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Le opposizioni ricominciano da 9 (euro)
from L'Espresso 33
by BFCMedia
cato le opposizioni per discuterne, poi alla vigilia ha detto che, sì, insomma, se ne poteva anche parlare ma era tempo perso. L’incontro (è già tanto che non sia finito a urlacci) infatti non ha prodotto nessun risultato tangibile se non la richiesta di un parere al Cnel, presieduto da Renato Brunetta. Se ne riparlerà tra due mesi: d’altra parte siamo in pieno agosto e dopo le ferie incombe una complicata manovra finanziaria (con vista sulle elezioni europee) in cui ogni uscita dovrà essere misurata con il bilancino. Francamente è molto difficile che si raggiunga un accordo sui 9 euro perché è una proposta che entra in collisione con Confindustria (le imprese dovrebbero pagare molto di più una parte di lavoratori); con le cooperative, vera potenza non più “rossa” ma economica, che coprono una serie infinita di servizi sia nel pubblico sia nel privato a prezzi concorrenziali grazie proprio agli stipendi bas- sissimi; con un bel pezzo del sindacato che teme di perdere potere di contrattazione e anche la faccia per i contratti chiusi sotto quella cifra, come quello dei vigilantes. Una delle motivazioni dei contrari al salario minimo è che guardare solo gli aspetti salariali è come guardare il dito e non la luna laddove, nel loro planetario, il dito sono i 9 euro e la luna i diritti contenuti nel contratto collettivo. Certo: il diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità è sacrosanto, ma, se lo stipendio è da fame, in ferie non si va, i soldi per le medicine non ci sono e non si fanno figli perché non ce li si può permettere, i diritti da soli non bastano più. Per una volta sono d’accordo con Pier Ferdinando Casini secondo cui «il salario minimo non è una questione di destra o di sinistra ma di giustizia ed equità«. Interessante anche l’analisi di Carlo Cottarelli nelle pagine che seguono. Chi vincerà? Difficile fare un pronostico perché per prima cosa ci saranno da trovare le risorse. Le imprese saranno poco disponibili ad accollarsi il totale dei costi e il governo dovrà trovare una soluzione di sgravi o aiuti. E, appunto, il piatto piange. C’è poi l’aspetto politico. Se Giorgia Meloni vuol continuare a togliere la terra sotto i piedi delle opposizioni come ha fatto con il decreto sulla tassa sugli extraprofitti delle banche (anche se poi bisognerà vedere come andrà davvero a finire), un accordo, magari al ribasso o transitivo, si finirà forse per trovarlo ma ci sarà da fare i conti anche con i sindacati rivedendo la legislazione sulla contrattazione collettiva e la rappresentanza ai tavoli delle trattative. Insomma sarà dura ma almeno un obiettivo l’opposizione, pur così sgangherata, l’ha centrato: fare le prove per stare insieme e soprattutto ritrovare il feeling con la gente, vista la gragnola di firme che sta arrivando a favore del provvedimento sul salario minimo. E soprattutto ricominciare ad affrontare i problemi non dentro i salotti, ma dentro la vita reale.
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Sebastiano Messina
Stefano Bonaccini
Prima ha accusato il governo di non aver ancora fatto arrivare «neanche un euro di indennizzo» alla stragrande maggioranza delle imprese colpite dall’alluvione di maggio, quindi ha attaccato sull’emergenza immigrati la premier, che l’anno scorso gridava «è finita la pacchia», ma arrivata a Palazzo Chigi non è riuscita a impedire il raddoppio degli sbarchi. Il governatore dell’Emilia-Romagna è oggi l’oppositore che fa innervosire più di tutti gli altri Giorgia Meloni.
Jannik Sinner
Vincendo il Master 1000 a Toronto il tennista altoatesino è diventato il numero 6 del tennis mondiale (solo Adriano Panatta ha fatto di meglio, salendo fino al quarto posto nell’anno magico in cui vinse la Coppa Davis, il 1976). Per arrivare così in alto a 22 anni oggi devi avere la stoffa del campione, ma devi anche essere capace di organizzare una squadra con due coach, un preparatore fisico, un fisioterapista, un osteopata e un mental trainer. C’è del metodo, in questo talento.
Domenico Dolce
Non tutti hanno la fantasia geniale di Domenico Dolce – che a 18 anni salì sul treno per Milano diventando uno dei più grandi stilisti del pianeta – ma nessuno meglio di lui poteva dare la sveglia a quei siciliani «che passano le giornate sdraiati sul divano», senza lavorare. Per i suoi 65 anni lui è tornato a Polizzi Generosa facendo ai compaesani la più scomoda delle domande: «Come si può pretendere il progresso se nessuno fa un cazzo?». Nessuno ha saputo rispondergli.
Bonaccini spina nel fianco, Tajani all’oscuro, Sinner talento e metodo. Dolce e la domanda senza risposta
Antonio Tajani
Il ministro degli Esteri s’è accorto che Giorgia Meloni non lo considera un vero vicepremier: non solo gli ha fatto scoprire in Consiglio dei ministri un decreto a sorpresa che tassava gli extraprofitti della banche, ma quando le è stato chiesto di spiegare perché glielo avesse nascosto ha risposto candidamente che «la questione non doveva girare troppo». Evidentemente la presidente del Consiglio non si fida di uno dei suoi vice, anche se è il segretario di Forza Italia.
Roberto Mancini
Pochissimi saprebbero resistere a un’offerta di 20 milioni l’anno, che per Mancini sono più del quadruplo di quanto lo pagava la Figc. Ma se uno che ha gloriosamente portato gli azzurri a vincere gli Europei decide una sera d’agosto che la ricchezza val bene tre anni a Ryad può anche dirlo alla luce del sole, invece di lasciare la Nazionale inviando una pec di notte, lamentandosi di non essere stato trattenuto. È nell’ora delle scelte difficili che un campione mostra il suo stile.
Aurelio De Laurentiis
Hai vinto lo scudetto e sei stato celebrato come un presidente illuminato: potevi uscirtene da gran signore stracciando la «clausola di non concorrenza» che impedisce a Luciano Spalletti di diventare il commissario tecnico della Nazionale (che non gioca in serie A e dunque non è una tua concorrente). Invece pretendi tre milioni di penale spiegando che «non è una questione di vil denaro, ma una questione di principio»: come dicono tutti quelli che pensano l’esatto contrario.
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Diletta Bellotti
Negli anni ’50 i poderi nella Val d’Orcia, la valle senese a nord e a est del monte Amiata, andavano da un minimo di dieci a un massimo di quaranta persone. Erano famiglie, spesso imparentate tra loro, che vivevano insieme, quasi sempre a mezzadria. Nel periodo che va da novembre fino a marzo, le donne, dopo essersi occupate di svariate mansioni tra cui la cura degli animali da cortile, da stalla e dei figli così come la gestione dell’orto, del bucato e del mangiare, si mettevano, a fine giornata, intorno al camino. Anche nel podere Monte Laccio le donne con le loro sedie erano solite riposare e scambiare qual-