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Operazione sfinimento
from L'Espresso 33
by BFCMedia
SIMONE ALLIVA
Prendiamoci qualche giorno di pausa. Di silenzio. Di letture», Gianni Cuperlo, leader della mozione arrivata al terzo posto al congresso, si sottrae. Stefano Ceccanti, ex parlamentare, esponente di primo piano di “Base riformista”, firmatario di una lettera in cui attacca, passo dopo passo, tutte le scelte del nuovo Partito Democratico, non vuole commentare. E per Stefano Bonaccini: non è il momento. Un bilancio sulla segretaria Elly Schlein resta, oggi, sommerso. Ma c’è, sia tra gli oppositori interni della segretaria che tra i suoi sponsor, aria di scontento. Mentre sulla questione salario minimo, la sinistra appare, in uno dei pochi momenti della sua storia, unita, dentro il Partito Democratico si consuma una guerra sotterranea, un gran lavorio di candidati e candidabili, telefonate e incontri, liste buone e fasulle, nomi da nascondere, altri da bruciare. Obiettivo: elezioni Europee 2024. Nessuno vuole e può perderci la faccia e la poltrona. E proprio per questo che non si critica a viso aperto la segretaria. Eppure, i fronti sono tanti.
Primo: quello del dialogo nel partito, assente. «Schlein elogia l’unità ma lei stessa parla con pochi e non ascolta nessuno. Continua a ripetere “unità” e “uniti nelle differenze”, “la bellezza del confronto” poi fa come la Regina di Alice nel Paese delle meraviglie: qui tutte le strade sono mie». È il sentimento che corre nella minoranza. Anche tra i più dialoganti che ancora non hanno digerito la sostituzione di Cuperlo alla guida della Fondazione del Pd e la promozione di Nicola Zingaretti
Molti raccontano di un Gianni Cuperlo furioso dopo aver appreso la notizia mezz’ora prima che fosse pubblica. Non è l’unico. Bisognava esserci durante una lunghissima riunione alla presenza della capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, convocata la sera del 18 luglio per aprire una discussione sulla gestazione per altri. Non è stato soltanto il tema a spaccare ma il metodo: «Dopo aver collezionato sconfitte su sconfitte alle Amministrative, il Partito Democratico non ha più fatto riunioni di direzione, nessuna assemblea di Partito. Poi si decide di notte, all’insaputa di gran parte del gruppo dirigente, la linea su qualcosa di insensato come il reato universale che pure potrebbe spaccare il partito. Ci sono cose che vanno discusse in direzione politica, non con il solo il gruppo parlamentare». A dirlo, sottovoce, non sono gli ex renziani ma quelli che oggi sostengono pubblicamente Elly Schlein.
Più in chiaro viene ribadito a Cesena il 21 luglio durante la presentazione della “non corrente” (di fatti una corrente) di Bonaccini, cioè “Energia Popolare”. Presenti anche i nomi di chi rischia e di chi aspira a Bruxelles: Lorenzo Guerini, Alessandro Alfieri, Pina Picierno, Brando Benifei, Giorgio Gori
I posti a disposizione oscillano tra i 17 e i 19. Insomma, l’ipotesi più accreditata è che il Pd ripeta il risultato del 2019 (22%, 19 seggi) o registri una lieve flessione (20%, 17 seggi). Probabilmente l’unico partito immobile. Sono dietro l’angolo i ribaltoni, col balzo in avanti di FdI (aveva il 6,4%, 5 seggi) che potrebbe addirittura triplicare e il ridimensionamento della Lega (34,3%, 28 seggi nel 2019) e del M5S (17,1%, 14 seggi) con in più le incognite di Forza Italia post-Berlusconi (8,8%, 6 seggi) e del Terzo Polo in corsa forzata dato che nessuno dei due partiti supera da solo, al momento, la soglia del 4% necessaria per accedere al Parlamento di Strasburgo.
LEADER
Elly Schlein, già numero due dell’Emilia-Romagna, dal 12 marzo scorso è la segretaria del Partito Democratico
Ma quello in corso nel Pd è un vero risiko del potere, nebuloso perché nel regno di Schlein tutto è in movimento. Per le candidature si fanno i nomi di Sandro Ruotolo, giornalista che gode di una certa popolarità, ma soprattutto di Roberto Saviano, molto amico della segretaria. Salgono le quotazioni della calabrese Jasmine Cristallo, del movimento delle Sardine, entrata da pochi mesi in direzione nazionale. Resta invece in bilico Pina Picierno, per cui la candidatura da capolista è già fuori discussione, tuttavia, sarà difficile giustificare l’assenza dalle liste della più alta in grado nel Parlamento Europeo, vice presidente succeduta a David Sassoli. Spinge invece Andrea Orlando, che ha sostenuto Schlein alle primarie e non potendo chiedere un’altra deroga per fare il deputato punta su Strasburgo, candidatura che passa per l’erosione di un volto noto del Pd italiano all’Europarlamento, quello del capodelegazione Brando Benifei. Molto più giovane, sostenitore della mozione Bo- naccini quindi sacrificabile. La segretaria dovrà dunque attraversare lunghe riunioni dense di scontri, multiformi lusinghe, ego straripanti, consapevole, da ex europarlamentare esperta, che il quinquennio europeo sarà uno dei più importanti, l’ultimo dell’agenda 2030, con il collasso climatico alle porte e la decisione di come e se rinnovare il Next Generation Eu. Ma non solo. È tutta interna alla segreteria una guerra di ombre cinesi. Le più larghe quelle di Dario Franceschini che insieme a Andrea Orlando e Nicola Zingaretti oscurano il tentativo di Schlein di «rivoluzionare» il partito. Tre nomi che dopo averla sostenuta l’hanno messa di fronte al muro del regolamento che impone candidati perdenti e «cacicchi» che proprio la segretaria aveva promesso di estromettere. Le liste devono essere votate dai due terzi della direzione. Un gioco tutto interno ai do ut des al quale la segretaria in stato d’assedio tenterà nei prossimi mesi di sottrarsi.