ANTONINO SAGGIO
SU CINO ZUCCHI
A chi servisse una verifica della impostazione della collana “Imprinting”, con Cino Zucchi ne avrebbe una inoppugnabile. In Cino Zucchi si vede il persistere – dopo secoli e secoli –dell’architettura come fatto eminentemente urbano.
Da quando sono arrivate le legioni di Roma a inseguire i Galli e a colonizzare la Gallia cisalpina, (come si chiamarono queste regioni a cominciare dal 222 a.C., fondazione di Mediolanum) in Padania l’architettura è data come atto geometrico, come astrazione umana in relazione dicotomica con la natura.
La pianta è disegnata con il groma con gli assi ortogonali che si incontrano nel pretoprium, le mura distinguono il fuori dal dentro, tra protezione e pericolo. Questo sistema parte dal Castrum, l’accampamento militare, e si tramuta lentamente in città. Nel nord d’Italia se ne leggono tutt’ora le tracce: Piacenza, Pavia, Milano e naturalmente Como. Qui uno studio di Gianfranco Caniggia ha visto la presenza delle corti dell’edilizia medievale e poi rinascimentale come trasformazione del peristylium della Domus Romana.
E cosa veniamo a scoprire? Che Zucchi, ha vissuto in una casa dei fratelli Latis degli anni Cinquanta, in un appartamento ristrutturato da un architetto che successivamente molto studierà e che quotidianamente vede di fronte a sé il palazzo rosso cinquecentesco di Prospero Visconti. Basterebbe, ma invece Cino Zucchi trentenne ha anche prodotto un importante studio (Electa 1985) proprio sule corti milanesi del cinque-seicento, che ci ricorda costituivano per lui una sorta di ossessione.
Questa idea di una architettura come fatto urbano viaggia sotterranea nei secoli e arriva, via il Neoclassicismo Milanese sette-ottocentesco e la Metafisica dechirichiana degli anni Venti del Novecento agli scritti di Aldo Rossi (L’architettura della città naturalmente si intitolava il famosissimo libro del 1966) e viaggia anche in alcuni architetti milanesi che naturalmente Cino Zucchi studierà appassionatamente, in particolare Asnago e Vender.
Zucchi però non aderisce alla Tendenza: troppo giovane negli anni Sessanta e Settanta, è anche portatore di una cultura internazionale. Si è formata all’M.I.T di Boston diretto, quando si laureò nel 1978, da John Habraken, il teorico olandese ideatore di una dialettica tra gli aspetti fissi e quelli variabili per ottenere un complesso residenziale non sterilmente ripetitivo.
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ATTENZIONE PER LA CITTÀ
Per spiegare la personale consuetudine con gli spazi della città e la comprensione della loro dimensione quotidiana è necessario partire da questa affermazione di Cino Zucchi: «La bellezza della città è plurima, fallace, occasionale; ma quando esiste, essa supera quella della natura; ci conforta nella sua assenza di perfezione, nel suo carattere stratificato e in continuo adattamento alle vite dei suoi abitanti». Il suo appassionato interesse per la città “a grana fine”, come la definiva Colin Ward, che ha bisogno di un sottofondo di collettiva oggettività, lo porta ad un’attenzione consapevole per i caratteri specifici e le immagini del paesaggio urbano, per un contesto nel quale saper intervenire con atteggiamento contemporaneo. Già nel 1999, descrivendo la condizione urbana nella quale sembrano calate le architetture di Mario Asnago e Claudio Vender, in chiusura di un suo importante saggio nella monografia sui due architetti, Cino Zucchi sembra descrivere lo sfondo delle sue architetture: «una città diluita in un territorio ambiguo e non più riconducibile a un univoco ordine formale» dove «gli edifici appaiono trovarsi in una condizione sospesa tra edilizia e paesaggio, tra regola e anomalia, tra saldezza tipologica e condizione del “caso per caso”». Una città che «si costruisce per addizioni, per modificazioni, per spostamenti, in un’ideale di modernità rarefatta e gentile». Il corretto atteggiamento per operare in questa condizione è saper conciliare una disposizione profondamente realista con una dimensione artistica e astratta dell’architettura: una “astrazione quotidiana”, come è appunto il titolo dello scritto.
L’attenzione alla città si traduce in un termine che spesso ricorre nelle sue parole: il termine “urbanità”, che nella lingua inglese (urbanity) significa educazione. Arthur Trystan Edwards nel 1924 in Good & Bad Manners in Architecture afferma: «Perché un edificio sia urbano deve avere urbanità. Ora l’urbanità, come tutti sanno, significa né più né meno che buone maniere […]
La dottrina che un edificio debba proclamare la personalità del suo progettista è stata la causa di molta volgarità in architettura». Urbanità è per Cino Zucchi la «fitta rete di codici
non scritti» che nell’accettazione dei limiti individuali permette la convivenza e la condivisione del lavoro di costruzione degli spazi in cui viviamo. Questo atteggiamento progettuale ha bisogno di un codice di comportamento, un insieme di regole, un “galateo urbano”, che nasca dal «bisogno della ricostruzione di una sintassi urbana condivisa, di una cultura formale che sappia mantenere il carattere pubblico dello spazio urbano pur evolvendosi continuamente in rapporto a nuovi valori e modi di vivere». Il termine compare forse per la prima volta nel titolo di un articolo di Virgilio Vercelloni del 1961 sul lavoro di Luigi Caccia Dominioni, pubblicato sul numero 1 della rivista “Superfici”.
Lo stesso Caccia Dominioni, parlando della sua casa in piazza Sant’Ambrogio, raccontava di uno spontaneo adeguamento «all’andamento, al fiato, all’atmosfera della piazza, a questa pacatezza direi di ritmo».
Un’attenzione che fa riferimento alla ricostruzione del centro di Milano nel secondo dopoguerra, con l’attuazione di una serie di piani d’area – documentati ampiamente nel 1956 sul numero doppio 18-19 di “Urbanistica” – dove il modello insediativo di molti dei nuovi edifici sovrappone, a un basamento di altezza conforme al tessuto storico che conferma l’allineamento stradale, un corpo soprastante arretrato, più alto, in relazione con la luce, l’aria, le visuali. Continuità morfologica con il tessuto esistente preservando la struttura degli spazi pubblici, e ricerca su nuove modalità abitative aiutata dall’evoluzione tecnologica e sociale, costituiscono una «strategia “doppia” [che] appare oggi uno degli elementi più originali della cultura architettonica milanese del secondo dopoguerra […] Se il secolo scorso è stato dominato dall’espansione della città, il nuovo secolo si deve occupare della sua metamorfosi e rigenerazione». La città di Milano e la generazione di architetti della sua ricostruzione costituisce il paesaggio di origine sul quale riflettere e ispirarsi continuamente, un personale ”imprinting” architettonico spesso emergente nelle opere e nella teorizzazione di Cino Zucchi. La sua educazione sentimentale e il suo rapporto simbiotico con la scala e i caratteri specifici della città, da lui stesso definito “pertinenza”, sono impressi nella memoria della fase italiana della sua formazione, e fanno parte del suo DNA di progettista.
20 e declinando soluzioni architettoniche con raffinate variazioni e innovazioni che mantengono alta la qualità degli spazi abitativi. Dal punto di vista distributivo la collocazione della connessione verticale consente una flessibilità compositiva degli alloggi varia e modificabile nel tempo, garantendo quasi sempre almeno una loggia verso l’esterno nella zona giorno. Tutti questi aspetti sono compresenti in diverse realizzazioni residenziali. L’isolato sull’area dell’ex azienda metalmeccanica Rossi&Catelli a Parma presenta terrazze in aggetto molto ampie, “stanze all’aperto” per ogni periodo dell’anno, sospese e protette da telai metallici, parapetti in vetro satinato e pannelli in legno traforato. Nei due isolati realizzati nell’area dell’ex Mercato Navile a Bologna un basamento commerciale e terziario definisce la conformazione dell’isolato e il sistema degli spazi pubblici: il tema compositivo del basamento continuo + torre, riconoscibile nella Milano della ricostruzione, deforma e apre i quattro blocchi edilizi alla migliore esposizione, insieme al repertorio di elementi architettonici declinato secondo un budget diverso per l’edilizia libera e quella convenzionata. Passaggi linguistici sono evidenti se collocati in sequenza cronologica tra le residenze al Nuovo Portello di Milano, quelle sulla darsena di Ravenna e quelle più urbane del complesso milanese Novetredici. Anche una serie di progetti disegnati tra il 2009 e il 2012 fanno parte di questa ricerca. Il progetto per i nuovi uffici della compagnia di assicurazioni Swiss Re a Zurigo è un blocco irregolare chiuso forato verticalmente da una chiostrina quadrata, dove la sezione longitudinale svela la composizione di due parti di natura differente: il volume seminterrato in calcestruzzo che organizza la distribuzione principale e l’edificio sospeso che ospita gli spazi di lavoro. Il progetto per la nuova sede di ricerca e produzione ENI a San Donato Milanese aggiorna l’immagine morfologica con una soluzione articolata in tre edifici dalla forma organica rivestiti di un «tessuto high tech di nuova generazione». Il progetto per il Nuovo Campus Urbano dell’Università Bocconi ridisegna il recinto della ex Centrale del Latte ridefinendo il perimetro di un isolato rettangolare a forma irregolare attorno a una corte centrale in quota, aperta verso est e ovest.


Padiglione RSA “Città di Riva” nella Cittadella dell’Accoglienza a Riva del Garda, 2011-2023
SPAZI IN SEQUENZA
La consuetudine per gli spazi urbani riguarda anche l’attenzione per gli aspetti percettivi e le sequenze visuali che li connotano. Nelle composizioni di più volumi, il lavoro di Cino Zucchi si concentra nei passaggi tra facce orientate diversamente definendo spazi che, per una loro riconosciuta qualità, diventano luoghi.
In Amate l’architettura Gio Ponti scriveva: «l’edificio moderno con plurime prospettive deve rivelarsi in diversi aspetti dello sguardo di chi vi gira attorno e che lo penetra attraverso le sue pareti trasparenti in una visione di spazii (sic) e non di superfici». Questo tema riguarda una sequenza di episodi edilizi eterogenei lungo l’antico tracciato viario di corso Italia a Milano, significativa della stratificazione attraverso la quale si è formato l’ambiente urbano. Lungo questo asse di penetrazione da sud verso il cuore della città, l’occasione della ricostruzione alla soglia degli anni Cinquanta ha visto alternare, ai monumenti storici rimasti, episodi dell’atteggiamento sperimentale condotto tra tipologia e spazio urbano messo in atto da alcuni architetti.
Sul punto di innesto di via Rugabella, il complesso per abitazioni, uffici e negozi realizzato tra il 1950 e il 1956, un vero e proprio frammento di città a più funzioni era pensato da Luigi Moretti come un’architettura che «non può essere compresa se non per visioni successive, come un singolare dramma di pesi e di sostegni, di forze e di forme, di piani e di linee, che via via si sviluppi sino ad un epilogo culminato».
La chiave di questa valenza percettiva è stata descritta da Pier Carlo Santini in “Comunità” nell’agosto 1957 come «una sequenza ricchissima, articolata e complessa di spazi urbanistici fra i vari corpi degli edifici, una pluralità di prospettive di fughe e di incroci, una accentuata varietà di altimetrie». Non è un caso che nel 1960 gli stessi spazi siano adottati da Michelangelo Antonioni per il girovagare inquieto di Jeanne Moreau nella prima parte de La Notte. Al numero 22-24 della stessa via anche il “complesso multifunzionale” progettato e realizzato tra il 1957 e il 1964 da
Chiesa della Resurrezione di Gesù a Sesto San Giovanni, 2004-2010. Sagrato
Residenze e uffici Nuovo Portello a Milano, 2002-2008. Prospetti delle torri di edilizia convenzionata
coronamento rileggono alcuni caratteri dell’edilizia milanese, sono disposte con una serie di permutazioni le finestre di diverso taglio e dimensione, con infissi in legno grigio e dispositivi di protezione avvolgibili o scorrevoli in alluminio blu cobalto, e profonde logge con parapetto in acciaio e vetro. Tre torri di residenza libera con appartamenti più grandi cercano il migliore affaccio sul parco disegnato da Charles Jencks e Land. Caratteri architettonici e materiali sottolineano questa integrazione ambientale: il rivestimento è in pietra di colore grigio caldo, con finitura sabbiata o levigata; i serramenti delle alte aperture sono in legno decolorato, con scuri scorrevoli in alluminio di tre diversi colori, miscelati in proporzioni diverse nei tre edifici; le terrazze con parapetti in vetro sabbiato e serigrafato sono in forte aggetto, con sottili incastellature metalliche. Tre edifici in linea di residenza convenzionata alti otto piani sono allineati perpendicolarmente a viale Serra, e proteggono dalla vista e dal rumore dell’infrastruttura due corti allungate con bassi muri. Orientate chiaramente verso il migliore soleggiamento e il parco, le fronti sud sono schermate da un diaframma di terrazze come nelle torri di residenza libera, con profili metallici sfalsati a sezione rettangolare o quadrata in colore canna di fucile, e parapetti in bacchette verticali alternati a lastre di vetro acidato.

Interruzioni al centro di questa tessitura lasciano l’affaccio alle cucine più arretrate. Con le torri di residenza convenzionata condividono materiali e elementi del prospetto, compatto verso nord, con scuri in colore grigio-verde. Al piano terreno porticati a doppia altezza rivestiti in pietra di Trani sono percorsi protetti per l’accesso alla distribuzione. Al centro del nuovo intervento – che prevede 26mila mq di edilizia convenzionata e 8mila mq di edilizia libera – la vecchia mensa dell’Alfa Romeo viene ridisegnata per un uso terziario, reinterpretando la sezione e ritagliando la conformazione planimetrica dai nuovi percorsi convergenti verso il parco. Con la stessa attenzione alla memoria storica del luogo poi adottata a Torino per la sede della Lavazza viene conservata la facciata originaria: dentro le grandi campate della struttura un patio vetrato agli ultimi due livelli fornisce luce agli uffici. Sullo spigolo sud il volume piega la copertura in zinco-titanio verso il basso; sul fianco nord ovest lo showroom e un ingresso indipendente sono segnalati da una estroflessione del volume. Le superfici di questa scatola irregolare sono rivestite con lunghe lastre orizzontali di Pietra del Cardoso, nelle quali sono ritagliate con ritmo irregolare grandi superfici vetrate intelaiate sul filo esterno in alluminio. Dopo quattro anni dall’inizio del cantiere, sulla rivista “Abitare” Cino Zucchi spiega nel testo Il Moderno in città – affiancato
Residenze e uffici Nuovo Portello a Milano, 2002-2008. Prospetti delle torri di edilizia libera
Torri di residenza convenzionata a Cascina Merlata a Milano, 2012-2021
Torri di residenza convenzionata a Cascina Merlata a Milano, 2012-2021. Portico e pianta del terzo piano