologica evoluzione delle prestazioni assicurate dal 5G, garantendone un robusto consolidamento, ma dovrebbe abilitare lo sviluppo di applicazioni sempre più sofisticate, attraverso le quali i molteplici device, diventati di uso comune, saranno in grado di comunicare tra loro e interagire con noi istantaneamente, in mobilità e in qualsiasi contesto, dalle attività lavorative, allo svolgimento di funzioni quotidiane, alla sfera sanitaria o burocratica/amministrativa. Il 6G utilizzerà onde ad alta frequenza (THF), note anche come onde sub-millimetriche, per raggiungere velocità 100 volte superiori al 5G che, in confronto, utilizza onde millimetriche (mmWave). Si prevede, infatti, che con il 6G, il nuovo standard di velocità nella trasmissione dati dovrebbe raggiungere 1 Tbps, mentre i tempi di latenza, ovvero il lasso di tempo tra il momento in cui un segnale viene inviato e il momento in cui è disponibile l’effetto che tale invio genera nel sistema, si ridurrebbero a 0,1 millisecondi (4ms nel 5G), con una migliore efficienza energetica e precisione nella localizzazione di oggetti e persone in movimento sul territorio, attraverso una connettività in tempo reale.
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li anni 2030 potrebbero segnare l’inizio dell’era robotica a 360 gradi
Si suppone che nel prossimo decennio, il 6G segnerà una nuova era in cui innumerevoli cose, esseri umani, veicoli, robot e droni, interconnessi fra loro, produrranno in modo continuo zettabyte di informazioni digitali, le quali rappresenteranno l’essenza del nostro vivere quotidiano. Il futuro standard di rete, dunque, si spingerà ben oltre i vantaggi previsti dal 5G che, allo stato attuale delle cose, non sono ancora del tutto fruibili, e aprirà la strada a nuove applicazioni, potenziando quelle configurate dalla quinta generazione. IL MONDO REALE E QUELLO VIRTUALE INTERCONNESSI E COMPLEMENTARI Quanto detto finora porta a supporre che gli anni 2030 potrebbero segnare l’inizio dell’era robotica a 360 gradi, un’epoca in cui la nostra esistenza sarà scandita da un utilizzo di sistemi robotizzati in qualsiasi ambito: una realtà in cui si fondono, senza soluzione di continuità, mondo fisico e mondo digitale, e dove l’interazione tra uomo, computer e ambiente sarà del tutto naturale e istantaneo.
Attenzione, non si tratta di un universo fantascientifico, nel quale l’uomo perde la sua centralità, ma di tecnologie, gestite e controllate dall’essere umano, che possono contribuire concretamente a migliorare la qualità della nostra vita. Per esempio, pensiamo a un intervento chirurgico che si svolge da remoto: in questo caso è fondamentale che gli impulsi inviati dal chirurgo siano eseguiti istantaneamente sul campo operatorio, un ritardo di pochi millisecondi, infatti, potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte del paziente. Ancora, se consideriamo un’auto a guida autonoma, è fin troppo evidente di come la velocità di connessione abbia un ruolo nevralgico nell’acquisizione della posizione, nel rilevamento delle altre auto in circolazione, nell’intercettazione di un ostacolo o di un semaforo, etc., questo per poter garantire innanzitutto una guida in totale sicurezza, ma anche per far sì che la circolazione si svolga in modo regolare, senza creare intralci. L’impercettibilità della latenza, auspicata nel 6G, avrà inoltre macroscopici vantaggi nel campo industriale, dove sistemi robotici e macchinari controllati a distanza, grazie a una costante interazione uomo-macchina,
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RespirandoilFuturo consentiranno di ottimizzare i tempi di produzione, di intervenire tempestivamente da remoto su eventuali problematiche e di operare con un minore margine di errore, migliorando l’efficienza e determinando un risparmio energetico a beneficio della nostra salute. Questa
sistemi olografici, multisensoriali e di comunicazione tattile. Saranno, dunque, sviluppate applicazioni in grado di fornire un’esperienza virtuale e immersiva attraverso la presenza olografica remota, e questo non solo per l’intrattenimento e le teleconferenze, ma anche
nuova realtà sarà il risultato degli enormi passi avanti fatti nell’ambito di tecnologie legate all’intelligenza artificiale, alla visione artificiale, a una sempre più sofistica elaborazione grafica, a tecnologie di visualizzazione e immersività, che oltre alla realtà virtuale e aumentata, comprenderanno
per la telechirurgia, la didattica, la formazione sul campo, interventi di assistenza in loco e molto altro.
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NUOVI PARADIGMI CON IL 6G PER LE AZIENDE La sesta generazione di reti wireless determinerà, evi-
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dentemente, nuovi modelli di business che potranno offrire sempre più servizi “net-centrici”, basati, dunque, su piattaforme di Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Big Data e Blockchain. Questo porterà progressivamente nella direzione della servitizzazione, che sfrutterà la massima efficienza della rete per disporre di applicazioni in grado di coprire e supportare tutti i processi aziendali, dalla gestione delle risorse umane, alle relazioni con i clienti, all’organizzazione di un’impresa, nonché allo sviluppo dei prodotti, alla produzione, alla gestione dei magazzini e della supply-chain e a tutti i servizi di after-sales, in modo efficiente e ottimizzato. Gli ologrammi e la telepresenza permetteranno di intervenire tempestivamente su criticità, di realizzare trasferte virtuali e partecipare a meeting di lavoro senza le implicazioni legate a un viaggio; il tutto con grandi vantaggi in termini economici e di sostenibilità. E riguardo a quest’ultimo aspetto va evidenziato, infatti, che la tecnologia 6G è concepita in un’ottica di con-
sumo energetico contenuto, di basso impatto ambientale e di decarbonizzazione, attraverso una produzione ottimizzata di energia (da fonti rinnovabili), una riduzione di manufatti, quindi di materia destinata allo smaltimento, e a una diminuzione di emissioni CO2 derivanti dal funzionamento di impianti, dagli spostamenti, da trasporto e movimentazione in generale. Si prevede che il consumo di energia sarà ridotto di mille volte rispetto ad oggi.
sarà connesso e interagirà con un sistema digitale, ogni oggetto della nostra quotidianità disporrà di una corrispondente identità nel mondo virtuale, si interconnetterà con altri smart objects con cui raccogliere, scambiare ed elaborare informazioni. Si verificherà una vera e propria democratizzazione del digitale, un’iperconnettività alla portata di tutti che determinerà una cyber-convergenza del mondo fisico, digitale e personale in una Realtà Estesa. (Extended Reality – XR).
IL FUTURO È DIETRO L’ANGOLO
Se oggi stiamo vivendo l’Internet of Things, la sesta generazione di tecnologia mobile ci porterà all’Internet of Senses, termine coniato dalla Ericsson già da un paio di anni, in base a cui si suppone che, attraverso questa connettività estremamente sofisticata e superveloce, si potrà far interagire tutti i nostri cinque sensi con i diversi dispositivi tecnologici, quindi non solo udito, vista e tatto (esperienza possibile attraver-
Praticamente, secondo una visione futuristica e futuribile in tempi più o meno brevi, il 6G potrebbe diventare una tecnologia talmente pervasiva, da modificare completamente le nostre abitudini in un contesto dove mondo reale e mondo digitale si fondono in un unico ecosistema integrato. Qualsiasi elemento della nostra vita
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so le varie forme di immersività) ma anche gusto e olfatto, grazie a una digitalizzazione capace addirittura di emulare odori e sapori, passando attraverso l’elaborazione dei nostri dati più personali, legati dunque alla nostra fisicità e alle nostre percezioni. Stiamo parlando di un totale stravolgimento dell’esistenza umana calata in una realtà completamente immersiva e multisensoriale, che coinvolgerà ambienti terrestri, aerei, marittimi e addirittura spaziali. Tutto questo, secondo le previsioni, entro il 2030, cioè soltanto fra otto anni; pertanto, ispirandoci a una citazione dell’economista Peter Drucker, ovvero “il modo migliore per predire il futuro è crearlo”, possiamo affermare che la nuova era 6G è, di fatto, già in costruzione. Fonti: Industry4Business,Wikipedia, MobileWorldCapital.com, Italian. Tech, Studio Cataldi, Key4Biz, agendadigitale.eu, datamagazine.it
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Respirando ilFuturo
H2H marketing, ovvero il marketing human-to-human: un nuovo modo di relazionarsi di MARIA LANZETTA
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Che il mercato, le aziende e il mondo dei consumatori sia fatto di essere umani sembrerebbe un concetto fin troppo ovvio, tuttavia le diverse strategie di marketing adottate in quest’ultimi decenni,
quali marketing B2B e B2C, non sembra che lo abbiano sempre tenuto in considerazione. Mai come ora, alla luce di tutto quello che sta accadendo, è diventato indispensabile mettere l’uomo al centro, nella sua singolarità e peculiarità, al di la di ogni categorizzazione. Solo così si potrà costruire un modo per far girare l’economia a beneficio di tutti.
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lle persone non interessa conoscere ogni singola caratteristica di un prodotto, ma vogliono invece sapere come questo prodotto può soddisfarle ed essere sicure di potersi fidare di coloro che glielo propongono
Non si tratta di fare banale retorica o di “sciacquarsi” la bocca con del buonismo spicciolo, predicando l’attenzione e il rispetto per l’essere umano, ma si tratta di ripensare completamente un modo di relazionarsi all’interno dei propri mercati di riferimento, per far sì che il nostro business funzioni secondo una logica win-win, ovvero solo se tutti gli attori di un contesto, vale a dire produttori, distributori, rivenditori, consulenti post vendita e consumatori sono equamente soddisfatti, l’economia può girare, crescere, autorigenerarsi in maniera virtuosa e portare quindi una aumento del benessere generale. Ma questo livello di soddisfazione - ormai speriamo di averlo capito – è raggiungibile a condizione che si costruiscano dei rapporti di lealtà, trasparenza ed empatia tra i vari stakeholder. Per anni il marketing Businessto-Business e Business-to-Con-
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sumer ha fatto uso e abuso di strumenti quali mass communication, leads generation e telemarketing in modo indiscriminato, generando insofferenza e sfiducia da parte dei consumatori, al punto tale che la stessa parola “marketing” ha acquisito, nel tempo, quasi un accezione negativa. Quante volte ciascuno di noi, parlando di aziende o di prodotti, ha usato l’espressione “Sì, ma è solo marketing!” per esprimere un concetto di poca affidabilità da parte di fornitori e produttori? Bene, è giunto il momento di ripensare completamente le modalità con cui rivolgersi al mercato e, da questi presupposti, sta prendendo piede un nuovo modello fondato sulla centralità dell’uomo, lo Humanto Human Marketing, ovvero un approccio relazionale basato su empatia, capacità di percepire effettivamente ciò di cui ha bisogno chi ci sta di fronte,
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non solo, ma anche sull’abilità a generare emozioni positive. Dunque, non più un modo di comunicare autoreferenziale, impersonale e allo stesso tempo poco autentico, finalizzato semplicemente alla promozione del proprio prodotto/servizio. Il concetto di Human to Human Marketing è stato sviluppato, per la prima volta, da Bryan Kramer, co-fondatore e CEO di PureMatter, un’agenzia di social media che, scrivendo in un suo libro “le aziende non hanno emozioni. I prodotti non hanno emozioni. Gli umani ce le hanno; vogliono provare qualcosa”, ha voluto far capire che i modelli di marketing B2B e B2C erano troppo incentrati sui prodotti e poco sull’essere umano con i propri sentimenti e la propria emotività. Ha evidenziato come fosse importante parlare non genericamente di target ma di buyer personas, ovvero di individui predisposti
ad acquistare per soddisfare un proprio bisogno e per sentirsi appagati. Questo comporta evidentemente un totale cambio di paradigma, una ristrutturazione di pensiero, partendo dal presupposto che alle persone non interessa conoscere ogni singola caratteristica di un prodotto, ma vogliono invece sapere come questo prodotto può soddisfarle ed essere sicure di potersi fidare di coloro che glielo propongono, se hanno dei valori e un’etica; solo dopo aver stabilito
questa sorta di empatia e di stima reciproca, ha senso andare nel dettaglio del prodotto stesso. Un approccio di marketing, dunque, che presta particolare attenzione a ogni singolo individuo con le sue specificità, in modo tale che la relazione che si va a stabilire abbia un volto, un proprietario e una voce che sappia trasmettere e percepire l’essenza del marchio e di chi lo rappresenta. Una modalità che va ben oltre anche la stessa metodologia di ABM (Account Based Marketing), proprio
perché non si deve pensare più seconda la logica di account ma appunto di persone.
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In questo modello, i rapporti tra aziende e clienti si sviluppano sulla base di una relazione sul lungo termine, attraverso cui tra le due parti si viene a stabilire un vero e proprio patto di solidarietà: da una parte chi propone un prodotto/servizio farà in modo di non tradire la fiducia del cliente, dall’altra quest’ultimo andrà ad “affezionarsi” al proprio fornitore e tenderà a rimanere fidelizzato
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ad esso. In questa maniera, inoltre, il cliente stesso diventerà un canale di promozione del suo fornitore, manifestando con altri il proprio livello di soddisfazione e di gradimento, creando così un meccanismo virtuoso a vantaggio di tutti: pensiamo quanto spesso ciascuno di noi ricorre alle recensioni prima di acquistare qualsiasi cosa! IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA NELL’H2H MARKETING Se, però, il marketing H2H mette in discussione quello tradizionale dello scorso millennio, è anche vero che invita a un uso corretto della digitalizzazione, assolutamente imprescindibile oggi, ma che va adotta cum grano salis. Pensare infatti che i robot avrebbero dominato il futuro, che la popolazione si sarebbe mescolata alle macchine e che gli strumenti avrebbero sostituito le persone è stato un grande errore e rischia di farci prendere un grosso abbaglio. Le diverse e avvincenti piatta-
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forme di marketing automation, di content intelligence, i chat bot etc. sono strumenti di enorme ausilio per permettere modalità innovative di fare marketing, ma non dimentichiamoci che sono a servizio delle persone e non in loro sostituzione. L’adozione di tali tecnologie serve, dunque, a facilitare i rapporti e le interazioni tra esseri umani – fornitori e acquirenti e tra gli stessi consumatori -, ad avvicinarli, ad accorciare le distanze, a rendere più immediate le relazioni, gli scambi e i confronti da entrambe le parti. Gli androidi, quindi, danno un grande valore aggiunto nella misura in cui consentono agli esseri umani di accostarsi fra loro e di comprendersi meglio. In quest’ottica, le piattaforme social sono estremamente utili, dal momento che mettono a disposizione una piazza digitale e virtuale di incontro e di network tra singoli individui.
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COMUNICAZIONE TRASPARENTE, COINVOLGENTE E RISPETTOSA L’unico modo per mostrare il lato umano della propria azienda è usare trasparenza e onestà intellettuale, evitando ogni forma di ambiguità, far capire, in modo inequivocabile, ai potenziali clienti i valori su cui si fonda l’azienda, i punti di forza così come quelli di debolezza, questo proprio per mostrare quanto di umano c’è nell’azienda stessa. A questo scopo è necessaria una comunicazione aperta, naturale e trasparente. In una strategia di marketing relazionale, basata sul modello H2H, è fondamentale adottare un tono di voce più umano, vivo, che non vuol dire necessariamente utilizzare modalità troppo amichevoli che si discostano dall’essenza dell’azienda,
che non sono adeguati al settore di riferimento o che possono risultare inopportune rispetto all’interlocutore. Bisogna ripensare alla comunicazione utilizzando toni più caldi, più vicini a chi ci rivolgiamo, evitando tecnicismi quando non sono necessari o slogan impersonali e inflazionati. È fondamentale, dunque, costruire un messaggio ad hoc e personalizzato, in base a chi ci ascolta, ai suoi interessi e ai suoi obiettivi: è su questi elementi che bisogna far leva per strutturare una comunicazione comprensibile ed efficace. Per fare questo il cliente va osservato, ascoltato, capito e definito come una persona reale con un’età, un’occupazione, degli hobby, delle passioni e un suo vissuto. Solo dopo avere tracciato il profilo del potenziale cliente in quanto essere umano, è possibile trovare un tono di voce che trasmetta l’emozione che loro desiderano provare, in modo tale da abbattere eventuali barriere, farli avvicinare, comunicando, a quel punto, il proprio sentire e non solo mostrandogli le specifiche di un prodotto. Bi-
sogna far capire, dunque, che la azienda è formata da persone in carne e ossa con emozioni, qualità e difetti. Questo nuovo metodo di fare marketing è meno invasivo e molto più stimolante per i clienti, perché vedono i valori dell’azienda uguali o simili ai propri e riescono, in questo modo, a cogliere lo sforzo da parte del fornitore di mostrarsi trasparente e di includerli nel suo ecosistema. Certo, più facile a dirsi che a farsi! Non è sempre così scontato riuscire a parlare la stessa lingua. A questo scopo, può essere utile avvalersi di supporti esterni in grado di aiutare le aziende a costruire il giusto canale di comunicazione con i potenziali clienti, attraverso lo sviluppo e la condivisione di contenuti, nei quali essi possano trovare un comune sentire, e attraverso la definizione di una modalità di dialogo che permetta di creare il giusto feeling tra le persone. Tutto questo viene reso possibile, appunto, per mezzo di un costante affiancamento nell’applicare i princìpi fondamentali della Comunicazione Hu-
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man–Centric, ovvero: ascolto attento, attraverso cui acquisire quante più informazioni possibili per comprendere meglio l’interlocutore; competenza, per poter offrire le risposte più adeguate ai bisogni del cliente e ai suoi “desiderata” e, quindi, empatia, ovvero la capacità di sapersi “mettere nei panni di chi ci sta di fronte”. Il cambiamento, nell’ambito del marketing, passa attraverso un salto in avanti, o, meglio, un riavvicinamento alle persone.
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La storia degli ultimi anni di MARCO MAIOCCHI
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Una riflessione per chi è convinto che sia un tema tecnologico; per chi non si è accorto della complessità e importanza di certe sfide.
Alcune osservazioni possono sembrare ovvie, ma solo in apparenza, a ben guardare il messaggio è diretto e di grande levatura. Forse è venuto il momento di affrontare la realtà (anche quella industriale, ma non solo) cominciando dai temi principali… e dalla gestione del secondo cigno nero.
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Un’economia ben avviata, col superamento delle crisi finanziarie del decennio precedente, poi la pandemia. Un cigno nero che irrompe nella vita di tutto il mondo e che produce, nell’ordine, paura, perdita di libertà, morte, disoccupazione, povertà. La risposta che il mondo si è dato è fatta di lock down, di smart working, di riduzione dei consumi, di stimolo alla produzione attraverso i debiti (come il PNRR). Ma tale stimolo ha sofferto della carenza di materie prime e di semilavorati. Due elementi hanno fortemente caratterizzato questo periodo: l’assenza di una struttura di politici capaci di dare una ri-
sposta operativa efficace (tanto da dover ricorrere a una figura che ricorda il dictator romano di antica fama), e il ruolo dei mass-media, capaci di cavalcare la paura per sostenere la loro informazione disinformata.
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La speranza del ritorno alla normalità e i progetti di ripresa hanno assistito a un secondo cigno nero: una guerra in Europa. Questo ha fatto toccare con mano un’ulteriore difficoltà: la dipendenza e il costo dell’energia. Un ulteriore problema per il sistema produttivo. Passerà anche questo, ma altri cigni neri si affacceranno, ogni volta diversi, imprevedibili e
imprevisti. Ma perché continuiamo a credere agli esperti? Guardiamoli dal punto di vista di un’impresa, cioè di un organismo che trasforma capitali, lavoro, energia, materie prime e semilavorati in prodotti e servizi, attraverso un’adeguata struttura produttiva e nel rispetto di vincoli di legge e di rispetto della società (come in figurandr per chi è interessato è un diagramma di IDEF - https:// en.wikipedia.org/wiki/IDEF):
LE DOMANDE DA PORSI SONO: Come possiamo proteggerci dalla caduta dei vari elementi in ingresso? Come possiamo adeguare la struttura produttiva a una minor dipendenza dagli elementi in ingresso? Come possiamo far sì che i vincoli di legge e di rispetto sociale non pesino sulla struttura produttiva?
Il contesto attuale Lo schema che descrive l’impresa non tiene conto che essa stessa fa parte della società, e in quanto tale la influenza e ne modifica comportamenti, bisogni, regole: la grande produzione e la continua innovazione sugli smart-phone ne fornisce un’evidenza. In altre parole, la nostra imprese determina la società. Allora un’altra domanda dev’essere formulata, a priori: Che tipo di società vogliamo? Potremmo discutere a lungo, ma certamente su un certo insieme di cose tutti sono d’accordo: vogliamo la pace, la salute, la salubrità ambientale, l’uguaglianza, il benessere, la libertà, … insomma, tutti quei diritti che, elencati nei vari livelli della piramide di Maslow, vengono proclamati nelle varie dichiarazioni che dal 1776 hanno arricchito e precisato il concetto di dignità dell’Uomo.
un aumento di sperequazione tra ricchi e poveri, al diffondersi di pratiche liberiste); oppure, sempre la libertà, che sottende la libertà di scegliere un sistema valoriale, determina differenze culturali che impediscono di condividere uno stesso sistema di leggi, e che minano spesso la pace. Tuttavia, chi governa un’impresa, conosce bene quali elementi sono desiderabili o inaccettabili da tutti. L’inquinamento è negativo, lo spreco è negativo, lo sfruttamento è negativo, e così via.
Non sempre quei diritti sono coerenti tra loro: ad esempio, la libertà, che sottende la libertà di agire (come una visione di economia liberista) non è detto sia coerente con l’uguaglianza (assistiamo anno per anno a
Ma oltre le cose da non fare ci sono anche quelle desiderabili; un’impresa può contribuire a migliorare la società: i prodotti e i servizi di un’impresa possono contribuire al miglioramento del benessere, della salute, della cultura di una persona, purché chi la guida abbia una coscienza etica, la stessa che lo spinge a inquinare meno di quanto gli impongano le leggi. E, poiché un’impresa è fatta di persone, è opportuno che una tale coscienza sia diffusa anche tra i dipendenti, che partecipino agli obiettivi aziendali come parte di un organismo cooperativo.
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QUALI DIREZIONI? Tre direzioni fondamentali: 1. La coesione sociale parte dal piccolo 2. Il miglioramento dei processi richiede automazione: l’Industry 4.0 3. La servitizzazione
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1. LA COESIONE SOCIALE PARTE DAL PICCOLO Un’impresa è un pezzo della società. Il dipendente non interessato al lavoro che svolge, non interessato all’andamento dell’azienda, non interessato alla soddisfazione del cliente, ma interessato solo allo stipendio di fine mese difficilmente farà crescere azienda e società (una volta si studiava alle elementari l’apologo di Menenio Agrippa). Il dipendente deve essere orgoglioso del proprio lavoro, deve avere senso di appartenenza, dev’essere adeguatamente remunerato, deve
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partecipare ai vantaggi dell’azienda ed essere consapevole della ricaduta che l’azienda ha sul territorio e sull’intera società. Non basta una buona remunerazione: ci dev’essere un’adeguata leadership ispiratrice, un insieme di valori condivisi per cui lavorare. Quanto più la crescita di un dipendente è crescita di persona (e non solo di remunerazione o grado) tanto più la sua prestazione sarà preziosa, la sua fedeltà sarà certa, il clima aziendale sarà piacevole, l’impresa sarà profittevole. Per tutti. Adriano Olivetti docet.
2. IL MIGLIORAMENTO DEI PROCESSI RICHIEDE AUTOMAZIONE: L’INDUSTRY 4.0 La digitalizzazione dei processi produttivi e dei servizi correlati e l’integrazione di tutto ciò con i processi del mondo esterno aumenta l’efficienza, riduce i costi, riduce gli sprechi, migliora l’ambiente. Non c’è bisogno di dire di più: sono cose ormai note e verificate.
3. LA SERVITIZZAZIONE L’automobile che inquina meno è quella che ho già. Farne una nuova impatta sull’ambiente infinitamente di più. Ma si confonde la produzione con la crescita del PIL: non sempre più fatturato vuol dire più margini. Trasformare il prodotto in servizio ha come conseguenze: » allungare la vita dei prodotti, quindi produrre meno, fatturare meno ma avere più margini se fatto in maniera smart; » produrre meno e quindi usare meno materie prime, con impatti positivi sullo sfruttamento dell’ambiente e sull’inquinamento da dismissione e smaltimento; » usare meno energia; » avere un costante controllo, e quindi aumentare la conoscenza dei prodotti per il loro miglioramento successivo (la proprietà rimane del fornitore, non dell’utilizzatore).
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INFINE…LA SCUOLA
(la pubblica istruzione) In Italia un insegnante delle scuole elementari ha una retribuzione annua, dopo 15 anni di carriera, di circa 24.000 euro lordi. A parità di potere d’acquisto, l’omologo tedesco ne riceve 43.000, uno svizzero 51.000 e un lussemburghese 67.000. Per le scuole superiori si passa a 44.000 per l’Italia, rispetto agli 88.000 per la Germania. Negli ultimi trent’anni, grazie a mirate riforme della scuola e a una politica depressiva della retribuzione dei docenti, la scuola italiana ha ridotto la sua capacità di generare persone coin capacità critica adeguata (il 30% della popolazione italiana è analfabeta funzionale).
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L’agenda 2030 ONU per lo Sviluppo Sostenibile presenta l’Obiettivo n. 4 per un’istruzione di qualità. Ma punta auna formazione che garantisca lavoro e produttività. La cultura (cioè la conoscenza corredata degli strumenti e delle capacità critiche di valutazione e di responsabilità di decisione) non sembra essere un obiettivo per nessuno. Così, entro il 2030 possiamo sperare di avere persone finalmente capaci di portare avanti quei lavori che nel frattempo la tecnologia avrà fatto scomparire. Quello che serve non è istruzione, è cultura, nel senso detto sopra.
Un’inversione di tendenza che selezioni le competenze migliori per creare una buona scuola permetterebbe di avere buoni insegnanti nello spazio di una generazione, e quindi validi cittadini nello spazio di due generazioni.
Se non ci pensano le istituzioni non possiamo fare altro che invitare gli imprenditori a farlo: nella scelta delle politiche del personale e nella scelta della partecipazione dello stesso alla costruzione di una società veramente democratica (cioè dove non è il potere decisionale che viene distribuito, ma la capacità di comprendere e valutare, che sta alla base delle decisioni).
Questa è solo una spia di quanto riteniamo si debba investire sul futuro.
Che fare… primo passo CAPIRE! Il resto, se coerenti, avviene dopo.
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La formazione sviluppa la capacità di competere.
La formazione sul campo ottimizza le potenzialità e le competenze delle persone per migliorare la condivisione degli obiettivi aziendali.
Corsi e percorsi sono basati sulle Mappe Mentali* personalizzati in base alle esigenze e strutturati in funzione degli obiettivi.
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