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Donna e sport, un percorso da completare

Il percorso della donna sportiva è stato lungo, lento, dalla traiettoria non sempre piana

di Angela Teja, Società Italiana di Storia dello Sport (SISS)

Lo sport è parte del complesso di fattori che hanno portato la donna a diventare una cittadina libera, con una propria autonomia personale. Assieme al progredire dell’istruzione, al suo accesso al lavoro extramura domestiche, all’avanzare delle misure a salvaguardia della sua salute, troviamo anche lo sport, evento che però raramente è stato evidenziato. La donna spesso compare nei racconti storici in quanto moglie, madre o figlia di qualcuno. Le vicende femminili compaiono spesso negli archivi come un «rumore di fondo». La donna appare infatti in trasparenza, spesso sullo sfondo delle vicende storiche, cosa ancor più visibile in un ambito, come quello sportivo, fortemente connotato al maschile sin dalle sue origini.

Un percorso a tappe

È stata la Grande guerra a fare da spartiacque nel processo di crescita e di evoluzione delle donne verso il loro ufficiale riconoscimento, essendo state in gran parte e in quel momento chiamate a occupare posti di responsabilità in assenza degli uomini. La guerra ha inoltre rinforzato l’idea che esse fossero le depositarie dei valori familiari, quindi del futuro della nazione, e che avessero acquistato una maggiore importanza a livello sociale, mettendo in mostra capacità operative fino ad allora sconosciute. Tuttavia possiamo dire che le donne, pur non essendo ancora “sportive” nel senso proprio del termine, e cioè “agoniste”, partecipanti a competizioni per il conseguimento di record e risultati, hanno frequentato i luoghi della ginnastica sin dai primi decenni dell’Unità d’Italia. Così dalle cronache precedenti la Grande guerra, specialmente da quelle dei giornali sportivi, ma anche da quanto riportato sui giornali femminili che avevano iniziato ad uscire proprio in quell’epoca, risaltò che, se la donna avesse voluto impegnarsi in un’impresa sportiva propriamente detta, ciò avveniva o perché altri glielo avevano offerto a fin di guadagno, o per fare pubblicità a un prodotto (ad esempio biciclette, automobili, manufatti di sartoria), o ancora per introdurre le gare maschili, che erano quelle maggiormente seguite dal pubblico. Infatti la donna che si esibiva in pubblico, che aveva il coraggio di farlo indossando magari un abbigliamento succinto, non avrebbe potuto assecondare l’immagine all’epoca preferita per lei, quella di “angelo del focolare”. Piuttosto veniva considerata una donna pubblica, talvolta un fenomeno da baraccone che, in quanto tale, solleticava la curiosità e l’accorrere del pubblico (prevalentemente maschile), pronto ad assistere a quello spettacolo. È evidente come ciò abbia pregiudicato la corretta interpretazione del fenomeno sportivo delle donne, visto dunque alle sue origini come spettacolo “fantasioso”, piuttosto che una gara sportiva con le valenze più nobili. Sono stati i moderni Giochi olimpici a determinare una svolta nella storia dello sport, alla quale non si è sottratta quella dello sport femminile.

L’ostacolo del barone

Il barone Pierre de Coubertin, e in quell’epoca non solo lui, sosteneva che lo sport femminile non servisse né interessasse, e che fosse per giunta uno spettacolo brutto da vedersi. Coubertin ha sempre respinto l’idea che la donna potesse esibirsi perché, secondo il suo pensiero, ciò nascondeva il pericolo del pubblico ludibrio.

La presenza femminile aumentava questo pericolo e perciò egli la combattè, causando così un ritardo nell’ammissione ufficiale delle donne ai Giochi.

Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, la gran parte dei “cimenti” femminili, come venivano talvolta chiamate queste gare, era ascrivibile più al mondo dello spettacolo che a quello sportivo. Ciò è particolarmente evidente se consideriamo il ciclismo, una specialità molto diffusa in Italia. La ciclista più famosa di quest’epoca pionieristica è Maria Forzani. La Forzani è stata uno dei pochi casi di donne del popolo che si dedicarono a gare ciclistiche su strada, mentre molte delle cicliste che risultano citate nelle cronache dell’epoca si esibivano in spazi ben definiti per il cui ingresso si pagava un biglietto, erano cioè per la maggior parte cicliste retribuite per le loro esibizioni. Spesso erano donne di spettacolo, attrici, cantanti, soprani etc.

Tuttavia il ciclismo praticato da donne risulta importante per un altro motivo; quello dell’abbigliamento femminile, che proprio in occasione dell’utilizzo della bicicletta si è rinnovato diventando anche “sportivo”. Alle donne cicliste infatti, per prime, si è concesso di vestirsi diversamente dall’usuale.

La bicicletta, quindi, è stata la grande protagonista dell’emancipazione della donna come ben racconta il documentato libro di Antonella Stelitano al riguardo, Donne e bicicletta. Una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia (Ediciclo 2021).

Vorrei fare anche un cenno ad Alfonsina Strada, non solo perché è la ciclista più conosciuta e citata nei testi di storia dello sport, ma anche perché il 2024 celebra il centenario della prima e unica partecipazione di una donna al Giro d’Italia, Alfonsina appunto.

La “regina della pedivella” fu però annunciata sulla “Gazzetta dello Sport” come “Alfonsin”, e non si sa se per un refuso o per la precisa volontà di non “danneggiare” il giro con una presenza femminile.

L’abbigliamento diventa “sportivo”

Attraverso lo sport, la donna si avvicinò gradualmente ad attività più nuove e divertenti, i cosiddetti “sport inglesi”, e dovette necessariamente indossare abiti più comodi. Mutare il vestiario significò, per lei, scegliere un modo diverso di mostrarsi in pubblico. Il suo corpo fu “ridisegnato” e si sentì libera di muoversi. Le donne sportive furono così le prime a indossare i pantaloni e la biancheria intima, un tempo indossata solo dalle donne del ceto più agiato. Rimasero ancora a lungo delle resistenze a portare la calzamaglia o i pantaloni corti, perché questi, in Italia, simboleggiavano una vita fuori dai canoni tradizionali. Ma il senso di libertà che la donna riacquistò con l’abbigliamento sportivo era destinato ad andare ben al di là della semplice scelta di un vestiario più comodo. Anche in questo caso dopo la Grande guerra, lo sport assecondò l’esigenza di unire negli abiti femminili l’eleganza con la praticità, vivacizzando anche il mondo della cultura di quegli anni suscitando pareri diversi, per cui il cambio di vestiario fu di per sé stesso una rivoluzione. Si delineò una donna nuova per il nuovo secolo. Ciò avvenne con un passaggio di rottura durante il quale la donna italiana si scontrò inevitabilmente con l’opinione pubblica che desiderava vedere la donna ancora in maniera tradizionale. Nonostante queste difficoltà, la donna italiana riuscì ugualmente a inserirsi nel movimento europeo di emancipazione femminile, e prima di conquistare lo sport affrontò lo step dell’educazione fisica scolastica.

La tappa della scuola

La donna, infatti, si avvicinò alla ginnastica educativa frequentando la scuola, anche se questa era riservata alle donne più abbienti, aristocratiche o borghesi. Praticata la ginnastica a scuola, le donne dei ceti elevati impararono poi a occupare il loro tempo libero con attività di svago, accanto agli uomini. Tra queste attività spiccavano la caccia alla volpe, quindi l’equitazione, l’escursionismo anche in montagna, l’automobilismo. Le donne che nel 1900 frequentavano le scuole superiori in Italia erano un migliaio e ancor meno quelle universitarie, poco più di 200, per cui il livello scolastico più frequentato - e nel quale ci si poteva avvicinare alla ginnastica educativa - era quello elementare. “Madre sana fa figli sani”, era il leit motif degli interventi di pedagogisti e medici nei vari congressi di ginnastica che si susseguirono ai primi del nuovo secolo.

“Giocare come uomini comportandosi come signore”

A ben vedere le prime competizioni femminili non erano praticate con spirito “sportivo”. Partendo dalla domanda “La donna ama lo sport?”, riportiamo una breve citazione dell’articolo a firma B. Sereni da “Lo sport illustrato” del 1913: «La donna italiana […] ha scelto fra tutti gli sports, quelli che meglio gli si confacevano pel suo temperamento, dal tennis allo skatting, dall’ippica al pattinaggio. Ma fa lo sport senza caccia di record, senza mania di tempi d’abbassare, di secondi da distruggere … Ama lo sport come un bell’abito da passeggio, con distinzione... […] noi donne italiane amiamo quegli sports che non togliendo nulla alla nostra femminilità, ci donano qualche fascino un po’ rude e qualche civetteria novella».

“Giocare come uomini comportandosi come signore”, questo potrebbe essere stato il motto dello sport femminile nascente in Italia. La Belle Époque “sportiva” per la donna risultò dunque realizzata con rari “cimenti” eseguiti di contorno a gare maschili, oppure per la tenacia di alcune, ad esempio le schermitrici, appartenenti prevalentemente a famiglie nobili, che si addestravano nelle sale di scherma. L’avvento ufficiale dello sport per le donne coincide con la loro presenza stabile ai Giochi olimpici. Dalle 22 donne che, sfidando l’avversione di Coubertin, avevano preso parte ai Giochi di Parigi del 1900, nel 1912 a Stoccolma le partecipanti diventarono 48, alcune ammesse ufficialmente alle gare di nuoto, mentre le presenti ad Amsterdam nel 1928 furono 277, dopo l’inserimento nel programma dei Giochi della ginnastica e dell’atletica femminili. Avvicinandoci ai nostri giorni, a Roma ’60 le concorrenti erano ancora nel numero piuttosto contenuto di 611, mentre l’attualità si mostra decisamente più rosea: nel 2021 a Tokyo le donne sono arrivate a essere il 49% di 11.483 partecipanti, come si vede un bel salto.

Cattolici e socialisti di fronte alle donne sportive

La Chiesa cattolica, i cui movimenti avevano incoraggiato lo sport quasi al suo nascere, riconoscendo in esso un aiuto alla formazione religiosa dei giovani, tuttavia non accolse subito di buon grado lo sport femminile. Il motivo del suo rifiuto è facilmente intuibile: la donna non poteva esporsi al pubblico esibendosi in maniera inconsueta e soprattutto indossando un abbigliamento succinto. Anche la promiscuità sui campi sportivi non era ben vista. Se proprio un’educazione fisica andava fatta, sostenevano i rappresentanti della FASCI, la Federazione delle Associazioni Sportive Cattoliche Italiane, almeno che la donna si limitasse a impegnarsi nel chiuso delle palestre o all’interno della propria casa. Si pensava infatti che lo sport rischiasse di distrarla dai suoi impegni familiari. Questo è stato un problema che è ritornato ciclicamente nei rapporti tra Chiesa e mondo sportivo femminile, anche se già nel 1908 papa Pio X assistette al primo Concorso delle società ginnastiche cattoliche europee al quale parteciparono anche delle ragazze. I cattolici pertanto, prima dei socialisti, accettarono la pratica della ginnastica e dello sport nei loro metodi educativi, anche se l’atteggiamento del Vaticano nei confronti della donna sportiva rimase talvolta contraddittorio, specialmente in Italia dove più forte era la tradizione conservatrice. Sul versante opposto, i socialisti in un primo momento non furono propensi al movimento sportivo in genere, di conseguenza anche a quello delle donne, perché questo per molti anni aveva conservato caratteristiche spiccatamente borghesi ed era quindi considerato una degenerazione del costume, uno strumento per allontanare i giovani dalla politica, e anche le donne ne risentirono. Le città di Roma e Milano furono quelle che offrirono più occasioni agonistiche alle prime donne sportive italiane. Avviato il processo di sportivizzazione delle donne, finalmente innescata la scintilla dello sport propriamente detto, il cammino delle sportive italiane è stato inarrestabile.

La tenacia delle donne

Il periodo tra le due guerre è ricordato per il risveglio dello sport femminile, nonostante per il fascismo fosse difficile scindere l’immagine femminile da quello “della madre e della sposa esemplare”, come si usava definire la donna. I primi nomi di campionesse scaturirono prevalentemente nelle cronache del periodo fascista, segnando il campo atletico con figure come Ondina Valla, Claudia Testoni e Gabre Gabric. Celina Seghi per lo sci, Lucia Valerio nel tennis, via via le cronache si riempirono di tanti nomi di sportive, pur tra le mille remore che quel periodo ha posto alla diffusione dello sport per le donne. Questi successi, però, non cancellano i pregiudizi che hanno continuato ad ostacolare lo sport femminile. Difficoltà e stereotipie continuarono a porsi per le sportive anche nel periodo del dopoguerra. Ai Giochi di Roma del 1960, nel Villaggio Olimpico, il settore femminile fu rigorosamente separato, con recinti e cancelli, da quello maschile. Tuttavia, questi Giochi hanno costituito il risveglio dello sport, simboleggiando la ricostruzione post guerra dell’Italia anche per le donne. La partecipazione femminile allo sport è cresciuta nel tempo, i nomi delle numerose campionesse di oggi sono noti, eppure la pratica sportiva delle donne continua a non avere un passo spedito.

Il percorso presenta ancora delle asperità, perché lo sport è l’ambito in cui si manifestano innegabili le differenze tra i due sessi, e sono ancora molti i pregiudizi culturali da abbattere per rendere uguale l’offerta di sport e dei suoi servizi a uomini e donne. Katia Serra, giornalista già calciatrice, sostiene la necessità di adattare i regolamenti sportivi alle specificità femminili per valorizzare lo sport femminile, suggerendo che la parità passi anche attraverso queste modifiche. Così ci sono difficoltà nel riconoscere il professionismo per le donne, compresa la tutela della maternità. Esistono poi gravi carenze a livello apicale. Le donne sono ancora poche nella dirigenza, nonostante le indicazioni del CIO. La corsa per colmare il divario è ancora in atto, compresa quella per risolvere il gap gender riscontrabile per gli stipendi e per i premi alle donne. La loro tenacia, tuttavia, fa intravedere nei nostri nuovi tempi di grandi cambiamenti un possibile ed auspicabile giro di boa anche per il settore sportivo femminile.

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