MANIERISMO
FRUGALITÀ
KITSCH
FRAGILITÀ STILIZZAZIONE CONVENZIONALITÀ NUDITÀ
TEMI Valerio Paolo Mosco
Temi di architettura. Una nota iniziale.
Questo libro è parte di una collana dedicata ai temi di architettura; più specificatamente è dedicata alla frugalità, al kitsch, alla fragilità, alla stilizzazione, alla convenzionalità, alla nudità e al manierismo. Sette temi utilizzati come dispositivo per comprendere la nostra epoca, il suo gusto e il suo sentire fatto di infatuazioni e idiosincrasie, di aspirazioni come anche di inevitabili frustrazioni. Come si sa i temi prendono forma in diversi modi i quali dialogano tra loro per accostamenti, analogie e metafore. Nelle diverse espressioni tematiche riconosciamo delle apparizioni, delle ricorrenze, come anche degli slittamenti semantici che nel tempo hanno prodotto delle vere e proprie metamorfosi ed è proprio questo andamento il nucleo di interesse della collana. L’analisi per temi non è una novità. Nella seconda metà del secolo scorso Hans Sedlmayr ha incentrato il suo libro Perdita del centro sull’analisi tematica. Egli ha così analizzato la modernità attraverso determinati temi: la fabbrica, il museo, il teatro, il monumento architettonico figurativo, la casa popolare, il giardino all’inglese. Mediante essi Sedlmayr intendeva cogliere, da buon hegeliano, lo spirito di un’epoca da lui considerata, non senza forzature, una morbosa patologia. A prescindere dalle conclusioni a cui Sedlmayr è giunto, la sua analisi possiede ancora il fascino delle letture a volo d’uccello, di grande respiro, che hanno il coraggio di rifuggire quel FRAGILITÀ
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debilitante relativismo, oggi soverchiante, che considerando solo i particolari avvilisce la narrazione generale, ovvero la narrazione critica. Leggendo il libro di Sedlmayr abbiamo infatti la sensazione di riappropriarci del dibattito e questa riappropriazione nasce proprio da quell’analisi tematica che appare come il necessario preludio a qualunque teoresi. Preludio senza il quale le forme, inseguendo loro stesse, scivolano inevitabilmente nell’entropia. È da notare che i temi di Sedlmayr erano specificatamente architettonici, tanto che in alcuni casi (la fabbrica, il museo, la casa popolare) corrispondevano a dei tipi edilizi. I temi presi in considerazione in questa collana invece non sono unicamente architettonici, bensì estetici, nel senso che coinvolgono contemporaneamente diversi campi espressivi. Il kitsch o la frugalità a esempio prendono forma non solo in un’architettura, ma anche in un’opera d’arte, in una performance, in una pièce di teatro, nella moda e non ultimo nel costume. La scelta di allargare l’analisi tematica, e di conseguenza l’analisi iconografica, deriva dal fatto che le visioni a volo d’uccello, come ci insegna Fernand Braudel, non possono restringersi a uno specifico, ma devono allargare i loro orizzonti diventando il più possibile inclusive: devono, come andava affermando George Kubler, «allargare il più possibile il portone di ingresso». TEMI
VALERIO PAOLO MOSCO
Quanto il lettore troverà scritto deriva dalle lezioni svolte presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, presso la sede di Roma della Cornell University e presso l’Università della Navarra a Pamplona, istituzioni a cui devo un sentito ringraziamento. Ringraziamento che estendo alle biblioteche dello IUAV e della Sede di via Flaminia dell’Università La Sapienza di Roma. Infine ringrazio Gianna Parisse, Carlo Laurenti ed Eleonora Caturegli.
FRAGILITÀ
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Nell’aria spasimante involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità». Giuseppe Ungaretti
A me piace che le parole abbiano una loro reticenza, che possano rimanere ancorate ad un punto oscuro dell’interiorità, con una loro schiettezza, come a voler mettere a nudo qualcosa di profondo, qualcosa di fragile». Don De Lillo
Le cose che amavo un tempo erano fragili, molto delicate, ma io non lo sapevo. Pensavo fossero indistruttibili, ma mi sbagliavo». Conrmac Mc Carthy
Se ci atteniamo alla logica l’architettura non dovrebbe avere nulla a che fare con la fragilità, anzi dovrebbe opporsi a essa. All’architettura si richiede infatti consistenza, stabilità, resistenza, caratteri questi del tutto avversi a ciò che la fragilità è o implica. Se allora la fragilità è andata coinvolgendo l’architettura ciò può essere considerato il sintomo di un profondo ripensamento, come se l’architettura avesse voluto introiettare dialetticamente in sé il suo contrario per rigenerarsi attraverso esso. Da quanto affermato sembrerebbe che la fragilità in architettura, essendo paradossale, sia un’utopia. Non è così: essa non assurge al livello ideologico delle utopie, non prospetta esplicitamente nuove redenzioni, ma si presenta come un’utopia meno diretta, velata, che non intende incidere direttamente sulla realtà indirizzandola verso una palingenesi. È in definitiva la fragilità un’utopia latente, depotenziata, più precisamente un fenomeno “idealtipico”. Il termine è preso in prestito da Max Weber che classificava come “idealtipica” un’idea o una forma che non esiste allo stato puro, anzi, aggiunge Weber in un passaggio significativo, deve la sua forza al non esistere allo stato puro o paradigmatico1. Nonostante questa limitazione ciò che è “idealtipico” può trovarsi come un ingrediente la cui quantità varia a seconda della ricetta che si intende preparare. In altre parole la fragilità non può esistere allo stato puro per l’ovvia ragione che gli edifici totalmente fragili non potrebbero sostenersi, FRAGILITÀ
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ma alcune componenti fragili possono non solo essere ospitate in un edificio, ma diventare così importanti da caratterizzare l’edificio nella sua interezza. Nei casi più estremi, con un atto che potremmo definire di manierismo radicale, l’intero edificio può mettere in scena la fragilità, anche se questa fragilità generalizzata rimane null’altro che una messa in scena. La fragilità non è l’unica forma “idealtipica” che ci presenta l’attuale architettura. A essa si aggiunge la nudità con cui condivide lo stesso destino: non avremo infatti mai edifici totalmente fragili o totalmente nudi, ma potremmo avere edifici che possono apparire fragili o nudi2. Ciò che caratterizza le forme “idealtipiche” è il loro simbolismo, ovvero la loro capacità di alludere a un mondo per l’appunto ideale a cui afferiscono valori condivisibili che nel complesso esprimono, in maniera hegeliana, lo spirito del tempo. Consideriamo specificatamente la fragilità. Essa allo stato attuale è il prodotto di un lungo processo di metamorfosi iniziato quasi un secolo fa i cui prodromi possono essere rintracciati anche prima. All’epoca l’ipotesi era quella di dar vita a una vera e propria civiltà edilizia basata sulla volontà di alleggerire il più possibile la costruzione, eliminando quel peso e quella gravitas che venivano considerate remore di un passato da rivoluzionare anche a costo di andare contro le logiche stabilizzate da millenni del fare archiTEMI
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tettura. Un alleggerimento che nei casi più radicali era come se volesse appendere gli edifici al cielo. Era intenzione ad esempio dei Costruttivisti russi aspirare a una costruzione fragile? Non proprio, caso mai essi aspiravano a una costruzione effimera, facilmente smontabile e rimontabile. Eppure l’effimero già all’epoca implicava la fragilità, ovvero un senso del costruire superleggero che non coincideva con la gravitas di una rivoluzione che intendeva rifondare in maniera radicale il mondo. È questo un caso non raro in cui le forme hanno contraddetto il loro tempo, prospettando un superamento dello stesso. Ritroveremo l’effimero nella postmodernità, ma sarà un effimero decisamente meno propagandistico, meno impegnato e più ludico, concettualmente più fragile, o meglio più vulnerabile. Se allora l’effimero della modernità era un’espressione ottimista, una dimostrazione di come la tecnica avrebbe cambiato il mondo se supportata dalla rivoluzione politica, la fragilità contemporanea sembrerebbe esprimere il contrario, ovvero la sfiducia nei confronti dei poteri costituiti, nei confronti dell’aggressività del real estate e dell’architettura del potere politico ed economico, specialmente nei confronti del mondo big data e degli algoritmi che impone le sue regole in qualunque momento della nostra vita. La fragilità dunque come espressione, o meglio come forma simbolica di dissenso o di antagonismo, come testimonianza di una non appartenenza al mondo così come ci viene presenFRAGILITÀ
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1. Recinto coperto da una tenda da una stampa del XIX secolo.
tato3. In ciò la fragilità contemporanea è assimilabile alla nudità e alla frugalità, tre espressioni che nel complesso alludono a ben vedere a uno stile di vita4. Si è fragili, si è nudi, si vive nella frugalità in quanto si è scelto di farlo e ciò per svariate ragioni, da quelle esistenziali a quelle politiche. Sembrerebbe che oggi l’architettura si rivolga a queste forme di vita per sostenere le sue ragioni e lo fa come strategia di sopravvivenza. Il violento assedio a cui stiamo assistendo da parte delle truppe della massificazione globalizzata trova l’opposizione della fragilità, della nudità e della frugalità. A queste e a poche altre truppe è affidato il compito di difendere l’autorialità, o almeno ciò che di essa rimane. La fragilità è un prodotto di importazione dall’Oriente, segnatamente dal Giappone, un paese la cui cultura figurativa si fonda da tempi immemorabili sull’esilità, sul vuoto e sull’evanescenza, concetti che implicano una fragilità le cui radici sono immerse nella religione shintoista. Un prodotto di importazione quindi, che arriva in Occidente nel diciannovesimo secolo; da allora la fragilità ha subito una serie di trasformazioni semantiche che hanno ingenerato delle vere e proprie metamorfosi. I passaggi di queste metamorfosi, che segnano e organizzano le pagine di questo libro, possono essere così riassunti: l’affermarsi dell’esilità giapponese e dell’evanescenza romantica nel diciannovesimo secoFRAGILITÀ
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21. Walter Gropius, Gropius House, Lincoln Massachusetts, 1938.
Elementi la cui cifra è quella di un’esilità talmente estrema da evocare la fragilità. La villa è sia connotata che denotata da questi elementi. È chiaro come essi siano di importazione per l’architettura, provenendo dalle grandi navi da crociera dell’epoca, un’ascendenza questa ribadita più volte da Le Corbusier in Verso un’architettura. Per Le Corbusier l’architettura avrebbe dovuto imparare da quello che all’epoca veniva definito yachting style che avrebbe insegnato all’architettura la leggerezza delle componenti, una leggerezza per nulla gratuita, ma del tutto funzionale alle prestazioni nautiche45. Il tempo ha trasfigurato questa ascendenza. Oggi di molte ville di Le Corbusier, come anche in quella di Gropius, veniamo attratti dal valore figurativo di queste componenti che nella loro esilità, esprimono un’aggraziata fragilità che chissà se fosse intenzione degli autori esprimere. La grazia si sa è fragile: essa è sempre sul punto di svanire, di evaporare per lasciare la nostalgia del suo ricordo. Una nostalgia che oggi proviamo per delle opere il cui biancore è destinato a durare poco, in cui l’esilità delle pensiline, dei telai e delle scale a chiocciola, espone le stesse a una vita di certo non lunga. Nel tempo il loro decadimento è assicurato: solo la cura costante potrà evitare che ciò possa accadere. È questa la fragilità del Moderno: una fragilità che attrae suscitando una certa tenerezza che redime un’architettura che ha imposto al mondo un’ideologia di certo non fragile. Nella villa di Gropius, come in altre opere puriste, FRAGILITÀ
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abbiamo inoltre un esempio emblematico di quella che potremmo definire la dialettica della fragilità, basata sul contrasto tra il solido del corpo di fabbrica e il fragile delle componenti che lo aggettivano, come i pilotis, i telai, le scale a chiocciola e quant’altro46. Questo tipo di composizione è tendenzialmente paratattica: in essa ogni elemento “fragile” è autonomo, tanto da dare l’idea di poter essere facilmente staccabile dal corpo dell’edificio. Probabilmente è proprio questa dialettica a suscitare la grazia ineffabile dell’architettura bianca purista. Un fascino, quello della fragilità purista, che ha qualcosa di femminile. Aggettivo scivoloso, su cui ultimamente si concentrano non pochi studi, per la verità alquanto fumosi. Ma se prendiamo la Casa de vidro, la villa che nei primi anni Cinquanta Lina Bo Bardi costruisce in Brasile, respiriamo una grazia moderna virata al femminile, come tale priva di qualunque assertività, reale e ideale al tempo stesso. Una grazia al femminile che ritroviamo in Lilly Reich, l’architetto esperta di tessuti con cui Mies van der Rohe realizza alla fine degli anni Venti degli allestimenti in cui il maestro della perentorietà sembra aprirsi a una narratività e una scioltezza in seguito da lui stesso negata47. La Reich, come Lina Bo Bardi e Charlotte Perriand, testimoniano per contrasto come l’architettura moderna sia stata una storia essenzialmente al maschile e le poche opere di architetti TEMI
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donne stanno li a testimoniare le potenzialità di un’espressività che avrebbe potuto dare molto alla fragilità. La chiesa dei Frari a Venezia è una delle più grandi chiese della città. Una vasta cassa muraria romanica la fa emergere nel tessuto urbano circostante. Se alziamo lo sguardo nei suoi angoli sopra il cornicione appaiono una serie di altane in pietra bianca d’Istria che si ergono al cielo [22]. La loro forma è semplice: quattro colonnine sostengono un baldacchino coperto da un tetto acuto gotico. Le altane sono esili tanto da apparire persino fragili, specialmente se confrontate con la possente cassa muraria sottostante. Quello dei Frari può considerarsi un esempio paradigmatico di decorazione fragile ben anteriore rispetto a quelli che abbiamo finora preso in considerazione. Il principio però è sempre lo stesso: la fragilità è confinata a una parte specifica di un edificio che al contrario esprime una solidità estrema: a questi elementi fragili è demandato il ruolo di connotare e caratterizzare l’edifico. Il caso dei Frari non è unico. Le esili altane sul coronamento sono presenti in molte chiese romaniche padane. Le altane erano dunque parte di un patrimonio iconografico tardo medioevale condiviso; erano dei motivi ricorrenti a cui era demandato un messaggio religioso che possiamo immaginare afferente al credo mariano della Vergine come modello di grazia. Giotto, Lorenzetti, Duccio da Boninsegna, Cavallini e molti altri pittori del Trecento sono stati i cantori di quella che potremmo definire la FRAGILITÀ
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22. Particolare delle altane nella Chiesa dei Frari, Venezia, 1250-1338.
“grazia fragile”. I loro dipinti vivono nella dialettica tra la maestosità del messaggio e la fragilità della sua resa pittorica. Le architetture ritratte da questi pittori sono esili, tendenzialmente senza spessore, fragili scenografie che idealizzano le costruzioni medioevali in maniera tale da dare l’impressione che sia proprio la loro fragilità ad amplificare la portata sacra del messaggio. Per comprendere le ragioni della fragile grazia tardo medioevale si possono confrontare i Frari con una tavola emblematica di quel periodo, la Maestà di Duccio da Boninsegna. Sia la chiesa veneziana che il dipinto si fondano sulla dialettica tra solido e fragile; i Frari, come si è potuto vedere, sulla dialettica tra la possente cassa muraria e le altane, nella Maestà la dialettica è data dal contrasto tra lo sfarzoso vestito della Vergine e il suo tenero volto e più che altro le sue fragili mani. Questa dialettica comparirà più volte nella pittura italiana, presentandosi come una dialettica pacata, mai conflittuale, come se avesse maturato la convinzione che lo stato di grazia fosse raggiungibile solo dove i conflitti sono definitivamente cessati. Nel 1935 Giuseppe Terragni progetta a Como l’Asilo Sant’Elia. L’edificio di Terragni è del tutto funzionalista, sebbene di un funzionalismo sofisticato, per nulla meccanico. Terragni impone al suo progetto dei veri e propri slittamenti semantici. Il primo è dato dall’espansione della struttura al di là dei fronti vetrati verso il giardino, FRAGILITÀ
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La fragilità in architettura è paradossale: nessuno vorrebbe vivere in un edificio fragile. L’architettura nasce e si sviluppa infatti per fornire un rifugio solido, capace di resistere il più possibile alle avversità. Nonostante ciò l’architettura moderna e quella postmoderna hanno cercato di dar forma alla fragilità. L’odierna fragilità appare come il prodotto di una metamorfosi che parte dall’esilità giapponese e dall’evanescenza romantica per trasformarsi nella forma alleggerita e nell’instabilità dinamica delle avanguardie per giungere alla fragilità radicale degli anni Sessanta. La postmodernità ha scoperto la fragilità delle grandi narrazioni che si traduce oggi nella coscienza della fragilità degli ecosistemi.
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