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NON POSSIAMO ESSERE INDIFFERENTI
Stamattina, la Prof.ssa Vecchio e io abbiamo accompagnato la ormai quasi inseparabile 2^BT all’auditorium del liceo Leonardo per assistere alla presentazione del libro “Fuori dai confini” da parte del procuratore della Repubblica Nicola Gratteri e del giornalista e docente di storia della criminalità organizzata all’università di Toronto, in Canada, Antonio Nicasio. Ha introdotto l’incontro Luigi Piccirillo, presidente dell’associazione culturale “Su la testa” e ha moderato il professor Mario Bruno Belsito, presidente della Rete antimafia di Brescia. Tantissimi gli spunti proposti ad una sala gremita di ragazzi silenziosi, ma attenti e partecipi; difficile estrarre “a caldo” solo alcune parole tra le tante che mi affollano la mente.
Si è parlato dell’importanza dell’educazione e dell’istruzione come mezzi per emanciparsi e per partecipare; dell’esperienza della violenza e della responsabilità personale delle proprie posizioni: c’è chi collude, chi rimane indifferente, chi reagisce ribellandosi come i relatori.
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La ‘ndrangheta (ho messo la n minuscola apposta) è stata presentata come una patologia capace di infettare anche organismi sani grazie alla sua grande adattabilità a vari ambienti; è perciò importante conoscere il suo linguaggio, sapere usare le nuove tecnologie per contrastarla efficacemente.
Sono stati individuati i metodi di riciclaggio del denaro ed è stato evidenziato come qualsiasi scelta (ad esempio recarsi in un certo supermercato, o in una discoteca, o in un ristorante) non sia mai insignificante, ma contribuisca ad aiutare o indebolire le mafie, a maggior ragione la scelta di assumere o consumare sostanze stupefacenti di qualsiasi tipo.
Si è, infine, discusso del valore della coerenza e della libertà: Gratteri ha affermato di sentirsi veramente libero, pur con le limitazioni crescenti cui deve sottoporsi.
Alla fine, un fragoroso, interminabile applauso ha sottolineato la consapevolezza che tutti abbiamo avuto di avere incontrato dei grandi.
Gilda Bresciani
Messaggi Per Le Classi Quinte
Come mio augurio sentito ai ragazz* delle quinte, una poesia del poeta Rainer Maria Rilke, scritta mentre egli viveva la sua adolescenza:
È questa la mia lotta: traversare i giorni in preda alla nostalgia. Poi in grande e in forze mille radici spingere a fondo nella vita, e col dolore maturare, via dalla vita, via dal tempo!
Prof. Marcantonio Di Palma
La prof.ssa Lucia Savelli dedica Itaca di Kavafis agli studenti di quinta
Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, nè nell’irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti - finalmente e con che gioiatoccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itacaraggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
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E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Konstantinos Kavafis
Saluto al gruppo-classe di russo 5AT
Spero di avervi lasciato un buon ricordo come insegnante e un buon ricordo della lingua e cultura russa, quel tanto che basta a mantenere l’interesse e la curiosità verso questo mondo russo così profondo, misterioso e contraddittorio ma pur sempre affascinante. Dare consigli non mi piace, quindi non ve ne darò. Vi dirò quanto mi ha fatto piacere lavorare con voi e per voi, anche se solo per un anno, quanto ho apprezzato la vostra partecipazione e forza di volontà, i vostri sguardi a lezione così fiduciosi, che mi ricordavano le mie responsabilità nel trattarvi con rispetto e attenzione, mai con disonestà, superiorità o falsa ipocrisia. Ma anche le vostre parole, non tanto quelle “preparate” quanto quelle che provenivano dal cuore e dalla mente, suscitate dall’interesse e dalla voglia di esprimere la propria opinione su qualche argomento affrontato, superando a volte paure e imbarazzi. Quei momenti per me sono insostituibili.
Ни пуха, ни пера!
In bocca al lupo per il vostro futuro personale e di lavoro!
Я желаю вам счастья, здоровья, любви и успехов в жизни!
(Vi auguro felicità, salute, amore e successo nella vita)
Laura Angelini
PER I MIEIAMATI STUDENTI DI 5°AAFM E 5°DRIM…
Cari ragazzi, A settembre entrai in classe, dicendovi subito che questo per me sarebbe stato un anno speciale: per la prima volta da quando insegno, infatti, ho la fortuna e il piacere di seguire gli stessi studenti per un arco di tempo piuttosto lungo: tre, cinque, in certi casi addirittura sei anni (e fermiamoci qui!). Vedervi crescere è stata per me un ne immensa anno scolastico 2018/2019 io una nuova prima non la desideravo proprio: speravo mi venisse assegnata una classe del triennio, ma il Dirigente di allora non mi aveva accontentata. E meno male! Ora lo posso dire. Fin dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti, mi avete insegnato che non sempre quello che si vuole (si crede di volere, si desidera) è veramente il meglio. Il meglio per me siete stati tutti voi: chi ho conosciuto subito, chi si è aggiunto dopo dalla terza in poi, quando la 2° A si è divisa tra 3Aafm e 3Drim. Vi ho visto crescere, sono cresciuta anch prattutto quest plina: da letteratura a, oserei dire, plicata”. precisissimi nell emozioni di cui i libri parlano voi in più occasioni avete dimostrato di averle interiorizzate e dunque comprese nel profondo. Ci sono state lezioni in cui i vostri occhi brillavano di commozione, altre in cui abbiamo riso fino alle lacrime, altre
Vi devo infine ringraziare per la forza con cui insieme abbiamo superato momenti difficili. Mi riferisco senz’altro alla pandemia e ad altri episodi dolorosi, ma anche alla visione di “Medea” di Pasolini. Sono quei film cult che restano dentro, un po’ come era stato per me a 7 anni con “Marcellino pane e vino” (questa forse se la ricordano in pochi). Non li dimentichi. Sarà più difficile senza di voi l’anno prossimo e so già che l’ultimo giorno mi farete commuovere con qualche sorpresa che riempirà il mio cuore di colore rosa shocking, il colore della gioia di vivere. Grazie per essere entrati nella mia vita.
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Vi voglio bene
La vostra professoressa di Lettere
Rita Pilia
GEMMA DONATI: LA MOGLIE DI DANTE
Nel suo romanzo, “La moglie di Dante”, l’autrice Marina Marazza ci fa conoscere la figura di Gemma Donati, moglie di Dante Alighieri. Come ci dice la stessa autrice, Gemma è sempre stata messa sempre in secondo piano. Si parla infatti sempre di Dante e Beatrice, mai di Gemma, con la quale l’illustre poeta ebbe quattro figli.
Beatrice è eterea, è la personificazione della grazia, è devota ed è perfetta in ogni suo aspetto e Dante, non può che innamorarsi poeticamente di una donna così, circondata da una luce quasi divina che lo ispira nei suoi sonetti. Questo innamoramento, tuttavia, si esaurisce nella poesia infatti Dante a Beatrice non rivolse mai la parola. Beatrice, inoltre, morì giovanissima, di parto, mentre tentava di dare alla luce il figlio di Simone de Bardi, suo marito, e questa precoce scomparsa contribuì a renderla una semi-santa agli occhi di Dante.
Gemma è esattamente l’opposto di Beatrice: è focosa, ha i capelli rosso fuoco, è pragmatica, è passionale e ha avuto una vita difficilissima proprio a causa di Dante. Marina Marazza, che si è documentata moltissimo sulla vita e sulle usanze del tempo, ci fornisce un quadro bellissimo di questa donna: Gemma conosceva bene Beatrice (era stata persino alle sue nozze) e le due donne si parlavano; sapeva bene che Dante, di cui Gemma era innamorata, era follemente preso da questa donna e ne era gelosissima. Strano a pensarsi, ma sembrerebbe proprio che sia stata Gemma a prendere l’iniziativa con Dante, infatti la famiglia Donati avrebbe potuto aspirare a un miglior marito per Gemma: Dante non era nobile, aveva perso la madre piccolissimo e non era neppure ricco (già all’epoca, poetare non era propriamente un mestiere arricchente), insomma non era “un buon partito”. Con l’aiuto di Guido Cavalcanti, grande amico di Dante, Gemma tolse Dante dal monastero in cui si era rinchiuso, in preda ad una crisi mistica, dopo la morte di Beatrice. In questo romanzo Gemma Donati non ci racconta il Dante poeta, ma ci presenta un Dante uomo, un Dante marito, un Dante politico ed è bellissima questa rappresentazione perché ce lo rende più umano, più simile a noi, più vero.
Ci sono degli episodi che Marina Marazza ci narra, e che sono avvalorati da fonti storiche, davvero interessanti: innanzitutto Dante era un ottimo cavaliere, sembrerebbe che il suo naso aquilino sia frutto di una ferita di guerra. Quindi il poeta era un uomo d’azione, fisicamente prestante, sapeva cavalcare e combattere. Durante il battesimo del suo primogenito ruppe con un gesto violento il fonte battesimale perché il vecchio frate che stava battezzando suo figlio, aveva fatto cadere il piccolo facendogli rischiare l’annegamento.
Dante è stato impegnato in politica, questo lo sappiamo, ma forse non tutti sanno che quando Dante fu nominato Priore nella città di Firenze egli, come tutti i Priori, dovette trascorrere due mesi – la durata del mandato – rinchiuso nella Torre della Castagna. La “reclusione” era necessaria per evitare che le decisioni dei Priori venissero influenzate da pressioni esterne e fu in questo periodo che Dante, che era irreprensibile da un punto di vista giuridico e morale, condannò Guido Cavalcanti all’esilio. Cavalcanti sarebbe poi morto in conseguenza delle febbri malariche contratte in esilio.
“Perch’i’ no spero di tornar giammai, Ballatetta, in Toscana, Va’ tu, leggera e piana, Dritt’ a la donna mia, Che per sua cortesia
Ti farà molto onore.”
(Guido Cavalcanti)
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La vera natura di Gemma Donati emerge proprio durante l’esilio di Dante: il 27 gennaio 1302. L’Alighieri venne condannato con la falsa accusa di interesse privato in atti pubblici a due anni di confino, a una multa di 500 fiorini e alla esclusione perpetua dagli uffici pubblici. Successivamente la pena venne commutata in pena di morte. Dante rifiutò di difendersi perché, secondo lui, le accuse erano totalmente infondate e prese la condanna come un affronto personale reputandola una somma ingiustizia.
A quell’epoca Gemma e Dante avevano già tre figli e a Firenze, ma non solo, la condanna all’esilio, oltre che la confisca dei beni e il pagamento di una pena pecuniaria, colpiva non solo il diretto interessato ma anche i figli i quali, al compimento del quattordicesimo anno di età, avrebbero dovuto fare armi e bagagli e raggiun- gere fuori patria il padre colpevole. Quando Dante venne cacciato da Firenze, non aveva idea di dove andare e perciò, come la storia ci narra, vagò di corte in corte, e gli vennero confiscati tutti i beni. Ai debiti che egli aveva già contratto (si è detto che la famiglia di Dante non viveva nell’agio), si aggiunse la condanna pecuniaria. E qui ecco Gemma che si mostra in tutto il suo carattere: la donna e i figli si rifugiarono fuori Firenze dove, in un clima malsano e paludoso, lei portò avanti tutta la famiglia senza l’aiuto e l’assistenza di un uomo, e senza denaro. Gemma riuscì a farsi dare una sorta di rendita, convertita in grano, per consentirle almeno di produrre del pane e per poterlo barattare con altri beni: dopo qualche anno riuscì a rientrare a Firenze e a tornare nella casa coniugale grazie all’aiuto economico della sua famiglia di origine.
(A proposito di pane, ho scoperto, leggendo questo romanzo, che il pane toscano è senza sale perché nel 1100, in uno dei periodi di grande conflitto tra Firenze e Pisa, i pisani bloccarono ai fiorentini l’accesso alla via del sale: i fiorentini non si arresero e continuarono a panificare senza sale, e non smisero di farlo).
Pensare che una donna sola, senza denaro, con un marito esiliato, la gogna pubblica e una prole da sfamare sia riuscita a vivere una vita lunga e piena, potrebbe spingerci a paragonarla a una donna intraprendente dei giorni nostri. In realtà, la vita di Gemma Donati era la vita della maggior parte delle donne di quel tempo. I mariti erano spesso in guerra, o in carcere (non immaginiamoci neppure lontanamente un sistema giuridico come quelli moderni), se non addirittura morti: le donne dovevano accudire i figli, difendersi dagli attacchi di qualunque genere, far fronte alle necessità quotidiane, mettere insieme il pranzo con la cena. Non avevano tempo di abbattersi, di crogiolarsi in pensieri da psicanalisi: dovevano resistere e darsi da fare. La donna del Medioevo somiglia più a Gemma che a Beatrice, indubbiamente. Gemma è concreta e viva, Beatrice è l’idea di una donna totalmente inesistente che, probabilmente, nella realtà medievale non sarebbe sopravvissuta mezza giornata. Marina Marazza ce la rappresenta bene questa donna del basso Medioevo, ci mostra tutte le sue forze e le sue debolezze: e lo fa talmente bene che Gemma Donati non può che avere tutta la nostra stima.
Sappiamo che Dante non tornò mai più a Firenze e morì a Ravenna dopo vent’anni di esilio, nonostante avesse avuto la possibilità di rientrare a Firenze due volte, pagando delle ammende e accettando di umiliarsi in una sorta di pubblico pentimento, ma egli rifiutò. Gemma ci descrive un Dante davvero cocciuto, un po’ presuntuoso che per non piegarsi costrinse i figli alla sua stessa onta: l’esilio, la condanna a morte, la pena pecuniaria. Gemma riuscì a rivedere Dante, a Ravenna, e a ricongiungersi a lui, ma la sorte non ricompensò in modo benevolo così tanti anni di sofferenza e distacco: Dante, infatti, sarebbe morto poco tempo dopo di ritorno da Venezia.
Se Dante era infatuato di Beatrice, Gemma, pur amando follemente il marito, subì il fascino di suo cugino: Corso Donati.
Corso è l’antitesi di Dante: violento, di parte, impetuoso, irascibile ...
Corso Donati, figura storica realmente esistita, rimase sempre fedele alla cugina sebbene non nutrisse grande stima per il marito, e la aiutò più volte, palesando sempre il suo amore per lei. Cercò in ogni modo di convincere Dante a scrivere una lettera di pubbliche scuse a chi lo aveva esiliato, ma sappiamo come andarono le cose. Corso è un personaggio ambiguo, eppure affascinante: rappresenta un pochino il cavaliere medievale sbruffone e violento eppure con un suo (discutibile) codice etico.