Nd febbraio 2015

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DIFFUSIONE STRAORDINARIA

NOIDONNE MARZO 2015

Fai del tuo otto marzo un giorno di impegno a favore delle donne Listino vendita copie noidonne 2015

FEBBRAIO 2015

A MANO LIBERA

inserto speciale SCRIVONO LE DETENUTE DEL CARCERE FEMMINILE DI REBIBBIA

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LIBER* DI SCEGLIERE

IDO

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prezzo sostenitore 3,00 euro Anno 70 - n.02

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ND_CV_febbraio 2015.indd 2-3

ISSN 0029-0920

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FAI VIVERE QUESTO GIORNALE ND_CV_febbraio 2015.indd 4-5

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Febbraio 2015

DELFINA

di Cristina Gentile

UN PENSIERO DI SOLIDARIETà PER IL GIORNALE FRANCESE DI SATIRA CHARLIE HEBDO E PER TUTTE LE VITTIME DEI TERRORISTI ISLAMICI A PARIGI. NOIDONNE È CONTRO GLI INTEGRALISMI E LA VIOLENZA, È CONTRO I FANATISMI DI OGNI TIPO, CHE SONO SEMPRE NEMICI DELLE DONNE. NOIDONNE È PER LA LIBERTà, PER L’ACCOGLIENZA, PER IL DIALOGO, PER I DIRITTI, PER LA LAICITA’. NOIDONNE È PER LA LOTTA POLITICA NELLA DEMOCRAZIA, NEL RISPETTO DELLE PERSONE E DELLE DIFFERENZE.

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www.noidonne.org

SOMMARIO

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13 Quando si dice Queer di Marta Mariani

03 / EDITORIALE di Tiziana Bartolini

14 L’archivio delle culture Queer Intervista a Giulia Casalini di Silvia Vaccaro

04 Archiviare esperienze L’ultimo numero di Via Dogana di Giancarla Codrignani 06 Papa Bergoglio e il riformismo di Stefania Friggeri

8/9 BIOETICA Rianimazione neonatale e dilemmi etici di Raffaele Prodomo

10/17 FOCUS/ LIBER* DI SCEGLIERE 10 Il peso della discriminazione Interviste a Antonio Rotelli (Rete Lenford) e Giuseppina La Delfa (Famiglie Arcobaleno) di Marta Mariani

16 I queerstudies e l’Università Intervista a Angela Balzano di Marta Facchini

18 Well_B_Lab*/LGBT: i diritti civili passano anche per l’economia di Giovanna Badalassi 20 Donne in Campo/ Liguria Intervista a Barbara Fidanza di Tiziana Bartolini

21/28 A MANO LIBERA INSERTO SPECIALE SCRITTO DALLE DETENUTE DEL CARCERE FEMMINILE DI REBIBBIA (Roma)

Mensile di politica, cultura e attualità fondato nel 1944

Direttora Tiziana Bartolini

Anno 70 - numero 02 Febbraio 2015

Editore Cooperativa Libera Stampa a.r.l. Via della Lungara, 19 - 00165 Roma

Autorizzazione Tribunale di Roma n°360 del Registro della Stampa 18/03/1949 Poste Italiane S.p.A. Spedizione abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. In L.27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 DCB Roma prezzo sostenitore €3.00 euro Filiale di Roma

Stampa ADG PRINT s.r.l. Via Delle Viti, 1 00041 Pavona di Albano Laziale tel. 06 45557641

La testata fruisce dei contributi di cui alla legge n.250 del 7/8/90

SUPERVISION lisa Serra - terragaia.elisa@gmail.com E Abbonamenti Rinaldo - mob. 338 9452935 redazione@noidonne.org

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30 Neo-Repubbliche del Donbass/ Le ‘nuove’ regole: Dio, Patria e famiglia di Cristina Carpinelli

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32 Egitto / I diritti negati agli omosessuali di Zenab Ataalla

34/43 APPRODI

18/20 JOB&JOB

12 Queer e il femminismo delle alleanze Intervista Rachele Borghi di Silvia Vaccaro

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30 /33 MONDI

01 / DELFINA di Cristina Gentile

4/7 ATTUALITà

FEBBRAIO 2015 RUBRICHE

34 LIBRI Irriverenti e libere/ Barbara Bonomi Romagnoli Creatrici di storia/ A. Appari - E. Salvini Strani frutti/ Alma Daddario Frustando l’acqua/ P.Lanzalaco - F.Bianchi 35 Marea compie venti anni di Monica Lanfranco 36 Sassuolo (Mo)/ Il museo Splash e l’arte entra a scuola di Graziella Bertani 38 Rubiera (RE)/Il teatro over size con Roberta Torre di Mirella Mascellino

amiche e amici del progetto noidonne

Clara Sereni Michele Serra Nicola Tranfaglia

Laura Balbo Luisella Battaglia Francesca Brezzi Rita Capponi Giancarla Codrignani Maria Rosa Cutrufelli Anna Finocchiaro Carlo Flamigni Umberto Galimberti Lilli Gruber Ela Mascia Elena Marinucci Luisa Morgantini Elena Paciotti Marina Piazza Marisa Rodano Gianna Schelotto

Ringraziamo chi ha già aderito al nuovo progetto, continuiamo ad accogliere adesioni e lavoriamo per delineare una sua più formale definizione L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o cancellazione contattando la redazione di noidonne (redazione@noidonne.org). Le informazioni custodite nell’archivio non saranno né comunicate né diffuse e verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati il giornale ed eventuali vantaggiose proposte commerciali correlate. (L.196/03)

40 Beverly Pepper a Roma Materia e forma di Flavia Matitti 42 Mommy/Xavier Dolan Pride/Matthew Warchus Assenzio/Maria Inversi di Elisabetta Colla 46 Cattedrali di verde/ Roberta Parenti Castelli di Giancarla Codrignani

ringraziamo le amiche e gli amici che generosamente questo mese hanno collaborato

Daniela Angelucci Zenab Ataalla Giovanna Badalassi Bruna Baldassarre Tiziana Bartolini Luca Benassi Graziella Bertani Barbara Bruni Cristina Carpinelli Giancarla Codrignani Elisabetta Colla

Viola Conti Marta Facchini Stefania Friggeri Cristina Gentile Camilla Ghedini Michele Grandolfo Monica Lanfranco Marta Mariani Mirella Mascellino Flavia Matitti Cristina Melchiorri Simona Napolitani Paola Ortensi Raffaele Prodomo Silvia Vaccaro

05 Versione Santippe di Camilla Ghedini 07 Salute BeneComune di Michele Grandolfo 09 Il filo verde di Barbara Bruni 19 Strategie private di Cristina Melchiorri 29 Life Coaching di Catia Iori 44 Leggere l’albero di Bruna Baldassarre 44 Donne&Consumi di Viola Conti 45 Spigolando di Paola Ortensi 46 Famiglia, sentiamo l’avvocata di Simona Napolitani 47 L’oroscopo di Zoe 48 Poesia Gerardina Rainone Il pentagramma della parola di Luca Benassi

Con i contributi straordinari di Assunta, Barbara, Cinzia, Franca, Laura, Loredana, Lucia, Sylvie dal carcere femminile di Rebibbia (Roma) LA FOTO DI COPERTINA È DI MARTA FACCHINI

‘noidonne’ è disponibile nelle librerie Feltrinelli ANCONA - Corso Garibaldi, 35 • BARI - Via Melo da Bari 117-119 • BOLOGNA - Piazza Galvani, 1/h • BOLOGNA - Piazza Porta Ravegnana, 1• FIRENZE - Via dei Cerretani, 30-32/r MILANO - Via Manzoni, 12 • MILANO - Corso Buenos Aires, 33 • MILANO - Via Ugo Foscolo, 1-3 • NAPOLI - Via Santa Caterina a Chiaia, 23 • PARMA - Via della Repubblica, 2 PERUGIA - Corso Vannucci, 78 - 82 • ROMA - Centro Com.le - Galleria Colonna 31-35 • ROMA - Via Vittorio E. Orlando, 78-81 • TORINO - Piazza Castello, 19


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CONOSCENZA E CAMBIAMENTI

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n numero importante, questo di febbraio, particolarmente denso di contenuti e che si tiene sul filo della parola cambiamenti. L’inserto speciale con le testimonianze vive, dolenti, affascinanti - delle detenute del carcere femminile di Rebibbia si è composto nelle settimane, per mesi, man mano che le barriere cadevano lasciando affiorare lievemente il peso di esperienze tragiche. Vorremmo amplificare queste ‘voci di dentro’ per rintracciare un possibile sentire comune con il ‘fuori’, superando il noi e il voi. Porgiamo le loro parole e speriamo nell’onda di ritorno per innescare dialoghi e scambi. Per generare ricchezza e superare diffidenze. Anche le giovani donne che hanno proposto e scritto il focus di questo mese ci conducono in una dimensione diversa, possibile e già esistente, in cui le relazioni tra umani muovono da premesse da conoscere e sperimentare. Le famiglie arcobaleno e la cultura queer si battono per essere Liber* di scegliere e ci sollecitano ad aprirci al cambiamento. Ci chiedono di assumere la ricerca come dimensione costante del vivere, per non cedere alle paure che gli scenari sconosciuti suscitano se non ci si dispone all’accoglienza senza pregiudizi. E noi ci siamo affidate, lasciando che le giovani andassero a mano libera - come le detenute nell’inserto speciale - affinché il viaggio nelle nuove percezioni e definizioni del genere e dell’identità sessuale potesse essere autenticamente e fino in fondo di conoscenza. Se vogliamo cambiare il mondo - e sappiamo che va cambiato - bisogna iniziare dal porgere noi stesse in modo diverso nel mondo così da poter osservare da altre prospettive tutto quello che può aiutare la convivenza delle differenze. Sperando in un governo che attinga linfa da una nuova egemonia culturale. Positiva e femminile. Tiziana Bartolini

NOIDONNE

INCONTRA LE SUE LETTRICI

Conosciamoci di più, miglioriamo insieme la nostra rivista L’informazione è attraversata da crisi e insieme da profondi cambiamenti nelle tecniche e nei linguaggi. Tutto questo, al momento, non garantisce un sistema mediatico più democratico e trasparente. Infatti anche la più moderna informazione continua a non parlare correttamente delle donne. Per questo NOIDONNE intende continuare ad essere una presenza attiva nel mondo dei media, portando una visione di genere, dando parola e visibilità alle donne. NOIDONNE è già multimediale (carta, web, video, social), nonostante non sia un’impresa facile per chi non ha risorse da investire. Rispondiamo alle difficoltà economiche aumentando l’entusiasmo e l’ingegno, accettando la sfida del cambiamento. Quindi eccoci a chiederti di essere al nostro fianco, sostenendoci con gli abbonamenti, collaborando e dialogando per costruire una rete di amiche di questo antico e sempre nuovo giornale. Rispondere al questionario che trovi in home page nel nostro sito www.noidonne.org sarà un primo passo per incontrarci: le indicazioni che emergeranno ci permetteranno di porre le basi per quello che immaginiamo come un rinnovato cammino. Insieme a te, insieme alle donne e per loro conto. Ti basterà qualche minuto. E per ringraziarti della disponibilità riceverai via mail un omaggio molto speciale:

IL PRIMO NUMERO DI NOI DONNE DEL LUGLIO 1944!

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ARCHIVIARE ESPERIENZE di Giancarla Codrignani RENZI DIREBBE “ROTTAMARE”. UN CONTESTO FEMMINILE PREFERIRÀ “ARCHIVIARE”. QUESTIONE DI STILE? NON SOLO: I ROTTAMI SONO PRODOTTI RESIDUALI NON PIÙ UTILIZZABILI PERCHÉ PRIVI DI CONTENUTO. GLI ARCHIVI INVECE SONO BELLI, PERCHÉ FANNO LA STORIA. E, siccome la memoria senza supporti non va lontano, dagli archivi si può anche ripartire, se è vero che molto del femminismo è cresciuto con le ricerche delle storiche. Luisa Muraro ha “archiviato”, dopo 25 anni, Via Dogana. La sua esigenza - dice - è “fare vuoto, fare silenzio”. Forse in attesa che le idee nuove maturino il frutto, aspettativa un po’ peregrina per un femminismo che non è nato ieri, ma che è rimasto elitario se non ha sfondato nemmeno i poteri della comunicazione diffusa. Di fatto costituisce problema il disconoscimento del femminismo delle nostre antiche scuole di pensiero che giustamente Muraro riconduce agli anni Sessanta del secolo scorso . Poiché tutte abbiamo imparato qualcosa dai 111 numeri della rivista, vale la pena

non solo di prendere atto della chiusura, ma di fare qualche osservazione di merito, indipendentemente dalla storia milanese. Muraro, nel numero di settembre, sosteneva che il femminismo è nato “in posizione di rottura, senza collocarsi né a destra né a sinistra, né sopra né sotto. Altrove”. Tuttavia aggiungeva che, essendo allora “il paesaggio politico molto diverso da ora,…. il tramonto del comunismo ha privato il femminismo radicale di un tratto non dico unificante ma collegante con il suo più grande intorno storico e culturale. Un altrove non è un’alterità assoluta, ha dei termini di confronto. Con il tramonto della costellazione comunista alcuni di questi termini sono spariti”. Ma perché mai molte di noi sono state sedotte da ideologie che non ci comprendevano, anche se, nei limiti della contingenza storica, “tenevamo” (e teniamo) per la sinistra e non per la destra? Quale realizzazione socialista o socialdemocratica ha mai realizzato - a parte l’impegno emancipatorio - la differenza di genere? Dall’ Urss dove la donna poteva bitumare le strade senza avere la parità nel governo e nel partito, agli Usa dove è stato ripudiato democratica-

LA DIFFERENZA TRA ROTTAMARE E ARCHIVIARE. L’ULTIMO NUMERO DI VIA DOGANA. IL RUOLO (POTENZIALE) DELLE DONNE PER COSTRUIRE UN NUOVO SISTEMA ECONOMICO E DI VALORI mente l’emendamento che introduceva la parità nella Costituzione? L’ho detto un’infinità di volte: le donne hanno, almeno potenzialmente, una cultura “altra”, che il femminismo ha indicato come via maestra per rompere le catene più resistenti, a partire delle relazioni amorevoli, famiglia e maternità comprese. Come femministe abbiamo cercato di analizzare il gender, anche senza preoccuparci di realizzarlo cercando collegamenti e intese con altre “differenze” europee e internazionali. Quando l’ultimo numero di Via Dogana indica il Malì per dire che “le donne sono ovunque”, constata solo che ne siamo informate, non facciamo con loro relazione e tanto meno sistema (senza colpa: l’impresa è ancora troppo costosa, anche se varrebbe la pena di provarci). Anche in Italia, come cittadine abbiamo scelto e praticato partiti e programmi di sinistra, senza renderci conto che quello che davamo a noi stesse di libertà ci veniva sottratto dal considerare un nostro vantaggio l’affidamento alle parti progressiste. L’affidamento è di per sé un imbroglio e il modello resta Pigmalione anche fra donne: in politica, vale solo per l’indubbio effetto sugli immaginari vedere donne a tutti i livelli di potere. La Boschi non può pensare di far partire le riforme costituzionali dall’art. 37 che attribuisce solo alla lavoratrice l’”essenziale funzione familiare”. Infatti non lo farebbe nemmeno Muraro: non solo le ragazze non ne capirebbero la necessità (ci sfugge sempre che il pensiero femminista non è “pensiero comune” di tutte); soprattutto sarebbe, oggi, una mossa perdente.


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Quindi sarà bene continuare - cara Muraro, il silenzio non va bene in un tempo di forti urgenze - a tentare di costruire contributi di pensiero politico indipendente, proprio del nostro genere. Le donne non sono meno aggressive dei maschi; ma in una stagione in cui, con l’aiuto della crisi (un altro tema su cui avremmo da dire la nostra), i conflitti si fanno sempre più minacciosi possono far valere la prevenzione. Se piace la politica tradizionale, un’ipotesi di lavoro non è solo “entrarci”. Finché negli Statuti e nei programmi le donne saranno un paragrafo o un capitolo specifici, si partecipa senza illusioni. Nilde Iotti e Tina Anselmi sono lì a dimostrare che nemmeno un governo di sei uomini e sei donne (già diventate cinque alla prima che è passata ad altro incarico) potrà mai essere a beneficio degli interessi femminili; a meno che le iscritte non impongano i loro progetti. Infatti non è vero che, come commenta Lia Cigarini, la distanza dalle donne di oggi sia sentita perché “siamo andate troppo avanti”. Le italiane saranno andate avanti nella teoria; certamente non nella costruzione di unità solidale di donne per correggere la qualità del potere, che è sempre quello del padre, anche se a Milano si è favoleggiata una narcisistica fine del patriarcato. L’autorità, soprattutto se autoreferenziale, non dà potere nemmeno agli uomini migliori, sempre oscurati se scomodi. Le donne sono per ora compatibili se o omologate o sottomesse: fanno paura se minacciano di stravolgere “questa” concezione del potere. Passano a formare opinione cose non vere: è dubbio che se le donne lavorassero paritariamente si alzerebbe il Pil. È vero invece che le donne sarebbero l’alleato migliore per transitare da un sistema finalizzato a produrre merci per il mercato ad uno finalizzato a produrre servizi per il benessere umano, degli uomini e delle donne, dei paesi occidentali, orientali, africani del nord e del sud. Bisognerà farsi un poco dissociate: continuare a non scoraggiarci del mondo così com’è per sostenere la libertà democratica, ma spostare almeno nel pensiero le frontiere del “genere”. b

di Camilla Ghedini

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lla paura di invecchiare, e di imbruttire, non si può sfuggire, inutile raccontarsela. Non c’è cultura, indipendenza intellettuale, emancipazione che possa imporre allo specchio di restituirci, insieme all’immagine, le parole giuste per ‘sopportarla’. Si può decidere di non sottoporsi al botulino, di non sacrificarsi in inutili diete, di vestirsi in maniera consona al decennio di appartenenza, ma dichiarare di non soffrirci è una bugia. Io me ne sono resa conto l’altro giorno. Nell’arco di poche ore sono stata immortalata in due foto. Ero a due distinti eventi lavorativi, nello specifico presentavo due libri e altrettanti scrittori. Premesso che ero vestita uguale, essendo passata da un appuntamento all’altro, nello scatto delle 19 ero sorridente e con l’occhio vispo. In quello delle 23, ero sempre sorridente ma con l’occhio meno

arma a nostra disposizione è non diventare ridicole. Questa è la superiorità intellettuale, l’emancipazione, ma soprattutto l’amor proprio. Pensando alle mie foto mi sono resa conto che essere bella per la propria età non è poi tanto male. Però voglio continuare ad esserlo perché un pezzo di me l’ho perso. In che senso? Stupidamente, essendo stata per molto tempo energica, magra e sportiva, non ho contemplato la possibilità che a un certo punto, a partire da un giorno X, tutto sarebbe cambiato. Non ho pensato che non indossare certi jeans o colori, non sarebbe stata più una scelta, ma una necessità. Ecco perché da oggi in poi cercherò di volermi bene…nonostante io non sia più quella di un anno fa. Nonostante un chirurgo plastico, vedendomi, mi farebbe notare pieghe intorno agli occhi e alle labbra. Nonostante io non porti più la taglia 40. No-

PAURA DI INVECCHIARE vispo e la pelle ‘cadente’. E non sono mica balle ed esagerazioni! Tant’è che tutto intorno mi parla a ‘tema’. Oggi, che è domenica, ho guardato in tv Two Mother, storia di due signore over che si innamorano di due ragazzi che hanno l’età dei figli (film da vedere). Poi, accendo il pc, trovo una mail con domande/intervista di una collega blogger che mi chiede perché a una certa età gli uomini perdono la testa. E io le rispondo che non sono solo gli uomini a perdere la testa, ma anche le donne, perché con l’età subentra l’insicurezza, il timore di perdere il proprio appeal, di non essere più desiderabili. Ora, alzi la mano chi è contenta di vedere che sul proprio mento crescono i peli neri, che la ritenzione idrica va formandosi sulle braccia oltre che sulle gambe, che la tintura dal parrucchiere è diventata un costo fisso! Nessuno. Anzi, nessuna! Perché invecchiare altera molti equilibri. Allora l’unica

nostante un giovane oggi non mi filerebbe più. L’obiettivo è riconoscersi ricordandosi che il nostro viso rivela la nostra storia. È chiedersi, partendo dal proprio corpo, se abbiamo vissuto davvero la nostra vita. Non dimenticare mai che c’è un tempo per ogni cosa, che spesso non torna. Ma l’apprensione, nell’invecchiare, è legittima e sacrosanta. E il fuori, in questa ottica, vale da termometro per ‘misurare’ i rimpianti. Mia nonna Bettina ha 94 anni, cammina a fatica, è piccola e fragile come la porcellana, ma sorridente e rugosa. La sua pelle parla d’amore, di quello ricevuto e di quello dato. Racconta che un tempo era così forte e veloce nei movimenti che la chiamavano “Il Fulmine”. Ma lei, che l’esistenza l’ha vissuta appieno, non ha paura, neppure di andarsene. Perché, dice, ‘sono stata felice e fortunata’. E per me mia nonna è la signora più bella del mondo!

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Se un papa è (solo) riformista di Stefania Friggeri

Promotore di un’identità cristiana che ha senso solo nella relazione, papa Bergoglio mette in crisi le certezze La denuncia di papa Francesco delle condizioni drammatiche in cui vivono milioni di esseri umani non rappresenta una novità dottrinaria: la “Centesimus annus” di Woityla richiamava con durezza i potenti della terra a soccorrere le popolazioni del Terzo mondo, e papa Ratzinger nella “Caritas in veritate” si era espresso sul bisogno di coniugare la carità con “la verità di un giusto vivere sociale”. Ma con Bergoglio se non cambiano le parole, cambia la musica. Come è apparso evidente anche dalla lettura dell’ “Evangelii Gaudium”, il manifesto programmatico del suo pontificato. Quando ad ottobre si sono riuniti in Vaticano i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo mettendo insieme esperienze laiche e religiose, il “Fatto quotidiano” del giorno 20 ha titolato: “Zapatisti, marxisti e indignados tutti dal papa: “Amo i deboli” (e sotto:) In Vaticano i movimenti mondiali terreno una volta arato dalla sinistra.” Ma Bergoglio, sia a chi lo temeva come un rivoluzionario sia a chi lo voleva arruolare come un ribelle, ebbe a dichiarare: “non sono un comunista”; e rivendicò con fermezza la sua fedeltà al messaggio evangelico: “I poveri sono al centro del Vangelo di Gesù”. E la voce dei poveri è risuonata forte in Vaticano dove, come in una Porto Alegre romana, si sono ritrovati per dibattere in un orizzonte planetario i rappresentanti di ideologie e pratiche le più diverse: dai cartoneros argentini agli steelworkes statunitensi, dai campesinos agli affiliati del Leoncavallo, dai sem terra brasiliani ai cubani del centro Martin Luter King, dai sostenitori della causa palestinese ai Riciclatori del Sudamerica e così via. Il presidente Evo Morales ha proposto di “uscire fuori dal capitalismo” ed ha firmato convinto l’appello in favore della Ri-Maflow, la fabbrica recuperata dai lavoratori di Milano, un’operazione straordinaria che nel settore agricolo

ha investito anche la cascina Mondeggi e la fattoria Genuino Clandestino. Il tema dell’incontro si può sintetizzare i tre punti: lavoro, terra, casa; tre soggetti su cui papa Francesco si è espresso con “parole che non rimandano ad un al di là, ma a questo mondo e a questa vita” (Revelli). Sul lavoro il papa ha detto: “Non esiste peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro”. Parlando della terra, nel duplice significato di ambiente e di suolo lavorato dai contadini, Bergoglio ha detto che occorre combattere “lo sradicamento di tanti fratelli contadini” causato dall’avidità del denaro, germe nefasto della deforestazione, dell’accaparramento delle terre e dell’acqua, dell’uso di pesticidi non appropriati. Sulla casa, dopo aver dichiarato che un’abitazione adeguatamente attrezzata è un diritto, ha promosso un modello dell’abitare ispirato alla solidarietà, a pensare ed agire in termini di comunità: “lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito, ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato... Odorate di quartiere, di popolo, di lotta … Non si può affrontare


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lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati ed inoffensivi”. L’iniziativa di Bergoglio di appoggiare chi sta sperimentando processi economici alternativi al capitalismo, offrendo una sponda a realtà che fino a ieri guardavano a sinistra, se da un alto crea la speranza di poter contare sull’influenza della chiesa perché movimenti organizzati dal basso possano coinvolgere le strutture di governo, dall’altro crea sconcerto e confusione in molti fedeli e religiosi. Ma un papa anche solo schiettamente riformista, non rivoluzionario, spaventa molti di quelli che stanno in alto (nella Curia e non solo) e preferiscono ignorare lo “scisma sommerso”che ha svuotato le chiese. Forse si illudono di poterlo affrontare riproponendo ai fedeli il modello agostiniano, ma Vito Mancuso li avverte con queste parole: “S. Agostino diceva che non avrebbe potuto credere al vangelo se non l’avesse spinto l’autorità della chiesa cattolica … Oggi questo modello sta morendo, l’epoca della fede dogmatico-ecclesiastica che implica l’accettazione di una dottrina e di un’autorità è ormai alla fine”. E a chi teme che le riforme di Francesco possano inquinare l’identità cristiana, il teologo replica così: “l’identità cristiana … è ‘essere per’, prende senso solo nella relazione, così come il sale ha senso solo in relazione al cibo e il lievito alla farina … Il cristianesimo vive della logica della relazione con l’alterità e tale logica lo spinge inevitabilmente verso la riforma”. Quanto sia importante la prassi della relazione per la chiesa cattolica papa Francesco l’ha ripetuto anche a maggio aprendo i lavori alla C.E.I, dove ha sottolineato l’esigenza che i vescovi non si fermino al piano “pur nobile” delle idee, ma sappiano entrare nella realtà con gesti concreti, offrendo un contributo ai derelitti affinché trovino una via d’uscita dalla situazione che li tormenta. Che vuol dire: creare intorno a sé una comunità, valorizzare anche il ruolo dei laici, delle donne e dei giovani, mettersi di fronte all’umanità sofferente nella sola veste di discepoli di Cristo. Ma il suo richiamo alla “eloquenza dei gesti” che testimoniano la rinuncia alla pompa, al potere, all’autismo, unito all’elenco degli errori di cui i pastori sono chiamati ad emendarsi, ha messo in evidenza la dissonanza tra Bergoglio e una parte dei vescovi italiani. Che gli rimproverano semplicismo, demagogia e scarsa profondità teologica. Parecchi si sono rifugiati in un attendismo prudente, altri, ma pochi, sono apertamente critici, anche perché oggi la popolarità di papa Francesco è tale che molti conservatori non si permettono di attaccarlo in modo manifesto e preferiscono rimanere inerti e passivi in attesa di tempi migliori. Forse non conoscono o non ricordano le parole di un giovane che il cardinal Martini ha riferito nelle sue “Conversazioni notturne a Gerusalemme” : “Non so che farmene della fede. Non ho nulla in contrario, ma cosa dovrebbe darmi la Chiesa?”. b

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LEZIONE DI OSTETRICIA “posso visitarla?” “perché?” Inizio di un dialogo tra una ginecologa, Maita, volontaria della Fondazione Rava, a bordo della nave Etna in perlustrazione nel Mediterraneo nei giorni precedenti il Natale per il recupero dei profughi e una donna nigeriana di ventotto anni a termine di gravidanza (da lei stessa comunicato ai soccorritori) che era stata da poco recuperata assieme a un’altra figlia e altri naufraghi che erano a bordo di un gommone in balia dei marosi. Quel “perché” lascia per un momento interdetta la professionista, peraltro esperta nella comunicazione accogliente con lunga ed eccellente esperienza (che posso testimoniare di persona) di attività consultoriale, anche con donne immigrate. “così potrei aiutarla a riconoscere quando spingere”, aggiunge con dolcezza la volontaria. La replica, asciutta, “io spingo quando lui spinge!” La madre e la persona che nasce sono competenti nella fisiologia e non debbono essere disturbate. Anche nella situazione di emergenza. Chi arriva ad attraversare il Mediterraneo, su imbarcazioni di fortuna, accettando la sfida mortale, ha passato per molti mesi, se non anni, le vicissitudini più tremende. Sono persone forti. Considerarle fragili è quantomeno superficiale. I volontari sono costretti ad indossare ridicoli vestimenti per il rischio di infezioni. Se ci fossero, quelle serie, li avrebbero fatti fuori molto prima di arrivare a vedere il mare libico, quei profughi. I motivi dell’emigrazione sono noti: la perdita di speranza di sopravvivenza dignitosa nei luoghi in cui sono nati ed hanno vissuto, a causa delle guerre e delle devastazioni promosse e sostenute dalle potenze occidentali, per poter proseguire la rapina delle materie prime, soprattutto quelle necessarie per lo sviluppo tecnologico. Qualunque assetto sociale viene distrutto così come le reti di sostegno, a partire da quelle sanitarie. La lezione di ostetricia diviene lezione di vita: la consapevolezza della propria competenza e delle competenze in relazione sono la base di partenza per una vita sociale dignitosa. La competenza a nascere e far nascere è il fondamento di tutte le competenze, vanno difese e denunciate come forma di violenza tutte le azioni che tendono a mortificarle. In primis, lo facciano le donne che hanno vissuto l’esperienza del percorso della nascita associandosi nei gruppi di autoaiuto e prendendo la parola. A denunciare tutte le forme di mortificazione delle competenze in gravidanza, al parto e in puerperio. A denunciare come incompetenti tutti coloro che mortificano le competenze e, pertanto, non meritevoli delle retribuzioni che provengono dalle tasse. A denunciarli come colpevoli per i danni iatrogeni procurati a breve, media e lunga distanza a causa dell’inibizione dell’espressione di competenze.


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Raffaele Prodomo Istituto Italiano di Bioetica www.istitutobioetica.org

RIANIMAZIONE NEONATALE e dilemmi etici

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potenti mezzi tecnologici oggi disponibili nel campo della rianimazione pediatrica pongono acuti dilemmi etici in molte situazioni in cui la rianimazione si presenta come un vero e proprio accanimento terapeutico. Si pensi a quelle malformazioni gravi incompatibili con la sopravvivenza o più semplicemente ai nati prematuri. Un esempio della prima evenienza è dato dal cosiddetto caso “Davide”. Davide è un neonato pugliese nato qualche anno fa con una grave malformazione, la totale assenza dei reni, denominata sindrome di Potter. Per questa malattia non esistono cure efficaci e la morte è inevitabile dopo pochi giorni dalla nascita. Appena nato i medici proposero di iniziare la dialisi peritoneale,

figura in campo bioetico una tecnica di sostituzione (ad esempio la ridicola della funzione renale che, IN MOLTE affermazione di un partuttavia, avrebbe solo SITUAZIONI LA RIANIMAZIONE lamentare cattolico di dilazionato l’esito faNEONATALE centro-destra che tale. A fronte della SI PRESENTA Davide avrebbe porichiesta dei genitoCOME UN VERO tuto essere trapianri di avere un minimo E PROPRIO tato e avere una vita di tempo per riflettere ACCANIMENTO TERAPEUTICO normale!). sull’opportunità o meno Se le gravi malformazioni di tale terapia, i medici sono evento fortunatameninoltrarono istanza al Tribute raro, altre situazioni più frequennale dei minori ottenendo la sospentemente si presentano a sfidare la sione della patria potestà e l’autorizzacoscienza morale collettiva: il riferizione del giudice alla dialisi. mento va alle tante nascite premature Davide morì dopo pochi giorni, nonodi bambini per il resto sani e normostante la dialisi. conformati. Qui il problema è dato Durante la fase del contenzioso legale dall’immaturità del neonato venuto la storia ebbe un grande impatto meal mondo troppo in anticipo e non in diatico con prese di posizione contrapgrado di sopravvivere da solo se non poste. Resta l’amara considerazione con l’ausilio della rianimazione neonache forse una più attenta valutazione tale. Il problema è posto dal delle evidenze scientifiche fatto che fare sopravvivere disponibili, attestanti l’inquesti neonati pretercurabilità della malforPER GARANTIRE mine non è sempre un mazione per la quale PROGRESSO E RISPETTO buon affare, il prezzo non è praticabile il DELLA DIGNITÀ UMANA della sopravvivenza trapianto renale (raOCCORRE PREVEDERE UN gion per cui la dialisi CANALE SPERIMENTALE PER I è spesso quello di NEONATI AL LIMITE DELLA subire danni neuroperitoneale diventa TRATTABILITÀ logici che comportaun mero e precario no invalidità gravi di tipo prolungamento del promotorio o psichico. Consci cesso del morire) avrebbe della questione i neonatoloconsentito di evitare una gi hanno cercato la soluzione in linee serie di spiacevoli conseguenze: ai guida che propongano limiti precisi alla genitori un trauma ulteriore, a Davide rianimazione indiscriminata di neonati l’inutile sofferenza in rianimazione e a in qualunque epoca gestazionale, inmolti politici italiani l’ennesima brutta


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Il filo verde contestualmente, il rispetto della didicando un discrimine tra terapia corgnità umana è quello di prevedere un retta e accanimento terapeutico. La canale sperimentale per i neonati al licosiddetta Carta di Firenze, ad esemmite della trattabilità. In questo modo pio, proponeva di trattare sempre tutla rianimazione di neonati prima della ti i neonati a partire dalla 25° settima22° settimana che, se proposta come na di gestazione, non trattare nessun terapia ordinaria, sarebbe senz’altro neonato prima della 22° settimana, e un accanimento terapeutico, potrebdecidere caso per caso nella zona gribe essere un trattamento sperimengia intermedia tra la 22° e la 25° settitale eticamente accettabile per un mana. Il criterio cronologico proposto gruppo selezionato di neonati, al quale non è ovviamente arbitrario ma trova verrebbero offerte tutte le garanzie di giustificazione nella rilevazione statiuna corretta ricerca clinica. stica che associa al trattamento nelle In altre parole, il canale sperimentale varie epoche gestazionali un numero consentirebbe di trasformare l’accanisempre più ampio di danni neurologici mento terapeutico di oggi in una terasempre più gravi quanto più immaturo pia standard di domani. Reè il neonato. sta il problema odierno di Un quadro di riferimento affermare la cultura delle operativo così preciso NELLE NASCITE PREMATURE IL PREZZO cure palliative e dell’ae dettagliato offre siDELLA SOPRAVVIVENZA È stensione terapeuticuramente un utile SPESSO QUELLO DI SUBIRE ca anche in ambito orientamento ai DANNI NEUROLOGICI CHE pediatrico-neonamedici impegnati COMPORTANO INVALIDITÀ tale. Un ambito in cui nelle rianimazioni neGRAVI DI TIPO MOTORIO O PSICHICO forse per la giovane età onatali, avendo tra l’aldei soggetti si tende troptro l’indiscusso merito di pe volte a voler fare tutto definire con coraggio cosa il possibile e, a volte, anche è accanimento terapeutico l’impossibile con il perenne pericolo di e quale atteggiamento va preso in tali sconfinare nell’accanimento. Un dato casi: l’assoluta desistenza di qualunsu tutti: la percentuale dei bambini que pratica rianimatoria che non sia che muore a seguito di una malattia rivolta alla riduzione delle sofferenze. incurabile passando l’ultima fase della Ma possiamo accontentarci di questo? propria vita in una sala di rianimazione Il rifiuto dell’accanimento terapeutico si è progressivamente accresciuta necomporta anche un rifiuto della sperigli anni arrivando oggi a superare abmentazione clinica? bondantemente il 90%. Appare lecito Se osserviamo retrospettivamente porsi un quesito: ma i bambini devono la storia del trattamento dei neonati morire tutti in rianimazione? ❁ prematuri vediamo che essa si dipana lungo una strada di progressivo avanzamento e spostamento dei limiti: quello che in una determinata epoca sembrava impossibile si è gradualmente reso praticabile, neonati con un peso e un grado di immaturità funzionale sempre più bassi sono stati salvati e messi in condizione di crescere sani. Perché dunque dovremmo pensare che non ci saranno più avanzamenti e progressi in tale campo? L’unico modo per garantire il progresso e,

di Barbara Bruni

L’ARCA DI NOÈ

Sorgerà in Russia, nella sede dell’università statale di Mosca, la prima “arca di Noè” genetica, ossia un centro di stoccaggio del Dna di tutte le creature viventi ed estinte. L’edificio che ospiterà la banca dati - pronto per il 2018 - sarà di 430 chilometri quadrati e avrà un sistema informatico che interesserà l’intero atreneo. Il proggetto ha ricevuto un finanziamento di 140 milioni di euro.

PIANTE CARNIVORE DIVENTANO VEGETARIANE

Secondo uno studio pubblicato su Annals of Botany, alcune piante carnivore, per necessità, hanno iniziato a cibarsi di sostanze vegetali. I ricercatori dell’Università di Vienna hanno infatti scoperto che l’Utricularia, una pianta carnivora che vive nelle acque dolci di quasi tutti i continenti, si ciba non solo di piccoli insetti, ma anche di alghe e pollini. Lo studio dimostra che questa tendenza si traduce in un aumento del benessere delle piante stesse: gli esemplari che hanno catturato più alghe e pollini sono cresciute più rigogliose.

ATTENTI AL LUPO

Orsi bruni, lupi e linci stanno ripopolando l’Europa. La rivista Science ha pubblicato un censimento realizzato, nell’arco di due anni, da un gruppo di studiosi di 26 paesi: secondo i dati raccolti, i quattro grandi predatori europei - l’orso, il lupo, la lince ed il ghiottone – stanno crescendo in numero e ripopolando le campagne e i boschi. Il fatto che questi carnivori abbiano riconquistato molti territori montani e collinari - parte di questi aree protette - comporta tutta una serie di politiche di prevenzione e gestione dei greggi per gli allevatori. Il ritorno del lupo non genera tuttavia rischi per l’uomo, gli ultimi attacchi rergistrati ai danni di persone fisiche risalgono ad oltre 200 anni fa.

IL TOMBINO INTELLIGENTE

Si chiamama “smart manhole” ed è un sitema di monitoraggio elettronico dello stato dei tombini in grado di rilevare le ostruzioni, i furti e di prevenire gli allagamenti. Verrà sperimentato a Roma e consiste in una rete di sensori che e apparati elettronici che mettono in connessione i tombini con una sala operativa centrale. All’interno delle griglie sarà installato un “cervello elettronico” che consentirà non solo di controllare il livello dell’acqua evitando così eventuali ostruzioni, ma anche di comunicare tentativi di manomissioni. I sensori trasmetteranno l’allarme ad una sala operativa che invierà, in tempo reale, la squadra per l’intervento. Le nuove griglie peseranno il 70% in meno rispetto alle classiche in ghisa, garantendo così minori costi di trasporto, disintivando i furti e facilitando le operazioni di pulizia.


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IL PESO DELLA DISCRIMINAZIONE di Marta Mariani L’ITALIA RESTA UNO DEI POCHI PAESI IN EUROPA SENZA UNA LEGGE CHE RICONOSCA ALLE PERSONE DELLO STESSO SESSO IL DIRITTO DI UFFICIALIZZARE LE UNIONI. ABBIAMO RACCOLTO LE OPINIONI DI ANTONIO ROTELLI (RETE LENFORD) E GIUSEPPINA LA DELFA (FAMIGLIE ARCOBALENO)

IMMOBILISMO POLITICO E CONQUISTE SOCIALI

Antonio Rotelli, Presidente della Rete Lenford Come interpreta il vuoto normativo italiano inerente i diritti degli omosessuali? L’Italia è ultima nell’Unione Europea per la mancanza di leggi che garantiscano i diritti e la dignità delle persone omosessuali. Non abbiamo il matrimonio egualitario, il diritto di famiglia non riconosce altri istituti oltre il matrimonio, non siamo tutelati dalla legge penale contro i crimini d’odio, non sono previsti interventi sociali specifici per i bisogni delle persone omosessuali e trans, in particolare per i minori che frequentano una scuola dove l’orientamento omosessuale è, o lo si vorrebbe, bandito. Il mio giudizio sul legislatore italiano e sulla classe politica che ci governa è severissimo. Questo immobilismo pregiudica quotidianamente le conquiste sociali e

culturali che abbiamo conseguito, perché lascia molti spazi e giustificazioni ai fondamentalismi di ogni tipo che si scagliano contro di noi: dalle sentinelle in piedi, alle gerarchie ecclesiastiche, alla disinformazione usata per colpire le nostre esistenze. Cosa si intende per “famiglia naturale”? Dal punto di vista giuridico che implicazioni ha questo concetto di “naturalità”? Il concetto di famiglia naturale intende esprimere l’idea dell’esistenza di una formazione sociale con caratteristiche immutabili e diritti originari. Nel nostro ordinamento, la Costituzione non fa riferimento a tale concetto, ma parla di famiglia come ‘società naturale’, che esprime un’idea ben diversa suggerendo piuttosto che la formazione di una famiglia è un’esigenza insopprimibile di ogni essere umano. Anche la Corte costituzionale ha ricordato, ad esempio nella sentenza n.138 del 2010, che la famiglia e il matrimonio sono istituti che cambiano nel tempo, al mutare della società e della cultura, e pensarli, specie la famiglia, come immutabili o addirittura naturali rischia di generare solo paradossi. La famiglia naturale ha subito cambiamenti radicali, anche in tempi recenti o recentissimi; basti pensare alla possibilità di scegliere la persona da sposare, o l’affermazione della parità tra i coniugi, o la dissolubilità del matrimonio. Oggi si vorrebbe far coincidere il concetto di famiglia naturale con il riconoscimento di un nucleo immodificabile caratterizzato dalla diversità di sesso dei partner e dalla presenza di figli. Entrambi questi elementi, però, sono del tutto arbitrari o legati a convinzioni religiose, perché nella realtà esistono tanto le famiglie formate da persone dello stesso sesso tanto quelle che scelgono di non avere figli. Anche il modo in cui si diventa genitori non è, e non è mai stato, unico o solo endo-familiare. Dal punto di vista giuridico ci sono tanti paesi che hanno regolato il matrimonio same-sex e l’omogenitorialità. Nel nostro ordinamento giuridico, quindi, non esiste una famiglia naturale. Sul piano sociale e culturale neppure, ma l’ostinazione di una parte della società, soste-


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nuta da ambienti religiosi, fa sì che questo concetto sia ancora molto reclamizzato. Quali sono stati i riconoscimenti e i successi più importanti conseguiti dalla Rete Lenford? La soddisfazione più recente è quella di aver ottenuto la prima condanna in Italia per discriminazione in materia di lavoro ai danni delle persone omosessuali. In generale, siamo orgogliosi del riconoscimento, da parte della Corte costituzionale, della rilevanza pubblica e sociale delle famiglie formate da persone dello stesso sesso.

FAMIGLIA COME LUOGO DI AFFETTO E RESPONSABILITÀ

Giuseppina La Delfa, Presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno Che definizione si sente di dare del concetto di famiglia? La famiglia per me è un luogo, metafisico e insieme fisico, dove delle persone adulte - con o senza bambini - convivono, condividendo lo spazio, il tempo, la cura, le risorse economiche. È un luogo sicuro dove ognuno può trovare lo spazio di crescere e di svilupparsi come persona e come individuo. Una famiglia è innanzitutto un luogo di affetto, di responsabilità, di reciprocità. Secondo lei, come mai ci troviamo dentro ad una generalizzata difficoltà nell’accettare una famiglia formata da due mamme o due papà? Io non penso che questa difficoltà sia generalizzata. Noi, famiglie omogenitoriali, viviamo bene qui in questo territorio italiano, negli angoli anche più remoti della penisola - dall’estremo sud all’Alto Adige - e non mi sento di condividere la sua percezione su questa “generalizzata difficoltà”, che io non percepisco affatto in concreto, nella vita quotidiana. I bambini condividono giochi, sport, spazi, recite, vanno a catechismo se sono religiosi. Vivono vite serene. Vero è che se uno apre i giornali ha l’impressione che siano tutti contro di noi. Io noto piuttosto uno scollamento. Quando abbiamo iniziato questo percorso di visibilità e trasparenza ho potuto vedere quanto distante sia l’immagine dei media sull’accoglienza e il riconoscimento di queste famiglie rispetto alla realtà fattuale delle cose. Questi megafoni mediatici sembrano pilotati dai maggiori reazionari del paese. Le loro argomentazioni sono basate sul nulla. Non c’è nulla oltre la difesa di una fantomatica “tradizione” e un concetto obsoleto di “natura” - cose che non reggono il confronto con la vita, la storia, le leggi.

Quindi io non sono d’accordo con la domanda. Una piccola parte è contro di noi. Una piccola parte senz’altro molto potente. Noi viviamo benissimo, tra poco i nostri figli saranno maggiorenni e potranno dare la loro testimonianza. Mi sento di ribadire, insomma, che una grande colpa nel dare questa idea secondo cui noi famiglie arcobaleno avremmo tutti contro, va imputata ai media, alla TV soprattutto. La disavventura con Vespa, su Rai1, (di cui ho scritto sull’Huffington Post il 18 settembre scorso) è stata emblematica in questo senso. In Italia c’è un vuoto normativo sui diritti degli omosessuali. Abbiamo visto le sentinelle remare contro un fascicolo fermo in Senato, il DDL 1211, che prevede modifiche al codice civile in materia di disciplina delle unioni civili e dei patti di convivenza. Pensa che l’Italia riuscirà a tenere il passo dei paesi mediamente più evoluti d’Europa? A dire la verità, non so più se sono fiduciosa. Vedo l’accanimento di Alfano contro le trascrizioni dei matrimoni fatti all’estero. Dall’altra parte sono ovviamente fiduciosa, perché l’Italia è pressata dall’Europa su questi temi. Il fascicolo di cui lei parla è un buon testo, anche se è chiaro che noi famiglie arcobaleno senz’altro vorremmo una assoluta parità di diritti di fronte alla società. Fortunatamente, allo stato attuale delle cose, anche senza leggi noi viviamo benissimo. Certo, capitano i momenti di crisi e il vuoto legislativo risulta davvero molto pesante. Cosa direbbe a chi ha dubbi e perplessità sulle famiglie con due mamme o due papà? Li inviterei a casa nostra a prendere un caffè, a discutere, a giocare e a parlare con i nostri bambini, con i professori dei nostri figli. Volentieri li incontrerei, cercherei uno scambio vero e un rapporto di condivisione esperienziale. Noi famiglie arcobaleno abbiamo, tutto sommato, delle vite ordinarie. Per questo penso che il miglior modo di dissolvere i dubbi e i pregiudizi sia incontrarci e passare del tempo insieme. Il 3 maggio prossimo a Salerno ci sarà, per esempio, la “Festa di tutte le famiglie”, una valida occasione per venirci a trovare.

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VERSO uN FEMMINISMO DELLE ALLEANZE di Silvia Vaccaro

UN APPROCCIO RIVOLUZIONARIO E FUORI DAGLI SCHEMI, CHE CONTESTA LA NATURALITÀ DELL’IDENTITÀ DI GENERE E DELL’IDENTITÀ SESSUALE. QUESTO È IL QUEER. NE PARLIAMO CON RACHELE BORGHI

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ata in seno agli studi gay e lesbici, agli studi di genere e alla teoria femminista e sulla scia delle tesi di Michel Foucault, Jacques Derrida e Julia Kristeva, la teoria queer mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, categorie costruite socialmente interamente o in parte. Partendo da questa prospettiva, perde di senso anche la distinzione - e la gerarchia che ne consegue - tra teoria e pratica o accademia e militanza. Di questo e di altro abbiamo parlato con Rachele Borghi, professora di geografia alla Sorbona, attivista queer, donna generosa e vitale che, partendo da sé, ha creato il personaggio di Zarra Bonheur come tentativo di rompere tra ricerca e attivismo, pubblico e privato, sapere e sperimentazione corporea.

Il femminismo degli anni ’70 lotta per l’autodeterminazione, la liberazione dal patriarcato e i diritti civili. Consegue alcune vitali conquiste, ma tante micce forse sono rimaste inesplose. Il movimento queer può aiutare in questo senso?

L’uso del termine queer, anche prima del 1990, anno in cui Teresa de Lauretis lo accosta alla parola teoria, era già attivo nella militanza femminista. L’accademia riprende qualcosa che già esisteva, ed è per questo che io non voglio più parlare di teoria e pratica, né di accademia e militanza. Continuare a operare questa dicotomia fa esistere ancora questa differenza, mentre da

sempre l’accademia si nutre della riflessione militante e viceversa. Inoltre, la teoria queer è femminista sia nella militanza sia nell’accademia perché già Teresa de Lauretis parlava di intersezionalità e di studi post-coloniali. E l’approccio “trans-femminista” viene dal femminismo pro-sex degli anni ’80. Queer e femminismo vanno per forza insieme. Il problema piuttosto è l’uso inflazionato del termine. Ma si tratta di un processo strutturale: il sistema si appropria di questi termini integrandoli, facendoli diventare argomento mainstream e togliendo la forza sovversiva, come è accaduto per il termine genere. Non è strano che avvenga questo processo ma credo che il termine queer, utilizzato in maniera femminista, abbia ancora tutta la sua efficacia. Andiamo verso un femminismo delle alleanze, con le persone trans, le donne musulmane, le persone sex worker. È questo il femminismo in cui il queer si riconosce e che si esprime attraverso le azioni performative.

In cosa consiste l’etero-normatività dello spazio pubblico? Come le pratiche queer possono sovvertire uno spazio che solo apparentemente è uno spazio di tutti e tutte?

C’è stata un’attenzione negli anni ’90 per le questioni di genere nello spazio pubblico partendo dal fatto che


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uomini e donne vivevano lo spazio pubblico in maniera diversa. Quest’idea ha portato a un aumento delle politiche di sicurezza nello spazio pubblico come garanzia per le donne di non subire violenza. Un approccio criticato dal movimento queer, perché rafforza l’idea della donna come “vittima” e giustifica le politiche securitarie e razziste. Perché lo spazio pubblico non è mai neutro: alcuni soggetti sono out-of-place, altri no. Ad esempio, una donna bianca di classe media è certamente meno out-of-place di un uomo nero, migrante, senza documenti. Dunque, è necessario un approccio intersezionale, che consideri altre categorie e non solo quella di genere. E poi c’è da dire un’altra cosa importante. La sessualità viene portata all’interno della denuncia di problematiche sociali, in un tentativo di visibilizzare tutti i soggetti esclusi dallo spazio pubblico per tutta una serie di motivazioni. Parlo anche di queerizzazione dello spazio pubblico per un approccio alla militanza, quello che si chiama frivolezza tattica, ovvero la possibilità di giocare con il corpo in maniera sovversiva. Il corpo marginalizzato, out-of-place, criticato, aggredito socialmente, diventa un supporto all’azione e alla militanza e un veicolo per denunciare. Io, come geografa, considero il corpo già come uno spazio che si mette in relazione con gli altri e le performance queer permettono di usare il corpo come un laboratorio di pratiche.

L’azione queer è un grido di rottura e un inno alla trasformazione. Quali sono le resistenze sociali e culturali che ostacolano più duramente il cambiamento?

Grandi resistenze sono legate alla dissidenza sessuale che il queer porta avanti. Non si tratta di non essere eterosessuali, ma di rivendicare pratiche e stili di vita che vanno fuori dalla coppia normata. Non credo che nessuno si scandalizzi più di tanto davanti ad una lesbica che magari vuole formare una famiglia. Diventa più complicato quando c’è una donna che si definisce persona e non donna, che si definisce lesbica perché si riconosce in una cultura lesbica ma è lontana dalla trasposizione in ambito omosessuale dell’etero-normatività, e che vede la coppia come cellula di controllo sociale. Preferiamo parlare di alleanze, di amore diffuso, di circolazione delle energie tra persone cui non interessa essere integrate. Però è vero che le persone che fanno queste scelte sono ancora marginalizzate sia socialmente che istituzionalmente. E dato che la sessualità si fa con la testa, è un modo di vedere il mondo che viene criminalizzato e patologizzato. L’altra cosa che crea delle resistenze sta nel fatto che l’approccio queer sia dichiaratamente contro il capitalismo e il neoliberalismo. Inoltre, le resistenze sono anche legate ai singoli conte-

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sti. Io, ad esempio, incontro delle resistenze all’interno dell’Università, perché porto le performance nelle aule o i testi fuori dall’accademia, ricevendo anche critiche molto aspre, anche da parte di altri femminismi, perché l’approccio queer mina alcune basi ideologiche. Ritengo però sia molto importante lo scambio con femminismi diversi dal mio. A Roma, nel 2010 ho iniziato a frequentare la Casa internazionale delle donne, ed è stato un momento di apertura e di confronto intenso, intergenerazionale e di formazione, proprio grazie alle differenze di approccio che ci caratterizzavano. Insieme ad altre abbiamo organizzato il ciclo di seminari “Queer it yourself!” e tante delle mie riflessioni vengono proprio dalle rielaborazioni fatte duranti quegli incontri. Io alla Casa ho anche fatto la mia prima performance. Frequentando quel luogo e alcune femministe storiche, ho sentito di essere all’interno di un continuum di pensiero. Perché per me alla base della pratica femminista c’è il riconoscimento del lavoro delle altre, sia quello attuale che quello passato. 

Queer: eccentrico, strano, bizzarro Verbo o sostantivo, quando non un semplice aggettivo, “queer” è un termine inglese da approfondire. Alla fine dell’Ottocento fra gli anglofoni non era altro che un insulto, ma oggi, queer è un’orgogliosa professione identitaria per tanti che, non più di un decennio fa, preferivano invece definirsi “gay”, “lesbiche” o “transessuali”. Prima degli anni Ottanta, infatti, i queer venivano definiti “sex offenders”. Essi, cioè, sembravano ledere qualcosa - ma cosa? La natura? La legge? La pudicizia? Di lì a breve, molti intellettuali cominciarono a dubitare che fosse possibile dire con sicurezza che un certo tipo di godimento fosse “più normale” di un altro. Michel Foucault (filosofo francese) sostenne nei suoi scritti postumi (L’uso dei piaceri, La causa di sé) che la sessualità è un’invenzione moderna: una categoria dell’esperienza da inquadrare nella cornice storica e socio-culturale, piuttosto che nella biologia degli individui. Queer designa dunque l’andare fuori dalla tradizionale interpretazione dell’orientamento sessuale (omo/etero/bi-sessuale) e dell’identità di genere (maschio/femmina). Un modo per scrollarsi da dosso etichette e abbracciare il fatto che la sessualità (identità, orientamento, scelta o preferenza che sia) possa essere semplicemente diversa dalla “norma” in uno o più modi. Questa rivoluzionaria visione ci permette, di guardare alla sessualità come ad un qualcosa di fluido, irripetibile, mutevole, come qualcosa che contribuisce al libero “mosaico sessuale” della civiltà. Una civiltà certamente complessa, ma ancora sana perché incapace di rinunciare ai suoi piaceri. Marta Mariani


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A QuALCuN* PIACE QuEER! di Silvia Vaccaro

IL PRIMO ARCHIVIO DELLE CULTURE QUEER IN ITALIA CREATO DA GIULIA CASALINI, GIOVANE CURATRICE D’ARTE CHE VIVE A LONDRA

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perare un cambiamento culturale per la rottura dell’etero-normatività, intesa come la naturalizzazione dell’eterosessualità quale normale espressione delle relazioni sessuali significa intervenire su più fronti: dall’educazione nelle scuole e nelle Università alla produzione letteraria e artistica, fino alla creazione di reti e progetti transnazionali. Un’evoluzione che nasce dal desiderio di diverse soggettività di raccontarsi, esprimersi, partendo da sé. Se negli anni ’70, generazioni di militanti hanno fatto guerra al patriarcato e alle sue rappresentazioni insistendo sull’autodeterminazione delle donne quali soggetti della differenza, parte della comunità

LGBTQIA, a partire dalla diffusione delle teorie queer nei primi anni ’90 in ambito accademico e, ovviamente, inserendosi all’interno della riflessione femminista, ha lavorato per scardinare l’etero-normatività. Fuori e dentro le università, gli spazi occupati, le associazioni, i luoghi femministi, sorgono gruppi che, unendo teoria e pratica, organizzano eventi e seminari, proponendo un nuovo modo di vivere le relazioni e la vita stessa, incuranti della norma sociale che li etichetta come diversi o anomali solo perché non-conformi. Collettività che spesso scelgono l’arte come territorio privilegiato di azione, dove mescolare glitter, piume, barbe, cravatte su corpi maschili e femminili, indistintamente, ma sempre con il nobile scopo di sovvertire. Del resto, che una delle più grandi femministe italiane, Carla Lonzi, fosse una critica d’arte non sarà stato un caso. Spesso - o potremmo dire sempre l’arte anticipa ciò che verrà, dissolve il già dato, sputa sull’esistente, rovescia il tavolo, ri-crea, usando un linguaggio che avvicina, creando un contatto viscerale tra artista e pubblico, talvolta persino violento, ma sicuramente pervasivo. Del felice rapporto, nel caso del queer, tra militanza e arte, motore e veicolo della sperimentazione e mezzo per avvicinare a questa pratica un pubblico sempre più vasto, ci parla Giulia Casalini, modenese, classe ‘88, curatrice d’arte contemporanea, attivista queer e femminista militante. A Londra dal 2011 per proseguire gli studi


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presso la Goldsmiths University, si avvicina alle teorie queer e al pensiero femminista, in particolare a quello dell’Autonomia italiana degli anni ’70, durante la ricerca di tesi. Un momento di approfondimento teorico che cambia la sua prospettiva radicalmente.

Quando inizia la passione per questo tipo di sperimentazione? Facevi parte di collettivi? Dalla politica all’arte performativa o al contrario dall’arte all’attivismo?

Pur non avendo mai fatto parte di collettivi o partiti politici, ho comunque sempre avuto una “politica” personale autonoma. Una volta arrivata a Londra, durante il Master ho ricevuto però gli strumenti teorici appropriati per articolare i miei interessi, iniziati dalle problematiche omosessuali, e poi diretti verso le teorie di genere, il pensiero queer e il femminismo. Mi accorsi di essere diventata femminista una volta tornata in Italia per le vacanze. Il mio sguardo verso la realtà nella quale ero cresciuta era cambiato: la TV, le pubblicità, i discorsi che sentivo per strada, la cultura visiva e le tradizioni sociali rivelavano la natura discriminatoria, sessista e ineguale verso le donne, e verso le sessualità o gli stili di vita più eccentrici rispetto a quelli tradizionali. Pochi mesi dopo, nel marzo 2012 ho fondato, insieme a Diana Georgiou, ricercatrice alla Goldsmiths l’organizzazione femminista queer CUNTemporary. Un›operazione

di visibilità di pratiche artistiche e teoriche queer e femministe a Londra che dimostra, nonostante la tendenza dominante, mediatica e istituzionale, di eclissare questo tipo di discorso, quanto esse abbiano invece un significativo impatto politico, culturale e sociale. CUNTemporary ha iniziato le proprie attività segnalando eventi, mostre e open call, su social media e newsletter a cadenza giornaliera e mensile. L’organizzazione inoltre sviluppa eventi e programmi artistici assieme a un team internazionale di collaboratori esperti in varie discipline. Nel giro di pochi anni, abbiamo assistito a un’esponenziale crescita di collaborazioni e una sempre più visibile rivendicazione della parola “femminismo” in contesto artistico, oltre ad una forte crescita di pubblico interessato.

Perché hai deciso fondare anche un archivio? Come lo gestisci da Londra? Hai contatti con realtà italiane?

Archivio Queer Italia (AQI) è nato da un invito a partecipare come gruppo curatoriale alla fiera d’arte di Verona nell’Ottobre 2013. Mi sono chiesta “C’è queer in Italia? Se sì, dove? Che forme prende? Che significato ha in ambito italiano una parola che proviene dall’ambito anglosassone?”. Ho lanciato una open call nazionale e internazionale, cercando di includere anche la diaspora italiana e coloro che - pur non essendo italiani - hanno vissuto in Italia o sono stati direttamente influenzati dal suo contesto. Le risposte sono state sorprendenti e quello che si è iniziato a costituire è il primo “archivio” italiano di pratiche artistiche, teoriche e attiviste queer. AQI è un progetto in continua trasformazione, che destabilizza e rielabora la logica tradizionale occidentale dell’archivio, conferendogli invece una forma aperta, performativa e in costante aggiornamento. Una parte del team di CUNTemporary si dedica specialmente all’archivio: le editor sono Elena Silvestrini per la parte teorica e Angelica Bollettinari per quella artistica. Nonostante l’appoggio e il sostegno co-

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LIbER* DI SCEGLIERE | 4 stante di artisti, curatori e accademici con i quali abbiamo lavorato in passato (per ArtVerona nel 2013 e Teoremi performance festival nel 2014), siamo sempre alla ricerca di nuovi collaboratori e alleanze e di un team che operi anche dall’Italia.

Quali sono i tuoi prossimi progetti in Italia e Regno Unito?

Stiamo al momento aggiornando il nuovo sito di AQI, con una ricca selezione artistica e teorica queer e femminista, a cui seguirà una mappatura delle realtà ed organizzazioni in Italia che si occupano di questi stessi argomenti. Continuano inoltre le club e performance art night Deep Trash Italia, che hanno luogo a Londra e con le quali abbiamo avuto modo di conoscere e lavorare con nuove eccellenze artistiche italiane e internazionali. Il prossimo 20 Febbraio 2015 parteciperò con il team di Archivio Queer Italia alla conferenza Il corpo che abito: identità di genere e suoi transiti all’Università di Bologna, organizzata dal gruppo di psicologia e arte contemporanea, e dal 22 al 24 Maggio, saremo al festival Genderotica di Roma organizzato da Eyes Wild Drag (gruppo Queer Gender Drag di Roma e tra i più importanti collettivi nel panorama drag king italiano, ndr). Nel Regno Unito, altri progetti verteranno attorno ai temi della pornografia, sessualità e tecnologie. Nel 2016 ci sarà inoltre la seconda edizione di Teoremi, festival di performance contro le discriminazioni di orientamento sessuale e d’identità di genere, curato da Archivio Queer Italia. Il nostro obiettivo è che AQI diventi in Italia una realtà intorno alla quale individui, organizzazioni, collettivi, artist* e accademic* trovino terreno fertile per discussioni, scambi e nuove produzioni di significati e idee. 

IL SAPERE CONDIVISO di Marta Facchini

I QUEERSTUDIES NELL’UNIVERSITÀ RIDISEGNANO LE MODALITÀ DI TRASMISSIONE DEL SAPERE. INTERVISTA A ANGELA BALZANO Angela Balzano è dottoranda in Filosofia presso l’Università degli studi di Bologna dove cura insieme a Raffaella Lamberti, e in collaborazione con la cattedra di Filosofia del diritto della Prof.ssa Faralli e l’Associazione di donne Orlando, il corso Etica e politica negli studi di genere. Eppure - lei stessa ammette - quella di dottoranda non è una definizione che la rappresenta in toto: “Mi vivo come una studiosa che mette a disposizione il suo desiderio di apprendere. Se imparo qualcosa è solo perché voglio farlo circolare in senso orizzontale”. Il sapere inteso come bene comune, la sua trasmissione attraverso pratiche nuove escludenti le gerarchie, è il portato dei queerstudies, che Angela incrocia nella sua esperienza di militante e ricercatrice. Con lei parliamo di queer nel tempio del sapere per antonomasia: l’Università.

Judith Butler pubblica “Questione di Genere” nel 1990 e Corpi che contano nel 1993. Entrambi i testi costituiscono un punto di


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riferimento per la queertheory, espressione questa coniata da Teresa de Lauretis nel 1990. Cosa ha rappresentato il pensiero butleriano nel contemporaneo dibattito teorico femminista?

“Questione di Genere” ha avuto un impatto non trascurabile sulla Teoria Femminista. Muovendo dall’attività intellettuale di Butler si è diffusa la nuova consapevolezza per cui il genere è una sorta di agire, un’incessante attività in svolgimento. Altro suo contributo molto ripreso in Italia è l’appello a ripensare le categorie di umano e di soggetto, appello che esclude i caratteri del postmodernismo. Butler scrive: “Il movimento trans e il movimento intersessuale a mio avviso non sono postfemministi. Entrambi, al contrario, trovano nel femminismo importanti risorse concettuali e politiche, e il femminismo rappresenta per loro una continua sfida, oltre che un alleato”.

Pensi che il queer possa contribuire a demolire le forme convenzionali della produzione del pensiero accademico e della sua trasmissione?

Questa è una bella domanda. Se per sapere accademico intendiamo quello italiano allora dovrei fare dei distinguo. Vi sono centri di ricerca virtuosi, dove i queerstudies sono considerati una ricchezza; penso a Verona, all’attività pioneristica portata avanti da Lorenzo Bernini e dalle/dai sue/suoi collaboratrici/ori. Penso anche ad alcune “docenti femministe” che si sono dimostrate molto disponibili ad accoglierli, come Federica Giardini e Anna Simone tra Roma e Napoli. Penso a Bologna e al ruolo che hanno i queerstudies per la rivista Studi Culturali e per il nostro corso in Etica e Politica. Insomma un fermento c’è. Nonostante la totale assenza di dipartimenti veri e propri di gender studies, cosa al contrario molto diffusa all’estero, non si può dire che i queerstudies non si siano diffusi a macchia d’olio anche da noi, anche se riconosco che abbiamo ancora molto da fare. I queerstudies sconvolgono l’impianto classico della trasmissione del sapere accademico, e questo incute un certo timore nel sapere istituzionale, per il quale la transdisciplinarietà e l’orizzontalità rappresentano un pericolo. Ironicamente, il loro timore è la nostra certezza di aver colto nel segno: i queerstudies tentano con ogni mezzo di destabilizzare l’accademia, se non lo facessero l’accademia li neutralizzerebbe. Un esempio notevole di questo tentativo di destabilizzazione è l’opera di Rachele Borghi a Parigi, il cui lavoro dimostra come sia possibile per i queerstudies stare dentro l’accademia rimanendo contro la neutralizzazione dei corpi e la privatizzazione dei saperi.

Hai partecipato all’edizione 2014 della Primavera Queer, momento di discussione e formazione sulla teoria queer, organizzata a Chieti da un gruppo di student* dell’Università d’Annunzio e dei collettivi Laboratorio Le Antigoni e La Mala Educacion. Come si interseca la tua esperienza di dottoranda con i movimenti creativi che ridisegnano le identità di genere attraverso esperienze empiriche?

Della Primavera Queer conservo uno splendido ricordo. Gli/le studenti e studentesse hanno avuto una grande intuizione e sono stati davvero brave/i nell’organizzazione. La formazione è un terreno essenziale per il cambiamento sociale, ma se formazione significa ripetere ogni anno la stessa solfa a un gruppo di studenti in un’aula universitaria, non mi interessa. Ho solo trent’anni e sono toccate anche a me le classiche lezioni frontali: il circolo dell’auto-referenzialità. Pensavo che se avessi voluto insegnare filosofia politica, non lo avrei mai fatto così. Ho sempre cercato altri tipi di formazione e nella mia esperienza i collettivi universitari sono stati importanti quanto quelli femministi. Ho seguito la triennale a Napoli, dove tenevamo corsi autogestiti con la rete Uniriot; invitavamo i docenti ma chiedevamo sempre loro di attenersi, nel preparare le lezioni, alle domande che inviavamo loro prima. Studiavamo insieme e ognuna/o di noi, a turno, preparava relazioni introduttive per ogni lezione. Trasferita a Bologna per la magistrale, ho cercato i collettivi universitari per continuare in questa direzione e ho incontrato persone stupende. Ho attraversato l’esperienza dell’Onda, partecipato a collettivi femministi. Poi sono approdata al Centro delle donne e alla Biblioteca Italiana delle donne. In tutte queste occasioni, ho capito che la produzione e la trasmissione dei saperi o sono comuni o, semplicemente, non sono. Per questo bisogna osare, cercare nuove forme espressive che prevedano lo scambio di conoscenze in direzioni molteplici.

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LGBT: I DIRITTI CIVILI PASSANO ANCHE ATTRAVERSO L’ECONOMIA La comunità Lgbt “vale” sul mercato mondiale 1.000 miliardi di dollari di giro d’affari all’anno e, come le varie tipologie di consumatori, è oggetto di studio degli uffici marketing delle aziende più competitive. L’“uguaglianza” di questa fascia di consumatori per il mercato è dunque già una realtà. A quando l’uguaglianza come cittadini?

Nei nostri schemi mentali siamo spesso por-

tati a pensare che diritti ed economia agiscano su piani diversi. In effetti, la logica del profitto che governa l’economia è inconciliabile con i valori etici e morali che sovrintendono le battaglie per l’affermazione dei diritti. In realtà però è molto utile approfondire le dinamiche delle strategie di marketing delle grandi imprese, particolarmente attente ai bisogni-valori dei consumatori, per disporre di chiavi di lettura utili a misurare il cambiamento dei valori di una società e quindi delle politiche che la governano. Nel caso della comunità Lgbt, il marketing e le strategie di mercato delle grandi imprese ci aiutano a comprendere come questa comunità sia già una realtà pienamente accettata e inserita nell’economia e nella società, offrendoci così la misura del ritardo del nostro paese nell’adeguamento normativo nei diritti civili. A livello mondialel’OMS ha stimato che gli omosessuali sono tra il 7 e il 10% della popolazione mondiale, in Ita-

lia l’ultimo censimento 2011 ne ha conteggiati 3 milioni. Un segmento di mercato quindi particolarmente appetibile per le aziende, sia come numerosità di potenziali consumatori, sia per le possibilità economiche. A livello mondiale il giro d’affari prodotto dalla comunità Lgbt è infatti stimato oggiin 1.000 miliardi di dollari all’anno (erano 560 miliardi nel 1998), cifra che rapportata a livello italiano ammonterebbe almeno a 23 miliardi di euro. Gli Lgbt hanno inoltre un reddito del 23% più elevato della media di mercato e sono descritti dalle ricerche come ““High spender, trend setter, early adopter, opinion leader”. Se in coppia, sono definiti Dink (double income, no kids: due stipendi senza figli), e quindi anch’essi con un’elevata possibilità di spesa. Il profilo del consumatore Lgbt elaborato da una ricerca Euriskone mette in evidenza l’elevato livello di istruzione, l’alto livello di qualifica professionale, una disponibilità di spesa media di 990€ all’anno per l’abbigliamento, 660€ per la cura del corpo e 967€ per la tecnologia. La comunità Lgbt è inoltre molto importante per il turismo (si valuta che il giro d’affare da questi prodotto nel turismo si aggiri a livello mondiale sui 165 miliardi di dollari), per i consumi edonistici (palestra, sport, massaggi, viaggi e vacanze, abbigliamento e accessori, tecnologia) e culturali (cinema, teatro, mostre, concerti) ecc. Un esempio di intreccio tra diritti e consumi emerge poi dall’apertura di diversi stati USA alle nozze Gay, che ha fruttato 10 miliardi di dollari di giro d’affari, dei quali 259 milioni nella sola New York. Di fronte a tali dati, molte aziende hanno compreso che il “target” Lgbt, pur essendo una nicchia di mercato, può essere importante per il business, al pari di altri target già oggetto di attenzione. Hanno quindi sviluppato ricerche molto approfondite, elaborato prodotti e


STRATEGIE

PRIVATE servizi specificatamente mirati, strutturato campagne di comunicazione e di pubblicità improntate alla comunicazione di valori di empatia e di condivisione con la comunità Lgbt finalizzati alla fidelizzazione. Per comprendere al meglio le esigenze di questo tipo di clientela, diverse multinazionali hanno già da diversi anni una gestione delle risorse umane improntate al diversity management, nella convinzione che solo una classe dirigente eterogenea per sesso, razza, età e, in questo caso, orientamento sessuale, sia effettivamente in grado di cogliere al meglio le esigenze dei diversi target di consumatori. Tra le imprese più attente alle strategie gay friendly si citano ad esempio Ikea, Pepsi, Absolut Vodka, American Ailines, Expedia, Starbucks, JC Penny, Target, Amazon, Apple, Barclays, Crédit Suisse. Tra le italiane, Eataly. L’attenzione per questo target rappresenta dunque uno dei fattori di crescita per numerose aziende di successo. Maturare questo tipo di sensibilità è indispensabile inoltre per evitare, come l’esperienza del caso Barilla insegna, pericolosi scivoloni di comunicazione che si traducono in ingenti perdite di fatturato, dovute al boicottaggio non solo della comunità Lgbt ma anche di tutte quelle persone, sempre più numerose, che non tollerano più alcuna discriminazione basata sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale. Il mercato ha dunque compreso appieno il loro peso economico e sociale e riserva la stessa attenzione dedicata ad altri target di consumatori. Resta ora da comprendere, riflettendo sulle varie forze che influenzano le politiche nazionali, quanto tempo occorrerà ancora perché anche a livello politico si arrivi allo stesso livello di consapevolezza. Per arrivare ad avere gli stessi diritti non solo come consumatori ma, soprattutto, come cittadini. ❂ Giovanna Badalassi, Well_B-Lab*

Novembre | Dicembre 2014

di Cristina Melchiorri

E ADESSO DIVERTITI! Sono Elisabetta, ho 65 anni e, dopo una vita di lavoro e grandi soddisfazioni professionali e di carriera in una grande azienda multinazionale, non senza grossi sacrifici, ora sono in pensione. In più sono nonna di un delizioso nipotino, Alessio, di quattro anni. Il punto è che mia figlia, che fa la grafica pubblicitaria, si aspetta che io faccia la baby sitter a tempo pieno. Io capisco che lei preferisca affidare il piccolo a me, piuttosto che mandarlo all’asilo e cercare una collaboratrice che la possa aiutare in casa e con il piccolo. Soluzione questa che per fortuna potrebbe permettersi economicamente, dato che sia lei che il marito avvocato guadagnano bene. Sono egoista? Elisabetta Gatti, Milano Cara Elisabetta, hai lavorato tutta la vita? Ti sei sacrificata per dimostrare a te stessa e agli altri che sei una brava manager, una buona madre, moglie, figlia? Adesso riposati! Sei nonna? Dai una mano, fai qualche torta di mele, ma non fare la baby sitter full time! Non scarrozzare il nipote tutti i pomeriggi. Ora è piccolo, poi arriverà il torneo di calcio e il corso di nuoto. Sappiamo che la questione si pone in modo così drammatico perche lo Stato è assente o quanto meno carente di supporti di welfare alle madri lavoratrici, come se la gestione dei figli fosse un problema privato di ciascuno e non dell’intera società. E se non ci sono le risorse economiche per comprare il servizio di asili privati e assistenti, la donna deve decidere se continuare a lavorare o stare a casa, oppure scegliere un part time, che significa quasi sempre dire addio alla carriera. In altri paesi europei o negli Stati Uniti in genere è chi guadagna meno che sta a casa o cerca di lavorare da casa, uomo o donna che sia. Da noi il dilemma non si pone nemmeno. E l’attuale crisi economica, che è anche crisi sociale e di valori, aggrava la condizione delle donne anche rispetto al mercato del lavoro. Tornando a te Elisabetta, ora hai il tempo e l’energia per occuparti di te stessa, per fare tutto quello che avresti voluto e non hai potuto. Vuoi fare volontariato? Bene. Resti connessa alla società, ne segui le evoluzioni, le esigenze. Non ti va? È lo stesso. Fai corsi di pittura, zumba, arti marziali… Ci sono settantenni giovani e attive come ragazze. Chi sono? Sono le donne che hanno sempre tenuto in movimento il corpo, il cervello. E il cuore!

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AGRICOLTURA PASSIONE DI FAMIGLIA Biologico, tipicità e piccola dimensione sono i fattori vincenti dell’azienda di Barbara Fidanza, presidente Donne in Campo della Liguria di Tiziana Bartolini

“L’amore per l’agricoltura mi è stato tramandato dalla mia cara nonna Eletta, che fin da piccola mi ha portato con lei nei campi”. La vitalità non manca a Barbara Fidanza, presidente Donne in Campo Liguria e titolare dell’Azienda agricola biologica Il Germoglio di Sarzana, e neppure l’entusiasmo, che ha radici robuste. “I miei nonni arrivarono in Val di Magra dall’Abruzzo per lavorare come mezzadri e poi acquistarono le terre che coltivavano, dove ho fatto pratica divertendomi”. La passione ha contagiato molte donne in famiglia. “Oggi siamo tre cognate e tre cugine, tutte gestiamo aziende agricole in Val di Magra, situate in parte proprio su quei terreni”. Il cammino di Barbara inizia aiutando nell’azienda agricola la mamma Luisa, che è stata sua tutor. Una collaborazione che dura circa 30 anni e poi, nel 2008, arriva l’occasione e acquista un terreno vicino all’azienda di famiglia immerso in una splendida zona agricola con vincolo di conservazione. “Il terreno era incolto da 18 anni e l’ho sentito subito come un’opportunità. Riesco ad occuparmene da sola, con l’aiuto occasionale dei miei famigliari e, a parte un piccolo vigneto per uso personale, coltivo prevalentemente ortaggi e frutta; il biologico è una mia scelta consapevole dovuta a convinzioni personali. I prodotti biologici, privi di pesticidi e concimi chimici, tutelano la nostra salute e l’ambiente… senza parlare del sapore! Il fatto che i miei terreni erano incolti e a riposo da molti anni aiuta la produzione e comunque bisogna mettere in conto anche la perdita di una parte dei raccolti in quanto le pos-

sibilità di cura di alcune malattie è limitata dal divieto di usare preparati chimici. Tra i metodi biologici che uso c’è anche l’impiego di insetti, molto utili per esempio con le fragole”. Le coltivazioni di Barbara sono variegate: ortaggi, frutta, insalate, zucchine, pomodori, melanzane, fragole, meloni, angurie e molto altro, ma soprattutto tengono conto della tradizione, delle qualità locali e delle vecchie cultivar: dalla cipolla rosa della Val di Vara al cavolo nero spezzino. I prodotti dell’azienda sono sottoposti al sistema di controllo biologico da parte dell’ente certificatore ICEA, Istituto Certificazione Ambientale e Etica e, nonostante i prezzi siano leggermente superiori, sono piuttosto ricercati. “Riesco a mettere sul mercato prodotti sempre freschi, appena raccolti e senza sprecare. La scelta del biologico mi ha aperto la strada alla vendita dei prodotti soprattutto verso i GAS, gruppi di acquisto solidali, che apprezzano queste attenzioni. Ritengo che la certificazione biologica sia un valore, specialmente per aziende di piccole dimensioni come la mia, le cui produzioni possono essere considerati di nicchia”. La piccola dimensione è tipica del territorio ligure, e Barbara ha individuato i punti di forza che l’hanno resa competitiva e vincente. “Ho scelto di mettere direttamente sul mercato i miei prodotti, senza passaggi intermedi. Così sono presente a due mercatini settimanali a Sarzana, quello dei Contadini e quello di Slow Food, e conferisco a due negozi di prodotti biologici oltre che a vari gruppi di GAS”. Unico rammarico “non poter assumere personale, visti i costi di gestione”, anche se nel tempo ha ospitato studenti dell’Istituto Agrario per stage o ragazzi con disagi sociali o disabiliti, esperienze che “hanno saputo dare un valore aggiunto sia me che alla mia azienda, un dare e un avere che mi hanno gratificato, ma soprattutto arricchito a livello personale”. Senza l’amore e la passione tutto ciò non sarebbe possibile. b


Collage di Loredana

un Inserto speCIale

Scritto dalle detenute del carcere femminile di Rebibbia (Roma). È speciale perché con queste pagine si vuole aprire un canale di comunicazione tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ sui sentimenti, sul dolore, sui problemi quotidiani - grandi e piccoli - di chi vive la detenzione. È speciale perché vorremmo che le parole delle detenute possano giungere ad altre donne interessate ad avere con loro un dialogo. È un cammino che inizia e che speriamo possa continuare, prima di tutto per un interesse che deve manifestarsi reciprocamente - tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ - e di cui NOIDONNE si fa ‘ponte’ per dare gambe ai pensieri che nascono in un luogo chiuso e di sofferenza. Pensiamo che anche l’ascolto sia una forma di libertà. Scrivere a redazione@noidonne.org Questo inserto è reso possibile grazie al progetto ‘a mano libera’ dell’associazione l’isola di ula e opp finanziato dalla regione lazio (Assessorato Pari Opportunità e Sicurezza)


Il tempo

è il migliore amico

Vorrei condividere il mio dolore per vederlo sparire, come quando condividi con i tuoi cari le gioie le vedi moltiplicarsi. Sono una donna come te, con tanta voglia malgrado i 65 anni - di dire, di fare e di dare. Mi dicono che arrossisco ancora. E me ne vanto. Penso che un incidente di percorso può capitare ed è anche molto più facile di quanto tu possa immaginare. Dell’uomo che più ho amato mi è rimasta come unica eredità solo questa condanna, ma anche mia figlia. È a lei che dedico tutti i miei pensieri, giorno e notte, perché sta pagando con tanta solitudine le colpe dei suoi genitori. Penso alle mille promesse che mi ero fatta prima di concepirla per farla crescere in seno ad una famiglia con la ‘F’ maiuscola; ora pongo sempre in discussione se sono stata e sono una buona madre. A volte credo di sì, per anni le ho fatto anche da padre e del resto se non l’avessi tanto amato lei non sarebbe neppure nata.

NOIDONNE di febbraio 2014

Sono spesso spaesata, mi sento incompresa e perdo la mia identità. Qui abbiamo il tempo di farci tante domande, il tempo diventa per forza il nostro migliore amico, anche se è lungo da passare. Il nostro tempo è scandito da poche cose, sempre le stesse, ma che, se ci vengono a mancare ci procurano mille pensieri neri. Basta che il telefono, in quelle poche occasioni che ci è permesso di usarlo, suoni a vuoto qualche volta, per sprofondare in mille dubbi.

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Siamo tutte diverse. A volte ci evitiamo anche se è quasi impossibile in questo spazio ristretto, ma tutte abbiamo la stessa luce di speranza negli occhi nell’aspettare la distribuzione della posta; e l’arrivo o no di una missiva fa la differenza del sonno o della veglia di una notte. Mi chiedo che cosa farò una volta fuori: progetti ne ho mille, sono positiva e ottimista per natura; ma ogni giorno di più sento le forze che mi mancano e mi assale il dubbio di che cosa troverò di ciò che ho lasciato. Forse, inconsciamente, non ho ancora

accettato di pagare 25 anni dopo il mio reato. Fosse stato allora, l’avrei capito, ora mi sento sradicata dalla mia vita costruita a fatica, dai miei affetti, dai miei sogni; sono stata buttata a vivere in un contesto che non sento mio. Dovrò ricominciare ancora una volta, ma soprattutto riempire questi vuoti tremendi di tempo che oramai hanno il sopravvento sui miei pensieri. Anni irrecuperabili! Allora cerco il Nord riferendomi ad un antico proverbio arabo che suona più o meno così: “La mente è la chiave che ti libera!” e scrivo , sogno, spazio, rifletto, leggo, viaggio, studio, cucio. E quando proprio non ce la faccio più mi butto su una tavoletta di cioccolato (al latte, quello che fa più male!), oppure indosso una delle tante magliette a righe, regalo della mia Claudia, e penso con autoironia: ‘ma si può regalare al carcerato una collezione di righe che, se anche di ultima tendenza, non solo ti ricordano strategicamente dove ti trovi, ma ti ingrassano pure più del dovuto.. perché sono anche tutte orizzontali?!”

Loredana

Survival cocktail

Molta pazienza Una buona dose di coraggio Egoismo quanto basta Un pizzico di strategia Qualche goccia di ipocrisia Miscelare il tutto con energia senza arrendersi mai. Versare occupando 2/3 della mente. Aggiungere a piacere due ciliegine rosa. Bere con dignità!!!! by Loredana


Poesia, libri, musica mi portano fuori

I primi tempi ero diffidente, lo confesso. Mi domandavo: cosa vogliono queste da me, perché devo parlarci? Poi ho capito che il progetto era mosso da buone intenzioni. Mi piace l’idea di far arrivare fuori il racconto della mia vita quotidiana. Neppure i miei familiari capiscono davvero come si vive in carcere. ‘Tu sei qui, noi, invece, fuori…..’ una frase non conclusa, un’allusione… ti regala giorni e notti di pensieri e riflessioni. ‘Tu stai male, ma in fondo noi fuori …’ e io elaboro, rimugino… cosa avrà voluto dire, cosa non ha detto... Quanto è difficile parlare quando sei in carcere. Il tempo è poco e devi sbrigarti, cosa puoi dire in dieci minuti a settimana al telefono o in un’ora di visita al mese? Cerco di raccontare, ma senza creare preoccupazioni ulteriori. E allora dico e non dico. La non comunicazione è un grande problema che ne genera tanti altri. Portatemi una foto di Birba, il mio cane. Ci sono molto affezionata, ma non mi danno sue notizie. Starà male? Sentirà la mia mancanza? Ma per la mia famiglia il cane non è importante: ‘con tutte le preoccupazioni che hai vai a pensare al cane….’. Quando parlo al telefono con le mie nipotine è una gioia: con la piccola mi diverto, la grande un po’ la sgrido perché fa preoccupare mia figlia. Cara lettrice: sono una donna come te e sono tagliata fuori. Nulla mi unisce al ‘fuori’. Amici e parenti sono scomparsi, quelli a cui ho dato tanto non mi hanno perdonato. Allora qui dentro mi attacco a tante piccole cose. Per sentirmi viva. Qui si rischia di morire giorno per giorno. La musica, la poesia, la filosofia, la lettura sono i miei spazi, le mie ali di libertà.

Franca

IL CARCERE,

GIORNO PER GIORNO LAVORO

I posti di lavoro per le detenute nel carcere sono pochi, assegnati per graduatorie e generalmente sono riservati a chi ha condanne definitive. Le mercedi (cioè la retribuzione lorda in base all’art 22 della legge 354/1975) vanno da un minimo 3,38 euro ad un massimo di 4,03 l’ora variando per categoria di lavoranti e, recita la regola, sono “equitativamente stabilite in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, alla organizzazione e al tipo del lavoro del detenuto in misura non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro”. “Spesso ci sono da fare ore extra oltre a quelle stabilite - osservano le detenute -, che sono considerate di volontariato e non sono retribuite”. Nel carcere le detenute possono svolgere attività di: scopina, scrivana, ortolana e aiuto agricoltore, bibliotecaria, sarta e aiuto sarta, lavanderia, cuoca e aiuto cuoca, spesina (distribuzione delle spesa giornaliera), giardiniera, muratora e imbianchina. Nel carcere femminile di Rebibbia è attivo un atelier di cucito e uno di pelletteria.

PULIZIE

Le detenute provvedono alla pulizia delle proprie celle e aggiungono ai materiali forniti dall’Amministrazione penitenziaria (scope, strofinacci, disinfettanti) ulteriori prodotti acquistati a loro spese.

MANTENIMENTO

Le detenute “in esecuzione di condanna, se occupate in attività lavorativa” pagano per il proprio mantenimento in carcere 1,69 euro netti al giorno, per un totale di circa 52 euro al mese, spesa che include: prima colazione, pranzo, cena, corredo per il letto.

COMUNICAZIONI CON L’ESTERNO

Telefonate. Sono permessi, a spese delle detenute, 10 minuti di conversazione a settimana. Mail. Il servizio mail si aggiunge al servizio postale “con diminuzione dei costi relativi a pratiche burocratiche per inoltro e ricezione documenti”. Il servizio è gestito da una cooperativa, che scannerizza i fogli scritti a mano dalle detenute inviandoli entro 48 ore agli indirizzi mail indicati dalle detenute stesse, stampando e consegnando poi le risposte. Per il servizio di mail (spedite e ricevute) sono previste quattro tipologie di abbonamento mensile (ogni mese il conteggio ricomincia perché le mail non ‘consumate’ si perdono): 12,00 euro mensili per invio/ricezione 30mail (equivalenti a 30 pag. formato A4); 25,00 euro………………/……………..70mail (70pag/A4) 50,00 euro………………/……………..165mail (165pag/A4) 75,00 euro………………/……………..250mail (250pag/A4)

Inserto realizzato con il contributo della Regione Lazio, Assessorato Pari Opportunità e Sicurezza, all’associazione L’Isola di Ula e Opp. Testi delle detenute del carcere femminile di Rebibbia (Roma, ottobre — dicembre 2014)


Un sogno d’amore…

NOIDONNE di febbraio 2014

malato

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Sono - finalmente - Laura con tanta sofferenza mi sono ritrovata! Mi ero persa 12 anni fa credendo a un sogno d’amore … malato si!! Forse oggi mi chiamano assassina, ma con tutta onestà non mi ci sento: Davide mi ha amato fino all’ultimo! Ma il suo era un amore malato e l’ho capito già dopo tre mesi ke stavamo insieme. Con un calcio sul ventre mi ha fatto perdere il nostro bambino di quasi tre mesi; poi sotto minaccia all’ospedale mi ha costretto a firmare e mi ha riportata a casa, e non sto ad elencare qui tutte le violenze ke il mio corpo inerme ha subito. Eppure “soggiogata” dall’amore, divenuta schiava, lo difendevo sempre a spada tratta da tutti facendomi anche odiare in primis dai suoi. Mi sono umiliata come donna e come madre, tante volte scappando in cortile, aspettando la volante, mezza spogliata, piena di lividi. Tutto per evitare il peggio. Ho fatto molte denunce e poi le ho ritirate perché mi avrebbe picchiata di nuovo. Ero soggiogata da un sogno d’amore. Molte persone mi kiamano assassina. Il mio corpo oramai inerme era abituato a subire ogni tipo di violenze, ke sono indicibili e mi vergogno persino a ricordare. La sera in questione, quando oramai vivevo separata da lui da due mesi, Davide - che non aveva mai accettato il mio coraggio di lasciarlo facendo di tutto e disperandosi perché ci ripensassi fino a tentare di uccidersi ha chiamato, è venuto, è entrato con una furia omicida perké non si era mai rassegnato. Lo avevo lasciato, trovando la forza di liberarmi da quel giogo, da quella schiavitù fatta di violenze fisiche e psicologiche le più turpi e umilianti. Un amore dolce e sensibile, quello di Luca, che non mi ha mai baciato finké non l’ho voluto io. Luca viveva con me da due mesi per tutelarmi dalle insidie di Davide, che quella sera entrando l’ha massacrato di botte e poi ha preso un coltello in cucina dal lavello; ho cercato di levarglielo dalle mani: ci sono riuscita dopo essermi battuta con lui, mi ha scaraventato contro il muro e lui è morto con la stessa arma ke impugnava poco prima per uccidere o me o finire il mio compagno oramai massacrato di botte. La mia colpa è stata di innamorarmi di lui 12 anni fa, incontrandolo in una stazione dove viveva perché

Vita mia, la galera è così pesante ke non ne posso più, ma ogni giorno ke passa mi avvicina a te Ti penso tanto intensamente delle volte mi sembra di sentire i tuoi pensieri e ke le sbarre sono due pezzi di ferro ke non intacca il nostro amore ma lo rende più forte Laura

i suoi lo avevano cacciato di casa. Un amore malato in cui mi ero coinvolta non ascoltando gli avvertimenti di nessuno. Ma quando ho iniziato a chiedere aiuto, dove erano le istituzioni? Tutti parlano di femminicidio, ma quando un uomo muore la donna è un’assassina! È giusto, ora sono qui con un grande dolore nel cuore. Non avrei mai voluto finisse così! Sono a Rebibbia in attesa di essere giudicata! Sono una delle tante donne soggiogate dal loro sogno d’amore rivelatosi un incubo. Se uscirò di qua farò sapere a tutte le donne la mia storia perké non succeda il peggio anche per loro.

Laura


La liberazione

attraverso la memoria

C’era una volta Francesco, un topolino che si preparava ad affrontare l’inverno. Mentre i suoi amici raccoglievano noci, fieno, bacche e grano per la tana, lui restava lì fermo. “Non lavori Francesco?” dicevano gli amici vedendolo fermo con la faccia al sole. “Come non lavoro - rispondeva -, sto raccogliendo i raggi di sole per i gelidi giorni d’inverno”. “Ora, Francesco, che fai?” chiedevano gli amici vedendolo saltellare nei campi. “Raccolgo colori - rispondeva -. L’inverno è grigio”. “Stai sognando, Francesco?” quando lo videro accoccolato all’ombra di una pianta. “Raccolgo parole per le giornate d’inverno. Sono tante e lunghe. Rimarremo senza nulla da dirci”. (Leo Lionni)

noi. A sentire mia madre, mi trovo comunque in un posto sicuro, protetto, mica come Milano di notte. Il carcere attenta alla mia identità. Ne ho parlato con la mia amica Loredana, anche lei con problemi di comunicazione con l’esterno.

Cinzia

Sono in letargo da mesi nella mia cella. Ho fatto provviste per 45 anni e oggi mi ritrovo a consumare il doppio del mio fabbisogno giornaliero. Per il detenuto lo spazio si restringe, ed il tempo si dilata. Leggo tanto, seguo alcuni corsi, aspetto ogni giorno la posta dei miei cari. E per tutto il tempo mi sento infelice. Infelice per aver perso un’opportunità convinta di averne altre cento, infelice per tutto quello che non ho fatto quando avevo abbastanza fiato e terra da correre davanti. Infelice per aver giurato, promesso e poi mancato. Infelice per non essere stata abbastanza innamorata, abbastanza serena, abbastanza viva, abbastanza libera ogni giorno. Mi hanno legata bene, quando mi hanno arrestata. Non ho provato a sciogliermi, non sarebbe servito a liberarmi. E allora, attraverso la memoria, in questo tempo di reclusione cerco la liberazione. Ricordare tutto; ripercorrere le istantanee, i corti della mia vita, avere la volontà di produrre memoria, identità, coscienza, affinché il carcere non mi cancelli. La mia famiglia svolge un compito molto delicato, assolutamente incosciente del metodo di approccio con chi sta da questa parte. E a volte è tremendamente tragicomica la comunicazione tra

Disegno by Cinzia

Inserto realizzato con il contributo della Regione Lazio, Assessorato Pari Opportunità e Sicurezza, all’associazione L’Isola di Ula e Opp. Testi delle detenute del carcere femminile di Rebibbia (Roma, ottobre — dicembre 2014)


Soffocata

NOIDONNE di febbraio 2014

da una maschera

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Mi presento. Nell’anno del Signore, 29 febbraio 1972 sono nata a Firenze da genitori congolesi. Mi sento, sono fiorentina. Non soltanto per il diritto dello jus soli, ma soprattutto per il diritto del cuore e dei sentimenti. Se a Dante, nell’Inferno, Farinata degli Uberti disse: “La tua loquela ti fa manifesto della nobil patria natia” a me, molto più banalmente in tv mi dicevano: “Dopo la sua scollatura ciò che in lei più strabilia è la calata toscana”. Sono dunque concittadina di Dante, di Machiavelli e persino di Michelangelo, un’italiana sui generis perfettamente integrata nel tessuto sociale e civile del nostro Paese. Tali peculiarità mi hanno portato ad una attiva e costante presenza in tv, in qualità di attrice umorista e showgirl. Ho cercato di cavalcare il sistema accettando di essere sfruttata e cercando di sfruttarlo. Purtroppo anche per la sottoscritta la giustizia ha avuto il suo countdown e sono finita a Rebibbia per un reato di truffa che credevo prescritto, in quanto commesso dal 2002 al 2005. Chi sbaglia paga, come si suol dire, ma se non era anche per la negligenza dei miei difensori potevo già usufruire di pene alternative. I diversi legali ai quali mi sono rivolta non hanno avuto un coordinamento tale da tutelare la mia libertà. La libertà… il bene più prezioso soprattutto per Sylvie, così libera di spirito, piena di vita, di gioia, con un animo che ha sempre voluto soffocare indossando una maschera… Provo delusione, dolore, rabbia! Nel contempo mi sento sconfitta non perché sono entrata in cella bensì in una cella. In un certo modo ci sono sempre stata: la cella di una vita evanescente, di pochi contenuti, colma di zombi senz’anima. Cerco di affrontare l’attuale condizione, in modo sereno e razionale…quelle peggiori (per certi versi) sono più utili alla crescita interiore dell’essere umano e al suo percorso psicologico. Questo triste periodo della vita mi

servirà a temprare la mente ed infondere coraggio e saggezza al mio spirito. Mi sono organizzata affinché il tempo scorra il più velocemente possibile frequentando le varie attività permesse nel carcere sperimentale di Rebibbia: laboratorio teatrale, corso di giornalismo, di yoga, di filosofia. Qui dentro la vita è fatta di piccole cose e, tutto ciò che all’esterno può sembrare insignificante, qui diventa di vitale importanza. È dura stare in carcere ed è peggio se si tratta della prima volta. Affronto la realtà così come mi viene posta, giorno per giorno, con dignità e coraggio. Vado in Chiesa tutte le domeniche. È l’unico momento in cui sono sola con me stessa…al termine della funzione religiosa possiedo una forza diversa e una nuova speranza per iniziare la settimana. Trovo conforto nel ricevere lettere di persone a me sconosciute che mi confermano stima, simpatia e pure ricordo per le mie partecipazioni televisive ritenendo, erroneamente, che le porte del carcere annullassero espressioni di solidarietà umana, che ho scoperto, invece tangibili! C’è tanta gente che mi aspetta alla fine di codesto percorso. Dio mi è sempre vicino!

Sylvie Lubamba

Rebibbia 29 Novembre 2014


La vera Lucia

Solidarietà oppure il contrario? Il nostro modo dignitoso per la autodifesa: la sopravvivenza dentro e fuori di noi Se si potesse cambiare il mondo, dovremmo cambiare le nostre menti. La sopravvivenza, qui, se hai qualcuno che ti aiuta da fuori diventa tutto più facile, altrimenti diventi quasi invisibile. Dentro di me alcune volte sento il vuoto, proprio perché di solidarietà ne vedi veramente poca. Le persone, qui, si formano in piccoli gruppi: rumene con rumene, rom con rom ecc. ecc. Il problema è proprio questo, almeno per quanto riguarda il reparto Camerotti, detto anche Stazione Termini. Parlando di me in prima persona, di solidarietà ne ho vista veramente poca. Il mio Tempo lo passo scrivendo, leggendo o facendo del mio meglio per mantenere la mia cella in ordine e pulita. Certo non tutte siamo uguali, ma di rispetto ce n’è veramente poco. Da una parte mi ritengo fortunata avendo due italiane in cella con me, ma all’inizio non è stato facile. Adesso le cose sono migliorate: c’è del rispetto reciproco, ed è già tanto. La sera mi infilo nel letto di Manuela per stare più calde e vedere assieme il film che scegliamo, tanto l’altra si addormenta nel giro di 10 minuti. Manuela mi suggerisce di ringraziare Dio di questo. Comunque mi sento fuori posto, con tutte queste persone che entrano ed escono. Prima contavo i giorni: sono arrivata a 120. Adesso comincio a contare i mesi…ne sono passati già dieci; non sono tanti per chi come me deve fare degli anni. Si avvicina il mio primo anno e quindi ci sarà il mio compleanno quì… seguito dal Natale e dalle altre feste. È bruttissimo, ma spero che sarà l’ultimo passato quì. Volere è Potere. Giusto… ?

La vera Lucia ride sempre, regala un sorriso a tutte, a chi ne ha più bisogno. La vera Lucia, la vera “me” l'ho ritrovata in carcere. Qui, contrariamente a quanto si possa immaginare, in questo luogo ho fatto esperienza di libertà. La libertà di essere finalmente me stessa e di poter esprimere ogni mia idea, ogni mio pensiero che prima non mi era concesso esprimere. Grazie a questa libertà, ritrovata, ricostruita, ho conosciuto il senso profondo della vita, l'importanza di dare valore alle piccole cose. Ho attraversato la sofferenza, quella profonda, e l’ho affrontata con tutta me stessa e con la volontà, forte, di farcela. E questo è ciò che conta, quanto decidi tu di farcela. L’amore mi ha dato la forza di affrontare la sofferenza. L'amore che per me valica ogni confine, l'amore che va oltre queste mura e mi fa sentire parte di un sogno finalmente avveratosi, quel sogno d'amore che da bambina mi faceva sognare a occhi aperti. Quel sogno oggi è la mia rinascita....”

Lucia

Concepite Donne Attese ascoltate da donne a noi donne donate. Mischiate a tratti sanate. In cerchio intorno ad un tavolo rettangolare senza spigoli dare parole, memorie, storie come note d’ignote intonate, di petto, di stomaco per sete di voler essere umano banchetto di vita da dare. Unico ospite inatteso un divenire di gioia unirsi discreto all’accorato concerto di soli archi e fiati. Corde tese appena pizzicate implodere di libero sfogo senza mai attraverso o di lato il reato accordare. Dirigere il coro a volto scoperto e a mani libere l’opera frugare oltre la mimica di un luogo che limita e che elegge, per legge, esilio e domicilio. Riverbero infinito di un inciso mai ripetuto che solo chi è senza giudizio libera e ode; eco proteso a lasciare di questo viaggio unico testamento. Né dentro né fuori, ma l’una dell’altra è il perpetuo perdersi nel labirinto degli specchi che rimanda la bellezza dello stupore di riconoscersi madri, figlie, sorelle, amiche. Altro non avere, altro non volere che essere, da questa parte del mondo, per ancora una volta, senza colpa concepite. Grazie Tiziana, Paola, Oria, Bruna, Antonella… meravigliose “noi donne”.

Cinzia Mangano

Rebibbia, gennaio 2014 dedica scritta nel retro del disegno delle mani di pag 25

Assunta Inserto realizzato con il contributo della Regione Lazio, Assessorato Pari Opportunità e Sicurezza, all’associazione L’Isola di Ula e Opp. Testi delle detenute del carcere femminile di Rebibbia (Roma, ottobre — dicembre 2014)


Rebibbia

Train laboratory

NOIDONNE di febbraio 2014

(roma, 21 dicembre 2014, ore 21,50)

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A ‘noi donne’ … per fatalità abbiamo preso lo stesso treno. Come spesso accade in un viaggio conosci qualcuna con la quale ti ritrovi a parlare di te, della tua vita: confidenze mai fatte prima! Ascoltare e dare consigli senza secondi fini, far cadere fino all’ultima barriera che si ha perché tanto sai bene che quella sconosciuta non potrà nuocerti, non potrà mai usare le tue confidenze per vili ritorsioni. Un’altra fermata è arrivata; non è il Freccia Rossa, è il “Rebibbia train laboratory”. Le sconosciute (perché in questo viaggio ho avuto modo di confrontarmi con più di una “sconosciuta”: “compagna di viaggio”, “confidente”, “psicologa”, “amiche”) stanno per terminare il loro viaggio, mancano poche ore. Al momento che scenderanno alla loro fermata sono diventate Amiche; abbiamo riso, abbiamo pianto, ci siamo rapportate coi nostri bagagli di vita che seppur in contesti di vita diversi sono similari ai nostri in quanto “noi donne”. Non c’è stata nessuna competitività tra noi che al momento rimaniamo su questo treno che ora, al momento del vostro saluto, riprenderà il suo cammino più lentamente. Brave nel saper cogliere l’Io di ognuna di noi: Loredana, Franca, Sylvie, Laura, Assunta e Lucia, Cinzia e, ultimamente, Elena, una ragazza in gamba che stimo molto e sono certa che avrebbe arricchito ancor più il nostro gruppo; e poi io, la polemica per eccellenza a sentir loro. Inizialmente molto titubante, io che chiedevo a me stessa ‘ma queste donne cosa vogliono da noi?’, io intimorita al punto di aver pensato di lasciar perdere tutto perché mi sembrava un viaggio di psicoterapia drammatica dove ognuna esponeva alla quinta potenza tutto il dolore che aveva dentro. Io che volevo fuggire via ma, testarda come sono, ho voluto vedere fino a che punto si arrivava… Ne sono consapevolmente felice. Complimenti a ‘noi donne’in quanto tutte - dalla prima all’ultima - siete riuscite a sciogliere il

ghiaccio dentro di me facendo scorrere un ruscello limpido: Barbara. È arrivata la fine della vostra corsa su questo treno speciale chiamato ‘Rebibbia train laboratory’. Scenderete coi bagagli pieni di noi donne del treno che spero non sia troppo pesante da trainare. Noi tra un po’ di tempo saremo come delle meteore che hanno attraversato un attimo le vostre vite, ma una grande speranza è che ricordiate quell’attimo di luce che ci siamo donate. Le vostre lettrici vi leggono, sì, ma non hanno preso il treno che ci ha dato modo di conoscerci, di ridere, di piangere, di rapportarci, di guardare una dentro agli occhi dell’altra. E penso di poterlo dire a nome di tutte che Noi donne avremo molto da far apprendere ad altri. Con stima, affetto, simpatia e tanta, tanta dolcezza; con la speranza che presto potremo prendere al volo un altro treno insieme. Vi abbraccio con tutto il cuore. auguri per un Buon natale e felice 2015

Barbara Padre Padre ascolta il mio richiamo, porgi l’orecchio al mio lamento. Perché debbo vivere in questa “prigione”, perché debbo vivere in un mondo che non amo e non mi ama. Oh perché mai…? Mi sento sola tanto sola qui. Padre dove siete? amiche dove siete? Non verrete mai a liberarmi. Ascoltate questo grido che parte dal mio cuore venite ad aiutarmi…venite a liberarmi. Solo a voi ho chiesto aiuto Venite a liberarmi… Barbara Poesia pubblicata in frustando l’acqua non si arresta il fiume scritti e opere da rebibbia femminile a cura di Patrizia Lanzalaco e Fabiana Bianchi Mincione Edizioni, dicembre 2014


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Life coaching [ Nona puntata ]

di Catia Iori

AD AMARE SI IMPARA DA PICCOLI

I

n teoria ciascuna di noi sa che cosa si intende per dare la pace o essere portatori di relazioni armoniose ma Dio solo sa quanto poi siano inquinate da conflitti le nostre giornate. A noi donne spetta tuttavia la necessità di vegliare più da vicino sulla tenuta degli equilibri emotivi. Noi sappiamo meglio di ogni altro, e la natura ce lo suggerisce, possiamo essere felici solo in una relazione con gli altri. E tuttavia mai come in questi anni la difficoltà di comunicare e respirare amore si è acutizzata. In senso fisico, intendo. Non virtuale come le chat o i social ci suggeriscono a compensazione. Sono andata a cercare sui testi di psicologia quando si sviluppa la tensione all’altro, intesa come esigenza di ascoltare ed entrare in empatia con il proprio simile, e mi sono sorpresa nel verificare che le mappe affettive che sono alla base delle emozioni si creano nelle prime settimane

di vita. Anzi nei primi venti/trenta giorni “si verificano nel bambino fasi di vivace interazione sociale, con uno scambio animato che comprende espressioni facciali e vocalizzi, durante il quale il neonato si orienta verso la madre con movimenti agitati delle braccia e delle gambe, a cui seguono fasi di impegno che preparano la successiva fase di interazione”. Se la mamma è attenta e risponde alle sollecitazioni, il neonato impara ad amare. Altrimenti la risonanza emotiva che le cose del mondo producono in noi può addirittura spegnersi o rimanere lesionata per sempre. Secondo Freud queste mappe si costituiscono in maniera definitiva e difficilmente modificabile entro i primi sei anni di vita. Ciò significa che ai bambini, che non crescono come le piante, va prestata grande attenzione. Anche se siamo deluse dal compagno o dal marito, anche se ci siamo giocate il lavoro o le nostre ambizioni, anche se facciamo fatica a concedere spazio a noi stesse. Quando i bambini ci mostrano i loro sgangherati segni sulla carta da disegno non bisogna rimandarli perché il bimbo conclude di non aver fatto nulla di interessante e quindi di non essere lui stesso interessante per il mondo circostante. E di non essere degno di attenzione, di premure di buone maniere. E allo stesso modo quando chiedono il perché di tutte le cose facendo domande che pur nella loro ingenuità, possiamo senz’altro definire filosofiche, non si deve rispondere “quando sarai grande, capirai” perché in quella fase i piccoli stanno cercando il principio di causalità che riduce l’angoscia dell’imprevedibile. Insomma la capacità di amare si decide in quella età, insieme alla formazione della propria identità che nasce dal riconoscimento. E perché non chiedersi da donne, quando si è vittime consapevoli di violenze maschili, se non siamo per caso state private di quella primaria accettazione benevola? Sia da mamme sia da donne andiamo all’origine del nostro amore o non amore. Queste cose, forse senza troppo pensare alla psicologia, le ha ricordate papa Francesco parlando di pace nel mondo e aggiungendo che i bambini che non crescono nell’amore non lo riconoscono neppure più nella loro vita e frequentano invece il sopruso e il dolore scambiandoli per alimento buono e noto. E quando saranno grandi difficilmente potranno risolvere i loro conflitti o addirittura esigere per sé quel rispetto e quella protezione che troppo spesso noi donne tendiamo addirittura a lasciare ad altri, ad esempio il marito o il presunto amore.

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NEO-REPUBBLICHE DEL DONBASS

DIO, PATRIA E FAMIGLIA: I VALORI DELLA GRANDE RUSSIA

Ucraina: il Donbass e il ripiegamento nostalgico su un lontano passato patriarcale e confessionale

di Cristina Carpinelli Mentre ancora in Ucraina il conflitto tra il governo di Kiev e i ribelli filo-russi dell’Est del paese sembra non avere tregua, nella regione russofona del Donbass, dove si collocano le due autoproclamatesi Repubbliche popolari di Donec’k e Lugansk, è in corso un’operazione di consolidamento del potere, entro cui la nuova dirigenza sta esplicitamente tracciando la futura ideologia dominante incardinata su patriottismo, fede, ortodossia e tradizionalismo. Il 14 maggio 2014 la Repubblica popolare di Donec’k ha adottato una Costituzione, la cui essenza sta nel suo preambolo: “…Creazione di uno Stato sovrano indipendente, mirato a ripristinare lo spazio culturale e di civiltà unitario del Mondo Russo, sulla base dei suoi valori religiosi, sociali, culturali e morali tradizionali, con la prospettiva di diventare una parte della ‘Grande Russia’...”.

Le scelte delle neo-Repubbliche del Donbass rappresentano un manifesto contro il modello occidentale di società e lanciano una sfida contro la sua deriva relativista, nichilista, omosessualista, laicista

Il richiamo allo “Russkij Mir” (Mondo Russo) è una costante del testo costituzionale: “Sentirsi parte integrante del ‘Mondo Russo’ come civilizzazione russa”. (…) “Pensare all’indivisibilità del destino dell’intero ‘Mondo Russo’ ed essere ancora disposti a rimanere partecipi di questo destino”. (…) “Restare ancorati ai valori e agli ideali del ‘Mondo Russo’ e onorare la memoria dei suoi antenati”, ecc. La Costituzione assegna alla Chiesa ortodossa russa (patriarcato di Mosca) il ruolo di colonna portante della neo-Repubblica: “L’esperienza e il ruolo storico dell’Ortodossia e della Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) vengono da noi riconosciuti e rispettati, tra le altre cose, anche come colonne sistemiche del Mondo Russo”. L’articolo 21 autorizza la “Repubblica”, senza porre limiti, a proteggere i cittadini dalle sette religiose mettendole fuori legge, ma senza definire in alcun modo tali sette e aprendo così la strada alla persecuzione di qualsiasi religione non gradita alla Chiesa Ortodossa Russa. Nel loro progetto di costruzione del “Mondo Russo”, gli estensori della Costituzione hanno anche deciso di rafforzare la famiglia tradizionale: Articolo 4.3. “Lo Stato sostiene la famiglia tradizionale come unione tra un uomo e una donna registrata secondo le modalità previste dalla legge”. In più, l’articolo 31.3 vieta ogni possibile forma di unione “perversa” tra persone dello stesso sesso, che sarà perseguita per legge. L’articolo 9.2 dichiara che la fede ortodossa professata dalla Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) è la religione di Stato. Gli articoli 3 e 12.2 sanciscono il diritto alla vita fin dal momento del concepimento, implicando in tale modo il divieto all’aborto. La Repubblica di Donec’k si è pure dotata di un Codice penale (17 agosto 2014), nel quale è introdotta la pena di morte per i crimini più gravi, tra cui sono inclusi quelli per tradimento, saccheggio e spionaggio. L’altra Repubblica popolare del Donbass, quella di Lugansk, è salita recentemente all’onore delle cronache per aver organizzato un “tribunale popolare”, che ha sentenziato esemplari condanne per due casi di stupro (nella sala del tribunale erano presenti più di 300 persone. Per un caso è stata decisa la fucilazione, per l’altro l’invio del colpevole sul fronte a “espiare il crimine con il sangue” - non si è poi proceduto materialmente all’esecuzione delle pene), e per le dichiarazioni ultra-reazionarie sul ruolo delle donne nella società rilasciate dal comandante della brigata meccanizzata “Prizrak”, Aleksej Mozgovoj, nel corso di un’intervista al giornale “Novaja Gazeta” (1). Per quanto riguarda il “tribunale popolare”, il comandante ha affermato


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che “è solo il primo della serie. Era una prova. Dovevamo capire come la società avrebbe reagito a tutto ciò, come la gente si sarebbe comportata durante il processo. [Ora è necessario] dare vita a qualcosa di analogo a questo tribunale, a cui tutti si abituino permanentemente”. Egli ha, inoltre, sottolineato la validità di un processo “popolare” (con un sistema di voto diretto - per alzata di mano - che affermi la volontà della maggioranza) senza diritto di difesa per gli accusati, e ha aggiunto che questa forma di giustizia, “la vorrebbero tutti nel mondo. In realtà, tutti vogliono la giustizia. Ma la giustizia è crudele, non deve essere fatta di fiocchetti rosa”. Mozgovoj ha, poi, espresso il suo punto di vista sulle donne e ha minacciato di arrestare tutte quelle che frequenteranno un’osteria o un bar: “Tutte queste giovani donne, che dovrebbero fare nascere i bambini di cui abbiamo bisogno per evitare una crisi demografica, cuocere al forno pirozhki e fare punto croce, invece di occuparsi di questo non fanno altro che distruggere il proprio organismo. D’altronde, perché mai ai vecchi tempi alle donne era proibito sedersi al tavolo? Perché una donna era innanzitutto una madre. Ma che madre potrebbe mai essere se rovina il suo organismo con l’alcool, e ai tempi d’oggi addirittura con le droghe?”. Le scelte operate dalle nuove autorità delle neo-Repubbliche del Donbass rappresentano un autentico manifesto contro il modello occidentale di società, in particolare nel campo della La nuova tutela della famiglia tradizionale e, più in Costituzione generale, della salvaguardia del sistema della Repubblica valoriale della civiltà dello “Russkij Mir”. popolare di Chiara è la sfida lanciata dalle due ReDonec’k assegna pubbliche al mondo occidentale per la alla Chiesa sua deriva relativista, nichilista, omosesortodossa sualista, laicista. Esse intendono conrussa il ruolo di trapporre a questa deriva un’alternativa colonna portante, di stampo assolutista, sessualmente trariconosce il dizionale, omofobica, che affonda nella diritto alla vita melma del passato, alla cui base vi è un fin dal nazionalismo mistico-ortodosso. Come concepimento e introduce afferma il politologo russo Oleg Bondala pena di morte renko, l’ideologia del Donbass si basa sulla riedificazione della ‘Grande Russia’ con “il ritorno alle radici, la rinascita dello spirito nazionale, la ricostruzione di uno spazio storico. La riunificazione dei territori abitati dai russi, cui farà seguito la riunificazione dello spirito. Ma quale spirito può offrire al mondo la Russia di oggi? Uno spirito conservatore: la famiglia, la fede, la tradizione. La libertà di avere più di due figli e di andare in chiesa la domenica. La libertà di

educare i figli nello spirito della cultura nazionale e di celebrare feste nostre, non straniere. e per questo che è insorta l’Ucraina orientale. Questi valori oggi sono minacciati non solo in Ucraina, ma in tutta l’Europa” (2). Il 24 maggio 2014, insieme con la Repubblica Popolare di Lugansk, l›autoproclamata Repubblica Popolare di Donec’k ha dato vita allo Stato Federale della Nuova Russia (Novorossija), che comprende tra le altre le regioni di Char’kov, Dnepropetrovsk e Odessa. Questo Stato Federale della Nuova Russia, il cui nome esatto è “Unione delle Repubbliche Popolari di Novorossija” è, per il momento, un’entità astratta. Non ha un profilo politico, che potrà essere definito solo quando saranno chiari i suoi confini territoriali. A tutt’oggi, la Novorossija, la cui capitale è Donec’k, si caratterizza per avere cultura e lingua russa, per la presenza di un’Assemblea interparlamentare composta di 30 deputati per ciascuna Repubblica e di un presidente. Quest’ultimo è attualmente Valerij Kaurov, nato a Odessa nel 1956. Arrestato più volte, negli anni, per atti di teppismo, vandalismo e corruzione. Il suo motto è: “Per la Fede, il Popolo, la Patria!”. Lo Stato Federale della Novorossija ha come punto di riferimento la grande civiltà russa, poiché come afferma Igor’ Druz (braccio destro dell’ex-comandante in capo della Repubblica popolare di Donec’k, Igor’ Strelkov) questa “difende alcuni valori fondamentali, non solo di carattere religioso, ma anche valori che riguardano i rapporti tra le persone. Per esempio, la condanna della perversione nei rapporti tra sessi diversi e gli stessi sessi che attualmente si sta diffondendo nel mondo. [...] La Russia difende la conservazione di alcune convinzioni fondamentali che hanno sempre caratterizzato la cristianità, ma lo fa dal punto di vista dell’uomo russo. Si tratta, quindi, di una vera e propria visione del mondo, una visione del mondo ambiziosa, sulla base della quale è possibile affermare che la Russia è uno Stato universale. [...] La Russia è un pilone della cristianità e un difensore dell’istituto della famiglia a livello globale. E la Novorossija, dove la Cristianità ortodossa è diventata religione di Stato, lo è al quadrato. [...] (3). b Fonti: (1) Zinaida Burskaja, “Sami sebegosudarstvo”, Novaja Gazeta, 17 novembre 2014 (2) Oleg Bondarenko, “Ideologija ‘russkojvesny’”, Izvestija, online, 11/4/2014. Traduzione italiana sul n. 1047 del settimanale L’Internazionale - aprile 2014, disponibile online. (3) FOCUS UCRAINA/“L’‘antifascismo’ neofascista della Novorossiya”, Crisi Globale, online, 30 settembre 2014.

Nota È disponibile on line un’intervista al comandante Mozgovoj, che vale la pena ascoltare: Interview with Economist and The Nation. Militia Commander Mozgovoy. English Subtitles (https://www.youtube.com/watch?v=Uu2qhdmEzE).

NEO-REPUBBLICHE DEL DONBASS

La Repubblica popolare di Lugansk ha istituito un tribunale popolare senza diritto di difesa per gli accusati e che emette sentenze per alzata di mano


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GLI IMPOSSIBILI DIRITTI LGBT

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L’opinione pubblica ritiene l’omosessualità socialmente inaccettabile. Per la comunità LGBT egiziana è caccia alle streghe

di Zenab Ataalla

È salito a centocinquanta il numero delle persone accusate di omosessualità e condannate a detenzione nell’ultimo anno in Egitto.

zona centrale del Cairo e centro nevralgico della riIl nuovo governo voluzione. “In Egitto essere sembra volersi gay o lesbica significa porservire della tare addosso uno stigma. A denunciare la drammatica situazione è l’associazione comunità LGBT Significa macchiare l’onore indipendente che si occupa di diritti umani, la Egyptian per mettere a della famiglia. E questo la Initiative for Personal Rights (http://eipr.org/en) che ha tacere quanti dice lunga su come io e tutti lo accusano di sottolineato come l’anno appena trascorso sia da consiessere troppo i miei amici possiamo vivere derarsi l’anno peggiore in assoluto per la comunità LGBT occidentalizzato la nostra sessualità. Non ci del Paese. Sebbene l’omosessualità non sia di fatto viesiamo solo ‘noi’, ma ci siatata in Egitto, e nel Codice Penale non sia formalmente mo ‘noi’ inseriti all’interno previsto alcun reato ad essa associato, l’anno appena della società egiziana. Ed trascorso ha visto gli omosessuali egiziani letteralmente è proprio questo il problema perché ogni nostra azione presi di mira dal nuovo governo e accusati non solo di ha inevitabilmente una ripercussione sociale - racconta perpetrare comportamenti immorali, ma anche di essere Mahmoud, che continua -. Per quello che mi ricordo non istigatori della prostituzione altrui. Se fino all’era Mubarak ho mai visto in Egitto un atteggiamento la situazione era stata tacitamente tollerata, così repressivo nei confronti della comunitanto più se non veniva alla luce del sole, tà LGBT come quello che si sta verificandallo scoppio della rivoluzione del 2011 e Il governo do negli ultimi anni”. Mahmoud si riferisce in particolare con l’elezione del Presidente egiziano accusa chiaramente ad alcuni fatti di cronaca reAl Sisi la realtà è nettamente peggiorata. Il gli omosessuali cente, repliche di un antecedente celebre, nuovo governo sembra volersi servire della di comportamenti immorali che risale a più di dieci anni fa, quello del comunità LGBT per stabilire un nuovo core di essere ‘Queen Boat’. A maggio del 2001 la polizia so politico e mettere a tacere quanti lo acistigatori della fa irruzione su questa imbarcazione ancocusano di essere troppo occidentalizzato, prostituzione rata sul Nilo. In seguito alla retata vengono con l’intento di rafforzare in questo modo altrui arrestate più di cinquanta persone. L’accula sua posizione non solo nei confronti dei sa ufficiale mossa alla maggior parte dei Fratelli Musulmani, ma anche dei Paesi partecipanti è quella di “corruzione abituaarabi limitrofi. Un vero e proprio giro di vite le” e “condotta oscena” in base all’articolo 9C della legge che fa montare la paura in chi vorrebbe vivere con sere10 del 1961 che punisce ancora oggi la prostituzione. nità il proprio orientamento sessuale ma non ci riesce, Nonostante la costruzione delle accuse su altri reati, è come ci confida Mahmoud, un ragazzo che abbiamo chiaro fin dal primo momento che il motivo degli arresti avuto modo di incontrare in un bar vicino a piazza Tahrir,


è l’orientamento sessuale dei ragazzi. Questo episodio è analogo a quelli avvenuti di recente. Nell’estate del 2014 cinque ragazzi vengono arrestati con l’accusa di “dissolutezza” per aver postato un video di un presunto matrimonio gay su You Tube. I cinque ragazzi, ancora oggi in carcere, possono rischiare fino a diciassette anni di reclusione. Risale invece al dicembre scorso la notizia dell’arresto di trentatre uomini accusati di “perversione” in seguito ad una retata in un presunto hammam omosessuale nel quartiere cairota di Ezzbekiya. Mahmoud ha paura di parlare, perché non sa chi ci può ascoltare. “Bisogna stare attenti a quello che si dice, a come ci si comporta perché anche se non lo vedi, sai che può esserci qualcuno che può seguirti e spiarti e nel peggiore dei casi denunciarti alle autorità. E se questo succede, la tua vita è finita. Soprattutto se provieni da una famiglia povera, - e conclude - è inutile dire che in Egitto l’omosessualità non verrà mai accettata. Non si tratta solo di una questione religiosa. Non si tratta di essere musulmani o cristiani. La società tutta non accetta l’omosessualità”. Le parole di Mahmoud sembrano purtroppo confermare a distanza di quasi due anni quanto emerso dal sondaggio Pew Research Center del 2013, secondo cui più del 90% della popolazione egiziana ritiene che un orientamento sessuale che si distacca dall’eterosessualità non debba essere accettato. E se parliamo poi da un punto di vista religioso, va da sé che la reli-

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gione ha una grande influenza sulle questioni LGBT. Le due religioni dominanti in Egitto, l’Islam ed il Cristianesimo, condannano l’omosessualità. Per entrambe l’essere omosessuale o trans significa avere un’anomalia, scezoz in arabo, che nel peggiore dei casi è da considerarsi una malattia da curare. A questo poi si aggiunge che l’omosessualità va contro la concezione generale di famiglia, come ci conferma un professore di lingua italiana che vive e lavora da anni a Il Cairo e che per ragioni di sicurezza preferisce rimanere anonimo: “In Egitto l’idea di famiglia si basa prima di tutto sull’idea di matrimonio tra un uomo ed una donna. Entrambi hanno un ruolo da rispettare e non si può uscire da questa logica. Parlare di identità di genere e orientamenti sessuali che si distaccano dalla norma può portare a dei problemi, perché non è ammesso nulla che non rientri in questa idea. È una cosa risaputa che esistono gay e lesbiche nella società egiziana, ma meno si affronta la questione meglio è per tutti perché è qualcosa che va contro la morale non solo religiosa ma anche sociale”. b


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LIBRI a cura di Tiziana Bartolini

FEMMINISMI DI OGGI E IN DIVENIRE

Irriverenti e libere. Non poteva che titolarsi così il libro che racconta le storie dei femminismi del terzo millennio in Italia. L’autrice, la giornalista e militante femminista Barbara Bonomi Romagnoli, oltre ad aver svolto un interessante ed encomiabile lavoro di raccolta e analisi, è stata anche parte attiva in alcune delle storie che racconta. Leggere in questo caso significa comporre un puzzle. Il disegno che viene fuori, pagina dopo pagina, è una mappa femminista dell’Italia degli ultimi anni. Una fotografia in movimento perché, si sa, le esperienze di attivismo politico femminista sono sempre in divenire. Un lavoro di restituzione storiografica, perché racconta un pezzo di storia, ignorata dai media mainstream e assente dai grandi archivi pubblici. Storie chiuse nei faldoni delle varie associazioni e collettivi, che questo libro ha il pregio di recuperare, riunire e rendere visibili. Storie di militanza, apparentemente scollegate e diverse, ma in realtà legate da un filo rosso, che è la volontà di sovvertire in senso femminista l’ordine precostituito. Non solo perché non è vero che le donne hanno acquisito - in Italia ma anche altrove - pari diritti di cittadinanza, ma anche perché il patriarcato, che trova nel capitalismo e nel consumismo - di beni, corpi, ambiente - i suoi migliori alleati, resiste negli usi e nei costumi delle persone, nel privato, nei media, in una parola, nella cultura. Un libro che da conto di battaglie trasversali e diverse, che nascono in seno ad altri movimenti e che incrociano altre lotte (per la casa, il reddito, la comunità lgbt, i diritti delle sex workers, ecc). Un volume da mettere in libreria perché pieno di spunti e di speranze. Silvia Vaccaro Barbara Bonomi Romagnoli IRRIVERENTI E LIBERE. FEMMINISMI NEL NUOVO MILLENNIO Ed Internazionali Riuniti, pagg 221, euro 15,00

QUELLE CHE HANNO PRETESO L’IMPOSSIBILE Un primo tentativo di scrivere la storia del movimento delle donne reggiane degli anni Settanta. È Creatrici di storia, libro scritto a due mani - Anna Appari e Elisabetta Salvini - attingendo sia a documenti sia alla memoria delle protagoniste attraverso delle interviste. I focus sono tre: il femminismo dei collettivi, dell’autocoscienza e dell’autodeterminazione; i coordinamenti intercategoriali delle delegate; l’impegno nei consultori. È un libro corale che parla “di storie che appartengono a Reggio Emilia perché hanno avuto su di essa una capacità di mutamento” scrive l’Assessora Natalia Maramotti nella presentazione, mentre a inscrivere la ricerca nel contesto politico nazionale del tempo si fa carico la prefazione di Daniela Brancati. Il libro intende tracciare una prima indagine utile ai ricercatori e, al tempo stesso, intende suscitare curiosità nelle giovani generazioni mostrando come sia stato possibile per le ragazze di allora pretendere e ottenere l’impossibile. Anna Appari e Elisabetta Salvini CREATRICI DI STORIA Ed Fausto Lupetti, pagg 254, euro 15,00

VIAGGIO AL CENTRO DELLE VITE POSSIBILI Sono spesso fulminei, talvolta imprevedibili, sempre sorprendenti i racconti e i personaggi del volume di Alma Daddario, che prende il titolo dalla prima storia: Strani frutti. Parla di una sorta di “miniaturizzazione dell’immagine” il commento di Dacia Maraini, che efficacemente aggiunge “sembrano divertirsi a saltare dallo stile diaristico a quello fantastico, dalla cronaca al noir più tradizionale”. Le pagine scorrono velocemente e in venti ‘quadri’ le scene si susseguono offrendo particolari angolature di situazioni difficili - Beatrice, la mamma della giovane Cecilia uccisa da un fidanzato geloso - o scabrose - il sogno premonitore di Benedetta che drammaticamente si avvera - o improbabili - la lucertola delle scarpe che parla a Artemisia Fagotti in una notte magica -. Il filo conduttore di tanta fantasia


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si ispira alla vita nel suo svolgersi multiforme e intermittente, mai lineare e prevedibile, raramente a lieto fine. “È come se questi racconti potessero essere dei semplici spaccati su realtà possibili: silenziosi, senza commenti, disincantati, e intimamente rispettosi” scrive Aldo Carotenuto nella prefazione. E non si può non essere d’accordo. Alma Daddario STRANI FRUTTI Youcanprint Self-Publishing, pagg 119, euro 12,00

LA PAROLA, PASSAGGIO PER LA LIBERTÀ Tra i tanti post it che ti accolgono entrando nella bella biblioteca del carcere femminile di Rebibbia uno, poetico ed ermetico, è stato scelto come titolo del libro collettivo in cui sono pubblicati scritti composti da alcune detenute durante il quinto anno di corso del Liceo Statale Artistico Enzo Rossi (sezione distaccata presso il carcere). Frustando l’acqua non si arresta il fiume è il risultato di “un incontro tra due mondi” che attraverso la parola traghettano solitudini, dolori, speranze. Patrizia Lanzalaco (insegnante) e Fabiana Bianchi (educatrice) sono le curatrici del libro (ed Mincione), frutto di un laboratorio durato un anno, che a gennaio è stato presentato in anteprima a Roma e che è in uscita a marzo. Alcune pagine contengono anche un catalogo, a cura di Lucia Lo Buono con opere pittoriche e compositive create dalle detenute durante lo scorso anno scolastico.

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MAREA

COMPIE VENT’ANNI di Monica Lanfranco

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a rivista Marea compie 20 anni, e li festeggia con una mostra, dal 18 al 28 marzo 2015, e altrettanti giorni di eventi, incontri, dibattiti, musica e parole a Genova, sua città natale. Nata nel 1994 Marea è un trimestrale per scelta aperto al dialogo e al conflitto dentro al movimento femminista, seguendo il corso della storia delle donne, nel nostro paese e non solo. Una rivista ‘per dire lo stare al mondo delle donne’ che usa per ogni numero una parola chiave (potere, corpo, famiglie, cibo, denaro, sesso, pornografia, violenza, pause, politica…..) sulla quale impostare un percorso tematico di riflessione, scritta da donne e con una rubrica a firma maschile. Poche giornaliste ad animarla, molte le attiviste con varie professionalità e provenienze, Marea ha promosso e organizzato eventi che hanno portato in Italia donne e uomini di cultura, scrittrici, scienziate, donne impegnate nei movimenti ecologisti, antiliberisti, antifondamentalisti, per la laicità e i diritti delle donne nel mondo; è stata Marea, nel 2001, a organizzare il primo evento femminista sulla globalizzazione, PuntoG-Genova, genere, globalizzazione, a cui è seguito il decennale nel 2011. In questi anni sulle sue pagine hanno scritto esponenti di reti internazionali quali Donne in nero, One law for all, Secularism is a women issue, Women living under muslim laws. Marea ha vissuto 20 anni nei quali ha provato a cogliere ciò che era nell'aria, muoveva le coscienze e le menti in sintonia e/o in contrasto con le trasformazioni sociali e politiche che ci hanno attraversate e oggi prova, anche attraverso il suo sito e la radio web www.radiodelledonne.org a intercettare le giovani generazioni: per questo i dieci giorni di mostra e di appuntamenti li ha chiamati ‘venti’. Vent’anni di vita ma anche venti come i movimenti dell’aria, che muovono, spostano e scompigliano, portando suggestioni e visioni. Il programma lo trovate su www.mareaonline.it Vi aspettiamo.


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UNA SCUOLA (MOLTO) APERTA ALL’ARTE di Graziella Bertani

Viaggio in un’eccellenza poco conosciuta: Splash, un museo d’arte in una scuola elementare

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Sassuolo, in provincia di Modena, il primo museo d’arte in una scuola primaria espone lavori delle scolaresche e di opere artisti o frutto di collaborazioni. Si chiama Splash e a proporlo è stata Tina de Falco, docente di lettere ed esperta d’arte.

Perché questo museo? Chi lo ha sostenuto e chi lo sostiene oggi? Splash nasce da una esigenza di bellezza interno di una scuola che aveva pareti grigie. Quando sono entrata nella scuola San G. Bosco era triste, sapeva di malinconia. Lo Splash oggi è un setting dove la bellezza è vissuta e creata. Per le spese per l’allestimento del laboratorio il progetto è stato interamente sostenuto Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Attualmente non abbiamo sponsor e gli artisti che lavorano con noi lo fanno sapendo che stanno aiutando i bambini a crescere in maniera armonica e nella bellezza. Quando un ambiente è bello, i bambini arrivano a scuola con piacere.

In che modo e quanto questo progetto è stato ed è condiviso con la Dirigenza Scolastica e con i colleghi? La costruzione del rapporto con i colleghi è stata lunga e difficile; non dimentichiamo che siamo in una scuola primaria e non tutti i docenti hanno amore o passione per l’arte, spesso vista solo come passatempo. Oggi, dopo ben sette anni, qualcosa sta cambiando e i colleghi del plesso si rendono più disponibili alla partecipazione al progetto annuale di performance o di mostre da me proposto. Ho sempre avuto il massimo appoggio da parte della mia dirigente, la dott.ssa Rita Turrini, che ha sempre creduto nei miei percorsi formativi e anche quando ho voluto dare un volto nuovo ad una scuola grigia mi ha consigliato di andare avanti.

Come vivono il museo i bambini e dei genitori in generale? I bambini riconoscono che la loro scuola è diversa, sanno che

è anche museo e che loro possono partecipare ad attività speciali con artisti esterni. I nostri ragazzi, oltre alla pittura, conoscono anche l’espressione artistica delle performance e spesso si trovano ad essere essi stessi performer. Costruiamo installazioni proponendo di ricreare in nuova forma materiale di scarto. I genitori del quartiere vengono a vedere le nostre mostre e sanno che i loro figli sono in una scuola diversa le cui porte sono opere d’arte.


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Quale ruolo gioca oppure potrebbe giocare l’amministrazione comunale nella valorizzazione del museo quale patrimonio della città e strumento di crescita per il territorio? È possibile conciliare programma scolastico e rapporto con l’esterno? Per quanto riguarda l’attuale amministrazione comunale, credo che ci darà più spazio e comunque sa che nella nostra scuola ci sono opere importanti. Il passo successivo sarà quello di aprire la scuola anche nei giorni prefestivi o festivi oltre a farlo divenire sede di attività artistiche per bambini e genitori. Vivere l’arte anche fuori dalla mia scuola mi ha portato ad avere conoscenze fra gli artisti che spesso coinvolgo nei miei percorsi. L’ultima mostra “Le città invisibili” realizzata e da bambini e ragazzi di San Pietroburgo e presentata dai loro docenti è stato un vero successo. Sono arrivati al Museo artisti russi e uno di loro ha lasciato un disegno sul muro. Questa mostra è nata dalla collaborazione con l’associazione culturale Italia-Russia. Quando arriva allo Splash un nuovo artista, con lui si progettano anche i momenti d’incontro con i bambini perché devono essere parte attiva di ciò che si farà. In questo modo non solo vedono nascere un’opera ma vi partecipano, diventano attori di un percorso. Il rapporto con l’esterno per ora è saltuario, perché non vi sono i mezzi economici per aprirlo anche nei giorni non scolastici.

Perché consigliare la visita allo Splash e quali sono i suoi punti di forza e di debolezza? Lo Splash resta unico nel suo genere, è un museo d’arte con-

temporanea in cui vi sono opere realizzate solo d’artista, opere contaminate o corali, bambini e artisti insieme, e opere solo di bambini. Per ora i nostri laboratori sono rivolti solo alle altre scuole dell’istituto comprensivo, per il solito motivo … e anche perché non esiste una vera apertura all’arte intesa come percorso formativo della persona. Più si educa all’arte più si

diviene cittadini consapevoli e rispettosi del nostro patrimonio artistico. Lo Splash inoltre partecipa a concorsi esterni; il prossimo con l’estero sarà con la città di San Pietroburgo alla partecipazione di un loro festival d’arte infantile. La forza del nostro museo sta nell’idea di educazione all’arte dentro l’arte, cioè vivendola ogni giorno anche in maniera inconsapevole. Il punti deboli sono la mancata istituzionalizzazione da parte del comune per farlo divenire uno spazio museale più fruibile alla cittadinanza. Ma nulla è semplice e l’Italia, pur essendo una patria dell’arte, ancora rifiuta un concetto d’arte infantile. Nel 2005 sono stata invitata dall’Istituto di Cultura italiana di Belgrado per tenere un discorso sull’arte infantile, alla cerimonia di chiusura della biennale d’arte infantile. Avrei voluto portare anche qui una nostra biennale, ho fatto il progetto … ma dopo 10 anni ancora nulla si è concretizzato. Questa è la nostra debolezza...! b

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Teatro over size

IL CORPO COME STRUMENTO SENSORIALE di Mirella Mascellino

Il laboratorio residenziale di Roberta Torre a Rubiera (RE) è riservato ad attrici che indossano dalla taglia 50 in poi

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oberta Torre torna in campo con un nuovo workshop, proponendo un Elogio della leggerezza, molto singolare. Il progetto comprende cinque giorni di laboratorio-residenza al termine del quale ci saranno due serate di messa in scena aperta al pubblico. Rivolto a venti donne, non necessariamente attrici professioniste, con taglia rigorosamente dalla 50 in poi, vedrà uscire sette protagoniste, che daranno vita a un tour, in giro per i teatri italiani tra il 2015 e il 2016. Alle prescelte si chiede di essere disponibili a mettersi in gioco in un laboratorio-spettacolo dove il corpo fisico diventi corpo sociale comunicativo e ispiratore di poesia. Rompendo degli stereotipi, dal corpo voluminoso volerà la bellezza delle forme, oltre la pesantezza. Lo spettacolo avrà la regia e la drammaturgia di Roberta Torre e la coreografia di Silvia Gribaudi e sarà realizzato con il sostegno de La Corte Ospitale (Rubiera, Reggio Emilia - www.corteospitale. org), Zebra Cultural Zoo e Teatro della Torre, in collaborazione con 369 gradi, con le musiche originali di Gianni Resta. Alla Torre qualche domanda.

Cos’è l’elogio della leggerezza? È un inno alla libertà. È la storia di dee felici che attraversano il mondo in punta di piedi. Sono ghiotte, voraci, gioiose, rumorose e soprattutto hanno il potere di volare. Attraverso i quattro elementi, acqua, fuoco, aria e terra, le divinità si occuperanno di rimettere le cose a posto nel mondo degli umani.


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che mi riguarda. Correlare al proprio corpo anche la possibilità di andare oltre a quelli che sono dei limiti fisici, lavorare in una dimensione altra.

Perché pensare a un corpo di donna over size, in una società che spiattella corpi come modello vincente e immagine da imitare? Il nostro, quello mio e della coreografa Silvia Gribaudi, non è un progetto sociale, ma artistico. A noi interessa lavorare su dei corpi che abbiano dei volumi, che siano rotondi. È strano però che ogni volta che uno lavora coi temi che hanno a che fare con il corpo e con le donne salti sempre fuori l’aspetto sociale. Alla fine è come se chiedessero a Botero perché dipingesse delle donne grasse. L’arte, secondo me, va al di là del sociale. La bellezza è dappertutto. Può essere bella una persona molto alta o una persona molto grassa. Io trovo che la bellezza stia ovunque, non è una scelta che dipende dal peso o dalla forma.

La società di oggi ha perso la consapevolezza del “corpo” come elemento della persona fatta di corpo e spirito-anima, corpo singolare o specificità che varia di persona in persona, facendosi trascinare da modelli imposti dai media. Tu cosa ne pensi? Alla fine, io penso che bisogna lavorare su un concetto di diversità. Non c’è una sola forma di bellezza omologata. Chi conosce la storia dell’arte questo lo sa bene. I modelli di bellezza sono cambiati nei secoli. Si è passati da un momento in cui le donne con la pancia andavano benissimo, a un altro in cui non andavano più bene e così via. Un artista guarda alla forma di armonia o disarmonia, ma secondo il suo punto di vista. Io per esempio metto in scena quelle che sono delle forme che mi ispirano delle visioni e in questo caso abbiamo voluto lavorare su queste donne.

La “leggerezza” è un valore o uno stato che appartiene a chi sa volare, vivere e accettarsi. La leggerezza che tratterai col tuo workshop ha a che fare con la libertà di essere se stesse e di saper vivere e accettarsi? La leggerezza come visione del mondo, io direi, specialmente in questo momento storico, come categoria dello spirito, per quel

Perché queste donne, dalla Bellezza oltre la pesantezza, metteranno le cose a posto nel mondo degli umani? Una sorta di fede nella “la bellezza che salverà il mondo”? No, è proprio la drammaturgia dello spettacolo. Nasce dall’idea di lavorare con dei modelli del mondo classico, delle dee legate agli elementi di aria, acqua, terra, fuoco. Queste dee interrogano il mondo e si chiedono come fare a sistemarlo. Partiranno dall’osservazione di un episodio di cronaca attuale attorno al quale costruire recitare e agire le proprie drammaturgie gestuali e vocali.

In certi lavori o contesti di società, la persona over size viene penalizzata, derisa, emarginata. Ci sono donne che vivono infelici perché la società non le accetta. Cosa vuoi dire loro? Il problema è sempre quello della consapevolezza. Una donna deve essere consapevole del suo ruolo di essere al mondo. Il suo corpo è strumento sensoriale con cui conoscere la realtà. La consapevolezza è assolutamente necessaria per accettarsi. b

Info: elogiodellaleggerezza@gmail.com

PREMIO IMMAGINI AMICHE QUINITA EDIZIONE Giunge alla V edizione il PREMIO IMMAGINI AMICHE , promosso dall’Unione Donne in Italia (Udi) e dall’Assessorato alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità di Roma Capitale. presieduto dalla giornalista Daniela Brancati. Il premio è ispirato alla risoluzione del Parlamento Europeo, votata il 3 settembre 2008, sull'impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, e ha l’obiettivo di stimolare pubblicitari e aziende committenti a una creatività socialmente responsabile, contrastando la tendenza di televisione e pubblicità nell’abuso dell’immagine femminile e valorizzando una comunicazione che veicoli messaggi creativi positivi. Le sezioni del concorso sono cinque: affissioni, pubblicità televisiva, pubblicità stampata, programmi televisivi e siti web. La cerimonia conclusiva si terrà a Roma. Le segnalazioni (libere, gratuite per privati e aziende) sono aperte a chiunque e dovranno pervenire al sito www.premioimmaginiamiche.it seguendo le istruzioni in esso contenute entro e non oltre il 15 Febbraio 2015.


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BEVERLY PEPPER LA MATERIA E LA FORMA di Flavia Matitti

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pesso mi dicono che le mie sculture hanno un’anima, ma io realizzo forme, non ci metto un significato. Quando inizio un lavoro, non so come sarà. Lavoro finché non sento che c’è qualcosa nella mia opera, allora mi fermo. È l’opera stessa a dirmi quando è compiuta e alla fine mi deve sorprendere”. A parlare così è la celebre scultrice americana Beverly Pepper (Brooklyn, 1922), che lo scorso 28 ottobre ha illustrato il proprio lavoro in un’intervista pubblica condotta dai bravi Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti, in un incontro organizzato a Roma dall’Associazione culturale “I Martedì Critici”. “A Roma - prosegue - sono nata come artista e ho conosciuto mio marito. Roma è piena di monumenti, ma a me non interessa narrare delle storie, mi interessa la monumentalità, che è un fatto di proporzioni”. Beverly Pepper vive tra New York e Todi (Perugia), ma a suggellare il lungo rapporto con Roma, città alla quale è legata fin dai primi anni ’50, interviene ora una mostra affascinante intitolata Beverly Pepper all’Ara Pacis (fino al 15 marzo 2015, catalogo Gli Ori). Curata da Roberta Semeraro, l’esposizione presenta all’esterno del Museo dell’Ara Pacis quattro grandi sculture in acciaio corten e all’interno cinque sculture in ferro, di piccole dimensioni, esposte proprio accanto all’altare dedicato da Augusto alla Pace nel 9 a.C. Le gigantesche forme concentriche poste all’esterno instaurano un dialogo serrato e vitale con il variegato contesto urbano e paesaggistico, che spazia dalle rovine e dai cipressi del Mausoleo di Augusto alla chiesa barocca e neoclassica di San Rocco, dal moderno Museo dell’Ara Pacis, opera dell’architetto statunitense Richard Meier, ai platani del Lungotevere. E poi

naturalmente c’è l’Ara Pacis Augustae, uno dei monumenti più importanti di Roma, perché celebra l’equilibrio raggiunto da Augusto nei quarant’anni del suo principato. “Io spero - dice l’artista - che il mio lavoro trasmetta una sensazione di sicurezza, ma oggi solo dentro se stessi è possibile trovare un senso di pace, non si può averlo dall’esterno”. Formatasi come designer, Beverly al termine della seconda guerra mondiale si trasferisce a Parigi, dove studia pittura con Léger e Lhote e frequenta gli scultori Zadkine e Brancusi. Durante questo periodo visita l’Italia e a Roma incontra lo scrittore e giornalista Curtis Bill Pepper (1917-2014), che sposa a Parigi. La coppia va poi a vivere a Roma, dove nel 1952 Beverly tiene, da pittrice, la sua prima mostra personale, presentata da Carlo Levi, alla Galleria dello Zodiaco di Linda Chittaro. Nel 1954 nasce a Roma il secondo figlio della coppia, John Randolph Pepper, futuro fotografo e regista, mentre la primogenita Jorie Graham, poetessa, era nata a New York nel 1950. Beverly frequenta gli artisti del Gruppo Forma, conosce Scialoja, Guttuso, incontra esponenti del mondo del cinema come Anna Magnani, Fellini, Antonioni, Pontecorvo, poeti, fotografi, critici d’arte. È ancora pittrice, finché nel 1960 compie un viaggio in Cambogia e resta folgorata dal tempio di Angkor Wat ricoperto dalla vegetazione. “Sentivo - ricorda - che c’era qualcosa che mancava nel mio mondo ed era la dimensione fisica. A me piace il combattimento e nei quadri non c’era abbastanza”. Decide allora di dedicarsi alla scultura. Nel 1961 espone per la prima volta come scultrice a New York e poi a Roma, alla Galleria Pogliani, presentata da Argan. Il direttore artistico del Festival dei Due Mondi, Giovanni Carandente, la in-


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vita per l’anno dopo a esporre a Spoleto in una mostra all’aperto. Beverly va quindi a lavorare nello stabilimento siderurgico dell’Italsider, a Piombino, per imparare dagli operai a saldare i metalli. Tra le sculture realizzate nel 1962, Il dono di Icaro si trova ancora oggi presso l’ingresso sud della città di Spoleto. Tutto il successivo lavoro dell’artista si misurerà con il contesto urbano o con il paesaggio, sviluppando e declinando in vario modo la sua vocazione all’arte ambientale. Nel 1968, per esempio, colloca 22 sculture monumentali in acciaio inox lungo l’Appia Antica. Negli anni a venire le sue installazioni en-plein-air verranno esposte in molteplici

spazi urbani, da Parigi a New York, da Barcellona a Zurigo, da Vilnius ad Assisi. Nel 1972 espone alla XXXVI Biennale di Venezia e nel 1977 a Kassel, alla mostra Documenta 6. Nel 1974 esegue per il quartier generale dell’AT&T in New Jersey una delle sue prime opere di land art: l’Amphisculpture. Nel 1992 inaugura nella Fattoria di Celle (Pistoia), nel parco della Villa del grande collezionista Giuliano Gori, lo Spazio Teatro Celle, che sfrutta un ampio terreno degradante ad anfiteatro per creare un’opera d’arte ambientale che è anche un teatro funzionante per spettacoli all’aperto. Ancora una scultura a forma di teatro sarà realizzata dall’artista nel 2016 a L’Aquila, presso la Basilica di Collemaggio, come dono alla città. “Quando non lavoro - conclude - sono stanca, ma quando lavoro non c’è fatica”. b

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A TUTTO SCHERMO L’ULTIMO FILM DI XAVIER DOLAN SPIAZZA E CATTURA PER FORZA VISIVA E NARRATIVA

‘MOMMY’,

OVVERO MADRI, ADOLESCENTI DIFFICILI E CRISI ESISTENZIALI

di Elisabetta Colla

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uro e sorprendente, ha avuto un notevole successo nelle sale italiane Mommy, il nuovo film del giovanissimo Xavier Dolan (classe 1989), attore, regista, sceneggiatore e doppiatore canadese, vincitore con questa pellicola del Premio della giuria alla 67ª edizione del Festival di Cannes - in ex-æquo con il film Adieu au langage - Addio al linguaggio di Jean-Luc Godard (e scusate se è poco per un autore venticinquenne…). La mamma è sempre la mamma, anche per i canadesi, ed in effetti Mommy parla di una giovane vedova, madre combattiva ed esuberante di un turbolento quindicenne con deficit di attenzione ed altri disturbi del comportamento, che si vede costretta improvvisamente a prendere in custodia il figlio a tempo pieno. Mentre i due cercano di portare avanti una difficile relazione, scontrandosi e discutendo in maniera non sempre ortodossa, un nuovo personaggio entra in scena, Kyla, un’originale insegnante in anno sabbatico da poco trasferitasi nel quartiere che, trovandosi in difficoltà con la propria famiglia e divenuta muta a causa di un trama, inizia a frequentare madre e figlio offrendo loro un aiuto che si rivelerà importante per tutti. Assieme, troveranno un nuovo equilibrio e tornerà la speranza. Lo scottante tema dei rapporti madre-figlio è fondamentale per il regista il quale, a soli 19 anni, ha prodotto,

diretto ed interpretato il suo primo lungometraggio, J’ai tué ma mère, basato su una sceneggiatura semi-autobiografica scritta all’età di sedici anni: il film, selezionato al Festival di Cannes 2009 nella Quinzaine des Réalisateurs, ha vinto numerosi premi. “Sin dal mio primo film - afferma il regista - ho parlato molto dell’amore, dell’adolescenza, della transessualità, di alienazione ed omofobia. Ho parlato dei college e del termine spiccatamente franco-canadese “’speciale’, della cristallizzazione di Stendhal e della Sindrome di Stoccolma. Ma se c’è un tema che conosco meglio di qualsiasi altro, che m’ispira incondizionatamente e che amo sopra a tutti gli altri, è certamente mia madre. E quando dico mia madre, intendo LA madre in senso lato, la figura che rappresenta. Perché è su di lei che torno sempre. È lei che voglio vedere vincere le battaglie, è attraverso di lei che mi pongo delle domande, è lei che voglio abbia ragione quando avevamo torto, è sempre lei che ha l’ultima parola su tutto. Ai tempi di J’ai Tué ma Mère, sentivo di voler punire mia madre. Da allora sono passati solo cinque anni, e credo che, per mezzo di Mommy, stia cercando di farla vendicare. Non chiedetemi altro”. Dunque un family movie che parla di odio-amore, di prossimità e lontananza, di esistenze difficili e complesse, di turbolenza e difficoltà comunicative, ma anche una “una fiaba sfavillante, di coraggio, amore e amicizia”. Bravissimi i tre interpreti principali: Antoine-Olivier Pilon, Anne Dorval e Suzanne Clément.


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QUANDO L’ORGOGLIO GAY E QUELLO DEI MINATORI si unirono nella stessa lotta La nascita del movimento Lesbians&Gays Support the Miners raccontata nel commovente film Pride

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spirato a fatti realmente accaduti, Pride, diretto da Matthew Warchus (stella del teatro inglese) racconta la storia di un’improbabile alleanza avvenuta a Londra negli anni Ottanta, in piena era thatcheriana, contro leggi ingiuste e discriminatorie: quella fra i minatori in sciopero per la chiusura delle miniere (correva l’anno 1984) ed alcuni attivisti del movimento gay, spinti dalla solidarietà verso chi, come loro, era in lotta contro il sistema, sia pur per motivi differenti. Il giovane Mark, attivista gay e membro della Young Communist League, colpito dalle immagini televisive dei minatori senza lavoro, decide di mettere insieme un gruppetto di amici ed amiche gay/lesbo ed indecisi, convincendoli dell’importanza di offrire un sostegno nella raccolta fondi. Fra questi c’è Joe, un giovane timido e confuso che troverà però la forza di partecipare al gay pride londinese, c’è un ragazzo già colpito dal temibile virus degli anni Ottanta, l’AIDS, c’è una lesbica vegana ed altri amici: cinque maschi ed una femmina che daranno vita al movimento realmente esistito dei Lesbians and Gays Support the Miners (LGSM). Il disinteressato e spontaneo supporto offerto dall’eterogeneo gruppo, che affronta anche un viaggio in Galles in pullmino, si scontrerà però contro mille pregiudizi, financo quelli dell’Unione nazionale dei minatori (NUM), i cui membri accolgono con diffidenza e freddezza iniziali perfino l’iniziativa dei giovani di raccogliere fondi per la causa, considerando il sostegno di lesbiche e gay inopportuno e imbarazzante a prescindere. Ma l’incontro fra i due mondi, difficile e in alcuni momenti esilarante, si trasformerà in un’entusiasmante amicizia, nonostante il fatto che ignoranza ed omofobia in tante battaglie avranno la meglio (a parte il grande concerto di beneficenza cui parteciperanno i Bronski Beat). Il messaggio del film, molto godibile e divertente, forse secondo alcuni troppo incline a strizzare l’occhio al pubblico (cosa che riesce a fare con grande e studiata abilità, basti pensare allo scambio di ricette fra giovani lesbiche e vecchiette della remota provincia gallese) è racchiuso in una frase di Mark: “battersi per i diritti dei gay non serve a niente se non ci si batte per i diritti di tutti”. Selezionato e presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2014, il film è stato premiato con la Queer Palm. Ken Loach, il grande regista inglese da sempre interessato alle tematiche sociali, ha dato la sua benedizione a Pride.

E. C.

ARTEMISIA E MARIETTA, CHE DONNE!

A

ttrice, scrittrice prolifica e regista teatrale, Maria Inversi - autrice che indaga sul femminile e si occupa, nei suoi lavori, del disagio sociale e di chi lo crea, mettendo in scena donne, madri, bambini, studenti, giovani e uomini - ha di recente pubblicato una commedia ad atto unico, dal titolo: Assenzio. Artemisia Gentileschi e Marietta Tintoretto al bar (La Mongolfiera Editrice - 7,00 Euro), che offre una “visione personale della relazione tra donne e dei modi di intendere il rapporto con l’arte e, in questo caso, la pittura”. L’autrice immagina infatti che le due pittrici, Artemisia Gentileschi (nata in Roma e morta a Napoli) e la veneziana Marietta Tintoretto, incontrandosi in un bar trasteverino, forse in piazza Santa Maria in Trastevere, in un giorno di Carnevale, “dibattano sulla diversa libertà che padri e madri hanno trasmesso o potuto trasmettere”, oltre che sull’infanzia, l’amore, il desiderio, l’arte e l’amicizia. “S’intuisce - afferma la Inversi - la curiosità del sapere e di confrontarsi in una relazione, quella femminile, che cerca da sempre, tra incontro e scontri, di divenire complice senza riuscirci. Si arrabbieranno e, in tale stato d’animo, si lasceranno, rinviando ad altro tempo, forse ad altra epoca, ciò che non riescono a dirsi”. L’autrice ha pubblicato racconti, poesie, saggi, collettanei di testi teatrali e, con La Mongolfiera Editrice: Io come questi non ci divento - Narcisa alle alghe (2013). Elisabetta Colla

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leGGere l’ALBERO di BrUna Baldassarre

DONNE

E CONSUMI di Viola Conti

GUIDA DEL CONSUMATORE AI SERVIzI DI TUTELA DEL CREDITO

LA SVOLTA DELLA CULTURA Cara Bruna, sono un architetto di 42 anni, sposato da poco. Vorrei esplodere nel lavoro, finora sottotono. Che ne pensi del mio albero? È un albero vivo, pieno di diversi animali Marco Caro Marco, non soltanto il lavoro è difficile nel momento storico-politico che sta attraversando il nostro Paese, ma è proprio la cultura che si trova di fronte a una svolta. C’è un’esigenza di nuovi valori esistenziali non più accettabili soltanto sotto un profilo teorico, ma siamo noi stessi i valori all’interno dei quali realizzare la nostra vita personale. Tutte le nostre qualità psichiche possono diventare forze attraverso le quali conquistare o eliminare la realtà che ci conduce verso la ricerca dell’Io superiore, verso un mondo di realtà spirituali. Per i cinesi la terza fase della vita è caratterizzata dalla saggezza. Secondo la lettura biografica di Lievegoed la fase segnata dai 42 anni è caratterizzata dalla turbolenza, nel senso che ciò che avviene a un livello biologico è inversamente proporzionale a ciò che può avvenire a un livello di evoluzione interiore. Da un lato le forze decrescono mentre dall’altro l’Io può portare verso l’alto tutti gli impulsi e i desideri confrontandoli con le aspirazioni. La domanda così diventa: ‘Qual è il mio vero compito’? Così il destino viene dall’interno anche quando il mondo esterno sembra predirne uno. Jung definisce il nuovo processo creativo come ‘liberazione dalla prigionia dell’Io’, nel senso di una chance importante nel processo di maturazione. Il tuo originalissimo albero, che ricorda l’albero di Klimt, rivela le tue qualità pratiche e artistiche, con un impeto sano e primitivo, a volte poco obiettivo. Nella chioma, rivelatrice dell’Io sociale della persona, l’albero mette a nudo la propria indole e fa germogliare il fusto, che ci parla della tua essenzialità e dei contenuti profondi. Il tratto è caratteristico di una persona sensibile, che s’immedesima, con una forte sofferenza interiore. Le tappe significative nell’arco della vita riscontrabili dal tronco e corrispondenti a forti emozioni o veri traumi risalgono circa ai 14 e ai 33 anni. Il nido rappresenta la nostalgia della tua infanzia, comunque essa sia stata, una necessità di protezione che ami ricordare, supportata dall’ascesa del pensiero rappresentato dai tre uccelli in volo.

Realizzare uno strumento di conoscenza, garanzia e divulgazione delle più corrette ed appropriate modalità con cui una Società di Tutela del Credito può procedere al sollecito del pagamento: queste le finalità che hanno guidato il FORUM UNIRECCONSUMATORI nella redazione della Guida del Consumatore ai Servizi di Tutela del Credito. Il perdurare della crisi ha accentuato la fragilità dell’economia italiana e ha visto crescere nel 2013 a quasi 39 milioni le pratiche gestite dalle imprese associate ad UNIREC, per un valore di oltre 49 miliardi di euro di crediti affidati. Si stima che circa 5 milioni di famiglie italiane abbiano visto peggiorare la loro capacità di rimborsare i prestiti contratti, entrando così in contatto con un operatore specializzato che richiedeva di onorare il debito. Considerato il contesto socio-economico del Paese, con ben una famiglia su cinque coinvolta, e per garantire trasparenza, correttezza e valore all’attività di tutela del credito, ponendo particolare attenzione alla tutela del Consumatore, UNIREC - che rappresenta il 90% del mercato italiano del recupero crediti con circa 200 imprese associate e 18.000 addetti - insieme ad ADICONSUM, CITTADINANZATTIVA, FEDERCONSUMATORI, MOVIMENTO CONSUMATORI, MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO, ha costituito la Fondazione FORUM UNIREC–CONSUMATORI che ha realizzato la “Guida del Consumatore ai Servizi di Tutela del Credito”. Nella Guida, oltre a informazioni utili per il consumatore e istruzioni precise per gli agenti di tutela del credito, si trovano le modalità di condotta generali degli operatori del settore. In particolare, nelle fasi di contatto, l’Agente e l’operatore telefonico per la tutela del credito: - si impegnano ad accertare l’identità del proprio interlocutore; - si presentano in maniera precisa e puntuale, specificando chiaramente: chi sono, chi rappresentano, chi li ha incaricati a gestire la posizione, i dettagli relativi agli insoluti sollecitati e ciò in ossequio alla massima trasparenza nei confronti del Consumatore; - non comunicano mai ingiustificatamente a soggetti terzi estranei al debito le ragioni del tentativo di rintraccio; - non possono effettuare visite al domicilio/contatti telefonici durante le festività nazionali ed in orari diversi dai seguenti: 8.30-21.00 dal lunedì al venerdì; 8.30-15.00 il sabato salvo diversi accordi con il Debitore, anche in relazione a particolari esigenze manifestate esplicitamente da quest’ultimo; - nel caso in cui l’interlocutore, anche nell’accezione più ampia di Consumatore, sia una persona giuridica, discutono solo con soggetti che, all’interno dell’azienda, si qualifichino come legittimati alla trattativa ed al pagamento; - dalla persistenza dell’inadempimento, mantenendo sempre un approccio professionale; - possono fornire, solo se gratuitamente, indicazioni utili per il rientro della situazione debitoria del Consumatore con soluzioni trasparenti e sostenibili.


Febbraio 2015

SPIGOLANDO tra terra, tavola e tradizioni di Paola Ortensi

I COLORI DELLA TERRA Febbraio in Italia, per chi sia capace di guardare con attenzione uscendo dall’asfalto della città e dalla corsa quotidiana, è un mese in cui è possibile osservare i colori della terra. Ciò che è seminato ancora deve rompere le zolle, come i cereali, e altri semi sono sul punto di essere regalati alla terra. Piante caduche, come viti o alberi spogli, lasciano in primo piano il terreno. E lei, la terra, si presenta con le sue infinite sfumature dovute a diversa presenza di minerali, di residui organici. Marrone quasi nero, un po’ più chiaro, oppure con sfumature completamente diverse: ruggine, marrone caffellatte, rosato, color sabbia, fra il giallo e bianco e poi ancora creta (da cui le famose crete di Siena). Colori che possono essere

considerati anche simbolici dei mille volti dell’umanità, che comunemente chiamiamo razze, ma che in realtà sono ricchezza che ci si offre se solo tutti riuscissimo a considerarla una risorsa. La terra poi, non contenta, mostra la sua consistenza: granulosa, calcarea in zolle, friabile, argillosa, dura, morbida. Per l’importanza che assume nella nostra vita, inoltre, l’abbiamo vestita di aggettivi o sostantivi ognuno dei quali evoca storie, ragionamenti, valori complessi. Il caleidoscopio è multiforme: terra madre, amara, viva, ferma, buona, vera, futura, straniera, selvaggia, bruciata, nostra, mia. E

che senso di benessere proviamo nel mettere le mani nella terra, vederla scorrere fra le dita o testardamente rimanere compatta, o frantumarsi in piccole zolle irregolari; terra come corpo vivo che cela esseri che dentro vi si muovono, mimetizzati nel colore o evidenti. L’esperienza che ogni bambino nato in città, o chiunque in città sia cresciuto, dovrebbe poter fare è toccare la terra senza timore di sporcarsi: giocarci, imparare a conoscerla, amarla e rispettarla. Così solo potrà comprendere quella frase, piccola ma immensa, nel suo significato: madre terra … o forse con un suono ancor più forte terra madre, nell’ambiguità fra il riferimento all’intero pianeta e quella che calpestiamo e riconosciamo di volta in volta come nostra. Tornando a febbraio, al periodo in cui è più facile vederla, come dice un antico proverbio ”in febbraio la terra è in calore”. Aspetta la semina, si offre all’agricoltore per ricoprire i semi che ci regaleranno i frutti della primavera e anche questo fermento varia i colori lì dove piccole punti verdi si affacciano iniziando il cammino verso l’alto, preparandosi all’impollinazione e alla maturazione del frutto. Colori, nuovi disegni da seguire e copiare, in continua evoluzione e pullulanti di vita. Ma per ciò che vediamo vi è un mondo, parlando di agricoltura, che cresce sotto e che diverrà a tempo debito liberato dalla terra, ricchezza delle nostre dispense: patate, carote, rape o ravanelli, agli e cipolle che sulle tavole porteranno un po’ della magia di chi sotto la terra è cresciuto.

RICETTE Frittelle di patate della zia Nerina Pastella di acqua, farina, un cucchiaino d’olio e uno d’aceto, sale. Amalgamare con cura ottenendo una buona densità non troppo liquida e poi mettervi le patate crude di forma tonda e non troppo sottili. Friggere con abbondante olio (la zia Nerina usava quello d’oliva) ma ognuno può seguire le proprie abitudini. Cipolle al forno di Maria Tagliate a metà, crude, lavate, infarinate bagnate, al forno solo con sale e olio d’oliva. Il successo di entrambi i piatti è legato a prodotti crudi e pazienza nel tempo di cottura.

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Febbraio 2015

CATTEDRALI IN VERDE

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ai piccoli centri viene sempre qualche sorpresa, soprattutto femminile. Gli ambienti che chiamiamo provinciali sembrano oggi privilegiati: si sentono meno gli echi della dispersione confusa che pervade soprattutto le grandi città, dove diventa difficile concentrarsi, leggere e perfino trovare un po’ di tempo per sé. Roberta Parenti Castelli è nata a Sant’Andrea di Savena, borgo di Monghidoro, comune della provincia di Bologna. Scrive “acquerelli”, piccoli frammenti che Loredana Magazzeni paragona ad haiku giapponesi. Alla fine degli anni Novanta ha scritto sulla poesia amorosa delle donne, da Gaspara Stampa a Sylvia Plath, ad Alda Merini (Tutta in te ardo, signore delle ali), in cui evoca il mistero del morire (Sotto strati / di terra - lieve - / fioriremo…). Poi una raccolta “dedicata alle mie amiche” e intitolata “Immortale - tra noi - la dea” in onore di ogni donna, sua madre, la sua stessa anima, ma anche Saffo, Vesta, Giunone, la Luna rossa del mestruo. Ultima prova “Cattedrali di verde”, sotto il segno di Ildegarda di Bingen (“Guarda il cielo…. La natura intera è a disposizione dell’umanità: dobbiamo lavorare INSIEME A LEI”). Sono i “suoi”alberi, le “sue” montagne della valle del Savena, presenti nel tempo, nel silenzio dei pomeriggi assolati e nelle sciarpe di nebbia dell’autunno, ma anche testimoni dei fatti nuovi per noi “assetati di senso”: Fatti nuovi, Eratostene, / spostanodentro noi / colonne si senso / a vecchi passati percorsi….. Giancarla Codrignani Roberta Parenti Castelli CATTEDRALI DI VERDE (Ed Pendragon, 2014)

FAMIGLIA

Sentiamo l’Avvocata SE AL CENTRO C’È L’INTERESSE DEL MINORE di Simona Napolitani mail: simonanapolitani@libero.it

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x conviventi: il padre (Roberto), la madre (Francesca) e il figlio (Marco), di 7 anni. Un passato caratterizzato dalle difficoltà relazionali tra i genitori, il cui epilogo ha avuto riscontro in un procedimento per la limitazione della responsabilità genitoriale del padre, proposto dal Pubblico Ministero Minorile, a seguito di una denuncia che la donna aveva sporto nei confronti del padre, a causa dei suoi comportamenti aggressivi, per la mancanza di regolarità con cui provvedeva al versamento dell’assegno di mantenimento e perché il bambino, dopo essere stato con il padre, manifestava segni di disagio psicologico. Il Giudice Minorile dispone una Consulenza, che si conclude con l’indicazione di visite protette e affidamento esclusivo, il Tribunale recepisce nella parte motivata del provvedimento alcuni passaggi resi dal CTU, ma ha confermato l’affidamento condiviso, ha dichiarato che il rapporto tra Marco e il padre dovesse avvenire in forma libera e che entrambi i genitori dovessero intraprendere un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità, riservando una decisione definitiva all’esito del percorso psicoterapeutico. Dissento da questa decisione per molte ragioni. 1. Se un consulente dispone le visite protette, ci sono ragioni gravi che non possono e non devono essere ignorate dall’Autorità Giudiziaria, con tre righe di ragionamento; 2. Non si comprende dove e a chi ciascun genitore debba rivolgersi (generalmente si indica un centro pubblico) per attivare questo percorso di terapia, all’esito del quale non si comprende neppure chi e come accerti la “guarigione”, traguardo di cui, tra l’altro, non sembra affatto che la madre debba raggiungere, essendo stata riscontrate sue buone competenze genitoriali. Quindi, ciascun genitore si può rivolgere ad un terapeuta privato, che attesterà il felice esito del percorso. Non è indicato dove e a chi Roberto e Francesca debbano rivolgersi per il loro sostegno alla genitorialità, anche qui vale la regola della mancata indicazione di un Centro pubblico; 3. Grave la definizione di “conflitto di coppia”, laddove lo stesso padre è l›unico ad essere indicato con particolari caratteristiche della personalità. Occorre che si faccia un sano distinguo tra il conflitto e il dominio del disagio psichico di un genitore sull›altro che subisce; 4. Una terapia psicologica è un percorso assai lungo, e l›Autorità Giudiziaria senza se e senza ma ha lasciato che gli incontri tra Marco ed il padre non solo avvengano senza protezione, al contrario di come consigliato dal CTU, ma anche senza alcun monitoraggio; 5. Non si comprende perché sia stata disposta una consulenza se il Giudice Minorile aveva già delle opinioni ed un›idea di percorso ben precise per la coppia; non si revoca un provvedimento di controllo su un minore che mostra dei disagi, senza che si sia prima accertata l›effettiva capacità di contenimento dell’impulsività da parte del padre, senza che prima non si sia accertata la sua «guarigione», il ragionamento del Giudice Minorile sarebbe dovuto essere l›opposto: prima fai il percorso, poi si verifica il tuo miglioramento, infine revoco le misure restrittive. Insomma, quando la famiglia è in crisi, quando un minore ha un disagio con un genitore dovrebbero esserci decisioni più meditate, più coerenti e più in linea con questo fantomatico concetto di «interesse del minore», di cui, purtroppo, manca un riscontro oggettivo.


Febbraio 2015

L’OROSCOPO DI

Febbraio

PREDIZIONI SEMI-SERIE E PRONOSTICI POSSIBILI

CARA LEONE,

CARA ARIETE,

“Le anime piene sono doppi specchi, che riflettono visioni sconfinate di cose belle,”, così afferma la scrittrice George Eliot nel suo romanzo Middlemarch. Uno studio di vita provinciale. All’inizio di questo anno, che si rivelerà per te così positivo, voglio descriverti in questo modo, come un’anima “piena”. Potrai allora decidere di essere un “doppio specchio” per chi ti sta accanto, riflettendo e moltiplicando le visioni più belle. CARA TORO,

“La libertà la si può solo prendere”, scrive il filosofo Jean-Luc Nancy, ed in effetti ha le sue ragioni. Certamente, non si può chiedere il permesso per essere liberi, né divenirlo per obbedienza. Però, forse, si può temporeggiare, e aspettare che Mercurio, che ti rende piuttosto nervosa, occupi una posizione più favorevole. Si tratta, insomma, perdonami se banalizzo un po’, di evitare conflitti con le autorità fino alla metà del mese prossimo, dove potrai prenderti tutta la libertà che ti pare, e con meno rischi... CARA GEMELLI,

“Vago desio di nove cose induce/ e d’incognite al mondo arti e virtuti”, così scriveva Giovan Battista Marino nel 1623, nel suo poema Adone, riferendosi a Mercurio, il tuo pianeta. È proprio così. E insieme a lui anche gli altri pianeti ti sollecitano e ti aiutano, nel corso di questo inverno, a soddisfare le tue ambizioni e i tuoi desideri, la ricerca di nuove collaborazioni e di incontri produttivi, soprattutto per il lavoro. CARA CANCRO,

afferma con ottimismo Francesco Piccolo nel suo libro Momenti di trascurabile felicità: “Tutte le persone che non sono belle, o che sono brutte, poi quando le conosci diventano più belle, sempre”. Potresti sperimentare una sensazione del genere, nel corso di questo Febbraio, con Marte e Venere in Pesci e una Luna nuova così importante per gli affetti. Approfondire conoscenze e nuovi incontri potrebbe significare scoprire nuove bellezze, inaspettate.

sembra che la frase “on s’engage partout, et puis on voit!”, fosse uno dei modi di dire preferiti da Napoleone, poi adottato anche da Lenin. Non a caso, si tratta di due personalità alquanto ‘spiccate’, per usare un eufemismo, il primo del tuo stesso segno, il secondo dell’Ariete, dunque ancora fuoco... “Intanto ci impegniamo a combattere su tutti i fronti, poi si vedrà”, questa la traduzione più o meno libera, che mi permetto di girarti come consiglio, vista la posizione favorevole dei pianeti nel corso del mese. CARA VERGINE,

Clarice Lispector, scrittrice brasiliana di origine ucraina, così racconta una perdita che è insieme una conquista nel suo La passione secondo G.H.: “Ho perso una cosa che mi era essenziale e che non lo è già più. Non mi è necessario così come se avessi perduto una terza gamba che finora mi impediva di camminare ma che di me faceva uno stabile treppiedi. ...so che soltanto con due gambe io posso camminare. Eppure l’inutile assenza di quella terza gamba mi manca e mi spaventa”. Riflettiamoci su. CARA BILANCIA,

poiché i pianeti questo mese ti inducono all’impegno nelle cose pratiche della vita, ecco la mia citazione per te, dello scrittore Jean-Christophe Bailly, in totale controtendenza: “Anche se ogni fotografia non è che una striscia, una fenditura, essa è assimilabile a un tuffo assoluto nella materia del tempo, l’unica materia senza spessore di cui ci è dato avere esperienza”. Ti auguro molte esperienze evanescenti, inutili e senza spessore! CARA SCORPIONE,

quando il protagonista di The gone girl di David Fincher, accusato di uxoricidio, racconta alla sua gemella di aver descritto sua moglie come “una donna complessa” durante l’interrogatorio della polizia, la sorella sbotta preoccupata: “No! Lo sanno tutti che ‘complessa’ vuol dire ‘stronza’!”. Ebbene, dopo aver riso nel sentire espresso in modo così netto un cliché sul femminile, mi sono ribellata pensando a te, alla tua meravigliosa complessità, ancora più adorabile nel corso di questo mese grazie a Venere e a Marte!

CARA SAGITTARIO,

“le opinioni alle quali teniamo di più sono quelle di cui più difficilmente potremmo rendere conto”, scriveva Henri Bergson nel suo Saggio sui dati immediati della coscienza. Ed è proprio così, specialmente per te, che grazie alla Luna nel corso di questo febbraio ritorni su pensieri e idee per te da sempre importanti, talmente radicati e intensi da non necessitare di spiegazioni, e nemmeno di una difesa. Senti che le tue idee sono giuste e irrinunciabili, e questa sensazione sarà la tua forza. CARA CAPRICORNO,

John Berger, nel suo saggio Perché guardare gli animali?, afferma: “Lo zoo, dove la gente va per incontrare gli animali, per osservarli, per vederli, è in realtà un monumento all’impossibilità di tali incontri”. Ha proprio ragione, non è certo nelle gabbie che possiamo conoscere la vera natura degli animali. Spesso, proprio quello che crediamo sia il posto più scontato per trovare quello che stiamo cercando si rivela un luogo inadatto e sbagliato. E questo, purtroppo, vale anche per le persone. CARA ACQUARIO,

ha scritto la filosofa Luisa Muraro nel suo L’ordine simbolico della madre:” I bambini e le bambine sono capaci di fare dello stato di bisogno un vero laboratorio per la trasformazioneconoscenza di sé e del mondo”. È questo, in effetti, il mistero è il miracolo dell’infanzia: una capacità di imparare e di crescere in modo inaspettato, pur nella apparente fragilità. La Luna piena all’inizio del mese potrebbe farti sentire in una situazione di bisogno: approfittane per trasformarti... CARA PESCI,

per questo mese, ottimo dal punto di vista astrale, ti dedico questa frase del pittore Paul Klee: “Pur non così temerario da pensare di capire il nocciolo della creatività sono curioso di spiarla quanto più è possibile”. Mi ha fatto pensare a te, a volte un po’ vittima della propria passività, ma sempre intuitiva e attenta osservatrice, curiosa della bellezza e della creatività.

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Gerardina Rainone

Il pentagramma della parola È una lingua sensuale, giocata sui suoni prolungati, sibilanti ripetute, rincorrersi delle vocali di Luca Benassi

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on c’è poesia senza libertà dei sogni, senza il palpito dell’emozione, senza quel desiderio che riesce a travalicare barriere, limiti, lontananze, prigioni. Quando la poesia diventa esercizio di forma, abilità, quando è un modo per appartenere ad una classe presunta intellettuale, per mettere in mostra gagliardetti e blasoni, allora si allontana irrimediabilmente dalla vita per diventare un fatto culturale, editoriale, storico; non interessa più, non è letta, non appassiona. Non mi si fraintenda: la poesia non è pensierini emozionanti messi a capo sulla pagina; è rigore formale, la creazione di un linguaggio capace di dire ciò che abbiamo provato ma non siamo stati in grado di dire. Gerardina Rainone non ha un lungo curriculum da offrire e i suoi testi possono essere letti prevalentemente in rete, eppure possiede la vitalità intensa della poesia vera, quell’emozione incandescente che si abbevera dei dettagli, del soffio del vento, dei particolari di una parola sussurrata, di un suono, per accendersi e bruciare come una fiamma che brilla d’improvviso nell’oscurità. L’eros, l’amore, l’amicizia, il dolore della morte, ma anche le questioni sociali della violenza contro le donne, sono i temi dei versi di Rainone, che li affronta con l’intensità e la concentrazione di te-

sti brevi a limite del frammento. È la sua esperienza musicale - oltre che poeta è musicista professionista e insegna violino in un liceo a indirizzo musicale di Caserta - a garantire una tenuta formale dei testi, affidata a rime spesso baciate, rime interne, allitterazione e assonanze. È questa una lingua sensuale, giocata sui suoni prolungati, le sibilanti ripetute, il rincorrersi delle vocali: Rainone, che è violinista, afferra un suono e non lo lascia, guida chi legge nel suo pentagramma di immagini e sensazioni, intessendo fili e trame nelle quali volentieri l’immaginazione si perde e l’orecchio sa cogliere suggestioni e armonie. Si tratta di una scrittura notturna, inquieta, che affida al getto della parola tutta la sua forza, ma che comunque ottiene esiti di tutto rilievo. La poesia di Rainone è tutto sommato semplice, ma di quella semplicità che è cuore che parla al cuore, libertà che chiede libertà, passione che corrisponde a passione. La sua è un’immediatezza mai scontata, che contiene il nocciolo bruciante del desiderio della parola, un nocciolo che spesso manca a versi rifiniti, pubblicati e tante volte recensiti, ma che, come direbbe Foscolo, “suonano e non significano”.

Il viaggio Oggi camminerò da sola lungo sentieri che non conosco solo al mio fianco l’orizzonte che intreccia il sole coi miei pensieri. Tradisce l’ansia di chi ti cerca ma trovando te ho perso me. ~

Libertà

Lasciami respirare la brezza della sera andare incontro al vento scevra dei pensieri cupi. La notte è troppo breve se insegui i sogni miei, vedrai superbe altezze e avrai brividi di libertà. ~

L’antica Signora

Fa paura l’antica Signora quando sul baratro ti affaccia, ricacci le lacrime col cuscino, e vorresti ritornare bambino. Non guardarmi dentro ora, ho cavalli senza destriero con tumulto e strepito di pensiero. Cerco la frase che non è scritta e la speranza che verrà per legarti a un granello di eternità. ~

Nemesi

Bella senza paura come nemesi oscura riporti il verso dei suoi affanni ripercorri ancora le quiete vie dove il respiro si colora e lui, scandisce ora le stanche rime diletto e gioco della ragione, ma lasci spazio all’emozione. figlia solo dell’amore, dove non entra il suo dolore.


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