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Islanda, la settimana corta? Un successo Romina Vinci
from Febbraio 2022
by pay50epiu
IN ISLANDA, LA SETTIMANA LAVORATIVA DURA… 4 GIORNI
Un esperimento condotto nella Capitale islandese ha coinvolto 2.500 dipendenti pubblici, che hanno lavorato meno ore a parità di stipendio. Per i ricercatori si è trattato di un “successo travolgente”
di Romina Vinci
Esiste un luogo nel quale il lavoro non assume necessariamente il primo posto nella sfera quotidiana. Un luogo in cui il weekend dura tre giorni, e le persone hanno molto più tempo da dedicare ai propri cari. Un luogo dove non si vive di lavoro, ma c’è anche il lavoro. Per trovarlo, questo luogo, bisogna attraversare l’Europa, e spingersi a Nord, tra vulcani, geyser e ghiacciai eterni. In Islanda, a Reykjavík in particolare, si lavora otto ore al giorno, ma soltanto fino al giovedì. Si tratta di un esperimento durato quattro anni, dal 2015 al 2019, e condotto dal governo islandese in accordo con il comune della capitale.
L’ESPERIMENTO
Dipendenti di uffici pubblici, servizi sociali, scuole materne e ospedali sono passati dalle classiche 40 ore lavorative a settimana a 35-36 ore (a seconda dei casi). Non c’è stata alcuna diminuzione dello stipendio, nonostante abbiano sempre lavorato almeno un’ora in meno al giorno, perché sono state messe in atto alcune strategie volte a riorganizzare la giornata di lavoro. Come è stato possibile tutto ciò? C’è stata, ad esempio, una riduzione del numero di riunioni, preferendo comunicazioni via email. È stato diminuito anche il numero delle pause caffè, e le attività giornaliere sono state ridistribuite ottimizzando il tempo a disposizione. L’esperimento ha coinvolto quasi 2.500
lavoratori (si tratta di circa l’1% della popolazione attiva islandese). Secondo i dati raccolti da Alda (Association for democracy and sustainability), la prova si è rivelata un successo. I risultati, infatti, hanno dimostrato che la produttività è rimasta invariata, in alcuni casi addirittura aumentata. I lavoratori coinvolti hanno particolarmente apprezzato la giornata libera: c’è chi l’ha utilizzata per recuperare le energie, chi per passare più tempo in famiglia, chi ne ha approfittato per dedicarsi e coltivare i propri hobby. Il successo dell’iniziativa ha spinto i sindacati ad attivarsi per rinegoziare i contratti di lavoro. Ed il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi l’86% dei dipendenti islandesi ha scelto di lavorare meno per lo stesso stipendio.
UN ESEMPIO DA SEGUIRE
Non si tratta di un’utopia. «L’esempio islandese della settimana lavorativa più breve ci dice che non solo è possibile lavorare di meno ai nostri tempi, ma è anche possibile un cambiamento progressivo», ha dichiarato Gudmundur D. Haraldsson, ricercatore di Alda. E si auspica che il modello possa essere applicato anche ad altre sfere lavorative: «La tabella di marcia che abbiamo messo a punto per il settore pubblico dovrebbe interessare chiunque desideri usufruire dell’orario di lavoro ridotto». «Questo studio mostra che la più grande prova al mondo di una settimana lavorativa più corta nel settore pubblico è stata sotto tutti i punti di vista un successo travolgente», ha dichiarato Will Stronge, direttore della ricerca presso Autonomy, un team che ha contributo all’analisi dei dati. È convinto che il settore pubblico islandese sia maturo per essere un pioniere delle settimane lavorative più brevi, ed esorta gli altri governi a prenderlo come punto di riferimento, traendone lezioni.
ADDIO STRESS
Difficile dire se questo nuovo modo di concepire il lavoro possa diventare un modello di business esportabile in tutto il mondo. Di certo i benefici sono innegabili, almeno dal punto di vista dei dipendenti. È stato riscontrato, infatti, un netto miglioramento della qualità della vita. Del resto, è cosa ormai nota che spesso è proprio l’ambiente di lavoro ad aumentare stati d’ansia e di malessere. Al punto che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) parla di “burnout”, cioè esaurito, proprio per identificare lo stress cronico associato al contesto lavorativo. Ed è indubbio che una riduzione del tempo passato dietro la scrivania riesca a tenere a bada anche queste condizioni mentali preoccupanti, agendo per ristabilire un giusto equilibrio tra vita e lavoro.
NEL RESTO DEL MONDO
Ma già altri Paesi si sono attrezzati per tentare di spuntare le ore di lavoro. In Giappone, ad esempio, il governo starebbe proprio pensando di ridurre a quattro giorni l’impiego settimanale per aumentare il tempo libero dei cittadini. Nell’agosto 2019, il colosso informatico Microsoft aveva condotto un esperimento, concedendo, ai suoi dipendenti della sede di Tokyo, un giorno di riposo in più al mese. I risultati di quell’esperimento furono positivi: la multinazionale rilevò un aumento della produttività, misurato in termini di vendite per dipendente, del 39,9% rispetto allo stesso mese del 2018. In Nuova Zelanda, l’azienda Unilever sta testando su alcuni dipendenti il modello dei quattro giorni di lavoro a paga invariata. In Spagna, invece, è stato messo a punto un programma sperimentale con 50 milioni di finanziamenti pubblici, per vedere se l’opzione delle 32 ore settimanali sia percorribile. E se provasse anche l’Italia?
IL MITO DELLA SETTIMANA CORTA
Era il 1953 quando, Winston Churchill, disse che si sarebbe arrivati a lavorare quattro giorni a settimana grazie al progresso tecnologico. Vent’anni prima, Keynes, il più influente tra gli economisti del ventesimo secolo, ipotizzò un mondo dove tutti avrebbero potuto godere del tempo libero per vivere la propria vita. Secondo i suoi calcoli, si sarebbe giunti a lavorare solamente 15 ore alla settimana. A distanza di quasi un secolo, il suo obiettivo continua a rimanere, però, soltanto un’utopia.
UNA CAMPAGNA SUL WEB
La New Economics Foundation, un ente britannico che individua buone pratiche di vita, ha lanciato una campagna sul web per promuovere la settimana ridotta. «Riuscire a guadagnare orari di lavoro più brevi, senza che questo comporti una perdita di stipendio, è un modo per affrontare i sintomi del sovraccarico lavorativo - si legge sulla loro pagina web - perché fornisce alle persone più tempo per riprendersi, esser parte del processo democratico, riuscendo anche a prendersi cura di se stessi».
Per maggiori informazioni:
neweconomics.org/campaigns/ shorter-working-week
Intervista
Oggi è un comico famoso in trio con Aldo e Giovanni, e anche uno scrittore di successo. Ma non ha dimenticato il suo passato da metalmeccanico e, soprattutto, da infermiere. Che ora è divenuto ispirazione per il suo ultimo romanzo
di Raffaello Carabini È il 33% (magari un po’ meno vista l’altezza, quella “di un vaso di gerani”, come titolava il suo primo libro del 2013) del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, formatosi nel 1991. Giacomino Poretti, dopo aver fatto il metalmeccanico e poi per 11 anni l’infermiere, decise di dedicarsi alla comicità, che, soprattutto insieme ai due amici, gli ha dato enorme successo a teatro, con i film e in televisione. Collaboratore dei quotidiani La Stampa, Avvenire e Corriere della Sera, e dal 2019 direttore del Teatro Oscar di Milano, ha da poco pubblicato il suo terzo libro, Turno di notte, con protagonista l’infermiere Sandrino Saetta.
Da quali esperienze o idee o sogni derivano le tematiche di Aldo, Giovanni e Giacomo?
Domanda alla quale è molto arduo rispondere. Penso che, se posso estendere il mio pensiero a tutta la categoria degli artisti, sia che siano drammatici sia che facciano ridere, per loro il terreno più fertile sia la fantasia. Nel nostro caso, il desiderio di raccontare comicamente la realtà e delle vicende non può che servirsi della fantasia. Di sicuro non c’è dietro un ragionamento razionale, approfondito sullo scopo. Per il comico, una parte di ciò che racconta è immerso in una specie di mistero.
Ci sono delle specializzazioni tra voi? Il precisino, il confusionario e il colto...
Ognuno di noi tre, con le peculiarità del proprio carattere o della personalità, si sente a proprio agio quando si trova a interpretare delle situazioni che sono un po’ più vicine a lui. Anche se comunque il discorso rischia di farsi un po’ scivoloso, perché il comico non è mai completamente autobiografico. Pesca dentro qualcosa di sé, ma il gioco e la fantasia aiutano a creare personaggi che sono altro da sé.
Il trio comico, quando avete
iniziato, era piuttosto usuale, i Trettrè, la Smorfia… Oggi, invece, è una formula estinta, voi esclusi. Come mai? Come è cambiata la comicità da allora?
Sembra che la realtà odierna sia sempre più individualistica. Anche i mezzi con cui si manifesta, penso soprattutto a Internet, rendono difficile il dialogo. Trent’anni, quarant’anni fa il palcoscenico era proprio il teatro, dove nasceva tutto; poi si passava in televisione. Oggi basta lo schermo di un telefonino e da lì possono nascere cose viste in tutto il mondo. È il meccanismo di realizzazione/fruizione che è molto cambiato.
Lei ha sempre un po’ sofferto per la sua altezza. Le ha dedicato il suo primo libro Alto come un vaso di gerani...
Da ragazzino ho sofferto molto di questa... bassezza. Come si diceva una volta, ho maturato proprio un complesso di inferiorità. E il gioco di parole ci sta tutto. Poi si diventa grandi dentro, si matura e, alla fine, sono arrivato ad accettare questa condizione, che è stata in effetti una fortuna più che una sfortuna. Perché, se fossi stato alto e bello come sognavo - un po’ più bello di quello che sono adesso, voglio dire -, non avrei potuto fare il comico. Tutto sommato mi è andata molto, molto bene.
Cosa c’è di diverso tra la persona di Giacomo comico famoso e quella di Poretti infermiere?
Anche questa è una domanda molto difficile. Adesso, ciò che si vede pubblicamente è certo qualcosa che mi appartiene. Se devo dirlo sinteticamente, però, credo di non essere molto differente da quando facevo il metalmeccanico o quando facevo l’infermiere in ospedale. Forse adesso, come avviene a tutte le persone famose, il pubblico - che mi vuole tantissimo bene - vede soprattutto l’aspetto bello, positivo, quello che fa scattare la risata, ma poi tutti sanno che esiste una vita privata al di là dell’esibizione. Una vita privata che è grosso modo uguale per tutti, con le proprie sofferenze, le tristezze, le difficoltà, gli imbarazzi, le vergogne....
La pandemia di Covid-19 ha fatto riscoprire e apprezzare da tutti il lavoro di quelli che lei definisce “i soldatini della speranza che non chiude mai gli occhi”. Lei è diventato infermiere un po’ per caso, un po’ per necessità; ma la vocazione, che spesso viene considerata la spinta per farlo, non c’entrava proprio nulla?
Penso che sia sbagliato considerare certi lavori, anche l’infermiere, come pura vocazione. Non ci credo assolutamente. Nella vita la maggior parte delle scelte di ognuno di noi è dovuta a delle sliding door strane, a delle coincidenze particolari, a degli accadimenti fortuiti. Sono poche le persone che decidono fin da ragazzi di perseguire un’attività e non è necessario avere la vocazione per fare certi lavori, l’infermiere, il medico. Forse, lasciatemelo dire perché sono un comico, neanche per fare il prete.
Cosa non riusciva proprio a sopportare della professione di infermiere?
Non me ne sono andato dall’ospedale perché non lo sopportavo. Io ho il grosso rammarico di non aver potuto studiare, dopo la terza media son dovuto andare a lavorare in fabbrica. Entrando casualmente a lavorare in ospedale mi sarebbe piaciuto tantissimo fare il medico. Avrei voluto fare il medico oppure il filosofo nella vita, ma non avendo studiato, non avendo la maturità, non ho potuto. Me ne sono andato solo perché dentro di me avevo un’altra urgenza che mi spingeva, questa voglia del teatro, dell’arte, ancora confusa, ancora incerta. Appena si sono create le condizioni, la mia inquietudine mi ha fatto uscire.
Ha suddiviso il libro in cinque parti: Calor, Tumor, Rubor, Dolor e Functio Lesa, che corrispondono ai cinque segni di un’infiammazione. Perché?
Quando feci la scuola per infermieri nel ’77, erano appena state introdotte delle modalità di insegnamento anglosassoni. Si parlava di nursering e l’insegnamento cardine, dal punto di vista medico, era la descrizione degli effetti dell’infiammazione, perché, una volta compreso quel meccanismo, si poteva comprendere l’andamento di quasi tutte le malattie. Un iter denominato in latino. Un meccanismo di difesa del corpo contro un cancro,
un ictus, il Covid-19, una puntura di vespa. Suor Silvina, nel libro, lo descrive come il più grosso regalo che Dio fa all’essere umano: dopo avergli creato il corpo, gli vuole talmente bene che gli offre anche dei meccanismi di difesa. Lo racconto in maniera un po’ scientifica, un po’ teologica, un po’ comica. Sono molto affezionato a questa suddivisione.
Lei oggi dirige il Teatro Oscar di Milano. Come indirizza le sue scelte?
È una follia che condivido con un altro scrittore, Luca Doninelli, e con Gabriele Allevi, un organizzatore di feste. Abbiamo superato i 60 tutti e tre e abbiamo cercato uno spazio dove si potessero discutere certe tematiche. Milano, prima del Covid, era una città di dimensioni assolutamente europee, con 400mila turisti l’anno, molto attraente anche dal punto di vista architettonico. Abbiamo voluto fare un teatro che ponesse delle domande alla città: dove sta andando? Che senso ha tutta questa frenesia? Non è che andando così veloci o in alto si dimentichi l’essenza di come siamo fatti? Il nostro è un po’ il teatro dell’anima. Tutte le scelte vanno in quella direzione, con attori, commediografi, opere che abbiano il senso di indagare le cose.
Nel libro, le vicende dell’infermiere Saetta sono alternate dai suoi pensieri, domande - un po’ accusatorie, un po’ impertinenti - rivolte a un Dio che non risponde mai. Perché?
Intanto perché l’infermiere che fa la notte vive in una condizione molto particolare. Ci sono notti in cui non ci si riesce a fermare un attimo, tante e tali sono le emergenze che possono accadere. Ci sono delle notti, invece, in cui non succede veramente niente. E il tempo della notte è il più propizio, e anche il più scomodo, il più inquietante, per suscitare certi pensieri. Sandrino non è diverso da tutti quanti noi, che, almeno una volta
GIACOMO FA IL... ...TURNO DI NOTTE
Il titolo completo dell’ultimo libro di Giacomo Poretti è “Turno di notte - Storia tragicomica di un infermiere che avrebbe voluto fare altro”, ed è ambientato in “quella strana fabbrica dove manca sempre il personale, e dove la materia prima, gli ammalati, invece non manca mai”, l’ospedale, dove l’autore ha lavorato a lungo prima del grande successo con gli amici Aldo e Giovanni. Cucendo insieme con eleganza non priva di rimandi, anche colti, la realtà e il suo caustico umorismo, Saetta - questo il nome del protagonista, impegnato in un intenso monologo - riesce a farci scoprire lati poco noti e poco piacevoli della vita ospedaliera, grande “scuola di umiltà”, oltre che di sopravvivenza.
nella vita, ci siamo domandati a cosa serve, qual è il suo scopo, perché è fatta così. È un cardine del progetto del libro che Saetta si interroghi sul significato delle cose, numerosissime. Ponendosi le domande, forse, può riuscire ad avere una risposta. Quello che veramente temo è che certe domande rischino di scomparire dalla nostra mente: non abbiamo più il coraggio di esprimerle. Sarebbe molto più drammatico che il porsele.
Definisce l’ospedale una scuola di umiltà anche per i medici e gli infermieri, non solo per i malati. È sicuro che sia sempre così, specie per certi primari?
L’occasione è per tutti. Non è matematico che ciascuno la viva. In questo periodo gli infermieri sono portati dal Covid all’attenzione di tutti; è giusto, ma è anche fastidioso, perché succede sempre che l’opinione pubblica crei degli eroi e immediatamente dopo se ne sbarazzi. Quando ho visto la famosa foto dell’infermiera accasciata sul computer, da ex-collega mi sono detto: “Forse si potrà capire la fatica fisica che l’infermiere fa”. Non se ne parla mai, ma io, che ho lavorato in fabbrica negli Anni ’60 dove era durissimo, quasi prima dei sindacati, posso dirle che fare l’infermiere era ed è molto più impegnativo proprio fisicamente. Inoltre, un infermiere, un medico, sono sempre in bilico, in un crinale molto scivoloso, tra il cinismo e l’esagerata affezione al malato. Se sei cinico, lo fai perché è troppo doloroso e ti difendi, ma rischi di far male il mestiere; se ti affezioni, in certi reparti rischi di perdere un amico tre o quattro volte la settimana. L’altra difficoltà è questa.
Quanto pensa che il potere terapeutico del ridere possa realmente aiutare? Si è mai trovato, ai tempi, a provare qualche battuta con un malato?
Sono piuttosto rigido sull’argomento. Può sicuramente funzionare in pediatria. Con Aldo e Giovanni ci siamo andati diverse volte. In altri reparti è più difficile, specie in oncologia, dove ho lavorato per molti anni. Credo funzioni di più la vicinanza vera, la compassione. Una persona, in una condizione così, ha altri pensieri. A me non è mai capitato di dire battute, non c’era spazio e non sapevo neppure far ridere.