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Vivian Maier pag

VIVIAN MAIER La fotografa segreta

“Io, Vivian, sono quella che nessuno nota, quella che nessuno vede. Io li vedo, invece. Anche qui, da questa panchina, mentre la neve copre i contorni di Chicago. Vedo le loro vite incrociarsi e sovrapporsi sull’asfalto spolverato di bianco, le impronte che restano, le ombre che si allungano. Indago le pieghe della pelle, dove resta inciso il passato, scruto gli incavi dei gomiti e delle ginocchia, i bordi sfilacciati dei cappotti, le mani che si stringono, i segreti sussurrati tra i capelli, la rabbia di un gesto, la tenerezza di uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Questi istanti io li rubo. Li porto via a quelli che in fondo non sanno che farsene di quei frammenti di vita destinati a dissolversi nel momento stesso in cui accadono. Custodisco le

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storie che le persone non

sanno di vivere”. Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente.

Ogni giorno, per più di quarant’anni, Vivian Maier aveva vagato tra i quartieri periferici di New York e Chicago attratta dall’intensità di quella vita che la sua Rolleiflex le consentiva di catturare, istante dopo istante. Quando acquistava nuovi rullini, non rivelava mai il suo vero nome e si occupava da sé di allestire una piccola camera oscura per sviluppare quei pochi negativi (circa il 10% della sua produzione) che aveva la curiosità di rivedere. La maggioranza, più di 150000, rimasero chiusi dentro decine e decine di scatole; non avrebbero mai visto la luce se, quasi per caso, nel 2007 John Maloof, un giovane rigattiere e storico in erba, interessato alla storia di Chicago negli anni Cinquanta, non li avesse vinti in un’asta per pochi dollari. L’uomo si rese conto quasi immediatamente di essere entrato in possesso di un’eredità preziosa e l’entusiasmo con cui le persone accolsero le immagini che lui iniziò a stampare, scannerizzare e condividere sui social, confermarono la sua idea. Ma chi era Vivian Maier? A parte il nome, riportato sulle scatole, Maloof non sapeva nulla di lei. Il suo volto, riflesso

negli specchi, nelle vetrine, persino a testa in giù, era quello di una donna dallo sguardo enigmatico, la cui ombra si allungava sulle vite altrui per custodirle e farne Arte. Non tutti si accorgevano di essere fotografati: per quanto voluminosa, infatti, la

numerosi interroga-

tivi: è davver o possibile parlare di Arte dove, da parte dell’artista, non c’è mai stata ricerca di condivisione né, dunque, di pubblico? Quanto è lecito, dal punto di vista etico, che altre persone abbiano in mano l’eredità artistica di un’altra? Vivian Maier avrebbe apprezzato il successo che le sue fotografie stanno avendo ora? Avrebbe selezionato gli stessi scatti? Quali avrebbe nascosto? Quali svelato? In mezzo a tanti dubbi, c’è un fatto che non possiamo ignorare: mentre John Maloof partecipava all’asta che gli avrebbe cambiato la vita, Vivian Maier era ancora viva: sarebbe morta due anni dopo, in povertà, a Chicago; gli unici affetti: due bambini, ormai adulti, di cui era stata bambinaia e che, quando la videro invecchiare, vollero prendersi cura di lei, garantendole una casa. Il documentario di Charlie Siskel e John Maloof,

Rolleiflex biottica non richiedeva di essere accostata all’occhio per scattare. Vivian la teneva vicina al ventre e appena qualcosa colpiva la sua immaginazione, apriva il pozzetto e un nuovo frammento di realtà entrava dentro di lei. I 250 scatti selezionati dalla fondazione Maloof e dalla curatrice Anne Morin per la mostra “Vivian Maier INEDITA” (a Torino, Musei Reali, fino al 26 giugno 2022), rivelano un senso dell’inquadratura, una giocosità e un senso del tragico fuori dal comune. Secondo la critica, il suo nome merita di comparire accanto a quello di fotografi del calibro di Diane Harbus, Helen Levitt, Henri Cartier-Bresson…

In un’epoca dominata dai social come la nostra, dove la ricerca di celebrità si fa spasmodica e la condivisione è diventata quasi un dovere, la vicenda di Vivian Maier appare ancora più straordinaria e suscita

Alla ricerca di Vivian Maier. La

tata con la Rolleiflex (2014), rivela proprio la sorpresa di tanti ex bambini, nello scoprire che la persona che si erano abituati a considerare una semplice tata (un mestiere di scarso prestigio nell’America degli anni Cinquanta-Ottanta), nascondesse un talento fuori dal comune. Nei loro ricordi Vivian Maier era una donna alta, dall’abbigliamento fuori moda (simile a quello delle donne operaie nell’Unione Sovietica negli anni Venti), con un vago accento francese e dei comportamenti spesso bizzarri e sconcertanti: le piaceva frugare nella spazzatura alla ricerca di oggetti; conservava in camera sua pile e pile di quotidiani che si rifiutava categoricamente di buttare; era attratta dalla cronaca nera, dagli eventi più crudi, dalla follia; conduceva i bambini in visita nei mattatoi e se capitava un incidente davanti ai suoi occhi, si preoccupava prima di fotografare e solo poi, forse, di prestare soccorso.

La violenza la attraeva e la spaventava al tempo stesso– forse l’aveva subita da bambina? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai. I suoi scatti rivelano sensibilità e attenzione per i più umili, gli emarginati delle periferie, dei quartieri operai: tutti coloro che avevano un lavoro disprezzato e sottopagato come il suo. Sono scatti che, una volta portati alla luce, rivelano le contraddizioni di un sistema economico come quello americano che solo per i ceti sociali più abbienti poteva assumere i connotati del sogno.

Vivian Maier fece quello che la maggior parte delle persone all’epoca evitava: guardò i poveri negli occhi e restituì loro valore. La Str eet p hotography fu per lei una forma di umanità, un modo per rendere protagonisti coloro che credevano di non avere nessuna storia degna di esse-

re raccontata. For se anche lei pensava questo di se stessa, forse pensava che la sua arte non avrebbe mai suscitato attenzione, in fondo era solo una bambinaia povera e autodidatta. Con quale diritto si permetteva di giudicare la società con le sue fotografie? L’avrebbero umiliata; avrebbe perso la dignità, il lavoro… Forse fu per questo che preferì nascondersi, forse temeva che avrebbero soltanto riso di lei e dei suoi occhi, occhi che negli autoritratti non abbassò mai e che ora ci guardano intensamente. Nella mostra di Torino l’ultima sezione era dedicata alla fotografia a colori degli anni Ottanta: la Rolleiflex qui lascia il posto alla Leica 35 mm; il formato

rettangolare (non più quadrato) ha il ritmo del Blues. Sono scatti con una voce: ci insegnano che ora è tempo di smettere di parlare di lei e finalmente ascoltare.

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