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77. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA

in Mostra

LA CHICCA DI ALESSANDRA DE LUCA

LA GRATITUDINE DI CHI C’È STATO

LA SATIRA DI DISEGNI A PAG. 5

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NOMADLAND

Chloe Zhao è una magnifica cineasta. A suo modo è già entrata nella storia come prima regista cinese a dirigere un film Marvel, Eternals, gruppo di invincibili difensori della Terra creati da Jack Kirby. Per quanto possa sembrare strano che una cineasta super indipendente prenda un mano un progetto Disney da 200 milioni di dollari di budget, a ben vedere non è un’idea così bizzarra. Quello di Zhao è in qualche modo un cinema di supereroi che difendono con le unghie con i denti quel poco che gli resta. Era così nel suo bel film d’esordio, Songs my Brothers Taught Me, ambientato in una riserva indiana del South Dakota. Ancora meglio ha fatto con il suo secondo film, il meraviglioso The Rider, opera tra finzione e neorealismo che narra la storia di un cowboy campione di rodeo costretto ad abbandonare le competizioni a causa di un incidente. Un moderno western crepuscolare, narrazione della nuova frontiera, non più terra promessa, ma meta che si sposta sempre più avanti perché non c’è più né tempo né spazio per i sogni. Nomadland è un altro capitolo

di questa nuova Storia degli Stati Uniti, un paese di dimenticati lasciati al loro destino. Lo diceva già Preston Sturgess facendo andare in giro per l’America Sullivan, mascherando da commedia straordinaria una delle opere più politiche e drammatiche dell’intero cinema americano. Zhao invece prosegue il suo viaggio cinematografico parlando di e con le persone vere, usando Frances McDormand per convincere chi non è in grado di reggere lo sguardo di un mondo che ignora. La due volte premio Oscar si cala nella parte, portando avanti una tradizione di donne americane di celluloide che dal lavoro e dalla terra traggono

la loro straordinaria forza, le Norma Rae, le Edna Spalding (entrambe Sally Field nel film di Martin Ritt e ne Le stagioni del cuore di Robert Benton), le Mae Garve (la splendida Sissy Spacek de Il fiume dell’ira di Mark Rydell). Nomadland è anch’esso un western, forse anche un horror in cui si aggirano i troppi fantasmi di Tom Joad, moderni pionieri loro malgrado in cerca di un pezzo di vita e di dignità. Entrambe cose che da tanto, troppo tempo sono solo belle parole scritte su qualche pezzo di carta di cui pochi conoscono l’esistenza. Come degli spettri del Nevada di Chloe Zhao. n ALESSANDRO DE SIMONE

CHECK IN È sbarcato al Lido Stefano Accorsi, protagonista del film di chiusura - fuori concorso - Lasciami andare di Stefano Mordini.

@Maurizio D’Avanzo

Tutti gli anni, alla fine di ogni edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ci si chiede cosa resterà del tempo trascorso al Lido, tra i film e le conferenze stampa, gli incontri e le premiazioni, i red carpet e le parole spese per raccontare ai lettori emozioni, nuove passioni, inaspettate delusioni. Non era scontato che dopo mesi flagellati da una pandemia che ha reso reale una minaccia finora ipotizzata solo dalla finzione, saremmo riusciti a ritrovarci qui, a celebrare il cinema, chi lo fa e chi lo vede, insieme nonostante la distanza, soffocati dalle mascherine, ma con gli occhi avidi di immagini, quelle grandi che solo dallo schermo di una sala cinematografica possono veramente nutrirti. E allora, a dispetto delle inevitabili difficoltà di questa edizione, di chi ha pensato che non valesse la pena mandare un film a una Mostra un po’ diversa dal solito, di chi sperava di non doverci mettere piede, il sentimento che ha dominato Venezia 77 è stata la gratitudine. La gratitudine verso un Festival che ha segnato la ripartenza del cinema in tutto il mondo, che ha saputo proteggerci applicando regole severe, ma necessarie, che ha consentito alle delegazioni dei film di raggiungerci e parlare del proprio lavoro. In sicurezza, con il gel sulle mani e sul viso le mascherine più fantasiose ed eccentriche. Come quella indossata sul red carpet da Tilda Swinton, che in apertura della Mostra ci ha regalato le parole di incoraggiamento più belle e appassionate che potessimo ascoltare. In chiusura ci sono state quelle della regista Emma Dante: «Respirare male attraverso le mascherine ci rende consapevoli di non essere sani, anche se non siamo malati. Non dobbiamo festeggiare dimenticando quello che il mondo sta vivendo oggi, ma la Mostra di Venezia ci ha regalato la possibilità e il privilegio di ricominciare a sognare». n


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