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L’istituzione dell’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale durante la Grande guerra 2a Parte

Marco Gemignani

Laureato con la lode presso l’Università di Pisa con una tesi in «Storia e tecnica militare» (1994), ha quindi conseguito con successo il Dottorato di ricerca in «Storia militare» presso l’Università di Padova e infine il post-dottorato di ricerca in «Scienze storiche e filosofiche» presso l’Università di Pisa. Dopo essere stato «cultore della materia» (dal 1994 al 1998) presso la cattedra di «Storia e tecnica militare» nell’Università di Pisa, è stato nominato docente di «Storia Navale» presso l’Accademia navale di Livorno (dal 1996 a oggi). È consigliere dello Stato Maggiore della M.M. per la pubblicistica navale; è consulente del Museo storico-navale di Venezia e del Museo tecnico-navale della Spezia; è membro del Comitato scientifico del Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della M.M., nonché membro ordinario del Comitato consultivo dello stesso Ufficio Storico; membro del Comitato scientifico della Rivista Marittima. Autore di circa centocinquanta pubblicazioni in Italia e all’estero, fra le quali otto opere monografiche di storia navale, nonché di alcune voci edite nel The Oxford Encyclopedia of Maritime History; collabora come autore con il Dizionario biografico degli Italiani (Treccani); come relatore, ha presentato proprie relazioni in oltre un centinaio di convegni.

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I mezzi a disposizione dell’Ispettorato

Per poter assolvere i propri gravosi compiti, all’Ispettorato furono assegnati mezzi navali, aerei, terrestri, informativi e ostruzioni.

Per quello che riguarda i mezzi navali, la Regia Marina fu quella fra le grandi potenze dell’Intesa che avevano la necessità di mantenere un intenso traffico mercantile che si trovò più in difficoltà. Infatti, per evitare di distogliere dal loro normale impiego specialmente torpediniere e caccia, che erano i tipi di unità in servizio all’inizio della Prima guerra mondiale maggiormente idonei per proteggere i mercantili, la Gran Bretagna e la Francia poterono avvalersi di centinaia dei loro pescherecci di buone qualità nautiche e dotati di macchine a vapore (trawlers e chalutiers) che, rapidamente dotati di armamento, poterono assolvere piuttosto bene la funzione di scortare i piroscafi, sia che navigassero isolatamente che in convoglio ed effettuare pattugliamenti.

Al contrario la flotta peschereccia italiana si basava ancora su navi a vela e a remi, assolutamente inadatte a proteggere i piroscafi, cosicché la Regia Marina non poté contare su di essa e pertanto fu costretta ad acquistare all’estero navi da pesca con caratteristiche analoghe a quelle impiegate dalla Royal Navy e dalla Marine Nationale. Purtroppo anche tale soluzione non fu molto

agevole in quanto il mercato mondiale non offriva una quantità sufficiente di questo tipo di unità. Nonostante ciò l’Italia comprò nel corso del 1916 quarantasette piropescherecci giapponesi che, entrati in servizio nella Regia Marina a partire dal gennaio del 1917, furono ribattezzati con una sigla alfanumerica contraddistinta dalla lettera iniziale G. e vennero leggermente modificati nei cantieri italiani e dotati di armamento, di solito un paio di cannoni da 57 millimetri oppure un pezzo da 76 millimetri e due mitragliatrici; inoltre furono acquistati un paio di rimorchiatori olandesi, anch’essi ridenominati con sigla alfanumerica iniziante con la N., che rimasero disarmati (1).

Per incrementare il numero di questo tipo di naviglio la Regia Marina ordinò ad alcuni cantieri italiani di produrre unità che avevano caratteristiche abbastanza analoghe ai piropescherecci nipponici e armate con un cannone da 76 millimetri e due mitragliatrici, che furono chiamate rimorchiatori-dragamine e anch’esse individuate da una sigla alfanumerica che cominciava con le lettere R.D. e fece armare alcuni piroscafi, che svolsero la funzione di incrociatori ausiliari.

A fianco di tali unità, la Regia Marina destinò alcune navi da guerra di scarso valore bellico, come gli incrociatori torpediniere declassati a esploratori Agordat e Coatit, caccia e torpediniere di tipo antiquato, ma anche i moderni mas prodotti in Italia e quelli di più cospicue dimensioni tipo Elco realizzati negli Stati Uniti, nonché alcuni veloci motoscafi del Corpo Nazionale Volontari Motonauti (2). Se la prassi di impiegare unità di superficie per proteggere i mercantili era vecchia di secoli, quella di utilizzare aeromobili era nata con la Prima guerra mondiale e i vertici della Regia Marina avevano compreso che l’utilizzo sia di velivoli che di dirigibili potevano concorrere validamente alla difesa del traffico.

Tuttavia l’impiego degli aeromobili in tale tipo di attività, proprio perché mai prima attuato, fu all’inizio piuttosto incerto e lento e gli aerei e i dirigibili costruiti dalle ditte italiane oppure acquistati dalle industrie straniere erano destinati prioritariamente a soddisfare le esigenze del fronte terrestre e per le operazioni in Adriatico. Comunque, essendo previsto dal citato Decreto luogotenenziale che aveva istituito l’Ispettorato per la Difesa del Traffico Nazionale che esso disponesse anche di mezzi aerei, il nuovo ente cominciò dal momento della sua costituzione ad averli e anche a creare le basi per farli operare.

Così, alla fine del 1917, l’Ispettorato poteva contare su sessantacinque idrovolanti e due dirigibili che operavano rispettivamente da diciassette idroscali e da un paio di aeroporti. In particolare nel Mar Ligure e nel Tirreno settentrionale vi erano le stazioni idrovolanti di San Remo (quattro velivoli), di Porto Maurizio (cinque aerei), di Varazze (quattro idrovolanti), di Spezia e di Livorno (ognuna con cinque velivoli), di Piombino (quattro aerei) e l’aeroporto di Pontedera con un dirigibile; lungo le coste del Tirreno centrale si trovavano gli idroscali di Campiglia (un paio di velivoli), di Civitavecchia (quattro idrovolanti), di Ponza (tre aerei), di Napoli (due velivoli), di Sapri (quattro idrovolanti) e l’aeroporto di Ciampino con un dirigibile; nel Tirreno meridionale e nelle acque della Sicilia vi erano le stazioni idrovolanti di Milazzo (cinque aerei), di Taormina-Giardini Naxos (tre velivoli), di Catania (quattro aeromobili), di Siracusa (tre idrovolanti), di Palermo e di Trapani (che ospitavano ognuna quattro velivoli); infine in Sardegna

R.N. AGORDAT (U.S.M.M.).

era stato realizzato l’idroscalo a Terranova Pausania con quattro aerei.

Poiché l’attività svolta dagli aeromobili per la protezione del traffico e per l’individuazione delle mine dava complessivamente buoni risultati, nel corso del 1918 a tali compiti fu destinato un numero sempre crescente sia di idrovolanti sia di dirigibili e, per ospitarli, fu necessario realizzare nuovi idroscali e aeroporti. L’incremento degli aeromobili comportò nel marzo del 1918 di riordinare l’organigramma, cosicché le sezioni di idrovolanti divennero squadriglie, che a loro volta furono riunite in tre gruppi e pure in tre gruppi furono suddivisi i dirigibili. Tali gruppi dipendevano dai Comandi in Capo dei Dipartimenti marittimi di Spezia e di Napoli e dal Comando dei Servizi della Regia Marina in Sicilia, mentre la squadriglia autonoma idrovolanti che operava in Sardegna era ai diretti ordini del Comando Militare Marittimo della Maddalena.

Ai comandi dei gruppi fu devoluta la sorveglianza tecnica e disciplinare tanto delle squadriglie quanto degli idroscali che degli aeroporti, mentre l’impiego degli aeromobili venne affidato ai singoli Comandi Difesa Traffico.

Come prima ricordato, il progressivo aumento degli aeromobili fece sì che al 1° novembre 1918 dall’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale dipendevano centocinquantatre aerei e sette dirigibili che operavano rispettivamente da ventidue idroscali e cinque aeroporti con centosettantaquattro piloti e ottantasette osservatori (3).

Alla data dell’armistizio il loro schieramento era il seguente: nel Mar Ligure e nel Tirreno settentrionale vi erano gli idroscali di San Remo (con undici velivoli), di Porto Maurizio (con cinque aerei), di Rapallo (con tredici idrovolanti, ai quali dal mese di luglio 1918 si aggiunsero quattro idrocaccia britannici Sopwith Baby), di Spezia (con undici velivoli), l’aeroporto di Pontedera (con tre dirigibili) e per breve tempo l’aeroscalo di Piombino, operativo dal maggio all’ottobre di quell’anno; nel Tirreno centrale erano situate le stazioni idrovolanti di Orbetello (con dieci aerei), di Civitavecchia (con quattro velivoli), di Ponza (con cinque aeromobili), di Napoli (con undici idrovolanti), di Sapri (con sette velivoli) e gli aeroporti di Corneto Tarquinia, di Ciampino e di Bagnoli (ognuno con un dirigibile); nel Tirreno meridionale e in Sicilia gli idroscali di Milazzo (con cinque aeromobili), di Taormina-Giardini Naxos (con dodici velivoli), di Siracusa (con sei idrovolanti), di Trapani (con quattro aerei) e di Palermo dove, oltre all’idroscalo con dodici apparecchi, era stato realizzato anche un aeroporto da dove operava un dirigibile, mentre in Sardegna la stazione idrovolanti di Terranova Pausania aveva aumentato a sette i velivoli ospitati.

Oltre agli aerei e ai dirigibili, l’Ispettorato impiegò anche un pallone frenato (denominato pallone drago) da 714 metri cubi, che inviò nel gennaio del 1918 a Siracusa imbarcato su un pontone semovente munito di verricello mettendolo a disposizione del locale Ufficio Difesa Traffico. Il pallone fu impiegato per l’esplorazione e l’individuazione di eventuali mine specialmente nelle acque fra Catania e Capo Passero. Nel maggio successivo esso fu spostato a Messina e utilizzato per la sorveglianza nell’omonimo Stretto dei ferryboats che collegavano la Sicilia con la Calabria. Poiché il suo impiego si dimostrò assai utile, fu disposto di approntare un secondo pallone, che non entrò mai in servizio per il sopraggiungere della fine della guerra.

Per ciò che concerne i mezzi terrestri posti alle dipendenze dell’Ispettorato essi consistevano in pezzi di artiglieria, spesso di tipo antiquato, distribuiti lungo la costa.

Il loro compito era quello di difendere degli scali, con la denominazione di batterie porti di rifugio, oppure di proteggere dei tratti di costa lungo i quali sorgevano obiettivi importanti per lo sforzo bellico che potevano essere attaccati dal mare o interessati dal traffico mercantile, dove non vi era la possibilità per le navi di ormeggiarsi, nel qual caso erano chiamate batterie punti di rifugio. Infatti i piroscafi e i velieri, se ritenevano che un sommergibile stesse per attaccarli, si dirigevano nelle acque antistanti queste batterie punti di rifugio dove si mettevano sotto la protezione dei cannoni sistemati lungo la costa, i quali almeno avrebbero impedito al battello subacqueo di operare in superficie contro i mercantili, la tattica usuale che essi normalmente applicavano se il bersaglio era disarmato per risparmiare i costosi e scarsi siluri.

Anche l’aliquota di cannoni destinata a queste batterie, come già gli aeromobili assegnati all’Ispettorato, era quella che rimaneva dopo aver soddisfatto le necessità del fronte terrestre e della protezione delle coste adriatiche ed è per questo motivo che essa fu sempre inferiore ai reali bisogni sia a livello quantitativo che qualitativo.

L’Ispettorato il 1° gennaio 1918 poteva contare complessivamente su duecentosessantaquattro batterie con cinquecentocinquantasette cannoni serviti da cinquemilasettecentocinquanta uomini, quasi tutti appartenenti al Regio Esercito. Le batterie furono posizionate in maniera tale da garantire la quasi totale protezione del litorale della Riviera di Ponente in Liguria, interessato dal vitale traffico fra Gibilterra e Genova, la difesa delle zone più importanti fra il capoluogo ligure e Salerno, una sufficiente protezione delle coste occidentali, settentrionali e orientali della Sicilia, una saltuaria difesa di alcuni tratti del litorale meridionale di tale isola, di quello del Basso Tirreno a sud di Salerno e dello Jonio, della Sardegna e di alcune isole minori, ovvero della Capraia, dell’Elba, del Giglio, delle Formiche di Grosseto, di Giannutri, di Ischia, di Capri, di Favignana, di Marettimo e di Lampedusa.

Nel corso del 1918 vi fu un progressivo aumento del numero e della qualità delle bocche da fuoco disponibili, come per esempio la sostituzione di cinquanta vecchi cannoni da 87 millimetri in bronzo con altrettanti da 76 millimetri in acciaio forniti dalla Gran Bretagna, la cui gittata era di 8.000 metri, e l’installazione a Napoli, dopo l’incursione aerea avversaria la notte fra il 10 e l’11 marzo, di altri ventidue pezzi da 76 millimetri a doppio scopo, ovvero che potevano servire sia per il tiro contro aeromobili che contro bersagli navali (4).

Pertanto al 3 novembre 1918 risultavano in servizio trecentotrentaquattro batterie con settecentodue cannoni e il personale addetto era salito a seimilacinquecentottantadue uomini, dei quali ottocentoquarantatre appartenenti alla Regia Marina.

L’Ispettorato, oltre all’impiego dei vecchi mezzi per proteggere il traffico mercantile, era anche disposto ad avvalersi di apparecchi e servizi moderni, come gli idrofoni e la radiogoniometria. Riguardo i primi, che consentivano l’ascolto subacqueo dei rumori emessi da un sommergibile in moto (come quello prodotto dalle eliche, dalle pompe e dai propulsori elettrici), l’Ispettorato alla fine del 1917 aveva avuto modo di consultare delle relazioni stilate dall’Ammiragliato britannico sugli idrofoni per stazioni fisse, ovvero gli idrofoni da fondo, che li aveva sperimentati ottenendo soddisfacenti risultati e li aveva adottati (5). Così pure la Regia Marina ne acquistò alcuni esemplari e, avendoli anch’essa testati avendo riscontri positivi, dispose che ne venissero realizzati degli altri in Italia e all’inizio del 1918 cominciò gli studi per individuare le località dove sarebbe stato conveniente che fossero installati contando sulla collaborazione delle autorità della Royal Navy che concorrevano alla vigilanza dello sbarramento del Canale d’Otranto, che distaccarono per tale scopo una loro unità, la Levante, che fu in seguito rimpiazzata da una nave italiana, la Città di Massa.

I lavori proseguirono alacremente, nonostante la novità dell’apparecchio e gli inconvenienti che talvolta si palesarono, tanto che fu necessaria una continua manutenzione. Comunque, nonostante tali problemi, nei mesi successivi fuori dell’Adriatico vennero realizzate dodici stazioni idrofoniche, delle quali una a Crotone, due a Taranto, tre a Spezia, altrettante nello Stretto di Messina e a Gallipoli, città nella quale nel giugno del 1918 fu istituita la Scuola Idrofoni per addestrare il personale al loro impiego.

In più furono adottati degli idrofoni di piccole di-

Batteria costiera (U.S.M.M.).

mensioni, i cosiddetti «tubi C» installati su alcune unità preposte alle scorte e alla caccia antisom, ma il loro utilizzo al momento della fine del conflitto era ancora a livello sperimentale.

Per ciò che concerne il servizio radiogoniometrico, già impiegato con efficacia dai britannici e dai francesi, anche l’Ispettorato ne creò uno e all’inizio del 1918 nel Mar Ligure, nel Tirreno e nello Jonio erano in funzione le stazioni di Andora, Avenza, Livorno, Miseno, Gioia Tauro, Cinisi, La Maddalena, Ginosa, Crotone e Capo Spartivento Calabro. Le prime tre facevano capo al Centro d’Informazioni di Spezia, le successive quattro a quello di Napoli e le ultime tre a quello di Taranto. L’organizzazione iniziale prevedeva che le stazioni fornissero i rilevamenti radiogoniometrici direttamente e nel modo più veloce al rispettivo Centro d’Informazioni e contemporaneamente all’Ufficio Centrale di Otranto.

Tuttavia, sempre al fine di ridurre i tempi di trasmissione delle coordinate da dove un sommergibile avversario aveva comunicato per farle avere ai comandi interessati e al naviglio che in quel momento si trovava in mare, così da evitare la zona nella quale il battello subacqueo operava, nel maggio del 1918 si ebbero delle modifiche nell’organizzazione del servizio, con le stazioni di Andora, Avenza, Livorno, Miseno, Cinisi, Gioia Tauro e La Maddalena che dipendevano da un Centro istituito a Napoli e quelle di Capo Spartivento Calabro, di Crotone, di Ginosa insieme alle stazioni operanti nel Basso Adriatico che facevano capo al Centro di Otranto.

Con tale ristrutturazione allorché un segnale veniva radiogoniometrato, il punto in pochi minuti era comunicato a Roma all’ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina e contemporaneamente il Centro di Napoli o di Otranto avvertiva le autorità costiere prossime alla posizione del sommergibile che a loro volta avvertivano le unità in navigazione.

Per migliorare il servizio furono presi precisi accordi con le autorità francesi e britanniche, cosicché ci si potesse avvalere rapidamente anche dei segnali captati dalle loro stazioni radiogoniometriche.

Per ciò che concerne il rendimento del servizio fu notato che esso dava migliori risultati nello Jonio e nell’Adriatico perché in quei mari i sommergibili avversari usavano molto più spesso la radiotelegrafia, probabilmente anche per segnalare i propri movimenti ed evitare di essere attaccati per errore dalle navi della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine asburgica, mentre nel Mar Ligure e nel Tirreno i battelli comunicavano raramente, specie dopo essersi resi conto dell’impiego delle stazioni radiogoniometriche. Queste ultime si accorsero che gli u-boote che operavano

nel Mediterraneo occidentale aumentavano il loro traffico radiotelegrafico quando si avvicinavano alle coste della Spagna, evidentemente per mettersi in contatto con loro agenti per avere informazioni sui movimenti navali dell’Intesa e per organizzare il rifornimento dei sommergibili.

Infine l’ultimo mezzo gestito dall’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale era rappresentato dalle ostruzioni retali che dovevano essere impiegate per la protezione dei porti mercantili e di eventuali piroscafi danneggiati che, per evitare di affondare, si erano arenati lungo la costa.

Nel corso del 1917 l’Ispettorato promosse una serie di studi per la sistemazione ex novo di queste ostruzioni oppure per il miglioramento di quelle già posizionate nei principali porti dove sostavano i piroscafi impegnati nel trasporto dei rifornimenti essenziali per lo sforzo bellico ma anche per quelli che rivestivano un valore strategico o che per la loro posizione potevano essere più facilmente esposti a un attacco avversario.

Nel 1918 furono così protetti da ostruzioni gli scali di Porto Maurizio, di Savona, di Genova, di Spezia, di Livorno, di Civitavecchia, di Gaeta, di Torre Annunziata, della Maddalena, di Cagliari, di Messina, di Palermo, di Catania, di Augusta, di Siracusa, di Crotone, di Taranto, di Gallipoli, di Brindisi, di Bari, di Barletta, di Ancona, di Porto Corsini, di Venezia, di Tripoli, di Tobruk e inoltre furono collocate ostruzioni anche in Albania a Valona, a Santi Quaranta e a Porto Palermo per garantire l’approvvigionamento dei reparti del Regio Esercito che operavano fuori del territorio nazionale (6).

Verso un crescente impegno per dotare i piroscafi italiani di armamento, di impianti radiotelegrafici, di apparecchi fumogeni e di paramine

Come è già stato riportato, anche l’Ispettorato decise di proseguire gli sforzi per mettere i singoli piroscafi in grado di difendersi dagli attacchi dei sommergibili e di trasmettere e ricevere informazioni che potessero concorrere alla loro protezione.

Così al 1° gennaio 1918 su quattrocentoquattordici piroscafi italiani in servizio risultava che trecentocinquantaquattro erano muniti di artiglieria, per complessivi quattrocentottantotto cannoni dei quali due da 37 millimetri, altrettanti da 47 millimetri, centotrentaquattro da 57 millimetri, trecentoventiquattro da 76 millimetri (in assoluto il calibro più diffuso), dodici da 102 millimetri e quattro da 120 millimetri.

Nel corso di quell’anno proseguì l’opera di munire i piroscafi di maggior tonnellaggio di cannoni di calibro superiore al 57 e al 76 millimetri, impiegando quelli da 102 e da 120 millimetri e così al 1° novembre 1918 su quattrocentosette piroscafi nazionali ancora operanti, trecentoventisette erano armati e di essi ottantadue avevano un cannone anche a prora (7). Per ciò che concerneva il numero delle bocche da fuoco installate, esso raggiunse la cifra di cinquecentotrentacinque, delle quali soltanto una da 37 millimetri, novantotto da 57 millimetri, trecentocinquantasette da 76 millimetri, venti da 102 millimetri e ben cinquantanove da 120 millimetri.

Per quello che riguardava la radiotelegrafia, all’inizio del 1918, nonostante le disposizioni di legge che rendevano obbligatoria l’installazione sui mercantili di grosso tonnellaggio degli appositi apparati, a causa

L'incrociatore corazzato CARLO ALBERTO (U.S.M.M.).

della carenza di questi ultimi solamente duecentoquarantuno piroscafi li montavano (quando per le norme prima citate avrebbero dovuto esserne dotati duecentonovantatre), e alla fine del conflitto li avevano installati duecentocinquantasette mercantili (invece dei duecentonovantasette previsti).

Comunque, oltre a incrementare il numero degli apparecchi montati sui vapori, si tentò pure di aumentare la possibilità che la nave potesse continuare a trasmettere anche dopo essere stata attaccata. L’esperienza aveva insegnato che talvolta quando un piroscafo veniva colpito da un siluro oppure da una mina la concussione dell’esplosione dell’arma causava la rottura degli alberi rendendo impossibile per il mercantile trasmettere la richiesta di aiuto perché era caduto anche il cosiddetto «aereo», cioè il filo dell’antenna. Pertanto, per rimediare a tale inconveniente, fu stabilito che tutti i piroscafi muniti di impianto radiotelegrafico avessero un «aereo» di rispetto sistemato sopra le sovrastrutture. Inoltre era stato notato che se il siluro o la mina detonavano nei pressi della stazione radiotelegrafica, l’operatore spesso rimaneva ferito o ucciso e quindi non era più in grado di inviare il messaggio. Così si decise di dotare le stazioni radiotelegrafiche di un apparecchio automatico di soccorso che potesse trasmettere il segnale di allarme e il nominativo del piroscafo senza impiegare il tasto morse. Questo apparato fu studiato e realizzato dall’officina radiotelegrafica di San Vito a Spezia e cominciò a essere installato sui piroscafi a partire dal giugno del 1918 ed entro il 1° novembre successivo ventinove unità mercantili italiane ne erano dotate.

Oltre alla sistemazione delle artiglierie e degli impianti radiotelegrafici, l’Ispettorato giudicò opportuno dotare i piroscafi di due sistemi di difesa che si potrebbero definire «passivi», ovvero gli apparecchi fumogeni e i paramine.

I primi di essi, già impiegati da alcune Marine dell’Intesa, permettevano l’emissione di una densa nuvola di fumo che avrebbe permesso al mercantile di nascondersi in caso di attacco da parte dei sommergibili avversari. Anche in Italia iniziarono gli studi per realizzare un apparecchio fumogeno, ma la sperimentazione andò per le lunghe e così l’Ispettorato, che aveva disposto la loro adozione nel luglio del 1917, ordinò che sui piroscafi fossero montati quelli francesi del tipo Berger. Tuttavia, a causa di una serie di ritardi, la loro installazione a bordo dei mercantili italiani cominciò solamente nel marzo del 1918 e fu data la precedenza ai transatlantici, poi agli altri tipi di piroscafo e infine alle unità di scorta. Dal giugno seguente furono disponibili anche gli apparecchi fumogeni tipo Regia Marina ma la loro produzione fu scarsa e venne interrotta al termine delle ostilità.

Per quello che riguarda i paramine, soprannominati «lontre», l’Ispettorato, al momento della sua istituzione, fu informato che in Gran Bretagna si stavano portando avanti esperimenti per testare la loro validità nel proteggere le navi in moto dalle torpedini ad ancoramento. Fu pertanto inviata nel Regno Unito una commissione che, ritenendo efficace questa attrezzatura, perorò la sua adozione anche per i mercantili italiani, cosicché ne vennero ordinati centocinquanta esemplari alla ditta che li produceva, la Vickers Limited di Londra.

Fu redatta una lista dei piroscafi che avrebbero avuto la precedenza nell’installazione dei paramine, ovviamente quelli che si riteneva più importanti per il traffico nazionale, ma poiché alcuni di essi furono affondati per siluramento prima che potesse essere montato l’apparecchio, quelli a loro destinati vennero

installati su altri piroscafi. Tuttavia, come anche per gli impianti fumogeni, pure la sistemazione dei paramine andò a rilento, sia per ritardi nella consegna degli esemplari da parte della Vickers, sia per i lavori ai quali dovevano essere sottoposti i mercantili per la loro installazione, che normalmente prevedeva l’immissione in bacino e quindi il non potersi avvalere per un certo periodo di tempo di tali navi, quasi sempre quelle di maggior tonnellaggio.

Il montaggio dei paramine proseguì anche dopo la cessazione delle ostilità a causa dei numerosi banchi di torpedini che ancora insidiavano le zone di maggior traffico e alla fine del dicembre del 1918 risultò che essi erano stati installati su sessantatre piroscafi italiani.

Le pubblicazioni curate dall’Ispettorato

Come previsto fino dalla creazione dell’Ispettorato, la sua segreteria e il suo secondo reparto avevano il compito di provvedere a diffondere tramite pubblicazioni le notizie relative ai movimenti dei mercantili, alla loro protezione, ecc. Pertanto l’ente già dalla primavera del 1917 editò il «Bollettino d’informazione sui sommergibili» e nel marzo 1918 il «Bollettino delle comunicazioni», nel quale erano trascritte tutte le disposizioni di carattere generale divulgate di urgenza con telegrammi circolari, quelle che rivestivano carattere meno immediato e gli avvisi di navigazione. In più, quando lo si riteneva necessario, venivano stampate delle circolari relative a specifiche disposizioni che avevano bisogno di essere diffuse in maniera capillare.

A fianco di queste pubblicazioni già nel 1917 l’Ispettorato decise di redigere un manuale per la condotta dei piroscafi, rendendosi conto che le sistemazioni di bordo e l’organizzazione interna di quelli italiani, salvo poche eccezioni, erano piuttosto deficienti nel caso il bastimento fosse in pericolo di affondare, sia a causa di eventi naturali, sia nel caso che fosse stato attaccato da un sommergibile.

Tale situazione dipendeva principalmente dal fatto che in tempo di pace gli armatori si erano quasi tutti attenuti alla più rigida economia delle spese di esercizio, così da aumentare i loro guadagni, e in ciò si erano avvalsi delle manchevoli disposizioni relative a ciò del Codice per la Marina mercantile allora in vigore e per lo scarso controllo esercitato dalle autorità portuali.

Già nel 1916 l’Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina e poi dopo la sua costituzione l’Ispettorato, cercarono di rimediare a tale situazione interessando il ministero dei Trasporti marittimi e ferroviari, sia agendo direttamente e nel 1917 l’Ispettorato pubblicò la prima edizione del volume Norme per la condotta delle navi mercantili in tempo di guerra, che rappresentò un vero e proprio breviario per i comandanti dei piroscafi, spiegando loro pure come dovevano comportarsi nel caso fossero stati intercettati da un battello subacqueo avversario e come adeguare le sistemazioni di bordo e l’organizzazione interna del mercantile per far fronte alla nuova minaccia.

Durante il 1918, a fianco di queste pubblicazioni, furono dati alle stampe gli «Avvisi ai Capitani», che servivano a far conoscere ai diretti interessati informazioni, consigli e norme che li riguardavano in maniera specifica.

Nel settembre del 1918 ai vari comandi dipendenti dall’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale fu delegato l’incarico di provvedere al controllo delle sistemazioni di bordo e dell’organizzazione interna dei piroscafi italiani, attività che fino a quel momento la legislazione relativa alla Marina mercantile aveva affidato alle autorità portuali. Le ispezioni, eseguite periodicamente, servivano ad accertare che tutto quanto era prescritto per il personale imbarcato e per il materiale fosse stato attuato e che i bastimenti potessero navigare in sicurezza sia isolatamente che in convoglio.

Sempre nel medesimo mese l’Ispettorato promosse la stampa della nuova edizione, più dettagliata rispetto alla prima, delle Norme per la condotta delle navi mercantili in tempo di guerra (la cui sigla era I.D.T.N. 1) che fu consegnata a tutti i comandanti dei piroscafi italiani. A essa erano allegate quattro appendici: la prima era intitolata Istruzioni per la navigazione in convoglio (già distribuita a partire dal febbraio del 1918 con la prima edizione, che si ispirava alla pubblicazione britannica C.B. 585), la seconda Istruzione per l’uso della R.T. sulle navi mercantili ed era un adattamento delle contemporanee norme francesi e britanniche (nel novembre successivo era pronta una seconda edizione che si basava sulle nuove disposizioni usate dagli inglesi, ma non fu distribuita a causa

della cessazione delle ostilità), la terza Elenco dei segnalamenti luminosi in funzione lungo le coste nazionali (già pubblicata come opera monografica nel gennaio del 1918 e in seguito aggiornata) e la quarta Norme per l’esecuzione del tiro a bordo delle navi mercantili poiché, come riportato in precedenza, ormai buona parte di esse era dotata di armamento artiglieresco.

L’Ispettorato diede alle stampe anche un opuscolo dal titolo Norme per il servizio della Difesa del Traffico (al quale fu assegnato la sigla I.D.T.N. 2) che conteneva la sintesi delle disposizioni impartite dalle autorità impegnate nella protezione dei mercantili.

Esso si divideva in quattro parti e le prime due, che trattavano del nuovo ordinamento, erano state edite nell’ottobre del 1917, la terza, che riguardava le rotte, fu pubblicata solamente nel luglio del 1918 quando vi fu un assestamento delle varie linee di traffico alleate dopo che l’intensificata offensiva subacquea avversaria all’inizio dell’anno aveva obbligato le potenze dell’Intesa a cambiare sovente il loro percorso e organizzazione, mentre la quarta parte era inerente agli approdi nei porti protetti del Mediterraneo.

Grazie ai frequenti contatti con l’Ammiragliato britannico, l’Ispettorato nel corso del 1918 curò la traduzione di tre importanti saggi editi dalla Royal Navy che costituirono la raccolta Studi circa la protezione del Traffico. Quest’ultima si componeva di tre fascicoli: il primo era intitolato Note sulla tattica usata dai sommergibili nei loro attacchi contro i convogli (la pubblicazione originale britannica aveva la sigla C.B. 620 ed era apparsa nel 1917), il secondo aveva il titolo Note circa la protezione dei convogli a mezzo di pattugliamento a distanza (il volumetto della Royal Navy riportava la sigla C.B. 680 ed era stato stampato nello stesso 1917), e il terzo era intitolato Impiego degli idrofoni per la caccia ai sommergibili (l’opuscolo britannico era contrassegnato dalla sigla C.B. 791 ed era stato edito nel 1918).

Nel settembre di quello stesso anno l’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale, sempre allo scopo di proteggere le navi mercantili dalla minaccia dei sommergibili avversari, dopo mesi di contatto in particolar modo con gli enti della Royal Navy preposti allo studio della mimetizzazione dei piroscafi, fu in grado di pubblicare un altro opuscolo intitolato Del camuffamento delle navi mercantili, del quale si giudica opportuno trascrivere alcune parti, poiché esso fu il risultato di una lunga serie di studi e di esperimenti (8).

Nella premessa iniziale del volumetto era riportato che «lo scopo a cui mirarono a tutta prima gli sforzi di tutte le Marine alleate fu quello di ottenere la invisibilità delle navi, in determinate condizioni, o, per lo meno, quello di ridurne la visibilità, ed evidentemente, se questo problema avesse avuto una soluzione, il sistema del camuffamento non avrebbe avuto ragione di essere.

Si sono fatti studi e prove numerose, cercando di trarre vantaggio dalle teorie mimetiche e dalle diverse leggi ottiche (teoria di Tagher, ecc.) ma tutte queste ricerche non hanno sortito un risultato pratico.

È risultata, al contrario, inesatta l’asserzione che un oggetto in mare, dipinto in un modo piuttosto che in un altro, possa essere sempre più o meno visibile. In questa questione nulla vi è d’assoluto, e un oggetto in mare, qualunque esso sia, se reso meno visibile sotto certe condizioni di luce, sarà, per lo stesso motivo, reso maggiormente visibile col variare delle condizioni di luminosità. E le condizioni di luminosità in mare variano all’infinito e, contrariamente a quanto avviene in terra ferma, l’oggetto di cui si vuole diminuire la visibilità non si trova mai nelle stesse condizioni di luce in cui giacciono i piani di sfondo lontani sui quali si profila.

Del resto, qualunque fosse il risultato ottenuto circa la visibilità, una nave potrà essere sempre scoperta dal nemico a causa del fumo o dell’alberatura, e si deve inoltre tener presente che a un sommergibile nemico non interessa tanto di scoprire una nave, quanto di potere con facilità osservarla, per trarne gli elementi necessari a eseguire con successo il lancio.

Si è giunti perciò alla conclusione che la invisibilità o anche la diminuzione della visibilità delle navi in mare non sono praticamente realizzabili, e si è dovuto quindi rinunciare all’idea di ricorrere a speciali colorazioni per ottenere tale risultato».

L’opuscolo continuava precisando che pertanto «il solo scopo che si domanda alla speciale colorazione delle navi, quindi, rimane quello di rendere più difficile ai sottomarini nemici di stabilire gli elementi necessari per calcolare la manovra d’attacco. Ciò appunto si ottiene coll’adottare un sistema di pitturazione che abbia

per effetto d’ingannare il sommergibile sulle vere dimensioni, sulla velocità e sulla rotta seguita dalla nave.

Questo effetto non può essere realizzato che a mezzo di estremi contrasti di forme e di colori che rendano il tutto asimmetrico e che alterino l’aspetto della sagoma tipica. Si tratta, in altre parole, di attirare maggiormente l’attenzione sopra certi punti per poterne mascherare altri che si ritiene utili rimangano nascosti, creare, cioè, dei falsi punti».

Di seguito veniva illustrata la finalità del camuffamento, ovvero che quest’ultimo «può, in qualche occasione, solamente imbarazzare il nemico, fargli ritardare o mancare un attacco, o, senza trarlo completamente in inganno, sconcertarlo, obbligandolo a una più lunga osservazione al periscopio in modo che possano aumentare per noi le probabilità di scoprirlo, e quindi di combatterlo o di evitarlo, questo soltanto basterà a giustificare l’impiego del metodo» e che ad avvalorare la validità del camuffamento «si sa in modo certo che i tedeschi si preoccupano di ciò e ammaestrano i propri ufficiali destinati ai sommergibili, sui sistemi adottati dagli alleati circa il camuffamento delle navi mercantili, perché imparino a conoscere il modo di neutralizzarne gli effetti».

Attenendosi agli studi e alle esperienze nella pubblicazione era specificato che «per indurre in errore il nemico circa la direzione della rotta seguita, sarà importante dare una disposizione tale agli elementi del camuffamento che tendano a ingannarlo circa il senso nel quale corrono le linee orizzontali della nave, e sarà utile di abolire tutte le rette verticali, tutte le linee parallele fra di loro e in generale tutte le linee regolari e previste.

Per creare l’illusione ottica di linee spezzate e di forme diverse da quelle vere, si farà uso di toni chiari e scuri, tenendo presente la necessità di evitare gli eccessi di tinte bianche che rendono la nave troppo visibile durante la notte, quando l’atmosfera è poco luminosa».

In più era essenziale, oltre alla particolare pitturazione dell’unità, modificare diverse sue parti perché «troppo sovente gli alberi permettono delle precise indicazioni sulla rotta seguita. Da ciò ne deriva il grande interesse di abolirli o almeno di conservarne uno solo che sia il più possibile vicino al fumaiolo, e disposto sopra un asse longitudinale diverso da quello del fumaiolo stesso. Se non è possibile sopprimere gli alberi, sarà opportuno disporli sopra degli assi longitudinali diversi uno dall’altro e di ricalare l’albero di trinchetto.

I pennoni dovrebbero essere soppressi. Altrimenti sarà opportuno bracciarli lungo un piano parallelo a quello dell’asse della nave, e dar loro una leggera inclinazione rispetto al piano orizzontale».

Infine nel volumetto era indicato che se l’unità da camuffare aveva «più di un fumaiolo, sarà opportuno di prolungare, a mezzo di applicazioni posticce, i fumaioli posteriori, in modo tale che la loro linea che prima era orizzontale, sembri avere un’inclinazione che dalla prora salga verso poppa.

I fumaioli inclinati possono venire raddrizzati facilmente o anche inclinati in direzione opposta per mezzo di lamierino sottile adattato convenientemente sul piano longitudinale, all’involucro esterno degli stessi».

Considerazioni finali

Come è stato riportato, l’Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale fu istituito in un momento veramente critico per l’Intesa, cioè poche settimane dopo che le Potenze Centrali avevano scatenato la terza campagna sottomarina di lotta indiscriminata ai mercantili avversari, così da obbligare la coalizione antagonista a chiedere l’armistizio perché impossibilitata a proseguire lo sforzo bellico a causa della mancanza di rifornimenti (9).

L’Ispettorato dalla sua creazione, seguendo quello che avevano fatto fino ad allora i vari comandi della Regia Marina che si erano occupati della protezione del traffico, proseguì l’attività per coordinarsi in maniera sempre più efficace specialmente con la Royal Navy britannica e la Marine Nationale francese che operavano nel Mediterraneo e anche al di fuori di esso.

Il nuovo Ispettorato ereditò i mezzi e la struttura che la Regia Marina aveva destinato, già prima delle sua istituzione, alla tutela dei mercantili dalle insidie dei sommergibili avversari, le cui prestazioni operative, con il trascorrere del tempo, erano migliorate notevolmente, rendendoli sempre più temibili.

L’Ispettorato si trovò così a fronteggiare un avversario che diveniva in maniera progressiva maggiormente pericoloso e, nonostante i cospicui mezzi navali,

aerei, terrestri, per le telecomunicazioni e per l’individuazione dei battelli subacquei avversari assegnati, essi durante il periodo della sua esistenza furono sempre inferiori alle reali necessità.

Nonostante ciò l’Ispettorato utilizzò al meglio quanto aveva a disposizione e si impegnò costantemente per rendere i piroscafi, almeno quelli più importanti, una preda difficile per i sommergibili curando a bordo di essi l’installazione di uno o più cannoni che li avrebbero messi in grado di difendersi attivamente, di un impianto radiotelegrafico così da tenerli aggiornati sui movimenti delle unità subacquee delle Potenze Centrali in modo da evitare che il mercantile attraversasse le aree dove essi operavano e che, se a sua volta avvistava un sommergibile, potesse segnalarne tempestivamente la presenza. Inoltre, nel caso il piroscafo fosse stato attaccato o magari addirittura colpito, la presenza a bordo dell’apparato radiotelegrafico gli dava modo di chiedere di essere soccorso e quindi rimorchiato in un porto vicino, riparato e messo in condizione di riprendere servizio.

Inoltre, sempre proseguendo questa policy di incrementare la possibilità di sopravvivenza del singolo mercantile, fu iniziata l’installazione dei paramine, delle apparecchiature fumogene e vennero condotti seri studi sul camuffamento. A ciò, è opportuno rammentarlo, si accompagnò la notevole attività editoriale per la diffusione, specialmente fra i comandanti dei mercantili, delle pubblicazioni curate dallo stesso Ispettorato per istruirli al fine di far fronte al pericolo rappresentato dai sommergibili.

L’efficacia dell’attività svolta dall’Ispettorato è testimoniata dal fatto che avendo, con il passare del tempo, una sempre maggiore quantità di mezzi sui quali poteva contare unita al progressivo miglioramento della loro organizzazione e coordinamento, esso ottenne un’altrettanto graduale diminuzione delle perdite del naviglio mercantile italiano (per esempio dagli otto piroscafi e tredici velieri persi nel Mediterraneo nel gennaio del 1918, a un piroscafo e tre velieri affondati nell’ottobre dello stesso anno).

Quanto fatto dall’Ispettorato, unitamente al trend positivo per l’Intesa assunto dal conflitto a partire dalla fine della primavera del 1918, servì a garantire l’arrivo in Italia dei rifornimenti che permisero alla popolazione civile di non risentire in misura eccessiva dello stato di guerra e alle due Forze armate nazionali di operare efficacemente per ottenere la vittoria finale. Così il Regio Esercito poté battersi senza risentire della mancanza di rifornimenti prima sul Carso e, dopo la ritirata di Caporetto dell’ottobre del 1917, di resistere con successo sul Piave per poi scatenare l’offensiva finale di Vittorio Veneto, e la stessa Regia Marina fu in grado di contendere con successo il controllo dell’Adriatico alla flotta austro-ungarica. 8

NOTE

(1) Giorgio Giorgerini-Augusto Nani, Almanacco storico delle navi militari italiane, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1996, pp. 589-591, 602-607, 854-855. (2) AUSMM, Raccolta di base, busta 751, fascicolo 1: «Navi, siluranti, rimorchiatori, vedette, baleniere giapponesi destinati alla difesa del traffico nazionale». Il Corpo Nazionale Volontari Motonauti era stato costituito con Decreto Luogotenenziale n. 908 del 3 giugno 1915 arruolando coloro che, avendo l’idoneità fisica, si sarebbero offerti volontari per far parte di questo reparto mettendo a disposizione della Regia Marina il proprio motoscafo con il relativo equipaggio, ovvero marinai e motoristi, che sarebbero stati militarizzati e forniti di uniformi simili a quelle usate dalla Forza armata. Il natante avrebbe avuto installato un armamento costituito da cannoncini da 25 millimetri, mitragliatrici e bombe di profondità così da svolgere molteplici funzioni nelle acque costiere, vedi Erminio Bagnasco, I volontari motonauti della Grande Guerra, in Storia Militare, XXII (2014), 244, pp. 16-24. (3) In realtà, l’assegnazione completa degli aeromobili all’Ispettorato, prevedeva centonovantanove idrovolanti e ventitré dirigibili, vedi AUSMM, Raccolta di base, busta 751, fascicolo 4: «Distribuzione degli aerei assegnati alla difesa del traffico». (4) Il capoluogo campano era stato bombardato con 6.400 chilogrammi di bombe dal dirigibile LZ 59 della Marina tedesca decollato da Jambol in Bulgaria, senza che le difese terrestri avessero reagito efficacemente, suscitando grande scalpore anche fra i membri del Parlamento italiano, vedi Giovanni Neri-Alessandro Santarelli, Bombe tedesche su Napoli durante la Grande Guerra, in Storia Militare, V (1997), 44, pp. 45-49. (5) In Gran Bretagna gli studi sugli idrofoni era stati portati avanti dal professore William Henry Bragg dell’Università di Cambridge nel 1914 e nel 1915, per poi essere affiancato dal capitano di fregata Cyril Percy Ryan della Royal Navy, vedi Paul Kemp, Convoy Protection. The Defence of Seaborne Trade, London, Arms and Armour Press, 1993, p. 38; John Jenkin, William and Lawrence Bragg, Father and Son. The Most Extraordinary Collaboration in Science, Oxford, Oxford University Press, 2008, pp. 390-395. (6) Il traffico marittimo, vol. II, cit., pp. 153-160. (7) È opportuno rammentare che nel corso del 1918 erano affondati quaranta piroscafi di tonnellaggio superiore alle 1.000 tonnellate, perdite che erano state in parte compensate con la costruzione in Italia o l’acquisto all’estero di quattordici bastimenti a vapore. (8) Una copia del volumetto è conservata in AUSMM, Raccolta di base, busta 1225, fascicolo 3. La Royal Navy stimava che l’impiego del camuffamento avesse fatto diminuire le perdite fra i piroscafi di circa il 25 %. (9) Per rendersi conto dello stillicidio di perdite che afflissero le flotte mercantili delle Potenze dell’Intesa e dei paesi neutrali nei primi sei mesi del 1917 vedi ivi, busta 743, fascicolo 3: «Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina. Ispettorato per la Difesa del Traffico Marittimo Nazionale. Riassunto delle azioni dei sommergibili nemici nel 1° semestre 1917». Le autorità britanniche arrivarono addirittura a dichiarare che se il Regno Unito avesse continuato a subire le stesse perdite di naviglio mercantile come quelle patite nell’aprile del 1917 anche nei mesi successivi, sarebbe stato costretto ad arrendersi nel novembre. Comunque proprio nell’aprile del 1917, esattamente il 6, gli Stati Uniti d’America si schierarono formalmente a fianco dell’Intesa, mettendo a disposizione di questa alleanza il loro potenziale bellico ed economico bilanciando l’uscita dal conflitto della Russia, sconvolta dalla rivoluzione.

FOCUS DIPLOMATICO

Penisola coreana: «denuclearizzazione» e difesa anti-missilistica. Denuclearizzazione

In occasione della recente riunione dei ministri degli Esteri dell’East Asia Summit (EAS) del quadro del vertice dell’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) tenutosi in Cambogia il 5 agosto scorso i partecipanti, che includevano rappresentanti della Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Stati Uniti, hanno rilanciato il concetto di una «denuclearizzazione» della penisola coreana. Si tratta di un’idea non nuova di cui si parla sin dal 1991 allorché le due Coree stipularono un accordo che prevedeva la denuclearizzazione di ambedue i paesi. Erano tempi diversi da quello attuale: il possesso dell’arma nucleare da parte della Corea del Nord non era allora neppure concepibile e l’accordo avvenne in concomitanza con la decisione americana di ritirare le armi nucleari allora collocate in territorio sud coreano. Sull’effettivo significato del concetto di denuclearizzazione non si è giunti finora a un’interpretazione univoca. La sua ambiguità fu una delle cause del «fiasco» dell’incontro nel 2019 a Hanoi tra Trump e il leader della Corea del Nord Kim Jong, il che, nelle aspettative dell’ex Presidente americano, avrebbe dovuto sigillare una riconciliazione tra gli Stati Uniti e la DPRK. Come dimostrato dalla recente dichiarazione dell’ASEAN, il principio di una penisola coreana denuclearizzata non è stato mai archiviato anche se esso è divenuto di più improbabile realizzazione soprattutto a seguito dell’acquisizione dell’arma nucleare da parte della Corea del Nord.

Le prospettive di una denuclearizzazione sono divenute ancora più incerte a seguito della venuta al potere nella Corea del Sud lo scorso anno di nuovo presidente, il conservatore Yun Suk-yeol. Quest’ultimo mantiene nei confronti di Pyongyang un atteggiamento assai meno conciliante del suo predecessore, il moderato Moon Jae-in che aveva invece rilanciato l’offensiva del sorriso verso la Corea del Nord (sunshine policy) già avviata venti anni prima dai suoi predecessori Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun.

Difesa anti-missilistica

Nel quadro di questa evoluzione politica generale è ritornata alla ribalta di recente anche un’altra questione strettamente legata all’evoluzione nucleare nella penisola coreana e altrettanto delicata: quella dell’installazione nella Corea del Sud di missili di difesa anti-missilistica americani appartenenti alla categoria THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

La capacità di intercettare missili in arrivo, soprattutto se dotati di una testata nucleare, è sempre stata parte delle ambizioni strategiche degli stati nucleari. In linea di principio nessuno potrebbe obiettare allo sviluppo e allo spiegamento di siffatti sistemi visto che il loro scopo è di natura essenzialmente difensiva. Un tale sviluppo, tuttavia, scatena inevitabilmente una corsa agli armamenti e aumenta il rischio di una proliferazione sia nucleare che missilistica. L’avversario di un paese che dispiega tali dispositivi cercherà con ogni mezzo di sviluppare o un’arma difensiva analoga o di accrescere le proprie capacità offensive. Durante la Guerra Fredda, sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti

sottoscrissero nel 1972 il Trattato sui missili anti-balistici (ABM) che mirava proprio a evitare tale eventualità. Si trattò infatti di un’intesa che Mosca e Washington stipularono per impedire una spirale armamentistica attraverso la proibizione reciproca dello spiegamento di sistemi di difesa anti-missilistica. Ai due paesi fu solo consentito di detenere un centinaio di missili destinati a proteggere le rispettive capitali. Lo scopo era quello di mantenere la stabilità strategica attraverso una riduzione degli armamenti e l’istituzionalizzazione di una reciproca vulnerabilità. L’ABM venne riconosciuto da tutti come uno dei pilastri della pace e della sicurezza internazionali. Ciò nonostante, trenta anni dopo, gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione di George Bush Junior, si ritirarono dall’ABM e diedero l’avvio a un ambizioso programma di difesa anti-missilistica. Altri paesi iniziarono anch’essi a perseguire analoghe capacità ma senza riuscire a colmare il vantaggio tecnologico che avevano raggiunto gli Stati Uniti.

La corsa agli armamenti nucleari e missilistici cui si assiste in questi ultimi anni è in buona parte una conseguenza di tale sviluppo. I nuovi missili «ipersonici» che russi e cinesi stanno sviluppando oggi mirano infatti principalmente a neutralizzare il vantaggio tecnologico acquisito dagli Stati Uniti nella difesa anti-missili. Sull’effettiva capacità di intercettazione di un attacco missilistico massiccio permangono tuttavia alcuni dubbi. Gli americani stessi sostengono che le loro difese non sarebbero capaci di intercettare le migliaia di testate possedute dalla Russia. Diverso è il caso della Cina che risulta possederne circa 300.

La THAAD

La «THAAD» è una delle componenti dell’architettura di difesa anti-missilistica statunitense che è composta altresì da sistemi a più breve e a più lunga gittata. Come indica il suo acronimo, essa dovrebbe intercettare i missili balistici nella fase terminale della loro traiettoria. È un sistema terrestre e mobile schierato principalmente fuori dal territorio americano per proteggere gli alleati e le forze americane dislocate all’estero da attacchi missilistici provenienti da avversari «minori» (essi parlano di Iran e della Corea del Nord). Alcune unità risultano esser state fornite a Israele e agli Emirati, e sarebbero in corso trattative per possibili forniture all’Arabia Saudita. Sono state anche temporaneamente dispiegate anche in Romania in attesa della loro sostituzione da parte di sistemi a più lunga gittata.

Lo schieramento della THAAD nella Repubblica di Corea

Le potenzialità generali della difesa antimissilistica sono state studiate a fondo anche dalla Corea del Sud, uno dei paesi maggiormente esposti a possibili attacchi missilistici. Durante il mandato dei presidenti sudcoreani Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun, l’opzione THAAD venne valutata con scetticismo soprattutto perché era incompatibile con la politica di disgelo con la Corea del Nord allora perseguita. Sussistevano anche motivazioni di natura militare che in realtà permangono ancora oggi, per giustificare tale scetticismo. Vista la prossimità del confine con la Corea del Nord al cuore del sistema politico e industriale sudcoreano (la capitale Seoul e i suoi dintorni), non era certo allora e non sembra esserlo neppure oggi, che un sistema anti missilistico possa difendere efficacemente il paese da un attacco del Nord. In effetti la Corea del Nord non ha

bisogno di missili balistici nucleari per colpire Seoul. L’artiglieria ordinaria, che non è intercettabile, e i missili convenzionali a corto raggio del Nord sarebbero sufficienti per causare al Sud danni irreparabili.

Lo scetticismo nei confronti della difesa missilistica non fu tuttavia condiviso dalle successive amministrazioni conservatrici dei presidenti Lee Myung-Bak e Park Geun-hye che seguirono nei confronti del Nord una linea meno conciliante anche perché nel frattempo era intervenuto il game changer rappresentato dall’acquisto da parte della Corea del Nord, nel 2006, dell’arma nucleare.

Il nuovo quadro strategico indusse l’allora presidentessa Park Geun-hye ad accettare l’offerta americana di installare alcune unità del sistema THAAD sul territorio della Repubblica di Corea. Alla fine del mandato della Park affluirono e furono dispiegati i primi missili THAAD e quando il successivo presidente, il moderato Moon Jae, venne insediato si scoprì che la presidenza Park aveva permesso di introdurre segretamente, alla vigilia del passaggio dei poteri, ulteriori unità THAAD. Una delle prime decisioni del successore fu quella di congelare a tempo indeterminato lo spiegamento della THAAD. Si trattò tuttavia di una pausa di breve durata, vittima anch’essa del fallimento del vertice Stati Uniti/DPRK di Hanoi. Tale fallimento trascinò con sé anche il ben più sostanzioso e articolato processo di riavvicinamento bilaterale tra i due Stati coreani architettato dal presidente Moon. L’escalation senza precedenti della tensione causata dalla rottura dell’idillio tra Trump e Kim Jong-un, obbligò lo stesso Moon a scongelare il processo di installazione degli THAAD già presenti in Corea escludendo tuttavia di accrescerne il numero. Il novum introdotto ora dalla nuova amministrazione Yoon è stato quello di consentire all’ulteriore accrescimento degli THAAD schierati nel territorio del Sud.

Le preoccupazioni della Cina

La Russia e la Cina espressero sin dall’inizio la loro forte opposizione allo spiegamento del sistema THAAD nella Corea del Sud. Poiché esso doveva avvenire in prossimità del proprio territorio, la Cina si trovò sin dall’inizio in prima linea nel denunciare tale iniziativa che è diventata oggi il maggiore irritant nei rapporti tra Seoul e Pechino. La nuova amministrazione sud coreana si trova ora sotto la duplice pressione da un lato dell’alleato americano che ha voce in capitolo poiché mantiene schierati nel Sud circa 30.000 suoi uomini e dall’altro del vicino cinese che allo stazionamento si oppone vigorosamente. La questione è stata al centro di un recente burrascoso incontro tra i ministri degli esteri di Cina e Corea del Sud. Pechino ha lasciato intendere che potrebbe al limite tollerare il mantenimento dell’attuale schieramento THAAD ma mai un suo rafforzamento come progettato dal nuovo presidente coreano.

La Cina è sicuramente consapevole che il sistema THAAD, progettato per intercettare i missili durante la fase terminale della loro traiettoria, non costituisce una reale minaccia per i suoi missili strategici destinati a colpire gli Stati Uniti. Essa è probabilmente più preoccupata dalla loro componente radar che potrebbe consentire agli americani una più immediata individuazione e identificazione di possibili lanci balistici cinesi diretti contro il proprio territorio.

La Cina è una delle poche potenze nucleari che dichiara di attenersi al principio del non primo uso dell’arma nucleare. Di conseguenza un lancio nucleare cinese avverrebbe solo in risposta a un eventuale primo attacco nucleare americano e solo con il ridotto arsenale nucleare che sopravvivrebbe a un eventuale primo attacco americano. La presenza dei radar THAAD in Corea ridurrebbe ulteriormente la possibilità che una

successiva risposta nucleare della Cina raggiunga effettivamente il territorio degli Stati Uniti.

Quali soluzioni?

L’acquisto dell’arma nucleare da parte della Corea del Nord, che è all’origine dello spiegamento del sistema THAAD, causa alla Cina un doppio svantaggio strategico poiché indebolisce il Trattato di non proliferazione nucleare che permette alla Cina di mantenere, assieme agli altri 4 Stati nucleari il monopolio delle armi nucleari e riduce, con lo schieramento THAAD, la credibilità del deterrente nucleare cinese nei confronti degli Stati Uniti. Non è poi da escludere che un giorno l’imprevedibile leader nord coreano possa rivolgere l’arma nucleare contro la stessa Cina. Altra ipotesi che Pechino non può ignorare è che la Corea del Sud, di fronte a una perdurante minaccia nucleare del Nord, si doti a sua volta dell’arma nucleare ovvero che essa chieda agli Stati Uniti di tornare a installare le armi nucleari ritirate dal proprio territorio. Non si tratta di congetture totalmente astratte, poiché esse circolano da tempo in alcuni ambienti del Sud. Il fatto che il presidente Yoon abbia di recente voluto negare il perseguimento di tali obbiettivi può esser visto come un’indicazione che essi non sono estranei al dibattito strategico sud coreano.

La maggiore vulnerabilità che deriva alla Cina dall’acquisto dell’arma nucleare da parte della Corea del Nord e che si estrinseca in particolare attraverso lo spiegamento della THAAD costituisce uno dei motivi che inducono oggi Pechino ad aumentare il proprio arsenale nucleare e a sviluppare in particolare missili ipersonici. È questa una delle cause della spirale armamentistica senza fine cui stiamo assistendo attualmente.

Occorre trovare vie alternative. La Cina potrebbe per esempio abbandonare sic et simpliciter la dottrina del non primo uso dell’arma nucleare il che le consentirebbe di rafforzare la credibilità del suo ridotto arsenale nucleare. Potrebbe anche escludere selettivamente dalla garanzia del non primo uso solamente gli Stati Uniti e suoi alleati dell’area asiatica. Si tratterebbe però, in ambedue i casi, di un’ulteriore destabilizzazione dell’area asiatica e ancora un passo indietro nel già zoppicante percorso dell’arms control.

Più opportunamente la Cina potrebbe proporre agli Stati Uniti un accordo reciproco di non primo uso analogo a quello che essa ha già stipulato bilateralmente con la Russia. Da parte loro gli Stati Uniti, dopo aver installato i missili THAAD in Corea del Sud potrebbero offrirne il ritiro (i lanciatori sono mobili e quindi facilmente ritirabili) in cambio di uno smantellamento dell’arsenale nucleare nord coreano che è ingombrante per tutti (Cina compresa). Si riproporrebbe in tal caso una situazione analoga a quella degli Euromissili che negli anni ottanta vennero schierati dagli americani in Europa (Italia inclusa) al fine di realizzare poi un ritiro totale sia dei missili americani sia di quelli sovietici come stipulato dal trattato INF del 1987. Gli Stati Uniti si potrebbero in aggiunta impegnare formalmente a non rischierare proprie armi nucleari nella Corea del Sud e quest’ultima dovrebbe riconfermare formalmente la rinuncia a dotarsi dell’arma nucleare. Una win win situation che finalmente darebbe concretezza al concetto di denuclearizzazione militare dell’intera penisola coreana un obiettivo che allo stato attuale rimane soltanto uno slogan e un lontano miraggio.

Carlo Trezza, Circolo di Studi Diplomatici

L’Ambasciatore ha presieduto il Missile Technology Control Regime, la Conferenza sul disarmo a Ginevra e l’Advisory Board del Segretario generale delle Nazioni unite per le questioni del disarmo a New York. È stato Ambasciatore d’Italia per il disarmo e la non proliferazione, e Ambasciatore della Repubblica di Corea. Attualmente coordina il gruppo italiano dell’European Leadership Network (ELN). Entra in carriera diplomatica italiana nel 1970 serve in Zambia, Israele e Germania e torna nel 1981 a Roma per lavorare presso il ministero degli Affari Esteri alla Direzione generale per gli affari politici. Nel 1984 è inviato a Madrid come Primo Consigliere. Nel 1989 diventa capo della Sezione stampa e informazione dell’Ambasciata d’Italia a Washington, un incarico che ricopre per tre anni. Dal 1992 al 1996 lavora come Capo del Dipartimento del ministero degli Affari Esteri a Roma per la sicurezza e il disarmo europeo. Nel 1997 è assegnato all’Ufficio del Segretario generale del ministero degli Affari Esteri. Nel 1998 è nominato Ambasciatore a Seoul. Rientrato al Ministero, dal 2002 è coordinatore per la Sicurezza e il Disarmo presso la Direzione generale per gli affari politici multilaterali e i diritti umani. Il Circolo di Studi Diplomatici è un’associazione fondata nel 1968 su iniziativa di un ristretto gruppo di ambasciatori con l’obiettivo di non disperdere le esperienze e le competenze dopo la cessazione dal servizio attivo. Il Circolo si è poi nel tempo rinnovato e ampliato attraverso la cooptazione di funzionari diplomatici giunti all’apice della carriera nello svolgimento di incarichi di alta responsabilità, a Roma e all’estero.

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Haiti, o il perenne ritorno

Agli inizi di ottobre, il Governo di Haiti ha lanciato un appello disperato alla comunità internazionale chiedendole, ancora una volta, di intervenire e aiutare quel disgraziato paese in preda alle violenze delle bande criminali e una crisi economica pesantissima. Ma perché? L’ultima operazione di stabilizzazione dell’ONU, la MINUSTAH (Mission des Nations unies pour la stabilisation en Haïti), ha lasciato l’isola nel 2017 seguita da feroci polemiche e critiche da parte sia del Governo sia della popolazione locale per il comportamento dei «caschi blu». La MINUSTAH, in ossequio alle più recenti dottrine delle operazioni di peacekeeping oltre a un robusto apparato militare, comprendeva anche settori di attività dedicate agli affari civili, politici, assistenza elettorale, protezione e promozione dei diritti umani, protezione dell’infanzia, assistenza umanitaria, riforma e formazione nei settori della giustizia, polizia e penitenziaria. La MINUSTAH, secondo le attuali pratiche delle operazioni di peacekeeping, quando ha terminato il suo mandato è stata sostituita da una piccola missione di follow up, in questo caso formata principalmente da personale di polizia, la MINUJUST (Mission des Nations Unies pour l’appui à la Justice en Haïti) sino al 2019 quando a sua volta è subentrato un minuscolo ufficio, il BINUH (Bureau Intégré des Nations Unies en Haïti), con limitate capacità di monitoraggio, collegamento e consiglio sui temi della sicurezza e governance, mentre le attività di sviluppo e assistenza socioeconomica sono state assegnate all’UNCT (United Nation Country Team), dove le varie agenzie e programmi dell’organizzazione (UNDP, WHO, UNICEF eccetera) lavorano insieme. In realtà tutta l’azione dell’ONU si scontra con una situazione locale, dove alle mai sanate problematiche isolane, sottosviluppo e corruzione, si sono aggiunte gravissime emergenze di sicurezza dove bande armate criminali locali, appoggiate verosimilmente da organizzazioni di narcotrafficanti colombiani, centroamericani e messicani, si affrontano in scontri sempre più violenti, che le Forze di sicurezza haitiane non sono in grado di arginare. Questa guerra fra bande, focalizzata al controllo del lucroso mercato e traffico di stupefacenti, in primis verso i vicini Stati Uniti (ma anche verso l’Africa e l’Europa) deprime ancora di più le attività economiche, oramai al lumicino. L’appello di Port-au-Prince fa emergere quanto l’azione internazionale sia stata poco efficace. Per la cronaca, si sono avvicendate sull’isola caraibica, una Forza multinazionale (a guida statunitense) tra il 1993 e il 1994, accompagnata dalla MICIVH (Mission civile internationale en Haiti), una operazione congiunta ONU e OAS/OEA (Organizzazione degli Stati Americani). Tra il 1993 e il 1996 la Forza multinazionale è stata prima affiancata e poi rilevata dalla UNMIH (United Nations Mission in Haiti). Il biennio 1996 e 1997 è stato particolarmente difficile per l’isola, che ha visto alternarsi l’UNSMIH (United Nations Support Mission in Haiti) tra il giugno 1996 e il luglio 1997 e l’UNTMIH (United Nations Transition Mission in Haiti) tra il luglio e il novembre 1997 e la MIPONUH (Mission de police civile des Nations unies) tra il novembre 1997 e il marzo 2000. Di nuovo una forza multinazionale a guida franco-statunitense prende terra sull’isola a seguito di gravi tumulti nel 2004, per essere anche essa, affiancata e poi rilevata da una forza ONU, la sopracitata MINUSTAH in quel medesimo anno.

Una promessa da concretizzare Repubblica Democratica del Congo: finanziamenti in vista?

I paesi aderenti alla Comunità dell’Africa Orientale (EAC), che comprende Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Ruanda, Sudan del Sud, Repubblica Democratica del Congo sono alla ricerca di nuovi contributi per un fondo speciale istituito per finanziare una forza regionale destinata a pacificare la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Gli importi raccolti finora sono stati relativamente modesti per questa iniziativa, lanciata nell’aprile di quest’anno. Il ministro degli Esteri della RDC Christophe Lutundula Apala ha osservato che il Senegal, il cui presidente Macky Sall è l’attuale presidente di turno dell’Unione Africana (UA), ha contribuito con un milione di dollari. Il presidente dell’Angola Joao Lourenço ha donato l’equivalente di 2 milioni di dollari, mentre il Kenya

dovrebbe contribuire con 1,5 milioni di dollari. Altri potenziali contributori includono l’UA e l’UE, con le quali sono ancora in corso discussioni (viste le difficili relazioni tra EAC e UA, è difficile che Addis Abeba conceda un finanziamento importante). Il dispiegamento della Forza regionale intanto comincia a prendere lentamente forma, con l’arrivo dei primi soldati burundesi e kenioti. Dovrebbero prendere parte alla riconquista della città di Bunagana, che è sotto il controllo delle forze ribelli dell’M23, entità che, come una maligna araba fenice, si forma e si riforma secondo le necessità e i progetti dei suoi mutevoli, numerosi (e nascosti) padrini. Questo schieramento, ancora in via di concretizzazione, a prima vista appare come uno stridente contrasto con l’iniziativa in corso da parte del Governo di Kinshasa di accelerare il piano di ritiro della MONUSCO a seguito della ondata di violenze della fine del luglio scorso, costati 29 morti civili, 4 «caschi blu», 200 feriti e danni gravi alle installazioni dell’ONU saccheggiate e distrutte nel corso dei tumulti. Appare chiaro che alla prima occasione la RDC chiederà al Palazzo di Vetro l’evacuazione, la più rapida possibile, dei «caschi blu». Mentre la ragione della richiesta è chiara, cioè la presenza delle truppe internazionali è sempre meno tollerata dalle popolazioni locali e questo ne rende la presenza inutile se non controproducente, il contesto sembrerebbe richiedere invece una presenza militare robusta in grado di aiutare le Forze locali per fare fronte a una violenza diffusa (in una sola drammatica giornata a metà settembre sono morte 150 persone a seguito di scontri tribali nelle regioni orientali della RDC). Le frustrazioni locali contro la MONUSCO sono state alimentate da una recente recrudescenza degli scontri con il gruppo ribelle M23 nell’est del Congo che hanno causato migliaia di sfollati, mentre sono proseguiti anche gli attacchi di militanti probabilmente legati allo Stato islamico quali le ADF (Allied Democratic Forces) e questo nonostante lo stato di emergenza durato un anno. Quello che è dubbio è l’alternativa proposta, ovvero rimpiazzare truppe internazionali con altre, quelle messe a disposizione dalla EAC. Inoltre, il futuro della FIB (Force Intervention Brigade), costola semi-indipendente della MONUSCO, incaricata di attaccare ed eliminare le formazioni armate irregolari che infestano l’est della RDC (mentre il resto delle forze ONU è incaricato della mera protezione delle popolazioni civili e dei campi di rifugiati e che non è formata, equipaggiata e addestrata per condurre azioni offensive) resta in una specie di limbo, nel senso che non è (ancora) chiaro cosa Kinshasa voglia farne. Una ipotesi è che una forza che promana da una organizzazione regionale africana (di cui la RDC fa parte dal 2022) sia più sintonia con i progetti di Kinshasa e con le sue necessità di migliorare le pessime relazioni con altri Stati dell’organizzazione, quali Ruanda, Burundi e Uganda e uscire da un tunnel di polemiche con le Nazioni unite. Al riguardo, è risultato particolarmente indigesto per Kinshasa il ruolo di mediatore, e in ultima analisi, di controllore dello scenario politico interno e della governance, da parte della MONUSCO così come la tutela dei diritti dell’uomo. La MONUSCO, che ha preso il posto di una precedente operazione delle Nazioni unite nel 2010, la MONUC, attivata nel 1999, è stata gradualmente ridimensionata per anni e il suo attuale mandato scade nel dicembre di quest’anno. La MONUSCO conta attualmente quasi 18.000 persone (170 osservatori militari (disarmati), 12.400 militari (incluso la menzionata FIB), 328 personale militare di staff, quasi 1.700 agenti di polizia, quasi 3.000 dipendenti civili (internazionali e locali) e oltre 300 UNVs (UN Volunteers).

Israele: un piccolo «Abraham accord» in prospettiva

Agli inizi di ottobre Israele ha rivelato di essere prossimo a un accordo «storico» con il Libano per risolvere una disputa di lunga data sul loro confine nelle acque del Mediterraneo che vantano ricche riserve di gas, dopo che una proposta redatta dagli Stati Uniti ha soddisfatto le «richieste» israeliane. Un accordo tra i paesi vicini, che rimangono tecnicamente in guerra, potrebbe segnare un passo importante verso lo sblocco della produzione di gas offshore per entrambi i paesi e l’avvio della normalizzazione diplomatica. I colloqui sono stati mediati dal diplomatico statunitense Amos Hochstein (inviato speciale e coordinatore degli affari energetici internazionali del Go-

verno degli Stati Uniti), che ha cercato di avvicinare le posizioni delle due parti. Hochstein ha presentato una serie di proposte a Israele e Libano all’inizio di ottobre. Israele ha accolto favorevolmente la prima bozza di Hochstein, ma il Libano ha chiesto degli emendamenti, che però Israele ha già dichiarato di voler rifiutare. I negoziati sono proseguiti e Israele ha affermato che l’ultima bozza di Hochstein ha portato a un accordo a portata di mano. «Tutte le nostre richieste sono state soddisfatte, i cambiamenti che abbiamo chiesto sono stati effettuati», ha affermato il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano e negoziatore ai colloqui, Eyal Hulata. «Abbiamo protetto gli interessi di sicurezza di Israele e siamo sulla buona strada per un accordo storico», ha aggiunto. Una

fonte libanese ha detto che l’ultima bozza proposta dagli Stati Uniti «include la maggior parte delle richieste o delle posizioni del Libano e le soddisfa». Hochstein ha inviato la sua proposta al capo negoziatore libanese, il vicepresidente Elias Bou Saab. I paesi hanno riaperto i negoziati sul confine marittimo nel 2020, ma il processo ha dovuto affrontare ripetuti intoppi. Una delle principali fonti di attrito era il giacimento di gas di Karish, che secondo Israele cadeva interamente nelle sue acque e non era oggetto di negoziazione. Il Libano ha rivendicato parte del campo di Karish e Hezbollah, il potente gruppo sciita sostenuto dall’Iran che detiene un’enorme influenza in Libano, ha minacciato l’uso della forza se Israele avesse iniziato la produzione a Karish. Israele ha detto che la produzione a Karish inizierà il prima possibile, indipendentemente dalle richieste del Libano. La società, quotata a Londra, Energean ha iniziato a testare il gasdotto che collega Karish alla costa israeliana, un passaggio chiave prima che la produzione possa iniziare. Secondo i termini della bozza americana trapelata alla stampa, tutto Karish cadrebbe sotto il controllo israeliano, mentre Qana, un altro potenziale giacimento di gas, sarebbe diviso ma il suo sfruttamento sarebbe libanese. La società francese Total sarebbe autorizzata a cercare gas nel giacimento di Qana e Israele riceverebbe una quota delle entrate future. Il primo ministro israeliano Yair Lapid ha affermato che il suo Governo è impegnato a esportare più gas in Europa per aiutare a sostituire le consegne russe colpite dalla guerra in Ucraina. Ma le prospettive delle elezioni generali previste per il 1° novembre in Israele hanno oscurato le recenti fasi dei ne-

goziati, infatti il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, ha accusato Lapid di aver «ceduto» alle pressioni degli Hezbollah, che giocano un ruolo di primo piano nella politica libanese. Non è chiaro se Netanyahu, che resta determinato a rivendicare la carica di Premier che ha ricoperto dal 2009 al 2021, abbia visto i termini proposti dell’accordo, ma ha comunque promesso che il Governo di falchi che spera di formare il prossimo mese non sarà vincolato da alcun accordo con il Libano. La cronaca di questo possibile accordo necessita di alcune contestualizzazioni. Il primo è la offensiva diplomatica a tutto campo che Israele sta compiendo nei riguardi dei paesi arabi, che si sta estendendo in ogni direzione, fino al Maghreb (e che guarda anche all’Africa, con la richiesta, sinora sospesa per la dura opposizione di Algeria e Sudafrica, di riottenere lo status di osservatore presso l’Unione Africana, sospeso nel 1973 quando nel corso

della guerra dello Yom Kippur le truppe israeliane presero terra nella parte africana dell’Egitto). Il Libano, ovviamente ha un ruolo particolare, dove oltre al confine in comune, in considerazione di una storia bilaterale controversa, dettata dalla presenza dei campi di rifugiati palestinesi e dalla crescita impetuosa degli Hezbollah, che per i loro legami con l’Iran, considerato da Israele un nemico mortale, sono una incognita di grande peso. Il presidente libanese Michel Aoun, nonostante, come cristiano sia un buon alleato degli sciiti (inclusi gli Hezboallah) ha approvato l’accordo finale che stabilirà i confini marittimi con Israele, risolvendo potenzialmente un conflitto decennale tra i due paesi. Proprio la pesantissima crisi economica e finanziaria del Libano è un elemento che non

si può ignorare nella nuova posizione di Beirut, alla disperata ricerca di risorse per evitare il collasso del paese (si può citare la trionfale dichiarazione di Aoun, che ha commentato in merito: «Diventeremo un “petrostato”»). Ma il Libano si sta incamminando in una asperrima fase politica focalizzata alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica destinato a succedere ad Aoun. Viste le condizioni di frammentazione politica e di disastro economico diversi osservatori temono il riproporsi di scenari di blocco istituzionale analoghi all’Iraq e questo con tutti i rischi di stabilizzazione connessi in una area che di problemi ne ha già a sufficienza. Nel caso di una normalizzazione con il Libano, la sicurezza strategica di Israele migliorerebbe in quanto potrebbe avviarsi l’atteso sviluppo dell’aeroporto di Haifa (nel raggio delle artiglierie degli Hezbollah), sinora bloccato e costituire una alternativa all’unico hub nazionale di Tel Aviv-Ben Gurion. Inoltre, anche in questo, la guerra russo-ucraina ha il suo peso spingendo Stati e società a cercare idrocarburi per entrare in un mercato che sta cambiando e che cambierà ulteriormente e proporsi come fornitori e partner energetici e politici. L’accordo con il Libano si può leggere come parte del più ampio progetto di sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale, con il coinvolgimento anche di Egitto, Grecia, Cipro (senza contare le difficili e altalenanti relazioni con la Turchia di Erdogan). Elemento positivo è il ruolo di mediazione degli Stati Uniti. Washington è alla ferma ricerca della stabilità regionale per ridurre i suoi impegni politici, finanziari e militari, e così poter fronteggiare altri contesti geopolitici come con la Cina.

ONU: forma e sostanza

L’Assemblea generale dell’ONU per discutere dei referendum di annessione alla Russia delle province occupate dell’Ucraina, è stata preceduta da un significativo passaggio procedurale. In sostanza, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha votato lunedì 11 ottobre per respingere l’appello della Russia affinché l’Organismo (193 Stati), mantenesse uno scrutinio segreto sull’opportunità di condannare la mossa di Mosca di annettere quattro regioni parzialmente occupate in Ucraina. L’Assemblea generale ha deciso, con 107 voti favorevoli, di tenere una votazione pubblica — non segreta — su un progetto di risoluzione che condanna i referendum organizzati dai Governi autoproclamati delle regioni occupate della Russia e il tentativo di annessione, entrambi considerati illegali. Solo 13 paesi, l’11 ottobre, si sono opposti a una votazione pubblica

sulla bozza di risoluzione. Altri 39 paesi si sono astenuti e gli altri paesi, comprese Russia e Cina, non hanno votato essendo in absentia. La Russia al riguardo ha affermato che la pressione diplomatica occidentale sugli altri Stati significava che un dibattito onesto sul tema «potrebbe essere molto difficile se le posizioni vengono espresse pubblicamente». L’ambasciatore russo dell’ONU Vassily Nebenzia ha messo in dubbio le buone ragioni del rigetto della iniziativa moscovita dicendo «che cosa ha a che fare questo con la pace e la sicurezza o il tentativo di risolvere i conflitti?», descrivendo il voto come «ancora un passo in più verso la divisione e l’escalation, che sono sicuro non è qualcosa di cui la maggioranza assoluta degli stati in questa stanza ha bisogno». Nonostante il voto negativo, la Russia ha fatto un altro tentativo, ma questo non ha trovato neanche il minimo consenso per essere votato dall’Assemblea. Quel voto ha preparato, peggiorandolo, il risultato del voto ufficiale, dove solo 5 stati (Mosca compresa) hanno votato contro e ben 107 a favore (35 non hanno votato e 43 non si sono presentati al voto). Questo voto, seppur simbolico, dell’Assemblea generale rappresenta un deciso cambio di passo rispetto al passato ricordando il fastoso ricevimento presso la missione russa alle Nazioni unite a New York, dove dozzine di ambasciatori provenienti da Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia, in occasione della festa nazionale del paese, meno di quattro mesi dopo che le Forze di Putin avevano iniziato l’invasione dell’Ucraina. «Ringraziamo tutti voi per il vostro sostegno e la vostra posizione di principio contro la cosiddetta crociata anti-russa», aveva detto loro l’ambasciatore Vassily Nebenzia, dopo aver accusato diversi paesi, senza nominarli, di tentare di «cancellare» la Russia e la sua cultura. In ogni caso, il voto di questo ottobre riquadra le oscillazioni dei voti precedenti, che avevano fatto temere una solida presa di Mosca su molti stati. Per esempio, in occasione del voto dell’Assemblea generale delle Nazioni unite nell’aprile scorso, per sospendere la Russia dal Consiglio per i diritti umani (in quell’occasione Mosca avvertiva che anche una astensione sarebbe stata considerata un voto ostile, con tutte le conseguenze del caso), si vide un arretramento della coalizione antirussa. L’iniziativa, guidata dagli Stati Uniti ebbe comunque successo, ottenendo 93 voti a favore, 24 voti contrari e ben 58 astenuti (e 18 assenti). Comunque, le crescenti astensioni elettorali segnalavano una crescente riluttanza a opporsi pubblicamente a Mosca, tanto che la stessa UE riconsiderava il suo piano, messo a punto nel mese di giugno per chiedere all’ONU di nominare un esperto per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Russia, per il timore che la metà dei 47 membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite a Ginevra potesse opporsi. Gli Stati occidentali hanno avuto successo nel concentrarsi sulle elezioni degli organi delle Nazioni unite. Per la prima volta da quando l’Agenzia delle Nazioni unite per l’infanzia UNICEF è stata creata nel 1946, la Russia non è riuscita a vincere la rielezione nel Consiglio in aprile e non è riuscita a ricoprire seggi in altri organismi. All’Organizzazione Mondiale della Sanità, invece, a maggio scorso, circa 30 stati, metà dei quali dall’Africa, non si sono presentati al voto su una risoluzione proposta dall’Ucraina di condanna verso Mosca. L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni unite, Linda Thomas-Greenfield, ha affermato che la Russia è stata in grado di influenzare alcuni paesi con una falsa narrativa secondo cui le sanzioni occidentali sono responsabili di una crisi alimentare globale alimentata dalla guerra di Mosca, ma ha affermato che non era stata tradotta in un maggiore sostegno alla Russia. «Più di 17 paesi africani si sono astenuti per paura delle tattiche intimidatorie russe contro di loro. Quindi dobbiamo esserne consapevoli», ha detto a luglio alla commissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti. La situazione quindi richiedeva una pausa di riflessione e azioni destinate a (ri)compattare le assemblee di New York e Ginevra. Evidentemente l’evoluzione sul terreno, i selvaggi bombardamenti di artiglieria e missili su obiettivi civili, e la pesantissima offensiva diplomatica, in primo luogo degli Stati Uniti (il segretario di Stato Blinken e le sue due principali assistenti, Vicki Nuland e Wendi Sherman hanno svolo una attività quasi frenetica contattando praticamente tutti gli Stati del mondo perorando la necessità di una azione contro Mosca) ha portato i suoi frutti (senza contare l’altrettanto intenso lavorio del segretario alla Difesa Lloyd Austin.

Enrico Magnani

ITALIA

Il Presidente Mattarella visita il Cavour

Il 13 settembre, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha visitato la portaerei Cavour al largo di Civitavecchia. Il Capo dello Stato era accompagnato dal Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, dal Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Ammiraglio di squadra Enrico Credendino, dal parigrado Comandante in Capo della Squadra Navale, Aurelio De Carolis e dal Comandante dell’unità, Capitano di vascello di nave Cavour, Enrico Vignola.

Alla Marina Militare il comando dell’operazione «Agenor»

Dal 1 settembre 2022 per la prima volta nella breve storia di EMASOH (European-led Maritime Awareness in the Strait of Hormuz, dispositivo navale di sorveglianza dei traffici marittimi nello Stretto di Hormuz), il comando dell’operazione «Agenor» è stato affidato alla Marina Militare, con il relativo personale imbarcato sul pattugliatore polivalente d’altura Thaon di Revel, che funge da flagship. Partita dall’Italia il 12 agosto, l’unità è dunque impegnata in un’operazione internazionale di elevato profilo, a cui partecipa anche uno staff imbarcato formato da militari provenienti da Belgio, Danimarca, Francia, Olanda e Grecia: il dispositivo in mare è coadiuvato da personale a terra, di base a Al Salam Camp in Oman, proveniente da Norvegia, Danimarca e ancora Francia. Lo staff dell’operazione «Agenor» è al comando del contrammiraglio Stefano Costantino, che ha rilevato nell’incarico il parigrado belga Tanguy Botman: nel corso dell’attività, il Thaon di Revel e il personale imbarcato si impegneranno anche a promuovere il dialogo e la cooperazione a livello trans-regionale a supporto della libertà di navigazione. L’iniziativa EMASOH — a cui partecipano Italia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Norvegia e Portogallo — è finalizzata ad assicurare la libertà di navigazione delle unità mercantili nel Golfo Persico/Arabico, nello Stretto di Hormuz, nel Mar di Oman e nel Mar Arabico settentrionale: oltre alla unità navali, EMASOH fa affidamento su mezzi aerei per il monitoraggio delle aree d’interesse per la navigazione commerciale. Le operazioni del Thaon di Revel nella regione avranno una durata di 3 mesi e comprenderanno anche la partecipazione alla Italian Joint Task Force rischierata in Qatar per contribuire alla sicurezza dei campionati mondiali di calcio ivi previsti dal 20 novembre al 18 dicembre.

L’ Amerigo Vespucci e la Storia infinita

Nel 1962, la portaerei americana Independence incrociando la rotta dell’Amerigo Vespucci all’epoca in

Il pattugliatore polivalente d’altura THAON DI REVEL, in pattugliamento nello Stretto di Hormuz per il controllo e la salvaguardia del traffici marittimi

d’interesse internazionale.

L’incontro, avvenuto in Adriatico il 1 settembre 2022, fra l’AMERIGO VESPUCCI e la portaerei statunitense GEORGE H.W. BUSH. La Storia si ripete.

crociera nel Mediterraneo, chiese all’unità di identificarsi attraverso una comunicazione a lampi di luce: alla risposta «Nave scuola Amerigo Vespucci», la portaerei salutò con l’espressione rimasta nella storia «You are the most beautiful ship in the world (siete la nave più bella del mondo)». Il 1 settembre 2022, a sessant’anni di distanza, la Marina Militare e l’US Navy hanno aggiornato una pagina tra le più iconiche della storia del Vespucci: un’altra portaerei statunitense, la George H.W. Bush, ha incrociato la rotta del Vespucci in transito da Manfredonia a Taranto nel basso Adriatico. Il comandante, capitano di vascello David-Tavis Pollard, in ricordo dello storico evento avvenuto con l’Independence, ha chiesto via radio «Siete il veliero Amerigo Vespucci della Marina Militare italiana?». Alla risposta affermativa del comandante pro-tempore del Vespucci, capitano di vascello Massimiliano Siragusa, gli americani hanno risposto: «After 60 years you’re still the most beautiful ship in the world» — «Dopo 60 anni siete ancora la nave più bella del mondo». Il nuovo incontro ha rappresentato l’opportunità per rinforzare il legame tra la Marina Militare e l’US Navy, nel solco di una tradizione che guarda al futuro.

Completato l’impegno NATO della fregata

Antonio Marceglia

Nell’ultima settimana di agosto 2022, la fregata Antonio Marceglia ha completato un intenso periodo di attività operativa nel Mediterraneo con lo «Standing NATO Maritime Group 2» (SNMG 2), uno dei quattro dispositivi navali permanenti della Very High Readiness Joint Task Force marittima inserito nella cornice della NATO Response Force dell’Alleanza Atlantica. Il Marceglia ha operato in Mediterraneo centrale e orientale, partecipando alle attività di presenza e sorveglianza e garantendo contestualmente la sicurezza marittima, la stabilità dell’area e il libero uso delle vie di comunicazione. Durante queste attività, l’equipaggio del Marceglia ha interagito con il personale imbarcato su unità dell’US Navy, della Armada Española, della Marine Nationale francese e della Marina turca in molteplici eventi operativi e addestrativi a difficoltà crescente, finalizzati ad accrescere il livello di prontezza e interoperabilità tra le forze NATO. Tra gli eventi addestrativi più significativi vanno ricordati i movimenti tattici delle unità navali per simulare l’appartenenza a forze contrapposte, nonché l’attività congiunta di

La fregata ANTONIO MARCEGLIA in azione con il suo gommone a chiglia rigida nel corso delle attività svolte in Mediterraneo centrorientale con unità

spagnole, statunitensi, turche e francesi.

«force protection» tra il Marceglia, il suo gommone a chiglia rigida e il naviglio veloce in dotazione alle forze speciali dell’US Navy. Nella sede della Spezia, il Marceglia si sta preparando per un’operazione di antipirateria nel Golfo di Guinea destinata a concludersi nel dicembre 2022.

100 aeromobili per la Marina Militare

Con la recente consegna del 52° esemplare di elicottero imbarcato «NH-90» (su 56 in programma), le Forze aeree della Marina Militare hanno raggiunto il traguardo dei 100 aeromobili in servizio. Si tratta di una flotta aerea moderna, con caratteristiche diverse e complementari, formata da velivoli ad ala fissa quale componente aerotattica imbarcata, da velivoli da trasporto ed elicotteri medi e medio-pesanti, impiegati prevalentemente in mare e da bordo delle unità navali. La Marina Militare può contare oggi su una Aviazione Navale in evoluzione, che nei prossimi anni continuerà nel processo di rinnovamento con la progressiva sostituzione del velivolo AV-8B «Harrier II Plus» con l’F35B STOVL sviluppata per l’impiego da unità portaerei, il completamento della flotta degli elicotteri medi con la consegna dell’ultimo NH-90 nel 2023, l’ammodernamento della linea EH-101, la dismissione del AB-212 da rimpiazzare con elicotteri leggeri, nonché con l’entrata in servizio nel 2023 dei primi sistemi a pilotaggio remoto imbarcati e, in prospettiva, con il completamento della linea pesante ad ala rotante.

L’Alpino subentra al Bergamini nello SNMG 2

della NATO

Dal 1 settembre, la fregata Alpino si è aggregata allo SNMG 2, avvicendando la fregata Bergamini. L’Alpino opererà nell’ambito dello SNMG 2 per un periodo di circa 3 mesi. Da ricordare che l’SNMG 2 opera per contrastare la minaccia del terrorismo, contribuire alla sorveglianza marittima e alla raccolta di informazioni relative alle attività che possono costituire un potenziale pericolo per la sicurezza nazionale e alleata. Lo SNMG 2 opera sotto il controllo operativo dell’Allied Maritime Command (MARCOM, con sede a Northwood), garantendo l’assolvimento di compiti quali la partecipazione a esercitazioni, la capacity building e la conduzione delle missioni assegnate all’Alleanza Atlantica. Il Bergamini e le altre unità dello SNMG2 hanno operato suddivise in due «task unit», di cui la prima impegnata in attività operativa in Mar Egeo, mentre l’altra dispiegata nell’intero bacino del Mar Mediterraneo.

FRANCIA Consegna di tre velivoli a controllo remoto

Ai primi di settembre e dopo la loro qualifica tecnico-operativa, la Direzione generale degli armamenti francese ha consegnato alla Marine Nationale tre sistemi noti come «Système de Mini Drones aériens em-

Uno dei velivoli ad ala fissa e a controllo remoto «Aliaca» facenti parte di

un «Système de Mini Drones aériens embarqués pour la Marine», SMDM, di

recente entrati in servizio con la Marina francese (Survey Copter/Airbus).

barqués pour la Marine», SMDM, destinati a un prossimo impiego operativo. L’SMDM è un sistema realizzato dalla società Survey Copter, da riprodurre in ulteriori 8 esemplari destinati a entrare in servizio entro i prossimi due anni. Ciascun SMDM comprende due velivoli a controllo remoto «Aliaca» ad ala fissa, da imbarcare a bordo di pattugliatori d’altura e fregate di sorveglianza: il velivolo ha un’autonomia di missione di 3 ore, viene lanciato da una piccola catapulta e recuperato con una rete.

GIAPPONE Programma per un’unità per la difesa antimissile balistici

Dopo poco più di due anni dopo l’abbandono del programma «Aegis Ashore» (realizzazione di siti missilistici a terra per scopi difensivi, basati sul noto sistema in dotazione ad alcune Marine) e le discussioni a livello governativo sulla tipologia di unità navali destinate a svolgere la funzione di difesa contro i missili balistici, il ministero della Difesa giapponese ha annunciato il 31 agosto l’intenzione di costruite due unità navali equipaggiate col suddetto Aegis. Le richieste per il bilancio della Difesa per l’esercizio finanziario 2023 — in cui si prevede una spesa complessiva di circa 40 miliardi di dollari — comprendono anche i fondi per i primi studi sul sistema propulsivo, a cui seguiranno verosimilmente quelli per il progetto e la costruzione delle due unità. Ricordando che i finanziamenti sono comunque soggetti all’approvazione del Parlamento di Tokyo, fonti stampa nipponiche da confermare ipotizzano che le due unità dovrebbero costare 7,1 miliardi di dollari, molto di più dei 4,3 miliardi di dollari a suo tempo preventivati per gli altrettanti sistemi «Aegis Ashore». Benché ancora non siano stati divulgati ulteriori dettagli, è verosimile che si tratterà di unità più grandi e più costose dei cacciatorpediniere lanciamissili classe «Maya», da poco entrati in linea: le prime stime parlano di una lunghezza nell’intorno di 210 metri e una larghezza di 40 metri, a cui corrisponderebbe un dislocamento di circa 20.000 tonnellate. Sebbene queste dimensioni non esaltino le qualità velocistiche dello scafo e sono quindi da verificare con maggior esattezza, esse dovrebbero comunque necessarie ad assicurare un’adeguata stabilità alla piattaforma, nonché facilitare l’installazione di un cospicuo numero di complessi per il lancio verticale di missili destinati appunto al contrasto di ordigni balistici lanciati contro obiettivi nipponici, con un impiego in aree marittime avanzate rispetto all’arcipelago giapponese. Le ipotesi sull’armamento missilistico riguardano certamente i missili «standard» nelle varianti SM-3 Block IIA e SM-6, oltre che una

Il cacciatorpediniere lanciamissili HAGURO, in linea dal marzo 2021, è la

più recente unità della Marina nipponica equipaggiata con il sistema «Aegis». Una versione avanzata di quest’ultimo sarà in dotazione alle due future unità che il Governo del Giappone ha previsto di destinare alla difesa contro missili balistici di teatro (foto JMSDF).

versione potenziata del missile da crociera «Type 12» per garantirgli di colpire bersagli terrestri a una distanza di 1.000 km. Si auspica anche un elevato livello di automazione, tale da poter imbarcare un equipaggio contenuto, con una consistenza certamente inferiore ai circa 300 uomini e donne presenti sui «Maya». La pianificazione di massima prevede l’ingresso in linea delle due unità nel 2027 e nel 2028, permettendo così anche un’eventuale adattamento degli ormeggi nelle basi navali nipponiche per ospitare le due unità. L’incremento dei bilanci militari nipponici riflette la crescente importanza assegnata da Tokyo alle proprio Forze armate, diretta conseguenza della percezione delle minacce espresse ed esprimibili dalla Corea del Nord e della Repubblica Popolare Cinese: all’inizio di settembre, il ministro della Difesa giapponese Yasukazu Hamada ha affermato che l’ingresso in linea delle due nuove grandi unità missilistiche permetterà agli altri cacciatorpediniere lanciamissili nipponici equipaggiati con il sistema «Aegis» di focalizzarsi su altre funzioni critiche, in particolare il contrasto a potenziali incursioni a cura di unità navali cinesi nelle acque territoriali e nei possedimenti insulari di Tokyo. Attualmente, la Marina giapponese ha in linea 8 cacciatorpediniere lanciamissili equipaggiate con il sistema «Aegis Ashore» (due classe «Maya», altrettanto classe «Atago»e quattro classe «Kongo»), realizzate secondo successive evoluzioni concettuale e progettuali originate dalle unità statunitensi classe «Arleigh Burke».

GRAN BRETAGNA Triste inizio per WESTLANT 22

Il 27 agosto scorso, la portaerei britannica Prince of Wales è salpata da Portsmouth per partecipare a WESTLANT 22, un dispiegamento periodico a ridosso della costa orientale degli Stati Uniti di cui avrebbero dovuto far parte anche operazioni di volo con velivoli imbarcati F-35B britannici e statunitensi. L’avaria a un giunto di accoppiamento sull’asse di dritta, esterno allo scafo, ha obbligato il Prince of Wales a rientrare a Portsmouth e successivamente a entrare in bacino a Rosyth (in Scozia) per le necessarie riparazioni. L’unità è stata sostituita dalla gemella Queen Elizabeth, reduce dal tour transoceanico del 2021 e salpata da Portsmouth il 7 settembre: del gruppo navale fanno anche parte la fregata Richmond e il rifornitore polivalente di squadra Tideforce. Dopo le esercitazioni al largo della costa atlantica degli Stati Uniti — comprese attività addestrative con velivoli a controllo remoto «Banshee” e ulteriori prove di appontaggio corto degli F-35B con la tecnica nota come «Shipborne Vertical Rolling Landing, SRVL» — la Queen Elizabeth parteciperà al «Atlantic Future Forum» a New York (28-29 settembre) e quindi rientrerà in Europa ai primi d’ottobre, per attività in Germania e poi nel Mar Baltico.

Operazioni subacquee in Mediterraneo

Lo scorso 2 settembre, la Royal Navy ha annunciato che il sottomarino d’attacco a propulsione nucleare Audacious ha completato il suo secondo ciclo di operazioni nell’ambito di dispositivi aeronavali britannici e NATO. Normalmente basato a Faslane (in Scozia), ma in azione in un’area marittima del Mediterraneo orientale negli scorsi sei mesi, il battello è stato impegnato anche nell’operazione NATO «Sea Guardian», monitorizzando traffici marittimi di qualsiasi tipo. Quando non assegnato all’operazione «Sea Guardian», l’Audacious ha affinato le sue capacità di contrasto a unità similari lavorando assieme alla Marina Militare, in particolare con la fregata Carlo Margottini: il battello è infine approdato nella base NATO di Suda, nell’isola di Creta, per procedere alla pulizia della carena a cura di un team di subacquei specializzati che evita l’ingresso e la permanenza in bacino.

Mentre l’unità naviga in Atlantico, l’equipaggio della portaerei QUEEN ELIZABETH si è schierato sul ponte di volo, a poppa, per rendere omaggio

alla Regina britannica scomparsa l’8 settembre 2022; dalla mensola in basso a dritta, vengono sparate 96 salve di saluto (UK MoD).

REPUBBLICA POPOLARE CINESE Nuove costruzioni a ritmo serrato

L’industria navale militare della Repubblica Popolare Cinese continua a dimostrare una marcata prolificità. Un’immagine pubblicata in un blogger locale, noto come @lyman2003, mostra la costruzione contemporanea di cinque cacciatorpediniere lanciamissili «Type 052D» nel cantiere di Dalian, situato nella Cina settentrionale e uno dei due complessi cantieristici specializzato nella realizzazione di unità maggiori combattenti. La notizia delle costruzione di massa è stata confermata da un sito occidentale specializzato, che ha ricordato che a Dalian sono stati varati in uno stesso giorno di due anni fa un’unità «Type 052D» e una «Type 055». Mantenendo questo rateo costruttivo, che nel 2021 si è manifestato con la realizzazione di 18 cacciatorpediniere, la Marina cinese conferma il suo status di Forza navale più consistente del mondo, una posizione raggiunta lo scorso anno e confermata da un rapporto pubblicato dal Pentagono. Le unità in costruzione a Dalian si sommeranno ai 25 cacciatorpediniere «Type 052» attualmente in linea (per la precisione 13 «Type 052D» e 12 «Type 052DL»), a cui ne va aggiunto un altro nel cantiere Jiangnan Changxing» sono considerate la risposta cinese alle unità statunitensi equipaggiate con il sistema «Aegis» e ultima evoluzione di un progetto avviato circa 15 anni fa e soggetto a migliorie nei sistemi e sensori imbarcati. La variante «Type 052D» ha un dislocamento a pieno carico di 7.500 tonnellate, una lunghezza di 157 metri e una larghezza di 17,2 metri: introdotta dal 14° esemplare in avanti, la variante «Type 052DL» è più lunga di 4 metri, necessari per l’imbarco di nuovi elicotteri e con il dislocamento che raggiunge le 7.700 tonnellate.

SPAGNA Il «Naval Strike Missile» sostituirà l’Harpoon

L’Armada Española ha selezionato il «Naval Strike Missile», NSM, prodotto dalla società norvegese Kongsberg quale sostituto per l’ormai obsoleto missile antinave «Harpoonv»: la nuova arma sarà imbarcata sulle fregate lanciamissili classe «Alvaro de Bazan» in servizio e sulle analoghe future unità classe F-110/Bonifaz. La valutazione propedeutica alla scelta del nuovo missile ha compreso diversi aspetti quali le capacità operative, le doti di sopravvivenza, la manutenzione, ecc.; la Spagna diventa così la 9a nazione ad adottare il NSM, aggiungendosi a Norvegia, Polonia, Malesia, Germania, Stati Uniti, Romania, Canada e Australia. La competizione ha coinvolto altri due sistemi missilistici antinave, cioè l’Exocet MM40 Block 3C di MBDA e l’RBS 15 Mk.3+ della Saab: l’Armada prevede di acquisire il nuovo missile ben prima del ritiro dal servizio dell’Harpoon, previsto per il 2030. Da parte sua, l’NSM è un missile antinave di 5a generazione, accreditato di un raggio d’azione massima di oltre 100 miglia, dotato di un sistema di navigazione combinato fra inerziale, GPC e radar-altimetro, mentre la guida terminale è affidata a un sensore all’infrarosso che dialoga con una banca dati di bersagli incorporata nella testa dell’ordigno. La velocità massima del missile è di 0,9 Mach, con la possibilità di attaccare anche bersagli costieri/terrestri fissi.

Foto aerea, non di elevata qualità, dell’area del cantiere navale di Dalian dove è in corso la costruzione di 5 cacciatorpediniere lanciamissili «Type 052D» destinati alla Marina cinese (@lyman2003). Gravi criticità della componente subacquea spagnola

La Marina spagnola sarà priva di una componente subacquea almeno fino alla fine di ottobre 2022: uno

L’ingresso in bacino, a Cartagena, del sottomarino spagnolo TRAMONTANA. Occorso all’inizio di settembre 2022, l’evento priverà per qualche mese l’Armada Española della sua componente subacquea (Zona Militar).

dei due battelli tipo «S-70» rimasti in linea, Galerna, è impegnato nelle prove in mare dopo un periodo di lavori necessario ad allungarne le vita operativa fino al 2027-28. L’altro battello, il Tramontana, ha iniziato a settembre interventi finalizzati allo stesso scopo. La Marina spagnola prevede inoltre l’entrata in servizio del nuovo sottomarino Isaac Peral, progetto «S-80», nel secondo trimestre del 2023, al termine di un processo realizzativo assai travagliato perché comprendente la riprogettazione totale del battello. Secondo le previsioni, la costruzione delle quattro unità tipo «S80» dovrebbe essere completata entro la fine di questo decennio: tuttavia, eventuali problemi riscontrabili con la messa a punto dei nuovi sottomarini potrebbe implicare che l’estensione della vita operativa di battelli entrati in servizio negli anni Ottanta quali Galerna e Tramontana non sia sufficiente a evitare l’indisponibilità totale di unità subacquee spagnole.

STATI UNITI Nuove costruzioni per l’US Navy

Il 5 agosto, la società General Dynamics NASSCO ha sottoscritto un contratto da 1,4 miliardi di dollari con l’US Navy per la costruzione del sesto esemplare di «expeditionary seagoing vessel» (distintivo ottico ESB 8) e di due rifornitori di squadra classe «John Lewis», al momento identificati dai distintivi ottici T-AO 211 e T-AO 212. Il totale complessivo per la costruzione delle potenziali 4 unità potrebbe raggiungere il valore di 2,7 miliardi di dollari. L’US Navy ha attualmente in linea 4 unità tipo ESB (Montford Point, John Glenn, Lewis B. Puller, Hershel «Woody» Williams e Miguel Keith), mentre altre due sono in costruzione John L. Canley e Robert E. Simanek. Le «expeditionary seagoing vessel» sono piattaforme altamente flessibili, configurate per un’ampia gamma di operazioni aeronavali, fra cui la neutralizzazione delle mine con assetto aerei e il supporto alle attività delle Forze speciali: lunghe 239 metri, le ESB hanno un ampio ponte di volo dimensionato per far operare elicotteri leggeri, medi e pesanti e convertiplani. I rifornitori di squadra classe «John Lewis» sono concepiti per il trasferimento di carichi liquidi e solidi, sono lunghi 225 metri e hanno un dislocamento di circa 50.000 tonnellate: la capacità di carico liquido ammonta a 25 milioni di litri di combustibili. L’unità eponima è in servizio, mentre Harvey Milk, Earl Warren e Robert F. Kennedy sono in costruzione. La cerimonia d’impostazione del cacciatorpediniere Jeremiah Denton (DDG 129), appartenente alla classe «Arleigh Burke Flight III», ha avuto invece luogo il 16 agosto nei cantieri di Pascagoula (nStato del Mississippi) del gruppo Huntington Ingalls Industries (HII). All’unità è stato assegnato il nome dell’ex-Senatore Jeremiah Denton, veterano del conflitto vietnamita. Sistema chiave dei cacciatorpediniere lanciamissili classe «Arleigh Burke Flight III» è il radar attivo a facce piane e a scansione di fase AN/SPY-6(V)1, associato al sistema di gestione operativa «Aegis Baseline 10» e opportunamente potenziato per svolgere funzioni di difesa antiaerei e antimissili di area. Il gruppo HII Ingalls Shipbuilding è anche alle prese con la costruzione dei caccia-

Immagine al computer della futura portaerei a propulsione nucleare ENTERPRISE (CVN 80), la cui cerimonia d’impostazione ha avuto luogo il 27

agosto 2022 (HII).

torpediniere lanciamissili Lenah Sutcliffe Higbee (DDG 123), Jack H. Lucas (DDG 125), Ted Stevens (DDG 128) e George M. Neal (DDG 131). Il gruppo industriale HII è l’unica azienda degli Stati Uniti in grado di costruire portaerei, nonché leader nello sviluppo di tecnologie per scopi militari. Il 27 agosto 2022 HII ha organizzato — nei cantieri di Newport News, in Virginia — la cerimonia per l’impostazione della futura portaerei a propulsione nucleare Enterprise (distintivo ottico CVN 80). Nel suo indirizzo di saluto, il sottosegretario dell’US Navy Erik Raven ha ribadito il valore militare e politico delle portaerei: Raven ha anche reso omaggio ai veterano imbarcati sulle precedenti unità che hanno portato lo stesso nome della portaerei in costruzione, vale a dire la portaerei protagonista iconica della Seconda guerra mondiale, Enteprise/CV 6 (nota anche come «The Big E»), e la prima portaerei a propulsione nucleare del mondo, Enterprise/CVN 65, entrambe costruite nei cantieri di Newport News. Circa 10 tonnellate di acciaio recuperato da quest’ultima sono state utilizzate per realizzare i primi moduli dello scafo della nuova Enterprise, a cui se ne aggiungeranno altre 7 tonnellate, assicurando così la continuità della tradizione navale statunitense. La futura portaerei è il terzo esemplare della classe «Gerald Ford», concepita per sostituire progressivamente le unità classe «Nimitz» e caratterizzata da rilevanti innovazione quali un nuovo sistema di propulsione nucleare, un’isola di nuova concezione, catapulte elettromagnetiche, un migliore sistema di movimentazione degli armamenti destinati ai velivoli imbarcati, una nuova configurazione del ponte di volo per migliorare l’efficienza operativa dell’unità e un importante margine di crescita per l’introduzione di innovazioni tecnologiche. L’Enterprise/CVN 80 è la prima portaerei a essere progettata con metodologie digitali, nonché a essere costruita in tal modo, utilizzando cioè computer portatili e tablet al posto dei classici disegni su carta del progetto esecutivo di dettaglio. L’Enterprise/CVN 80 è anche la prima di due portaerei acquisite mediante un unico contratto stipulato dall’US Navy e in cui la seconda unità è la portaerei Doris Miller (CVN 81). Il 31 agosto ha avuto ufficialmente il via — negli stabilimenti Fincantieri Marinette Marine, a Marinette, nel Wisconsin — la costruzione della prima fregata lanciamissili classe «Constellation». L’inizio delle attività produttive si concretizza dopo due anni e mezzo dall’assegnazione a Fincantieri del contratto per il progetto di dettaglio e per la costruzione delle prima unità, battezzata Constellation (distintivo ottico FFG 62). Dopo la conclusione della «critical design review» a maggio 2022 e la «production readiness review» due mesi dopo, l’US Navy ha dato il permesso a Fincantieri Marinette Marine di iniziare le lavorazioni, a vale del predetto periodo di due anni e mezzo in cui la Marina statunitense e la società hanno lavorato in stretta cooperazione per completare fino all’80% il processo di stesura del progetto di dettaglio. Il progetto delle fregate lanciamissili classe «Constellation» è ispirato da quelle della classe «Bergamini» della Marina Militare, con gli opportuni adattamenti per l’installazione di sistemi prodotti negli Stati Uniti, quali il già citato «Aegis Baseline 10». Fincantieri ha anche condotto le attività di potenziamento infrastrutturale del cantiere di Marinette Marine, in modo sia di iniziare un’impresa sostanzialmente nuova sia di garantire il rispetto delle tempistiche contrattuali: si prevede che la Constellation sarà consegnata all’US Navy nel 2026, con un requisito complessivo che per l’US Navy riguarda 20 unità e per il cui soddisfacimento esiste l’opzione del ricorso a un secondo produttore.

Allegoria grafica che raffigura il cacciatorpediniere lanciamissili statuni-

tense JEREMIAH DENTON, appartenente alla classe «Arleigh Burke Flight

III» e impostato negli stabilimenti HII il 16 agosto 2022 (HII). Missili ipersonici a bordo delle unità classe «Zumwalt»

Il 12 agosto, l’US Navy ha conferito al gruppo industriale Huntington Ingalls Industries l’incarico di in-

stallare missili ipersonici a lungo raggio sui cacciatorpediniere lanciamissili Zumwalt (DDG-1000) e Michael Monsoor (DDG-1001). Gli interventi sono destinati a svolgersi durante il prossimo periodo di carenamento delle due unità, presumibilmente a partire da ottobre 2023. L’operazione riguarderà verosimilmente la rimozione dei due impianti da 155 mm e la modifica delle strutture sottostanti all’interno dello scafo, facendo spazio per imbarcare un sistema di lancio verticale per un numero imprecisato di ordigni in corso di sviluppo nell’ambito del programma Common Hypersonic Glide Body (C-HGB), a cui partecipano, oltre all’US Navy, anche l’US Army e l’US Air Force.

Avvicendamento fra le portaerei dell’US Navy in Mediterraneo

Il 25 agosto, il gruppo navale incentrato sulla portaerei George H.W. Bush (CVN 77) e identificato con l’acronimo GHWBCSG, è transitato nello Stretto di Gibilterra e ha iniziato un dispiegamento in Mediterraneo nell’area di responsabilità del comando Naval Forces Europe-Africa (NAVEUR-NAVAF). Le altre unità e i velivoli del gruppo navale sono partiti dagli Stati Uniti all’inizio di agosto 2022 e — prima di iniziare il transito verso Gibilterra — si sono aggregati nel GHWBCSG al largo delle coste orientali statunitensi. Si tratta del primo dispiegamento in Mediterraneo della portaerei George H.W. Bush, il cui gruppo navale ha rilevato l’analoga formazione incentrata sulla portaerei Harry S. Truman, a sua volta denominata HSTCSG, nell’area da gennaio 2022 e rientrata negli Stati Uniti intorno all’8 settembre. A parte gli inquadramenti amministrativi delle singole unità navali, oltre alla portaerei il GHWCSG comprende l’incrociatore lanciamissili Leyte Gulf (CG 55), i cacciatorpediniere lanciamissili Nitze (DDG 94), Truxtun (DDG 103), Farragut (DDG 99) e Delbert D. Black (DDG 119). In totale, il GHWBCSG comprende oltre 6.000 effettivi e in grado di svolgere un’ampia gamma di missioni in numerosi teatri marittimi del mondo.

TURCHIA Il programma MILDEN per i nuovi sottomarini

È stato annunciato formalmente l’avvio del programma per la costruzione di sottomarini di nuova generazione. Il programma è stato denominato MILDEN, acronimo derivante dal turco MILli DENizalti, cioè «sottomarino nazionale». Al programma MILDEN aveva accennato anche il Presidente turco Erdogan durante il varo di uno dei battelli classe «Piris Reis», in corso di costruzione. Sotto il profilo operativo, la leadership politico-militare di Ankara valuta le unità subacquee come una componente centrale del crescente potere navale turco, soprattutto in una regione come quella del Mar Nero dove le Forze navali locali non possiedono naviglio di questo tipo. A ciò vanno aggiunti i successi riscontrati dall’industria militare turca, con i velivoli a controllo remoto Bayraktar TB2 assurti a risorse di assoluto rilievo nel panorama mediatico del conflitto russo-ucraino: forte di questi successi e incoraggiata dagli sviluppi concettuali e tecnologici, l’industria militare turca è cresciuta anche nel settore dei sistemi navali, con particolare riferimento a quelli subacquei, come dimostra la produzione dei «Reis». Il programma MILDEN prevede battelli significativamente più grandi delle unità classe «Reis», a loro volta realizzati in base al progetto «Type 214TN» di matrice tedesca: si prevede un dislocamento in immersione di circa 2.700 tonnellate e una lunghezza di oltre 80 metri, da comparare con le 1.850 tonnellate e i 65 metri dei «Reis». All’esterno, i battelli MILDEN avranno alcune somiglianze con il progetto di base «Type 214» ma se ne discosteranno soprattutto nella configurazione della zona prodiera, più simile a quella degli ultimi modelli di battelli nipponici: la falsatorre avrà dimensioni ridotte. La ragion principale

Modello di sottomarino di nuova generazione, da realizzare per la Marina turca nell’ambito del programma MILDEN (Anadolu Agency).

per l’incremento dimensionale riguarda il potenziamento dell’armamento, compresa la possibilità di impiegare missili land-attack prodotti in Turchia, «GEZGIN» e analoghi ai «Tomahawk» statunitensi e ai «Kalibr» russi. Un altro ordigno di produzione nazionale ipotizzabile per i nuovi battelli è il missile antinave «ATMACA», che sta iniziando a sostituire gli «Harpoon» a bordo delle unità di superficie turche. Tenendo conto che i battelli «Type 214» possono trasportare fino a 16 ordigni, le dimensioni dei MILGEN suggeriscono un maggior numero di armi. Altre migliorie tecnologiche riguarderanno i sensori elettroacustici passivi laterali, che beneficeranno della maggior lunghezza di scafo, e probabilmente anche i sensori sistemati sui sollevamenti in falsatorre. La pianificazione navale turca prevede l’inizio della costruzione di 6 battelli tipo MILDEN nel 2025, in modo da avere in inventario nella seconda metà degli anni Trenta, 12 sottomarini equipaggiati con AIP.

UCRAINA Corvette in costruzione

Il 18 agosto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato che la prima corvette classe «Ada» in corso di costruzione in Turchia sarà denominata Hetman Ivan Mazepa. Nell’ottobre 2020, Turchia e Ucraina hanno siglato un accordo di cooperazione militare con cui le due nazioni hanno manifestato l’intenzione di avviare progetti comuni per la costruzione di navi militari, velivoli a controllo remoto e turbine a gas di propulsione. Il programma navale riguarda la costruzione di due corvette nei cantieri RMK Marine Shipyard, dove il primo esemplare è stato varato a settembre 2021. L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto la pianificazione e il prosieguo della sua attuazione. Fonti militari ucraine hanno comunque rivelato che le corvette dovrebbero essere armate con missili antinave «Harpoon», senza peraltro escludere altre soluzioni quali il «Neptune» ucraino e i già citati ATMACA turco o norvegese NSM. Probabile è la presenza di un cannone da 76 mm, di un impianto per la difesa di punto da 35 mm e di mitragliere da 12,7 mm. Per le operazioni antisommergibili si dovrebbero imbarcare siluri MU-90.

Trasferimento di UUV per la guerra di mine

La Gran Bretagna ha avviato il trasferimento alla Marina ucraina di sei mezzi subacquei a controllo remoto (UUV) di tipo imprecisato: tre di essi sono stati prelevati dall’inventario della Royal Navy e gli altri tre verranno realizzati da industrie britanniche. Si tratta di sistemi essenziali per la Marina ucraina, concepiti per l’impiego in acque profonde fino a 100 metri, al fine di scoprire, localizzare e identificare le mine che impediscono una consistente ripresa dei traffici marittimi ucraini. Oltre a fornire gli UUV, la Marina britannica sta addestrando il personale di quella ucraina destinato al loro impiego, un’attività a cura del Diving & Threat

Uno dei sei mezzi a controllo remoto per le operazioni di contromisure mine in corso di cessione dalla Gran Bretagna alla Marina ucraina (UK MoD).

Exploitation Group della Royal Navy, operante assieme a personale della 6th Fleet dell’US Navy. Michele Cosentino

CHE COSA SCRIVONO GLI ALTRI

«Riflessioni sull’Intelligence»

GNOSIS, RIVISTA ITALIANA DI INTELLIGENCE, N. 2/2022

Il profilo monografico dell’ultimo numero della prestigiosa rivista in parola, edita dall’Agenzia informazioni e sicurezza interna (gnosis.aisi.gov.it), ci viene chiaramente illustrato dall’Editoriale, che si propone «di offrire un percorso diacronico di riflessioni sull’intelligence. L’itinerario guida attraverso le pagine della storia operativa, illustrando come l’attività informativa abbia raggiunto nuovi orizzonti sotto la spinta della tecnologia e del carisma di agenti lungimiranti, capaci di cogliere — a livelli diversi e in tempi distinti — segnali di cambiamento e di intercettarne il potenziale con progettualità propizia, prassi illuminante e una spiccata vocazione al futuro». Farà piacere ai lettori constatare che, nella ricca panoplia di 17 saggi — oltre alle usuali rubriche e al «punto di vista» dell’ambasciatore Sergio Romano (che anticipa il suo ultimo libro La scommessa di Putin) — per un complesso di 252 pagine (formato saggio 25x18 cm), ben cinque articoli siano dedicati a episodi e personaggi della storia della Marina, su cui in queste brevi note ci soffermeremo in particolare. Seguendo così puntualmente la «scaletta» dell’indice, il primo articolo di carattere navale che troviamo, scritto da chi cura la presente rubrica, s’intitola Centum oculi vigilant pro te. Gli «occhi» della Marina in guerra e in pace, che analizza, in tre contesti storici differenti, tre episodi che videro in azione gli uomini della Marina in altrettante operazioni di successo. Dall’esame critico del «colpo di Zurigo» del 1917, in cui venne sventata la rete di spionaggio e complicità pericolosamente tesa dai servizi austriaci in Italia, alla cosiddetta «beffa delle navi» con la quale l’ddetto navale a Washington nel 1941, ammiraglio di divisione Alberto Lais, facendo segretamente sabotare, dagli equipaggi dei mercantili italiani internati nei porti degli Stati Uniti ancora neutrali, riuscì a impedire che venissero addirittura consegnate agli inglesi sulla base della legge «affitti e prestiti», prima di essere espulso come «persona non grata». E, infine, al prezioso aiuto che venne offerto agli Stati Uniti, nel momento più acuto della Guerra Fredda, con l’allora capitano di corvetta Fulvio Martini che riuscì a fotografare il transito sul Bosforo di navi russe con a bordo sezioni smontate di quei missili destinati a essere installati a Cuba (1962), vicenda raccontata dal protagonista nel libro di memorie Nome in codice Ulisse. Segue poi, a firma di Umberto Porta, la straordinaria impresa del comandante Eliso Porta, che consentì nel 1941 il recupero di documenti e cifrari preziosi dallo scafo affondato del cacciatorpediniere inglese Mohawk nelle acque di fronte alla Tunisia pur sotto la vigilanza della ricognizione nemica. Quindi, a firma di Claudio Rizza, la vicenda del piroscafo fluviale Gianicolo che, trasformato in nave-civetta, permise nel 1915 di individuare lungo le coste greche i punti di rifornimento dei sommergibili nemici in combutta con faccendieri locali. È la volta poi di Enrico Cernuschi con l’articolo Parola di nemico. Le informazioni raccolte tra i marinai inglesi prigionieri in Italia, 1940-1943, che esamina i compiti dei Servizi nel settore delicatissimo della Humint, ovvero delle fonti fiduciarie e Un caffè con l’Ammiraglio di Adriano Soi con una testimonianza diretta sulla personalità dell’ammiraglio Fulvio Martini, per lungo tempo a capo del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare, «gentiluomo ma soprattutto professionista dell’intelligence che, come soleva dichiarare, si era trovato quasi per caso in quel mondo». In buona sostanza un bellissimo «spaccato» di storia navale che si inserisce in un palinsesto estremamente ricco e variegato tra cui, a titolo esemplificativo, non possiamo non segnalare il saggio del generale Basilio Di Martino (La dimensione tecnologica dell’intelligence. Insegnamenti dalla storia), del prof. Gastone

Breccia (Guerra irregolare e servizi d’informazione) e del gesuita americano Robert A. Graham S. J., storico della Seconda guerra mondiale e tra i massimi esperti in materia di diplomazia vaticana (L’occhio del Sim sulla città del Vaticano). Da sottolineare infine come ben dieci dei diciassette autori interessati alla stesura della Rivista (Di Martino, Alegi, Ferrante, Porta, Rizza, Cappellano, Punzo, Tirone, Vento e Breccia) siano collegati a diverso titolo con la Società italiana di Storia Militare (societaitalianastoriamlitare.org), a testimonianza della vitalità della Società stessa e del personale impegno storiografico dei suoi soci.

«Ucraina. Cinque secoli di storia»

STORICA NATIONAL GEOGRAPHIC, N.160, GIUGNO 2022

Nel mare magnum delle analisi e dei commenti strategici e geopolitici che ci ha offerto la guerra in corso in Ucraina a seguito dell’aggressione russa, è mancata sinora una visione storica complessiva dell’evoluzione dello stato ucraino e della sua identità nazionale che ci propone il presente fascicolo del periodico di National Geographic in un ampio ed efficace palinsesto. Pur avendo avuto l’indipendenza solo trent’anni fa, l’Ucraina infatti alle spalle ha una lunga storia segnata dalle proprie radici slave e dagli stati confinanti che, contendendosene il controllo, ne hanno fatto un perenne teatro di guerra. E non a caso si dice, in termini geopolitici, «terre di confine, terre di sangue» e lo stesso toponimo «Ucraina», invalso a partire dal XVI secolo, significa appunto «frontiera». In estrema sintesi, entrando subito in medias res, dalla fine del XIV secolo fino al XVIII, il territorio dell’attuale Ucraina era spartito fra tre stati: a est il Granducato di Mosca; a ovest il Granducato di Lituania (e più tardi la confederazione di Polonia e Lituania) e a sud il Khanato tataro (cioè la signoria musulmano-sunnita) di Crimea, che svolse un ruolo fondamentale nella difesa dei confini dell’islam contro i moscoviti ortodossi e i polacchi cattolici. La traiettoria storica dell’odierna Ucraina si è svolta al crocevia di queste tre formazioni statali, con la religione fattore determinante in tale processo. Il principato della Rus’ di Kiev, le cui origini risalgono al IX secolo col principe Oleg, aveva adottato il cristianesimo ortodosso, dando agli slavi orientali un’identità comune pur sotto l’autorità del patriarca di Mosca. Nei territori governati dalla Polonia cattolica però una minoranza decise di obbedire all’arcivescovado di Kiev, che ruppe definitivamente con la chiesa ortodossa russa alla fine del XVI secolo. Si formò così la «Chiesa uniate» sotto l’autorità del metropolita di Kiev e con il pontefice romano come riferimento spirituale, cioè una chiesa cattolica ma di rito orientale. I cosacchi, «un misto di avventurieri e contadini in fuga dalla servitù della gleba» (vocabolo di origine turca che significa «uomo libero», «vagabondo», «cercatore di fortuna»), a partire dal XVI secolo riuscirono a controllare parte dei territori centrali e nord-occidentali dell’Ucraina, con continue incursioni contro i tatari, gli ottomani e i polacchi, finché nel 1654 il proto-stato cosacco l’Hetmanato Zaporozhian, commise l’errore di accettare la protezione dello zarato russo e … mal gliene incolse; mai fidarsi dei russi! Infatti, un secolo più tardi, dopo averli sfruttati al proprio servizio sui vari campi di battaglia, all’epoca della Grande Caterina (1762-96), i cosacchi vennero soggiogati, al pari del khanato tataro. In questo modo la Russia ottenne il controllo dei territori intorno al Dnepr, un’area, allora come ora, di grande importanza geopolitica, in quanto essenziale per raggiungere Mosca e accedere al Mar d’Azov e al Mar Nero, dotata peraltro di un grande potenziale economico e commerciale. Nel frattempo, dopo la spartizione della Polonia del 1772, l’impero austriaco aveva occupato l’Ucraina occidentale, dove le armate asburgiche, nella regione chiamata allora Galizia, avrebbero poi combattuto contro i russi la Grande guerra. Nel XIX secolo la Russia vedeva l’Ucraina come una provincia del suo impero, incrementandone quindi

Tre secoli e mezzo di storia dei confini ucraini (worldpress.com).

la progressiva russificazione e mettendo fuori legge la Chiesa Uniate. Ma l’identità ucraina si mantenne attraverso la lingua e una coscienza politica e nazionale che diede luogo già allora a diversi tentativi, sobillati dall’impero austriaco, di rendere il paese uno stato indipendente. Molto travagliate le vicende ucraine nel quinquennio 1917-22. Nel marzo 1917, dopo la Rivoluzione di febbraio, la Rada (parlamento) di Kiev chiese l’autonomia dell’Ucraina all’interno di una Russia che si sperava «liberale e federale» e, dopo la presa di potere di Lenin nell’ottobre successivo, venne proclamata la «repubblica popolare ucraina», alla quale però i bolscevici nel dicembre successivo opposero una «repubblica dei soviet» occupando Kiev, da cui dovettero però sgombrare dopo l’armistizio di Brest-Litovsk (marzo 1918). Il paese venne allora occupato dai tedeschi che appoggiarono l’ascesa di Pavlo Skoropad’skyj, discendente di un «atamano» (comandante) cosacco che instaurò un regime autoritario e conservatore presto spazzato via dalle turbinose vicende della guerra civile, durante la quale l’Ucraina divenne lo scenario di una spietata lotta su più fronti. Nel 1920 i nazionalisti ucraini si schierarono con la rinata Polonia voluta dalla Conferenza di Versailles contro l’armata «rossa» in un conflitto che ebbe termine l’anno successivo, quando i polacchi, sacrificando alla

fine i loro alleati ucraini con le loro ambizioni nazionaliste, firmarono la pace con Lenin ottenendo in cambio la Galizia ex-austriaca. Così l’Ucraina cadde in mano dei bolscevici e divenne una delle quattro repubbliche socialiste che, nel dicembre 1922, costituirono l’Unione Sovietica. Terribile fu l’impatto dello stalinismo sul paese, con la sua logica russificatrice e la forzata collettivizzazione delle campagne che provocò il famigerato Holodomor, una disastrosa carestia con milioni di vittime. Nel secondo conflitto mondiale, subito dopo l’invasione nazista, gli ucraini videro in un primo tempo gli invasori come possibili alleati per ottenere l’indipendenza da Mosca, speranze invero presto disilluse. La vittoria sovietica nella Grande guerra patriottica, la cui strategia assomiglia molto a quella posta in essere dai russi ai nostri giorni (basata cioè sulla triade «assediare, isolare e distruggere»), avrebbe assicurato all’Ucraina nuovi territori a nord-ovest a scapito della Polonia (che li avrebbe a sua volta riguadagnati a occidente a scapito della Germania, secondo gli accordi della conferenza di Potsdam), anche se movimenti di guerriglia antirussa sarebbero sopravvissuti in Ucraina alla fine della guerra stessa. Una storia dunque complessa e tragica che ci porta sino ai tempi più recenti e testimonia quel perenne desiderio di indipendenza, realizzato solo nel 1991 con l’implosione dell’Unione Sovietica e adesso rimesso in forse dall’aggressione russa «con gli ucraini nei panni dei russi di ieri e i russi di oggi nel ruolo dei nazisti», come ha scritto Augusto Minzolini sulle colonne de Il Giornale del 27 febbraio scorso. È un vero peccato che gli autori del presente palinsesto di storia ucraina, all’inizio della loro rievocazione non si siano spinti appena qualche decennio indietro: se così fosse stato avrebbero meglio spiegato ai lettori le radici del profondo afflato che lega nell’inconscio collettivo l’Italia ai territori ucraini, come abbiamo potuto constatare ai nostri giorni in termini di accoglienza dei profughi e di politica di aiuti allo stato ucraino in lotta, ancora una volta nella sua travagliata storia, per la propria libertà e indipendenza. Nel basso Medioevo infatti la Repubblica marinara di Genova, la «Superba» per antonomasia, non solo nell’ Egeo, ma anche nel Mar Nero settentrionale e nel Mar d’Azov ebbe floride colonie e ricchi stabilimenti com-

merciali, il tutto dal 1266 al 1475. Le principali furono Caffa (Teodosia), Cembalo (Balaklava), Soldaia (Sudak) e Caulita (Yalta), in quel territorio, da ultimo amministrato dal Banco di S. Giorgio, che i genovesi chiamavano «Gazaria»; colonie che, dopo più di due secoli di esistenza, vennero brutalmente conquistate e soffocate nel sangue dai turchi ottomani e dai tartari (le cui vicende sono state a suo tempo magistralmente raccontate dallo storico Roberto S. Lopez e, più recentemente, rievocate in www.archeome.it/ucraina-quando-la-crimea-era-unacolonia-della-repubblica–di–genova). Ripercorrendo così i momenti essenziali della travagliata storia ucraina, non può non venire in mente al lettore la celebre affermazione del drammaturgo francese Raymond Queneau, secondo la quale «solo i popoli felici non hanno storia, perché la storia è la scienza dell’infelicità degli uomini», nonché la veridicità del mottetto geopolitico citato nelle premesse: «Terre di confine, Terre di sangue»!

«La Russia nel Mediterraneo: una minaccia?»

IAI AFFARI INTERNAZIONALI, 28 GIUGNO 2022

Lo scorso giugno c’è stato un certo allarmismo in Italia riguardo alle manovre condotte dalla Marina russa (Voyenno-morskoi flot, VMF) nel bacino del Mediterraneo. Alcune navi sono state individuate al largo della penisola italiana, mentre altre sembrerebbero impegnate in esercitazioni e nel tallonamento delle task force navali NATO in transito nel bacino marittimo. Chiaramente, la riattivazione nel 2013 del «quinto squadrone» operativo nel porto siriano di Tartus, scrive nell’articolo in parola, ha provocato qualche preoccupazione all’Italia e al resto dell’Alleanza Atlantica. Tant’è che, già a maggio del 2021, ricorda l’autore, l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, oggi Capo di Stato Maggiore della Difesa, parlava della «necessità di aumentare la capacità italiana di proiettare forze nel Mediterraneo», soprattutto in funzione del monitoraggio delle basi russe in Libia e Siria. Il timore è infatti che i russi possano imporre delle cosiddette «bolle» anti access/aree denial (A2/AD), ovvero «zone pesantemente difese da sistemi antiaerei e antinave in grado di interdire ampie aree adiacenti — o per lo meno di

Vignetta satirica apparsa su foreignaffairs.com.

infliggere gravissime perdite — e rendere così difficoltosa la navigazione alleata nel Mediterraneo». L’invasione dell’Ucraina ha aumentato ulteriormente la tensione, e la presenza russa nel Mediterraneo è addirittura cresciuta parallelamente al dispiegamento di navi di Mosca nel Mar Nero. Al quinto squadrone sono stati aggiunti due incrociatori, Varyag proveniente dal Pacifico e Maresciallo Ustinov dal Mare del Nord. A conti fatti, Mosca dispiega più di nove assetti navali nella regione: due sottomarini di classe Kilo, due cacciatorpediniere di classe Udaloy, due fregate di tipo Gorshkov e Grigorovich e alcune navi ausiliarie. Osservando la composizione del «quinto squadrone», è intuibile che la presenza russa nel Mediterraneo sia soprattutto orientata a svolgere più che altro una missione di deterrenza, più che seriamente contestare la supremazia navale occidentale. Anche qui, è necessario scendere al livello tecnico per provare a interpretare la strategia russa, sottolinea l’autore, nel senso che l’adozione del missile da crociera Kalibr che, con una gittata fra i 1.500 e i 2.500 chilometri, rappresenta il principale strumento con cui la VMF è riuscita ad aumentare la potenza di fuoco delle proprie unità, anche se non tutte le navi del «quinto squadrone» hanno completato l’installazione dei lanciatori necessari. In buona sostanza. Conclude l’autore nella sua disamina critica: «la presenza navale russa nel Mediterraneo non va sottovalutata, anche se si tratta soprattutto di uno strumento di deterrenza».

Ezio Ferrante

RECENSIONI E SEGNALAZIONI

Ciaj ROCCHI - Matteo DEMONTE (a cura di)

Le stelle di Dora

Le sfide del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa

Edizioni Solferino Milano 2022 pp. 144 Euro 12,90

Il 3 settembre 1982, veniva trucidato — insieme alla moglie — dalla mafia Carlo Alberto dalla Chiesa.

Il fascicolo di settembre della Rivista Marittima intende dunque ricordare con un gesto simbolico, quale è la «segnalazione» ovvero la recensione di un recentissimo libro che è dedicato a tale illustre personaggio, direi anzi a tale storia. Appare superfluo asserire che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa non è stato solo un militare d’eccellenza, un uomo d’azione, un servitore dello Stato e delle Istituzioni repubblicane…egli, col suo martirio laico, è divenuto un reale simbolo della storia dell’Arma dei Carabinieri e della Repubblica tutta entrando a far parte, a pieno titolo, della storia patria contemporanea. In poche parole egli è assurto — insieme ad altri come i giudici Falcone e Borsellino — a essere simbolo per tutta la nazione.

Su queste premesse ci accingiamo, con piacere, a segnalare più che recensire l’interessante progetto editoriale intitolato «Le Stelle di Dora. Le sfide del generale Carlo Alberto dalla Chiesa», progetto che — lo preannunciamo subito — appare tipograficamente suddiviso in due parti. Una prima è un vero e proprio fumetto a colori in cui si ripercorrono le tappe di vita di questo grande uomo, partendo dal terribile evento del 3 settembre 1982 per poi percorrere all’indietro, seppure in sintesi grafica, i maggiori episodi di vita del Generale. Una vita intensa e dedita integralmente allo Stato e all’Arma: dalla sua scelta di resistenza durante la Seconda guerra mondiale in cui ancora ufficiale di fanteria consegue due croci di guerra sul fonte montenegrino che gli valgono l’ingresso nell’Arma; in quei difficilissimi anni per l’Italia, egli sceglie l’antifascismo e l’antinazismo e si impegna nella Resistenza. Nel 1948 entra a far parte delle forze di repressione del banditismo in Sicilia, che si occuperanno del bandito Salvatore Giuliano, contro cui l’Arma e lo Stato avranno successo; ma qui ha luogo il primo «contatto» ovvero la prima conoscenza tra il futuro Generale e «Cosa Nostra». Nel 1966 ritorna a Palermo come comandante della Legione Carabinieri della città e qui inizia a interessarsi sempre di più di mafia, contribuendo moltissimo a una mappatura dei mafiosi. Lascia Palermo nel 1977, e sono questi gli anni di «piombo» e del terrorismo interno di cui le Brigate Rosse furono la massima espressione. Ed è proprio contro le BR che dalla Chiesa ottiene successi incredibili, anche se tale periodo è segnato dalla scomparsa della moglie Dora (1978; ecco perché il libro si riferisce alle «stelle di Dora»). Lasciata l’uniforme col grado apicale di Generale di corpo d’armata, viene nominato Prefetto a Palermo, la città che molti anni prima già lo aveva visto protagonista di un incredibile servizio allo Stato e che lo vede Prefetto per soli 100 giorni.

Si sono sunteggiate alcune delle tappe della vita di Carlo Alberto dalla Chiesa perché vi è un sottile fil rouge che le lega tutte: il senso profondo di voler abbattere i nemici dello Stato e quindi della collettività.

La seconda parte sono invece delle riflessioni quasi a mo’ di «testimonianza» scritte da illustri personaggi (in primis il Ministro della Difesa, On. Guerini e poi il Ministro per le Politiche Giovanili, On. Fabiana Dadone, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Amm. Giuseppe Cavo Dragone, il Coordinatore della Struttura di missione per la valorizzazione degli anniversari nazionali, Paolo Vicchiarello; il Comandante Generale dell’Arma, Generale C.d.A. Teo Luzi).

In margine a tale volume è posta la biografia del Generale e quindi una riflessione del Capo del V Reparto dello SM Difesa (vergata dal Gen. div Alfonso Manzo); termina il testo una poesia del capitano Francesco d’Ottavio (del V reparto dello SM Difesa) intitolata «Da Via Carini si vede il mare».

Questa graphic novel ovviamente è indirizzata ai giovani e ciò poiché Carlo Alberto dalla Chiesa è stato un uomo portatore di luce, quella luce e speranza di cui tutti hanno bisogno, ma massimamente i giovani. A loro sono necessariamente e inevitabilmente indirizzati i «modelli» e Carlo Alberto dalla Chiesa è stato un modello sia per i giovani che per gli adulti; infatti come ha chiosato il Comandante Generale dell’Arma: «La tutela dei diritti inviolabili dei cittadini di Palermo e dell’intero paese, così come caparbiamente ed eroicamente difesi dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prosegue attraverso l’imperitura memoria e il senso del dovere e dello spirito di sacrificio che Egli ci ha lasciato».

La Rivista Marittima dunque onora il generale dalla Chiesa e si compiace di questa iniziativa editoriale plaudendone la bellezza non solo delle immagini ma anche dei contenuti.

Daniele Sapienza

Renato FERRARO DI SILVI E CASTIGLIONE (a cura di)

A misura d’ambiente

Perché l’uomo non è al centro dell’universo

Edizioni All around Rotomail Italia S.p.A. Agosto 2021 pp. 157 Euro 15,00

Ispirandoci al giudizio di un autorevole giornalista e scrittore quale Gianni Riotta che descriveva anni fa la caratteristica di un buon libro, tra le altre quale, quella di lasciare il lettore più ricco di prima della sua lettura, con assoluta convinzione siamo in grado di dire che questo lavoro di Ferraro di Silvi e Castiglione è senz’altro non solo un ottimo libro perché risponde a tale parametro ma, aggiungiamo, è un lavoro di bellezza incredibile, di grande arricchimento culturale, in alcuni passaggi persino di grande poesia e sensibilizzazione interiore; questo scritto seleziona, ricerca e porta alla luce, a vantaggio del lettore pur neofita, per introdurlo al tema del rapporto tra uomo e natura, sprazzi di cultura addirittura letteraria, poetica, storica, accuratamente scelti per mostrarci un ventaglio ampio di scuole e approcci diversi di pensiero e cultura filosofica, religiosa, filologica, botanica, delle scienze evolutive, geografica tra le più note o tra le meno note.

Tutto questo avviene in un unico libretto, dottamente collazionato e frutto di un grande studio preparatorio che, attraverso la sapiente illustrazione di più discipline, approda a far riflettere sul tema dei temi da millenni, il rapporto tra uomo e natura. Con brevi e movimentati capitoli che mantengono sempre incuriosita l’attenzione di chi legge già dai titoli quanto mai significativi ed espressivi, il testo ci regala un caleidoscopio di conoscenze dalla poesia italiana e dei classici, fino all’animismo della cultura giapponese comprendendo anche il pensiero di Karol Wojtyla: Etica della terra ed esordi dell’ecologismo americano, Salomone aveva due anelli, Ecologia profonda contro antropocentrismo, La mite rivoluzione del MU, Pace con Dio e con il creato, Utilitarismo e generazioni future, Mistica islamica e natura, Il sublime della natura, Religione della Terra, Al servizio della Terra madre. Parliamo di ben dieci grandi pensatori, filosofi e scienziati cui è dedicato ogni capitolo, provenienti, cosa molto insolita e interessante, da ogni continente e di diversa religione, così da evidenziare come le loro origini e provenienze nazionali, culturali, esperienziali diverse, in base a quanto diverso possa essere l’habitat circostante di ogni parte del nostro pianeta, li abbiano posti dinanzi al problema della sopravvivenza umana sul pianeta in rapporto con l’ambiente, con soluzioni e visioni addirittura opposte. Alla fine però il risultato ha un comune denominatore che trasversalmente fa interrogare ogni filosofo sulle sorti del nostro pianeta e sulla interazione tra noi e quella che è la nostra unica casa e risorsa e fonte di sopravvivenza. L’autore descrive con parole chiare, sintetiche ma non semplicistiche, la loro biografia, la loro formazione di studi, la famiglia in cui crebbero, per farli raccontare al lettore su come siano giunti a maturare un percorso di riflessione nella loro epoca non a noi coeva ma antesignana rispetto a quella che oggi è invece

quasi una attenzione scontata, spesso ossessiva, molto alla moda, ma di fatto inascoltata sensibilizzazione ai governi del mondo circa l’inesorabile epilogo che vede l’evoluzione del clima e lo sfruttamento o la modificazione della natura, condizionare e causare cambiamenti epocali della natura e dell’ambiente. Attraverso magistrali citazioni di autori anche classici, l’autore rileva di ogni pensatore la diversa osservazione e relazione che l’uomo ha avuto con la natura circostante fino a un sovradimensionamento del suo potere sulla natura, quasi diremmo con gli occhi degli antichi romani blasfemo, come si evince dalla descrizione negativa che autori antichi fecero di chi osava sfidare gli eventi naturali, manifestazioni deificate sulla terra del potere delle divinità. L’uomo ha visto evolversi il rapporto con il suo ambiente circostante con un suo ridimensionamento radicale e la presa di coscienza che è in questa natura che dobbiamo vivere e non possiamo più ignorare i segnali che la natura stessa ci da, correlati a migrazioni dovute a carestie, disastri geologici, cambiamenti climatici, condizioni di vita sempre più estreme in alcuni continenti tali dal mettere oggi il genere umano dinanzi alla consapevole domanda se riusciremo a vivere in fisiologico rapporto con l’ambiente, ovvero ne abbiamo causato attivamente e accelerato il cammino deteriore derivante dall’averlo sfruttato, modificato, depauperato.

Questo libro lo consigliamo per i motivi ora illustrati ma più di tutto perché è in grado di trattare un argomento molto strumentalizzato, dibattuto, ideologizzato, spesso affrontato con troppe connotazioni politiche «contro», in una errata ottica che mira a descrivere solo l’antitetica disarmonia tra uomo e natura, in modo fuori dal comune, riuscendo invece a stimolare la nostra riflessione e favorendo interesse verso un argomento che per lo più lascia indifferenti le nostre società consumistiche ed è nicchia di attivisti, cultori dell’ambientalismo verso i quali la società guarda distratta, quasi infastidita. L’autore con questo approccio di diffusione della cultura passata e presente più autorevole dell’ambientalismo ci svela le sue nobili radici culturali e ci attira verso una presa di coscienza ormai davvero urgente della immagine di cosa stiano divenendo i nostri oceani, la nostra terra, l’ecosistema, se non ci impegniamo alla costruzione della nostra permanenza sul pianeta a misura di ambiente e non a suo dispetto. Dal timore tipico della identificazione dei fenomeni naturali con le divinità che schiacciano o puniscono l’uomo, che nell’antica Roma potevano avere personaggi come Caligola o Plinio di fronte alle eruzioni vulcaniche, passando per la rivoluzione copernicana che pose l’uomo al centro dell’ universo, alla crisi post moderna di tale archetipo che ci ha invece consegnato un pianeta irrimediabilmente modificato, danneggiato e sfruttato, ognuno dei personaggi che l’autore sceglie, ci insegna ad amare un po’ di più e rispettare la natura circostante vivendola come indica Leopardi nello Zibaldone o nella poesia Infinito «…e naufragar m’è dolce in questo mare...» citata da Remo Bodei, che ci rassicura: il sublime...della natura…che non è scomparso...».

Rita Silvaggio

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