Lunarfollie Ottobre 2022

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SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA

Sette brevi lezioni di fisica è un saggio breve di Carlo Rovelli, fisico e accademico italiano di successo internazionale, studioso e fondatore della gravità quantistica a loop. Questa rapida introduzione del testo già incute paura, timore e, oserei dire, anche noia. “Lezioni”. “Fisica”. “Studioso”. “Gravità quantistica a loop”. Tutte parole che a primo impatto fanno pensare quasi a uno dei libri di testo che usiamo per studiare scienze e fisica, materie che, tra l’altro, noi, studenti di un liceo linguistico, spesso non approfondiamo e nemmeno apprezziamo. Proprio per questo motivo, però, ho voluto scegliere questa come lettura durante l’estate e devo ammettere che, concedere una seconda chance alla fisica, mi ha insegnato una lezione, non solo banalmente e superficialmente di scienze, ma anche di vita (che spero di riuscire a raccontare e trasmettere anche a voi).

Come ho accennato prima, il titolo del libro è Sette brevi lezioni di fisica. Un titolo autoesplicativo. Infatti, questo saggio tratta di quelle sette grandi scoperte scientifiche/fisiche che hanno stravolto è cambiato per sempre il ventesimo secolo. Queste sette innovazioni sono, nell’ordine in cui vengono trattate da Rovelli:

1. la teoria della relatività generale;

2. la meccanica quantistica;

3. il cosmo;

4. le particelle elementari;

5. la gravità quantistica;

6. la probabilità e il calore dei buchi neri; noi.

Ed è proprio quest’ultima quella che mi ha colpito

di più e quella di cui ho deciso di parlare.

La mia prima reazione, dopo aver letto il titolo dell’ultimo capitolo, della lezione finale, è stata pensare: “Cosa c’entro io con la fisica? Con l’universo, qualcosa di così diverso, distante da me? Cosa sono io? Cosa siamo noi?”. Questa domanda ha infinite e, allo stesso tempo, nessuna risposta. Infinite perché ogni persona ha un’idea e, di conseguenza, una risposta diversa. Se si chiede a un chimico e a un filosofo cosa siamo, questi due daranno sicuramente due risposte diverse.

Nessuna, invece, perché effettivamente neanche una di quelle infinite risposte è veramente completa e, dunque, totalmente giusta.

IN QUESTO NUMERO:

Race for the cure pag. 3

Le criptovalute pag. 5

Perché la pubblicità ci cattura pag. 7

Specchio delle mie brame pag. 10

Anatomía Sensible pag. 13

La nostra prima gita scolastica pag. 15

Un anno in California pag. 16

Dietro le quinte dell’anno all’estero pag.19

Ungherese in steps pag. 21

Eine Sprache, tausend Stimmen pag. 24

Un viaje inolvidable pag. 27

L’angolo della poesia pag. 28

Intervista ai giovani poeti della 5EL pag. 31

Un dolore impoetico pag. 34

Aspettando i barbari pag. 36

Casa museo Zani pag. 39

Un giorno da comparsa pag. 41

Lady Diana pag. 45

Il ritratto di Dorian Gray pag. 47

Hey, cat, I’m home pag, 49

I.I.S. LUNARDI BS Ottobre 2022Anno 31 Numero 2

È strano, secondo me, pensare come noi uomini siamo riusciti a descrivere fenomeni così lontani e complessi come il Big Bang e poi, quando si tratta di parlare di noi stessi, non sappiamo cosa dire. Eppure, siamo qui e siamo vicini. Potremmo, volendo, guardarci ed esaminare da sempre più vicino e per sempre più tempo noi stessi.

Abbiamo questa sensazione di non sapere nulla di noi perché spesso ci dimentichiamo che noi non siamo solo osservatori, ma siamo anche ciò che osserviamo.

Come scrive Rovelli: “«Noi», esseri umani, siamo prima di tutto il soggetto che osserva questo mondo, gli autori, collettivamente, di questa fotografia della realtà che ho provato a comporre. Ma del mondo che vediamo siamo anche parte integrante, non siamo osservatori esterni. Siamo situati in esso. La nostra prospettiva su di esso è dall’interno. Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie”.

Per questo, quando si scopre qualcosa di nuovo su cose che io, e forse anche alcuni di voi, non capiamo (come la fisica dei quanti), si sta scoprendo anche qualcosa di nuovo su di noi. Man mano che la nostra conoscenza cresce, cresciamo anche noi e la consapevolezza di noi stessi.

Dovremmo sentirci sempre più sicuri, grandi, importanti e, invece, accade l’esatto contrario.

Una volta pensavamo di essere al centro del mondo e di essere l’essere vivente, l’espressione della natura massima. Ora sappiamo che non siamo altro che un piccolo tassello della realtà che vediamo e di cui facciamo parte (e ciò non significa che non siamo speciali, ma semplicemente che siamo speciali tanto quanto tutti gli altri esseri).

Così, scoprendo sempre di più, cambia, o, per meglio dire, evolve ogni volta il nostro modo di vedere e le condizioni che imponiamo alla realtà, alla natura che osserviamo. Prima si ipotizzava che queste condizioni esistessero a priori, come diceva Kant, ma adesso sappiamo che non è così. Sono a posteriori e tratte dall’evoluzione mentale dell’uomo. Le condizioni contengono, quindi, tutte le conoscenze e punti di vista degli uomini di

prima, degli uomini di adesso e conteranno quelle degli uomini del futuro.

Noi e il tutto che ci circonda e in cui viviamo non siamo altro che una rete di connessioni dentro la natura e le sue leggi. Sorge spontaneo chiedersi: come può lo scambio continuo di informazione nella natura produrre noi stessi e i nostri pensieri?

Una risposta certa ancora non c’è, ma a partire da questa domanda ne nasce un’altra: se siamo un prodotto di questo scambio di informazioni che avviene all’interno della natura e delle sue leggi, dove sta la nostra libertà?

Essere prodotti è un’azione passiva e essere sottoposti a delle leggi pure, quindi, in un primo momento si potrebbe pensare di non essere liberi, ma non è così.

Dire di essere liberi significa che i nostri comportamenti sono determinati da quello che succede dentro noi stessi e non sono costretti dall’esterno. Essere liberi non significa che i nostri comportamenti non siano determinati dalle leggi della natura. Significa che sono determinati dalle leggi della natura di cui siamo espressione e che il nostro cervello pensa autonomamente. Questo pensiero è molto vicino a quello di Baruch Spinoza, che accettava e credeva nell’esistenza di un ordine predefinito, all’interno del quale però c’era il libero arbitrio.

Quello che dovremmo fare ora è impiegare questa libertà nel modo giusto. Siamo liberi di fare, ma cosa dobbiamo fare? Secondo Rovelli, semplicemente mai smettere di essere curiosi. La curiosità talvolta ci avvicina e unisce; a volte, invece, ci allontana dall’obiettivo. Ma, in ogni caso, ci fa muovere; ci smuove. Ed è così che va avanti la vita ed è così che continuiamo ad esistere.

È possibile ascoltare le sette lezioni di fisica su youtube, seguendo il link: https:// youtu.be/1nsy62 YGJs

Samanta Brahaj 5^CL

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RACE FOR THE CURE: UNALOTTAAI TUMORI DEL SENO

Il tumore al seno è oggi la neoplasia più frequentemente diagnosticata nelle donne italiane e rappresenta nel mondo la prima causa di morte per cancro nella popolazione femminile. Nel 1982, a soli 36 anni, questo male colpì anche la statunitense Susan G. Komen. La sorella, Nancy G. Brinker, le promise allora che avrebbe posto fine alla vergogna, al dolore, al timore e alla mancanza di speranze provocati dalla malattia, fondando in sua memoria la Susan G. Komen, un’organizzazione non profit dedicata proprio alla lotta ai tumori al seno.

Nancy condusse un’inarrestabile campagna di sensibilizzazione per informare l’opinione pubblica su tale malattia, di cui al tempo si parlava con molta difficoltà. L’anno seguente, nel 1983, venne inoltre creata la Susan G. Komen Race for the cure, un evento di raccolta fondi a confronto del quale nessun altro aveva mai conseguito una simile notorietà. Forte del suo successo, l’organizzazione diede successivamente vita a ben 125 affiliati negli Stati Uniti, riuscendo a distribuire quasi 2 miliardi di dollari per l’avanzamento della ricerca e lo sviluppo di programmi di educazione e trattamento dei tumori al seno.

A partire dal 1999 la Susan G. Komen ampliò ulteriormente i propri orizzonti iniziando a guardare ad un programma internazionale: fu così che nel 2000 nacque a Roma il primo affiliato europeo, la Susan G. Komen Italia. I suoi obiettivi erano ben chiari: investire nell’informazione e promuovere la prevenzione, sostenere le donne

HANNO SCRITTO PER LUNARFOLLIE

ABATTI VALENTINA, 5^AL

ANTONELLI SERENA, 4^AAFM

BARUCCO AGATA 5^CL

BEDOLINI SIMONE, 4^AAFM

BRAHAJ SAMANTA, 5^CL

BUCATEENI, 5^DR

CAENARO GIULIA 5^EL

CARPELLI ELISA, 1^AAFM

CAVAGNOLI SILVIA, 3^AT CHIARINI SARA, 4^AAFM

COMINCIOLI CAMILLA, 4^AL

D’ANGELO LINDA, 4^AT

DALL’ERA CATERINA, 3^AT DOGARU CRISTINA, 5^EL

FRANZONI MARTINA, 5^EL

che stavano vivendo l'esperienza del tumore del seno, potenziare la ricerca e le opportunità di cura e collaborare infine con le altre Associazioni in Italia. Oggi tale organizzazione è presente in 7 regioni (Lazio, Puglia, Emilia Romagna, Lombardia, Abruzzo, Basilicata e Campania) e opera con

GAMBA ALESSANDRO, 5^EL

GREGORIO ANNACHIARA, 5^GL

HOU YIHAN, 4^AAFM

MAIMESCU MAYA, 1^AAFM

MASSROTTO GIULIA 5^EL

PANSINI DENISE, 4^AT

PICENI ILARIA, 4^DL

PITURRO LORENZO, 4^AT

POLLONIO CATERINA, 4^AAFM

RAJAPAKSHEGE SINTHAKI, 4^AAFM

RAZA AURORA, 1^AAFM

VODOPYAN NAZAR, 3^FL PROF. MOSÉ MONDINI PROF.SSA LAURA VAVASSORI

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una vasta rete di associazioni in oltre 100 città in tutta Italia.

Esattamente come negli Stati Uniti, la Race for the cure è anche l’evento simbolo di Komen Italia, una manifestazione che ha consentito di investire, grazie ai fondi raccolti, oltre 21 milioni di euro per dare avvio a più di 1000 nuovi progetti di promozione della prevenzione e supporto alle donne operate. È un appuntamento di solidarietà aperto a tutti: chiunque vi può partecipare e dare un preziosissimo contributo. Sette sono le città italiane coinvolte, e fra queste anche Brescia! Tra le giornate del 7, 8 e 9 ottobre il Villaggio della Race è stato infatti aperto a Campo Marte, con tante iniziative gratuite di sport, salute e benessere.

Pratico ginnastica ritmica a livello agonistico da ormai 9 anni, e per la mia associazione sportiva la Race for the cure è diventata una tradizione. Il villaggio era suddiviso in 3 diverse aree: la prima dedicata alla salute, con visite e valutazioni cliniche ad accesso libero, la seconda rivolta alle donne in rosa, ossia alle donne che avevano o stavano vivendo in prima persona il tumore del seno, intente a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della prevenzione e a mandare un forte messaggio di incoraggiamento alle altre

donne, ed infine la terza indirizzata alle attività fisiche e sportive.

In particolare, nel pomeriggio di sabato 7 ottobre, io e le mie compagne di ginnastica abbiamo prima tenuto una lezione aperta a tutti i bambini e a tutte le bambine che volessero cimentarsi in questa disciplina, ed in seguito, come conclusione, ci siamo esibite davanti al pubblico. Non c’è soddisfazione più grande del dare il proprio contributo per una causa in cui si crede. Certo, ho fatto tante altre esibizioni in passato e in occasioni anche molto diverse fra loro, ma la consapevolezza di trovarmi insieme a decine di persone unite dalla stessa motivazione mi ha fatto provare delle emozioni nuove. Quel pomeriggio mi sono sentita parte di qualcosa: sentivo che stavo facendo la differenza. Ma perché allora la manifestazione dovrebbe chiamarsi Race? Risposta molto semplice: l’evento si conclude sempre con la tradizionale ed emozionante corsa e passeggiata di 5 km o 2 km (a ciascuno la scelta) nelle vie del centro città, seguita dalla cerimonia finale di premiazione che chiude l’evento. Io e le mie compagne non potevamo certo mancare: domenica mattina alle ore 10.00 eravamo pronte e cariche per la partenza e per le 11.30 avevamo tagliato il traguardo. È stata tutt’altro, però, che una competizione: qui forse ancora più del giorno precedente si percepiva la vicinanza, la solidarietà, e la condivisione della gente. Tutti in marcia con lo sguardo dritto verso il futuro, un futuro pieno di fiducia e speranza.

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LE CRIPTOVALUTE

Partendo dal termine: criptovaluta è l’italianizzazione del termine inglese cryptocurrency, da cryptography (crittografia) e currency (valuta). Già solo sentendo il nome è possibile intuire che si tratti di un tipo di moneta. La peculiarità delle criptovalute è che, al contrario di tutte le altre monete esistenti, queste non hanno una corrispondente forma fisica come l’euro o il dollaro ed esistono quindi solo e unicamente come moneta digitale.

In realtà, nonostante il nome, le criptovalute non sono considerate valute nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto un bene a sé stante.

Come penso molti sappiano, la prima e più nota criptovaluta è il Bitcoin, creato nel 2008, ma non è l’unica. Esistono infatti oltre 17.500 criptovalute al mondo.

Definire una criptovaluta. Secondo lo studioso e professore ceco Jan Lansky, una criptovaluta, per essere definita tale, deve soddisfare sei condizioni:

1. Il sistema non richiede un'autorità centrale, il suo stato è mantenuto attraverso un consenso distribuito.

2. Il sistema mantiene un controllo delle unità di criptovaluta e della loro proprietà.

3. Il sistema determina se possono essere create nuove unità di criptovaluta. Se tali unità si possono creare, il sistema definisce la loro origine e come determinare il loro possessore.

4. La proprietà di una criptovaluta può essere provata solo crittograficamente.

5. Il sistema consente di eseguire transazioni nelle quali avviene un cambio di proprietà delle unità crittografiche. La conferma della transazione può essere rilasciata solo da un ente che può provare la proprietà delle criptovalute oggetto della transazione.

6. Se vengono date simultaneamente due diverse istruzioni per il cambio di proprietà delle stesse unità crittografiche, il sistema

esegue al massimo una delle due.

Ovviamente si tratta di una definizione formale; fatico a capirla io stessa che, per scrivere questo articolo, ho intrapreso un viaggio interminabile in schede e schede di google. Più avanti troverete una definizione un po’ più accessibile a tutti, abbiate fede.

Alcuni Stati, tra cui il Giappone, hanno riconosciuto al Bitcoin corso legale, e perciò qui può essere utilizzato legalmente al posto della valuta locale. Le criptomonete garantiscono un buon livello di privacy nelle loro transazioni, raggiungendo la privacy totale per quelle criptovalute che utilizzano il sistema di validazione “zero

knowledge”, grazie al quale non viene scambiata nessuna informazione delle parti.

In Italia la definizione di criptovaluta è la seguente: «rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente». Visto? Non dico le bugie.

L’architettura di una criptovaluta. La validità delle monete di ciascuna criptovaluta è fornita da una blockchain. Una blockchain (letteralmente catena di blocchi) è un elenco di record in continua crescita, chiamati blocchi, che sono collegati e protetti usando la crittografia. Per spiegare il più semplicemente possibile a cosa serve, la tecnologia Blockchain sfrutta le caratteristiche di una rete informatica di nodi e consente di gestire e aggiornare, in modo univoco e sicuro, un registro contenente dati e informazioni (per esempio transazioni) in maniera aperta, condivisa e distribuita senza la necessità di un’entità centrale di controllo e verifica, rendendolo quasi completamente indipendente. Questa innovazione consente, potenzialmente, di fare a meno di banche, no-

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tai, istituzioni finanziarie e così via.

Mining. Il mining assicura che solo le transazioni legittime siano verificate nella blockchain di una criptovaluta. Il mining è il processo che consente

sistemi diversi, meno dispendiosi di energia, mentre altre sono in fase di sviluppo o transizione.

Anonimato. La maggior parte delle criptovalute non sono anonime, ma sono pseudonime, in quanto la criptovaluta all'interno di un portafoglio virtuale non è legata alle persone, ma piuttosto a una o più chiavi specifiche (o "indirizzi"). In tal modo, i proprietari di criptovalute non sono identificabili, ma tutte le transazioni sono pubblicamente disponibili nella blockchain. Ovviamente tutto ciò diventa problematico dal momento in cui non è possibile tracciare le transazioni come succede per monete definite “privacy coins” (come Monero) che utilizzano tecniche di offuscamento delle transazioni.

di fornire un meccanismo di regolamento stabile alla rete di una criptovaluta. I "miner" delle criptovalute come il Bitcoin sono proprietari di computer che forniscono la propria potenza di calcolo alla rete peer-to-peer (una rete in cui i nodi possono fungere al contempo sia da server letteralmente servitore, che offre un servizio che da client cliente nei confronti degli altri nodi della rete, abbreviata anche P2P). I miner contribuiscono con la loro potenza di calcolo e la loro energia alla rete di una criptovaluta basata sulla "proof of work" (letteralmente “prova di lavoro”) come il Bitcoin. Il primo miner che convalida un nuovo blocco per la blockchain riceve una parte della valuta che viene estratta come ricompensa. Questa ricompensa si definisce "block reward". Questo processo richiede un consumo molto alto di elettricità, che ha un impatto sull’ambiente e comporta un costo molto elevato per i miner. Date le preoccupazioni ambientali ed economiche, diverse criptovalute superano il mining utilizzando

DIREZIONE

PROF.SSA RITA PILIA

PROF.SSA ELENA BIGNETTI

PROF.SSA MANUELA BAMBINI

PROF.SSA PATRIZIA MARIOTTINI

Lunarfollie viene pensato, prodotto, stampato e distribuito presso il CIMP dell’ IIS “A. LUNARDI” via Riccobelli, 47 Tel. 030/2009508/9/0

Email: lunarfollie@lunardi.bs.it Archivio: https://issuu.com/ lunarfollie

Mi rendo conto che non si tratta di un argomento semplice né da capire, né da spiegare, ma spero di averlo illustrato in modo chiaro o almeno discretamente comprensibile. Il miglior modo per riuscire a padroneggiare argomenti di questo tipo è sicuramente parlare con esperti sull'argomento e fare ulteriori ricerche. Mi auguro che questa infarinatura generale di cosa siano le criptovalute possa ispirare qualcuno tra voi ad approfondire l’argomento. Buone ricerche!

IMPAGINAZIONE

MAZZUCCHELLI CRISTIAN, 4^CL ABATTI VALENTINA, 5^AL DE ROSA ALESSIA, 5^DR

FONTANA MICHELE, 3^CL

MORI PERLA, 3^CL

VODOPYAN NAZAR, 3^FL

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PERCHÉ LA PUBBLICITÀ CI CATTURA?

Attraverso sottili meccanismi con i quali lavora, il nostro subconscio cerca di spingerci ad acquistare un gran numero di prodotti e servizi di cui magari non abbiamo neppure bisogno... Ma quali sono gli stratagemmi utilizzati? È possibile diventarne immuni?

Penso sia interessante, per iniziare a trattare l’argomento, introdurre la figura di Marshall McLuhan.

McLuhan, nato nel luglio del 1911 e morto nel dicembre dell’80, è stato un sociologo, filosofo, professore e critico letterario canadese. La sua fama è legata all’interpretazione innovativa che egli propose riguardo agli effetti prodotti dalla comunicazione sia sulla società nel suo complesso sia sui singoli.

La sua riflessione ruota intorno all'ipotesi secondo cui il mezzo tecnologico utilizzato per comunicare produca effetti sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell'informazione (ricordiamo la sua frase più celebre: “il medium è il messaggio”).

Anche qualcuno culturalmente astuto come Marshall sarebbe probabilmente incantato da quante ore al giorno le persone si immergono nei media al giorno d’oggi. Nel 2018, gli americani hanno trascorso poco meno di 10 ore al giorno a consumare contenuti multimediali; è stato il primo anno in cui le persone hanno trascorso più tempo con i media online che con la TV.

Questa forte tendenza causa l’esposizione dell’individuo a un diluvio di messaggi pubblicitari.

L'ambiente mediatico nel periodo di massimo splendore dell’attività di McLuhan (gli anni '70), sembra bizzarro rispetto ad oggi. All’epoca, la gente vedeva circa 500 annunci al giorno. Da allora, la maggior parte degli esperti concordano sul fatto che il numero è aumentato di dieci volte, non è escluso che alcune persone oggi visualizzino quotidianamente fino a 10.000 annunci.

Per questo molte persone non solo si sono ribellate, ma hanno anche cercato un maggiore controllo sul numero di annunci. Hanno scelto di installare i blocchi per quelli pubblicitari, affermando che le pubblicità sono fastidiose, dirompenti e costituiscono un'intrusione alla loro privacy.

Alcune dinamiche

Fin dal 1880, gli scrittori di annunci si sono concentrati sull'acronimo AIDA, che significa

(ottenere) attenzione; (attrarre) interesse; (creando) desiderio; e (consegna) azione.

I mezzi possono essere cambiati da allora, ma i principi rimangono di fondo gli stessi.

Alcune persone credono che la pubblicità sia così persuasiva, che basti vedere un annuncio per affrettarsi ad acquistare un prodotto o leggere un annuncio di lavoro e inviare un curriculum.

Charles Revson, il fondatore di Revlon (azienda cosmetica), una volta disse: "Nella nostra fabbrica, creiamo il rossetto. Nella nostra pubblicità, vendiamo la speranza.”

Questa affermazione ha catturato bene ciò che gli inserzionisti hanno a lungo sostenuto riguardo a come la pubblicità influenzi il comportamento delle persone: spronando a scegliere prodotti che le aiutino a sentirsi felici, soddisfatte, più sane o in un qualsiasi altro stato accattivante.

La ricerca sottolinea come i consumatori vogliano acquistare prodotti da aziende a cui si sentano affini. La pubblicità riflette la società, fornendo una sorta di "istantanea nel tempo" su come le persone si vestono, il linguaggio che usano e come interagiscono.

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Essa ha anche reso la fama desiderabile. Certamente aiuterebbe a spiegare la popolarità dei reality show e il dominio dei social media, in cui le persone si pubblicizzano come prodotti di consumo.

Possiamo quindi affermare che la pubblicità faccia parte della cultura popolare in quanto la cultura popolare fa parte della pubblicità.

privo di un criterio razionale, accecato dal desiderio di possedere l'oggetto o l'idea di cui l’annuncio si fa portatore.

Packard distingue da una parte il popolo, ovvero una massa informe plasmabile, e dall'altra i persuasori. In pubblicità viene attribuita molta importanza alla replica del messaggio che dà luogo al cosiddetto “bombardamento”, in modo tale che il destinatario si trovi in una situazione di déjà vu.

Avere familiarità e conoscenza dell'oggetto aumenta la percezione di gradevolezza di questo e fa sì che il compratore sia attratto piacevolmente dall'acquisto.

Come ricorda anche Umberto Eco, "il discorso riesce a convincere l'utente solo di ciò che esso conosce, crede o desidera già”. La dicotomia (nuovo conosciuto) non è una novità, ma ha radici molto antiche che affondano nella classicità greca e latina. In questo senso, si colloca nella tradizione retorica e riprende i suoi obiettivi: docere, cioè trasmettere informazioni; movere, ovvero suscitare un'emozione e trascinare l'ascoltatore; delectare, cioè tener vivo l'interesse.

Packard analizzò attentamente i desideri nascosti, i bisogni e gli impulsi irrazionali del pubblico, per trovarne i punti più vulnerabili. Tra i fattori inconsci presenti negli uomini si scoprirono la tendenza al conformismo e il bisogno di sicurezza; l'uomo (teoricamente) si sente felice e sicuro quando vive esperienze simili agli altri. Non è quindi così importante parlare del prodotto, ma si deve parlare al consumatore del beneficio che egli ne trarrà.

James Vicary è stato il primo ad applicare una tecnica della persuasione pubblicitaria che chiamò “subliminale”, all'interno di una sala cinematografica statunitense.

Durante la proiezione del film apparivano ad una velocità di 1/3000 di secondo le frasi "Hai fame? Mangia popcorn e bevi Coca Cola". Come conseguenza a questa manipolazione le vendite di popcorn incrementarono quasi del 58% e quelle di Coca Cola del 18%.

La psicologia degli annunci

In questo caso, parlando di psicologia, si intende lo studio dei meccanismi e delle tecniche che si celano dietro il messaggio e che il pubblicitario escogita per convincere gli spettatori a comprare un prodotto.

Vance Packard esperto nel campo della pubblicità, parla dello spettatore come di un individuo

Oltre alla pubblicità classica, che ha come unico scopo la vendita di un prodotto, esiste un altro tipo di pubblicità: la pubblicità non commerciale o di prevenzione. Quest'ultima si basa, oltre che sulla persuasione come la pubblicità classica, anche sulla dissuasione, cioè sul dissuadere qualcuno da un comportamento e è una pubblicità di educazione comportamentale, poiché si prefissa di modificare il comportamento sbagliato e dannoso dell'individuo, e ne suggerisce altri positivi

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e costruttivi.

Il più significativo esempio di questo tipo di pubblicità in Italia è Pubblicità Progresso, un'associazione di volontariato nata negli anni '70, che ha lo scopo di risolvere problemi morali ed educativi della comunità, attraverso l'ideazione, l'elaborazione e la realizzazione di campagne di pubblico interesse.

Ai giorni nostri

La nostra mente è manipolabile, per questo le aziende sono ben informate sui tipi di persone verso le quali è il caso di indirizzare i propri prodotti.

I messaggi che orientano le nostre scelte sono sempre più elaborati e convincenti. Basti pensare a tutti i prodotti o agli oggetti che già abbiamo di cui possediamo copie simili.

Il colosso Apple è un chiaro esempio di come un oggetto possa divenire simbolo di un comportamento culturale e di un fenomeno di massa e ciò si collega a come nella seconda metà del ventesimo secolo sia notevole la crescita nel mondo occidentale di una cultura materialistica di consumo.

La pubblicità ha creato questa cultura o l'ha semplicemente riflessa?

È vero che manipola le persone?

In generale, i critici pubblicitari tendono a credere che la pubblicità abbia il potere di formare ten-

denze sociali e indirizzare il pensiero e l’azione delle persone. Alcuni sostengono che la pubblicità abbia il potere di dettare come le persone si comportano.

Essi ritengono che, mentre un singolo annuncio non possa controllare il comportamento, gli effetti cumulativi di televisione, radio, stampa, Internet, e gli annunci esterni diventino schiaccianti nel corso del tempo.

Per concludere questo articolo vorrei lanciare ai lettori un paio di domande da porre a sé stessi per prendere consapevolezza dei concetti appena esposti riguardo alla propria vita quotidiana

Vi è mai capitato di acquistare un prodotto (vestiti, scarpe…) perché dopo averlo visto tante volte ha iniziato a catturare la vostra attenzione?

Avevo davvero bisogno degli ultimi acquisti che ho effettuato o mi sono solo tolt* uno sfizio?

Cosa mi spinge a preferire un prodotto mai provato rispetto ad un altro (a parità di prezzo)?

Quanto dura di solito la mia felicità dopo aver comprato qualcosa che desideravo?

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SPECCHIO DELLE MIE BRAME

Gli studenti di 4°AAFM riflettono sul saggio di Maura Gancitano, dedicato alla prigione della Bellezza. È possibile liberarsi?

Nel saggio Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, Maura Gancitano affronta il tema della bellezza e osserva come sia mutata nel corso degli anni, alimentando una ricerca che imprigiona i pensieri.

Innanzitutto la continua ricerca della bellezza può diventare una prigione perché le persone, puntando sempre a un miglioramento fisico, si ritrovano vittime di pensieri ossessivi come “posso essere più bella/o” oppure “posso fare di più” o ancora “posso dimagrire/ingrassare di più, così forse sarei più accettata/o”. Quando si scala un monte si vuole arrivare sempre più in alto per avere una vista migliore, allo stesso modo la ricerca della bellezza spinge a raggiungere il picco di una montagna infinita per vedersi sempre più belli. Al giorno d’oggi è quasi più importante apparire che essere ed è per questo che si cerca sempre di arrivare al livello successivo. I pensieri che nascono ogni giorno sul proprio aspetto e le ondate di domande che sorgono sul come essere più belli è come se fossero dei reati: più diventano frequenti e più la strada per entrare nella prigione della bellezza si spiana, diventando via via più semplice da percorrere. Appena varcato l’ingresso, le idee sull’aspetto fisico aumentano e l’impegno per il raggiungimento dell’obiettivo cresce; mano a mano che si superano i livelli, la cella diventa sempre più piccola finché questi pensieri comprimono completamente le menti. La determinazione nell’arrivare alla cima della montagna cresce sempre di più, è un loop infinito: la ricerca della bellezza porta all’imprigionamento dei pensieri e alla scalata di una montagna infinita.

In secondo luogo la ricerca della bellezza si può trasformare in una prigione a causa del continuo cambiamento dei canoni sociali. Tentando di soddisfarli, è come se le menti delle persone venissero imprigionate da un pensiero “imposto” da altri. Si possono individuare due tipologie di prigioni: la prima è quella in cui si ritrovano tutti coloro che raggiungono lo standard e vengono considerati belli, nell’altra ci sono coloro che non lo soddisfano e sono considerati “inferiori”. È un po’ come se fosse una gara: viene imposto un obiettivo e chi lo raggiunge è salvo mentre chi perde viene giudicato e spesso ignorato. Può sembrare che le persone vincenti siano salve davvero, ma in realtà la loro prigione è fatta anche di paura di poter cadere da quel pie-

distallo in qualsiasi momento e non essere abbastanza. Entrambe le categorie sono imprigionate da un pensiero della società che muta in continuazione, ma concretamente chi stabilisce cosa sia il diverso e cosa il normale, il bello o il brutto? Si cerca a tutti i costi di soddisfare un canone sociale che porta solo all’aumento di insicurezze. Infine la ricerca della bellezza può diventare una prigione perché crea dei limiti e impedisce di vivere determinate esperienze. Molto spesso ci si sente inadeguati o puniti per il proprio aspetto fisico anche in ambiti in cui non dovrebbe incidere, come per esempio quello del lavoro. Quando capitano queste cose ci si riempie di dubbi e ci si sente puniti per qualcosa che non è possibile controllare. La ricerca della bellezza crea dei veri e propri confini, è come una caccia al tesoro iniziata senza saperne il motivo. Imprigiona i pensieri senza che si abbia fatto nulla di sbagliato, limitando le azioni e le esperienze. Bisognerebbe essere liberi di fare ciò che si vuole senza fermarsi a pensare di dover essere più belli prima di poter agire.

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Specchio delle mie brame è un saggio in cui Maura Gancitano descrive il ruolo che la bellezza assume nelle nostre vite private, nella società e nell’economia. L’autrice aggiunge anche un sottotitolo molto significativo “La prigione della bellezza”: la ricerca estetica, infatti, può trasformarsi in una prigione soprattutto quando una persona viene costantemente giudicata, o addirittura insultata, per il proprio corpo, solamente perché non è bello secondo i canoni imposti dalla società; questo può indurla a sentirsi sbagliata e a voler cambiare. Una persona giudicata brutta, infatti, può arrivare a chiudersi in se stessa a causa delle sue insicurezze, a restare sempre chiusa in casa, per paura di ricevere qualche commento negativo uscendo e relazionandosi; ciò favorisce la caduta nella prigione della depressione, che nei peggiori casi può portare all’autolesionismo o addirittura a istinti suicidi. Il desiderio di cambiamento, inoltre, in particolare quando si parla di peso, può indurre le persone ad essere ossessionate, per esempio dal conteggio delle calorie, in modo anche pericoloso, fino a rinchiuderle nella prigione dei disturbi alimentari.

In secondo luogo, la bellezza può trasformarsi in una prigione anche quando la si possiede. A tal proposito Maura Gancitano riporta le parole di Emily Ratajkowski, modella statunitense famosissima a livello mondiale e considerata tra le donne più belle del mondo, in quanto rispetta tutti i canoni di bellezza stabiliti dalla società attuale. Ella ha dichiarato di non trovarsi sempre bene con il proprio corpo, a causa dei tanti commenti sessisti che riceve, nei quali si sente oggettificata. Ma questo non riguarda solo lei: sono infatti tante le donne o le ragazze che si sentono reificate per esempio quando ricevono commenti indesiderati, anche da sconosciuti, che per strada, fanno apprezzamenti con un fischio, suonando il clacson oppure a parole; è il fenomeno del catcalling, del quale sono poche le donne o ragazze a non essere state vittime. In poche parole, anche con un corpo bello ci si può non sentire a proprio agio, al contrario di come può sembrare dall’esterno. Infine la ricerca della bellezza può riguardare anche le relazioni. Ultimamente, infatti, si sta diffondendo il desiderio di essere in compagnia solo di persone considerate belle, spesso ignorando ed escludendo dalla propria vita persone con cui ci si trova bene e ci si relaziona meglio, solo perché non rispettano i canoni di bellezza della società. Alcune persone cercano un partner che venga considerato bello agli occhi altrui, piuttosto di una persona per la quale provano davvero dei sentimenti, ma che non sarebbe considerata bella e hanno quindi paura che un giudi-

zio negativo ricada anche su loro stessi. Il “vantaggio” di avere un partner bello è quello di poter postare qualche foto con lei o lui e dare un’immagine migliore anche di se stessi. Ma così facendo si rischia di circondarsi di persone che non tengono veramente a noi come persone, ma solamente alla nostra immagine sociale.

In conclusione, la ricerca della bellezza può trasformarsi sempre in una prigione, sia che la si trovi o meno in se stessi oppure negli altri, questo perché il giudizio altrui è pericoloso ed è sempre stato e sempre sarà dietro la porta.

Simone Bedolini, 4°AAFM

Nel saggio di Maura Gangitano Specchio delle mie brame, la prigione della bellezza emerge il fatto che non sia possibile, soprattutto da adolescenti, liberarsi dall’ossessione per la bellezza.

Innanzitutto essa è parte integrante della quotidianità perché a quell’età non ci si vuole sentire diversi dagli altri; questo perché fin dall’antichità, per timore, il diverso è sempre stato escluso e discriminato e trattato come capro espiatorio. Ancora oggi si esclude chi non rispetta i canoni imposti; ad esempio se un ragazzo/a ha un taglio di capelli particolare oppure se ha dei lineamenti non giudicati gradevoli, sicuramente verrà giudicato/a e deriso/a ed escluso/a dal resto del gruppo. Proprio a causa di questo motivo molti adolescenti stanno molto attenti a cosa indossare, seguono le tendenze e cercano di seguire la massa, perché il modo di vestirsi e di apparire influenzerà la loro socialità.

In secondo luogo molti giovani sono fissati con la bellezza perché l’associano al buono, al positivo e a una condizione di maggior prestigio.

Per capire meglio il concetto basti pensare a questo: se si vede un ragazzo/a molto trascurato/a, si sarà portati a pensare che in lui o lei ci sia anche molta confusione disordine interiore e che quindi egli/ella non abbia il pieno controllo della sua vita, mentre se invece si vede un ragazzo/a curato/a, si penserà immediatamente che abbia un ordine anche dentro e che quindi abbia una vita più equilibrata. Proprio per questo aspetto porta gli adolescenti a interessarsi sempre di più alla bellezza e alla cura della persona, perché nessuno vuole apparire agli occhi altrui una persona priva di autocontrollo.

Infine l’ossessione della bellezza è dovuta al fatto che i giovani, in questa fase di transizione verso l’età adulta, non hanno ancora deciso chi essere e come dimostrarlo agli altri e sono così “fanatici” in ambito estetico perché non sanno ancora bene cosa piace a loro e cosa no, quindi seguire le ten-

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denze è l’unico mezzo per non svelare agli altri che dietro quei vestiti e trucchi ci sia in realtà una grande insicurezza sul chi si è; quindi gli abiti hanno una funzione di mantello che nasconde le incertezze che si hanno. In conclusione possiamo dire che per gli adolescenti non è possibile liberarsi dall’ossessione della bellezza perché a quell’età non ci si vuole sentire diversi, si vogliono nascondere le insicurezze e perché l’aspetto fisico è associato a una buona capacità di autocontrollo.

Caterina Pollonio, 4°AAFM Nel saggio Specchio delle mie brame, Maura Gancitano descrive la bellezza come una prigione e un’ossessione da cui si è presi. Ma la bellezza deve sempre essere considerata in questo modo negativo? In realtà, è possibile liberarsi dall’ossessione e trasformare la bellezza in un valore positivo. Innanzitutto perché, quando si piace a se stessi, la bellezza non diventa un’ossessione. Al giorno d’oggi, alcune persone si sforzano di “piacere” alla società, dimenticando i propri gusti. Si può invece piacere a sé stessi iniziando a considerare i propri gusti, ad esempio nell'abbigliamento. Non è necessario seguire la moda o vestirsi come si vestono tutti per essere belli; bisogna vestirsi in modo tale da sentirsi a proprio agio: si devono indossare vestiti in modo che davanti allo specchio si possa dire "questo / questa sono io". Si deve seguire quella che è la propria bellezza perché non esiste un concetto univoco: essa è varia e soggettiva.

Un altro passo che si deve compiere è il non sentirsi a disagio col proprio corpo. La soluzione si trova sempre nell'abbigliamento: se ci si veste bene, ovvero con vestiti con cui ci si sente a proprio agio, in modo adatto alla proprio taglia, non si hanno più problemi a stare in mezzo alle persone e a camminare per strada. Un esempio può essere visibile anche nella vita quotidiana: ci sono molte persone la cui taglia forse può essere considerata non standard dalla società, ma il loro abbigliamento esprime comodità, benessere; vedendoli viene naturale dire “sta proprio bene…”. Un altro esempio riguardo l'abbigliamento è il modo in cui si vestono quei cantanti famosi che indossano anche abiti simili a gonne; probabilmente sarebbero

giudicati negativamente dalla società, ma se si vestono cosi è perché si sentono a loro agio (per esempio il rapper Suga dei BTS). In secondo luogo, è possibile liberarsi dall'ossessione per la bellezza perché quando si è in grado di non dipendere dal giudizio altrui. Ci si deve allontanare dal giudizio degli altri perché se si piace a se stessi, tale giudizio perde importanza. A essere come vogliono gli altri, si finisce coll’instaurare rapporti falsi, a credere di avere vicino delle persone fidate, ma che in realtà si avvicinano per il proprio vantaggio. Si hanno buoni rapporti solo se tra le persone si può essere se stessi. Bisogna sempre ricordare che ci sarà sempre qualcuno a cui si può piacere veramente. Un grande esempio è dato dalle band orientali: per quanto siano sempre criticate, loro non si lasciano condizionare e questo le rafforza, infatti oggi giorno ci sono band coreane che sono considerate tra le migliori in tutto il mondo, hanno milioni e milioni di fan e continuano ad andare avanti, nonostante ci sia ancora chi le giudica negativamente.

Infine è possibile liberarsi dall' ossessione per la bellezza quando si smette di giudicare il prossimo. Crearsi un parere riguardo una persona può essere normale, ma questo diventa un giudizio quando lo si dichiara apertamente e non si accetta più tale persona; non si devono considerare le differenze come dei difetti perché le persone sono tutte diverse, infatti i rapporti che si hanno con gli altri, anche i più stretti, non si instaurano grazie a un’identità nel fisico, nel carattere o nei gusti, ma nascono dal fatto che ci si accetta così come si è. Bisogna accettare il prossimo in modo che poi tale persona possa accettare sé stessa e non sentirsi a disagio. Smettendo di giudicare gli altri, inoltre, si troverà consolazione e anche le proprie insicurezze personali relative all’estetica verranno sconfitte. Nel complesso, è possibile liberarsi dall' ossessione per la bellezza perché, se si è in grado di piacere a se stessi, di non dipendere dal giudizio altrui e, allo stesso tempo, di smettere di giudicare gli altri, la bellezza non diventa una prigione, ma una sensazione piacevole: l’opportunità di svelare agli altri la propria irripetibile unicità. Sinthaki Rajapakshege, 4°AAFM

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ANATOMÍA SENSIBLE

Questo articolo fa riferimento al libro “Anatomia Sensibile” di Andrés Neuman

A chiunque sarà capitato di imbattersi, in un libro, nella descrizione fisica di un qualsiasi personaggio.

A chiunque sarà capitato di apprezzare le curate e dettagliate metafore, sognare la perfetta immagine di un corpo perfetto, seguendo le classiche linee guida come il colore dorato dei capelli, la profondità ipnotizzante degli occhi, la luce emanata dal sorriso che illumina la stanza. Andrés Neuman, però, vuole far luce su tutte le minime parti del corpo nel fascino della sua funzionalità, nel lato distruttivo delle malattie che lo dominano. Per esempio, il gomito che ha sempre agito nell’ombra e ha riscoperto, durante la pandemia, la sua popolarità sostituendo la distante stretta di mano, il confortante abbraccio, e lo sfacciato bacio.

E sempre di più, Andrés Neuman con Anatomía Sensible (Anatomia Sensibile) vuole rendere giustizia a ogni centimetro del nostro corpo.

Ho avuto la possibilità di ascoltare un suo intervento al Festival della letteratura di Mantova, introdotto dalla grandissima Lella Costa.

Lella Costa, attrice, comica, cabarettista, drammaturga, scrittrice, apre l’incontro consigliando il libro agli adolescenti, che incarnano da sempre la figura di individuo in conflitto con la propria immagine. Inoltre, pensa sia particolarmente indicato per chi lavora con la televisione. È comune infatti sentire “come ti vedo bene” quando vengono mostrati personaggi pubblici che hanno cambiato evidentemente il loro aspetto, invece di dire “cosa hai combinato?!”

Lella pensa che sia basilare, se avessero qualcuno che veramente tenesse a loro, sentirsi dire questo. Poi il microfono è passato ad Andrés. Riporto alcuni interventi che, personalmente, mi hanno fatta correre istantaneamente a scoprire ogni centimetro del suo libro.

«He buscado en google imágenes la palabra belleza»

«Ho cercato su google immagini la parola bellezza»

«en los primeros 100 resultados no había obras de arte: cuadros, catedrales…»

«nei primi 100 risultati non c’era alcuna opera d’arte: quadri, cattedrali »

«Los primeros 98 resultados fueron modelos mujeres de 20 años,»

«I primi 98 risultati erano modelle donne di 20 anni,»

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«una mujer de 30/40 años»

«una donna di 30/40 anni»

«y un bebé.»

«e un bebè.»

«Si tomamos esta investigación como imaginario colectivo, nos damos cuenta de que aún queda mucho por hacer.»

«Se prendiamo questa ricerca come immaginario collettivo ci rendiamo conto che c’è ancora molto da fare.»

Si è domandato quindi quale fosse la causa prima di questi problemi, in che modo si sia insinuata nelle nostre menti questa idea. È ovunque intorno a noi, la traduciamo dai libri, la impariamo a scuola, la assorbiamo dalla televisione.

«La belleza, en la retórica literaria, siempre se refiere al cuerpo, no a la naturaleza.»

«La bellezza, nella retorica letteraria, si riferisce sempre al corpo, non alla natura.»

«Se refiere a algo elegante como "ojos como perlas".»

«Si riferisce a qualcosa di elegante come “occhi come perle”.»

«He imaginado volver a cuando las metáforas eran posibles»

«Ho immaginato di tornare a quando le metafore erano possibili»

È nata così questa raccolta, come se prendessimo una lente di ingrandimento e ci concentrassimo su ogni sfumatura, ogni solco nella pelle e li sottolineassimo con gli stessi evidenziatori fluorescenti utilizzati a scuola per mettere in primo piano le nozioni più importanti.

«El cuerpo es un texto.»

«Il corpo è un testo.»

«Cuando borramos una cicatriz, una arruga, estamos quitando una página.»

«Quando cancelliamo una cicatrice, una ruga, stiamo strappando una pagina»

«En español usamos la misma palabra para decir género tanto literario como de la persona»

«In spagnolo usiamo la stessa parola per genere sia letterario che della persona»

«mi deseo era hacer del género del libro una cosa fluida»

«il mio desiderio era di rendere il genere del libro una cosa fluida»

«tanto en el género literario del libro como en el cuerpo descrito» «sia per quanto riguarda il genere letterario del libro che del corpo descritto» Ha immaginato quindi di distruggere questi canoni e inventarsi una forma di bellezza da una parte inclusiva, d’altra parte che non rappresenti nessuno.

Lo sappiamo bene: noi scrittori abbiamo bisogno di stimoli per iniziare una nuova storia, un nuovo progetto. Da un bel tramonto può derivare una poesia sull’incertezza del futuro, da un caso di cronaca un incalzante giallo irrisolto. Questo progetto di Andrés, però è una cosa del tutto nuova, è inevitabile chiedersi come sia nata questa idea.

«Lo que más me impresiona de mi padre son sus pies»

«La cosa che più mi colpisce di mio padre sono i suoi piedi» «de pequeño tendían hacia adentro, así que fue operado» «da piccolo tendevano verso l’interno, quindi è stato operato»

«así que ahora sus zapatos tienen una forma única.»

«quindi ora le sue scarpe hanno una forma unica.»

«Ahora, cuando camina, sus pies hacen un sonido» «Ora, quando cammina, i suoi piedi fanno un suono»

«es como una ventosa pegada al suelo» «è come se fossero una ventosa incollata al pavimento» «creo que es su manera de aplaudir» «penso sia il suo modo di applaudire»

E come un’armoniosa musica ha iniziato a scrivere.

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LA NOSTRA PRIMA GITA SCOLASTICA

Era da poco iniziata la scuola, quando arrivò in classe la nostra Prof.ssa di Scienze Motorie con una lieta notizia: ragazzi la prossima settimana andremo in gita!

Questa uscita era stata organizzata dall’Istituto per darci la possibilità di conoscerci meglio e dobbiamo dire che ha proprio funzionato! Stanchi e assonnati siamo partiti dalla scuola in pullman, direzione Desenzano del Garda, per una mattinata all’aperto, sul lago, con la possibilità di sperimentare una gita in barca a vela e kayak. Una volta arrivati, gli istruttori ci hanno spiegato com’è strutturata una barca, nonché alcuni tipi di nodi, ad esempio il nodo ad “otto”.

Quella mattina ci sono capitate parecchie peripezie: chi si è bagnato da capo a piedi perché caduto nel lago, chi si è ribaltato a causa del forte vento e delle onde chi, con il kayak, ha perso l’equilibrio ed è finito in acqua. Per fortuna niente di grave!

Una volta terminate le attività sull’acqua ci siamo cambiati, gustato la nostra merenda sul prato, nonché festeggiato il compleanno di un alunno di una classe venuta in gita con noi. Terminato il tutto, siamo rientrati con il pullman a scuola. È stata una mattinata magnifica, ci siamo conosciuti meglio ed abbiamo fatto tutti insieme una bellissima esperienza.

Terminata la spiegazione hanno iniziato a mettere le barche in acqua e, dopo aver indossato il giubbotto di salvataggio, metà di noi ha iniziato il corso di vela, aiutati da un istruttore, mentre l’altra metà imparava ad usare i remi. Un altro gruppo di alunni ha sperimentato invece il kayak, in una zona delimitata da boe.

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Aurora Raza, Elisa Carpelli, Maya Maimescu 1^A AFM

UN ANNO IN CALIFORNIA

In questo nuovo numero del «Lunarfollie», vi racconterò il mio secondo mese in California. La prima cosa di cui vorrei parlarvi e fremo nel farlo è il mio primo giorno di scuola.

Il 29 agosto mi sono svegliata alle 7 in punto, sono andata al piano di sotto, in cucina ho fatto colazione, mi sono preparata e alle 7 e mezza circa ero pronta; non so per quale motivo fossi pronta così presto (saremmo partiti solo alle 8.20 per andare a scuola): forse era solo l’ansia del mio primo giorno, forse era solo l’ansia di dover parlare in inglese davanti ad un sacco di altre persone, o forse era la paura di ricominciare la scuola superiore in un Paese straniero. In ogni caso per ammazzare quest’ansia e questa paura che avevo dentro di me, ho iniziato a scorrere i post di instagram e poi è arrivata l’ora di partire. Stavo andando verso il mio nuovo inizio.

Qui la scuola inizia alle 8:30 e finisce alle 15:40 tranne il primo giorno che si conclude a mezzogiorno. Nel primo giorno, all’NPA, non si fanno lezioni, non ci si siede in classe con i propri compagni, ma si fanno attività in piccoli gruppi per conoscere più o meno tutti nella scuola. Il “problema” di queste attività che coinvolgono tutti è proprio che coinvolgono tutti e, quindi, io avrei dovuto parlare in inglese davanti a molte persone e la cosa mi spaventava un sacco perché, come chi mi conosce sa, il mio livello di inglese era terribile e io temevo di non essere capita o di non capire cosa mi veniva chiesto. Appena sono arrivata mi sono tranquillizzata un sacco perché all’ingresso c’era un* ragazz* che accoglieva chiunque arrivasse con un “benvenuti” o dicendo: “spero abbiate trascorso delle buone vacanze”. Era vestit* in modo stravagante e aveva un’energia contagiosa.

La prima attività consisteva nel presentarci: al proprio turno ognuno doveva dire il proprio nome, qualcosa che riguardasse il nome e poi si passava oltre. Io ricordo perfettamente che c’era un ragazzo che tentava di ricordare tutti i nomi di chiunque e dopo quest’attività ha iniziato a girare in tutta la scuola fermandosi davanti alle persone e cercando di ricordare il nome e, per quanto a me sembri impossibile, faceva un sacco di fatica a ricordare il mio. La giornata è proseguita con attività simili: dal creare una storia dicendo solo una parola a testa al mimare delle azioni combinate con i sentimenti e poi in un attimo ero di nuovo a casa. Così avevo definitivamente iniziato un nuovo capitolo della mia vita.

Adesso la scuola è diversa, ma non completamente: all’NPA, infatti, ogni martedì e ogni venerdì è prevista un’ora in cui si svolgono attività simili a quelle del primo giorno; il venerdì è meglio perché c’è anche del cibo preparato dal cuoco della scuola e si può scegliere se bere una tazza di tè o di “caffè”. La giornata inizia alle 8.00 di mattina e all'ingresso della scuola c’è sempre un insegnante che accoglie gli studenti salutando e chiedendo come ci sentiamo; poi ci sono quattro ore di lezione e nella terza ora il cuoco passa per le classi a chiedere chi resta a scuola per pranzo delle 12 (questo serve per evitare spreco inutile di cibo). Dopo il pranzo le lezioni riprendono alle 12:45 fino alle 15:40. È interessante notare che all’NPA tutto il cibo sia vegetariano. Dopo la scuola, molti ragazzi si preparano per partecipare alle attività sportive. Io faccio parte

della squadra di pallavolo, ma ci sono anche la squadra di tennis femminile e il gruppo di corsa di resistenza; a novembre dovrebbe iniziare la stagione di pallacanestro e a febbraio tennis maschile e corsa di velocità. Gli allenamenti di pallavolo iniziano alle 4 e finiscono alle 5.30 e si tengono durante tutta la settimana. Io poi personal-

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spagnola oltre al classico diploma con la graduation. In ambito artistico si può scegliere di seguire il corso di arte applicata, la classe di arte e la classe di teatro.

Un aspetto molto diverso rispetto all’Italia è la modalità con cui la scuola affronta la questione delle uscite, delle assenze, dei ritardi e delle uscite didattiche: per le prime tre nessuno si fa problemi perché la scuola è completamente aperta ad ogni ora della giornata e se i professori chiedono per quale motivo non eri presente alla loro lezione è sufficiente dare una spiegazione lì al momento. Se vuoi andare in bagno devi solamente alzarti e andare, senza chiedere o ottenere il permesso da nessuno. Per le uscite didattiche non deve essere firmato nessun documento, semplicemente si prende e si va. Per esempio l’11 ottobre siamo andati a vedere il lavoro di una fotografa con il professore di arte, siamo andati solo io e altri 5 miei compagni perché nel van della scuola non c’era abbastanza spazio per tutta la classe, l’autista era il prof stesso e la fotografa in questione una cara amica del professore che è anche una sua vicina di casa, quindi quando siamo an-

mente vado anche al centro sportivo il mercoledì a fare un allenamento con gente un po’ più esperta, questo perché all’NPA i giocatori praticano sport solo per divertirsi e il mio livello è nettamente più alto rispetto a loro. Il fatto di essere un po’ più brava mi imbarazza un po’ perché alla fine delle partite, quando usciamo dalla palestra, le persone dal pubblico e le avversarie e anche gli arbitri fanno i complimenti a tutta la squadra, perché sì, tutte le mie compagne hanno un’energia e un entusiasmo contagiosi, però poi guardano me e mi fanno dei complimenti per qualcosa che ho fatto e non so, in un certo senso mi sembra di togliere le attenzioni che in realtà sarebbero per loro. Con questa nuova squadra ho già vissuto numerose esperienze e non riesco ancora a credere che la stagione di pallavolo sia quasi finita.

Tornando all’argomento scuola, mi sono scordata di dirvi che la struttura della mia scuola è una chiesa: la classe più grande è proprio la chiesa ed è anche il posto dove si tengono le riunioni della scuola, poi ci sono altre sette stanze più o meno piccole, due bagni per gli studenti e uno per gli insegnanti e la cucina. Non abbiamo la palestra e io non ho motoria tra le mie materie, ma so che le classi che hanno educazione fisica la fanno all’aperto, nel parcheggio.

L’NPA è una scuola molto incentrata sull’arte e sulle lingue; chi la frequenta ottiene quasi sempre un diploma internazionale in lingua francese o

dati il prof ha voluto mostrarci anche alcuni dei suoi quadri che ha in casa sua, poi terminata l’uscita siamo tornati a scuola in tempo per la riunione. Non siamo arrivati proprio in orario e nel momento in cui sono entrata nella “chiesa”, l’insegnante che stava tenendo le redini della conversazione si è interrotta e ha urlato “Sara non è che potresti fare l’arbitro della partita delle medie di

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oggi?”. Io ho avuto un attimo di esitazione durante il quale è piombato il silenzio, ma quando ho detto sì tutti hanno iniziato ad applaudire (a proposito non è volontariato: mi pagano per arbitrare).

Quella sera, mentre stavo raccontando la giornata alla mia host mother Gwen stavo asciugando una tazza e, non chiedetemi come ma mi è scivolata dalle mani ed è caduta per terra. Si è rotta e io lì per lì non sapevo come reagire quindi ho solo detto scusa e ho iniziato a raccogliere i pezzi rotti. In quel momento Jack si è alzato mi è venuto vicino mi ha abbracciata e mi ha detto “benvenuta in famiglia” poi abbiamo iniziato a ridere e a raccontarci di come tutti quanti abbiano rotto qualcosa.

Magari vi state chiedendo se sono riuscita a farmi degli amici, ad ambientarmi in generale. La risposta è affermativa: ho stretto amicizia con i miei compagni di classe, ma soprattutto con due ragazze; la scorsa settimana era il compleanno di una di loro e sono stata invitata. Nel primo pomeriggio siamo andati all’hatchet house dove praticamente c’è un bersaglio e lo scopo è di colpirlo con delle accette: è veramente divertente. Poi siamo andati al sushi per “cena” alle 5 e in quel momento ho realizzato che gli americani generalmente cenano a quell’orario. Non ci avevo pensato prima perché la mia famiglia ospitante cena alle 7/8 quindi non ho notato molta differenza per questo.

Se mai qualcuno mi dovesse chiedere quale sia stata la mia esperienza più strana che ho vissuto qui fino ad ora, potrebbe pensare a una di quelle

solite americanate, ma anche qui io vi stupirò. La cosa più strana che io abbia mai fatto qui, o forse in generale nella mia vita, è stata quel giorno in cui insieme ad altri exchange students ho pulito una strada di Eureka da delle canne che si erano sradicate con il vento nei giorni prima e voi mi direte: “ma non è strano”. Infatti non è questa la parte strana. La parte strana è quando io sono entrata nel cassonetto del verde perché serviva che qualcuno andasse a schiacciare le piante per fare altro spazio. Perciò sì la mia esperienza più strana è stata quella di sedermi e saltare su delle piante in un cassonetto del verde ascoltando Animals dei Maroon 5.

Per ora è tutto, vi saluto e vi auguro una buona continuazione e… ci vediamo il prossimo mese.

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DIETRO LE QUINTE DELL’ANNOALL’ESTERO

Come è nata l’idea di trascorrere un anno all’estero?

All'inizio era tutta una mia idea. Avevo visto diversi video da youtube riguardanti l’anno all’estero ed ho avuto diversi stimoli da alcuni miei amici che avevano già vissuto esperienze del genere. Dalla terza media il pensiero di vivere in America per dei mesi ha iniziato ad incuriosirmi. Non è stato però facilissimo convincere i miei a partire. Mia mamma mi ha subito detto di sì, anche se all’inizio più per accontentarmi che altro. Invece mio papà è rimasto abbastanza restio. Non era convinto di questa mia iniziativa, ma con il passare dei giorni, capendo quanto io ci tenessi si è informato e ne ha parlato con mia mamma.

Quali sono le principali fasi pre partenza?

Una volta conclusa la fase d’iscrizione, iniziata tramite una videochiamata, comincia la fase informativa vera e propria: gli incontri avvengono ogni due settimane in modo da poter spiegare con attenzione tutti gli aspetti, in particolare l’andamento emotivo durante i 12 mesi. Quando poi si arriva all'accettazione è previsto un colloquio in inglese di 30 secondi per parlare di se stessi e infine l’incontro si conclude con due risposte scritte. Un suggerimento che mi sento di dare in merito alla preparazione della valigia è di portare il meno possibile.

Con quale agenzia sei partito?

Sono partito con EF, un'agenzia che sconsiglio poiché, essendo internazionale, costa parecchio. Nel mio caso il costo è aumentato anche perché mi ero iscritto a marzo. Ritengo inoltre che il rapporto qualità prezzo non sia adeguato. Tutte le agenzie dicono che cercano un abbinamento perfetto tra l’host family e l’exchange student, ma per quanto mi riguarda non è stato esattamente così: io e un altro exchange student norvegese, Jasper, siamo stati inseriti in una famiglia di mormoni. I mormoni sono una nicchia di cristiani che tengono particolarmente alla loro religione. Diciamo che era un po’ come vivere in un convento con suore e frati. Avevamo infatti molte regole stabilite dalla famiglia oltre a quelle da contratto dell’agenzia. Teoricamente in questa nostra prima host family non potevamo bere caffè e dovevamo andare sempre in chiesa. In pratica, però, queste “regole” non le abbiamo mai rispettate. In quanto alle regole principali dell’agenzia non si poteva fumare, bere e uscire dal paese senza l’autorizzazione dei genitori.

Io ho realizzato il sogno dell’anno all’estero in

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California, in un paese vicino a Los Angeles. Ho fatto diverse cavolate nei primi mesi dell’anno all’estero e per questo non sono riuscito a guadagnarmi la fiducia dei miei fin da subito per l’autorizzazione ad uscire dal paese.

ché bisogna rispettare diverse fasi ed è difficile perché a quel punto erano già passati 6 mesi. Sono stato comunque fortunato perché sono finito in famiglia con un ragazzo che già conoscevo.

Hai vissuto delle esperienze che ti hanno colpito particolarmente?

Ci sono state diverse esperienze, alcune più costruttive e altre più strane ed emotive. Il periodo più bello per me è stato quello nel quale ho praticato il football. Prima dell’anno all’estero non sapevo neanche come si giocasse, ma appena ho iniziato ho capito che mi sarebbe mancato una volta tornato in Italia. Nelle partite allo stadio avevo un ruolo secondario da kiker. Tra il pubblico c’era letteralmente tutto il paese, diciamo che è una tradizione molto forte. Un’altra esperienza davvero bella è stata il prom che però noi abbiamo fatto in palestra per il covid. Nonostante questo c’era davvero un'atmosfera incredibile ed il biglietto è costato sessantacinque dollari. Per quanto mi riguarda ho vissuto anche molte esperienze costruttive, ma anche molto difficili come il cambio di famiglia. Come ho detto io e Jasper non ci trovavamo molto bene nella famiglia in cui eravamo. A Gennaio il primo a cambiare è stato Jasper, ma il cambio non è così facile per-

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UNGHERESE IN STEPS

L’Ungheria è una nazione al centro del continente europeo che ha molte cose da raccontare, soprattutto dal punto di vista linguistico: insieme a Finlandia, Estonia e Turchia, infatti, è tra le uniche nazioni in Europa in cui non si parla una lingua indo europea. Al ceppo indoeuropeo appartengono più sottogruppi: Lingue Slave, Lingue Romanze, Lingue Germaniche, Lingue Baltiche, Lingue Celtiche, Lingua Albanese e Lingua Greca. È un ceppo davvero molto vasto, infatti comprende anche lingue indiane, lingue persiane e lingue iraniche; anche la lingua dei Rom o Tsigani è Indo Europea. L’ungherese, però, non ne fa parte, per

quanto per noi sia più comprensibile rispetto a altre lingue indo europee, come per esempio il Tajiko. Per quale motivo? Per una questione geografica: l’Ungheria si trova in mezzo al continente europeo e che con gli anni ha subito l’influenza dei suoi vicini Indo Europei come l’Ucraina, la Serbia, la Romania, la Slovenia, l’ Austria, la Croazia e la Slovacchia.

L’Ungherese è una lingua molto affascinante, ma vista sulla carta appare molto difficile: la maggior parte delle persone non la studierebbe mai. In realtà non c’è nulla di spaventoso: non è altro che un puzzle e, una volta capite le basi, credetemi scenderete velocemente come sulle montagne russe e non vedrete l’ora di riprovare. In quanto a divertimento questa lingua è davvero assurda! Ma ora preparatevi: indossate guanti da chirurgo e prendete una penna, così possiamo iniziare insieme la nostra prima lezione di Ungherese.

COME INIZIARE QUESTA LINGUA SENZA AVERE PAURA?

Nessuno si spaventerà all’inizio e nemmeno a fine percorso! Questa lingua è molto antica; in

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origine era anche estremamente difficile alla pari del latino, da cui differisce per le diverse radici e il diverso alfabeto. L’ungherese nacque nella catena dei monti Urali, dopo che una sconosciuta popolazione altaica (probabilmente gli unni, ma non è fonte sicura questa) si stanziò nelle zone della Siberia per più secoli, per poi spostarsi sempre più verso occidente. Questo discorso è valido anche per le lingue turcofone e finniche (Sami, Finlandese, Careliano ed Estone) che poi presero strade diverse: una a nord, verso il Baltico, e l’altra verso le coste della Bulgaria. Successivamente la popolazione ungherese o magiara (Magyar) si spostò verso il bacino dei Carpazi, dove poi sarebbe nata l’Ungheria che noi oggi conosciamo. Verso il 1500 avvene un cambiamento radicale dal punto di vista linguistico: mutò l’alfabeto (dal Futhark o Rovasiras all’alfabeto latino) e grammatica si semplificò moltissimo. Ma ora scendiamo nel dettaglio: l’alfabeto ungherese comprende 42 lettere, ma non spaventatevi perché più che lettere sono digrammi o trigrammi (ovvero composizione di 2 o 3 lettere che formano un suono unico):

vocalica. Le vocali sono le più importanti. Bisogna ricordare subito che i segni sulle vocali non sono accenti, ma prolungamenti del suono. In ungherese l’accento cade sempre solo nella prima sillaba.

A e Á = La lettera A senza segno si pronuncia come se la A fosse vicino alla lettera O, mentre la Á con il segno si legge come la A italiana di “Andare”

E e É = La lettera E senza segno si pronuncia come la E di “Egli è” mentre la É con segno si pronuncia come la E di “Mettere”

I e Í = La I si pronuncia come in italiano; Í si legge come una I normale, ma prolungata di 2 volte, senza esagerare!

O e Ó = Stessa cosa anche per la O: senza il segno è una O normale, mentre con il segno è una O lunga

U e Ú = Stessa cosa invariata anche per la U e Ú

Ö e Ő = Come detto prima questi segni sono allungamenti. La Ö si pronuncia come la Ö tedesca o la Eu francese, ma se non studiate nessuna delle due lingue, allora vi insegno io! Dovete chiudere semplicemente le labbra non troppo, mi raccomando! e provare a fare una sorta di O aperta allo stesso tempo. Stesso gioco per la Ő: basta raddoppiare il suono di Ö che risulterebbe ÖÖ, ma è meglio pronunciare solamente una lettera Ő

Ü e Ű = Come la Ü tedesca, ma se non avete mai studiato tedesco, semplicemente dovete pronunciare in inglese la parola You. Ormai, sono certo, avete capito anche il gioco di Ű = ÜÜ

L’Ungherese classifica le vocali in aperte e chiuse e si tratta di una distinzione importante.

Vocali aperte: E, É, I, Í, Ö, Ő, Ü e Ű

La prima reazione sará, ma WTF?!?! Ma tranquilli almeno è una lingua che ha una sola filosofia: leggi come scrivi e scrivi come leggi. Ringraziamo per questo il linguista Serbo Vuk Stefanovic’ Karadzic’

La conoscenza dell’alfabeto è la base per comprendere la grammatica. Questo per l’Ungherese è davvero fondamentale perché è una lingua costruita con l’aiuto di armonia consonantica e

Vocali chiuse: A, Á, O, Ó, U e Ú

Ora finalmente scendiamo verso le consonanti!

C= Suono identico come in cinese (Di 从) e in russo (di Ц), ma se non studiate queste lingue, allora è un suono identico a TS.

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AÁ B C CS D DZ DZS E É F G GY H I Í J K L LY M N NY O Ó Ö Ő P R S SZ T U Ú Ü Ű V Z ZS

CS= Suono identico alla C di “ciao”.

DZ= Suono identico alla Z di “Zeta”.

DZS= È una D + il suono ZS come in russo (di Ж) e in francese (di “Je”). Se non studiate queste lingue, è un suono simile alla G di gelato, ma con la lingua al palato.

G= È la G di “gatto”.

GY= Come in russo “ДЬ”, ma se non studiate russo, allora il suono è simile a quello della D di “diamante”, ma con la lingua al palato.

J e LY= sono semivocali perché suonano come la I italiana, ma “tagliata a metà” ovvero non si pronuncia completamente la I, come il suono di Y in “play”.

NY= Suono Gn di gnocco.

S e SZ= La S si pronuncia come la SH di “shampoo”, mentre SZ corrisponde alla S normale di “Salmone”, quindi attenzione!

Z = La Z qui si pronuncia come quella di “rosa”.

ZS= Come la G di “gelato”, ma con la lingua al palato,

IN CONCLUSIONE (PER ORA?)

Ora voi avete imparato l’apparato scheletrico della lingua ungherese. Può sembrare assurdo, ma pian piano scenderete perché voi siete saliti molto in cima oggi e le prossime volte si scenderà molto velocemente fino ad arrivare al traguardo! In conclusione, per farvi riposare, vi farò vedere alcune parole ungheresi che somigliano molto a quelle che si trovano nelle vicine lingue Indo Europee e, ovviamente, delle frasi basilari per iniziare una conversazione di livello A1.

Kereszt = Крест/Krest/Krz’yz (Croce in tutte le lingue slave)

Nő = 女 Nü (donna in Cinese)

Füge = Fico d’India

Számítógép= Computer (macchina “gép” che calcola “Számító” )

Műanyág = Plastica (materiale fabbricato artificialmente)

Szia = Ciao / Jó estét = Buona sera Jó reggelt = Buongiorno / Jó napot = Buon pomeriggio Jó éjszakát = Buona notte

Viszontlátásra/ Viszlát = Arrivederci o a presto

Sziasztok = Ciao a tutti!

Nazar Vodopyan, 3°FL

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EINE SPRACHE, TAUSEND STIMMEN

Das Land, in dem Lukas der Lokomotivführer lebte, hieß Lummerland und war nur sehr klein…“ So fängt der Kinder Fantasy Roman von Michael Ende an. Eine etwas außergewöhnliche Geschichte: ein Lokomotivführer, ein schwarzes Kind, eine Lokomotive, Mandalanier, Drachen man kann sich das kaum vorstellen! Aber das war das deutsche Buch, das als Sommerlektüre für die 4. und die 5. Klassen unserer Schule ausgewählt wurde. Und anlässlich des Europäischen Tages der Sprachen fand der Wettbewerb am 6. Oktober statt. Neunzig Seiten, elf Kapitel und einhundertsechsundneunzig Fragen: kann man das schaffen? Offenbar erschreckt die Schüler vom Lunardi nichts, die zahlreich daran teilgenommen haben. Der Contest war so organisiert: die Klassen waren in zwei Runden aufgeteilt und in jeder von ihnen kämpften zwei Klassen gegen einander. Aber wie? Eine Klasse stellte sich an die Wand einer Seite des Auditoriums und die zweite an die andere; in der Mitte stand ein Tisch mit zwei Knöpfen. Erst nachdem die Frage gelesen worden war, konnte man versuchen, auf den Knopf vor dem anderen Team zu drücken. Hier begann die Herausforderung: auf den Boden Rutschen, Stöße gegen den Tisch kurz gesagt: alles, um das Wort zu bekommen. Fünf Fragen wurden jedes Mal an die Klassen gestellt, und am Ende der zwei Runden gingen vier von ihnen ins Halbfinale: die 5.AL, die 5.CL, die 4.CL und die 4.AL (meine Klasse).

Im Saal fühlte man die Aufregung sehr: man konnte kaum auf das „Los“ warten, bevor alle losrannten. Die 5.AL gegen die 4.AL und die 5.CL gegen die 4.CL: wer würde ins Finale ge-

hen? Aus dem Publikum kam ein großer Jubel. „Wen wollen Lukas und Jim befreien?“, „Was machen Haarzähler?“, „Warum verstehen sich Lukas und Jim besonders gut?“. Von Frage zu Frage zeigten sich die Ergebnisse und endlich die Bestätigung: die letzte Herausforderung war zwischen der 5.AL und der 4 CL!

Trotz ein wenig Enttäuschung über das Ausscheiden, fuhr meine Klasse fort, den Wettbewerb anzuschauen. Bevor wir es merkten, hatten wir schließlich einen Gewinner: die 5.AL, das Team bestehend aus Valentina Abatti, Rachel Blackshaw, Rebecca Castrezzati, Sara Cerqui, Carolina Cojocaru, Elisa Corona, Elisa Cresci, Miriam Gatti, Dennis Kodua Kesse, Maddalena Manessi, Marco di Marzo und Mattia Piccioli!

Die Zuschauer brachen in Beifall aus. Es war

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schon lange nach der Pandemie, dass eine solche Veranstaltung nicht mehr stattgefunden hatte.

Und es war wundervoll zu sehen, dass es wohl keine Gruppe gab, die nicht aus mindestens 10 Personen bestand. Aber diese 10 Schüler traten nicht alleine an: sie waren wirklich ein Team.

dies nicht möglich gewesen wäre.

Ich kann nur hoffen, dass dies die erste von vielen anderen Erfahrungen ist. Man hört nie auf zu lernen, nicht einmal aus einer Geschichte für Kinder!

Una lingua, mille voci

Egal, was das Ergebnis war. Das wichtigste ist, dass jeder seinen Beitrag geleistet hat. Ich denke, ich spreche für alle, wenn ich sage, dass ich mich in diesem Moment als Teil von etwas gefühlt habe. Und genau das sollte das Ziel sein: verbinden.

Ich besuche diese Schule seit mehr als 3 Jahren und noch nie hatte ich so viele Stimmen zusammen Deutsch sprechen gehört! Auch das war eine andere Gelegenheit als sonst, etwas Neues zu lernen.

Ein großes Dankeschön dafür an alle Lehrerinnen und Lehrer der Schule, ohne deren Bemühungen

La terra in cui viveva il macchinista Luca si chiamava Coloropoli ed era solo molto piccola…”

Così inizia il libro fantasy per bambini scritto da Micheal Ende. Una storia un po’ fuori dal comune: un macchinista, un bambino nero, una locomotiva, mandalani, draghi la si può a malapena immaginare! Ma proprio questo fu il libro scelto come lettura estiva per le classi quarte e quinte della nostra scuola e il 6 ottobre, in occasione della Giornata europea delle lingue, si è svolto il contest. Novanta pagine, undici capitoli

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e centonovantasei domande: ce la si può fare? A quanto pare nulla spaventa gli studenti del Lunardi, che numerosi vi hanno partecipato!

La gara era organizzata in questo modo: le classi erano suddivise in due gironi e in ciascuno di essi due classi gareggiavano l’una contro l’altra. Ma come? Una si posizionava presso il muro di un lato dell‘Auditorium e la seconda vicina all’altro; al centro si trovava un tavolo con due bottoni. Solamente dopo che la domanda veniva letta, si poteva cercare di premere il pulsante prima dell’altra squadra. Qui incominciò la sfida: scivolate sul pavimento, urti contro il tavolo insomma: tutto, per ottenere la parola. Ad ogni turno venivano poste alle classi 5 domande, e alla fine dei due gironi quattro di esse passarono in semifinale: la 5^AL, la 5^CL, la 4^CL e la 4^AL (la mia classe). Nella sala si sentiva molto l’eccitazione: si riusciva a malapena ad aspettare il “Via”, prima che tutti iniziassero a correre. La 5^AL contro la 4^AL e la 5^CL contro la 4^CL: chi sarebbe andato in finale? Dal pubblico veniva un grande tifo. “Chi vogliono liberare Luca e Jim?”, “Cosa fanno i contatori di capelli?”, “Perché Luca e Jim vanno particolarmente d’accordo?”. Domanda dopo domanda emergevano i risultati e finalmente la conferma: la sfida finale era tra la 5^AL e la 4^CL!

Nonostante un po‘ di delusione dopo l’eliminazione, la mia classe continuò a guardare la competizione. Prima di rendercene conto, avevamo alla fine un vincitore: la 5^AL, il team composto da Valentina Abatti, Rachel Blackshaw, Rebecca Castrezzati, Sara Cerqui, Carolina Cojocaru, Elisa Corona, Elisa Cresci, Miriam Gatti, Dennis Kodua Kesse, Maddalena Manessi, Marco di Marzo e Mattia Piccioli!

Il pubblico scoppiò in applausi. Era da tempo, a causa della pandemia, che non si svolgeva un simile evento. Ed è stato meraviglioso vedere che non c’era probabilmente nessun gruppo che non fosse formato da almeno dieci persone. Tuttavia, quei 10 studenti non gareggiavano singolarmente: erano veramente una squadra. Non importa quale sia stato il risultato, l’importante è che ognuno abbia dato il proprio contributo. Penso di parlare per tutti quando dico che in quel momento mi sono sentita parte di qualcosa. E proprio questo dovrebbe essere lo scopo: unire. Frequento questa scuola da più di tre anni ormai e non avevo mai sentito così tante voci insieme parlare tedesco! Anche questa è stata un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo.

Un grande ringraziamento a tutti gli insegnanti della scuola, senza il cui impegno tutto ciò non sarebbe stato chiaramente possibile.

Posso solo sperare che questa sia la prima di tante altre esperienze. Non si smette mai di imparare, neanche da una storia per bambini!

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UN VIAJE INOLVIDABLE

En abril de este año fuimos,con algunos amigos, a visitar Madrid en España.

Nos gustaría contaros algo sobre los principales lugares que vimos.

El museo del Prado es una de las atracciones turísticas más conocidas en toda España y también una de las más interesantes. En el museo se pueden admirar obras de algunos de los mayores pintores españoles, como Diego Velázquez y Francisco de Goya y también de artistas italianos como Raffaello Sanzio, Andrea Mantegna, Tiziano y Caravaggio. Nos gustó mucho a todos, porque nos encanta el arte. Fue muy interesante también porque vimos obras que habíamos estudiado en la clase de historia del arte.

Si en el museo del Prado nos sumimos en el mundo clásico, en el museo Reina Sofía fue todo lo contrario: nos pareció ser catapultados al futuro.

Las obras son de arte moderno y contemporáneo, de hecho el museo está dedicado a la producción artística desde 1900 hasta nuestros días. Las obras de los pintores más importantes que se pueden encontrar allí son de Salvador Dalì, Joan Mirò y Pablo Picasso. Ver su Guernica es una gran emoción.

Si te gusta este tipo de arte no puedes olvidarte de visitar este museo, pero cuidado, no te pierdas, porque es un edificio muy grande y tiene salas muy parecidas. Más que un museo parece casi un laberinto.

Una información importante es que todos los museos se pueden visitar gratuitamente si se eligen las franjas horarias adecuadas y, además, se ofrecen entradas reducidas a los estudiantes para difundir la cultura entre los jóvenes.

Si quieres visitar la ciudad, pero no te interesa el arte, no te preocupes, de hecho Madrid, no solo ofrece atracciones turísticas culturales, sino también áreas verdes propicias para el descanso y muchos otros lugares que nos hablan de la historia de España, país de las mil caras.

Una de las áreas verdes que más nos gustó es el parque del Retiro. Este sitio es ideal para descansar y entrar en contacto con la naturaleza . Además es perfecto para remar en el lago o conducir un quad para dar una vuelta por todo el parque. No hay solo árboles, flores y lagos, también está el Palacio de Cristal que pertenece al Museo Reina Sofía. En su interior se realizan exposiciones de arte contemporáneo. Sin embargo, su finalidad inicial era la de ser un invernadero.

Según nosotras hay tres plazas que no pueden faltar en el itinerario de los turistas: la Plaza

Mayor, la laza de España y la Plaza de Puerta del Sol.

La plaza principal de la ciudad es Plaza Mayor. Los madrileños suelen pasar su tiempo libre en este sitio, porque hay una gran variedad de restaurantes donde se pueden comer platos típicos de España. Por ejemplo nosotros comimos unos bocadillos de calamares exquisitos. Os recomendamos que los probéis.

Los españoles y los turistas van a la Plaza Mayor también para asistir a conciertos o,en diciembre, para visitar el mercado navideño .

Si queréis ir de compras, os aconsejamos que paséis por la Plaza de España. No muy lejos se encuentra la Gran Vía, la calle donde hay algunas de las tiendas de ropa más conocidas en el mundo como Zara, H & M…

En la Plaza de España hay áreas verdes con juegos para niños y tres fuentes, entre las cuales está la que muestra el monumento en honor de Cervantes.

En la Puerta del Sol está el monumento al oso y el madroño, símbolo de Madrid.

Para concluir, queremos aconsejaros que vayáis a visitar esta ciudad para vivir y conocer algo más sobre España y, sobre todo, hacer un viaje inolvidable.

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Sofia Caenaro e Giulia Massrotto 5^EL

L’ANGOLO DELLAPOESIApoeta del mese:Antonia Pozzi (1912 1938)

NEVAI

Io fui nel giorno alto che vive oltre gli abeti, io camminai su campi e monti di luce Traversai laghi morti ed un segreto canto mi sussurravano le onde prigioniere passai su bianche rive, chiamando a nome le genziane sopite

Io sognai nella neve di un’immensa città di fiori sepolta io fui sui monti come un irto fiore e guardavo le rocce, gli alti scogli per i mari del vento e cantavo fra me di una remota estate, che coi suoi amari rododendri m’avvampava nel sangue

Antonia Pozzi, 1 febbraio 1934

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APNEA

Il mio cuore rimane sospeso gara di apnea immersi nella tiepida comunione dei nostri occhi sfidandoci a chi riprende per primo il respiro.

Abisso voragine intravedo negli occhi tuoi cerulei simili a quelli dei divini e umili accompagnatori del Signore.

Di nuovo il mio cuore rimane sospeso ad ogni sussurro del tuo.

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foglia d autunno cadeva nell acqua con increspature.
Yihan Hou 4^A AFM
Agata Barucco 5^CL

LUNA Fallace sole!

Imago notturna di clementi abissi. Tu, che sovrana sorvegli le sofferenze di questa prole che mai accudisti, dimmi

quanti, vagabondi come me, mireranno il tuo ventre rigonfio di splendida luce, quanti infanti troppo cresciuti cederanno al tuo seno di mistero la carcassa di arcani sogni, spremuti al sole delle genti, invano?

Quanti docili animi ardenti approdano a questo ospizio di cielo e si aggrappano alla tua luce beffarda, Luna?

AUTUNNO Il giorno scende a riposo.

La terra sepolta d’arancio sussurra l’odissea di spogliate genti. Alberi rivelano sterili membra e gracili arti.

L’ombra di un tempo non è che immobile tappeto.

L’ARABA FENICE

Sulle spalle della notte cala il riso campestre di cuori silenti. Solo, volge lo sguardo al cielo, il contadino stanco. Il miracolo d’autunno si spegne, l’amara voce ammutolisce e l’ombra del sole peregrino bacia il volto sanato.

Lo spegnersi dei giorni non cancella le orme dei suoi passi, né il procedere delle stagioni smorza il fremere di quei polsi. Altri coglieranno i frutti di solitari semi germinati sotto il grembo di tenere notti.

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INTERVISTAAI GIOVANI POETI DELLA5EL!

Verso la fine dell’a.s. 2021/22, la classe 5EL, insieme alla professoressa di inglese Monica Codevilla, ha svolto una lezione all'aperto per raccogliere emozioni in tranquillità a contatto con la natura ed è stata invitata a scrivere successivamente delle poesie in inglese basate sulle emozioni provate durante quel momento. Le poesie, dopo essere state rivedute e corrette dalla professoressa madrelingua Joanna Aquilina, sono state infine raccolte in un libretto, che potete trovare e sfogliare in biblioteca. Abbiamo deciso di fare quest'intervista per poter ispirare i lettori e dare voce agli studenti su esperienze particolari che non capitano tutti i giorni e che si possono trasmettere ad altri per far sì che la scuola diventi gradualmente un ambiente migliore. Ecco a voi:

1. Cosa pensi di questa esperienza?

Alessandro: Ritengo che questa sia stata un rienza molto formativa e ci abbia aiutato a migliorare le nostre competenze linguistiche e culturali. Penso che riuscire a collegare la poetica di Wordsworth alla nostra vita quotidiana sia stato intelligente e una nuova modalità per aiutare noi alunni a comprenderla al meglio. Credo che proporre attività del genere invogli maggiormente gli alunni a immergersi nella letteratura e capire l’essenza poetica dell’autore.

2. Com’è stato esprimere le tue emozioni in un ambiente scolastico?

Alessandro: Esprimere le emozioni in un ambiente scolastico è stato molto positivo perché diversamente dal solito abbiamo fatto una lezione “en plein air” ed è stato molto piacevole. Inoltre condividere un momento del genere con i propri compagni e ascoltare le proprie emozioni ha permesso di creare un’ambiente di piena armonia, pur facendo lezione.

Martina: Condividere le emozioni è stata la parte

suscitare ricordi ed emozioni così diverse in ognuno di noi. Questa esperienza ci ha inoltre

4. Consiglieresti l'esperienza ad altri studenti?

Martina: Assolutamente. È stato veramente bello applicare dei concetti appresi in classe nella realtà, comprendere veramente ciò che pensava un autore come Wordsworth mentre componeva le sue poesie che sono poi arrivate a noi e che ancora studiamo. La bellezza dei classici sta proprio in questo, ovvero poter essere compresi ed applicati anche ai giorni nostri. A tutti gli studenti suggerisco, se hanno la possibilità, di proporre ai professori questa idea, perché credo che sia costruttiva sia per gli studenti ma anche per i professori

5. Questo progetto ha aiutato ad approfondire il legame umano con la vostra insegnante?

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Cristina: Fortunatamente prima di questo progetto avevamo già instaurato un bel rapporto con la nostra insegnante. Questa lezione all'aperto ci ha sicuramente legati di più e ci ha fatto aprire gli occhi, perciò sicuramente uno dei motivi per il quale consiglierei un progetto del genere alle altre classi è anche per questo. Rafforzare il legame con i professori, facendo lezioni così aiuta molto anche a far piacere di più la materia e a trasmettere passioni.

6. Com’è stato condividere le poesie contenenti le vostre emozioni?

Cristina: Penso che condividere sia l'azione più bella che si possa fare in assoluto. Grazie alle poesie e questo progetto ci siamo uniti di più e condividendo le nostre emozioni abbiamo anche imparato a conoscerci meglio e scoprire parti di noi che non lasciamo facilmente allo scoperto per via della paura e delle insicurezze. L'unione fa la forza!

7. Cosa le ha dato l'ispirazione per questo progetto?

Codevilla: L'idea mi era venuta quando abbiamo affrontato il romanticismo, leggendo le Lyrical ballads come scritto nell'incipit del libretto. Leggendo la poesia sul testo scolastico "I wandered ad as lonely as a cloud" ho pensato che, essendo i classici una cosa che riguarda tutti e avendo essi elementi che possono essere naturalizzati e mondanizzati in quanto fanno parte della sensibilità umana, fosse una buona idea far provare questa esperienza seguendo il metodo di Wordsworth ai miei studenti, così che diventassero loro i protagonisti e non fossero solo uditori, ma vivessero in prima persona questa esperienza che è la stessa provata dai poeti.

8. Riproporrà questa esperienza ad altre classi?

Codevilla: Ancora non sono sicura, dipende molto dalla sensibilità delle classi.

Penso di proporre questo progetto e sono stata molto contenta di avere fatto questa proposta ai miei alunni.

C'è stata una revisione da parte della collega Aquilina e senza di lei non sarei riuscita a pubblicare il libro; lei, in quanto conversatrice, ha una sensibilità linguistica molto sviluppata e il suo aiuto è stato veramente un perno per tutti noi. Ho apprezzato moltissimo come gli alunni hanno

accettato e risposto con volontà ed inventiva alla proposta che ho fatto e il risultato è stato eccellente sia dal punto di vista poetico che umano.

9. Mrs.Aquilina, what do you think about this project inspired by Wordsworth’s poetry?

Aquilina: The activity was really stimulating and original. Projects like this provide the possibility of interaction and at the end of the activity you can have comparative study. Being surrounded by nature can help students to be more creative and it really helped students to enrich their lexis. That kind of vocabulary wasn’t easy because it is related to abstract emotions and sensations, so this activity definitely helped out to reveal the students’ feelings to themselves and to share those to one another.

10. Mrs. Aquilina, what emotions did you feel while reading our poems?

Aquilina: Considering that teaching, for me, has always been a vocation, more than a simple job, this activity really helped me to see the personality of my students through their literary works. I think I managed to get a better view of the writers and I felt all the emotions which were contained in every single poem. Sharing the inner part of a person is not normally a class activity, but

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this really helped me to penetrate in the writer’s soul. It was a source of inspiration for me and I would recommend this activity to other classes in the future!

Per concludere, vi lasciamo qua sotto le composizioni dei qua sopra intervistati.

" In that tranquil moment so serene and joyous it seemed that death had overwhelmed me So much was the serenity

Slumped on that soft turf

Brushed against many fresh and velvety blades of grass, all decorated by my friends, with whom I felt like a real person once again

breathing sounds and laughter flowing in the breeze

And little birds humming in the distance

Dandelion flowers and daisies in pairs

And me, alone, finally discovered my inner self

immersed in the cradle of nature and embraced by the wind and the soil

My body fell to the ground and my soul darted towards the sky which only desired to swim in that infinite blue, to live forever that peace as if it were an infinite afternoon." (Alessandro Gamba)

" Sleeping under the warm sun reminds me of the feeling of my first love.

When there was nothing but the feeling of warmth spreading through my body while sitting next to my beloved one.

At that moment everything was blissful, we were having a picnic on my red checkered cloth, there were many things, ham sandwiches and cheese, yummy drinks, and a strawberry shortcake. We were laughing and having fun, and my lover was lying on his back, his eyes closed when suddenly a butterfly laid on his shoulder, making his smile even prettier than it already was.

Suddenly I noticed a pretty wisteria tree, my favourite, and I picked a piece to put in his hair; which was gladly accepted and returned with a kiss on the cheek.

Ah, I will never forget that smile.

Together we laughed, together we cried, I guess those simple feelings meant everything to me.

When will it be repeated?

If I face you again, I will look into your eyes and say I miss you. " (Martina Franzoni)

" Dear Nature, thank you for the sight you provide us with the blue sky, that reminds me of the sea, the trees, slowly blooming into flowers, the daisies, looking pure and innocent as love, the dandelions, fresh and yellow as happiness.

Dear Nature, thank you for making me listen to the birds, singing and living, the students, studying and discussing, the cars, passing and speeding, the teachers, working and lurking.

Dear Nature, thank you for your gentle touch; the breeze, blowing and caressing, the sun, warming and sweating, the lawn, hugging and attracting, the hair, flying and flitting. Dear Nature, thank you for existing; thank you for giving us memory thank you for giving us feelings thank you for giving us our senses thank you for giving us life. " (Cristina Dogaru )

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UN DOLORE IMPOETICO

Questo articolo è basato sul libro “L’arte di legare le persone” di Paolo Milone e sulle parole pronunciate dallo stesso autore durante il Festival della Letteratura 2022.

specchio è il frutto di tutto il dolore che ha affrontato.

Le delusioni, le cadute, le perdite hanno sempre spinto l’essere umano, nella sua imperfezione, a crescere e tracciare il suo percorso.

Mi pare fosse proprio San Tommaso, patrono del mio piccolo ed insignificante paesino, a dire “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Sarà forse per questo che la salute mentale è stata, e ancora oggi è, molto trascurata.

Paolo Milone, psichiatra in un Centro Salute Mentale e nel “reparto 77” di Psichiatria d’urgenza, e autore de “L’arte di legare le persone”, paragona questo processo difficile da comprendere e da accettare, a un effetto fisico e tangibile. È come se una parte del nostro corpo andasse in necrosi e ci facesse molto soffrire, ma, una volta asportata, il nostro organismo riprendesse a vivere nella sua incompletezza.

Penso che una delle caratteristiche più affascinanti della letteratura sia la sua eterogeneità. È possibile scrivere e leggere testi con i temi più svariati, libri che fanno sognare, che trasmettono nozioni…

Parlando di libri che raccontano il dolore, è necessario dire che alcuni appartengono ad un filone “poetico”. Non è inusuale trovare storie di nostalgia o paura: il dolore poetico è traducibile in parole.

Se esistesse un pulsante per eliminare la sofferenza dal mondo, la tentazione di premere sarebbe forte, ma la persona che vediamo riflessa allo

D’altro canto, l’ex psichiatra non ha paura ad ammettere che, quello a cui assisteva ogni giorno, era una condizione totalmente inutile. Depressione, schizofrenia, tossicodipendenza… non costituiscono le basi per alcuna crescita personale; intrappolano il malato in un loop infernale di sbagli e ricadute. Questo è un dolore “impoetico”, infatti l’autore quasi sfida il pubblico a «metterci della poesia».

« Filippo, non trovi le parole per spiegarmi cosa ti succede […] io, non trovo le parole per spiegarmi cosa ti succede, e non trovo le parole per tranquillizzarti. Filippo, sinceramente, tu sei qui, io sono qui, stiamo andando benissimo. »

Nel mio piccolo non sento di voler giudicare questo libro in termini di esperimento riuscito o meno. Sicuramente durante la lettura vivrete testi-

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monianze REALI: non sarete protetti da filtro, non sarete succubi dell’illusione che tutto accada per una ragione.

Anche solo la tecnica utilizzata, l’insieme di frammenti di vita, cala il lettore nella frenesia di quei momenti di inusuale quotidianità. Non aspettatevi di crogiolarvi nella certezza di una prosa e nella ritmicità di una successione di capitoli.

«Quanti matti ci saranno in città?

Proviamo a contare quanti ce ne sono in questo palazzo […]

C’è il pazzo del terzo piano, che parla da solo.

Uno schizofrenico.

C’è un tossicomane da qualche parte?

Sì al terzo piano.

Una ragazza magra, che sembra uno scheletro?

Giovanna, sul nostro pianerottolo.

Un’anoressica.

Non ce n’è uno che é sempre con un bicchiere di bianco in mano?

Sì Giorgio, quinto piano.

Un etilista.

Non c’è un signore scavato che esce poco, non apre mai la porta […]

Sì Silvio, terzo piano.

Beccato il paranoico.

[…]

Vedi, se si curassero tutti, potrei mantenermi solo con questo palazzo.»

“L’arte di legare le persone”: un titolo tanto romantico quanto ambiguo. Non c’è niente di più romantico di legare una persona. Una madre che allaccia la cintura al figlio, chi stringe le protezioni sulle montagne russe, un amico che assicura il corpo a quello dei compagni in cordata, gli stessi abbracci: sono tutte forme di costrizione lecite e necessarie.

Quando invece è uno psichiatra a legare le persone al letto perché non si facciano del male è precipitoso e incauto.

«Lucrezia, da tre mesi mi telefoni tre volte al giorno, per essere sicura che sei viva.

Lucrezia, ora vengo lì e ti ammazzo io.»

Si insinua nell’uditore un problema morale, la preoccupazione che ciò limiti la libertà della persona.

Battendosi spesso per il suo metodo con i colleghi scettici, spiega come il problema morale sia quasi un pensiero utopico, perché condivideva le giornate con persone che avevano perso da tempo il concetto di libertà.

L’unica concezione di libertà nel paziente è la relazione morbosa con la malattia, di cui è schiavo in quanto controlla la sua mente.

Spesso il malato non riesce a concepire che quel pezzo di carne attaccato al proprio corpo sia la propria mano, non riesce a osservare fino a dove si estenda, tantomeno che esista dalla testa ai piedi.

«Non ti sei ancora accorto che vivi, in un posto limitato che si chiama Terra, per un tempo limitato che si chiama vita, entro un confine limitato che si chiama corpo, con un patrimonio limitato che si chiama io. Ma non ti si può svegliare con uno schiocco delle dita.»

Devo ringraziare il Festival della Letteratura di Mantova per avermi concesso l’opportunità di ascoltare le parole di Paolo Milone, da cui ho cercato di trarre questo articolo. Il modo di porsi di questo uomo è affascinante: si notano l’impostazione della voce e il modo di fare di una persona che nella vita è sempre stata messa in discussione, sia per il suo lavoro considerato elitario e non necessario che per il suo modo di agire. Immaginate di essere criticati per aver salvato delle vite.

La priorità di contenere il paziente, prima che si frantumi in pezzi, quindi ha la meglio, e diventa necessario legare le persone.

In fondo non sono le stesse relazioni una modalità di legare le persone? Non condanniamo l’altra persona a vivere in funzione di contribuire alla nostra felicità in salute e malattia? Legare le persone è un amore egoista.

«L’arte di legare le persone. Legare le persone al letto. Legare le persone a te. Legare le persone alla realtà. Legare le persone a se stesse. Legare le persone è un’arte. Inconoscibile.»

Ilaria Piceni 4°DL

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ASPETTANDO I BARBARI, DI J.M. COETZEE

Il romanzo è stato un successo in tutto il mondo anglosassone e ha ottenuto nel 1980 il Cna Prize, il maggiore riconoscimento letterario del Sudafrica. L’autore è stato insignito nel 2003 del premio Nobel della Letteratura con la motivazione che la sua opera "tra molteplici travestimenti espone la sconcertante complicità dell'alienazione" e "descrive il sorprendente ruolo degli outsider nella storia".

Coetzee fa riecheggiare già nel titolo una pletora di altri romanzi e romanzieri, da Buzzati a Cervantes passando per Beckett, Conrad e Kafka naturalmente. A me ha subito evocato la minaccia indistinta del Castello dei Tartari, oppure il desiderio di rinviare all’infinito la morte, in Aspettando Godot. Solo dopo la lettura ho pensato che la storia raccontata è come se parlasse al romanzo di Nabokov, Lolita. Eppure all’inizio gli ingredienti sembrano essere presi a piene mani da Buzzati: un confine, un impero, una fortezza, un Magistrato, un colonello e l’Altra o l’Altro che il confine pone in essere. Pochissimi i personaggi che riconosciamo per nome. A partire dalla voce narrante, agita attraverso il flusso interiore e le reazioni alle espressioni emotive degli altri, descritti in modo asciutto come uno specchio. Altrettanto pochi i caratteri che nel corso del romanzo si evolvono in individui più o meno definiti. Fra questi i due antagonisti: il Magistrato, voce narrante senza nome proprio, e il Colonnello Joll. C’è un personaggio che non può mai diventare un soggetto, che appare come schiacciato nella sua condizione incomprensibile e incommensurabile:

è la giovane barbara che, vittima sempre di una qualche tortura, ci è mostrata attraverso la sua passività circospetta. È oggetto di ricatto per il colonello Joll affinché parli il padre; oggetto di pietà e di giustizia compensativa dei sensi di colpa del personaggio Magistrato; oggetto sessuale per i soldati; oggetto di desiderio conturbante e combattuto per la voce narrante; oggetto delle maldicenze dell’umanità varia che abita l’avamposto. La giovane barbara sembra prendere vita propria solo attraverso i gesti che la rivelano una ragazza desiderosa di vivere e di godere. Soffre d’orgoglio e d’impotenza. Vorrebbe essere considerata per se stessa e non per quello che rappresenta agli occhi degli Altri. Il desiderio di autenticità percorre come un fiume carsico la storia, senza Storia, dell’avamposto al confine fra il certo e l’incerto; il bene e il male; il civile e il barbarico. I moventi del Magistrato come quelli del capitano Joll non sono poi così distanti: entrambi vogliono dare un ordine al confine e all’umanità che vi abita. Nemmeno i mezzi che usano sono antitetici: la violenza fisica annichilente e la pietà normalizzatrice si corrispondono concretamente nella caduta del Magistrato. Quando la voce narrante lo capisce si alza in piedi. E noi con lui.

Ma quale cammino ci aspetta?

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9 NOVEMBRE 2022 ore 14:30 in BIBLIOTECA GRUPPO DI LETTURADEGLI STUDENTI

Gli studenti propongono la lettura, a scelta, di uno di questi romanzi:

Dan Brown, Il Codice da Vinci, Oscar Mondadori, Milano 2003, circa 455 pagine.

Stephen King, 22/11/’63, Sperling & Kupfer, 2016, 780 pagine.

Osamu Dazai, Lo squalificato, Feltrinelli, Milano 2017 (prima edizione originale: 1948), 160 pagine.

Invitiamo gli studenti a lasciare bigliettini con citazioni significative tratte dai loro romanzi preferiti in un vaso di vetro che troveranno in biblioteca. I bigliettini verranno aperti durante gli incontri di lettura.

Per qualsiasi informazione contattare le docenti referenti del progetto (manuela.bambini@lunardi.edu.it; rita.pilia@lunardi.edu.it ). Buona lettura!

10 NOVEMBRE 2022 ore 14:30 in BIBLIOTECA GRUPPO DI LETTURADEI DOCENTI

I docenti propongono la lettura, a scelta, di uno di questi testi:

James Joyce, Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, Adelphi, Milano 1990 (prima edizione italiana 1933), 304 pagine. Con traduzione di Cesare Pavese.

Gemma Calabresi, La crepa e la luce. Sulla strada del perdono. La mia storia, Mondadori Strade Blu, Milano 2022, 144 pagine. Genere: politica e attualità.

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PER UN PUGNO DI LIBRI

Amate le sfide e la lettura? Riuscite a ricordarvi ogni particolare o frase dei libri letti? Allora“Per un pugno di libri” è quello che fa per voi!

La prima fase della gara, basata sul libro“Il Conte di Montecristo”, di A. Dumas, si terrà mercoledì 16 novembre alle ore 14.30 in Biblioteca. Affrettatevi perché ci sono ancora pochi posti disponibili!

Al termine di ogni gara verranno regalati dei libri ai partecipanti. La squadra che, invece, risulterà di volta in volta, vincitrice su tutte le altre, si aggiudicherà un ricco premio finale, che verrà svelato solo in seguito.

Per informazioni e iscrizioni, scrivete alle Prof.sse P. Mariottini (patrizia.mariottini@lunardi.edu.it)

M. Bambini (manuela.bambini@lunardi.edu.it).

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CASAMUSEO ZANI

Un luogo di bellezza in cui l’arte e la cultura incontrano la natura”

Nei pressi di Cellatica, vi è la Casa Museo della Fondazione Paolo e Carolina Zani per l’arte e la cultura, un luogo di pace e serenità dove il visitatore può rilassarsi e ammirare splendide opere d’arte, nonché passeggiare in un lussureggiante giardino, contraddistinto da un laghetto pieno di pesci variopinti.

Una volta entrati, la guida vi spiegherà passo dopo passo il valore inestimabile delle opere contenute e collezionate dal padrone di casa P. Zani, il cui intento era quello di vivere circondato dal bello, passione che trasmise anche alla figlia Carolina. Benché entrambi non siano più presenti, il loro sogno di creare una casa che fosse aperta al pubblico e aiutare i giovani con borse di studio, legate sempre al mondo dell’arte e della cultura, sta ugualmente proseguendo con iniziative, mostre e rassegne curate da personalità di spicco.

A tal proposito voglio segnalare la mostra, visitabile fino all’8 gennaio, dedicata a “Rosalba Carriera”, ritrattista veneziana del Settecento.

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Mentre dal 24 settembre sono iniziati una serie di incontri, completamente gratuiti (è necessario però prenotarsi per tempo) dedicati alla donna e alla sua rappresentazione in politica, arte, cinema, media, musica e moda dal titolo “Il femminile rappresentato”, che termineranno il 19 novembre. Ho assistito di persona al primo incontro, dal titolo “La donna liberata. Moda e arte da Chanel a Dior”, curata da M. Capella che, in poco meno di un’ora, ha illustrato l’evoluzione della moda femminile, nonché l’intreccio e la stretta relazione tra moda e arte.

È stato interessante scoprire come una semplice modifica in un abito (accorciarli, liberare il punto vita…) abbia dato il via, per molte donne, ad una vera e propria rivoluzione sociale.

E chi, se non Coco Chanel, o la sua grande antagonista, Elsa Schiapparelli, potevano creare tali capolavori che avrebbero segnato il nostro modo di vestire, ma anche di pensare.

Oltre a loro si potrebbero citare M. Vionnet, A. Barton, fino ad arrivare a Dior, in cui ogni collezione era un omaggio ai fiori curati dalla madre.. Se volete scoprire altre curiosità, non vi resta che iscrivervi ai prossimi incontri, senza dimenticare di visitare la splendida Casa Zani.

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Un giorno da comparsa

«Sfigati, non prendete impegni per il 14. Andiamo a fare un casting per un film che girano a Brescia, un colossal hollywoodiano, solo un giorno di riprese».

Fra una battuta e l’altra, o un confronto a caldo sulla situazione geopolitica, arriva sull’ormai onnipresente gruppo degli amici WhatsApp un messaggio dal tono eloquente.

I commenti sono per lo più canzonatori, se non altro perché pochi si dichiarano disposti a tagliarsi la barba e ritoccarsi i capelli: «Assente, la barba non la taglio neanche se mi dicessero che in cambio ... (e qui è meglio tagliare per decenza)», o semplicemente perché: «Bella iniziativa, ma il mercoledì [giorno del casting] è mio uso e costume lavorare, mi spiace».

In effetti devo ammettere cha anch’io non ho dato peso alla cosa se non dopo qualche giorno, dopo essermi accorto che la mattina delle candidature non avevo particolari impegni e una scappata all’ex Palatenda avrei potuto farla. L’amico che aveva pubblicizzato l’evento mi ha spiegato che sarebbe stato meglio recarsi in loco almeno un paio di ore prima, per evitare la ressa.

Alle 9, davanti all’ingresso del Gran Teatro Morato, ci saranno state una decina di persone e fino alle 11, momento di apertura dei cancelli, se ne sono aggiunte altre ma molte meno di quelle che mi sarei aspettato di vedere. All’interno, le due foto di rito con la fotocamera del cellulare, e la richiesta delle generalità, altezza e taglia d’abito hanno confermato la mia idea che forse la retorica del colossal hollywoodiano non reggeva alla prova dei fatti tanto che, nelle successive due settimane, avevo del tutto abbandonato la prospettiva del film.

Quando ormai avevo archiviato l’esperienza come l’ennesima proposta inconcludente, anche perché già dal giorno del casting girava voce che le riprese sarebbero state in due giorni infrasettimanali, e il pensiero di dover riordinare la mia già precaria organizzazione non mi entusiasmava particolarmente, rispondo ad un numero sconosciuto e una voce femminile mi spiega, senza troppi convenevoli, che ero stato selezionato per partecipare alle riprese e che il giorno dopo mi sarei dovuto presentare all’hotel Vittoria per effettuare un tampone mentre il giorno ancora successivo, sempre all’hotel Vittoria, per la prova costume con la barba tagliata e disposto ad un taglio di capelli. Ora, io la barba non la tagliavo da nove anni e, a parte qualche spuntatina, nemmeno i capelli oltre una certa lunghezza...da circa vent’anni.

La notizia sicuramente mi ha lasciato perplesso e, inoltrando qualche messaggio al numero da cui era giunta la chiamata, ho cercato di avere maggiori informazioni sulle riprese, i giorni esatti, gli orari, se vi fosse un compenso: insomma cercavo di capire se ne valesse davvero la pena. Sembrerà strano ma per me il taglio totale della barba e quello dei capelli era un cambiamento non indifferente e sicuramente sapevo che non sarei apparso bene, almeno secondo i miei parametri. Ad essere sincero, al di là di tutte le rassicurazioni sulla serietà dell’evento, mi ha convinto il fatto che la location per il tampone e la prova costume fosse l’hotel Vittoria e non un posto improvvisato in qualche tendone. Pensai che effettivamente potesse essere qualcosa di grosso.

Aspettai in ogni caso l’ultima sera utile per tagliarmi la barba, e dovetti sorbirmi le rimostranze della moglie che non mi aveva mai visto senza barba da quando ci siamo conosciuti sulle polverose strade del cammino di Santiago (e che, difatti, dopo avermi visto senza barba esordì con un: fai cxxx, ma ti voglio bene lo stesso).

Il giorno della prova costume mi presentai all’hotel Vittoria, negli ambienti al piano interrato, che erano stati allestiti alla meglio con un’area destinata al trucco e parrucco e un’altra, molto grande, con gli abiti originali anni ‘50, da provare.

Dopo il taglio di capelli, come temevo, non mi sentivo per niente a mio agio ma non avevo alternative se volevo fare la comparsa che, arrivati a questo punto, iniziava ad essere una prospettiva più che interessante. Chissà, fantasticavo, se qualcuno mi notasse e mi scritturasse per qualche altro film; non sarebbe per niente male.

Il mio rammarico per il taglio fu in ogni caso stemperato dall’abito che mi fecero indossare: molto elegante e signorile, con tanto di gilet, cappello e orologio con cinturino di pelle (questi ultimi portati da me quali cimeli di epoche passate).

Mi sentii ulteriormente ringalluzzito nel momento in cui, così vestito, truccato e pettinato, mi assegnarono un ruolo altisonante: local authority (autorità locale), che io mi figuravo fosse un ruolo importante e mi permettesse di avere una certa visibilità rispetto ad altri come i giornalisti o i fotografi che invece pensavo stessero dietro una transenna, in disparte, a scattare fotografie da

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lontano. Mi accorsi, tuttavia, nel corso delle riprese che era proprio il contrario: per come veniva girata la scena i fotografi e i giornalisti erano quelli che più degli altri avevano una posizione vicino agli attori mentre le autorità locali erano sostanzialmente dei jolly che, pur vestiti in modo più elegante degli altri, occupavano vari spazi del set senza essere riconoscibili o distinguibili, per il loro ruolo, da altri spettatori o semplici passanti. E questo penso sia uno degli aspetti fondamentali che ho appreso, ovvero che il film è una creazione dell’autore, nasce da un’idea del soggettista, che poi diventa sceneggiatura e di conseguenza ripresa. Tutto ciò che esula da quest’idea iniziale non è importante.

Le scene girate in piazza Vittoria sono state due: la prima descriveva il momento della punzonatura, ovvero dell’iscrizione dei cinque equipaggi Ferrari alla gara Mille Miglia edizione 1957, mentre la seconda celebrava il trionfo del pilota, sempre Ferrari, Piero Taruffi (interpretato da Patrick Dempsey) e la consegna della coppa sull’arengario, con conseguente acclamazione del pubblico. In queste due scene l’attenzione era incentrata su Enzo Ferrari (interpretato da Adam Driver), la cui celebrità e immagine si volevano sottolineare con la massa di giornalisti e fotografi che gli correvano incontro al momento dell’arrivo, e che, mentre iscriveva i suoi equipaggi, guardava con atteggiamento di sfida il suo rivale, ovvero Adolfo Orsi, proprietario di Maserati che, come lui, stava iscrivendo alla gara il suo equipaggio.

In questo frangente, sia nella prima che nella seconda scena (che immagino nell’economia del film possano occupare non più di tre o quattro minuti), il ruolo delle autorità locali non era importante, anzi del tutto secondario, rispetto a quello dei giornalisti e fotografi o dei giudici di gara che accoglievano le iscrizioni.

Addirittura era presente una comparsa da Modena, dove avevano girato alcune scene nei giorni precedenti, che impersonava l’allora sindaco Bruno Boni, assieme allo sbandieratore, che tuttavia nel giorno delle riprese a Brescia non hanno avuto alcun ruolo specifico se non per qualche secondo nella premiazione finale.

Il giorno delle riprese è stato piuttosto estenuante.

Bisogna premettere che fino a venerdì notte ci era stato detto che avremmo girato nelle giornate di domenica 9 e lunedì 10 mentre poi hanno cancellato la data di domenica (e sul motivo sono girate parecchie voci fra cui quella che la produzione abbia preferito accorpare le ore di ripresa, che sono state quasi 19, in un giorno solo in modo da pagare una sola giornata alle comparse e non due)

e lasciato solo quella di lunedì: peccato che la convocazione in piazza Mercato, per il trucco, parrucco e vestizioni varie, fosse per le 3:30! Sostanzialmente dalle 3:30 di lunedì, alle 22 dello stesso giorno, con una breve pausa di 20 minu-

ti per un parco spuntino alle 17, abbiano girato le scene a cui accennavo prima.

In realtà dalle 3:30 fino alle 7 siamo rimasti in piazza Mercato perché abbiamo atteso che tutte le quattrocento comparse fossero vestite, truccate e pettinate; quindi ci siamo spostati per una mezz’oretta negli ambienti del Signorvino in attesa che ci dicessero dove collocarci sul set. Il nostro responsabile era L., un ragazzo romano poco più che trentenne, che riceveva informazioni direttamente dallo staff di regia (a sua volta composto dal regista, Michael Mann, e un nugolo di quattro/cinque persone che organizzavano le scene) e che con l’aiuto di altri tre o quattro ragazzi ci diceva cosa esattamente dovessimo fare. Mi sono accorto però che nemmeno lui sapeva nello specifico cosa si dovesse fare perché, me lo confessarono solo alla fine delle riprese, l’esatta ricostruzione delle scene la sapeva solo il regista e di solito i registi non la rivelano a nessuno prima delle riprese in modo che siano loro, in prima persona, a costruire gli episodi e le singole sequenze e dirigere le azioni nel modo a loro più congeniale (tanto che anche la copia della sceneggiatura con le battute da recitare e la descrizione delle scene l’aveva solo il regista).

Si noti che nemmeno la trama del film era conosciuta, abbiamo saputo solo che era ambientato nel 1957, che parlava di Enzo Ferrari in un momento cruciale della sua vita privata (l’anno prima aveva perso il figlio Dino e l’anno successivo avrebbe reso pubblica la relazione con la sua

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amante Fiamma Breschi), e che parlava anche della Mille Miglia, definita dallo stesso Ferrari come la gara più bella del mondo. In quello stesso 1957, poi, Piero Taruffi (interpretato da Patrick Dempsey), dopo aver partecipato a quindici edizioni, vinse per la prima volta la Mille Miglia, alla veneranda età di quarantanove anni, e si ritirò dalle corse come promesso a sua moglie, ma quello fu anche l’anno in cui lungo un rettilineo vicino a Guidizzolo, sul mantovano, trovò la morte un altro pilota Ferrari, il ventinovenne spagnolo Alfonso de Portago (interpretato dal giovane attore brasiliano Gabriel Leone che pare sia all’inizio della sua carriera), uscito di strada per lo scoppio di una gomma e che avrebbe falciato otto persone del pubblico fra cui cinque bambini. In seguito a questo episodio la Mille Miglia venne sospesa per vent’anni, fino al 1977 quando venne ripristinata come gara storica a cui possono partecipare automobili immatricolate per l’appunto fino 1957.

Al di là della conoscenza della trama, sicuramente il fatto di poter entrare in un set cinematografico, che per quasi tutte le comparse era una novità assoluta, ci ha riempito di entusiasmo, oltre al fatto che continuavamo a confrontarci sui nostri costumi e su quanto fossero realistici (in effetti si trattava di abiti originali anni ‘50 noleggiati da varie sartorie italiane) e ancora su quanto fosse naturale immedesimarsi nel personaggio che quell’abito esprimeva. Fare la comparsa è una cosa assolutamente naturale dal momento che non devi fare nient’altro che essere presente sul set facendo finta di parlare, o muovendoti semplicemente avanti e indietro in un’area ben specifica.

Poi ci sono state alcune eccezioni: ad esempio il caso del simpatico modenese, l’amico L., che ho conosciuto personalmente stante la sua vicinanza sul set, che impersonava l’allora Sindaco di Brescia per la sua somiglianza a Bruno Boni (e in modo spiaccicato anche a Pierfrancesco Favino) e che doveva svolgere alcune azioni come stringere la mano ai piloti in partenza (e a tal proposito mi è stato spiegato che è stata ricostruita lungo un viale di Modena la partenza perché sarebbe stato particolarmente complesso farlo nel luogo originario di Viale Venezia stante il completo cambiamento della sua fisionomia rispetto agli anni ‘50), o consegnare la coppa della vittoria a Taruffi/Dempsey sull’arengario. Oppure ancora il caso di un giudice di gara a cui è stato detto di salutare Ferrari/Driver, al momento della punzonatura, e consegnargli alcuni documenti per la partenza. O ancora il caso, forse il più fortunato, di E., una ragazza di Travagliato, scelta a caso negli ultimi secondi di scena per impersonare la

moglie di Taruffi/Dempsey che, assieme a lui sull’arengario, doveva abbracciarlo e baciarlo sulla guancia (nonostante i cori di tutte le comparse che fra una ripresa e l’altra incitavano al: li mo ne, li mo ne, li mo ne...senza che il buon Patrick comprendesse). Fra l’altro la stessa ragazza, notando che all’alba delle 19, dopo circa 16 ore di riprese ininterrotte, eravamo quasi tutti cotti e la situazione era piuttosto tesa, invitò gli aiuto registi e in generale le persone della troupe ad incitarci per un ultimo girato con il grido di battaglia: dai gnari!, che pronunciato dagli americani aveva un suono quasi esotico.

Dopo quest’ultima scena di trionfo, essendo ormai buio, e non vedendo l’ora tutti di tornare a casa, sono state interrotte le riprese. Non sono mancate peraltro le rimostranze serie e piccanti di molte comparse che, alcune ore prima, avevano minacciato il personale di andarsene se non ci avessero dato un momento di pausa e, a tal proposito, rilevavano, neanche a torto direi, che avendo noi firmato un regolare contratto di collaborazione ed essendo peraltro inquadrati come lavoratori ad ogni effetto di legge, non era legale farci lavorare così tante ore senza interruzioni né la possibilità di sederci. L. e gli altri collaboratori italiani, in effetti, non sapevano che dire se non che anche loro si erano più volte lamentati con lo staff di regia ma presumo, almeno personalmente, che in tali circostanze i termini di legge valgano fino ad un certo punto e che la buona riuscita del film, che per Michael Mann sarà l’ultimo, con papabile candidatura agli Oscar a coronamento della sua carriera, era l’imperativo a cui non ci si poteva o voleva sottrarre.

In realtà dopo aver chiuso le riprese in piazza Vittoria, L., di fronte alle centinaia di comparse piuttosto scontente e alterate, ha dovuto, suo malgrado, chiedere mestamente chi fosse ancora disponibile (sarebbero servite un centinaio di persone) per girare le ultime due scene all’interno dell’hotel Vittoria: io mi sono candidato, in un ultimo atto di abnegazione per la causa. E ne sono stato felice, perché la scena girata all’interno dell’hotel fu quella che più mi piacque. Si trattava di inscenare la fine di una cena di gala, con tanto di bicchieri di whiskey, vino e grappa sui tavoli, in cui Taruffi/Dempsey veniva chiamato al telefono da Enzo Ferrari e si allontanava dal salone.

Innanzitutto eravamo seduti al tavolo, e già era una conquista, inoltre potevamo bere quello che avevamo di fronte, perché l’azione fosse più realistica: peccato si trattasse di acqua invece che di grappa, di succo al mirtillo invece che di vino e di

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thè freddo invece che di whiskey. Inoltre ci venne chiesto chi di noi fumasse perché, per rendere la scena più credibile, alcuni avrebbero dovuto fumare. Io, assieme ad altri, mi proposi nonostante non fumi se non sigari o pipa e lì invece si dovevano fumare sigarette, rigorosamente riposte in pacchetti anni ‘50: ad ogni ciak io e il mio vicino accendevamo una sigaretta. In totale credo di averne fumate otto in meno di un’ora.

Durante la preparazione della scena L., traducendo le parole del regista, ci disse che dovevamo far finta di parlare (sostanzialmente mimando la voce) con espressione triste e mesta riferendoci,

non altro perché in teatro non puoi tagliare scene o ripeterle all’infinito (come invece abbiamo fatto noi), e inoltre che la cosa più importante di un film è l’idea, il soggetto che ne sta alla base, perché quello è tendenzialmente opera di genio individuale (ovvero quello dell’autore, che sia egli uno scrittore, uno sceneggiatore o un semplice soggettista), mentre tutto il resto è una costruzione immane condivisa con persone che mettono in comune la loro abilità e inventiva (cameramen, aiuti regista, costumiste, truccatrici, parrucchiere, fotografi).

nella finzione, alla vicenda della morte del pilota de Partago che avevamo tutti saputo poco prima. Così la fortunata compaesana ebbe modo di trascorrere ancora qualche momento fra le braccia del divo e in quell’occasione, essendo seduti non molto lontani e non potendo parlare con Dempsey che, a dispetto del suo ruolo di marito non mostrava particolare espansività o interesse, mi spiegò di essere originaria della città ma di essersi trasferita a Travagliato.

Intorno alle 22, al termine delle riprese, tornai in piazza Mercato con un amico, rimasto anche lui fino a tardi, impavido fra gli impavidi, per cambiarmi e tornare all’anno 2022, alle scarpe comode e a vestiti sicuramente meno eleganti e signorili ma più comodi e sportivi. In realtà col mio amico Marco ritardammo ulteriormente per concederci la birra dei campioni, al termine di questa intensa, pesante, unica e probabilmente irripetibile giornata.

Quello che mi è rimasto di questa esperienza è sicuramente un bel ricordo. Ma non solo. Ho anche appreso, confrontandomi nei giorni successivi con altri amici che con me hanno condiviso l’esperienza, che recitare in un film pare essere davvero molto più semplice rispetto al teatro, se

Da ultimo posso dire che, a dispetto dei sogni di gloria che ognuno può nutrire, e che è giusto che nutra, la fama o la celebrità non arrivano in modo casuale (come può sembrare dall’esperienza della fortunata travagliatese o del modenese Sindaco di Brescia) perché, nonostante auguri loro di poter davvero riuscire a raggiungere qualche risultato, la realtà è molto meno poetica e di fronte alle migliaia di persone che nel mondo frequentano accademie teatrali, studiano recitazione da anni, e spendono tutte le loro energie (e soldi) per lavorare in tale ambito, l’esperienza di comparsa, pur stimolante che possa essere, non basta in sé e per sé a lanciare nessuno nell’iperuranio dei divi hollywoodiani. Indicativa è stata la risposta di un aiuto regista alla mia domanda se chi fosse stato meglio inquadrato o avesse ricoperto ruoli particolari avesse visto il proprio nome indicato accanto a quello dei grandi: «si vede che non conosci questo mondo. Il film è il loro (riferendosi al regista e agli attori principali), noi tutti viviamo e lavoriamo nel dimenticatoio».

Concludo sottolineando come un’esperienza del genere ti permetta di capire che se quello dello spettacolo e dell’intrattenimento è un mondo che ti piace, si può adattare alle tue qualità ed esprime il tuo potenziale, allora non posso che invitarti a percorrere questo difficile, lungo, ma sicuramente affascinante percorso e augurarti buon lavoro e buona fortuna.

Per ragioni di privacy e in ossequio alla liberatoria che tutti abbiamo firmato prima delle riprese, non ho potuto indicare il nome delle comparse citate o raccontare altri particolari, come anche pubblicare fotografie personali, che non siano state autorizzate dallo staff di regia.

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"Lady Diana: la principessa del popolo"

Una delle donne che ha avuto più successo a livello mediatico non solo nel Regno Unito ma in tutto il mondo, che è riuscita a trasmettere attraverso il suo carattere, talvolta controverso, una delle storie d'amore più eclatanti nella storia della famiglia reale.

Diana nasce il primo luglio del 1961 nella contea di Norfolk; figlia del conte Spencer, assieme ai suoi fratelli dovrà affrontare il divorzio dei genitori andando a vivere con il padre e la matrigna. La sua fu un'infanzia all'insegna dell'aristocrazia che pretendeva dei requisiti d'istruzione obbligatori. Dai nove ai sedici anni la sua istruzione ebbe luogo nel collegio di Riddlesworth Hall. Negli anni successivi ebbe modo di concentrarsi su una delle sue passioni preferite: la danza, in particolare il tip tap e i pattini a rotelle.

La sua famiglia, in buoni rapporti con la famiglia reale, le permise di partecipare a numerosi eventi importanti, tra cui quello in cui il principe Carlo si invaghì di lei, vedendola giovane e spensierata. Il successore alla corona era già fidanzato con la sorella di Diana, Sarah, che però lasciò per chiedere la mano alla futura principessa il 24 febbraio del 1981.

Pochi mesi dopo, Diana fece il suo ingresso nella cattedrale di St. Paul con uno strascico da record, ancora nei ricordi dei 750 milioni di persone che seguirono in diretta tv la cerimonia.

Quella ragazza timida e riservata di appena 19 anni non immaginava il futuro che l'aspettava proprio nella famiglia reale. Secondo alcune testimonianze di persone vicine alla famiglia reale, nei primi cinque anni di matrimonio i due coniugi ebbero un felice matrimonio e proprio in questo periodo effettuarono numerosi viaggi, praticamente in tutti i cinque continenti.

Seppur considerata la "principessa triste" e tormentata dai tabloid verso di lei molto critici, Diana viluppò una certa sensibilità nel promuovere azioni di aiuto in quei paesi in cui le condizioni economiche e sociali sono difficili.

Alla nascita di William e Harry, con solo due anni di differenza, Diana inizia a fare i conti con la depressione post partum: "Mi svegliavo la mattina con la sensazione di non volermi alzare dal letto, mi sentivo incompresa, sola e molto giù", ha detto la principessa alla BBC nel 1995. Diana non ricevette sostegno né dal marito né dai

componenti della famiglia reale. In fondo, nessuno aveva mai sofferto di una forma di depressione, o almeno, non ne aveva mai parlato apertamente. A causa delle mancate attenzioni, Diana iniziò a compiere atti di autolesionismo su braccia e gambe e a soffrire di bulimia. "Chiedevo aiuto, ma davo i segnali sbagliati". Tutti questi erano sintomi del declino del matrimonio con Carlo, ma i reali preferivano utilizzare le sue malattie come copertura, assegnandole titoli come "instabile" o "mentalmente incapace".

Nel 1986 la situazione si complica, quando Carlo riprende una relazione con l'amante Camilla Parker Bowles. Diana racconta di avere protestato più volte con il marito per il fatto che quella donna le stava sempre accanto, e afferma che una volta ricevette come risposta: "Mi rifiuto di essere l’unico Principe del Galles senza un’amante". La principessa decise che, per salvare quel matrimonio "un po' troppo affollato", sarebbe stato imperativo affrontare il problema, e lo fece proprio durante la festa di compleanno della sorella di Camilla; Carlo rimase sorpreso dalla decisione della moglie di partecipare assieme a lui. Diana, con grande coraggio, fece il suo ingresso in quel "territorio ostile" al braccio del marito. Terrorizzata, si avvicinò a Camilla e le disse: “Camilla, so tutto quello che sta succedendo tra te e Charles. Non trattarmi come un’idiota”. E lei: “Non è un melodramma, hai tutti gli uomini ai tuoi piedi, due adorabili ragazzini, di cosa hai bisogno di più?”. La principessa rispose: “Voglio mio marito. Mi spiace, vi sto tra i piedi e per voi due sarà un inferno”. Lasciata la festa, Diana ammise di

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aver pianto parecchio, ma avvertì un enorme cambiamento in sé.

Passano gli anni, e tra tradimenti da parte di entrambi, fra le mura della casa reale giravano voci di divorzio. Nel luglio 1992 il piccolo William fu operato alla testa dopo un incidente avvenuto a scuola. Diana rimase a fianco del figlio tutta la notte, mentre Charles andò all'opera. Fu quella la goccia che fece traboccare il vaso: l'ultima ragione per cui Diana si riteneva legata al marito, l'amore per i figli, svanì per sempre. La decisione del divorzio fu presa da Carlo durante il Natale a Sandringham, dove la principessa e il marito, si scontravano di continuo. Diana affermò che, provenendo da una famiglia divorziata, non voleva creare la stessa situazione per i suoi due figli, ma quando Carlo propose le carte del divorzio, lei supportò la sua scelta, e l'annuncio ufficiale venne rilasciato il 9 dicembre del 1992.

Dopo il divorzio, Diana frequentò un imprenditore egiziano Dodi Al Fayed, a cui rimase legata fino alla scomparsa. A fine agosto 1997, Diana e il suo compagno, dopo aver trascorso una vacanza in Sardegna, decisero di fare tappa a Parigi prima di ritornare a Londra. I due passarono la notte all'Hotel Ritz, proprietà della famiglia al Fayed. Per evitare gli sguardi dei paparazzi, lasciarono l'hotel per un appartamento privato. Uscendo da un ingresso secondario, partirono a bordo di una Mercedes Benz S280 scura per raggiungere la destinazione. Imboccarono la galleria de l'Alma, ma il veicolo si schiantò contro il 13° pilastro del tunnel. Nell'impatto, Al Fayed e l'autista morirono sul colpo. Diana fu caricata all'1:18 su un'ambulanza, arrivando all'ospedale Pitié Salpêtrière alle 2:06. Nonostante i vari tentativi di salvarla, le lesioni interne erano troppo estese e fu dichiarata morta alle ore 4:00. Le cause dell'incidente non furono mai del tutto chiarite, tanto che per molto tempo si parlò di complotti e verità nascoste come un assassinio organizzato dai servizi segreti britannici, in quanto la figura di Diana avrebbe messo in pericolo la stabilità della corona britannica e, in qualche modo, impedito il matrimonio tra Carlo e Camilla.

Per il funerale, inizialmente si decise di effettuare una cerimonia privata, poiché Diana non era più un'Altezza Reale, ma l'inaspettata reazione del popolo britannico, scagliatosi contro la regina per non aver manifestato commozione per la morte di Diana, spinse la Casa Reale a disporre le pubbliche esequie. La sovrana il 5 settembre rese omaggio in diretta televisiva alla nuora scomparsa, definendola "un essere umano straor-

dinario", che "non aveva mai perso la capacità di sorridere, o di ispirare gli altri con il suo calore e la sua bontà".

Le migliaia di persone presenti al funerale piansero e gettarono fiori lungo tutto il percorso del feretro. Il funerale venne trasmesso in diretta dalle televisioni di tutto il mondo e fu seguito da oltre due miliardi di persone, rendendolo uno degli eventi televisivi più visti della storia.

Lady Diana è stata un'icona mondiale, venendo spesso definita come "la donna più fotografata del mondo". Diana è conosciuta ovunque per la sua compassione, il suo stile, il suo carisma, e per le numerose opere di beneficenza. Fu una delle icone moda del XX secolo e alcune delle sue scelte di stile, sono tornate a dettare le tendenze contemporanee.

Sono passati 25 anni dalla scomparsa della "principessa del popolo", capace di mostrare empatia a tutto il mondo non solo con i suoi gesti, ma anche attraverso le sue fragilità.

Lo stesso giorno dell'annuncio dell'infedeltà in tv da parte di suo marito, Diana sfoggiò il “Revenge dress”, un bellissimo tubino nero che metteva in mostra gambe e spalle, andando contro il protocollo reale.

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ILRITRATTO DI DORIAN GRAY

La recensione del film

“Dorian Gray”, diretto da Oliver Parker e uscito sul grande schermo nel 2009, è un film drammatico e psicologico tratto dal celebre romanzo ottocentesco di Oscar Wilde. Oliver Parker spettacolizza la storia di Dorian Gray, un giovane uomo dotato di straordinaria bellezza e nobiltà, il quale fa la sua apparizione nella Londra vittoriana dopo la morte dello zio, nonché suo tutore legale in quanto orfano. Quando Dorian arriva in città è sensibile ed impressionabile e, nonostante in un primo momento venga accolto con freddezza dall’alta società londinese, il suo aspetto fisico gli permette di inserirsi in fretta negli ambienti aristocratici. Una delle primissime persone ad approcciarlo è Lord Henry Wotton, un uomo manipolatore e seducente, il quale inizia sin da subito ad indottrinare Dorian con il suo cinismo e la sua tendenza a rivolgere la propria esistenza unicamente alla ricerca del piacere. Tra i due nasce una profonda e morbosa amicizia e sarà proprio Lord Wotton ad introdurre il protagonista a Basil Hallward, un talentuoso pittore che rimane subito affascinato dalla bellezza di Dorian e decide di dipingere il ritratto dal quale il libro prende il titolo. Il ritratto, che da principio doveva essere nient’altro che il trionfo del fascino del giovane messo su tela, diventa in realtà molto di più: Dorian rimane turbato dalla bellezza del quadro e ne è profondamente geloso,

perché consapevole del fatto che il suo volto, invecchiando, non potrà mai rimanere bello e giovane come invece rimarrà in eterno sulla tela del dipinto. Per questo motivo, sedotto dai discorsi di Lord Wotton sulla giovinezza e sulla bellezza, decide di stipulare un patto col diavolo per mantenere in eterno l’aspetto fisico del ventenne che è in quel momento. Da questo episodio assistiamo al radicale ed irreversibile cambiamento che avviene in Dorian Gray: una volta presa consapevolezza del suo splendore, il protagonista inizia ad emergere nell’atmosfera aristocratica, facendosi travolgere dai vizi e dalla noncuranza circa le conseguenze che le sue azioni immorali hanno sulle persone che lo circondano, sprofondando poi nei bassifondi di una Londra dissoluta e viziosa. Il candore e l’innocenza del suo aspetto fisico sono in realtà una maschera che nasconde i veri colori del protagonista, un’anima corrotta e marcia che si manifesta tuttavia sul dipinto che Basil aveva fatto per lui. Infatti, con il passare degli anni e l’aumentare dei suoi peccati, il volto del giovane ritratto diventa sempre più distorto e ripugnante, poiché si porta appresso i segni del decadimento morale e la sua inesorabile discesa verso le tenebre.

La smodata ricerca del piacere è un’arma a doppio taglio; Dorian Gray non ha di per sé una natura cattiva, ma lo diventa nel momento i

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cui inizia a dedicare tutta la sua vita ai soli diletti edonistici e a sviluppare una personalità narcisista ed egoista che lo condurrà poi alla più totale disperazione, fino a condannarlo ad una tragica fine. Il ritratto diventa un elemento demoniaco, presente in forma sublimata nel romanzo ma ben esplicitato nel film: quasi una figura onnipresente della quale a volte vediamo anche il punto di vista. Inoltre il ritratto è un punto essenziale del discorso inerente al rapporto fra vita e arte che a Wilde sta particolarmente a cuore: il confronto tra questi due elementi, cardine fondamentale attorno a cui ruota tutta la storia, porterà inevitabilmente alla vittoria dell’arte, che in quanto eterna non potrà mai essere sovrastata dalla vita umana, breve ed effimera.

Le differenze fra romanzo e film sono talvolta evidenti, tuttavia il regista Oliver Parker ha un merito che non può essere negato: riesce a spettacolizzare in modo travolgente ed efficace il cambiamento che avviene nell’anima di Dorian Gray e tutte le devastanti conseguenze che ne derivano. Assistiamo infatti attraverso lo schermo al graduale e straziante declino psicologico e morale del protagonista, che si abbandona completamente ai piaceri viziosi che la vita gli offre e fa appassire la vitalità delle persone a lui circostanti. Il tema principale del capolavoro di Wilde, riportato da Parker, è l’estetismo, che prevede il trionfo della bellezza e della passione, sottolineato nel film dall’indole edonistica che in Dorian cresce sempre di più fino ad arrivare al suo punto di rottura.

Il ritratto di Dorian Gray” è, come il suo protagonista, una storia che non invecchia mai. Rap-

presenta la ricerca della felicità, la paura di invecchiare e di morire; fa riflettere sul senso effimero della vita e sul fatto che sia proprio la sua fragilità a darle valore. Dorian è un ragazzo vulnerabile, che da manipolato diventa manipolatore, si lascia coinvolgere dalle parole ciniche e dal mondo superficiale di Lord Wotton e costruisce tutta la sua crescita personale attorno all’estetica e alle apparenze. Il dualismo che nutre e alimenta il cambiamento del protagonista pone le sue radici nella contrapposizione fra bellezza e decadimento, tema tutt’ora ricorrente. Infatti la storia di Dorian Gray può essere considerata uno specchio della società odierna, dove la ricerca del bello e della perfezione estetica in molti casi prevale sulle virtù e sui contenuti delle persone, portando spesso allo smarrimento individuale e allo sviluppo di comportamenti autodistruttivi. In conclusione io ritengo che questo film valga la pena di essere guardato, in quanto coinvolgente e dinamico; nonostante in alcuni punti prenda parecchio le distanze dal romanzo di Wilde, rimane fedele all’introspezione capace di affrontare al meglio la caducità della bellezza umana e alla labilità della vita, in rapporto all’esistenza e al percorso psicologico e filosofico di Dorian Gray.

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