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Domenica 21 marzo 2010

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Domenica 21 marzo 2010

Si vergogni chi ha detto che Elisa è scappata per la sua famiglia La prima pagina di ieri

Un lungo corteo

Voglio chiudere gli occhi sapendo con certezza su cosa è successo

ha attraversato la città per chiedere «verità e giustizia» per Elisa

«Ciao sorellina, ora possiamo salutarti» di ANTONELLA GIACUMMO

di PARIDE LEPORACE segue dalla prima Quando ieri mattina mamma Filomena è uscita dalla stessa porta che aveva attraversato Elisa diciassette anni è stata accolta da un lungo applauso corale. Mazzi di fiori e un afflato collettivo hanno stretto questa donna lucana che ha una dignità antica. Tra i lenzuoli bianchi appesi ai balconi come i giorni della protesta a Palermo quando morì Giovanni Falcone ci è parso di sentire nell'aria di primavera un canto primitivo e monotono. Un canto antico come le prime preghiere della comunità cristiana di Potenza quando Cristo non assemblava per censo nelle chiese. Un canto ideale monotono e intenso come lo scorrere immemore delle acque del Basento. Perché Filomena ieri ci è parsa come uno di quei personaggi di Grazia Deledda. Una madre che attraversa con una corsa notturna il sentiero di una buia foresta primitiva. Filomena ieri è sbucata in un corteo di ragazzi che sono le dune fiorite di gigli selvatici indorati dal sole di marzo. A mamma Filomena ieri: “qualche cosa le risaliva dalla profondità dell'essere; le viscere le si sollevavano fino alla gola: e tutto le si capovolgeva intorno, come s'ella avesse da tanto camminato alla rovescia, con la testa in giù, e adesso riprendesse la sua posizione naturale”. Al suo fianco c'era il vescovo che con pio passo ha portato l'imperscrutabilità del mistero di quello che è avvenuto alla Santissima Trinità. La comunità cattolica ha molto da riflettere al suo interno su quello che è accaduto. Ma attorno a Filomena c'erano tanti giovani minorenni. La gran parte di loro sono nati quando Elisa periva nel buco nero di quel dramma. In una bella riflessione Tonino Califano, direttore della corsara rivista Decanter ,ha avocato queste pulsanti ore con la decapitazione del vescovo patriota Serraino ad opera dei sanfedisti. Anche a quel tempo fu trionfo dell'ipocrisia in una vicenda collettiva di cittadini, lazzari e potenti. Oggi la collettività giovanile mostra un protagonismo diverso di quella Potenza dove i ragazzi non parlavano e i gattopardi avevano potere di vita e di morte sulle persone. Forse la soluzione del caso è dietro l'angolo. Chi ha titolo operi con serenità e restituisca verità a tutti (qualunque essa sia) e giustizia ai parenti della vittima ma anche a chi è stato ferito da eventuali ingiusti sospetti. Un legittimo sospetto ci viene anche rispetto alle questioni del Poten-

za calcio. Tradizione novecentesca del capoluogo. In occasione di giornate radiose ho scritto che i successi della compagine calcistica vanno di pari passo con il buon andamento economico e sociale di una città. Il calcio è lo specchio di una società. In quel giovane presidente ci sembrava di vedere la modernità che serve a questa terra. I fatti al momento dicono che si è mossa invece una tigre di carta con i peggiori difetti del capitalismo rapace moderno accompagnandosi anche ad una politica incapace di tenere lontane le tentazioni sporche. Conoscevamo il copione che cerca il capro espiatorio. E così è stato con la decisione ingiusta dell'altra sera. Non è malata solo la giustizia ordinaria. Quella sportiva è stata orba nella sua decisione. Mancano molti colpevoli a nostro giudizio in quel verdetto e che forse operano in club blasonati. Si punisce una tifoseria e una città. Potenza ancora una volta dimostra di non sapersi difendere sul proscenio nazionale. In questa vicenda la parola mafia ha determinato una condanna annunciata. Restano i protagonisti positivi. Come il samurai Eziolino Capuano personaggio che prenderebbe 10 in una pagella di Gianni Mura. E quei tifosi ultrà che affronterranno la malasorte ovunque il vessillo dei Leoni sventolerà. Se il destino della sfera rotolerà a Pescopano o ad Avigliano loro canteranno come hanno recentemente fatto al Bentegodi o al San Vito perché sono discendenti di quei lucani che mai si arresero alle avversità che vissero queste terre. La città è un organismo vivo. Le sue viscere più giovani le porteranno forza e sapienza. Ascolteranno la saggezza di qualche anziano che sarà il loro druido. Costruiranno nuove certezze. I ragazzi e le ragazze hanno l'obbligo di scrostare i sepolcri imbiancati che turbano i loro sogni. Noi speriamo di saperne raccontare istanze e propositi. Siamo il giornale di questa comunità e ci spetta di raccontare quello che avviene. Il giornale è una preghiera laica. Quella di ieri è stata macchiata di un errore tecnico. La parte centrale della prima pagina non è stata aggiornata dal sistema automatico riproponendo quella di venerdì. Ce ne scusiamo con i lettori e con Giulio Laurenzi autore di uno straordinario disegno che ben commentava gli sviluppi del caso Claps. La riproponiamo a pagina due perché merita di essere conservata negli archivi della forte e libera città di Potenza. Che siamo sicuri saprà edificare certezze nuove ben diverse dalla recenti macerie giudiziarie e sportive che vi abbiamo fino ad oggi raccontato.

Adesso stateci vicino

Il pianto dei fratelli

Luciano e Gildo Claps sono provati e commossi. «Per noi la giornata di mercoledì è stata tragica, è come se fosse morta ora». Finalmente, dopo 17 anni, un corpo su cui piangere e per cui chiedere giustizia

Le lenzuola ai balconi L’abbraccio di Gildo a mamma Filomena, che incrocia il corteo a via Mazzini, davanti alla casa in cui Elisa non è più tornata (Tutte le foto sono di Andrea Mattiacci)

volta che i fratelli Claps si sono visti. E nessuno potrà ridargli la gioia di stare insieme, di festeggiare insieme la nascita «di quei due nipotini che Elisa ora ha». Una famiglia segnata (il padre di Elisa - urla mamma Filomena - è distrutto, non ce la fa più), ma tenace e, nonostante tutto sorridente. Ad accompagnare la signora Iemma nel corteo sono i bambini. In via Lazio - dove c’è la scuola elementare - i bambini accolgono i due fratelli di Elisa con applausi e palloncini. Entrano nel corteo e camminano insieme agli altri fino alla fine. Sfilano lungo una via Mazzini con tante persone alle finestre, lenzuola bianche a salutare il corteo e le saracinesche dei negozi chiuse a metà in segno di rispetto per quanto è avvenuto. Davanti a quella casa in cui Elisa non è più tornata, arriva anche mamma Filomena, circondata e protetta da un cordone di amici e familiari. E sono i più piccoli ad accoglierla e ad accompagnarla. Lei, piccola quasi quanto loro, sorride con dolcezza a tutti. Sembra felice. E a modo suo lo è: «Avevo chiesto al Signore solo una

grazia - dice - e sono stata ascoltata. Volevo i resti di mia figlia. Io non ho mai creduto che sarebbe ritornata, lo dicevo ai miei figli». Il perdono no, perchè non lo darebbe nemmeno un santo. Ma la giustizia e la verità quelli sì, «anche a costo di avere un colloquio a quattr'occhi con delinquenti e mafiosi, io non ho paura. Voglio chiudere gli occhi serenamente, sapendo cosa è successo a Elisa. E tra noi in questa piazza sicuramente c’è qualcuno che sa». Le risposte, però, le aspetta ora tutta la città. «E’ terribile pensare che per 17 anni abbiamo pregato, chiacchierato e scherzato a soli cento passi da Elisa, soli cento passi», dice don Marcello Cozzi, animatore di Libera in Basilicata e promotore il corteo degli studenti. «Oggi - ha aggiunto - è il giorno di dire basta alle mezze verità e alle esasperate prudenze: chi ha taciuto è colpevole quanto la mano omicida. Non si cercano capri espiatori e non si alzano forche, è una cultura che non ci appartiene, ma oggi potrebbe cominciare una nuova primavera con la possibilità di dare una degna se-

poltura a Elisa. Ma nessuno si azzardi a porre una pietra tombale su questa vicenda». Sì perché il corteo di ieri è solo un punto di partenza. Ora comincerà un lungo iter giudiziario perché chi ha ucciso e occultato il cadavere di Elisa dovrà essere trovato e punito. «Adesso stateci vicino - dice Gildo non solo oggi ma per la battaglia che andiamo a intraprendere. L’abbraccio di oggi si trasformi in indignazione per le coperture e per i troppi silenzi che hanno caratterizzato questa storia. E’ stato un epilogo così amaro e tragico, per noi è come se Elisa fosse morta mercoledì. Ma ora basta, adesso bisogna inchiodare tutti alle loro responsabilità, non accetteremo difese d’ufficio di nessuno, non faremo sconti a nessuno». Gli applausi fanno da sottofondo alle sue parole, alla sua rabbia e a quel dolore che è un dolore collettivo. Perché questa fine nessuno se l’aspettava. Neppure i responsabili forse, che ormai speravano che tutto sarebbe rimasto al buio. Per sempre. E invece è arrivata la primavera, come racconta Annalisa dal palco, in rappre-

Basta alle mezze verità

sentanza di tutti gli studenti che hanno partecipato alla manifestazione. Una primavera fatta di ragazzi che guarderanno «il mondo con i tuoi occhi», come si legge su uno dei tanti striscioni scritti dagli alunni delle diverse scuole che hanno partecipato. Accanto alla famiglia Claps c’erano tutti quelli che in questi anni hanno combattuto la stessa battaglia: oltre a don Marcello Cozzi, c’era Olimpia Orioli, la mamma di Luca. E c’era la famiglia di Tiziano Fusilli, ucciso anche lui a Potenza in circostanze poco chiare. E poi c’erano gli amici di sempre, quelli che hanno incessantemente cercato Elisa, nonostante i tanti silenzi. C’era il vescovo di Potenza, Agostino Superbo. Con i fiori bianchi in mano anche i professori e le professoresse del Liceo classico Quinto Orazio Flacco, quello frequentato dalla ragazza prima della morte. E accanto al sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, al capogruppo d’opposizione Giuseppe Molinari, al sindaco di Balvano Costantino Di Carlo, c’era anche il preside di quel liceo, Raffaello Mecca. Un preside du-

ro, come sanno tutti i liceali di questa città, ma che davanti alla morte dei suoi ragazzi non è capace di rimanere freddo. Nel suo studio era il 1992, un anno prima della scomparsa di Elisa c’era la foto di due di quei giovani, Manlio e Roberto, morti insieme in un terribile incidente. Ora forse c’è anche Elisa, che si è fermata al ginnasio e non ha più potuto proseguire. Nel corteo di ieri anche Graziella Salvatore, la cugina di Grazia Gioviale, un’altra giovanissima vittima. Per ricordare Grazia e riflettere sui motivi che portano gli uomini a uccidere le donne, lo scorso novembre ha organizzato il convegno di studi “Femminicidio”. Anche allora venne ricordata Elisa. Non si sapeva ancora quello che sappiamo oggi, ma si aveva anche allora una certezza: Elisa era stata uccisa, probabilmente dalla mano di un uomo. E, come urla mamma Filomena, «io la volontà del Signore l’ho sempre accettata, ma quella dell’uomo no, quella non l’accetto. Voglio sapere chi ha condannato Elisa in un sottotetto». a.giacummo@luedi.it

Nessun perdono, è possibile

Anche chi non ha partecipato al corteo non ha fatto mancare il sostegno alla famiglia Claps. Ai balconi lenzuola bianche hanno salutato tutti. I negozi di via Mazzini, invece, hanno abbassato le saracinesche.

La mamma di Luca

Accanto a Luciano e Gildo ha marciato anche Olimpia Orioli, mamma di Luca. Per il ragazzo, morto insieme alla fidanzata Marirosa a Policoro, è stata chiesta giustizia e soprattutto verità.

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LA POTENZA DI UNA CITTA’

FELICIA Bartolotta Impastato morì un mese dopo che la Corte d' Assise di Palermo aveva condannato all' ergastolo il boss Tano Badalamenti per l'omicidio del figlio Peppino, il cui cadavere fu trovato lungo i binari ferroviari. Sul palco di piazza Prefettura, Filomena Iemma, la mamma di Elisa Claps, chiede la stessa grazia: «Mi dovete far chiudere gli occhi serenamente, io voglio sapere la verità, voglio sapere com'è morta Elisa». Peppino viveva a cento passi dal suo assassino, Elisa (il suo corpo rannicchiato) a cento passi da chi l'amava e disperatamente la cercava. Quello di ieri è stato insieme il giorno del dolore collettivo e della riappacificazione. In un lungo corteo - da piazza Don Bosco a piazza Prefettura hanno marciato insieme circa 8.000 persone - la città ha abbracciato simbolicamente quella ragazza morta 17 anni fa e la sua famiglia. Quella stessa famiglia che tante volte si è sentita sola, abbandonata da quella Potenza che «Elisa amava tantissimo, guai a chi ne parlava male». E sul palco, infatti, mamma Filomena grida forte insieme la sua gioia per tutte quelle braccia e quei baci, ma anche il suo sdegno per quanti in questi anni non le hanno creduto. «Oggi - urla forte - chi ha detto che Elisa è fuggita dalla sua famiglia si deve vergognare. Stava bene a casa sua. Anche oggi ci sono ancora tutte le sue cose, le sue foto. E il suo posto nel mio cuore e a tavola con noi». Quello di ieri è stato anche il giorno delle lacrime: quelle delle tante persone che in piazza ascoltavano il dolore di quella famiglia e quelle di Gildo e Luciano, visibilmente commossi. «Finalmente possiamo salutarti sorellina - dice Gildo con la voce rotta dal pianto - e c’è qui tutta la città ad abbracciarti. Abbiamo aspettato tanto, sono stati 17 anni d’inferno. Ma non ce l’abbiamo con questa città. Qualcuno l’ha definita omertosa, ma io credo che semplicemente fosse soffocata da una cappa». Ora quella cappa sembra stia cadendo, si sente l’odore di «una primavera fatta di giustizia e verità». Ma il ricordo di Gildo è ancora fermo a 17 anni fa, «quando con lo sguardo ti ho accompagnato fino alla porta per l’ultima volta». Quella mattina di sole di tanti anni fa è stata l’ultima

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QB100321 by Antonio Carlucci - Issuu