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Nella stessa collana: 1. Annie Cohen-Solal Americani per sempre. I pittori di un mondo nuovo: Parigi 1867 – New York 1948 2. Clement Greenberg L’avventura del modernismo. Antologia critica 3. Ai Weiwei Il blog. Scritti, interviste, invettive, 2006-2009 4. Brian O’Doherty Inside the White Cube. L’ideologia dello spazio espositivo 5. Marco Meneguzzo Breve storia della globalizzazione in arte (e delle sue conseguenze)
«Una prospettiva sorprendente e sbalorditiva sull’epoca nazista e sullo stesso Hitler.» Financial Times «Un libro che troverà senz’altro il suo meritato posto tra gli studi più importanti sul nazismo… straordinario.» The New York Times
Hitler e il potere dell’estetica
Foto di copertina: Arno Breker, Il guardiano, 1936
«Ma allora chi è stato Hitler? Un maniaco omicida, un artista gentile, un artista brutale, un dittatore debole, un aspirante imperatore romano, un politico artista, un grandissimo attore, un rivoluzionario? È stato tutte queste cose, ma soprattutto è stato una catastrofe. Questa però, come scrisse Thomas Mann, non è una buona ragione per non trovarne interessante il carattere e il destino.»
Frederic Spotts
Frederic Spotts, americano classe 1943, ha già scritto altri quattro libri sulle vicende politiche e culturali dell’Europa. Il suo studio sul Festival di Bayreuth (Bayreuth. A History of the Wagner Festival, Yale University Press, 1996) ormai è considerato un classico imprescindibile sull’argomento. Hitler e il potere dell’estetica è stato scritto mentre Spotts era visiting scholar all’Università di Berkeley.
Su Adolf Hitler sono stati scritti innumerevoli libri. Anni fa, quando la cbs annunciò di voler produrre un film sugli anni della sua gioventù, si sollevò un coro di proteste quasi unanime, riassumibili nella domanda: «Sappiamo chi è e sappiamo che cosa ha combinato, cos’altro c’è da sapere?». Frederic Spotts apre su Hitler e il Terzo Reich una prospettiva del tutto inedita, offrendoci una sorprendente rivisitazione degli obiettivi del Führer e della grande macchina che allestì intorno a sé. Raramente si è parlato del ruolo della cultura nella sua visione di un Superstato
Frederic Spotts
Hitler e il potere dell’estetica
ISBN 9-7888-6010-036-8
ariano, dove invece aveva un’importanza fondamentale: non era il fine a cui doveva aspirare il potere, ma addirittura il mezzo per conquistarlo. Dagli spettacolari raduni di partito a Norimberga alle imponenti opere architettoniche, dai festival musicali e il travagliato rapporto con Wagner alle politiche di epurazione, dai suoi stessi acquerelli al sogno di aprire un’enorme galleria d’arte a Linz: così l’artista mancato riuscì a esprimere il proprio talento ipnotizzando la Germania e gran parte dell’Europa. Una volta finito il conflitto, poi, l’unico nemico che Hitler non avrebbe imprigionato ma «lasciato comodamente vivere in una fortezza, con la possibilità di scrivere le sue memorie e di dipingere», sarebbe stato Winston Churchill, ovvero l’ufficiale britannico che durante la Prima guerra mondiale ritraeva le rovine di un villaggio mentre il Führer, sulla sponda opposta del fiume, immortalava una chiesa. Probabilmente, quindi, aveva ragione Carl Burckhardt, commissario della Lega delle nazioni a Danzica che nel 1939 incontrò il Führer due volte: il dittatore aveva una doppia personalità, da un lato l’«artista ipergentile», dall’altro il «maniaco omicida». Da oltre cinquant’anni a questa parte, per ovvie ragioni, gli scrittori hanno raccontato il maniaco omicida. Spotts, senza voler in alcun modo ignorare il secondo Hitler, ci parla del primo.
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