STORIA MILLENARIA DI UN FIUME, DI UNA TERRA E DI UNA CULTURA INCISA NELLA ROCCIA E NELLE TRADIZIONI DI UN POPOLO.
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STORIA MILLENARIA DI UN FIUME, DI UNA TERRA E DI UNA CULTURA INCISA NELLA ROCCIA E NELLE TRADIZIONI DI UN POPOLO.
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Un’iniziativa a cura di: Associazione Produttori Valli del Bormida Punto a capo, Agenzia di comunicazione Coordinamento: Maurizio Bazzano Maurizio Ghidetti Gianpietro Meinero Monica Brondi Bruno Corvi Concept, testi e progetto grafico catalogo e allestimento mostra: Punto a capo, Agenzia di comunicazione Coordinamento tecnico allestimento: Franco Bronzi Consulente scientifico: Carmelo Prestipino Riprese, regia e editing video: Idini - Movie & Click Concept e sceneggiatura video: Monica Brondi Referenze fotografiche: Movie & Click Punto a capo Carmelo Prestipino Associazione Produttori Valli del Bormida Stampa: Grafiche Fratelli Spirito Pubblicato con autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria. ©2013 Punto a capo - Tutti i diritti riservati. Terre di Bormia® è un marchio registrato.
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L’amore per il proprio paese alimenta nei residenti il desiderio di farne conoscere ad altri la storia e le risorse. Questo, naturalmente, è possibile se davvero si è consapevoli delle ricchezze e dei valori del luogo dove si è nati o si vive e se questi sono avvertiti come elementi costitutivi dell’identità di un più vasto territorio. La Valle Bormida per troppo tempo è stata identificata con i grandi insediamenti industriali dei primi decenni del secolo scorso, ma ormai da diversi anni Amministrazioni comunali, Associazioni e privati cittadini hanno dato vita ad un movimento sempre più diffuso e coerente di riscoperta, valorizzazione e divulgazione delle tradizioni, delle testimonianze, delle opportunità che essa offre e della sua intrinseca bellezza. Sono gli intenti che hanno mosso anche l’Associazione Produttori Valli Bormida e Giovo, che ha ideato il progetto Terre di Bormia e allestito la Mostra itinerante illustrata nel presente catalogo. Sembra che l’Associazione, nata con il compito di promuovere i prodotti e le eccellenze enogastronomiche locali, voglia far conoscere quanto siano fertili la terra e le tradizioni che li rendono possibili. Da qui ad assaporare il fascino della cultura locale e a viverne l’appartenenza il passo è breve. Visitare la Mostra e visitare i luoghi aiuterà, dunque, a rendersi conto del contributo che tanti Comuni, ciascuno con le sue specificità, possono dare al rilancio socio-economico e, insieme, alla costruzione di una cittadinanza valbormidese.
Michele Boffa Vice Presidente del Consiglio Regione Liguria
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a Valbormida: un’area che storicamente ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico della provincia di Savona. Un territorio che, grazie ad un particolare contesto ambientale ricco di acqua, legname e materie prime, ha dato vita ad un importante e diversificato sviluppo industriale, ma parallelamente ad una cultura che ha saputo esprimere eccellenze artistiche come il vetro di Altare o eccellenze agroalimentari come i prodotti e le specialità che vengono presentate nell’ambito del progetto Terre di Bormia dall’Associazione Produttori Valli del Bormida. Fondazione De Mari, nella sua attività di sostegno alle iniziative di valore che si realizzano in ambito provinciale, segue con particolare attenzione e sensibilità la Valbormida. Oggi più che mai, a seguito di una fase di crisi che ha toccato maggiormente le aree a vocazione industriale, Fondazione De Mari ha ritenuto di riconfermare questa vicinanza, scegliendo di sostenere il Progetto Terre di Bormia: con l’auspicio che questo processo di valorizzazione dell’identità territoriale favorisca un nuovo impulso al turismo, alla ristorazione e all’economia in tutta l’area.
Roberto Romani Presidente Fondazione De Mari
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LA STRATEGIA E IL MARCHIO
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TERRE DI BORMIA: UN NOME, UN MARCHIO ED UNA STRATEGIA PER LA VALORIZZAZIONE DI UN’IDENTITÀ TERRITORIALE IN VALBORMIDA S
e cercate il toponimo Terre di Bormia sulla carta geografica non lo troverete. Eppure, sebbene si tratti di un luogo la cui denominazione non ha riscontri topografici, scoprirete che Terre di Bormia è un’invenzione che recupera e racconta una realtà più autentica, una storia più antica e una cultura più varia di quanto non esprima oggi la denominazione di Valbormida. Quando mi è stato affidato dallo IAL di Carcare il compito di sviluppare un corso di marketing territoriale dedicato all’Associazione Produttori Valli Bormida e Giovo, nell’autunno 2012, ho cercato prima di tutto di comprendere la realtà e il contesto in cui operavano i produttori, di approfondire con loro quali motivazioni stavano alla base della loro scelta imprenditoriale e di vita, e di trovare il filo conduttore che univa tante realtà, operanti in settori diversi e su prodotti differenti, eppure unite da valori comuni. È su questi valori che ho concentrato l’attenzione, proponendo
Cengio, 3 dicembre 2012 - Presentazione del Progetto
agli associati un percorso di marketing non convenzionale, basato su discipline e strumenti innovativi quali la creatività e il coaching, per stimolare una partecipazione attiva di ciascuno ad un processo di costruzione di un’identità associativa ma soprattutto territoriale che risultasse effettivamente condivisa. Quello che è nato da questo per-corso è andato al di là degli obiettivi stessi del corso: è stata la naturale prosecuzione di un processo di approfondimento e di recupero della storia, delle tradizioni, ma soprattutto dei valori che contraddistinguono il lavoro e la vita di ciascuno dei produttori dell’Associazione APV. L’attività di ricerca sulla storia, sul paesaggio della Valbormida e sul suo universo di valori, coordinata e arricchita di interessanti contributi sulle antiche tecniche e tradizioni agroalimentari dal vicepresidente APV Maurizio Bazzano, ci ha posto di fronte ad una evidente contraddizione e dissonanza con un percepito attuale della Valbormida, troppo spesso univocamente collegata ai processi di industrializzazione. L’obiettivo di valorizzare l’Associazione Produttori Valli Bormida e Giovo, risultava quindi strettamente connesso con l’obiettivo, ben più ampio, di dare alla Valbormida una nuova identità, una nuova immagine, e anche un nuovo universo di riferimento, più attrattivo dal punto di vista enogastronomico, turistico e culturale. Un sfida intensa e appassionante che ci ha portato a Terre di Bormia. Un nome ideato e modulato comunicativamente per suggerire l’eco di suggestioni arcaiche (e forse anche arcadiche e bucoliche), ma rigorosamente corrispondente ad una precisa storia ed etimologia di Valbormida: ovvero la terra e la cultura nata intorno al Bormida, il cui nome deriva dal nome della divinità celtica che presiedeva le sorgenti e i corsi d’acqua denominata Bormo o Bormano, da cui l’attuale nome Bormida.
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Lavagna del Brainstorming: i valori di riferimento. E a questa stessa ricerca si è legato anche lo studio iconografico che ha condotto allo sviluppo del marchio, che è una filologica reinterpretazione di una incisione rupestre di origine Celto-Ligure, presente e ancora oggi visibile sulle alture di Biestro. Terre di Bormia è un marchio di identità territoriale che comunica un messaggio chiaro: Saperi e sapori tramandati da un fiume di storia. Un marchio che nasce da un progressivo lavoro potremmo dire di “scavo” alle radici di una cultura per riportare alla luce linguaggi e simboli di una storia antica e poco conosciuta, ma testimoniata e avvalorata da importanti contenuti scientifici e archeologici, per i quali la consulenza e la ricca bibliografia di Carmelo Prestipino sono state determinanti. In questo suo essere, non solo segno, ma simbolo dei valori del territorio, sta il potenziale di efficacia del marchio Terre di Bormia rispetto a precisi obiettivi strategici: attrarre l’interesse
culturale e turistico di un pubblico sempre più vasto, coinvolgere operativamente il tessuto economico e istituzionale al fine di valorizzare e promuovere i prodotti del territorio, la ristorazione, il commercio e tutto il mondo produttivo, attraverso un programma di iniziative di lungo percorso che possa creare, comune dopo comune, positive ricadute turistiche ed economiche su tutta l’area. È quello che ci proponiamo di fare, al fianco delle istituzioni e dei partner che hanno scelto di sostenere questo progetto, e di tutti coloro che credono nei valori proposti da Terre di Bormia e in un progetto di rinascimento di quest’area. Con la consapevolezza che nel futuro della Valbormida c’è un grande passato. Da riscoprire, valorizzare, promuovere. Monica Brondi Agenzia Punto a capo Responsabile comunicazione progetto Terre di Bormia
Associazione Produttori Valli del Bormida
SAPERI E SAPORI TRAMANDATI DA UN FIUME DI STORIA. L’incisione rupestre a cui si ispira il marchio.
Il logo Terre di Bormia
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IL PROGETTO E L’ASSOCIAZIONE
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UN PROGETTO STRATEGICO E UN’ASSOCIAZIONE PER UN RINASCIMENTO CULTURALE, TURISTICO ED ECONOMICO DELLE VALLI DEL BORMIDA Terre di Bormia è prima di tutto un universo di valori da condividere, aperto a tutti coloro che vivono e amano questo territorio, credono nelle sue potenzialità, e auspicano un rinascimento culturale, turistico ed economico delle Valli del Bormida. Terre di Bormia è un progetto di valorizzazione dell’identità territoriale che con questa mostra, intende attivare un processo di sensibilizzazione dei cittadini e di coinvolgimento di tutte le realtà istituzionali, imprenditoriali e commerciali, attraverso una rassegna di eventi e iniziative distribuite in tutti i comuni dell’area, compresi quelli di area piemontese che si affacciano sul fiume Bormida. L’obiettivo è di lungo respiro ma importante: rendere le Terre di
Bormia un’area attrattiva sotto tutti i punti di vista, grazie a una precisa denominazione di identità territoriale e a una strategia coordinata di interventi tra comuni, enti e realtà economiche. Una prospettiva che si può realizzare solo facendo rete, nella consapevolezza che all’ombra di un marchio di visibilità regionale e nazionale quale Terre di Bormia, possono essere ancora più tutelate le specificità di ogni singolo borgo e territorio. Dare potenza ed energie a questo progetto è possibile, associandosi come sostenitori a Terre di Bormia e partecipando alle manifestazioni e agli eventi previsti nell’arco dell’anno. Terre di Bomia è oggi anche la nuova denominazione dell’Associazione Produttori Valli del Bormida, una rosa di imprese del
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Carcare, Incisione rupestre con uomo armato e simboli vari. settore agroalimentare che hanno saputo far tesoro delle tradizioni e dei valori della terra per riportare alla luce specialità e prodotti di eccellenza, contraddistinti da un alto tasso di artigianalità, qualità e tipicità territoriale. Ognuno di questi produttori porta con sé un patrimonio di storia e di esperienza unico, spesso nato in seno a più generazioni: ciascuno, pur operando con materie prime e processi produttivi diversi, ha voluto conservare e salvaguardare i saperi e i sapori tradizionali coniugandoli con la creatività e la passione per la propria attività e la propria cultura. I prodotti contraddistinti dal marchio Terre di Bormia rispondono a rigorosi criteri di qualità dei processi e delle materie
prime impiegate, in alcuni casi provenienti da colture biologiche o biodinamiche, nonché di coerenza rispetto alle tradizioni e alla cultura locali. Il risultato è una ricca tavolozza di aromi e sapori, espressione di una biodiversità che fa delle Valli del Bormida un’area ad alta concentrazione di eccellenze alimentari, alcune delle quali sono state inserite nel presidio SlowFood. Si va dai tartufi ai formaggi, alla tipica giuncata, fino ai salumi e alle carni, alle conserve dell’orto e del bosco, al miele, alle confetture, alla zucca e agli ortaggi in numerose varietà tipiche, fino agli amaretti, alla birra artigianale, ai bioliquori, ed altre specialità che si aggiungono progressivamente, insieme ai nuovi produttori che entrano a far parte di Terre di Bormia.
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LA MOSTRA E IL VIDEO
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L a mostra propone al visitatore un viaggio indietro nel tempo, in una storia, o meglio in una preistoria poco conosciuta che risale a 3500 anni fa e che ha caratterizzato in modo particolare e unico l’area dell’attuale Valbormida. È un viaggio alle radici di una cultura ancora viva nelle antiche incisioni rupestri, ma anche nel paesaggio, nelle attività umane e nei prodotti, e persino nei gesti, nel dialetto e nelle tradizioni del territorio. Si tratta di una mostra che è stata pensata per essere itinerante e quindi trasferita in tutti i comuni interessati ad ospitarla, affinché i cittadini della Valbormida siano i primi a conoscere e a farsi portatori consapevoli di una identità territoriale di grande valore. Il percorso espositivo si apre con una incisione rupestre di forte suggestione: si tratta di una riproduzione di una roccia incisa con una figura antropomorfa femminile, a cui si ispira il marchio e il progetto Terre di Bormia. Tale incisione è soltanto una delle numerose testimonianze documentate dalle ricerche di Carmelo Prestipino, Presidente della sezione Valbormida dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, consulente scientifico del progetto Terre di Bormia. Nella mostra sono inoltre esposti alcuni interessanti reperti originali, emersi dagli scavi effettuati nell’area di Carcare e Millesimo, tra cui utensili per la pastorizia, attrezzi agricoli e oggetti d’uso. Il senso di questo percorso è quello di riscoprire, attraverso testimonianze oggettive e autentiche della cultura celto-ligure presente in quest’area, il mondo degli antichi abitanti delle valli del Bormida a partire dal neolitico. Un’origine e una matrice arcaica che sopravvive in molteplici aspetti della nostra cultura, come ad esempio i toponimi cioè i nomi dei luoghi, che spesso etimologicamente fanno riferimento a termini di origine celtica, come il nome stesso Bormida. La filosofia del progetto Terre di Bormia e di questa mostra è quella di trasmettere “in tutti i sensi e attraverso i sensi”, l’atmosfera e la cultura della Valbormida, anche a chi non la conosce. Per questo abbiamo voluto completare il percorso espositivo con un video, in grado di comunicare emozioni autentiche, attraverso suoni, colori, immagini e sensazioni: il gorgoglìo del fiume, lo zampillare dell’acqua sulle rocce, il fruscio delle fronde e delle foglie nei fitti boschi della valle, i profumi e i sapori di un paesaggio e di una tradizione contadina, artigianale e produttiva più che mai viva.
UNA MOSTRA ITINERANTE CHE DI COMUNE IN COMUNE, SI ARRICCHIRÀ DI EVENTI E TESTIMONIANZE UNICHE DI OGNI TERRITORIO In queste terre il tempo scorre al ritmo dell'acqua, l'acqua del fiume sacro al dio Bormo. Di goccia in goccia, di rivolo in rivolo trascina nel suo corso millenni di storia e di umanità nate e vissute sulle sue sponde già 3500 anni fa. Che cosa resta in noi e nel nostro presente di questo remoto e misterioso passato? Noi siamo come acqua che ha memoria di tutto ciò che è stata. La nostra identità senza tempo è incisa nella roccia all'ombra di boschi frondosi, si specchia nei riflessi e nei colori dell'acqua e vive, oggi più che mai, nella sapienza dei gesti e delle mani,
nei prodotti e nei frutti della terra, nella lingua e nei dialetti, nella cultura del lavoro e del fare, nella maestria che dà vita, in un soffio di fuoco, all'anima multiforme del vetro, nella passione e nell'orgoglio di una identità antica e nuova tramandata da un fiume di storia: che scorre e percorre tutte le terre affacciate sul Bormida. C'è un grande futuro nel nostro passato: un potenziale che è il nostro valore più grande. Terre di Bormia. Saperi e sapori tramandati da un fiume di storia.
Dalla sceneggiatura del film Terre di Bormia
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Biestro, Bric del Castellazzo, Incisione rupestre con figura femminile antropomorfa.
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LA STORIA E I REPERTI
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LE VALLI DELLE BORMIDE
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e terre di mezzo delle valli delle Bormide, poste a collegamento tra le fertili pianure piemontesi ed il mare, montuose e tormentate ma ricche di acque e di vegetazione, furono percorse già nel lontano Paleolitico (100.000 - 10.000 a.C.) da quei cacciatori-raccoglitori che si spostavano seguendo la selvaggina ed i cicli di maturazione di erbe e piante spontanee, in un’esistenza precaria e condizionata dai cicli stagionali. Le loro labili tracce si riducono a sporadici ritrovamenti di asce in pietra verde, quasi sempre di ottima fattura e di grande fascino, raccolte in superficie nei territori delle valli. Questa esistenza precaria lasciò tracce molto significative nell’area del Finalese, ma non vi sono dubbi che il passaggio di questi uomini sulle terre valbormidesi sia stato intenso e ripetuto, millennio dopo millennio, benché le loro tracce siano così scarne. Il quadro complessivo comincia ad illuminarsi con il successivo periodo Neolitico (6.000 - 3.400 a.C.): il progressivo passaggio dall’attività di caccia e raccolta a quello di coltivazione ed allevamento, sostenuto anche dall’acquisizione della tecnica di cottura dell’argilla e di conseguenza alla produzione di vasi in ceramica, segnò l’inizio di una autentica rivoluzione culturale: il passaggio dal nomadismo alla stanzialità produsse quel concetto di proprietà che è tuttora in vigore; inoltre, la possibilità di conservazione delle derrate alimentari per i periodi invernali produsse un incremento demografico ed una migliore condizione di vita delle popolazioni locali. La rivoluzione del Neolitico produsse anche un passaggio pressoché obbligato: i territori in cui questi uomini si insediarono, ormai stabilmente, furono organizzati sulla base di una visione che rendeva chiara - alla tribù ma anche ai gruppi vicini - l’ap-
partenenza ed il ruolo dei suoli occupati; così vi furono i campi destinati alla coltivazione, quelli dediti all’allevamento ed ai pascoli (di solito le terre alte), i luoghi in cui sorgevano i villaggi, ed infine i luoghi di culto della comunità stessa. La domesticazione di alcune specie, come gli ovini, i bovini e la coltivazione di alcuni cereali e leguminose, produsse uno sviluppo notevolissimo, ed andò probabilmente di pari passo con l’affermazione di una forma di “religione” che era orientata dai fenomeni naturali ed astronomici: le cime dei monti, le sorgenti, gli alberi, il sole e la luna, furono oggetto di osservazione e di venerazione, con forme di culto specifiche che si tramandarono - talvolta - sino ad epoche moderne tra le comunità più chiuse e conservatrici. Con la scoperta della fusione del rame si ebbe un ulteriore progresso. Il rame, in unione con lo stagno, produsse una lega che divenne d’uso privilegiato: il bronzo. Con l’Età del Bronzo (2.200 - 900 a.C.) si consolidò in parte quella rivoluzione del Neolitico e l’uomo della montagna si organizzò in villaggi che sorgevano in posizione elevata e spesso ben difesa naturalmente, (con queste caratteristiche, in val Bormida sono riconoscibili i siti del Bric San Bernardo a Millesimo, del Bric Langa, a ridosso del santuario della Madonna del Deserto ed il sito del Bric Casteirolo a Cairo Montenotte, faceva eccezione l’insediamento del Bric Tana, ancora a Millesimo, che sorgeva in una vasta dolina e al centro di un’area ricca di prati e risorse naturali). I Liguri: un’etnìa misconosciuta La definizione dell’ethnos ligure è tutt’altro che facile e chiara: essa iniziò la sua formazione partendo da una più ampia entità
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Urna cineraria con alcuni bottoni conici in bronzo a corredo (etĂ del bronzo per i bottoni).
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Carcare, segni cruciformi. culturale, identificabile nell’Italia nord-occidentale nel corso del Bronzo medio e recente, benché non ancora ben definita. Sembra tuttavia documentabile che con il Bronzo Medio prenda l’avvio in tutta l’Italia settentrionale un nuovo ciclo di dinamiche culturali. In questo periodo, nella vasta area geografica comprendente Liguria, Piemonte, Lombardia occidentale e margini occidentali dell’Emilia (Val Trebbia e Val di Ceno) cominciò a configurarsi un ambito culturale chiaramente distinto dal mondo centro-padano e peninsulare. Nel periodo di passaggio tra Bronzo Antico e Medio, (circa XVII - XVI sec. a.C.), è riscontrabile una forte affinità della Liguria e di tutta l’Italia nord-occidentale con la Padania centrale e la penisola italiana, sia nella produzione metallurgica che in quella ceramica; in particolare noteremo che i reperti del Bric Tana mostrano evidenti contatti culturali con quelli coevi del Piemonte e della Lombardia occidentale. Ma - infine - chi erano questi “Liguri”? Identificati - genericamente - come un popolo di ceppo indoeuropeo, i Liguri sconfinano nel mito, come moltissimi altri popoli privi di scrittura; le poche notizie storiche che possediamo (e quindi già di epoca molto tarda rispetto alle loro probabili origini) ci giungono attraverso la testimonianza di storici greci e
romani (la cui visione era tutt’altro che benevola verso un popolo che si era rivelato particolarmente resistente alla conquista) ed è quindi generalmente negativa. Infatti, già per i greci delle colonie di Marsiglia, Antibes e Nizza i Liguri furono irriducibili nemici; la conquista romana, invece, iniziò alla metà del III° secolo a. C, ma si protrasse per circa tre secoli; così per Eschilo e per Dionigi di Alicarnasso i Liguri furono considerati “combattivi e intrepidi”, mentre - un secolo dopo - Strabone li riteneva molto più combattivi degli Etruschi; Tito Livio li considerava una forte razza di guerrieri, però la loro attitudine alle imboscate e alla guerriglia li rese particolarmente invisi. Catone li definì ignoranti e bugiardi, e pure Virgilio citò il “Ligure spergiuro e invano fiero del suo cuore”, riconoscendolo però, nelle “Georgiche”, come un popolo lavoratore ed abituato alla fatica, giudizio condiviso da Cicerone, che li definì: “...aspri e rudi: lo insegnò loro la terra stessa, nulla producendo che non fosse frutto di molto lavoro e gran fatica”. I liguri descritti dallo storico Floro furono definiti “razza solida e agile”, mentre Lucano fu colpito invece dalla loro capigliatura, come nota - parlando delle battaglie tra Cesare e Pompeo - citandoli come i Liguri “dai capelli tagliati”. Il costume di vita di questo popolo viene descritto quasi selvaggio e con evidenti e numerosi caratteri che ne mettono in risalto la primitività: i Liguri vivevano e dormivano all’aperto, in capanne di legno e pelli, e saltuariamente cercavano riparo in grotte naturali. Il loro abbigliamento era formato da semplici tuniche e rozzi
Bottoni conici in bronzo, età del Bronzo
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mantelli; in combattimento indossavano pelli di animale o tuniche strette in vita, con apposite tasche ove venivano riposte le spade. Nell’Età del Bronzo questo popolo praticava il rito dell’inumazione dei defunti in grotticelle naturali, sostituito successivamente dalla pratica dell’incinerazione del defunto, le cui ceneri venivano poste in un vaso di ceramica ed interrate (le testimonianze tarde di questa pratica appaiono nel rinvenimento di una sepoltura a Massimino, databile al IV° sec. a. C.). L’area di diffusione del popolo Ligure si estendeva dall’Arno a levante, per spingersi sino all’Ebro a ponente ed al Rodano a tramontana; in queste aree esso entrò in contatto con il popolo degli Iberi, con cui convisse nell’area dell’Europa sud-occidentale, in successione di tempo esso entrò in contatto con i Celti, e da qui si sviluppò una commistione che diede vita a quel ceppo che oggi definiamo Celto-Ligure. L’economia e le risorse dei Liguri di val Bormida La presenza di giacimenti di rame a Murialdo ed a Mallare non era sfuggita all’attenzione degli uomini dell’Età del Bronzo, che fusero e lavorarono questo metallo producendo - in lega con lo stagno - una cospicua quantità di materiale (che affiora oggi dalle ricerche sul territorio), tanto da giustificare l’ipotesi di una intensa attività metallurgica in quest’epoca e sino alla successiva Età del Ferro, periodo in cui i Liguri furono attivi protagonisti come attori di un’importante commercio di ferro. La metallurgia di questi uomini emerge - sul territorio - nell’area del Bric della Sorte a Pallare - dove sono state identificate importanti tracce di attività metallurgica dell’Età del Bronzo - con un probabile atelier di fabbri preistorici; infatti qui fu rinvenuto un lingotto di bronzo di notevoli dimensioni che - studiato con criteri scientifici, offrì importanti informazioni sulla sua composizione e provenienza. Il pezzo sembra essere appartenuto ad un lingotto dal peso originario di circa sei chilogrammi; le sue caratteristiche inducono a pensare che esso sia il prodotto di una lavorazione tecnologicamente progredita, che lo daterebbe verso il Bronzo Finale; inoltre questo sito ha restituito, assieme a numerose armille e frammenti di fusione sparsi, un ricco deposito di frammenti bronzei, probabilmente nascosti come riserva di rifusione da un
Valbormida, Panorama da Biestro. fabbro dell’epoca, confermando così che la collina doveva essere stata utilizzata come luogo di lavoro di metallurghi dell’Età del Bronzo. Ovviamente a questa attività, che oggi è il fattore di novità più importante nello studio del panorama Ligure, si univa l’allevamento degli ovini e la pratica agricola; è ancora il Bric Tana a darci le risposte più esaurienti: qui visse una comunità che coltivava almeno due forme diverse di frumento, oltre all’orzo, il miglio ed il panico; tra le leguminose coltivate troviamo la fava e la cicerchia, assieme ai piselli. L’esame dei resti ossei ritrovati dimostra che le attività di caccia e di allevamento erano importanti, infatti, si trovarono - in prevalenza - resti di cervo e, in misura minore, resti di animali domestici come caprovini, bovini, suini e cani; la dieta degli uomini del bric Tana era integrata dai frutti di bosco e probabilmente anche dalle ghiande di quercia. L’ambiente naturale circostante l’insediamento era caratterizzato da boschi in cui prevaleva la quercia, con una sostanziosa presenza di faggi, di aceri, carpini, pruni, olmi, meli e biancospini. La successiva Età del Ferro - momento in cui i Liguri entrarono in contatto con i Celti, producendo il ceppo definito celto-ligure - vide la continuità di insediamento sui “castellari” (tracce di conferma si troverebbero sia sul Bric Langa e sul Bric San Bernardo, sia sul sito del Casteirolo, ancora in studio). Proprio sul Bric San Bernardo è stato recuperato un “corredo” completo - probabilmente di un pastore - che era stato occultato in un anfratto delle rocce che proteggono la cima.
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Probabilmente avvolti in una pelle, o in un simile materiale deperibile, si trovavano: una cuspide di lancia, una punta di freccia, due utensili a lama e manico (coltelli?) un singolare falcetto con lama ad angolo, due grandi falci lunate, una delle quali fortemente piegata per cause sconosciute, due forbici per tosatura, tre pettini per cardatura ed uno strumento rettangolare (probabilmente un raschiatoio per pelli) con parziale impugnatura, tutti materiali di difficile datazione. Infatti le forbici, dalla forma particolare con l’impugnatura grande ed arrotondata e le lame spesse e larghe, appartengono ad una tipologia legata alla tosatura delle pecore, e la loro funzionalità ha permesso di avere una lunghissima durata del modello in oggetto, dall’Età del Ferro - in ambiente celtico - sino a tempi abbastanza recenti, come dimostrerebbe il loro impiego sino a pochi decenni fa in Val di Fassa e in altri luoghi. Le stesse problematiche si presentano nello studio delle grandi falci: la loro tipologia era già consolidata nelle età preistoriche, e la loro presenza sarebbe attestata in Lombardia nell’Età del Ferro, tuttavia queste forme e dimensioni giunsero immutate sino alla modernità; unico elemento particolare è il singolare
falcetto (che per suggestione ricorda il “falcetto del druido” di assonanza celtica) che però non ha elementi di confronto; per cui il corredo in questione resta un prezioso dato di carattere archeologico, ma impossibile da datare correttamente. Più interessante e - forse - maggiormente sicuro come elemento cronologico, è il ricco corredo di aratri del tipo “sciloria” in uso in area padana, emerso nel corso degli scavi 2013 del “Progetto Archè”, sul sito del Bric Casteirolo; questo ricco corredo fu probabilmente occultato dagli abitanti del castellare, in un momento in cui essi dovettero abbandonare le loro dimore di fronte ad un nemico preponderante, (probabilmente un’orda di barbari in marcia) con l’intento di tornare in seguito a riprendere la loro vita comune. Siamo in presenza di una scoperta che ci permette di far luce, sia pure molto parziale, sul periodo successivo alla caduta dell’Impero ed alle conseguenti invasioni barbariche, con l’attestazione di una attività agricola certamente importante. Liguri: cultura e religione Il popolo Ligure non conobbe la scrittura, per cui il poco che ci
Corredo del pastore: cesoia per tosatura in ferro falcetto e punta di lancia In ferro, età imprecisata
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Fibula a sanguisuga, frammento - Età del Bronzo resta della loro cultura e della loro religiosità ci fu trasmessa - ancora una volta in epoca tarda - degli scrittori greci e latini; essi ci narrano di divinità delle sorgenti e di “boschi sacri”, dove avvenivano le cerimonie di culto; questi cerimoniali prevedevano - probabilmente - danze rituali, musiche e canti, falò propiziatorii, offerte alle divinità onorate, resi riconoscibili ai componenti della tribù ed agli estranei, (che probabilmente dovevano evitarli, essendo luoghi tabù), riservati alle divinità ed agli addetti al culto, con particolari “segni di riconoscimento”. La maggior parte di questi luoghi fu certamente arricchita da espressioni “artistiche” da parte dell’uomo (l’espressione artistica nacque già nel Paleolitico, con le fantastiche pitture rupestri delle grotte francesi) ma la deperibilità dei materiali impiegati (pelli, colori, totem in legno o altro) fecero sì che di questa “religiosità” non rimanesse quasi nulla, ad eccezione delle rocce incise che -per loro natura - si prestavano ad una lunga durata nel tempo, diventando così un prezioso indicatore di questa antica sacralità. A questo modo le tracce - evidenti e residue - dei “santuari” Liguri, o Celto-liguri rimasero incise nella roccia - a partire dall’Età del Bronzo proseguendo poi nell’Età del Ferro - con migliaia di segni, che trasmettono tuttora un messaggio per noi indecifrabile ed oscuro. Partendo dal grande “santuario” dell’etnìa Ligure del monte
Biestro, Masso-altare su una cima
Bego (dove più di quarantamila figure incise tramandano la memoria di un popolo attivo e prosperoso che saliva ad onorare la montagna sacra al dio Bego) incontreremo altri santuari minori, diffusi lungo il crinale alpino marittimo e lungo la fascia appenninica; tra queste spiccano le presenze nelle aree del Finalese, nell’area del monte Beigua, santuario dell’etnia ligure per le terre del Varazzino e per i montanari della valle dell’Orba, per giungere infine all’area valbormidese, dove le testimonianze di arte rupestre compaiono spesso associate a rozze strutture in pietra (massi- altare) che testimoniano l’esistenza dei culti preistorici, probabilmente affermatisi e diffusi negli stessi periodi di altre manifestazioni simili. L’area del Bric Tana, a Millesimo, il Bric Gazzaro tra Biestro e Plodio, il rio Cavallera a Carcare ed alcune zone “minori” a Murialdo e Massimino, testimoniano questa presenza diffusa ed ancora allo studio; si tratta - quasi sempre - di segni definiti impropriamente “segni minori” (croci e coppelle) che sono diffusi lungo tutto l’arco alpino, ma compaiono anche situazioni in cui l’ignoto incisore “raccontò” un evento vissuto attraverso rappresentazioni complesse, formate da simboli e figure antropomorfe associate a massi-altare, che indicano - inequivocabilmente - la presenza di un luogo sacro arcaico. Infine resta la suggestione potente della figura femminile incisa sulla “Rocca del Castellazzo” A Biestro, sulla sommità di una torre di roccia da cui si domina l’orizzonte sino al mare. È probabile che - assieme a queste manifestazioni ormai complesse - apparisse anche il linguaggio, e di conseguenza la toponomastica, il primo come strumento per comunicare, la seconda come passaggio indispensabile all’identificazione dei luoghi; infatti, designandone il nome, l’uomo ne identificava anche la funzione nel quadro dell’organizzazione del territorio da lui prodotta. È possibile che in questa fase si sia sviluppata la lingua parlata di questi popoli, (indagata con difficoltà dai linguisti moderni) assieme agli usi e costumi specifici di ogni comunità o tribù, ma tutto ciò è avvolto in una fitta nebbia; anche le divinità Liguri riconoscibili dalle tracce epigrafiche di età romana, ci sono poco note.
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Spillone a spirale in bronzo, età del Bronzo Da Bormo - Bormanus alla terra delle Bormide Le divinità Liguri - o celto-liguri - furono numerose e legate - come già visto - ad elementi naturali (orografici o climatici) che ci impegnerebbero in una sintesi dalla vastità improponibile; tra queste divinità ne identificheremo una in particolare: il dio Bormo, chiamato anche - a seconda dei luoghi - Borvo, Bormanus, Bormanicus, Borbanus, Boruoboendua, Vabusoa, Labbonus o Borus; questa divinità delle acque sorgive e spumeggianti fu documentata in epoche tarde dalle iscrizioni romane (i romani non cancellarono mai i culti precedenti, ma li assimilarono facendoli propri) ritrovate nei “santuari” a lei dedicati. In Francia ne troviamo una copiosa traccia a Bourbonne-lesBains, dove sono state ritrovate dieci iscrizioni votive a lui dedicate, ma offerte a Bormo si trovarono anche nell’area narbonense ed alle Bocche del Rodano, nella Savoia e nella Provenza; in alcuni casi, come ad Utrecht in Olanda, esso prese il nome di Boruoboendua, Vabusoa, Labbonus, in Portogallo - a Caldas de la Vizela - era chiamato Borus e Bormanicus, mentre ad Aix-en-Provence era riconosciuto come Bormanus. I romani lo collegavano col loro Apollo, ma dall’epoca repubblicana in poi il dio subì ulteriori modificazioni: gradatamente, la divinità di Bormo - Bormanus si femminilizzò e venne assimilata a quella della dea Diana, custode dei boschi e della caccia, che però manteneva molte analogie con l’antico dio ligure. In questo contesto si colloca il “Lucus Bormani” di Diano Marina, che assunse poi questo nuovo nome in onore della dea Diana.
Macinello in pietra e pietra da macina, età del Ferro
Come abbiamo visto da questa rapida rassegna, il dio Bormo - Bormanus, padre delle acque sorgive ed impetuose fu venerato ed ebbe i suoi “santuari” in tutta l’area celto-ligure; ma in un solo caso il suo “santuario” si estende ben al di là di ogni traccia archeologica: è in quelle terre delle Bormide che - benché suddivise in tre diversi rami e con tre diverse sorgenti - da Bormo - Bormanus presero nome. Arduo oggi dire quale di questi tre rami sia da considerarsi il primo a portare questa indicazione idronimica, ma ciò non è importante: è senz’altro più significativo il fatto che queste terre del tutto Liguri, forse con qualche traccia celtica - fossero a lui dedicate, in un vasto santuario naturale ed unitario, che vedeva i Liguri dei monti sotto la protezione di un’unica entità superiore che - col suo ribollire tra i meandri delle alte valli ed il lento fluire tra le le grigie marne della parte inferiore del suo corso - propiziava la fertilità dei campi. Le terre di “Bormia” (forma dialettale più diffusa nella nostra area per identificarne i tre fiumi) tramandano ancora la memoria di Bormo - Bormanus e conservano - nell’identità della loro gente - il carattere solido ed attivo degli antichi progenitori Liguri. Carmelo Prestipino
Presidente della Sezione Valbormida - Istituto Internazionale di Studi Liguri
Millesimo, Masso-altare con fori
Associazione Produttori Valli del Bormida LocalitĂ Monastero, 9 - Millesimo (Savona)