Rivista Marittima Gennaio 2022

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GENNAIO 2022

RIVISTA

MARITTIMA SPED. IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. L. 46/2004 ART. 1 COMMA 1) - PERIODICO MENSILE € 6,00

MENSILE DELLA MARINA MILITARE DAL 1868

L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro Massimo De Leonardis

Guerra Ibrida, marittimità e geopolitica Massimo Franchi



Sommario PANORAMICA TECNICO-PROFESSIONALE PRIM PRIMO MO P PIANO IANO

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L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro

60 Il quadro legislativo della guerra di mine Massimo Vianello

Massimo de Leonardis

14 Guerra ibrida, marittimità e geopolitica Massimo Franchi

20 Evoluzioni asimmetriche Gino Lanzara

32 Guerra economica e cognitiva Gagliano Giuseppe

72 ... a ricordo di Erminio Bagnasco 40 L’impiego dei droni da parte delle formazioni armate non statuali

RUBRICHE

Matteo Mazziotti di Celso

50 Intelligenza artificiale e armi autonome: criticità giuridiche Paola Giorgia Ascani

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Focus diplomatico Osservatorio internazionale Marine Militari Scienza e Tecnica Che cosa scrivono gli altri Recensioni e segnalazioni

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RIVISTA

MARITTIMA MENSILE DELLA MARINA MILITARE DAL 1868

PROPRIETARIO

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CAPO REDATTORE Capitano di fregata Gino Lanzara

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IN COPERTINA: Immagine raffigurante la multidimensionalità necessaria ad affrontare uno scenario asimmetrico.

SEGRETERIA DI REDAZIONE Primo luogotenente Riccardo Gonizzi Addetto amministrativo Gaetano Lanzo

GENNAIO 2022 - anno CLV

UFFICIO ABBONAMENTI E SERVIZIO CLIENTI Primo luogotenente Carmelo Sciortino Tel. + 39 06 36807251/12 rivista.abbonamenti@marina.difesa.it

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REGISTRAZIONE TRIBUNALE CIVILE DI ROMA

HANNO COLLABORATO: Professor Massimo de Leonardis Dottor Massimo Franchi Capitano di fregata Gino Lanzara

N. 267 - 31 luglio 1948

Dottor Giuseppe Gagliano

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Dottor Matteo Mazziotti di Celso

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Ammiraglio (ris) Massimo Vianello

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Dottoressa Paola Giorgia Ascani

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COMITATO EDITORIALE DELLA RIVISTA MARITTIMA

Professor Matteo Bressan

Dottor Luca Peruzzi

Contrammiraglio (ris) Ezio Ferrante

C.A. (aus) Gianluca BUCCILLI, Prof. Avv. Simone BUDELLI, A.S. (ris) Roberto CAMERINI, C.A. (ris) Francesco CHIAPPETTA, C.A. (ris) Michele COSENTINO, C.V. (ris) Sergio MURA,

Prof.ssa Fiammetta SALMONI, Prof.ssa Margherita SCOGNAMIGLIO, Prof. Tommaso VALENTINI, Prof. Avv. Alessandro ZAMPONE

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E ditoriale

I

l presente numero tratta di un argomento di grande attualità: la Guerra Asimmetrica. Si ritiene che per comprendere a pieno tale declinazione concettuale del fenomeno bellico — i cui riflessi geopolitici e geostrategici sono evidenti — sia necessario accennare al fatto che questa si coniuga e si flette con l’inevitabile fenomeno della globalizzazione. È bene ricordare come la globalizzazione ha conosciuto un’accelerazione anche in concomitanza del crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto negli anni Novanta del secolo scorso. Da un mondo bipolare, stabile nel suo confronto diretto, si è passati a uno scenario in rapida evoluzione in cui l’emergere di nuovi attori protagonisti — come per esempio la Cina (ma anche l’India) — hanno caratterizzato i primi due decenni del nuovo secolo. Da parte sua la Russia è riuscita a risollevarsi dalle ceneri dell’Unione Sovietica, divenendo un’assertiva e decisa potenza regionale e ultra-regionale. In breve, in poco più di un ventennio, le «mappe geopolitiche» del mondo sono cambiate e questo ripensare allo spazio fisico globale, incluso ovviamente il mare, apre nuove problematiche e nuovi possibili epicentri di crisi. In tale scenario, la globalizzazione delle merci e dei servizi è stata accompagnata a una globalizzazione dei sistemi di comunicazione che influenzando opinioni, modi di vivere e di pensare, toccano nel fiorire dei nuovi contesti socio economici tutti gli aspetti della vita dell’individuo. La globalizzazione, indice della competizione che anima tutti i paesi protesi a creare spazi sui mercati esterni a vantaggio del proprio, ha contribuito a creare un mondo multipolare e competitivo in virtù delle dinamiche della domanda e dell’offerta. Gli Stati Uniti sono rimasti la prima super potenza militare del pianeta, ma devono vedersela con realtà «regionali» economiche (e, pertanto, anche militari e strategiche) diffuse su vaste aree continentali. In pratica si è assistito alla «regionalizzazione» delle varie aree mondiali, naturalmente sotto il controllo di un attore locale egemone. Si assiste quindi, sempre più, a una competizione a 360° per il controllo delle fonti energetiche, idriche e alimentari che contribuiscono al riacutizzarsi dei confronti tra confessioni, culture e ideologie, tutti fattori, questi, che si pensava fossero relegati, ormai nel passato. Il mondo globalizzato e iperconnesso, conSEGUE A PAGINA 4

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trariamente alle aspettative dell’inizio millennio, non è diventato più «sicuro» e più «stabile» e nemmeno tutto sommato più «pacifico». In tale contesto va dunque oggi calata, necessariamente, la «guerra asimmetrica» ovvero la guerra non convenzionale. La crescita del caos ha aumentato i conflitti a bassa intensità, né manca chi pensa che siamo davanti a un’ennesima «guerra mondiale», sia pure combattuta in maniera non ortodossa. Non certo ultimo tra gli osservatori legittimamente preoccupati, Sua Santità Papa Francesco ha dichiarato recentemente: «Diamo un’occhiata al mondo così com’è. Guerre ovunque. Stiamo vivendo la Terza guerra mondiale a pezzi» (1). Che si tratti di guerra asimmetrica (2) o di guerra ibrida (3), i nuovi conflitti sono combattuti in maniera non convenzionale, ovvero secondo modalità e tattiche totalmente innovative. Alla guerra asimmetrica, per fare degli esempi, possiamo ricondurre il conflitto in Vietnam oppure, più recentemente, gli attacchi dell’11 settembre alle torri gemelle del World Trade Center di New York, senza tralasciare la guerra in Afghanistan contro i Talebani. Si tratta di conflitti che vedono opposte nazioni o gruppi di individui, contraddistinti da una cospicua e marcata differenza in termini di capacità militari e di strategie di impiego della forza. Solitamente l’attore più debole impiega tattiche di agguato, cecchinaggio, attacchi suicidi, l’estensivo uso di bombe artigianali allo scopo di infliggere il massimo dei danni minimizzando i propri rischi. Lo studioso americano Andrew J.R. Mack (4), all’indomani del conflitto in Vietnam scriveva già nel 1975 che la storia ha abbondantemente dimostrato il fatto che non sempre nazioni (o attori) più deboli hanno perso il confronto con potenze militarmente più forti. Ciò si verificherebbe, secondo la sua opinione, quando la parte militarmente più forte sul campo non vede in gioco la sua sopravvivenza. La parte più debole, au contraire, ha — specularmente — il massimo interesse a vincere perché solo la vittoria può garantire la conservazione del proprio ordine interno o, addirittura, della propria cultura. L’autore introduce il concetto della «political vulnerability» vale a dire la capacità di un paese militarmente più forte, di reggere un confronto sentito dalla popolazione come non vitale e dispendioso. Questa nuova forma di guerra è, come affermano audacemente i cinesi Liang Qiao e Xiangsui Wang nel proprio: «Guerra senza limiti: l’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione», pubblicato in Italia nel 1999 a cura dal generale Fabio Mini, qualcosa di diverso rispetto al passato a causa della: «… rivoluzione informatica e della globalizzazione del commercio e dei capitali» estesa a ogni campo: politico, tecnologico, commerciale, finanziario, culturale o mediatico, soprattutto combinando e sommando ai sistemi militari altri metodi, così da moltiplicare gli effetti letali. E proprio in merito a questo specifico tema è interessante ricordare l’approccio operativo russo rispetto ai conflitti presenti e futuri. Il generale Gerasimov, capo di Stato Maggiore della Difesa russo, ha infatti elaborato una dottrina (sulla quale origine è stato comunque molto discusso) che individua le nuove sfide mediante un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni belliche. Si tratterebbe, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, compreso quello convenzionale, del massimo ricorso possibile al dominio informativo mediante, anche, la tecnologia digitale spinta al massimo grado: dall’inganno cyber all’impiego di hackers informatici fino all’uso spregiudicato delle emergenze umanitarie utilizzate anch’esse come un’arma, a fianco del ricorso, se necessario, di forze paramilitari e/o di reparti speciali. Questa nuova guerra del XXI secolo rivestirebbe così caratteristiche tali da porla in una zona di confine, tra guerra e pace, di carattere indefinito e spesso più efficace rispetto alla natura «brutale» delle operazioni belliche convenzionali volte alla conquista e all’occupazione del terreno. Ed ecco quindi che tutte queste guerre: asimmetriche, ibride, ambigue e non lineari non sono altro che la versione modernissima e inedita — forse solo in apparenza — della storia di sempre. Le tendenze geostrategiche future, prevedono la continua evoluzione della minaccia ibrida e la progressiva sostituzione dell’elemento umano con elementi tecnologici a complessità e autonomia crescenti,

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anche relativamente al processo decisionale. In Italia, la Difesa (5) definisce la minaccia ibrida come: «Tipologia di minaccia complessa che prevede l’uso centralizzato, controllato e combinato di tattiche nascoste e non, nonché di vari tools strategici da parte di attori militari e non, in maniera convenzionale e/o irregolare; può includere: cyber attacks, information operations, pressione economica, distruzione di approvvigionamenti energetici e appropriazione di infrastrutture critiche». Anche sul mare la guerra ha assunto connotazioni diverse indirizzando le operazioni navali in uno scenario di Crisis Response Operations (CRO/non article 5), ovvero non il ricorso all’articolo 5 della NATO posto a difesa di tutti i sottoscrittori del Patto Atlantico. Ciò significa che l’impiego delle navi da guerra non è diretto esclusivamente in vista di un confronto militare simmetrico e diretto tra due flotte contrapposte, stile Jutland, Punta Stilo o Midway, ma prevede una tipologia d’impiego multidimensionale, estesa all’ampio, multiforme e strategico perimetro della Maritime Security quanto più avanzato possibile, inclusa la funzione di polizia dell’alto mare. Ed è questo lo scenario che impegna giorno e notte le navi della Marina Militare. Si tratta cioè di tutelare gli interessi nazionali a partire dal commercio e dalle linee di comunicazioni marittime, da sempre vitali per la geoeconomia del nostro paese. Si tratta di garantire (riducendo così di molto i costi economici complessivi) il controllo degli spazi marittimi di legittimo interesse attraverso le attività, tra loro sempre connesse, di presenza, deterrenza e sorveglianza. Un ventaglio, quindi, di attività a tutto tondo, armonizzato nell’ambito della NATO e della UE che comprende anche la lotta al terrorismo. In chiusura rammentiamo, in questo numero, il comandante Erminio Bagnasco, importante pensatore e storico navale, con un ricordo di amici e collaboratori. E proprio mentre queste pagine stanno andando in stampa è arrivata, purtroppo, un’altra dolorosa notizia, non solo per l’uomo ma, anche in questo caso, per il pensiero navale italiano. L’ammiraglio Pier Paolo Ramoino si è dimostrato, infatti, un lucido e preveggente «intellettuale» secondo le migliori tradizioni della nostra Marina. Nel prossimo numero della Rivista Marittima lo vogliamo ricordare non solo nella sua impareggiabile bravura quale docente di Strategia navale presso l’allora Istituto di Guerra Marittima di Livorno, di cui fu anche il Direttore, ma anche come illustre pensatore navale di geostrategia.

NOTE (1) Papa Francesco in un video messaggio in spagnolo inviato ai partecipanti alla 23a Giornata della Pastorale Sociale, 04 dicembre 2020. (2) Vocabolario Treccani: «Conflitto ad armi impari, non dichiarato, nel quale una delle parti è costretta a difendersi da un nemico non identificabile, trovandosi in situazione di palese svantaggio». Merriam Webster: «warfare that is between opposing forces which differ greatly in military power and that typically involves the use of unconventional weapons and tactics (such as those associated with guerrilla warfare and terrorist attacks)». (3) Vocabolario Treccani: «Strategia militare, caratterizzata da grande flessibilità, che unisce la guerra convenzionale, la guerra irregolare e la guerra fatta di azioni di attacco e sabotaggio cibernetico». (4) Andrew J.R. Mack, «Why Big Nations Lose Small Wars: The Politics of Asymmetric Confict», World Politics, vol. 27, n. 2 (January 1975), pp. 175–200. (5) https://www.difesa.it/Content/Documents/2018_Ministero_Difesa_integrazione_linee_programmatiche.pdf, pag. 5.

DANIELE SAPIENZA Direttore della Rivista Marittima

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PRIMO PIANO

L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro Massimo de Leonardis

Approcci diversi al tema della NATO Oltre che da altri fattori, come le proprie convinzioni ideologico-politiche, l’approccio dell’autore di uno scritto sull’Alleanza Atlantica è comprensibilmente influenzato dal suo ruolo o professione. Un funzionario

della NATO non potrà che darne una visione del tutto positiva, elaborando il classico mantra che essa è «l’alleanza di maggior successo della storia». Un diplomatico di un paese della NATO esprimerà un’opinione più sfumata, magari accennando a qualche ombra, e riflet-

Professore Ordinario (a. r.) di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali e docente di Storia dei trattati e politica internazionale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove dal 2005 al 2017 è stato direttore del Dipartimento di scienze politiche. Presidente dal 2015 della International Commission of Military History. Consigliere scientifico della Marina Militare per l’area umanistica e membro decano del Comitato consultivo dell’Ufficio Storico della Forza armata. Dal 1999 coordinatore delle discipline storiche al master in Diplomacy dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Membro della European Academy of Sciences and Arts e insignito della medaglia «Marin Drinov» dell’Accademia delle scienze bulgara.

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Sede della Nato a Bruxelles (nato.int).

tendo le posizioni nazionali. Alcuni osservatori freelance, per attirare l’attenzione, lanceranno invece allarmi sulla sopravvivenza dell’Alleanza. Un noto commentatore di politica estera, scriveva circa tre anni fa un articolo dal titolo RIP (Requiescat in pace) the Trans-Atlantic Alliance, 1945-2018 (1). Nulla di nuovo. Gli allarmi sulla «crisi» della NATO, già lanciati talvolta durante la Guerra Fredda, sono diventati più frequenti e concitati a partire dagli anni 90, suscitando anche qualche ironia sulla sindrome di Pierino che grida «Al lupo! Al lupo!» (2). Con il sottotitolo NATO is dying-again (3), si apriva un articolo del 2004. Secondo un suo alto funzionario, «la NATO ha avuto più resurrezioni di Dracula» (4). Chi scrive è sempre stato un’atlantista convinto, senza per questo rinunciare a un motivato approccio critico. Soprattutto, da storico, ritiene che il presente possa essere correttamente compreso solo alla luce delle esperienze del passato. Dopo la Guerra Fredda, la NATO ha avuto un’evoluzione profonda, ma quasi sempre si scopre che vecchie idee ricompaiono anche in un contesto assai diverso. Continuità e trasformazione sono le due bussole dell’Alleanza.

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Le critiche di Trump e Macron Fino a qualche anno fa, drastiche critiche alla NATO venivano solo dai commentatori; da decenni nessun politico di primo piano negli Stati membri aveva mai espresso giudizi negativi su di essa. Poi sono venuti il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Eletto ma non ancora in carica, Trump definì la NATO «obsoleta», perché focalizzata contro la Russia e non contro il terrorismo islamico (5) e ammonì che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di pagare la maggior parte delle sue spese, posizione, quest’ultima, condivisa anche dal suo predecessore Obama e tema ricorrente sollevato da tutti i Presidenti americani. Parlando poi al nuovo Quartier Generale della NATO il 25 maggio 2017, Trump sembrò glissare sulla clausola di aiuto reciproco contenuta nell’art. 5 del Trattato NordAtlantico. In realtà, però i documenti più importanti dell’amministrazione Trump, la National Security Strategy del dicembre 2017 e la 2018 National Defense Strategy hanno fortemente riaffermato il valore della NATO per la politica estera americana. Una valutazione della politica dell’amministrazione

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L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro

Trump nei confronti della NATO deve attentamente distinguere tra la retorica pubblica e la realtà (6). Anche volendo non sopravvalutare l’importanza dei documenti ufficiali, soccorrono i fatti. Da questo punto di vista, l’impegno di lungo periodo di Washington verso la NATO è rimasto immutato anche durante l’amministrazione Trump. Come gesto simbolico, il 3 aprile 2019 per la prima volta in assoluto un Segretario Generale della NATO è stato invitato a parlare al Congresso americano. Considerando fatti più sostanziali, per esempio il numero di truppe americane dispiegate in permanenza o temporaneamente in Europa è salito da 63.000 nel 2016 a 74.000 nel 2018. Più recentemente, nel novembre 2019, è stato il presidente francese Macron a pronunciare un durissimo giudizio sulla NATO. Un «bobo» francese, non un «rozzo palazzinaro» del Queens. Quindi lo ha espresso non con un tweet, ma nell’ambito di una pensosa riflessione. In un colloquio pubblicato sull’Economist (7), assai ricco di considerazioni interessanti sia dell’intervistato sia dell’intervistatore e di altri commentatori, Macron ha proclamato la «morte cerebrale della NATO», spiegandola così: «non c’è alcun tipo di coordinamento tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei nel processo decisionale in campo strategico. Nessuno. Abbiamo un’azione aggressiva non coordinata da parte di un altro alleato strategico, la Turchia, in un’area dove sono in gioco i nostri interessi». Alla domanda «ciò significa che l’art. 5 — l’idea che se uno dei membri della NATO fosse attaccato gli altri verrebbero in suo aiuto, che sostiene la deterrenza dell’alleanza — è tuttora operativo?», l’inquilino dell’Eliseo risponde «non so, […] ma cosa significherà l’articolo 5 domani?». Queste frasi di Macron contengono varie imprecisioni e comunque la Francia si è resa più volte colpevole proprio di ciò di cui oggi accusa Ankara. In verità, seguendo la tradizione gollista, che ispira tutti i Presidenti francesi, Macron vuole marcare le distanze da Washington e porre il suo paese alla guida dell’organizzazione europea. Peraltro, sa benissimo che un’Europa della difesa totalmente autonoma è un’utopia e pensare di costruirla senza il Regno Unito è una sciocchezza. Infatti parla di «complementarietà» della PESCO rispetto alla NATO e apre alla collaborazione

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con il Regno Unito nel campo della difesa anche dopo la Brexit. In reazione all’attacco di Macron, Trump si definì un fan della NATO. Il dibattito sulla cosiddetta «Europa della difesa» ha da molti anni caratteri stucchevolmente ripetitivi. Si consideri per esempio il rapporto Nato 2030: United for a new era. Analysis and recommendations of the Reflection Group appointed by the NATO Secretary General (8), presentato dal Segretario Generale Jens Stoltenberg nel dicembre 2020, che in proposito rielabora posizioni tradizionali: «la NATO dovrebbe guardare con favore agli sforzi della UE in direzione di una più forte ed efficiente capacità europea di difesa nella misura in cui essi rafforzano la NATO, contribuiscono a un’equa condivisione del fardello a livello transatlantico e coinvolgono pienamente alleati non membri della UE. Gli sforzi europei in corso dovrebbero essere utilizzati meglio per aumentare la quota degli alleati europei a sostegno degli obiettivi relativi alle capacità della NATO». Sia pure con toni meno perentori, sostanzialmente sono gli stessi concetti espressi nel 1999 dal segretario di Stato americano Madeleine Albright, a proposito delle iniziative europee nel campo della difesa, che dovevano rispettare le tre «d», «no decoupling», «no duplication», «no discrimination» (9). A quell’epoca, il principale alleato membro della NATO ma non della UE che non doveva essere «discriminato» era la Turchia. Ora si è aggiunto il Regno Unito. Londra ha le Forze armate più efficienti della NATO (ma di dimensioni contenute), Ankara ha l’Esercito più grande dopo quello degli Stati Uniti. Il rapporto consiglia anche il modello sperimentato delle «coalizioni di volenterosi» tra Stati membri o partner della NATO per operazioni che non coinvolgono tutti. La cosiddetta «Europa della difesa» è un continuo gioco dell’oca, nel quale ad annunci di presunte svolte non seguono poi rilevanti sviluppi concreti. L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha sostenuto in settembre la necessità di creare una forza d’intervento rapido europea di almeno cinquemila militari da impiegare nelle future crisi, come quella dell’Afghanistan, dichiarando: «come europei non siamo stati in grado di mandare seimila soldati attorno all’aero-

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L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro

Afghanistan, civili tentano la fuga dall’aeroporto di Kabul (cnn.com).

porto (di Kabul) per proteggere la zona. Gli americani ci sono riusciti, noi no» (10). Già il Consiglio europeo di Helsinki del dicembre 1999 aveva deciso di dotare la UE di propri organi militari per la gestione delle crisi e di una propria Forza militare d’intervento, la European Rapid Reaction Force (ERRF), per la quale il Consiglio fissò una precisa scadenza: «entro l’anno 2003, cooperando insieme su base volontaria, gli Stati membri saranno in grado di dispiegare entro 60 giorni e poi di sostenere (per almeno un anno, si dice successivamente) forze capaci della piena gamma dei compiti Petersberg quali descritti nel trattato di Amsterdam, compresi i più impegnativi, in operazioni fino a livello di corpo d’armata (fino a 15 brigate o 50-60mila persone)» (11). Come è noto, tra i «compiti di Petersberg» non rientrano le major combat operations e il peace enforcement robusto.

Il 2022 anno di importanti decisioni Il 2021 è stato segnato dal frenetico ritiro delle forze americane e della NATO dall’Afghanistan. A proposito della missione ISAF, nel febbraio 2009 il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer dichiarò: «non possiamo permetterci il prezzo del fallimento» (12). La NATO vanta la sua resilienza, ma certamente la sconfitta

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lascia il segno. Non è questa la sede per elencare le molte cose che sono andate storte in Afghanistan, paese indomabile, come hanno sperimentato i britannici e i sovietici nel XIX e XX secolo: incertezza sugli scopi della missione, diversione dell’attenzione americana verso l’Iraq nel 2003, i famigerati caveat che limitavano l’operatività dei contingenti nazionali di ISAF. Di fatto, dopo la Corea, il Vietnam e l’Iraq (2003) un’altra guerra ingaggiata dagli Stati Uniti finisce senza una vittoria; la Corea fu un pareggio, il Vietnam una sconfitta totale, in Iraq permane un equilibrio precario. In Vietnam e in Afghanistan il progressivo ritiro degli americani è avvenuto all’insegna del trasferimento del fardello militare alle Forze armate locali: la vietnamizzazione del conflitto in Indocina andò meglio e durò più a lungo della afghanizzazione, ma il risultato finale è stato comunque il medesimo. Il ministro della Difesa britannico Robert B. L. Wallace ha cercato magre consolazioni, ammettendo che «la campagna politica della NATO in Afghanistan è fallita», ma insistendo che «l’alleanza occidentale non aveva subito una sconfitta militare a opera dei Talebani» (13). Commenti simili furono fatti dopo la sconfitta in Vietnam; pur corretti da un punto di vista strettamente militare, non possono nascondere il fatto che in entrambi casi (e non solo in questi) i paesi occi-

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atlantismo, l’attuazione di un sia pur modesto incremento del bilancio della Difesa, attuato dal governo di Mario Draghi invertendo un trend al ribasso. Le ambizioni nazionali devono concretizzarsi in una personalità che possieda i giusti requisiti. Il gradimento di Washington è indispensabile; inoltre, tutti i segretari generali avevano ricoperto incarichi governativi di primo piano, Primo Ministro, Ministro degli Esteri o della Difesa. Il primo, Lord Ismay, stretto collaboratore di Winston Churchill, era stato ministro per il Commonwealth; Brosio era stato ministro della guerra per sei mesi nel 1945-46, prima di abbandonare la politica per intraprendere la carriera diplomatica come ambasciatore di nomina politica nelle maggiori capitali: Mosca, Londra, Washington e Parigi. Seguendo l’esempio di quanto era stato fatto per i lavori preparatori del Concetto Strategico del 2010 con il gruppo di lavoro presieduto dalla Signora Albright, il segretario generale Stoltenberg ha istituito un team di esperti che ha prodotto, dopo ampie consultazioni, il già citato rapporto Nato 2030. Si tratta di un lungo documento di 67 pagine, talvolta ripetitivo, ma anche tal altra abbastanza outspoken, come quando parla di «migrazioni di massa illegali», contravvenendo al gergo buonista e politicamente corretto che imporrebbe di parlare di «migranti». Il rapporto formula ben 138 raccomandazioni, che nella maggior parte dei casi appaiono sensate. Come osservarono i «tre saggi» (Halvard Lange, Gaetano Martino e Lester Pearson) presentando nel 1956 il loro rapporto sul futuro dell’Alleanza, non era stato tanto difficile stilare le proposte, più arduo sarebbe stato per i governi metterle in pratica. Per comodità di esposizione, si potrebbero dividere i problemi della NATO in interni ed esterni. In realtà una parte dei dissensi interni ha a che fare con una diversa visione dei pericoli esterni. Un caso peculiare è quello della Turchia, responsabile di un fatto senza precedenti: l’acquisto di sistemi d’arma Manlio Brosio, Segretario Generale della Nato dal 1964 al 1971 durante una conferenza stampa a da un paese, la Russia, che l’Alleanza Bruxelles (nato.int). considera un avversario. Il rapporto dentali non hanno avuto la determinazione di continuare la lotta fino all’eliminazione della guerriglia. Si possono vincere «battaglie», ma non si ottiene lo scopo politico per il quale si era ricorso alle armi. Quanto meno, come ha detto sempre Wallace, «abbiamo conseguito per vent’anni un successo nell’anti-terrorismo». Nel 2022 la NATO dovrà fare due scelte importanti: adottare il nuovo Concetto Strategico e nominare il nuovo Segretario Generale. Dal canto suo, anche l’UE è impegnata a stilare la sua «bussola strategica» e le due organizzazioni dovrebbero firmare una dichiarazione congiunta, rinnovando quanto già fatto in passato, da ultimo nel 2016 e nel 2018, Nella storia dell’Alleanza, da quando nel 1952 fu istituita tale carica, solo due su tredici sono stati i Segretari Generali provenienti dal fronte meridionale, l’italiano Manlio Brosio (1964-1971) e lo spagnolo Javier Solana (1995-1999). Naturalmente fu impossibile nominare un francese nel lungo periodo in cui Parigi restò fuori dalla struttura militare integrata (19672009). Il Segretario attualmente in carica viene da un paese non membro della UE, la Norvegia, e da alcune parti si giudica che sarebbe opportuno che il successore appartenesse a un paese di doppia membership. Ciò contrasterebbe con le ambizioni britanniche, mentre giocherebbe a favore di quelle della Francia e dell’Italia, che potrebbe far valere, oltre a un impeccabile

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L’Alleanza Atlantica alla vigilia di importanti decisioni sul suo futuro

Nato 2030 propone alcune misure per ovviare alle diverse visioni strategiche: attenuare la regola del consenso, rafforzare i poteri del Segretario Generale e intensificare il dialogo interno. Aggiustamenti istituzionali possono essere di qualche utilità, ma non risolutivi. La maggior parte degli Stati dell’Europa centro-orientale (PECO), già satelliti dell’Unione Sovietica (o membri di essa, come i tre Stati baltici), guardano con preoccupazione alla Russia. Non a caso, i sondaggi (14) mostrano che le opinioni pubbliche in Polonia e in Lituania hanno il più alto grado di approvazione della NATO, rispettivamente l’82% e il 77%. In due paesi, Grecia e, soprattutto Turchia, la maggioranza dell’opinione pubblica non ha un’immagine positiva della NATO.

partecipando attivamente alle misure messe in atto come deterrente verso Mosca, condividono assai meno la visione della Russia come «nemico». In teoria nessuno mette in discussione il casus foederis dell’art. 5, ma sempre i sondaggi rivelano che alla domanda se il proprio paese dovrebbe o meno impiegare la forza militare in difesa di un membro della NATO attaccato dalla Russia in solo cinque Stati — Canada, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti — dei sedici nei quali è stato effettuato il sondaggio la maggioranza risponde affermativamente. Fra tutti una media del 50% sostiene che il proprio paese non dovrebbe difendere un alleato NATO attaccato dalla Russia, mentre solo il 38% afferma che dovrebbe farlo. Del resto, come sanno tutti gli esperti, l’art. 5, la cui formulazione fu oggetto di un serrato negoziato, non obbliga gli Stati membri a impiegare le proprie Forze armate in caso di aggressione a uno di loro.

Alcuni paesi, come l’Italia, pur rispettando scrupolosamente le decisioni prese per rassicurare i PECO e

Il rapporto Nato 2030 sostiene che «lo scopo fondamentale della NATO può essere dimostrato oggi molto

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più chiaramente che nei decenni precedenti». Se così fosse, sarebbe un progresso rispetto a quanto ammetteva nel 2008, un alto funzionario dell’Alleanza: «quasi vent’anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica porzioni significative delle popolazioni della maggior parte dei paesi NATO hanno tutt’ora idee vaghe sull’Alleanza, il suo scopo e i suoi ruoli» (15). In sé, se riferita alle intere popolazioni, quest’ultima considerazione non avrebbe nulla di sorprendente e potrebbe valere per molte istituzioni e organizzazioni a livello nazionale e internazionale: quanti saprebbero spiegare a cosa servono il CNEL o il Consiglio di Stato oppure l’OSCE o l’OCSE? Vi è però da credere che anche tra le élites informate vi possano essere ancora oggi perplessità, determinate dal fatto che nei trent’anni abbondanti dopo la fine della Guerra Fredda la NATO ha attraversato diverse fasi e svolto ruolo differenti. Gli anni 90 del XIX secolo furono piuttosto «tranquilli» rispetto ai decenni successivi e la NATO con le operazioni in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo appariva un pilastro del «nuovo ordine mondiale» che sembrava in gestazione. L’11 settembre 2001 vi fu il brusco risveglio: la storia non era finita, come aveva avventatamente predetto Francis Fukuyama. La lotta contro il terrorismo internazionale di matrice islamica comportò per la NATO la definitiva fine delle remore ad agire «fuori area» e generò un riavvicinamento con la Russia; si svilupparono inoltre discorsi sulla NATO come alleanza globale delle democrazie. La seconda decade del nuovo millennio ha visto per molti versi un ribaltamento di tali posizioni: il Presidente americano Barack Obama decretò la fine della missione in Afghanistan. Inoltre, da multi-culturalista con radici eterogenee, Obama non era un paladino dell’Occidente e flirtò con le «primavere arabe» nella ingenua speranza di una democratizzazione della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa); era la stessa motivazione di fondo che aveva ispirato l’intervento americano in Iraq nel 2003 (quanto meno da parte dei neo-con). Due furono i frutti avvelenati delle «primavere arabe». Uno l’intervento della NATO in Libia nel 2001, motivato, come in Kosovo nel 1999, con ragioni «umanitarie», che ha generato una ferita ancora aperta e irrisolta e ha aperto la porta alle influenze russe e turche. L’altro la nascita del cosiddetto «Stato Islamico dell’Iraq e della Siria» o

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«Stato Islamico dell’Iraq e del Levante», sconfitto dall’intervento di vari paesi con alla fine una partecipazione della NATO formale ma non sul campo. Insomma, un bilancio per la NATO non proprio brillante. A rilanciare la NATO, sovveniva nel 2014 la politica aggressiva della Russia verso l’Ucraina, annessione della Crimea e sostegno al separatismo nelle province orientali di Kiev, che rimetteva in primo piano il tradizionale ruolo di deterrenza verso Mosca, dando nuovo smalto all’art. 5, messo in ombra nei decenni precedenti a favore delle missioni «fuori area» in base all’art. 4. Si configurava così la situazione descritta all’inizio di questo articolo. Più in generale era cambiato il clima internazionale, profilandosi «un mondo di Grandi Potenze in competizione, nel quale Stati autoritari con assertive agende revisioniste in politica estera cercano di espandere il loro potere e la loro influenza» (così si esprime il rapporto Nato 2030). Tra questi Stati autoritari figura ovviamente la Cina (che più propriamente sarebbe da definire totalitaria). Nato 2030 identifica tre principali ragioni di preoccupazione: la Russia, la Cina e il terrorismo internazionale. Mosca è definita «la sfida principale», Pechino una «sfida emergente». Nel dicembre 2019 la dichiarazione dopo il vertice di Londra fu il primo documento pubblico ufficiale della NATO a menzionare la Cina, la cui «crescente influenza e la cui politica in campo internazionale presenta sia sfide sia opportunità che dobbiamo affrontare insieme come Alleanza». Una classica formula diplomatica aperta a molteplici sviluppi. Un impegno della NATO contro la Cina nel campo della hard security è da escludere. La stragrande mag-

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg (nato.int).

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gioranza degli Stati membri non ne ha né la capacità né la volontà. La NATO si limiterà a monitorare e fronteggiare le attività cinesi nei campi della Cybersecurity, delle EDT (Emerging and Disruptive Technologies), del mantenimento del vantaggio tecnologico. Il compito di difendere gli equilibri strategici in Estremo Oriente, nel Pacifico Occidentale e nel Sud-Est Asiatico continuerà a essere assolto dagli Stati Uniti, insieme ai suoi alleati tradizionali nell’area, in primis i popoli di lingua inglese. L’accordo AUKUS del settembre 2021 tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, con il significato di fondo di contenere l’espansionismo cinese, si pone in continuità storica con l’ANZUS (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti), in vigore dal settembre 1951 e con l’intesa nel campo dell’intelligence esistente dal dopoguerra denominata «Five Eyes», tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Macron può lamentare il modo forse maldestro con cui la Francia è stata estromessa da un contratto di fornitura di sottomarini, ma non può cambiare la storia e la geopolitica. Negli ultimi mesi del 2021, la tensione con la Russia ha visto da un lato l’escalation di una guerra di nervi tra Mosca e la NATO dall’altro timidi spunti di dialogo. Un fatto non nuovo nella storia dell’Alleanza che, come nella crisi degli Euromissili nel 1979, ha sempre indicato di voler percorrere contemporaneamente i due percorsi di una forte deterrenza e del dialogo, tra loro non incompatibili. Il segretario generale Stoltenberg si è distinto per dichiarazioni allarmistiche, che per la maggior parte degli osservatori non avevano riscontro nella realtà della situazione.

La Russia ha messo le carte in tavola, chiedendo la fine del progressivo avanzamento della NATO verso Est. Gli storici che hanno studiato la questione sembrano essere giunti alla definitiva conclusione che al riguardo né Bush Sr. né tanto meno Clinton andarono mai al di là di generiche assicurazioni verbali a Gorbaciov. Ciò però ha un interesse limitato nella realtà odierna. La Russia non è più quella debole di Eltsin o la morente Unione Sovietica di Gorbaciov e l’Occidente non dovrebbe commettere l’errore di spingere Mosca nelle braccia della Cina. Putin chiede in particolare la garanzia che l’Ucraina non sarà mai ammessa nell’Alleanza e la riduzione delle truppe e dei missili della NATO nei paesi che vi sono entrati dopo la fine della Guerra Fredda. La risposta rituale è che non si possono accettare veti sulle decisioni di liberi Stati sovrani. La diplomazia può però trovare soluzioni di compromesso. Di fatto l’ammissione alla NATO dell’Ucraina e della Georgia sono congelate dai tempi del vertice di Kehl-Strasburgo dell’aprile 2009.

Conclusione La NATO è al bivio tra una semplice continuazione dell’esistente, garantita dal fatto che la garanzia fornita dall’art. 5 del Trattato mantiene tutta la sua rilevanza, e un rilancio strategico per dimostrare che il suo «cervello» non è atrofizzato. La «politica» dell’Alleanza Atlantica è quella che le permettono di fare i suoi azionisti, soprattutto quelli maggiori. Come sempre, ci piaccia o meno, sarà soprattutto Washington a dettare la linea, se e quando ne avrà decisa una. 8

NOTE (1) J. Traub, RIP the Trans-Atlantic Alliance, 1945-2018, Foreign Policy, 11.5.2018, https://foreignpolicy.com/2018/05/11/rip-the-trans-atlantic-alliance-1945-2018. (2) G. Cucchi, La crisi d’identità della NATO, Relazioni Internazionali, n. 20 (dicembre 1993), pp. 19-26. (3) P. Cornish, NATO: the Practice and Politics of Transformation, International Affairs, n. 80, 1 (2004), pp. 63-74. (4) J. Shea, NATO and Terrorism, Rusi Journal, vol. 147, n. 2, April 2002, pp. 32-40. (5) https://www.bbc.com/news/world-us-canada-38635181. (6) Cfr. M. de Leonardis (a cura di), La Presidenza Trump: bilancio ed eredità, Milano, Educatt, 2021. (7) Briefing. Macron’s view of the world. A president on a mission, The Economist, 7 novembre 2019. (8) https://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/2020/12/pdf/201201-Reflection-Group-Final-Report-Uni.pdf. (9) Press Briefing at the Conclusion of the NATO 50th Anniversary and Euro-Atlantic Partnership Council Meetings, Washington, 25 April 1999, http://www.usia.gov/topical/pol/eap/alberg25.htm. (10)https://www.corriere.it/economia/finanza/21_agosto_30/borrell-afghanistan-catastrofe-europa-crei-forza-primo-intervento-d045301e-0904-11ec-92cef1aac6dc2317.shtml. (11) W. Van Eekelen, Building European Defence: NATO’s Esdi and the European Union’s Esdp, rapporto al Sub-committee on Transatlantic Defence della North Atlantic Assembly, 18-4-2000. (12) http://news.bbc.co.uk/2/hi/south_asia/7900367.stm, 19th February 2009. (13) Nato was a political failure in Afghanistan, says defence secretary, The Guardian, 26th October 2021, https://www.theguardian.com/politics/2021/oct/26/natowas-a-political-failure-in-afghanistan-says-defence-secretary. (14) Pew Research Center, NATO Seen Favorably Across Member States, Report, 9 February 2021. https://www.pewresearch.org/global/2020/02/09/nato-seen-favorably-across-member-states/. (15) S. Babst, Reinventing NATO’s Public Diplomacy, Nato Defense College, Research Paper, 2008. Stefanie Babst era all’epoca Deputy Assistant Secretary General, Communication Coordination, quindi sapeva di cosa parlava.

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Guerra ibrida, marittimità e geopolitica Massimo Franchi

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li scontri geopolitici in atto comprovano l’impiego, in ogni area del pianeta, di forze ibride che possono essere rappresentate da organizzazioni terroristiche, criminali, mercenarie, finanziarie, informatiche, energetiche, imprenditoriali, ecc. Si tratta di una molteplicità di minacce opache, senza visibili responsabili e apparentemente prive di coordinamento statale, che spesso danno vita a zone grigie il cui impatto è, nel lungo periodo, devastante. Contro tali rischi dovranno competere, soprattutto negli anni futuri in cui è prevista la transizione verso la digitalizzazione e la decarbonizzazione, le Forze armate delle liberal democrazie e in particolare le Marine Militari, da sempre proiettate a livello internazionale. Al giorno d’oggi il concetto di guerra ibrida, sia nell’accezione strategica che tattica, non rappresenta una novità, in quanto possiamo rilevare tracce frequenti

di minacce ibride in molti settori, sia a livello teorico che pratico, compreso quello marittimo. Negli Stati Uniti d’America, in una pubblicazione della US Army (1), si parla da tempo di «diverse e dinamiche combinazioni di forze regolari, irregolari, terroristiche, elementi criminali, oppure di una combinazione di tutte queste forze ed elementi, tutti unificati, per raggiungere un vantaggio comune». La stessa Nato, che ha dovuto contrastare per decenni il patto di Varsavia, indica in un suo importante documento (2) le minacce ibride come le attività poste in atto dagli avversari con la capacità di impiegare simultaneamente mezzi convenzionali e non convenzionali per perseguire i loro obiettivi. Già nel 2016, durante il Warsaw Summit della Nato (3), venne sottoscritta una dichiarazione con il Consiglio e la Commissione europea in relazione alla partnership tra le due organizzazioni

Consigliere strategico per organizzazioni multinazionali. Tra i principali incarichi in ambito universitario: docente a contratto al Master di II livello in Intelligence presso l’Università della Calabria, Research Fellow al Centro CIDEA dell’Università di Parma, testimone e docente a contratto nel corso integrativo di Rischio Politico nella laurea magistrale FRIM dell’Università di Parma dal A.A. 2017-18, membro del Laboratorio di Diritto del Mercato e delle Nuove Tecnologie (DiMeTech) dell’Università di Parma e docente Fondazione ITS Tech&Food. Conferenziere per organizzazioni militari internazionali e di polizia economica è iscritto all’albo docenti della SNA presso la PCM per Management pubblico e innovazione digitale. Direttore della Winter School di Geopolitica in onda su Stroncature. È autore del libro «Riflessioni sul management responsabile», coautore dei libri «Guerra Economica» e «Investimenti diretti esteri e intelligence economica».

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che comprendeva la sicurezza marittima e il contrasto alle minacce ibride poste in essere dalla Russia. Inoltre, possiamo constatare che esistono diversi termini utilizzati per riferirsi al fondamentale concetto di guerra ibrida (dal lat. hybrĭda «bastardo»), come per esempio quelli di minacce ibride, avversari ibridi, guerra sporca, guerra non tradizionale e guerra di influenza. Un primo tema di analisi potrebbe essere rappresentato dai conflitti attuali presenti nel mondo che sono divisibili, secondo Timothy McCulloh e Richard Johnson (4), in tre macro categorie: convenzionali, non convenzionali (irregolari) e ibride. Mentre i conflitti convenzionali sono operati da organizzazioni militari che adottano comportamenti conformi alle leggi nazionali o internazionali ed equipaggiamenti e sistemi d’arma con standard comunemente accettati, i conflitti non convenzionali prevedono l’impiego di organizzazioni militari non conformi agli standard di comportamento e di capacità comunemente accettati. Dal punto di vista di Timothy McCulloh e Richard Johnson, un approfondimento è richiesto specificatamente dalla terza categoria, quella della guerra ibrida, nella quale una «forza ibrida» impiega combinazioni di organizzazioni, convenzionali e non

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convenzionali, equipaggiamenti e tecniche in un unico ambiente che è stato disegnato e realizzato per ottenere un effetto strategico e sinergico. Tale ambiente, nel quale l’obiettivo è un vantaggio asimmetrico, mette a rischio gli Stati-nazione, come per esempio gli Stati Uniti d’America, ma soprattutto molti paesi europei che si sono dotati di forze tipicamente convenzionali e che non sono preparati ad affrontare questo tipo di minacce. Nella loro opera Timothy McCulloh e Richard Johnson indicano che occorre avere una visione olistica di tutti gli elementi del potere nazionale: diplomatico, educativo, militare, economico, finanziario, informativo e legale; è in questi ambiti che il vantaggio asimmetrico potrà sortire un effetto tenendo conto del tempo, della profondità e dell’intensità. Normalmente le organizzazioni ibride vanno incontro a questi destini: sconfitta o assorbimento da parte delle forze regolari oppure transizione e passaggio nelle forze regolari. Il primo caso citato dagli autori è quello dei Viet Cong, mentre il secondo caso è ben rappresentato dal network partigiano sovietico durante la Seconda guerra mondiale. Una particolare prospettiva, a livello strategico, è rappresentata dal pensiero dello stratega della Difesa americano Nathan Freier (5) per il quale il «concetto ibrido»

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è la prassi nello stato di natura in cui aspetti chiave, di molteplici sfide strategiche, sono combinati in uno. Sempre a livello strategico, risulta di fondamentale interesse il pensiero dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui (6), per i quali «la prima regola della guerra senza restrizioni è che non ci sono regole, senza nulla di proibito». Secondo i due militari e studiosi, il conflitto futuro comporterà punti di connessione tra tecnologia, politica, economia, religione, cultura, diplomazia e Difesa, creando infinite possibilità e complessità. Nel loro pensiero diventa di grande rilevanza il concetto stesso di vittoria che non è da ricercare sul campo di battaglia fisico, secondo i dettami del pensiero comune militare occidentale, ma invece altrove. Infatti, «la lotta per la vittoria si svolgerà su un campo di battaglia oltre il campo di battaglia», con una visione olistica e senza limiti. Secondo Frank Hoffman, divenuto un punto di riferimento per la dottrina, la guerra ibrida è la sinergica

buto di altri autori, come Jeffrey Cowan (8), per il quale la pressione della globalizzazione consente alle potenziali minacce ibride di accedere alla capacità convenzionale attraverso l’uso della finanza globale, delle informazioni e della tecnologia. Questa visione sull’utilizzo della finanza globale come arma ibrida è molto interessante, considerando l’impatto che le turbolenze di un mercato finanziario potrebbero avere su un intero Sistema Paese e sul tessuto industriale con conseguenti danni occupazionali e nella distribuzione dei redditi (9). Il tema della criminalità e del terrorismo riemerge anche nel contributo di Daniel Lasica (10), il quale descrive la guerra ibrida simultaneamente come elemento strategico e tattico a causa della fusione di metodi convenzionali, non convenzionali, criminali e terroristici. Per il suo modello teorico, l’attore ibrido otterrà sempre un «vantaggio strategico percepito» rispetto all’attore convenzionale, indipendentemente dai risultati tattici reali.

fusione di forze convenzionali e non convenzionali, congiuntamente al terrorismo e a comportamenti criminali, in una visione nella quale non esiste più una linea di confine definita dalla legge. Il termine guerra ibrida, che emerge per la prima volta nel 2007 in un documento intitolato U.S. Maritime Strategy (7), descrive la convergenza di minacce regolari e irregolari attraverso l’impiego di semplici e sofisticate tecnologie in modalità decentrata. Si tratta di uno scenario nel quale attori statali e non-statali possono operare sia a livello strategico che tattico-operativo per raggiungere il loro scopo. Un ambiente nel quale sanno ben operare tutti quegli Stati per i quali la minaccia ibrida non è solo un vantaggio fisico, ma anche un beneficio cognitivo da raggiungere, magari in modalità «nascosta», aggirando per esempio la Convenzione di Ginevra oppure le regole di ingaggio prestabilite. Sempre a livello strategico occorre citare il contri-

Questa combinazione di minacce che abbiamo appena descritto, condivisa e proposta da quasi tutti gli autori sopra citati, non è però apprezzata da David Sadowski e Jeff Becker (11) per i quali la riduzione in categorie non è in grado di fare comprendere la complessità dell’approccio ibrido alla guerra. I due autori argomentano, nella loro opera, che l’aspetto essenziale della guerra ibrida è l’unità sottostante che genera effetti negli approcci cognitivi e materiali. L’adattamento interattivo di questa unità consente flessibilità e consequenziale sfruttamento, da parte delle forze ibride, di continue opportunità sia in termini materiali che di influenza cognitiva dell’ambiente. In tale prospettiva si ritiene doveroso condividere le interpretazioni del Regno Unito, che dopo la Brexit potrebbe impostare una nuova strategia ibrida e del piccolo e agguerrito stato di Israele. La dottrina militare britannica (12), che fondava le sue radici in un impero

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globale mantenuto in vita dal Commonwealth (13), vedeva la guerra ibrida come un aspetto della guerra irregolare. Infatti, in questa prospettiva non era fatta nessuna distinzione tra guerriglia/forze irregolari e altre forze equipaggiate per applicare tattiche asimmetriche. Tuttavia, nella revisione integrata alla politica di sicurezza e Difesa del 2021 (14), oltre a un maggior dispiegamento delle forze britanniche a livello globale, con ampliamento delle basi e inclinazione verso l’area indo-pacifica, per missioni che rafforzino il contrasto alle minacce terroristiche, ibride e grigie, è indicato il ruolo fondamentale della Royal Navy e dei Royal Marines. Strategia ben descritta dal primo ministro Boris Johnson che ha dichiarato l’ambizione per il Regno Unito di essere «la prima potenza navale d’Europa» (15), attraverso un approccio proattivo alla formazione dell’ordine internazionale, il contrasto al concorrente «sistemico» cinese e alle minacce ibride.

strato come l’interruzione della catena logistica, tesa al blocco delle operazioni e non al furto dei dati, possa mettere in crisi il bilancio delle aziende compromesse e l’area economica interessata dall’evento. Il controllo di un porto da parte di organizzazioni criminali può rappresentare una minaccia ibrida rilevante sia all’economia, ma anche alla sicurezza nazionale e alla Difesa. Nel settore militare un’operazione finanziaria apparentemente innocua, come per esempio l’entrata di un fondo di investimento estero nel capitale di un’azienda italiana della cantieristica, potrebbe provocare, a lungo termine, danni ben maggiori di un’azione bellica tradizionale. Oltre a questo tipo di minacce sono poi presenti attività offensive condotte, per esempio, tramite un’imbarcazione civile di dimensioni rilevanti. In merito si segnala quanto è accaduto nel Mare Cinese Meridionale nel 2016, contro una flotta di pescherecci vietnamiti (18). Nel caso specifico l’attacco notturno,

Diversa è invece la posizione dei teorici dello stato di Israele (16), per i quali la guerra ibrida è un metodo di guerra sociale, senza però vincoli sociali da rispettare. Anche in questo caso il faro è puntato sul vantaggio cognitivo, ottenibile grazie alla mancanza di restrizioni sociali cui devono far fronte invece le forze statali convenzionali. Secondo gli studiosi israeliani, le cui Forze armate sono messe alla prova quotidianamente, le forze ibride operano come un sistema di reti, molto più rapido e flessibile da dispiegare delle forze convenzionali che devono avere dalla loro l’opinione pubblica e continui riscontri interni. La loro visione è meno schematica di quella americana e accentua maggiormente la sinergia delle componenti ibride e la loro natura logica. Nel settore marittimo le minacce ibride possono avere effetti devastanti e assumere connotazioni estremamente variegate, sia in ambito civile che militare. Gli attacchi cibernetici alla portualità (17) hanno dimo-

nella Zona Esclusiva e a circa150 miglia dalla costa vietnamita, ha previsto la messa in mare, dalla nave appoggio (circa 2000 tonnellate), di tre motoscafi armati, l’utilizzo di armi da fuoco di grosso calibro e di droni per interdire le comunicazioni. Il dispositivo dispiegato da questa azione offensiva, non rientrante nel concetto tradizionale di guerra navale né in quello di operazione per l’applicazione della legge, ha dimostrato una rilevante capacità organizzativa e disponibilità di risorse economiche. Secondo Alexander Lott (19), per il quale vi è ancora una mancanza di comprensione su come le minacce ibride possano rappresentare una sfida al diritto di navigazione, la domanda principale è come il diritto del mare possa contribuire a garantire lo stato di diritto nelle principali rotte oggetto di attacchi. Infatti, l’impiego di armi da fuoco, esplosivi, fermo di navi, attacchi informatici, minacce, coercizione economica,

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pirateria, reti marittime «grigie», rappresentano solo la punta dell’iceberg, sotto la quale l’effetto moltiplicatore generato dalle organizzazioni implicate potrebbe, a seconda dell’obiettivo, arrivare al danno ambientale diretto, derivante per esempio dal danneggiamento chirurgico di un gasdotto, oppure indiretto, come la costruzione di isole artificiali. Sia il settore civile che quello militare possono poi risentire delle crisi e delle tensioni che si verificano nella supply chain marittima globale, oppure derivanti dall’entrata di un nuovo socio nel consiglio di amministrazione di una società quotata, o dal furto di dati sensibili e commerciali e di tutte quelle prassi tese a influenzare la governance aziendale. A tali minacce si sommano le preoccupazioni potenziali che talune intimidazioni possano rappresentare per il controllo di infrastrutture energetiche critiche, per il commercio marittimo internazionale, arrivato a scambiare 11 miliardi di tonnellate, circa il 90% del commercio globale (20), o per la protezione della pesca. Come precedentemente indicato, gli Stati Uniti d’America sono probabilmente il paese occidentale nel quale possiamo rilevare il maggior contributo allo studio delle minacce ibride. Il loro quadro di analisi globale ha infatti espresso concetti di grande interesse che possiamo ritrovare in alcuni documenti come il U.S. Army Field Manual 5-0 (21). Nel manuale, le minacce ibride sono definite come combinazioni dinamiche di capacità convenzionali, irregolari, terroristiche e criminali che si adattano per contrastare i vantaggi tradizionali. Sempre un altro documento americano, il Army Field Manual 3-0 (22), descrive le minacce ibride come una diversa e dinamica combinazione di forze regolari, irregolari, elementi criminali, o come una combinazione di queste forze ed elementi tutti unificati per ottenere un beneficio reciproco. Secondo questa prospettiva, tali forze combinano le loro abilità passando dall’uso di tattiche e armi regolari a quelle irregolari. Un passaggio di minaccia che è rilevato quotidianamente nelle aree strategiche del pianeta, come il Mar Cinese Meridionale, il Mar Baltico, lo Stretto di Hormuz, il Mar Nero, ecc. Si tratta di garantire la sicurezza ai trasporti navali, ma anche ai passaggi delle pipeline di gas naturale e pe-

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trolio, in regioni marittime che vedono il sempre più frequente intervento degli stati costieri. Per esempio, il Mar Baltico consente alla Russia di condizionare sia la Nato che i paesi della UE attraverso l’utilizzo sapiente della guerra informativa. Il conflitto in Georgia nel 2008 ha rappresentato per molti studiosi il punto di svolta nella guerra ibrida moderna. Secondo Murphy e Schaub (23), dopo l’insegnamento ceceno e il parziale successo georgiano, possiamo focalizzare l’attenzione proprio sul termine «zona grigia» per comprendere al meglio la tipologia di azioni organizzate dai russi per ottenere obiettivi strategici senza superare la soglia del conflitto bellico. Nella guerra ibrida occorre dunque superare la logica del pensiero dicotomico occidentale, che ben si esprime nel codice binario e per il quale siamo portati a distinguere tra guerra e pace, amico e nemico, buono e cattivo, violento e non violento, ecc. Invece, la complessità del concetto ci spinge a riflettere su un’area di ambiguità e opacità alimentata da una costante campagna di disinformazione atta a modificare il pensiero cognitivo e decisionale dell’avversario, probabilmente determinato a rispettare i propri valori e le proprie credenze. Forze per procura, mercenarie o criminali anche di altre nazionalità, possono operare per rallentare o bloccare il processo decisionale del policy maker, senza che una nave e un sottomarino si muova dalla propria base o si sposti da una rotta. La stessa difesa da queste minacce potrebbe generare confusione e scontri tra le forze politiche interne, rallentando le operazioni o semplicemente congelando la risposta magari per semplici problemi di bilancio o per la protesta di una minoranza. Per Murphy e Schaub, in ambito navale la Cina e l’Iran hanno dimostrato di esprimere un potenziale ibrido destabilizzante considerevole, derivante dall’impiego contemporaneo di flotte civili per procura, dalla diplomazia tradizionale, dai media amici e sapientemente informati, da minacce e accuse continue nelle sedi internazionali, dai processi di revisione storica, dalla provocazione di incidenti casuali durante le operazioni di manovra in porto e dalla reinterpretazione del diritto marittimo. Per il prossimo futuro sarà interessante capire, dopo il disimpegno americano dal qua-

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drante medio-orientale, come riprenderanno le azioni di disturbo nell’area e soprattutto se la comunità internazionale deciderà di dare una risposta coordinata. Una risposta che dovrà considerare, in una visione strategica più estesa e fuori area, anche la protezione delle reti di comunicazione sottomarine, fondamentali per le comunicazioni dati intercontinentali, le rotte dei commerci internazionali e i principali porti. Per terminare, è necessario comprendere se le forze ibride possano essere considerate organizzazioni militari a tutti gli effetti e in cosa consiste realmente la capacità ibrida. Infatti, se generalmente la forza ibrida può essere considerata un’organizzazione militare è altrettanto ovvio considerare che essa non è un monolito, ma piuttosto un amalgama di organizzazioni, equipaggiamenti e tecniche — convenzionali e non —impiegate in un ambiente appositamente progettato per ottenere effetti strategici e sinergici, anche sovvertendo l’onere della prova e facendo passare dalla parte del torto chi ha ragione. Questa concezione mette in crisi la maggior parte degli Stati-nazione liberal democratici dotati di sole Forze armate convenzionali e determinati a evitare lo scontro diretto. Le strutture di Difesa di queste democrazie, spesso considerate costose e destinatarie di qualche punto percentuale di PIL, sono orien-

tate su minacce simmetriche e non esprimono, se non con grande difficoltà, capacità ibrida. La storia ha dimostrato ripetutamente, dal Vietnam all’Afghanistan, come organizzazioni costruite su canoni tradizionali siano collassate di fronte a minacce asimmetriche e come i moderni conflitti riportino inesorabilmente a quanto indicato da von Clausewitz (24). Il generale e teorico prussiano, già agli inizi del 1800, definiva la guerra come atto di forza per costringere il nemico alla nostra volontà e teorizzava nella massima espressione della guerra, quella ideale e assoluta, l’impiego di tutte le risorse disponibili per raggiungere l’obiettivo desiderato. Dopo duecento anni e due conflitti mondiali, possiamo considerare la guerra ibrida come una forma di scontro, spesso non dichiarato apertamente, nel quale si combatte utilizzando tutte le risorse disponibili, convenzionali e non, in uno scenario mutevole e dinamico in cui il successo sull’avversario può essere determinato non solo dal raggiungimento di obiettivi materiali, ma anche cognitivi, in un arco temporale indefinito. La posta in gioco è, nella maggior parte dei casi, la supremazia geopolitica di un’area del pianeta o di uno specchio d’acqua e lo sfruttamento di quanto essi contengono. 8

NOTE (1) Army doctrine Publication (ADP) 3-0. (2) NATO Capstone Concept. (3) 2016 Warsaw Summit of the North Atlantic Treaty Organization (Nato), 8-9 luglio 2016. (4) Timothy McCulloh e Richard Johnson, Hybrid Warfare, JSOU Report 13-4, 2013. (5) Nathan Freier, è uno stratega della Difesa ed ex direttore degli Affari di sicurezza nazionale presso l’Istituto di studi strategici; nelle sue ricerche ha delineato le sfide e le minacce per gli Stati Uniti nell’ambiente di sicurezza post 11 settembre 2001. (6) Qiao Liang e Wang Xiangsui, Unrestricted Warfare, Beijing, PLA Literature and Arts Publishing, 1999. (7) A Cooperative Strategy for 21st Century Seapower. (8) Jeffrey Cowan, A Full Spectrum Air Force, Air University (U.S.). Air Force Fellows, 2012. (9) Massimo Franchi e Alberto Caruso de Carolis, Guerra Economica, Licosia-Minerva, 2017. (10) Daniel Lasica, Strategic Implications of Hybrid War: A Theory of Victory, School of Advanced Military Studies United States Army Command and General Staff College Fort Leavenworth, Kansas, 2009. (11) David Sadowski e Jeff Becker, Beyond the “Hybrid” Threat: Asserting the Essential Unity of Warfare, Small Wars Journal, 2018. (12) Ministry of Defense, The United Kingdom Joint Doctrinal Note 2/07, Coutering Irregular Activity Within a Comprehensive Approach, Shrivenham Defence Academy, Shrivenham, Wiltshire, UK, 2007. (13) Organizzazione intergovernativa di 54 Stati membri indipendenti, tutti accomunati, eccetto il Mozambico e il Ruanda, da un passato storico di appartenenza all’Impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria (fonte Wikipedia). (14) Integrated Review of Security, Defence, Development and Foreign Policy in March 2021. (15) «Global Britain»: implications for UK military strategy and capability, Volume 27 Comment 28 September 2021, ISSN: 1356-7888. (16) https://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/occasional_papers/2010/RAND_OP285.pdf (17) Attacco al porto di Rotterdam del 2017. (18) Maritime Hybrid Warfare is Coming, by Admiral James Stavridis, U.S. Navy (Retired), U.S. Naval Institute, December 2016. (19) A.Lott, Implication of Hybrid Warfare for The Order of the Oceans, Center for International Maritime Security, August 2020. (20) UN Conference on Trade and Development. 2019 e-Handbook of Statistics. United Nations 2019. (21) U.S. Army Field Manual 5-0: The Operations Process. (22) Army Field Manual 3-0: Operations. (23) M.Murphy e G.Schaub Jr., Sea of Peace or Sea of War – Russian Maritime Hybrid Warfare in the Baltic Sea, Naval War College Review, volume 71, n. 2 Spring, Article 9, 2018. (24) Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1° giugno 1780 – 16 novembre 1831), generale, scrittore e teorico militare prussiano.

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Evoluzioni asimmetriche Gino Lanzara

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Capitano di fregata (CM); laureato in Management e Comunicazione d’impresa e anche in Scienze diplomatiche e strategiche. Analista e studioso di geopolitica e di sicurezza, collabora in materia con diverse testate. Ha pubblicato il saggio Guerra economica: quando l’economia diventa un’arma.

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«... Il compito sarà arduo. Potrebbero esserci giorni oscuri davanti a noi, e la guerra ormai non può più essere confinata al campo di battaglia ...». Re Giorgio VI d’Inghilterra, 3 settembre 1939. L’aggettivo asimmetrico, per quanto a la page, fa suo un modo flessibile di concepire gli eventi assimilabile a quello che ha riguardato l’analisi filosofica della natura dei conflitti, quanto cioè questi possano essere giusti, a partire da Sant’Agostino, passando per Francisco de Vitoria fino a giungere a San Giovanni Paolo II. Tanto per rimanere sugli evergreen, Sun Tsu affermava che come l’acqua si adegua al terreno che incontra, il soldato ottiene la vittoria adeguandosi all’avversario che affronta; per non esser da meno, per von Clausewitz la guerra non può che tendere all’estremo assoluto, anche se va considerato che gli eventi, non svolgendosi mai linearmente, sono oggetto delle influenze esercitate da antropologia, storia, politica ed economia, che allontanano la guerra da conseguenze assolute ponendo limiti precisi all’azione di militari ed esecutivi politici. Il termine simmetria deriva dal greco, e risulta composto da syn, che indica la simultaneità, e métron, che significa misura; di conseguenza l’asimmetria può essere presentata come la contrapposizione di grandezze reciprocamente non misurabili. La condotta bellica diventa componente logica che determina una successione di mediazioni, tra cui proprio quelle che riguardano il ruolo dell’asimmetria delle forze, dell’incertezza, della prevalenza della difesa rispetto all’attacco, dell’irrazionalità che caratterizza i movimenti di grandi masse di uomini e la loro linea di comando e che vanifica i piani già predisposti; essendo dunque impossibile preparare azioni ispirate ai criteri della guerra assoluta, von Clausewitz affida alla politica il compito di dirimere ogni possibile aspetto che possa manifestarsi. La condotta asimmetrica si fonda, dunque, sia sulle sollecitazioni che provengono dall’egemone che quanto più ascende alla superiorità militare convenzionale (1) tanto più incentiva gli avversari a perseguire sfide asimmetriche, sia sulla diversa velocità con cui i belligeranti conducono le operazioni; in sintesi, l’asimmetria positiva si fonda su di una capacità di accelerazione superiore a quella nemica, mentre l’asimmetria negativa dipende dalla

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volontà e dalla capacità di rallentare il conflitto accettando però il maggior numero conseguente di vittime. Nell’asimmetria è l’assenza di limiti relativi ad attori e mezzi impiegati a risultare dirompente, benché l’asimmetria stessa (2) non sia mai stata espressione di violenze incontrollabili, totali e assolute, ma la manifestazione di una strategia complessa che mirava non al controllo del territorio ma, in senso lato, alla delegittimazione politica, economica e morale. L’asimmetria, in via concettuale e per quanto applicata agli eventi bellici, non può non attrarre per le teorizzazioni che ha determinato, e soprattutto per gli effetti che ha prodotto. Per millenni i più deboli hanno cercato di neutralizzare la supremazia tecnologica nemica ricorrendo agli stratagemmi più disparati, purché idonei per ogni contesto che richiedesse l’affermazione delle proprie linee politiche; di fatto, è la dimensione cognitiva più umana di uno dei mestieri più antichi che esistano al mondo, quello delle armi. Nel tempo sono variati i metodi, ma non gli intenti né tanto meno gli obiettivi. Oltre duemila anni fa le tribù germaniche hanno opposto resistenza a un esercito moderno sfruttandone gli errori tattici e scegliendo il terreno dello scontro, ineludibile principio dimenticato a Teutoburgo dagli stessi Romani peraltro già edotti nelle azioni di controguerriglia in Britannia, terra costellata di accampamenti e strade, o agli americani, in un Vietnam oggetto di addomesticamento grazie all’uso di defolianti chimici. La somiglianza con eventi più recenti, come quelli avvenuti in Cecenia, dove i russi hanno dovuto subire le iniziative di insorti peraltro spesso già appartenuti alle loro stesse Forze armate, o a Mogadiscio con il Black Hawk down, è più evidente di quanto non appaia, specialmente per quanto concerne gli scontri nelle aree urbane. Dato per scontato che il genius della guerra premia soprattutto i più sagaci, la differenza tra l’esperienza romana e quella russa, è che le Legioni hanno fatto propria la durissima lezione impartita da Arminio, imparando a combattere con intelligenza preservando l’integrità tattica delle forze. Operativamente non si sa cosa sia accaduto con certezza a Teutoburgo, ma di certo l’esito dello scontro fu deciso già nel momento della sua preparazione puntando alla frammentazione della fanteria romana, altrimenti imbattibile per via simmetrica. Roma scelse di

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rialzarsi e Germanico, con le sue forze, non molto tempo dopo, si adoperò perché ai Germani fosse noto il ritorno dell’aquila capitolina, facendo però attenzione a preservare l’integrità tattica e operativa in movimento, attendendo l’attacco nemico e utilizzando al meglio i mezzi disponibili nel combattimento ravvicinato. Anche in questo caso l’esito dello scontro fu deciso prima che i fanti arrivassero al contatto. Come Varo, i russi si sono trovati a dover combattere contro una società tribale, miopemente sminuita, e tuttavia padrona del terreno. Il modo più congeniale di cogliere di sorpresa il nemico è rimasto dunque il combatterlo dove meno se lo aspetta, come fece Germanico, capace di sfruttare al meglio le lesson learned, cosa non riuscita né alle Forze corazzate russe a Grozny — assimilabili alla fanteria legionaria di Varo — né agli americani in Somalia malgrado l’evidente superiorità tecnologica. Le foreste germaniche sono state sostituite dalle foreste urbane di strade e palazzi, mentre l’elemento cardine è consistito ancora una volta nell’efficienza e nella motivazione degli uomini. In tema di resistenza, secondo Carl Schmitt la lotta asimmetrica partigiana determina in ogni caso uno spazio più complesso perché il resistente, non combattendo in campo aperto, aggiunge alla tradizionale dimensione bellica una nuova profondità nella quale chi indossa un’uniforme è già condannato. Di contorno, un altro elemento appartenente alla modernità e rivelatosi fondamentale, ovvero lo sfruttamento strategico delle comunicazioni, ora quelle radio televisive e via rete, che conducono a un’altra forma di guerra la cui iniziativa non può né deve essere lasciata in mani nemiche. La prima lezione, valida per ogni contesto bellico, consiste dunque nel comprendere come imporre la propria volitività in modo egemonico e nel saper reagire tatticamente con la maggiore celerità possibile. Non a caso nel 900, il secolo delle guerre, si è sviluppato un modello conflittuale asimmetrico tra formazioni regolari e irregolari, che hanno trovato posto e dimensione nelle accezioni rappresentate da guerriglia e terrorismo (3), e che ora può essere definito come l’impiego di tattiche e tecniche innovative, convenzionali e non, da parte di comunità più deboli, statuali e non, contro avversari più potenti e tecnologicamente superiori. Il tutto, cercando

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volontà politica conclusiva, uso spropositato della di sfruttare sia le vulnerabilità dell’egemone, sia la sua forza, incapacità di soffocare le ribellioni adattandosi reazione violenta produttrice di danni collaterali utili a alla realtà oggettiva, in un contesto in cui l’opinione suscitare risentimento nella popolazione, dove peraltro pubblica non tollera caduti, non accetta danni collateil fattore tempo, più o meno protratto, diviene fondarali, non gradisce le inevitabili asperità né di un intermentale per calcolare e proiettare i costi materiali. Non vento rapido e violento né di una lunga e costosa è inopportuno rammentare che l’espressione guerra campagna. La guerriglia, ritenuta da Clausewitz di supasimmetrica è stata coniata nel 1975 da Andrew Mack porto all’azione convenzionale, indebolisce il nemico (4) nella sua analisi «Why big nations lose small wars», affamandolo e privandolo dei rapporti gerarchici, eliutilizzato per definire le tattiche vietcong contro l’eserminando le autorità locali, infiltrandosi nei gangli orgacito degli Stati Uniti; attualmente si può sostenere che, nizzativi, amplificando propaganda e disinformazione. da un punto di vista quantitativo l’asimmetria è stata Non a caso secondo H. Kissinger «La guerriglia vince determinata dal successo statunitense nella Guerra se non perde, l’esercito convenzionale perde se non Fredda, fatto che ha amplificato la distanza, in termini vince». Alla inevitabile controguerriglia si è sostituita di possibilità e capacità belliche, tra gli Stati Uniti e il una strategia che punta a eliminare le cause che hanno resto del mondo. La capacità logistica americana di portato alla guerriglia tentando di ristabilire una stabilità schierarsi ovunque, unitamente alle potenzialità delsociale da contrapporre al terrorismo basato sull’uso l’industria nazionale degli armamenti, ha creato calcolato della violenza e mirato a esercitare coerciun’asimmetria di fatto che rende impossibile qualsiasi zioni o intimidazioni volte a raggiungere obiettivi politici, ipotesi di confronto frontale. Ciò che quindi carattereligiosi, ideologici. Un conflitto controinsurrezionale si rizza l’asimmetria è l’aspetto qualitativo, gli attori invince distruggendo l’apparato politico amministrativo teressati, le tattiche, le armi impiegate; in questo campo guerrigliero, e la distruzione delle Forze armate sovvernon vi sono indicazioni precise riguardo ai soggetti, sive non è un obiettivo ma un mezzo per conquistare il poiché possono essere stigmatizzati come chiunque sia sostegno popolare. Thomas Edward Lawrence (10), per in possesso delle capacità necessarie al perseguimento il quale combattere gli insorti è una faccenda laboriosa di uno scopo politico (5). La guerra si evolve e progree lenta, come mangiare la minestra con il coltello (11), disce, procede per generazioni: dalla 3a, propria del probabilmente non avrebbe mai immaginato di poter conflitto 1939-45, si è passati allo scontro caratterizinfluenzare il Generale Giap, il vincitore dei francesi a zato dalla confusione nell’individuazione dei limiti tra a a Dien Bien Phu nel 1954, specialmente sia per quanto guerra e politica della 4 , per giungere alla 5 condotta con azioni non cinetiche che interessano l’ingegneria sociale, la disinformazione (6), gli attacchi informatici, le tecnologie emergenti come l’AI (7). Counterinsurgency (8), Small Wars, Low Intensity Conflict, Fourth Generation Warfare, Peace keeping, Guerre ibride. Numerosi gli Stati coinvolti, diversi gli approcci: i francesi (9) in Indocina e Algeria; gli inglesi in Irlanda del Nord; gli israeliani, votati alla difesa dell’integrità territoriale con la forza e con un incomparabile servizio informazioni; i russi a Grozny; gli americani in Vietnam. Da tutte queste espevietminh innalzano la loro bandiera sulle posizioni francesi conquistate a Dien Bien Phu rienze emerge il fatto che gli insuccessi deri- I(wikipedia.org). vano da svariati elementi: mancanza di

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concerne l’impossibilità di giungere a una grande battaglia per l’annientamento dei ribelli, sia quando ribadisce la necessità di disporre di un servizio informazioni che sostenga le forze locali nella condotta bellica e che aiuti a consolidare un favorevole effetto psicologico sulla popolazione; tutti elementi che il generale Petraeus, in Iraq, avrebbe fatto suoi puntando alla ricostruzione di un governo stabile in grado di comprendere cause e motivazioni degli insorgenti, ovvero con una politica capace di curare da sé i propri mali: da problema politico a soluzione politica con le Forze armate quale strumento dello stesso potere politico. L’asimmetria della guerriglia pone dunque problemi difficili: il corretto trattamento della popolazione, l’efficacia della risposta cinetica, il bisogno di sostenere una politica di ricostruzione mentre i propri uomini continuano a morire. A tal proposito, il Counterinsurgency Field Manual, pubblicato a cura dello US Army e dello US Marine Corps nel 2007, pone attenzione sugli aspetti politici, sull’interazione sociale, sull’intelligence, sulla flessibilità tattica, sui problemi culturali, puntando tuttavia su un aspetto incontrovertibile: distruggere è più facile che costruire (12). L’asimmetria conduce quindi a una dimensione concettuale foriera di sempre nuove tipologie conflittuali differenti dalla guerra convenzionale perché non ci sono solo soggetti politici forti dei loro eserciti, ma emerge anche l’intreccio di molteplici fattori che sanciscono la fine dell’ordine dello stato vestfaliano, titolare esclusivo del diritto all’uso della forza, che aveva il pieno controllo dello strumento economico e informativo, con regole precise che identificavano amici e nemici, combattenti legittimi e civili. Non c’è dubbio che i conflitti del passato siano simme-

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trici: riguardavano lo scontro di entità statali paritetiche, per mezzo di eserciti costruiti in maniera similare. La globalizzazione ha sottratto gran parte delle prerogative sovrane a favore di istituzioni sovraordinate o transnazionali, e l’ambito militare si è trovato a dover fronteggiare minacce provenienti da una costellazione di attori volti a sostenere il conflitto per elevare i loro contrasti a dignità nazionale e internazionale. Il libro Guerra senza limiti (13) dei colonnelli cinesi Qiao Ling e Wang Xiangsui, ha contribuito a definire con maggior precisione il concetto di guerra asimmetrica quale conflitto condotto dalla controparte debole con risorse scarse e metodologie belliche non convenzionali per colmare le proprie carenze militari, tecnologiche e finanziarie, trasformando i punti di debolezza dell’avversario in punti utili a colpirlo; compaiono nuove forme di guerra in uno scenario che trascende limiti e confini, dove tutti i mezzi devono considerarsi pronti, con un apparato informativo operativo, con la possibilità di considerare il campo di battaglia ovunque, con la sovrapposizione di armi e tecnologie in grado di cancellare i confini tra «mondo della pace» e «mondo della guerra». È dal 1991 con la Guerra del Golfo che l’arte della guerra inizia a cambiare per natura e funzioni così da riuscire a estendere l’asimmetria anche ad altri tipi di guerre, come le crisi finanziarie asiatiche del 1997, quella russa del 1998, l’attacco chimico alla metropolitana di Tokyo nel 1995 o l’attività qaedista di Bin Laden in Sudan nel 1998. Tatticamente i conflitti asimmetrici si fondano sia sulle diverse velocità, sia su una differente concettualizzazione di tempo e spazio. Di fatto, mentre in Cina si scriveva di guerra globale, consapevoli dei cambiamenti globali in atto, in occidente

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si è preferito non utilizzare terminologie tecnicamente attagliate ma politicamente poco gradevoli, ottenendo il risultato di rimanere spiazzati e sorpresi dall’11 settembre. I più deboli in quanto a risorse e a comando e controllo, bilanciano la debolezza ricorrendo a mobilità, attitudine offensiva, effetto sorpresa e a un’organizzazione più contenuta dedicata al perseguimento di uno scopo determinato. Numericamente i combattenti asimmetrici sono pochi, spesso circondati da fiancheggiatori occasionali, e le loro azioni riguardano l’uso del fattore temporale vincolato ad azioni di breve durata, altrimenti troppo dispendiose, e che impediscono contromisure strategiche caratterizzate da tempi dilatati contraddistinti da pause, accelerazioni e perdurante incertezza dell’esito ultimo. Lo spazio bellico muta: il campo di battaglia non è più ristretto in un ambito definito, si esplica ovunque, nel dominio concreto come in quello virtuale; strategicamente la guerra asimmetrica assume carattere globale: non conosce confini territoriali, è portata a estendersi a quanti più paesi è possibile, e i gruppi che la praticano, come accaduto in Afghanistan e Iraq, cambiano costantemente le loro tattiche operative per evitare che il nemico vi si possa adattare. Non a caso, nei conflitti asimmetrici afghano e iracheno, la minaccia più grave si è concretizzata negli attacchi compiuti con mine o IED (14) poco costosi, facili da disporre, difficili da individuare, capaci di portare la guerra da un livello di violenza organizzata a uno stato incontrollabile; nel contesto afghano si è poi associato uno degli attori asimmetrici più noti, Al Qaeda, originatore degli eventi dell’11 settembre capace di estendere lo spazio concettuale asimmetrico negli obiettivi (edifici civili e militari (15), nel metodo

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(dirottamento di aerei passeggeri), negli effetti economici (ingente danno finanziario provocato da un attacco del valore di relativamente poche migliaia di dollari). La guerra asimmetrica punta a risultati concreti, non offre spunti etici, determina confronti in ambito ideale e delle risorse, punta a obiettivi molteplici con soggetti statuali e non, contempla conflitti a bassa intensità con metodologie non tradizionali, prevede l’attacco alla cultura, cura la guerra psicologica con la manipolazione dei media, non trascura l’impiego di ogni tipo di risorsa, sia essa politica, economica, sociale. La guerra senza limiti non tralascia alcun mezzo, compresi quelli finanziari, si pone l’obiettivo del controllo del nemico costringendolo, dopo averlo portato al limite massimo di tolleranza, al compromesso. Il sistema asimmetrico conduce a una valutazione degli eventi da prospettive molteplici, e richiede una capacità di movimento strategica secondo linee d’azione lunghe con operazioni rapide e poco appariscenti. Jacques Baud nel suo saggio La guerra asimmetrica (16) sottolinea sia l’importanza della centralità dell’informazione che attribuisce maggiore o minore influenza alle decisioni da assumere, sia la diffusione della violenza innescata da passioni culturali ed etniche, sia la conquista dell’infosfera, il cyberspazio in cui le informazioni circolano e permettono l’interazione degli attori che prendono così contatto diretto con il pubblico, un insieme dinamico dei messaggi diffusi tramite media e rete; gli ultimi elementi da non sottovalutare riguardano l’approccio strategico indiretto sviluppato a suo tempo dalle forze del Patto di Varsavia finalizzato a mutare il sistema nemico, e la conversione della superiorità dell’avversario in debolezza. Baud individua infine 4 strumenti attraverso cui

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la guerra asimmetrica si manifesta: la non violenza, la violenza politica, il terrorismo e la guerra della informazione. Sembra dunque arrivato il momento della fine del conflitto tradizionale, dell’essenza funzionale della pura forza militare, ribadendo l’inevitabilità della guerra declinata come non convenzionale o, per rimanere in tema, asimmetrica, cui rimangono associate le tre guerre indirizzate alla propaganda e all’inganno,

sempre definizioni coerenti, nell’analisi delle attività russe in Georgia e Ucraina può offrire spunti interessanti. Tenuto conto che la guerra ibrida influenza la politica interna, le attività perseguite comportano una combinazione di tattiche diverse, per cui le forze convenzionali possono trovare impiego nel sostenere quelle irregolari in un contesto dinamico che vede profilarsi una minaccia di più grave entità (es. l’uso del-

alla manipolazione dell’opinione pubblica, e all’uso della complessità della galassia del sistema legale internazionale per annichilire l’avversario. Le guerre non scoppiano più, sono cambiati i punti di riferimento; l’ultima guerra classica è stata quella combattuta nelle Falkland tra Regno unito e Argentina. Lo scontro globale rimane silenzioso sullo sfondo, si indirizza alla ricerca di un nuovo ordine planetario che determini il diritto a un’egemonia attenta alla difesa degli interessi, giacché non esistono più blocchi ideologici distinti in un mercato dove prevale, come sempre, la legge del più forte. In quest’accezione viene difficile anche delimitare il campo per ciò che attiene all’individuazione di amici e nemici: un paese avversario può diventare repentinamente un alleato e viceversa, basti pensare all’Iraq prima appoggiato dagli Stati Uniti nella sua guerra contro l’Iran, poi oggetto delle ripetute campagne intraprese dagli americani; ai mujaheddin afghani addestrati dalla CIA; all’attuale politica turca. Dopo il bipolarismo la teoria della fine della storia di Huntington, seppur circoscritta al termine delle ideologie, ha avuto breve durata, visto che il realismo ha impresso una direzione completamente diversa. Da un’altra prospettiva, l’aggettivazione asimmetrico può essere sostituita con ibrido che, se in letteratura non trova

l’arma nucleare), mentre servizi di sicurezza e apparati propagandistici legittimano le azioni cinetiche convenzionali. È evidente che le attività ibride non rientrano nelle espressioni politiche ufficiali, e richiedono risposte che puntino a una spiccata capacità di reazione alle forme sovversive interne. La guerra ibrida compendia una vasta gamma di attività e tattiche che comprendono la guerra informatica (17), la guerra per procura con uso di terze parti non statuali e la guerra preventiva (18). Non a caso secondo la NATO «i conflitti ibridi comportano sforzi a più livelli progettati per destabilizzare uno Stato funzionante e polarizzare la sua società» fomentando eventuali spinte separatiste, cosa che presuppone il supporto di forze convenzionali magari schierate ai confini per effettuare esercitazioni campali e pronte a proiettarsi all’interno. Sotto quest’ottica la guerra ibrida russa può considerarsi basata su concetti di nuova generazione grazie a un amalgama di hard e soft power riscontrabile in svariati domini, e grazie a una capace e coordinata applicazione di strumenti militari, diplomatici ed economici. Benché sia stato oggetto dal 2013 di successive ritrattazioni, il pensiero del generale Valery Gerasimov (19), è ormai declinato come un’articolazione della più avanzata generazione delle tattiche di guerra ibrida, cui associa

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il concetto cognitivo di predvidenie (20). Secondo Gerasimov le regole della guerra sono cambiate (21), tanto che il ruolo degli strumenti non militari politici, economici, informativi, in coordinamento con il potenziale di protesta della popolazione, indirizzati al raggiungimento di obiettivi strategici, si è accresciuto spesso superando il potere della forza cinetica (22). Oltre alla combinazione di attività atte a influenzare la politica

sione grazie a internet e a un accurato uso del principio del divide et impera, fondamentale nel fiaccare il nemico al suo stesso interno. La guerra cognitiva punta a obiettivi tattici con orizzonti temporali brevi, oppure strategici con campagne protratte nel corso di anni, minando processi democratici, seminando dubbi, innescando disordini, evitando il confronto diretto convenzionale ad alta intensità. La guerra cognitiva (26) compendia capacità

interna, mutano anche gli spazi convenzionali dello scontro con il crescente utilizzo di armi di alta precisione: prendono piede le combinazioni di tattiche diverse, la guerra irregolare, la sovversione politica, l’inganno (23). Di fatto le teorie di marca cinese e russa indirizzate al perseguimento degli obiettivi strategici confondono guerra e politica e rappresentano la rottura degli schemi che avevano condotto nel 1991 gli Stati Uniti alla vittoria contro l’Iraq. In fondo già Clausewitz, con l’immagine del camaleonte, conferisce sembianze belliche differenti da porre in relazione agli effetti prodotti, come per esempio negli ambiti economici, finanziari, cibernetici, sociali: la guerra, ora più che mai, appare quale continuazione della politica con qualsiasi mezzo e in grado di ridurre il soft power incrementando il prezzo dell’hard valorizzando l’idea di pace negativa. Rimanendo in ambito asimmetrico, anche l’aspetto cognitivo (24) conserva la sua rilevanza, cosa che ha permesso, tra gli analisti americani, inaugurando dal 1997 il concetto di information dominance, di poter affermare che non è chi ha la bomba più grossa che prevarrà nei conflitti futuri, ma chi racconterà la storia migliore (25), sia individuando i punti deboli del concorrente, sia scegliendo la procedura d’attacco migliore grazie alle informazioni e alla loro diffu-

informatiche, psicologiche e d’ingegneria sociale, sfrutta la rete e i social network per veicolare le sue informazioni verso influencer o gruppi predeterminati perché possano diffondersi rapidamente producendo effetti assimilabili a quelli ottenibili per via convenzionale ma con costi sociali contenuti; il conflitto cognitivo punta a seminare dubbi, porta a narrazioni contraddittorie, polarizza l’opinione pubblica, dà un senso ad atti socialmente destabilizzanti (27). Nella guerra cognitiva, mix tra cyberware e guerra psicologica, il vantaggio premia chi si muove per primo scegliendo tempo, luogo e mezzi dell’offensiva; si può dire che prima che la potenza tecnologica dell’informazione crescesse, era più facile carpire un segreto che diffondere una diceria. Tenuto conto che al termine della Guerra Fredda lo scontro si è spostato sul terreno economico e culturale concretizzandosi in operazioni di influenza che coinvolgono le modalità di raccolta e di sfruttamento delle informazioni atte a destabilizzare l’avversario, si può affermare che le operazioni d’influenza e informazione economiche sono un’eredità della information warfare anglosassone. In questo senso, la Scuola di Guerra Economica di Parigi inquadra la guerra cognitiva come l’utilizzo della conoscenza con un obiettivo conflittuale che sfrutta il concetto di perception management (28).

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Attualmente si può affermare che politica ed economia sono la guerra condotta grazie all’uso dell’informazione, e che la minaccia asimmetrica è rivolta contro l’intero sistema, in particolare contro interessi commerciali, industriali, tecnologici. I rapporti di forza si sviluppano intorno alle dinamiche economiche, visto che la maggior parte dei governi non tenta più di affermare il proprio dominio su altre nazioni, ma cerca di realizzare un potenziale industriale e commerciale in grado di generare ricchezza e lavoro sul proprio territorio. La competizione economica rimodella gli spazi disponibili per un confronto bellico convenzionale, ma il fine ultimo di accumulare potenza rimane lo stesso; gli attori principali sono gli Stati, controllori calanti del mercato e dei suoi flussi, e le imprese, che di fronte alla nuova declinazione competitiva geoeconomica e geoinformativa, hanno optato per il controllo dell’informazione strategica, dove riuscire a influenzare ogni decisione dei poteri pubblici diviene passaggio obbligato della competizione commerciale che rientra nella guerra dell’informazione, un’espressione della strategia di ogni paese che intende dare una propria interpretazione del rapporto intercorrente tra potenza e mercato. Sotto questo aspetto la globalizzazione, dalla fine del XX secolo, ha ridimensionato la rilevanza della Forza militare, che spesso non rende per quanto costa, e ha reso rilevanti economia politica e politica economica, e dove il mercato è lo strumento per conquistare potenza. A parte le teorie economico-politiche relative alle tipologie di pace susseguenti a un conflitto, le guerre economiche hanno determinato ampie caratterizzazioni di studi, come quelli Keynesiani, rivolti alla finanza di guerra e agli altri indicatori economici concorrenti. Interi settori economici hanno tratto spunto dalle esperienze degli economisti anglosassoni che, specie nel corso della Seconda guerra mondiale hanno partecipato alla pianificazione bellica con interventi così rilevanti da farli ritenere, dal Naval Institute americano, elementi rilevanti per la vittoria finale; interventi caratterizzati dall’uso di tecniche d’analisi innovative come la Teoria dei Giochi e la ricerca operativa. La guerra psicologica è una delle principali forme della guerra dell’informazione, forse la più sofisticata; rimasta a lungo lontana dagli interessi militari utilizza disinformazione, in-

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ganno, propaganda, ed è diretta verso il condizionamento e la manipolazione dell’opinione pubblica. L’arma psicologica si fonda su strutture organizzate ed è condotta da personale specializzato; lo stesso Clausewitz ha riconosciuto l’importanza dell’azione psicologica e morale durante la guerra. La guerra, al tempo dell’integrazione tecnologica, ha privato le armi della loro caratterizzazione rendendo indistinguibile il suo volto, ed è stata combattuta — e la si combatte — purché adatta alle armi a disposizione, ricercando un punto di equilibrio tra nuovi e vecchi dispositivi con un effetto moltiplicatore. Del resto al mondo non c’è nulla che non possa diventare un’arma: finanza, mercati, virus informatici, scandali. Dall’equilibrio del terrore fondato sulla mutua distruzione, si è passati all’indistinguibilità dell’avversario, con situazioni fluide e caotiche circa le posizioni degli schieramenti: il campo si amplia e invale il principio per cui vengono adottati tutti i mezzi utili al raggiungimento dell’obiettivo; tenuto conto che la guerra si mostrerà sempre di più con scontri sul web, sui mass media, sulle transazioni di cambio a termine, sarà necessario prevenire le azioni nemiche creando una realtà ibrida alternativa, ragion per cui l’esito dei conflitti risiederà principalmente nel creare e alimentare entropia in campo nemico, in un contesto in cui è utile, ma non vincolante, applicare le regole pur di manovrare con tempestività. Il campo di battaglia del XXI secolo tende a essere omnicomprensivo, tanto che la varietà di mezzi può generare o disordini nell’ordine cronologico degli avvenimenti, o nella delocalizzazione spaziale dello scontro che può quindi avvenire, come detto, ovunque. Anche gli oceani non sono immuni all’azione destabilizzante dell’asimmetria. L’attuale strategia dei paesi occidentali in particolare, richiede un accesso marittimo sicuro atto a garantire il perseguimento degli obiettivi politici nazionali; una superiorità convenzionale egemonica, anche e soprattutto in questo dominio, spingerà gli antagonisti a cercare vantaggi asimmetrici in sciami di mezzi sottili, mine, ordigni improvvisati, incursori, così come imparato a proprie spese prima dalla Royal Navy in Mediterraneo a opera della Regia Marina già nel corso della Seconda guerra mondiale, e poi dalla US Navy che in Vietnam, nel 1968, vide danneggiata la

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Evoluzioni asimmetriche La USS WESTCHESTER COUNTY LST-1167 fotografata a San Diego nel 1958 (history. navy.mil). Qui sotto la USS WESTCHESTER COUNTY LST nel novembre 1968, spiaggiata per riparazioni nella base statunitense di Dong Tam in Vietnam (virtualwall.org).

ovviamente la diminuzione delle dimensioni si accompagna alla compensazione offerta da una migliore qualità militare, tanto da poter essere certi che i progressi tecnologici hanno reso le forze statunitensi più letali che in passato, ma in grado di sollecitare i paesi concorrenti (Cina e Russia) a tentare di adeguare le proprie capacità belliche anche asimmetriche, innescando processi per i quali Washington potrebbe avere bisogno di non meno di 10/15 anni per ristabilire le distanze. Sotto un’accezione più ampia, è utile ricordare Max Weber per il quale uno Stato è «una comunità umana che (con successo) rivendica il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica all’interno di un dato territorio» (31) mano a mano che quantità e tipi sempre maggiori di armi diventano accessibili per gruppi non statali politicamente, culturalmente ed economicamente motivati, alcuni Stati potrebbero diventare sempre più ingovernabili. Iran e Corea del Nord non hanno, né avranno, capacità pari a quelle degli Stati Uniti, tuttavia disporranno di capacità asimmetriche che, in caso di conflitto convenzionale, gli americani dovranno annichilire nel minor tempo possibile. Sta dunque creIl cacciatorpediniere USS COLE DDG 67 classe «Arleigh Burke» è stato bersaglio di un sospetto attacco terroristico nel porto di Aden il 12 ottobre 2000, durante un rifornimento programmato. L'attacco scendo una competizione strategica tra ha ucciso 17 membri dell'equipaggio e ferito altri 39 (wikipedia.org). Stati, con la contestuale erosione del

USS Westchester County LST (29) a opera di incursori vietcong, e nel 2000 la USS Cole ad Aden per un’azione suicida jihadista. Le armi marine possono sfruttare più assi: terra, aria, superficie, e sott’acqua: come gli IED terrestri, rappresentano una sfida a 360° amplificando l’impatto psicologico con un rapporto costo efficacia più che favorevole per l’attaccante (30). In conclusione, uno dei sistemi più diretti per tarare la potenza militare è quello di valutare la dimensione delle forze convenzionali; da questo punto di vista, gli Stati Uniti possono essere considerati meno potenti di quanto non lo fossero alla fine della Guerra Fredda;

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vantaggio competitivo statunitense accumulato negli anni. La guerra, priva di regole e principi, considerate le difficoltà che genera, può solo — forse — essere gestita, anche perché gli attuali metodi impositivi condotti con la forza, pur entro soglie flessibili, sono di fatto tollerati. Il rischio più fondato risiede negli abbagli che, malgrado la tecnologia, continuano spesso a essere presi. Razionalizzata la minaccia nucleare e superata la contrapposizione bipolare della Guerra Fredda, l’Occidente ha preferito concentrarsi su un’immagine tradizionale della guerra, puntando sul peacekeeping, termine utile a tranquillizzare società

troppo sensibili all’impiego militare, malgrado il contesto unipolare degli ultimi anni presentasse i conflitti di prossima generazione sotto una luce sì diversa da quella tradizionale, ma comunque minacciosa. La guerra, che lo si voglia o meno, si adatta, continua in forme più atipiche; pur assistendo a una relativa diminuzione della violenza militare, non si può negare che ci sia stato un aumento della violenza politica, economica e tecnologica. Qualunque forma la violenza assuma, la guerra rimane la guerra: un cambiamento esteriore non potrà impedire a qualsiasi forma di attrito di obbedire ai propri princìpi naturali. 8

NOTE (1) Da considerare, per esempio, le cd. Star Wars di epoca reaganiana; di contro va considerato Roger Barnett, professore emerito al Naval War College, che più recentemente crede che gli Stati Uniti non siano mai stati più vulnerabili, visto che l’ordine internazionale è al limite se non già sceso allo stato di natura hobbesiano. Barnett crede che le limitazioni dell’uso della forza abbiano creato le condizioni per azioni asimmetriche da parte di avversari privi di morale o di limiti politici, che di fatto percepiscono le limitazioni americane come segni di debolezza. (R. Barnett, Asymmetrical warfare, Today’s Challenge to U.S. Military Power (Issues in TwentyFirst Century Warfare) Paperback, 2003. (2) La dottrina più recente la definisce come «guerra ambigua». Secondo Steven Metz e Douglas Johnson dell’US Army War College, l’asimmetria militare consiste nell’agire, organizzarsi e riflettere diversamente dall’avversario allo scopo di massimizzare i propri punti di forza, approfittando delle debolezze nemiche, controllando l’iniziativa o ampliando il margine di manovra. (3) Ricordiamo gli scontri tra Vandeani e Repubblicani francesi, oppure quelli tra Spagnoli e truppe napoleoniche. (4) Andrew J.R. Mack «Why big nations lose small wars: the politics of Asymmetric Conflict in World Politics», vol. 27. No. 2, Gennaio 1975. (5) In Iraq oltre alle Forze della coalizione internazionale sono state coinvolte anche le Forze armate irachene, organizzazioni militari e private di sicurezza, gruppi paramilitari legati a Moqtada al Sadr, varie milizie sciite e sunnite. Nello scenario siriano, oltre alla contrapposizione tra Assad e i ribelli, vi sono i curdi che aspirano alla creazione di uno Stato indipendente, le truppe russe di sostegno ad Assad e quelle occidentali che supportano i ribelli, Hezbollah, gruppi jihadisti, i miliziani dell’IS sedicente Stato Islamico. I nuovi soggetti asimmetrici possono essere molteplici: gruppi di potere economico-finanziario, mafie, lobby politiche, gruppi religiosi, gruppi di pensiero, servizi deviati, terrorismi locali e internazionali. (6) Basti pensare all’importanza assunta dalla manipolazione delle informazioni nelle relazioni internazionali nella guerra in Iraq. (7) Intelligenza Artificiale. (8) COIN. (9) L’esercito francese da lungo tempo impegnato nelle guerriglie coloniali, diede validi contributi allo studio sulla guerra asimmetrica attraverso il pensiero di diversi suoi ufficiali. Tra essi spiccano Jacques Hogard, Roger Trinquier, David Galula, quest’ultimo definito dal Generale Petraeus il von Clausewitz della contro insurrezione. (10) Lawrence d’Arabia. (11) Tratto da «I sette pilastri della saggezza». (12) David Galula nel suo saggio sulla controguerriglia: «promuovere il disordine è un obiettivo legittimo degli insorti. Aiuta a destabilizzare l’economia e quindi produce scontento, minando la forza e l’autorità di chi conduce la Coin». (13) Il testo fu scritto tra il 1996 e il 1999, e pubblicato in Italia nel 2001 da LEG; tuttavia già Il 2 maggio 1995 il giornale delle Forze armate cinesi Jie fang jun bao pubblicava un articolo di Hong Shan, della National Defence University, intitolato «La guerra di distruzione strutturale», in cui si affermava la necessità di attaccare le parti interne dei sistemi operativi avversari, una strategia deterrente atta a colmare il divario tecnologico. (14) Improvised Explosive Device. (15) WTC e Pentagono. (16) Editions du Roche, 2003. (17) Un aspetto della guerra asimmetrica è l’attacco alle infrastrutture informatiche di un paese, come quello avvenuto in Estonia nel 2007, che ha paralizzato i sistemi di istituzioni pubbliche, banche e imprese private, interrompendo i servizi essenziali e creando enorme danno economico. In Estonia l’asimmetria ha riguardato

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Evoluzioni asimmetriche autori (hacker non identificabili); obiettivi (tutti civili privati); mezzi (reti di computer infettati); effetti economici (investimenti di poche migliaia di euro rispetto a danni milionari). Altro esempio di ibridazione asimmetrica è consistito nell’attacco russo alla Georgia del 2008, dove l’attacco convenzionale fu accompagnato da una campagna di attacchi informatici simile a quella estone. (18) Teorizzata contro un attacco imminente tuttavia non ancora portato. (19) Attuale capo dello Stato Maggiore generale delle Forze armate russe e vice-ministro della Difesa della Federazione Russa. (20) Lungimiranza. (21) La guerra ibrida russa, che come ovunque infrange la delimitazione «guerra-pace», economizza l’uso della forza, ricorrendo a operazioni informative che plasmano le narrazioni politiche in molti paesi per cui si ricorre a un numero elevato di canali informativi. La Russia utilizza anche proxy per promuovere i propri interessi esercitando una significativa influenza politica supportata dalla diplomazia tradizionale. Va anche ricordato che le attuali prospettive russe non sono legate a particolari ideologie, e la politica di Mosca può essere più flessibile. (22) Nei recenti moti kazaki si è notato l’uso di mezzi Leer 3, un sistema di guerra elettronica che rileva, blocca e trasmette falsi messaggi sui sistemi mobili di comunicazione. (23) Maskirovka, insieme di dissimulazione e disinformazione. (24) Il termine guerra cognitiva è da attribuire al generale dell’aeronautica statunitense, David L. Goldfein nel 2017. (25) Affermazione di John Arquilla e David Rundfeldt, esperti della guerra in rete (netwar) presso la Rand Corporation. (26) Nel contesto strategico francese, in contrasto alla politica estera e militare americana, la guerra cognitiva rientra nelle capacità di utilizzare la conoscenza a scopo conflittuale. (27) Per dare un’idea, un uso massivo di queste tecniche produrrebbe lo stesso impatto determinato dal permesso concesso da Guglielmo II a Lenin di raggiungere la Russia con un treno blindato nel 1917. (28) Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, comprende quelle azioni che consistono nel fornire e/o nel camuffare un’informazione selezionata in modo da influenzarne emozioni, motivazioni e ragionamenti oggettivi.

(29) Landing Ship Tank. (30) Le mine marine costano poco, sono semplici da realizzare, hanno bassi costi di produzione per effetto della loro durata, possono rimanere efficaci per decenni dopo essere state costruite. (31) Dalla conferenza «La politica come professione», 1919. BIBLIOGRAFIA Bonaiti Emilio, La guerra asimmetrica, Ars Militaris. Berti Benedetta and Schweitzer Yoram, Hizbollah and the Next War with Israel: Experience from Syria and Gaza, INSS, Strategic Assessment, Vol. 17, 2014. Bennett Bruce W., Twomey Christopher P., Treverton Gregory F., What Are Asymmetric Strategies?, Rand Corporation, 1999. Breccia Gastone, Tre lezioni sulla guerriglia (III-manuale di controguerriglia), Limes, 2011. Catalano Claudio, Dai conflitti tradizionali a quelli asimmetrici, Treccani, Atlante Geopolitico, 2015. Chivvis Christopher S., Understanding Russian «Hybrid Warfare» And What Can Be Done About it, Rand Corporation, 2017. Cleveland Charles t. Egel Daniel, The american way of irregular war, An Analytical Memoir, Rand Corporation, 2020. Colella Roberto, Guerre asimmetriche: la convergenza delle armi classiche con quelle tecnologiche legate al cyberspace, Italian Institute for the future, 2016. Gagliano Giuseppe, Guerra cognitiva, disinformazione e movimenti sociali, Cestudec, 2013. Gagliano Giuseppe, Guerra psicologica. Saggio sulle moderne tecniche militari cognitive e di disinformazione, Cestudec, 2012. Gagliano Giuseppe, Guerra economica. Guerra della informazione, GoWare, 2018. Gagliano Giuseppe, La guerra asimmetrica e la strategia moderna, Osservatorio Globalizzazione, 2019. Giordano Danilo, I conflitti asimmetrici e i nuovi attori globali-Paper difesa e sicurezza, Istituto Alpha, 2016. Goulding Vincent J. Jr., Back to the F o the Future with Asymmetric We with Asymmetric Warfare, Vol. 30, 2000. Haesler John M., Lieutenant, US Navy, Naval war college Newport, r.i. sea devils, submersibles and underwater iEDS: asymmetric undersea threats to assured access in an operational environment. Melella Cosimo, Lo Giudice Emilio, Pro e (molti) contro della guerra cognitiva, Formiche, 2021. Mini Fabio, Le guerre non scoppiano più, Limes, 2015. Morgan Forrest E. Cohen Raphael s., Military Trends and the Future of Warfare The Changing Global Environment and Its Implications for the U.S. Air Force the future of warfare, Rand Corporation, 2020. Paul Christopher and Matthews Miriam, The Russian «Firehose of Falsehood» Propaganda Model Why It Might Work and Options to Counter It, Rand Corporation, 2016. QIAO Liang e WANG Xiangsui, Guerra senza limiti, a cura di Fabio Mini, LEG ed.,2001. Radin Andrew, Hybrid Warfare in the Baltics Threats and Potential Responses, Rand Corporation, 2017. Russell James A., Asymmetrical Warfare: Today’s Challenge to U.S. Military Power, Naval War College review, Vol. 57, 2004. Ruzza Stefano, Il rapporto tra guerra e asimmetria, Aracne Editrice, Archivio Istituzionale Open Access dell’Università di Torino, 01 gen. 2022.

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PRIMO PIANO

Guerra economica e cognitiva Gagliano Giuseppe

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ino a non molto tempo fa il mondo occidentale ha vissuto nella convinzione che il liberalismo fosse un fine in sé, ma nel nuovo contesto della globalizzazione prende nuovo senso riaffidarsi all’economia politica dal momento che non si possono più negare i rapporti di forza in ambito economico e pare tramontata l’idea che il commercio mondiale si strutturi sulla base della domanda e dell’offerta. Il mondo sta cambiando, la realtà è diversa, mutano gli eventi e i modi di intendere la politica. E anche gli strumenti: se una volta valeva l’affermazione di Clau-

sewitz che la guerra è politica fatta con altri mezzi, oggi si può affermare che la politica (e l’economia) è la guerra fatta con l’uso delle informazioni. La minaccia non è più solo quella a cui eravamo abituati e che poteva localizzarsi dal punto di vista geografico nell’attacco di una grande potenza contro un’altra potenza. Oggi la minaccia è asimmetrica, diversa, cambia in continuazione, viaggia in rete, è immediata e, soprattutto, è rivolta contro l’intero sistema. Non mira a colpire bersagli militari o politici, ma interessi commerciali, industriali, scientifici, tecnologici e

Ha conseguito la laurea in Filosofia nel marzo del 1994 presso l’Università statale di Milano. Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, iscritto all’Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l’enfasi sulla dimensione dell’intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot, fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege) di Parigi. È esponente in Italia della Scuola di guerra economica francese ed è membro della Società italiana di storia militare, collabora con il Centre Français de Recherche sur le Renseignement di Parigi, con la École de guerre économique francese, con il Centro de Estudos em Geopolítica e Relações Intenacionais brasiliano. Inoltre ha collaborato, e collabora, con diverse riviste scientifiche (italiane e straniere).

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finanziari. Questo porta l’intelligence a strutturarsi su compiti nuovi: proteggere non solo l’intero sistema, ma anche gli anelli deboli della filiera produttiva. Tutto ciò esige un cambio di mentalità, di modi di operare e un aggiornamento continuo, specie a livello di cultura aziendale. Esige, soprattutto, una stretta interazione dell’intelligence con il settore privato, con tutte le difficoltà che ne possono derivare. Le crisi che stiamo attraversando, assieme alla fisionomia industriale e commerciale della nostra epoca, inducono a considerare con molta attenzione l’idea di «guerra economica». È principalmente dopo la fine della Guerra Fredda che i rapporti di forza tra potenze si articolano attorno a problematiche economiche: la maggior parte dei governi oggi non cerca più di conquistare terre o di stabilire il proprio dominio su nuove popolazioni, ma tenta di costruire un potenziale tecnologico, industriale e

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commerciale capace di portare moneta e occupazione sul proprio territorio. La globalizzazione ha trasformato la concorrenza da «gentile» e «limitata», in una vera «guerra economica». La sfida economica diminuisce gli spazi a disposizione della guerra militare, ma lo scopo ultimo, quello di accumulo della potenza e del benessere, rimane immutato. Le strategie nazionali di intelligence economica, adottate recentemente da numerosi governi, riservano proprio agli operatori privati un ruolo centrale nel mantenimento della sicurezza, grazie alla dotazione di infrastrutture informatiche e del bene primario dell’era digitale: i dati. Dalla tutela delle attività economiche private alla protezione degli interessi economici nazionali, il passo è breve. Per intelligence economica si intende proprio quell’insieme di attività di raccolta e trasformazione delle

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informazioni, di sorveglianza della concorrenza, di protezione delle informazioni strategiche, di capitalizzazione delle conoscenze al fine di controllare e influenzare l’ambiente economico globale. È, quindi, uno strumento di potere a disposizione di uno Stato.

Ma quali sono gli attori della guerra economica? • Gli Stati, innanzitutto, che restano i regolatori più influenti dello scacchiere economico, nonostante il loro relativo declino nella vita delle nazioni e i diversi vincoli che pesano su di loro, a partire dalle

organizzazioni internazionali, come l’Unione europea. Ciò che è davvero cambiato è che oggi gli Stati devono tener conto di numerosi stakeholder (ONG, istanze internazionali, imprese, media). Tuttavia, essi conservano un ruolo d’arbitro che ciascuno degli altri attori non fa che mettere in luce, sollecitando regolarmente un loro intervento. • Le imprese che, di fronte al nuovo scenario geoeconomico ipercompetitivo, hanno adottato il controllo dell’informazione strategica come strumento di competitività e di sicurezza economica. • La società civile: l’ampliamento dei dibattiti su questioni sociali riguardanti l’attività delle imprese stesse (alimentazione e benessere, progresso tecnico e rischi di salute pubblica, industria e ambiente, trasporto e sicurezza dei viaggiatori, tecnologia dell’informazione e libertà individuale), la massificazione e democratizzazione dell’uso di internet, il crescente coinvolgimento della giustizia nel monitoraggio dell’operato delle imprese, comportano un aumento degli attacchi informatici contro le imprese da parte di attori della società civile. L’allargamento dei dibattiti sui rischi associati all’ambiente, sullo svi-

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luppo sostenibile, sull’investimento socialmente responsabile, sulla responsabilità sociale d’impresa, amplifica la legittimità delle questioni sociali. • L’infosfera: questa non costituisce una categoria di persone fisiche o morali, ma piuttosto una dinamica, ossia l’insieme degli interventi, dei messaggi diffusi tramite i media e la rete. Si tratta di uno strumento particolarmente insidioso perché opera come una cassa di risonanza in cui si mescolano e ricombinano di continuo idee, emozioni e pulsioni emesse da un numero infinito di persone, senza un vero

soggetto dominante e che tuttavia, esercita un’influenza determinante, positiva o nefasta, sugli individui e sulle organizzazioni. Lanciata nell’infosfera, una dichiarazione può avere il potere di scatenare feroci polemiche, dure reazioni politiche, crisi mediatiche, danni reputazionali a spese di imprese. Può divenire, quindi, un’arma di destabilizzazione particolarmente efficace. Non dimentichiamo che l’immagine e la reputazione di un marchio rappresentano un capitale strategico che impatta sulle attività commerciali e finanziarie delle aziende.

Ma in quali forme si esplicita la guerra economica? Spesso la si confonde con lo spionaggio economico, che è, invece, un fenomeno difficile da delineare, seppure utilizzato come strumento di guerra economica, sia perché le società che ne sono vittime non ne danno comunicazione, sia perché è difficile da circoscrivere giuridicamente e, quindi, da denunciare. Una forma di guerra economica più praticata è quella delle acquisizioni di imprese, che possono portare a vere e proprie forme di accerchiamento di industrie su un dato territorio, tramite operazioni che

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rispondono a motivazioni di carattere finanziario, economico e tecnologico al tempo stesso Un’ultima forma di guerra economica, anche questa particolarmente diffusa e insidiosa, è il lobbying, ovvero una strategia di influenza che punta direttamente ai decisori pubblici tramite un’azione di influenza nella elaborazione delle norme. I nostri Stati nazionali sono particolarmente segnati dal problema della proliferazione di norme e, per un’azione di lobbying, è assolutamente strategico partecipare e influenzare il processo di elaborazione, di interpretazione o applicazione delle

Un numero crescente di potenze (Cina, India, Brasile, Turchia, Iran, Russia) condiziona i rapidi mutamenti della concorrenza internazionale. La conquista dei mercati esteri prevale, il più delle volte, su una migliore strutturazione dei mercati nazionali. Ciò prova come una strategia di potenza influenza in maniera decisiva il contesto della competizione economica. I nuovi partecipanti alla competizione internazionale hanno una diversa visione della dialettica tra potenza e mercato, e il mercato è visto come lo strumento principale per accrescere la potenza. Una visione che ha recuperato i

misure legislative e, in generale, influenzare direttamente o indirettamente, ogni intervento o decisione dei poteri pubblici. L’influenza è il cuore del commercio internazionale, di conseguenza, l’avvicinamento ai centri decisionali è divenuto un passaggio obbligato della competizione commerciale. In generale, tutte queste pratiche rispondono a una strategia di influenza: le comunicazioni di influenza sono anche le più difficili da identificare e da combattere dal momento che sono perfettamente legali: questa è la «guerra dell’informazione». Una guerra basata su principi semplici, ma nefasti nella loro combinazione, come: — l’argomento morale, quindi la possibilità di indurre una crisi facendo leva su un’argomentazione etica; — l’offesa al politicamente corretto, tramite la rottura degli schemi culturali e psicologici del momento; — la scelta dei bersagli, nel senso che più il capitale di legittimità degli attori è debole e più l’attacco informativo provocherà una escalation mediatica; — la notorietà degli attori; — il criterio di opportunità o la risonanza dell’ambiente. Lo sconvolgimento del sistema competitivo delle economie occidentali non è un fenomeno passeggero.

principi di base dell’economia politica, secondo la quale il mercato è il solo mezzo per raggiungere la potenza e non l’inverso, e che ha rivelato, in numerosi casi (pensiamo all’utilizzo dell’energia come arma di contrattazione e ricatto da parte della Russia di Putin, nel 2009), le carenze degli schemi di interpretazione degli economisti liberali, la cui analisi si concentrava sugli effetti della deregolamentazione, sulle fusioni o le speculazioni finanziarie intorno al calcolo dei prezzi del gas, ma non al possibile utilizzo del commercio del gas come arma di potenza. Il processo di globalizzazione è irreversibile e abbastanza indipendente da quello che fanno i governi. Ma una cosa è la globalizzazione, un’altra l’ideologia del mercato libero globale che, se da un lato produce un più alto tasso di crescita di ogni altro sistema, dall’altro non ha riguardi ai modi in cui è distribuita. Del resto, l’argomento che la massima crescita capitalistica distribuisca le risorse in maniera ottimale non è mai stato convincente. Persino Adam Smith credeva che c’era qualcosa che il mercato non poteva o non doveva fare. Nella storia, l’evoluzione bilanciata dell’industria mondiale è stata prodotta non dal liberalismo, ma dal

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suo contrario. Stati Uniti e Germania, nel XIX secolo, divennero paesi industrializzati perché protessero le loro industrie finché non furono in grado di competere con l’economia dominante, che era quella britannica. Oggi le teorie economiche neoclassiche sono in discredito perché il sistema si è rotto a causa dello scarso controllo delle procedure degli investimenti e del flusso finanziario internazionale. Oggi assistiamo più che mai al contrasto tra le forze del capitalismo, che tendono a rimuovere ogni ostacolo, e le forze politiche che operano attraverso gli Stati nazionali e che sono costrette a regolare queste procedure. Le leggi dello sviluppo capitalistico sono semplici: massimizzare l’espansione, il profitto, l’incremento di capitale. Ma le priorità dei governi sono, per loro natura, differenti e, quindi, conflittuali. Inoltre la dinamica dell’economia globale è tale da non garantire la stabilità dei suoi protagonisti. Il sistema degli Stati e quello dell’economia, che oggi coesistono e devono adattarsi, sono in costante tensione, ma se non esistesse una relativa stabilità degli Stati, si accrescerebbe l’instabilità di un mondo organizzato secondo le linee dell’economia transnazionale. Il problema non è se i governi possono controllare le corporations internazionali all’interno dei loro confini. Il problema vero è il controllo globale: quando le imprese e i governi entrano in conflitto, questi ultimi devono negoziare come se avessero a che fare con degli Stati. Ma la globalizzazione, così come le religioni e le culture, è solo una risposta semplificata ai conflitti di oggi e alle sfide alla sicurezza. La globalizzazione ha sicuramente ridotto, dalla fine del XX secolo, l’importanza della forza militare, mentre la sicurezza, specie quella interna, è diventata un bene pubblico globale.

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Nell’era dell’informazione, dell’interdipendenza e dei «beni pensanti su quelli pesanti», la Forza militare rende meno e costa di più. La competizione economica, tecnologica e soprattutto comunicativa è più importante e condizionante della Forza militare. La stessa globalizzazione dell’informazione ha contribuito a cambiare il carattere della guerra, rendendo decisivo il ruolo dell’opinione pubblica. Nel breve termine, la geoinformazione è divenuta più importante della geoeconomia: gli effetti sono immediati e non sempre controllabili. Anche questo è un fenomeno del dopo Guerra Fredda. In questo contesto, l’economia non è più uno strumento della sicurezza, come avveniva nella Guerra Fredda, ma, al contrario, quest’ultima si è messa al servizio dell’economia per creare le condizioni migliori per l’espansione e la protezione della globalizzazione. La natura della sicurezza dipende dalla situazione di ciascun paese e cambia da regione a regione in funzione del livello di globalizzazione delle diverse aree. Di conseguenza, è lo stesso processo di globalizzazione a rendere necessaria l’economia politica e rilanciare nuovamente un dibattito che sembrava superato, secondo il quale il mercato è il mezzo per raggiungere la potenza e non il contrario, e diviene strumento delle politiche di potenza nella globalizzazione degli scambi. L’accrescimento di potenza attraverso l’espansione economica è il motore dei nuovi Stati emergenti. Eppure l’attuale contesto economico deve fare i conti con le nuove strategie offensive che minano la base industriale dell’economia di mercato mettendo in luce le politiche predatorie di quella che può definirsi una vera guerra economica. È in questo contesto che si può affermare che tutte

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le imprese, indipendentemente dalla loro dimensione, subiscono i danni derivati dalla mancanza di una cultura della sicurezza economica alla quale solo l’utilizzo dell’intelligence, come strumento di analisi della concorrenza predatoria, può sopperire. Interpretare la nozione di sicurezza nazionale ricomprendendovi anche la tutela degli interessi nazionali comporta che i servizi di informazione e sicurezza possono essere chiamati a operare per proteggere le grandi imprese, o comunque le imprese di rilevanza strategica, quelle che i francesi chiamano «imprese di rilevanza nazionale» o «campioni nazionali». Queste imprese spesso, ma non sempre, sono già dotate di proprie organizzazioni informative o di sicurezza per sopravvivere a una competizione fattasi più impegnativa. Tuttavia, quello dell’intelligence economica è un campo in cui le regole tra i servizi dei vari paesi sono più elastiche ed è difficile parlare sia di nemici che di amici, ma piuttosto di competitori e concorrenti. Un campo ancora in divenire e, per quanto riguarda lo sviluppo di una intelligence economica europea, siamo ancora in una fase embrionale. Lo sviluppo della società dell’informazione ha modificato profondamente il quadro dei conflitti. Secondo analisti americani come John Arquilla e David Rundfeldt, esperti della guerra in rete (netwar) alla Rand Corporation, non è più chi ha la bomba più grossa che prevarrà nei conflitti di domani, ma chi racconterà la storia migliore. In quest’ottica, gli americani hanno parlato, fin dal 1997, del concetto chiave di information dominance. Definita come il controllo di tutto quanto è informazione, questa dottrina avrebbe la vocazione di plasmare il mondo attraverso l’armonizzazione delle pratiche e

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delle norme internazionali sul modello americano, col fine di mettere sotto controllo gli organi decisionali. Basti pensare, osservano gli studiosi, come all’epoca della invasione del Kuwait l’opinione pubblica americana si era mobilitata a seguito di un processo disinformativo pianificato a livello militare o, più precisamente, a livello di guerra psicologica. I processi di manipolazione dell’informazione permettono di marginalizzare determinati fatti e perciò il dominio dell’informazione è divenuto una priorità per la strategia americana. Pensiamo a come la guerra in Iraq abbia evidenziato l’importanza che la manipolazione dell’informazione ha assunto nelle relazioni internazionali. Le accuse avanzate da G. W. Bush contro Saddam Hussein riguardo l’esistenza di armi di distruzione di massa è divenuta un caso di scuola nella storia della disinformazione. D’altra parte, non bisogna trarre erronee conclusioni riguardo ai modi di condurre la guerra cognitiva: spesso si commette l’errore di confondere la disinformazione o peggio la manipolazione e distorsione vera e propria dell’informazione per ingannare l’avversario o l’alleato, con la produzione di conoscenze concepite per orientare le regole di condotta. A tal proposito Harbulot ha sottolineato il ruolo profondamente innovativo sul piano strategico della guerra informativa e le implicazioni che questa determina sulle imprese. Naturalmente l’intento di Harbulot era quello di utilizzare la guerra cognitiva per tutelare gli interessi delle imprese economiche francesi nei confronti della concorrenza americana. Infatti, se i conflitti, dalla guerra del Golfo al Kosovo, hanno dimostrato la schiacciante superiorità dell’intelligence militare americana su un teatro di operazioni all’estero, che margine di manovra

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rimane oggigiorno ai responsabili dei servizi d’intelligence in Europa occidentale per difendere gli interessi geoeconomici del loro paese contro gli interessi americani? La risposta di Harbulot è netta: un margine sempre più stretto, per non dire una situazione di paralisi quasi totale, in alcuni casi. Affinché questo divario venga superato è necessario modernizzare la riflessione di Sunt-Tzu, del Komintern e di Mao ma, soprattutto, quella di Winston Churchill che è stato il primo capo di governo occidentale ad aver orchestrato una guerra dell’informazione contro la Germania nazista (il Piano Jaël). In materia di disinformazione, egli rappresenta infatti il genio britannico che inganna il nemico sulle date e i luoghi di sbarco. Naturalmente, la mancanza di disposizioni giuridiche riguardanti la manipolazione della conoscenza determina gravi preoccupazioni per la sicurezza economica delle imprese europee che devono, di conseguenza, dotarsi di tecniche capaci di gestire strategicamente le informazioni economiche. È proprio alla luce delle scelte politico–militari americane che la strategia francese ha sentito la necessità di definire in modo rigoroso cosa sia la guerra informativa. L’espressione usata nel contesto strategico francese è quella di «guerra cognitiva», definita come la capacità di utilizzare la conoscenza a scopo conflittuale. In particolare, la Scuola di Guerra Economica francese riconosce nella guerra cognitiva uno scontro tra diverse capacità di ottenere, produrre e/o ostacolare determinate conoscenze, secondo rapporti di forza contraddistinti dal binomio «forte contro debole» o, inversamente, da quello di «debole contro forte». I numerosi esempi che ci vengono dal mondo dell’impresa testimoniano che l’innovazione in questo campo non si trova sempre necessariamente dalla parte del più forte. Naturalmente gli Stati Uniti rappresentano il principale artefice del pensiero cognitivo del «forte contro il debole», come esempio di difesa della loro posizione di superpotenza sia, sia sul piano militare che su quello informativo. Nel modo di orientare la propria e l’altrui condotta da parte di questo paese, c’è una completa acquisizione dell’importanza della guerra cognitiva come capacità di percezione dell’immagine delle singole potenze da parte dell’opinione

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pubblica mondiale, argomento di peso nella ricerca di legittimità che una democrazia deve acquisire in ambiti nazionali e internazionali. Gli Stati Uniti da sempre, ma in special modo dopo i fatti dell’11 settembre, hanno alimentato la legittimità della loro politica enfatizzando la difesa della democrazia e il bisogno di sicurezza globale come motivi per combattere le forze antidemocratiche. Nel contesto attuale di fortissima competizione, la destabilizzazione gioca un ruolo fondamentale. Prendiamo — precisa Harbulot — un esempio entrato nel costume della guerra economica: una multinazionale decide di bloccare un concorrente nella realizzazione di un progetto in un’economia emergente. Un’operazione di guerra cognitiva può assumere la seguente forma: — individuazione dei punti deboli del concorrente nella zona in questione (le debolezze possono essere di varia natura: le tangenti pagate alle autorità, l’inquinamento ambientale, il mancato rispetto dei diritti umanitari). Tutte le informazioni raccolte devono essere verificabili e non devono dare luogo a interpretazioni fallaci. — scelta della procedura d’attacco attraverso l’informazione: se si prende in considerazione l’aspetto cognitivo, si può immaginare il seguente scenario. Il consigliere addetto a questa funzione fa versare dei fondi a una fondazione privata sostenuta dalla ditta. All’interno di questa fondazione, un uomo di fiducia utilizzerà questo denaro indirizzandolo verso un’ONG che si è posta come obiettivo la protezione dell’ambiente. La manovra consiste poi nel sensibilizzare l’ONG riguardo a questo dossier, comunicandole, indirettamente, delle informazioni verificabili (quindi non manipolate) sulle malefatte della multinazionale concorrente. L’ONG diffonde

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Guerra economica e cognitiva

attraverso il suo sito internet messaggi negativi contro il progetto del concorrente. La catena cognitiva è così creata. In seguito si tratta di saperla attivare consapevolmente per destabilizzare il bersaglio. Il punto di forza dell’attacco cognitivo non è ingannare o disinformare, ma alimentare una polemica pertinente appurata per mezzo di fatti oggettivi. Il livello della cospirazione si limita all’installazione e all’attivazione della catena informativa. Ma più la polemica è «fondata», meno è facile dimostrare, anche solo teoricamente, la cospirazione. È evidente che la diffusione delle nuove tecnologie informative abbiano esasperato la dimensione concorrenziale e agevolato la guerra cognitiva determinando, dicono gli analisti francesi, una conflittualità inedita persino rispetto alla Guerra Fredda. L’informazione entra a far parte dell’arte della guerra come arma in grado di far vincere o perdere un conflitto, militare o economico che sia. Si tratta di cambiamenti che impongono una rivoluzione culturale. La guerra psicologica, poi, è una delle principali forme di guerra dell’informazione, la più sofisticata perché si affida, innanzitutto, all’intelligenza umana nella sua capacità di comprendere le possibili azioni di successo, per mezzo, naturalmente, del controllo dei mezzi di comunicazione. Poco praticata e conosciuta in Francia, la guerra psicologica è rimasta lontana dalle preoccupazioni dei militari che, il più delle volte vi si sono imbattuti sotto la

pressione degli eventi o degli avversari, come avvenuto in Indocina e in Algeria. La guerra psicologica utilizza tutti i metodi a sua disposizione, dalla disinformazione all’inganno, dalla propaganda all’interdizione, in scontri di natura diversa (dalla lotta al terrorismo al combattimento convenzionale, fino alla sovvenzione della pace), ed è perlopiù diretta verso l’opinione pubblica, per condizionarla o manipolarla. L’arma psicologica non contempla l’improvvisazione, ma si appoggia su una struttura operativa organizzata e condotta da personale e organismi specializzati. I sistemi di comunicazione civili sono giunti a un livello di prestazioni prima riservato solo alle forze governative e alle Forze armate. Ciò ha provocato un effetto di massa con un conseguente abbattimento dei costi. Pertanto, se anche è prevista la conservazione di alcune capacità autonome militari, la realizzazione di sistemi informativi di Difesa e intervento dipendono sempre più dai sistemi civili, il che crea una vulnerabilità che potrebbe essere sottovalutata in caso di crisi o di conflitto. Il quadro di azione della sfera informativa è divenuto molto conflittuale perciò la guerra di informazione è diventata inevitabile e si esercita secondo la funzione di appropriazione (intelligence); interdizione (limitazione dell’accesso alle informazioni) e manipolazione (intossicazione). L’intelligence economica è una risposta necessaria a un mondo senza più confini di tempo e di spazio, dove l’informazione è istantanea e il tempo di reazione nullo. Una riorganizzazione delle strutture attorno alla nuova dimensione assunta dal rapporto tra informazione e intelligence, porta a dei cambiamenti nel sistema decisionale oltre che nella gestione delle risorse umane. Una rivoluzione, in primis, culturale, che fa dell’informazione un’arma che è necessario integrare nella strategia di Difesa nazionale. 8

BIBLIOGRAFIA Denécé E., Le nouveau contexte des échanges et ses règles cachées. Information, stratégie et guerre économique, L’Harmattan, Paris, 2001. Gagliano G., Aspetti della guerra dell’informazione, in Rivista Capitale Intellettuale, 2/2015. Gagliano G., Guerra Economica e Intelligence. Il contributo della riflessione strategica francese, Fuoco Edizioni, Roma, 2013. Gagliano G., Guerra psicologia. Saggio sulle moderne tecniche militari cognitive e di disinformazione, Fuoco Edizioni, Roma, 2012. Gagliano G., Intelligence economica: una nuova arma al servizio della competitività dello Stato, delle imprese e dei territori nell’interpretazione di Eric Denécé, in Capitale Intellettuale, Anno 4, n.1, Febbraio 2013. Harbulot C., Techniques offensives et guerre économique, Paris, Etudes Aditech-CPE, Paris 1990. Harbulot C., Tecnique offensive et guerre économique, Reveu politique et parlamentaire, n. 948, 1999.

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PRIMO PIANO

L’impiego dei droni da parte delle formazioni armate non statuali La proliferazione degli UAS nei conflitti asimmetrici Matteo Mazziotti di Celso

Gli UAS civili vengono impiegati prevalentemente in missioni ISR (Getty Images).

I

l 14 settembre del 2019 verrà ricordato da molti come la «Pearl Harbour» della Difesa antiaerea occidentale (1). Quella mattina, i giacimenti petroliferi di Khurais e di Abqaiq, in Arabia Saudita, vennero attaccati da uno sciame composto da una ventina di droni, i quali per 17 minuti consecutivi colpirono a più riprese le infrastrutture saudite, sganciando ordigni esplosivi o

schiantandosi direttamente contro di esse. I giacimenti dell’Aramco, la grande azienda petrolifera saudita, non erano affatto sguarniti di difese. Al contrario, essi erano protetti da sistemi moderni, visto che nell’area erano schierati, oltre a un cannone da 25 mm Oerlikon GDF con radar Skyguard, una batteria di Patriot americana e un sistema francese Crotale Shahine (2). L’attacco ai siti

Dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena e la Scuola di applicazione dell’Esercito, Matteo Mazziotti di Celso ha prestato servizio nell’Esercito Italiano col grado di tenente fino al 2021, quando ha iniziato il dottorato in «Security, Risk and Vulnerability» presso l’Università degli Studi di Genova. È Junior Fellow del Centro studi Geopolitica.info, per cui si occupa principalmente di questioni militari.

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Arabia Saudita, 15 Settembre 2019. I danni causati da un attacco di uno sciame di UAS all’impianto di Abqaiq. L’attacco al sito dell’Aramco ha ridotto la produzione di petrolio saudita di un volume pari a 5,7 milioni di barili al giorno (UPI/Alamy Live News).

di Khurais e di Abqaiq colpì duramente l’industria petrolifera saudita, provocando un taglio netto della produzione di greggio di Riyad pari a 5,7 milioni di barili al giorno, una cifra che, in quel momento, rappresentava il 6% della produzione mondiale di petrolio (3). Sebbene le motivazioni per cui gli avanzati sistemi di Difesa antiaerea non siano riusciti a intercettare e a neutralizzare i droni nemici sono ancora poco chiare — probabilmente i radar posti a difesa delle infrastrutture non erano orientati in modo tale da intercettare minacce provenienti da nord, cioè dall’Iraq, ma solo dallo Yemen, anche se c’è chi dice che la motivazione è semplicemente da ricondurre all’incompetenza delle Forze armate saudite (4) — l’evento ha contribuito in maniera determinante a mettere in luce un fenomeno alquanto preoccupante per le Forze armate statuali, ovvero quello della proliferazione dei sistemi senza pilota (Un-

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manned Aerial Vehicle-UAS) (5) tra le organizzazioni armate non statuali. Negli ultimi anni è divenuto chiaro che l’UAS, il sistema maggiormente impiegato negli ultimi vent’anni dalle forze occidentali per combattere le formazioni terroristiche, la weapon of choice della guerra globale al terrorismo, è divenuto a pieno titolo un elemento presente anche negli arsenali delle formazioni armate non statuali, le stesse che per anni hanno rappresentato il bersaglio favorito di questi sistemi. La diffusione degli UAS al di fuori delle formazioni militari statuali ha eroso, almeno nel dominio aereo, la superiorità tecnologica delle Forze armate convenzionali nei confronti degli attori armati non statuali, i quali possono ora acquisire strumenti in grado di offrire loro la capacità di agire anche in una dimensione che fino a pochi anni fa era stata di esclusiva pertinenza delle Forze armate dei paesi ricchi e industrializzati.

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La proliferazione degli UAS civili

Di contro, gli UAS civili, essendo realizzati proprio per essere venduti sul libero mercato, non richiedono parIl fenomeno della proliferazione degli UAS nelle ticolari capacità per l’impiego, e anche quando il livello mani degli attori armati non statuali non riguarda in di addestramento richiesto per utilizzarli in sicurezza maniera uniforme tutte le tipologie di sistemi. Mentre risulta più elevato, le aziende che li producono rendono la diffusione su larga scala di UAS militari riguarda disponibili tutti gli strumenti utili al futuro utilizzatore quasi esclusivamente attori statuali — si tratta di un feper acquisire le capacità necessarie al loro impiego. nomeno che ha preso avvio da ormai circa due decadi, Oltre ai manuali di istruzione, alle guide e ai simulatori, basti pensare che il numero di Stati che conducono progli operatori di questi strumenti possono trovare molgrammi di sviluppo di sistemi non pilotati è salito da tissime informazioni online, su blog specializzati, siti 60 nel 2010 a circa 102 nel 2020, mentre prima del di amatori ecc. 2000 solo gli Stati Uniti e Israele impiegavano PredaInfine, la maggior parte degli UAS militari necessita tor per missioni di sorveglianza (6) —, il più recente di una gran quantità di risorse per essere impiegata effenomeno della proliferazione degli UAS tra gli attori ficacemente, sia in termini di comunicazioni e colleganon statuali riguarda soprattutto sistemi progettati e menti satellitari, che di generazione e processione di realizzati per usi civili. dati, elementi di cui gli attori non statuali, ma anche gli La differenza tra un UAS civile e uno militare risulta Stati meno ricchi, evidentemente non possono disporre, alquanto rilevante. In primo luogo, un UAS militare è, se non con l’appoggio di Stati terzi. Si pensi, giusto per nella maggior parte dei casi, decisamente molto più cofornire un’idea, che un Global Hawk americano necesstoso di uno civile. A determinare un prezzo così alto, sita di una capacità di trasmissione di dati pari a circa oltre alla progettazione e alla realizzazione del sistema, 500 Mbps, una misura che supera di cinque volte quella sono anche le spese necessarie all’impiego operativo e richiesta da tutte le Forze americane che hanno parteal mantenimento in servizio dello stesso. Mentre il cipato alla Prima guerra del Golfo (8). Gli UAS civili, costo medio di un UAS militare è pari a 10,4 milioni invece, richiedono spesso pochi e semplici apparati di di dollari, quello di un UAS civile risulta pari a circa supporto e una capacità di trasmissione di dati minima. 17.400 dollari, con alcune versioni che non superano Evidentemente, esistono anche sistemi militari dalle nemmeno i 400 dollari (7). prestazioni più semplici che ne abbassano i costi e ne In secondo luogo, un UAS militare è una piattasemplificano l’impiego, caratteristica che li rende utilizforma alquanto complessa il cui impiego, così come la zabili anche da attori non statuali. Grazie al supporto ofmanutenzione, richiede elevate competenze tecniche. ferto da alcuni Stati che ne sostengono l’azione, alcuni attori irregolari riescono a entrare in possesso anche di questa tipologia di strumenti, come spesso avviene in Medio Oriente grazie al ruolo dell’Iran, ma sistemi di questo tipo sono presenti nei loro arsenali in misura molto inferiore rispetto ai normali UAS per uso civile. In breve, la maggior parte degli UAS militari, in virtù del Un Predator MQ-1. Questi UAS sono stati a lungo la weapons of choice della Guerra Globale al Terrore inaugurata loro costo, delle competenze da Bush nel 2001 (Shuttershock). necessarie per il loro utilizzo e

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per la loro manutenzione e della grande quantità di risorse che essi richiedono, risultano difficilmente accessibili agli attori armati non statuali. Quelli a uso civile, invece, grazie al loro costo alquanto ridotto e alla semplicità di impiego rappresentano uno strumento facilmente acquisibile anche da parte di attori non statuali.

Le ragioni della diffusione di UAS tra gli attori irregolari Il fatto che i piccoli UAS civili siano accessibili agli attori non statuali non significa necessariamente che questi siano interessati ad acquisirli. Affinché ciò avvenga, occorre che tali sistemi soddisfino i requisiti operativi di questi attori. Il contesto in cui operano le organizzazioni armate non statuali è generalmente caratterizzato da due elementi: l’asimmetria e la costanza del conflitto (9). Con il primo si intende il grande divario in termini di tecnologie e capacità militari esistente tra le forze convenzionali e gli attori non statuali che le affrontano. Con il secondo, si intende la presenza di un continuo stato di conflitto, per cui non esiste un chiaro inizio e una chiara fine del confronto e, soprattutto, una tregua vera e propria. Le forze non statuali necessitano dunque di sistemi che possano fornire un vantaggio concreto all’interno di questo contesto. Un UAS di tipo civile, oltre a essere uno strumento versatile, ovvero modificabile e riadattabile per condurre svariati tipi di missione — Intelligence, Surveillance, Reconnaissance (ISR), attacchi tramite lancio di ordigni, attacchi suicidi, azioni di propaganda, operazione psicologiche — è un sistema facilmente rimpiazzabile, che ben si presta ai bisogni di questi attori, i quali vivono in un continuo stato di conflitto, per cui necessitano di strumenti poco costosi, facilmente disponibili e molto versatili, con cui poter assolvere a diversi compiti. Inoltre, offrendo a questi soggetti la possibilità di operare in una dimensione che, fino alla diffusione di questi sistemi, era loro sostanzialmente interdetta, l’UAS rappresenta uno strumento utile nelle mani delle forze irregolari per ridurre il divario esistente tra di essi e le forze convenzionali. Riferendosi esclusivamente ai sistemi militari, la loro proliferazione ha avuto inizio, come si è già ac-

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cennato, con la guerra globale al terrorismo inaugurata da George W. Bush nel 2001. Sono state le guerre in Iraq e in Afghanistan i teatri in cui gli americani si sono resi conto dell’utilità che questi strumenti potevano offrire alle loro operazioni. Specialmente a partire dal 2007-08 in Iraq, con la grande crescita del Joint Special Operations Command, impegnato nello smantellamento della rete di Al Qaeda nel paese, gli UAS americani cominciarono a essere impiegati in maniera sempre più massiccia in funzione antiterrorismo. Tra il 2011 e il 2012, quando Obama mise fine al surge in Afghanistan, lo US Congressional Research Service contava 7.494 droni negli hangar del dipartimento della Difesa statunitense, un numero spropositato se lo si compara con i meno di 50 sistemi che erano presenti negli arsenali americani una decade prima (10). Il fenomeno della proliferazione degli UAS nelle mani degli attori non statuali, invece, è alquanto recente. Sebbene i primi episodi risalgono addirittura al 2004 (11), quando Hezbollah impiegò alcuni piccoli sistemi Mirsad-1 per condurre missioni ISR nella regione settentrionale di Israele, è solo a partire dal 2016 che essi hanno cominciato a diffondersi in maniera più intensa. Håvard Haugstvedt e Jan Otto Jacobsen, dell’università di Stavanger, hanno analizzato tutti gli attacchi condotti tramite UAS da attori non statuali fino a marzo 2020 (12): dei 440 casi registrati dai due accademici, emerge che il 98,9% di questi è avvenuto dopo l’agosto del 2016 (13). Sebbene lo studio sia limitato a una particolare tipologia di missione condotta dagli UAS, ovvero quella dell’attacco, la quale non è neanche la principale, l’analisi di Haugstvedt e Jacobsen permette di cogliere il netto incremento dell’uso degli UAS negli ultimi cinque/sei anni. La diffusione di questi sistemi tra le formazioni irregolari sembra essere divenuta possibile grazie alla straordinaria crescita del mercato degli UAS, che ha evidentemente determinato una riduzione del prezzo di molti sistemi, rendendone più facile l’acquisto, e ne ha favorito lo sviluppo tecnologico. Chávez e Swed hanno dimostrato che esiste una correlazione statistica tra la crescita del mercato civile degli UAS e il loro utilizzo da parte di attori irregolari (14). La correlazione individuata dai due studiosi sembra dimostrare che, nel caso

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di questi attori, la presenza di un requisito operativo non è stato il principale fattore che ne ha determinato la rapida diffusione, perlomeno non il solo. L’interesse di questi attori per gli UAS, in effetti, esisteva già da tempo. Al-Qaeda avrebbe studiato diverse ipotesi per condurre attacchi tramite l’ausilio di UAS civili, tra i quali il rilascio di un Improvised Explosive Device (IED), per esempio per colpire il presidente Bush al G8 di Genova, nel 2002, oppure, qualche anno dopo, per colpire la House of Commons britannica, ma dovette rinunciare a causa della troppo scarsa affidabilità che potevano offrire gli UAS civili in quel momento (15).

Dove si stanno diffondendo gli UAS? La proliferazione degli UAS, sebbene sia un fenomeno globale, riguarda in realtà una regione in particolare: quella del Medio Oriente. Qui, negli ultimi anni, il fenomeno ha assunto dimensioni molto superiori rispetto a quanto avviene in altre regioni del globo, non solamente nel settore degli UAS civili, ma anche di quelli militari — tredici Stati della regione impiegano o impiegheranno a breve UAS militari di vario tipo, e quattro di essi (Turchia, Emirati Arabi Uniti, Iran e Israele) sono grandi esportatori di questi sistemi (16). Haugstvedt e Jacobsen hanno calcolato che ben 433 dei 440 attacchi condotti tramite UAS da attori irregolari fino a marzo 2020 sono avvenuti in Medio Oriente (17), il 90,4% dei quali in Iraq, Siria e Arabia Saudita (18). La guerra siriana, in particolare, è divenuta un vero e proprio campo di sperimentazione della guerra di UAS: in questo conflitto, fino al dicembre del 2016, risultavano essere stati impiegati almeno 32 diverse tipologie di velivoli senza pilota (19). Le ragioni per la quale il Medio Oriente si presta in maniera particolare a questa tipologia di impiego sono molteplici, tra i quali figurano sicuramente: la presenza di numerosi attori irregolari, per i quali gli UAS rappresentano un’arma molto efficace, e di numerose situazioni di conflitto permanente o semipermanente in molte parti della regione; il ruolo dell’Iran, che ha fatto della produzione e della diffusioni di droni una delle sue strategie per sostenere e rafforzare l’azione dei suoi numerosi proxy; la presenza di un mercato di UAS molto ampio e variegato.

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Modalità di impiego degli UAS da parte delle formazioni armate irregolari Vediamo di capire in che modo gli attori non statuali hanno impiegato fino a ora gli UAS nelle loro operazioni. Nel condurre questa breve analisi, ci si concentrerà prevalentemente sul Medio Oriente, dato che la stragrande maggioranza dell’utilizzo in ambito militare di questi sistemi avviene in questa regione. Il focus dello studio riguarda primariamente l’impiego degli UAS da parte di quegli attori che più di tutti hanno fatto uso di questi sistemi, ovvero lo Stato islamico (ISIS), il movimento degli Houthi — insieme, queste due formazioni sono state responsabili del 80,7% dei casi registrati da Haugstvedt e Jacobsen (20) — e Hezbollah. In linea generale, almeno quando impiegati con scopi prettamente offensivi, questi assetti sono stati utilizzati prevalentemente contro obiettivi militari. L’analisi di Haugstevdt e Jacobsen rivela che il 57% degli attacchi condotti da attori irregolari fino a marzo 2020 ha colpito obbiettivi da essi definiti hard, come basi o formazioni militari — da distinguere con quelli soft, con cui i due accademici si riferiscono a obiettivi in cui è presente un gran numero di civili indifesi — cui seguono personalità chiave del mondo civile (10,5%), aeroporti civili (8,2%), infrastrutture petrolifere (3,8%) (21). Hezbollah è l’attore che ha cominciato prima di tutti a operare con gli UAS. Il Partito di Dio ha impiegato i suoi sistemi non pilotati sia per la condotta di missioni ISR che per la condotta di attacchi diretti (22) e ha di seguito trasmesso le sue conoscenze a movimenti come le brigate Al Qassam, il braccio armato di Hamas, e il movimento yemenita degli Houthi. Con la deflagrazione del conflitto siriano, Hezbollah ha affinato e perfezionato i procedimenti di impiego degli UAS, soprattutto grazie alle lezioni apprese dalle Forze armate siriane, dalle Guardie rivoluzionarie iraniane e dalle Forze russe. Lo Stato Islamico, a partire dal 2015, ha instituito un vero e proprio programma di acquisizione, assemblaggio e riconversione di UAS civili in sistemi a uso militare (23). Il primo attacco condotto dall’ISIS tramite UAS risale al 2014, quando un quadricottero DJI

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Un piccolo UAS civile della serie DJI Phantom, prodotto dalla Cina. Questo tipo di UAS è uno dei più utilizzati dallo Stato Islamico in Siria e in Iraq (Wikipedia).

Phantom FC40 venne utilizzato in una missione di ricognizione per preparare un assalto contro l’Esercito siriano nel nord della Siria (24). A partire dal 2016, il gruppo ha iniziato a impiegare i suoi UAS anche per la condotta di attacchi diretti contro obiettivi prevalentemente militari, come quando, nel settembre del 2016, miliziani dell’ISIS utilizzarono un UAS in funzione di IED per colpire unità turche impegnate nell’operazione Scudo dell’Eufrate (25). Il movimento degli Houthi, attivo in Yemen, ha colpito a più riprese le forze saudite e le sue infrastrutture petrolifere a partire dal 2016 (26). Grazie soprattutto all’aiuto fornito dall’Iran, le forze di Ansar Allah hanno cominciato a impiegare i loro UAS in attacchi kamikaze per colpire i sistemi di Difesa antiaerea sauditi. Dopo i primi successi, essi hanno sviluppato notevoli capacità di produzione di UAS, realizzando col tempo sistemi sempre più grandi e con una capacità di carico maggiore. A partire dal 2015, il movimento degli Houthi ha lanciato più di 850 attacchi tramite UAS contro l’Arabia Saudita (27). Più in generale, è possibile suddividere l’impiego degli UAS da parte degli attori non statuali in quattro grandi tipologie di impiego. La prima, quella più comune, è quella delle missioni ISR. Numeri episodi te-

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stimoniano di UAS impiegati in questa funzione in Israele, da parte di Hezbollah, ma anche in Siria e in Iraq (28), da parte di ISIS, sia in preparazione a un attacco terrestre o a un bombardamento d’artiglieria, sia per sorveglianza in tempo reale — quest’ultimo meno comune — per condurre attacchi suicidi tramite veicoli riempiti di esplosivo. La seconda tipologia di operazioni sono quelle psicologiche e di propaganda. Hezbollah e Hamas hanno più volte impiegato UAS contro Israele (29) per segnalare che certe azioni da parte delle Israel Defense Forces (IDF) non sarebbero state tollerate – come le incursioni aeree in Libano (30) — ma anche in funzione meramente dimostrativa per segnalare sempre a Israele che i nemici di Gerusalemme possedevano la capacità di colpire le IDF anche dall’alto. Anche l’ISIS ha impiegato i suoi UAS per scopi di propaganda, registrando e pubblicando online video delle sue forze intenti a condurre attacchi armati in Iraq e in Siria o addirittura filmati che riprendevano martiri del califfato durante un attacco suicida (31). La terza tipologia di operazioni è quella degli attacchi suicidi, condotti come se l’UAS fosse una sorta di IED, in maniera molto simile a una munizione circuitante. Al Qaeda è stata la prima a pensare a questo particolare utilizzo degli UAS già all’inizio degli anni duemila. Il primo grande attacco IED condotto con successo tramite velivoli non pilotati è avvenuto nel settembre del 2014, quando un UAS di Hezbollah venne impiegato per colpire una postazione occupata da combattenti di al-Nusra nel nord est del Libano, causando l’uccisione di non meno di 23 uomini (32). Oggi questa pratica è in grande espansione e viene utilizzata ampiamente anche da moltissimi attori non statuali. La quarta e ultima tipologia di operazione è quella degli attacchi tramite ordigni sganciati direttamente dall’UAS. In questo caso il materiale esplosivo, di dimensioni necessariamente contenute, data la limitata capacità di carico di questi UAS, viene impiegato per confondere le truppe nemiche, disarticolandone le tattiche, oppure per colpire asseti particolarmente importanti, come un radar di una batteria antiaerea, o ancora in combinazione con un altro attacco terrestre per aumentare il numero delle vittime nemiche.

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L’impatto degli UAS sulle operazioni degli attori armati irregolari Indagate le ragioni per cui gli UAS sono così diffusi negli arsenali degli attori non statuali, soprattutto quelli mediorientali, e analizzate le modalità con cui questi vengono impiegati in operazione, viene ora da chiedersi quali effetti questi sistemi sono in grado di generare nei vari livelli del conflitto, vale a dire quello strategico, operativo e tattico. A livello strategico, l’impatto più rilevante derivante dall’impiego di questi sistemi si ha sulla propaganda degli attori irregolari. Grazie a questi sistemi, infatti, molte formazioni armate non statuali hanno potuto diffondere video e immagini delle loro operazioni, contribuendo in questo modo a rafforzare la loro narrazione e quindi a risultare più attraenti nei confronti di potenziali reclute. Allo stesso modo, questi sistemi possono portare beneficio alla propaganda dei gruppi armati irregolari colpendo obiettivi puntuali ad alto valore strategico, per esempio figure di vertice, in maniera più facile rispetto a un normale IED o a un semplice razzo. Nel gennaio del 2019 gli Houthi ten-

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tarono invano di colpire con un UAS caricato di esplosivo il generale yemenita Saghir Bin Aziz, con l’obiettivo di far deragliare i tentativi di pace da parte dell’ONU (33). Infine, anche l’impatto in termini di costi per il nemico può risultare importante: data la scarsità di efficaci difese anti-drone, spesso per eliminare un piccolo UAS impegnato in una missione ISR le forze convenzionali hanno dovuto fare affidamento su assetti alquanto costosi, come hanno più volte dovuto fare le IDF, le quali hanno dovuto impiegare almeno tre volte un missile Patriot, dal costo di 3 milioni di dollari ciascuno, per abbattere un piccolo sistema non pilotato operante in Siria (34). A livello operativo, gli UAS potenziano le capacità degli attori armati irregolari di condurre missioni ISR e acquisizione obiettivi e consentono una più efficace capacità di comando e controllo. Le missioni di ISR, che sono le più comuni, possono essere condotte con diversi scopi: sfuggire al contatto col nemico, preparare un attacco, prevenire un’operazione nemica. Le missioni di acquisizione obiettivi sono state utili soprattutto all’ISIS: nel 2015, durante l’assedio della base siriana di

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In futuro, gli UAV verranno impiegati sempre più spesso in sciami, ovvero in gruppi più o meno folti di droni (Shuttershock).

Kweres, così come durante la difesa di Mosul, nel 2016, la formazione terroristica ha fatto ampiamente ricorso a questi sistemi per rendere più preciso il fuoco dei suoi pezzi di artiglieria (35). Un altro esempio lo si è avuto in Iraq, nel marzo del 2016, quando alcuni militari americani e iracheni di stanza in una base nel nord del paese, dopo aver avvistato un piccolo UAS nei pressi della struttura, vennero fatti oggetto di un attacco con un razzo Katyusha, che colpì chirurgicamente la base, uccidendo un militare (36). Infine, secondo alcuni autori (37), uno dei fattori che ha consentito, sempre allo Stato Islamico, di poter condurre molti attacchi impiegando in maniera coordinata capacità diverse, come l’azione di centinaia di fanti appiedati, assetti sniper e attacchi IED, è stato proprio l’utilizzo di UAS, che hanno facilitato notevolmente le capacità di comando e controllo della formazione terrorista. Benché l’uso degli UAS da parte degli attori non statuali fornisca un contributo a tutti i livelli del conflitto, è a livello tattico che essi sembrano in grado di apportare i benefici più grandi. Oltre ad aumentare la gittata entro il quale questi attori possono colpire, gli UAS con-

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sentono alle formazioni armate irregolari di violare più facilmente le difese aeree nemiche (38) e di condurre attacchi senza rischiare di perdere uomini. Quanto alla penetrazione, la bassa altitudine a cui possono volare, le dimensioni ridotte, la minima segnatura termica, acustica ed elettromagnetica, rendono questi sistemi alquanto difficili da individuare anche per le più avanzate difese antiaeree dei paesi più ricchi e industrializzati (39). Quanto agli attacchi armati, condotti cioè tramite

Il movimento degli Houthi impiega spesso piccoli UAS civili modificati per essere impiegati in operazioni militari. Dal 2015, gli Houthi hanno condotto più di 850 attacchi tramite UAS contro le forze saudite (AFP via Getty Images).

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l’ausilio di ordini sganciati o direttamente tramite il drone stesso, essi sono aumentati molto negli ultimi anni. Basti pensare che, già nel 2017, solo in Iraq l’ISIS conduceva tra i 60 e i 100 attacchi al mese (40). Gli attacchi possono essere anche molto precisi: nel gennaio del 2019, gli Houthi impiegarono un piccolo drone iraniano per colpire alcune personalità chiave impegnate in una parata in Yemen, uccidendo 6 soldati, incluso il capo dell’Intelligence militare, e ferendo il capo di Stato Maggiore yemenita, il suo vice, il Governatore provinciale e altre autorità della coalizione araba (41).

Quali implicazioni per le forze terrestri? L’impiego di UAS da parte di attori armati non statuali è un fenomeno recente che preoccupa le Forze armate dei paesi occidentali. Uno dei più grandi vantaggi di cui gli apparati militari convenzionali impegnati in un conflitto contro una o più formazioni irregolari hanno potuto a lungo disporre è stato quello dell’assoluto controllo della terza dimensione. Il costo da pagare per poter impiegare assetti volanti e quindi disporre del potere aereo è rimasto a lungo troppo alto per la maggior parte degli attori armati non statuali. Le forze convenzionali dei paesi ricchi e industrializzati, specialmente quelle occidentali, sono state per anni impiegate in conflitti caratterizzati, tra le varie cose, dalla quasi totale assenza di minacce provenienti dalla terza dimensione. In Iraq e in Afghanistan, vale a dire nei due principali conflitti irregolari cui hanno partecipato le forze militari occidentali nel ventunesimo secolo — e sulla base dei quali gli strumenti terrestri di molti di questi Paesi si sono modellati — le unità convenzionali dovevano difendersi al massimo da qualche razzo o da qualche colpo di mortaio. In Afghanistan, per esempio, fino al 2020, il numero di morti statunitensi a causa di razzi e/o colpi di mortaio è stato alquanto ridotto, pari a 89 unità (il 3,6% del totale dei morti) (42). Disabituate a operare in un ambiente in cui anche lo spazio aereo risulta in qualche modo contestato e denso di minacce, le Forze armate occidentali si trovano oggi

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esposte a una vulnerabilità cui occorre porre velocemente rimedio. I recenti conflitti combattuti in Libia, in Ucraina e soprattutto in Nagorno-Karabakh hanno messo in luce in maniera molto chiara come, nel ventunesimo secolo, il potere aereo sia in grado di avere un effetto devastante contro forze terrestri sprovviste di difese aeree adeguate all’attacco. In questo contesto, spiega Michael Kofman, uno dei maggiori esperti di Forze armate russe, «gli assetti pilotati da remoto offrono alle piccole e medie potenze il vantaggio del potere aereo, di ricognizione e di controllo del fuoco a un prezzo decisamente scontato rispetto all’aviazione manned» (43). Anche se in proporzioni minori, date le ridotte prestazioni degli UAS su cui possono contare, le considerazioni dell’esperto analista militare valgono anche per gli attori armati irregolari. Nel caso della guerra dell’Artsakh, dipinta troppo velocemente da molti come il conflitto che ha dimostrato una volta per tutte che gli UAS sono un assetto capace di rivoluzionare per sempre il modo di fare la guerra, uno degli elementi decisivi che ha determinato la vittoria delle forze azere non è stata tanto la presenza degli assetti non pilotati nelle mani di Baku, quanto le deficienze della Difesa antiaerea armena, che non è stata in grado di contrastare gli UAS azeri. A queste considerazioni occorre aggiungere che, in futuro, gli UAS verranno verosimilmente impiegati sempre più in sciami, rendendo ancora più complessa l’azione del difensore. Le soluzioni per intercettare e neutralizzare gli UAS già esistono, ma nessuna di esse basta, da sola, ad assicurare una Difesa efficace. Nessun «proiettile d’argento» (44), in altre parole, è in grado di difendere le forze contro tutti i tipi di minaccia proveniente dalla terza dimensione. I conflitti armati che fino a ora hanno visto la presenza di assetti UAS impiegati in operazioni militari, hanno ampiamente dimostrato che un moderno sistema di Difesa antiaerea, per essere efficace, deve necessariamente essere stratificato (ovvero composto di sistemi in grado di colpire bersagli a corta, media e lunga gittata), integrato, quindi capace di saper racco-

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gliere e fondere insieme tutte le informazioni ottenute dai sensori dei vari sistemi di cui si compone, e supportato da sistemi di guerra elettronica e counter-UAS. È in base a questi principi che gli strumenti militari moderni dovranno ripensare la protezione delle forze, spe-

cialmente a livello tattico, in un ambiente operativo in cui, anche in un conflitto irregolare, il nemico è finalmente in grado di disporre di un potere che non è più di dominio esclusivo degli apparati militari convenzionali, quello aereo. 8

NOTE (1) S.J. Frantzman, Drone Wars: Pioneers, Killing Machines, Artificial Intelligence, and the Battle for the Future, Bombardier Books, New York, 2021, p. 107. (2) Si tratta di un sistema di Difesa antiaerea a corto raggio. (3) F.A. Verrastro, Attack on Saudi Oil Infrastructure: We May Have Dodged a Bullet, at Least for Now…, Center for Strategic and International Studies, 18 settembre 2019, https://bit.ly/3szqqgS. (4) Si veda, per esempio, S.J. Frantzman, Are air defense systems ready to confront drone swarms? Defense News, 26 settembre 2019, https://bit.ly/3mwvVZR. (5) Esistono diversi termini con cui ci si può riferire a ciò che più generalmente viene chiamato «drone»: con il termine Unmanned Aerial System (UAS) ci si riferisce al sistema in toto, ovvero il velivolo, il software di guida, la stazione di controllo terrestre, i sensori ecc.; con il termine Unmanned Aerial Vehicle (UAV) ci si riferisce, invece, solo al velivolo in sé; l’ICAO, per conto suo, utilizza il termine Remotely Piloted Aircraft System, adoperando quindi un termine più specifico rispetto a UAS/UAV, i quali, in effetti, possono lasciar pensare che il sistema sia completamente autonomo, mentre in moltissimi casi esso è guidato da una stazione di guida terrestre. Un RPAS è un sistema composto da più elementi: un velivolo pilotato da remoto, una stazione di guida, un sistema di collegamento di comando e controllo. (6) A. Kumar, «Drone Proliferation and Security Threats: A Critical Analysis», Indian Journal of Asian Affairs 33(1/2), 2020, pp. 43-62. (7) K. Chávez, O. Swed, «The proliferation of drones to violent nonstate actors», Defence Studies 21 (1), 2021, p. 4. (8) S. Joshi, A. Stein, «Emerging Drone Nations», Survival 55 (5), 2013, p.58. (9) Chávez, Swed, op. cit. (10) J. Gertler, US Unmanned Aerial Systems, Congressional Research Service, Washington DC, 2012. (11) M. Hoenig, «Hezbollah and the Use of Drones as a Weapon of Terrorism», Public Interest Report 67(2), Spring, 2014, p. 5. (12) H. Haugstvedt, J.O. Jacobsen, «Taking Fourth-Generation Warfare to the Skies? An Empirical Exploration of Non-State Actors Use of Weaponized Unmanned Aerial Vehicles (UASs-“Drones”)», Perspective on Terrorism 14(5), 2020, pp. 26-40. (13) Ivi, p. 29. (14) Chávez, Swed, op. cit., pp.13-14. (15) D. Gormley, Addressing the Spread of Cruise Missiles and Unmanned Air Vehicles (UASs), Nuclear Threat Initiative, 1 marzo 2004, https://bit.ly/3eskJcu. (16) F. Borsari, The Middle East’s Game of Drones: The Race to Lethal UASs and Its Implications for the Region’s Security Landscape, ISPI Analysis, 15 gennaio 2021, p. 4, https://bit.ly/3eslFO2. (17) Haugstvedt, Jacobsen, op. cit., p.30. (18) Ivi. (19) D. Gettinger, Drones Operating in Syria and Iraq, Center for the Study of Drones, Bard College, dicembre 2016, https://bit.ly/3JlrTxd. (20) Haugstvedt, Jacobsen, op. cit., p.32. (21) Ivi, p. 31. (22) G. Lasconjarias, H. Maged, «Fear the Drones: Remotely Piloted Systems and Non-State Actors in Syria and Iraq», IRSEM Research Paper n.77, 2019, p.8. (23) D. Rasselr, M. Al-Ubaydi, V. Mironova, The Islamic State’s Drone Documents: Management, Acquisitions, and DIY Tradecraft, Combating Terrorism Center at West Point, 31 gennaio 2017, p.7, https://bit.ly/3sCGM8K. (24) R.J. Bunker, Terrorist and Insurgent Unmanned Aerial Vehicles: Use, Potentials, and Military Implications, US Army War College/Strategic Studies Institute, p. 12. (25) S. Balkan, Daesh’s drone strategy: Technology and the rise of innovative terrorism, SETA Foundation For Political, Economic and Social Research, Ankara, 2017, p. 10. (26) Conflict Armament Research, Iranian Technology Transfers to Yemen: «Kamikaze» drones used by Houthi forces to attack Coalition missile defence systems, CAR Frontline Perspective, Marzo 2017; Conflict Armament Research, Evolution of UASs employed by Houthi Forces in Yemen, CAR Dispatch From the Field, febbraio 2020. (27) Reuters, Houthis have fired 430 missiles, 851 drones at Saudi Arabia since 2015 – Saudi-led coalition, Reuters.com, 26 dicembre 2021, https://reut.rs/3pyYTKB. (28) Bunker, op. cit. p.16. (29) I. Kershner, P. Lyons, Hamas Publishes Photo of a Drone It Says It Built, The New York Times, 14 luglio 2014, https://nyti.ms/314D5xa. (30) Bunker, op. cit., p. 17. (31) U. Franke, Flying IEDs: the Next Big Threat? War on The Rocks, 13 ottobre 2016, https://bit.ly/310uxHt. (32) Video di questo episodio si possono trovare in Watch: Hezbollah uses drones against Syrian rebels, The Jerusalem Post, 21 settembre 2014, https://bit.ly/3sxWUIx. (33) M. Segall, Houthi Drones Attack Senior Officials in Yemenite and Saudi Armies, Jerusalem Center for Public Affairs, 14 gennaio 2019, https://bit.ly/3syPIvK. (34) The Associated Press, Israel again fires Patriot missile at drone from Syria, Defense News, 13 luglio 2018, https://bit.ly/3HcoI9t. (35) Military.com, ISIS Flying Drones to Spot Artillery Near Mosul: US General, Military.com, https://bit.ly/3sGsPGG. (36) M.S. Schmidt, E. Schmitt, Pentagon Confronts a New Threat From ISIS: Exploding Drones, The New York Times, 11 ottobre 2016, https://nyti.ms/3epX8sT. (37) J. Tallis, R. Bauer, L. Frey, «ISIL’s Battlefiled Tactics and the Implications for Homeland Security and Preparedness», Contemporary Voices: St Andrews Journal of International Relations 8(3): 24-42; R.J. Ball, The Proliferation of Unmanned Aerial Vehicles: Terrorist Use, Capability and Strategic Implications, Lawrence Livermore National Laboratory, Livermore (CA), 2017. (38) Gormley, op. cit.. (39) D. Pistoia, «Detecting and Neutralizing Mini-Drones: Sensors and Effectors against an Asymmetric Threat», The Journal of the JAPCC 25, Winter 2017/2018, pp. 81-86, https://bit.ly/3mEsKzo. (40) D. Rassler, The Islamic State and Drones: Supply, Scale, and Future Threat, USMA Combating Terrorism Center, Ney York, 2018. (41) A. Alhaj, Bomb-laden Rebel drone Kills 6 at Yemen Military Parade, Associated Press, 10 gennaio 2019, https://bit.ly/3pw259P. (42) S. Gollob, M.E. O’Hanlon, Afghanistan Index: Tracking variables of reconstruction and security in post-9/11 Afghanistan, in Brookings, agosto 2020, https://brook.gs/3esJrth. (43) M. Kofman, A Look at the Military Lessons of the Nagorno-Karabakh Conflict, Russia Matters, 14 dicembre 2020, https://bit.ly/3HgMLUM. (44) C. Palestini, Countering drones: looking for the silver bullet, NATO Review, 16 dicembre 2020, https://bit.ly/3qwkm6n.

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PRIMO PIANO

Intelligenza artificiale e armi autonome: criticità giuridiche Paola Giorgia Ascani Avvocato del Foro di Roma dal 2006, esercita prevalentemente in campo penale e tutela dei diritti umani. Patrocinante dinanzi la Suprema Corte di Cassazione e giurisdizioni superiori. Membro della Commissione diritto e procedura penale del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, ha pubblicato con la casa editrice Giuffrè contributi sulla disciplina dei contratti, brevetti e marchi e proprietà intellettuale. È stata tutor e membro del direttivo della Camera penale di Roma e del Centro studi Alberto Pisani. Ha curato, sotto il profilo giuridico e legale, progetti foto-editoriali in materia umanitaria e internazionale. È consulente giuridico e forense del Circolo del ministero degli Affari Esteri.

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rarchia tra uomini e robot. Questa visione quasi premonitoria, conteneva tutte le problematiche attuali circa l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (IA), che poi sarebbe sfociata nello studio incessante del rapporto con l’intelligenza umana. Lo scrittore ragionò molto della relazione tra capacità robotiche e umane, evidenziando i limiti e possibilità dell’una e dell’altra. Possiamo concludere che il persistente impedimento al pieno impiego dell’IA, ora come allora, è ancora la capacità di riconoscere alle macchine una capacità di discernimento su cui imperniò i suoi racconti, sottolineando sempre l’unicità e insostituibilità umana. La questione della eventualità effettiva che una macchina possa un giorno essere in grado di orientarsi nelle situazioni senza alcun apporto umano, riconoscendo le necessità reali e selezionando le proprie azioni in modo adeguato alla problematica da risolvere è, di fatto, ancora lontana dall’essere risolta, anche tecnicamente. Rappresenta il fulcro del dibattito sulle armi autonome e sulle criticità che l’utilizzo di tali sistemi nei conflitti potrebbe comportare sotto il profilo, non solo della realizzazione pratica, ma di ammissibilità etica e giuridica.

Che cosa si intende per arma autonoma

«I

n fin dei conti la macchina è solo uno strumento che può aiutare l’umanità a progredire più in fretta. Il compito dell’uomo e della sua intelligenza rimane ancora oggi lo stesso […] capire quali siano le domande giuste da rivolgere alle macchine» (1). Così scriveva Isaac Asimov, di cui lo scorso anno ricorreva la celebrazione del centenario dalla nascita. L’eccellente scrittore ha dedicato la sua opera interamente agli aspetti fantascientifici del progresso tecnologico e al rapporto macchine-umanità, lasciando input straordinari per l’evoluzione della robotica e importanti riflessioni, ancora vive, proprio su come interpretarla. Nella sua raccolta di racconti più pregiata e rinomata — Io, robot — che risale ormai a 71 anni fa, Asimov enunciò le arcinote Tre Leggi della Robotica (2), nelle quali riassunse, graniticamente, principi di ge-

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L’ostacolo più significativo alla formazione di una disciplina giuridica idonea alle armi autonome, sia che si tratti di un adeguamento dell’impianto normativo esistente, sia della formazione di uno ex novo, è la difficoltà di pervenire a una definizione consensuale e unanime di arma autonoma. In linea di massima, la letteratura militare, e il panorama giuridico, considerano armi autonome letali (acronimo internazionale LAWS, dall’inglese Lethal Autonomous Weapons) gli ordigni in grado di colpire un obiettivo militare senza l’intervento umano. Potrebbe sembrare quindi che concorrano a definire un’arma come autonoma tre caratteristiche: l’autonomia, la selezione dell’obiettivo e l’intervento umano. In realtà, solo la nozione di «assenza di intervento umano» ottiene l’incontrovertibilità, non così le qualifiche di autonomia e attacco, che rimangono ancora troppo incerte e prive dell’unanime significato (3) richiesto per essere recepito in modo universale nella formazione di un trattato e malgrado la nozione di at-

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zione. In questi casi è necessario che, a monte, vi sia tacco abbia già una codificazione nell’art. 49, par. 1 del una corretta identificazione dell’evento conflittuale in I Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra cui il drone è usato come conflitto armato in senso prodel 1949. Nel panorama delle ipotesi di definizione elaprio. Purtroppo, anche sotto questo profilo manca la borate dagli Stati e dalle associazioni e organismi inchiarezza necessaria da parte degli Stati che già vi ternazionali, quella che per ora sembra accreditarsi fanno ricorso, i quali si fanno scudo invece con una inappartiene al Comitato internazionale per la Croce terpretazione a dir poco forzata del concetto di conflitto Rossa, secondo cui, arma autonoma è «qualsiasi siarmato. Basti pensare alla lotta al terrorismo internastema d’arma con autonomia nelle sue funzioni critizionale che, di per sé, non ricadrebbe sotto quest’ultima che. Cioè un sistema che può selezionare (cioè cercare definizione, eppure vi si registra già un massiccio imo rilevare, identificare, tracciare) e attaccare (cioè piego di droni armati. È innegabile infatti che molti usare la forza contro, neutralizzare, danneggiare o diStati tecnologicamente avanzati hanno iniziato una struggere) obiettivi senza intervento umano» (4). L’esicorsa all’automatizzazione e indipendenza dei droni, stenza di una definizione unanime e definitiva di questo implementandoli con sistemi di deep machine learning tipo di armi, permetterebbe anche di stabilire se, allo stato attuale, ce ne siano già in circolazione e di che (5) e IA in grado di eliminare ogni tipo di interazione tipo, compresi eventuali prototipi. Peraltro, bisogna con un soggetto esterno che ne completi o controlli sottolineare che il quid distintivo di queste nuove tecl’operato. L’esempio più macroscopico è quello della nologie da combattimento è rappresentato dal modo in SEA HUNTER, la nave antisommergibile della Defence cui sono identificati gli obbiettivi e non dai caratteri Advance Research Projects Agency (DARPA), già in dell’arma tout court. Pertanto l’autonomia è una qualità forze alla marina degli Stati Uniti e dotata di sistemi e che può essere inserita in qualsiasi tipo di arma, anche tecnologie che consentono di gestirne in autonomia le in un secondo momento, cambiandone così la natura. operazioni e le interazioni con il nemico, nel pieno riCiò sarebbe possibile per esempio per i droni e le armi spetto delle leggi e convenzioni marittime (secondo gli informatiche che, allo stato attuale, sono estranei alla Stati Uniti). qualifica poiché ancora comportano l’attività di un operatore, ma niente esclude che in futuro si possa arrivare a tipi di malware che identificano e colpiscono un sistema avversario in piena autonomia senza alcuna manovra dell’operatore informatico, oppure che il drone possa essere programmato e lasciato libero di agire senza alcun controllo o esigenza di manovra esterna al mezzo. Proprio a riguardo dell’utilizzo dei droni, è sotto indagine della comunità internazionale l’utilizzo di droni armati. Per ora è stato riconosciuto come lecito, esclusivamente, nell’ambito di programmi di uccisioni mirate (c.d. targeted killings) e come tale sottoposto alla disciplina internazionale Hunter», una classe completamente nuova di navi oceaniche senza equipaggio prende il via sul che obbliga al rispetto dei principi di «Sea fiume Willamette dopo una cerimonia di battesimo a Portland, Oregon (U.S. Navy/John F. Williams). distinzione, proporzionalità e precau-

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Le implicazioni del diritto umanitario Le problematiche legate all’utilizzo dell’IA in campo militare si legano però, in larga parte, al rispetto di un altro fondamentale requisito di liceità che è il diritto umanitario. Non è un caso che siano coinvolte nella discussione e nei lavori in materia, oltre ai rappresentanti di tutti i Governi mondiali, tutte le associazioni umanitarie, anche non governative, e il Comitato della Croce Rossa. A partire dal biennio 2014-16, gruppi di esperti a livello internazionale hanno avviato studi per sondare la più ampia gamma di tematiche relative alla realizzazione di armi autonome munite di IA, ai fini di enuclearne rischi di sviluppo e possibilità di abusi, anche clandestini, nel settore bellico. È noto che il fine dell’industria militare è da sempre quello di raggiungere precisione ed efficienza massime delle prestazioni e dei risultati in conflitto con il minor stress fisico e psicologico dei soldati. L’apporto dell’IA sarebbe risolutivo, in tal senso, ma pone sul tappeto un tema mai sorto prima: la possibilità di creare, non tanto metodi o strumenti tecnologicamente avanzati, quanto piuttosto veri e propri agenti di guerra non umani. La sfida giuridica infatti non è la creazione o l’uso di sistemi d’arma autonomi in sé e per sé, quanto piuttosto l’applicazione, sugli stessi, dell’IA che porta la questione su un livello superiore dal punto di vista etico, e da cui scaturisce l’esigenza di trovare un fondamento nel diritto internazionale umanitario e regole che diano copertura ai casi in cui, l’arma autonoma provvista di «capacità di discernimento» (deep learning), modifichi il comportamento programmato dagli operatori in modo imprevedibile. La nuova frontiera da regolamentare è dunque la previsione di una casistica in cui armi dotate di IA, attraverso gli algoritmi, possano selezionare gli obiettivi d’attacco, ritagliandosi, a tutti gli effetti, un potere di vita o di morte sull’avversario. In questi casi diventa necessario prevedere come possa l’arma (da sola? In sé e per sé?) ritenersi responsabile della condotta posta in essere, anche a prescindere dagli ordini impartiti. Questa è la vera sfida del diritto internazionale con le armi autonome, non tanto disciplinarne la realizzazione, che sembra essere già una realtà. Preso atto che occorra integrare la disciplina giuridica dello ius in bello, con l’utilizzo delle armi autonome,

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ne deriva che la regolamentazione dell’uso dei mezzi e strumenti di combattimento, in relazione alla salvaguardia della popolazione civile e dei prigionieri di guerra, andrà arricchita di ipotesi finora neppure immaginabili. Pietra angolare sarà sicuramente la norma basilare contenuta nell’art. 35, par. 1 del I Protocollo addizionale alla Convenzione di Ginevra (6), che stabilisce all’uopo che la scelta delle armi da usare in conflitto non possa essere illimitata e quindi a discrezione delle parti in conflitto. Necessita infatti che anche le armi autonome permettano di usare una violenza «direzionata» ovvero mirata a coinvolgere, distinguendoli, solo obiettivi militari, risparmiando i civili, e sia proporzionata all’effettiva capacità di difesa e resistenza dell’avversario in campo. La liceità da raggiungere dovrebbe conformarsi proprio a questi due aspetti, distinzione e proporzionalità, inderogabilmente. È chiaro che l’anello debole è la capacità di distinzione. Ai fini del sigillo di liceità l’arma autonoma dovrebbe perciò essere capace di individuare la differenza degli obiettivi e altresì essere munita di dispositivi che ne blocchino l’azione in caso di errore, il tutto, senza alcun intervento umano. È evidente che si tratti di un obiettivo assai arduo, ma non ovviabile dal momento che la posta in gioco sono vite umane. Sarà quindi necessario che l’uso di armi autonome si uniformi al rispetto dei principi ormai cristallizzati nel I Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1977 sulla conformità di qualsiasi arma alla disciplina di diritto internazionale e in maniera ancora più stringente, alla Clausola Martens contenuta nell’art. 1.2 del preambolo, che impedisce di considerare lecito tutto ciò che non è previsto dai trattati, ivi per cui, come nel caso delle armi autonome, che ancora non rientrano in alcuna previsione normativa, l’impossibilità di considerarle consentite perché non gravate da un espresso divieto. La Martens, è dunque una sorta di paracadute che, come ha sottolineato la Corte di Giustizia Internazionale in un parere del 1996, «opera come una vera e propria rete di sicurezza per l’umanità» (7).

Il dibattito Gran parte dei lavori che si stanno svolgendo nell’ultimo quinquennio in tema di armi autonome, si fo-

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calizzano su ciò che è necessario fare sotto il profilo normativo e regolamentare per capire se rientrino o meno nella copertura di diritto internazionale in materia, già vigente. Si fronteggiano due schieramenti di Stati: il primo ritiene che non ci siano norme già esistenti che possano disciplinare il caso delle armi autonome, e il secondo sostiene invece che il carnet normativo attuale offra sufficiente spazio di adattamento per dispiegare i suoi effetti nel settore. Tutto ha preso le mosse nel 2013, quando il relatore speciale delle Nazioni unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Christof Heyns, con la pubblicazione del Rapporto sui sistemi d’arma autonomi (8) ha sollevato una discussione in più sedi (accademica e diplomatica), evidenziando i molteplici fattori di criticità in gioco. Secondo il Rapporto, l’approccio allo studio per l’inquadramento normativo dell’utilizzo di LAWS deve necessariamente essere per questo multifattoriale, tenendo sì conto delle norme di diritto internazionale a presidio dell’ingaggio degli obiettivi, e quindi i già richiamati principi di proporzionalità e distinzione, ma deve in più verificare l’opportunità di rimuovere in toto la partecipazione di operatori umani nel processo decisionale. Nel rapporto, Heyns fa anche alcune considerazioni di pura opportunità strategica. L’inserimento di armi autonome creerebbe un azzeramento del costo politico dei conflitti, facilitando l’avvio di un maggior numero di campagne militari dovuto al risparmio delle spese di armamento, cui si aggiungerebbe il rischio di conflitti asimmetrici, dovuti alla possibilità di fabbricazione di armi autonome solo da parte di un ristretto numero di Stati, economicamente più attrezzati. La possibilità di fare pesanti investimenti tecnologici in alcuni blocchi geopolitici porterebbe a una preoccupante violazione dei principi di diritto internazionale che vietano l’asimmetria nei conflitti. A seguire il menzionato studio, sono stati avviati, nel biennio 2014-16, e sempre nelle cornici della Conferenza del disarmo a Ginevra e della Conferenza di riesame della Convenzione su certe armi convenzionali (CCW - Certain Conventional Weapons), una serie di lavori per la regolamentazione delle LAWS. Posto che le conferenze non hanno, per natura, alcun potere decisionale, in seno alla Quinta conferenza di riesame

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della CCW (anno 2016) è stato creato un gruppo di esperti governativi al fine di valutare le tecnologie emergenti nel campo delle LAWS e codificare i risultati raggiunti nelle trattative tra Stati. Il gruppo, riunitosi a partire dal 2017, si è aggiunto alle Conferenze organizzate dal CICR (Comitato Internazionale Croce Rossa) sempre sul tema. Purtroppo, anche i lavori del gruppo di esperti hanno constatato il contrapporsi dei due orientamenti in merito alla regolamentazione cui dovrebbero sottostare le LAWS (richiamare quella esistente o formularne una nuova, ad hoc), senza però pervenire alla soluzione. L’unico punto che gli esperti hanno convenuto, per facilitare la comprensione di quale disciplina sia più adeguata da adottare, è l’opportunità di spostare il focus, almeno per il momento, sull’approfondimento del requisito dell’autonomia. L’opportunità di una mancanza assoluta di controllo umano della macchina-arma è infatti il nodo centrale da analizzare. Come anche riporta la Risoluzione del Parlamento Europeo del 12 settembre 2018 sui sistemi d’arma autonomi (9), è stata introdotta a tale fine e con caratteristiche dirimenti la nozione di controllo umano significativo (CUS - Meaningful Human Control, MHC). Il controllo significativo si è mostrato come la soluzione migliore ad arginare le criticità che riguardano le ipotesi di controllo umano sulla macchina. Gli esperti governativi hanno infatti esaminato una rosa di opzioni secondo cui il contributo umano alla decisione della macchina può essere di diversi tipi, ciascuno in relazione alle conseguenze giuridiche che reca in termini di imputazione delle responsabilità: essere totalmente escluso nel processo interno alla macchina, essere previsto, ma con un tempo di latenza eccessivo rispetto alla situazione reale, oppure potrebbe addirittura comportare il rischio di un c.d. bias, una sorta di «timore reverenziale», si passi il termine, dell’operatore che lo porterebbe a escludere la propria azione, confidando di più nell’operato della macchina, lasciandola agire al suo posto, senza opporvi alcun freno. La soluzione prevalsa e ritenuta più effi-

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cace è stata, in astratto, di prevedere e assicurare, nel maggior numero di contesti, la possibilità di supervisione umana costante in una alla capacità di intervento in tempo reale, finanche di annullamento dell’azione. Questo deve intendersi per controllo significativo e su questo potrebbero ripartire i negoziati per adottare uno strumento regolatorio e vincolante in seno alla Convenzione (10). L’evidenziazione di un controllo così qualificato renderebbe possibile riassumere i principi basilari del diritto internazionale in materia di selezione dell’obiettivo, di responsabilità in caso di errore e danni, e, soprattutto, di inibizione alla macchina della possibilità di scegliere tra vita e morte dell’obiettivo. Dal rispetto di questi principi deriva la possibilità di pervenire a un regime legittimo d’imputazione della responsabilità giuridica in caso di danni, per mancato rispetto della dignità umana, per eventi dannosi eventualmente perpetrati in conflitto. Come si vede, gli studi del gruppo di esperti governativi sono per lo più mirati a formulare una norma che assicuri il rispetto del nesso di causalità tra azione umana ed evento, in relazione all’uso di LAWS. Solo un tale sistema renderebbe lecita, sotto i profili giuridici ed etici, l’autonomia dell’arma. Sulla scia di questi studi, nel 2018, al termine dell’incontro, gli esperti hanno elaborato i 10 Possible Guiding Principles (11) tra i quali i principi 2 e 3 che mettono nero su bianco l’esigenza di un pacifica individuazione della responsabilità umana nell’operato della macchina. Allo scopo, sono stati evidenziati due criteri: conservare la scelta dei sistemi d’arma da impiegare in conflitto e conservare la sequenza comando-controllo senza soluzione di continuità. Il tema del riconoscimento di responsabilità in caso di errore è infatti centrale, ma purtroppo è proprio il vuoto giuridico che rimane più difficile da colmare, a dispetto dello sviluppo di tali tipi di armi che continua invece a procedere spedito. Va ricordato altresì quanto il concetto di comando sia fondamentale nel diritto internazionale in vigore. Tutta la disciplina che riguarda le operazioni militari,

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è infatti incardinata su esso al fine di individuare, con la maggior certezza possibile, l’imputabilità delle azioni al relativo soggetto agente. Esempio chiave è l’art. 29 dell’UNCLOS secondo cui una nave da guerra per essere tale, e venire riconosciuta dal diritto internazionale, necessariamente, deve essere posta sotto il comando di un Ufficiale di Marina al servizio di uno Stato e il suo equipaggio essere sottoposto alle regole della disciplina militare. Questo rende chiaro come lo sviluppo già in atto di navi da combattimento autonome destinate alle aree più difficili del mondo, in mancanza di una disciplina legale di imputabilità certa agli Stati in caso di eventuali violazioni, fa sorgere in capo a detti veicoli, una preoccupante presunzione di illiceità che le colloca al di fuori di ogni copertura legittima. Ai sensi della disciplina internazionale vigente, infatti, queste non sono classificabili come navi da guerra a causa dell’assenza del comando umano che rende impossibile attribuire la responsabilità delle azioni compiute a qualsivoglia entità statale di riferimento. Detta problematica va letta anche sotto il profilo, ancor più estremo, della repressione dei crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale. Lo scoglio, difficile da arginare, è la impossibilità materiale di rinvenire nei LAWS l’elemento soggettivo del reato (mens rea), come elemento costitutivo richiesto dalla legge per la sussistenza di un delitto e la conseguente attribuzione di responsabilità penale. Ecco quindi come il concetto di controllo significativo, nel senso prima chiarito, permetterebbe di far convergere il diritto internazionale umanitario esistente e lo sviluppo delle armi in questione, legittimandone l’uso. In questo senso il CUS rappresenta il seme della speranza di una disciplina pattizia futura che regolamenti un settore così delicato da non poter in alcun modo tollerare vuoti normativi. Al momento, però, la soluzione auspicata è ancora lontana. Gli Stati sono ancora molto divisi, poiché malgrado il parere degli esperti, alcuni sono ancora fermi, addirittura, a monte del problema della definizione di autonomia, discutendo non già che tipo di assetto dare a questa forma di coesistenza tra autonomia e controllo umano, ma se essa sia davvero possibile. Gli Stati convinti degli innegabili vantaggi che comportano le LAWS (minor numero di vittime, esclusione di pre-

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senza di contingenti umani in condizioni altamente stressanti), ritengono possibile una forma di coesistenza, mentre i contrari sono convinti che non sia ammissibile, né completamente possibile, utilizzando argomenti di natura anche etica. Concedere a una macchina l’uso della forza letale senza alcun controllo umano «diretto», da intendersi come la materiale possibilità per l’operatore di verificare, in prima persona, il comando di fuoco impartito dalla macchina, significa concedere a una macchina un potere inaccettabile di vita o di morte sugli uomini. Pertanto, anche il controllo che si definisce significativo, in realtà non potrà mai essere reale in quanto determinerebbe solo in modo apparente la prevalenza della volontà umana su quella della macchina e quindi non sarebbe un vero e proprio controllo in grado di garantire il rispetto del diritto internazionale. Va dato conto, nel panorama, anche di un tertium genus, seppur timido e troppo fiduciario, che non sembra per questo idoneo ad arginare le problematiche evidenziate finora sul rispetto della legge internazionale in caso di conflitto. Secondo Francia e Germania, fautori di questo orientamento, la copertura delle norme in vigore è del tutto adeguata ai nuovi sistemi LAWS e in particolare l’art. 36 del I Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra che obbliga gli Stati parte a denunciare l’acquisizione di nuove armi, quando il loro utilizzo è incompatibile con le norme che regolano l’uso della forza nei conflitti ar-

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mati. È evidente che le domande circa la difficoltà di processare un robot di guerra e imputargli la responsabilità delle azioni in conflitto rimangono senza risposta e soprattutto un tale approccio non colma lacune, anche di tipo tecnico e pratico, che potrebbero essere causa di un difetto d’imputazione di responsabilità penale. Si pensi, per esempio, a un malfunzionamento della macchina, è intuitivo che in questo caso sarebbe doppiamente difficile capire a chi addossare la responsabilità di un eccidio. Al costruttore? Allo Stato di provenienza? E ancora, si pensi al caso dell’apertura erronea di un conflitto, seguita da perdite civili e militari, che sia stata determinata, per esempio, dall’interruzione momentanea e imprevedibile della comunicazione tra operatori e macchina. Determinerebbe un vacuum inaccettabile di responsabilità che non permetterebbe di capire se l’imputabilità dell’evento dovrebbe essere rivenuta in capo a chi doveva occuparsi di garantire il funzionamento corretto dei canali di comunicazione o a coloro che avrebbero dovuto segnalare la presenza di civili per bloccare l’apertura del fuoco, se in capo ai programmatori della LAWS, se fosse colpa degli algoritmi che non erano in grado di assicurare l’individuazione corretta dei bersagli, o se, ancor di più, l’evento fosse l’effetto della combinazione di tutti o parzialmente questi elementi. Il pericolo di una spersonalizzazione giuridica ed etica nella conduzione delle ostilità in questo tipo di soluzione franco-tedesca è dav-

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vero imponente. Vi è poi una posizione estrema, che va menzionata, e che propone, per contro, di elaborare uno strumento giuridico che vieti tout court studio, sviluppo e utilizzo di tali tipi di armamenti. Questa opzione incontra però l’ostilità di quanti sostengono che, qualora in un futuro che non si può dire se prossimo o remoto, i LAWS raggiungessero, grazie all’ulteriore evoluzione dell’IA, un livello di autonomia davvero affidabile ed efficace non vi sarebbe alcun motivo per vietarne l’utilizzo in conflitto con il conseguente apprezzabile risparmio di vite umane e costi bellici. Non è un caso che tra gli Stati che sostengono questo tipo di ipotesi, compaiano proprio quelli tecnologicamente più avanzati, in quanto portati a confidare nel progresso esponenziale dell’IA e alla conduzione di conflitti sempre meno invasivi. Insomma, il dibattito che è in corso nasce dalla difficoltà di trovare una sponda sicura su cui condurre le LAWS perché siano effettivamente compatibili con i diritti umani.

Ultimi sviluppi della questione in sede NATO e UE Lo scorso giugno, nell’ambito del vertice NATO, fra i diversi punti dell’agenda, sono stati esaminati gli aspetti circa le Tecnologie Emergenti e Dirompenti (EDT - Emerging and Disruptive Technologies), di cui fanno parte le armi autonome e quelle esistenti modificabili tramite intelligenza artificiale. La NATO ha compreso che occorre assicurarsi una posizione di

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preminenza tecnologica nel settore che sia riconosciuta a livello globale, scongiurando di arrivare impreparati al momento in cui questi dispositivi saranno utilizzati in campo da attori terzi all’Alleanza. L’intento dei lavori è quello di stabilire alcuni punti fermi, e a carattere generale, come un principio di trasparenza che regoli e renda possibile un livello generale di visibilità su tutti gli armamenti utilizzabili in campo, da parte di tutti gli attori. Le tecnologie dovranno pertanto essere note non solo allo Stato che le usa ma anche agli avversari. Questa idea di un terreno condiviso su cui operare è stata avviata in primis dalla compagine UE la quale ha sostanzialmente ammonito che l’approccio finora concentrato solo sul concetto di autonomia e controllo, in realtà deve essere, a priori, sostenuto anche da un’accurata analisi del livello di perfezionamento tecnologico che l’IA permette di applicare all’industria militare. Cercare quindi di accertare innanzitutto quali siano le falle dell’IA e da lì partire, più consci, per esaminare le effettive possibilità di controllo umano che possono essere applicate alle macchine. Il rapporto dello Science And Technology Committee (STC) - Sub Committee on Technology Trends and Security (STCTTS) del 2019, ha rimarcato la necessità di affrontare le questioni etiche, legali e sociali legate alla conservazione di un ruolo umano in relazione all’uso della forza armata. La consapevolezza che almeno sette grandi paesi (Stati Uniti, Cina, Russia, UK, Francia, Israele e Corea del Sud)

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Intelligenza artificiale e armi autonome: criticità giuridiche

stiano sviluppando armi autonome, deve portare al riconoscimento dell’urgenza di una regolamentazione comune, posto che il problema non è più aggirabile. Il riconoscimento facciale basato su algoritmi di IA, reperibili perfino in rete, la possibilità di stampa in 3D a basso costo hanno reso fantasie cinematografiche come Robocop o Terminator una temibile attualità. Quello che Foucault chiamava «biopotere», ovvero l’insieme di tecnologie, pratiche e metodi per il controllo dei corpi e della vita della popolazione è ormai realtà. Eppure, tranne un primo impulso allo studio del problema, l’UE non è riuscita a proseguire sulla strada della formulazione di una posizione precisa e dettagliata, rimanendo su principi generici che sulle prime, hanno espresso un altrettanto generico «divieto di sviluppo, produzione e impiego di armi completamente autonome che consentono di sferrare attacchi senza alcun intervento umano» privo di misure di efficacia nell’attuazione. Successivamente, a seguito del lavoro del gruppo di esperti alla quinta conferenza di riesame della Convenzione sulle CCW, ha espresso un parere ancor più vago, sostenendo che le armi autonome debbano essere disciplinate dal diritto internazionale umanitario e diritto internazionale in generale, fra l’altro rivelando un’inversione di pensiero e l’apertura rispetto al divieto assoluto originario. Anche l’Italia ha assunto un atteggiamento poco impositivo. Pur avendo partecipato alle conferenze e ai lavori del gruppo di esperti, non ha però presentato alcun documento. A differenza di altri Stati membri si è solo uniformata all’esito, più genericamente inteso, come europeo. L’intervento italiano ha sottolineato solo l’esigenza di assicurare un effettivo CUS e rigettato, allo stato attuale delle cose, una messa al bando completa e assoluta delle armi autonome. Una posizione non solo generica, ma anche sensibilmente ambigua.

Conclusioni Se dunque l’applicazione tecnologica dell’IA all’industria militare procede spedita, lo stesso non può dirsi dell’adeguamento legislativo internazionale. Sembra che manchi ancora una coscienza matura dell’impatto travolgente che l’IA in campo militare potrebbe generare sull’intera umanità, almeno fintanto che un controllo necessario e significativo sia ancora realizzabile da parte dell’uomo sulle macchine occorre elaborare rimedi e linee guida normative efficaci. Il rischio, tutt’altro che fantascientifico, è che un giorno si invertano i ruoli, facendo sì che siano le macchine stesse a controllare che l’uomo non sbagli. E allora, non ci resta che concludere, non senza una certa inquietudine e un velo d’ironia, che la lentezza con cui procedono i lavori in materia,

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Intelligenza artificiale e armi autonome: criticità giuridiche

porteranno le macchine stesse a risolvere le criticità. Se è vero, ed è vero, che ancora siamo fermi alle Leggi della Robotica elaborate, non da uno statista, bensì da uno scrittore, è proprio con le sue parole che si deve riflettere e convenire che la sfida è appena agli inizi, rispetto ai quali siamo però già, pericolosamente, indietro. Così facendo, il rischio futuro è quello di un capovolgimento dell’intera realtà in cui sarà l’uomo l’anello debole della catena, da porre sotto controllo: «La macchina sa che il dirigente ha una certa tendenza a disobbedire. È in grado di incorporare quella tendenza nei dati e di valutare con precisione fino a che punto e in che termini la disobbedienza potrebbe ripetersi. Le macchine sono robot e obbediscono alla Prima legge. Operano per il bene non del singolo individuo, bensì dell’umanità intera. Un macchina non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa della propria negligenza, l’umanità patisca danno». A questo proposito, tra le diverse problematiche che sarà necessario approcciare, non si può tralasciare la questione etica che, non meno importante di quella normativa e giuridica, rischia di compromettere l’applicazione pacifica e lo sviluppo proficuo dell’IA. Illuminante, proprio negli ultimi mesi del 2021, è stata la pubblicazione del testo, oltremodo esplicativo e di pregevole approfondimento della questione, Intelligenza artificiale tra mito e realtà. Motore di sviluppo o pericolo imminente, a firma illustre di Giancarlo Elia Valori (12). Il focus della trattazione ha evidenziato

come la questione abbia mutato carattere, passando da mera sfida a esigenza primaria attuale e come, pertanto, la partita si giochi sul piano dell’etica applicata quale unico campo di indagine e studio che possa condurre a proficue soluzioni. La necessità di stendere un codice etico che sia inserito nelle macchine, richiede il coinvolgimento di esperti di etica e filosofia che sappiamo affrontare l’elaborazione dei dati, l’utilizzo civile, militare e politico dell’IA sotto il profilo etico. Questioni come dignità, identità e sicurezza della persona sono inoltre da porre in relazione all’accesso equo a una serie di variabili quali risorse tecnologiche, responsabilità individuale, collettiva e, inderogabile, la libertà di ricerca. Le riflessioni, superando la naturale complessità della materia, consentono la divulgazione in modo accessibile e chiaro ai più, compresi i non addetti ai lavori, del complesso intreccio tra temi etici e tecnologici connessi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Del resto, sottolinea lo stesso autore, gli sviluppi dell’intelligenza artificiale sono già arrivati a determinare cambiamenti rapidi e diffusi nell’interconnessione tra persone e sistemi tecnologici già dotati, seppur la maggioranza di noi non ne è a conoscenza, di capacità logiche e di ragionamento. Non resta quindi che adeguarsi e studiare nei dettagli l’ampia rosa di nuove possibilità di applicazione dell’IA in rapporto ai sistemi robotici, preparando così il terreno, ma anche la popolazione, a risposte davvero soddisfacenti anche sotto il profilo etico. 8

NOTE (1) Asimov, I., Conflitto evitabile in Io, Robot, Mondadori, 1950, pag. 269. (2) Manuale di Robotica, 56° Edizione, 2058 d.C.: 1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno; 2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge. (3) Merel, A.C., Ekelhof, «Complication of a Common Language: why it is so hard it talk about autonomous weapons», in Journal of Conflict and security law, 2017, pagg. 311-331. (4) CICR, Autonomous weapon systems: Technical, military, legal and humanitarian aspects. Expert meeting, Geneva, Switzerland, 26-28 March 2014, Ginevra, 2014, pag. 5: «Any weapon system with autonomy in its critical functions. That is a weapon system that can select (i.e. search for or detect, identify, track, select) and attack (i.e. use force against, neutralize, damage or destroy) targets without human intervention». (5) Ovvero l’apprendimento automatico profondo è la branca dell’IA che fa riferimento agli algoritmi ispirati alla struttura e alla funzione del cervello, ossia le reti neurali artificiali. Il funzionamento permette di classificare e selezionare in autonomia una serie di dati, giudicati più rilevanti, per trarne una conclusione. Un processo simile a quello del cervello umano e della logica. È molto usato per es. nella bioinformatica. Approfondimenti in Kelleher, J.D., Mac Namee, B., D’Arcy, A., «Fundamentals of Machine Learning for Predictive Data Analytics: Algorithms, Worked Examples, and Case Studies». (6) Metodi e mezzi di guerra. Art. 35, regole fondamentali: 1.In ogni conflitto armato, il diritto delle parti in conflitto di scegliere metodi e mezzi di guerra non e(illimitato. 2.E(vietato l’impiego di armi, proiettili e sostanze nonchè(metodi di guerra capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili. 3.E(vietato l’impiego di metodi o mezzi di guerra concepiti con lo scopo di provocare, o dai quali ci si puo(attendere che provochino, danni estesi, durevoli e gravi all’ambiente naturale. (7) Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the threat or use of nuclear weapons, Advisory Opinion of 8 July 1996, par. 78. (8) Heyns, C., Report of the special Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executions, Consiglio dei diritti umani, UN (H/CR/23/47, 9 APRILE 2013). (9) Risoluzione (2018/2752(RSP), parr. 2-4. (10) United Nations Institute For Disarmament Research (UNIDIR), The weaponization of increasingly Autonomous Technologies: Considering how Meaningful Human Control might move the discussion forward, 2014. (11) Report of the 2018 Group of Governmental Experts on Lethal AutonomousWeapons System, 31 agosto 2018, UN DOC. CCW/GGE.2/2018/3, parte IV.A. (12) Valori, G. E., Intelligenza artificiale tra mito e realtà. Motore di sviluppo o pericolo imminente, Ed. Rubbettino, ottobre 2021.

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PANORAMICA TECNICO-PROFESSIONALE

Disegno che rappresenta un’operazione di recupero mine nei Dardanelli (archivio autore).

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Il quadro legislativo della guerra di mine Gli effetti delle leggi internazionali e nazionali sui principali aspetti della guerra di mine Massimo Vianello

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a sempre le caratteristiche di particolare insidiosità della mina navale hanno reso piuttosto complessa la definizione di un quadro legislativo in grado di regolamentare sia i limiti d’impiego del minamento che le modalità di attuazione dello sminamento. Le leggi sino a oggi promulgate nell’ambito del diritto internazionale o in quello dell’ordinamento giuridico nazionale, da un lato hanno rivestito una funzione di salvaguardia etica del confronto tra i belligeranti e dall’altro hanno consentito la bonifica delle acque minate a tutela e nel rispetto delle molteplici attività che si svolgono sul mare. Nel passato tali leggi hanno condizionato sia la tecnologia delle armi che le procedure operative per impiegarle o per contrastarle. Ormai da tempo l’apparato legislativo inerente all’impiego di questo tipo di arma ha evidenziato di non essere più al passo con le moderne evoluzioni tecnologiche e pertanto, per la sua applicazione, talvolta è stato necessario ricorrere alle interpretazioni fornite da valenti esperti di settore e autorevoli istituti. Il presente articolo non ha la presunzione di entrare nel merito degli specifici tecnicismi giuridici ma piuttosto intende analizzare gli effetti delle leggi interna-

zionali e nazionali sui principali aspetti della guerra di mine.

La VIII Convenzione dell’Aja del 1907 Dopo la guerra di secessione americana, in seguito agli ingenti danni arrecati alle navi dell’Unione dai barilotti esplosivi e dalle torpedini (1) impiegati dai confederati, venne sollevata una questione morale in merito all’uso delle mine navali. Il dibattito che ne scaturì presso gli autorevoli cenacoli giuridici del tempo faceva seguito a precedenti discussioni sulla presunta violazione della lealtà cavalleresca attribuita all’impiego dei brulotti esplodenti (natanti di contingenza riempiti di esplosivo e lanciati contro le navi nemiche, considerati i progenitori delle mine alla deriva). Tuttavia, nel 1888, una più pragmatica corrente di pensiero, supportata dagli studi di diritto internazionale di Giulio Cesare Buzzati (2), sosteneva che l’impiego delle mine è volto al conseguimento degli obiettivi della guerra esattamente come avviene anche per l’uso degli altri tipi di armi altrettanto dannose. Si arrivò così a ipotizzare delle prime linee di condotta per l’impiego delle mine, volte a garantire i principi dell’onore militare e lo spirito cavalleresco tra i combattenti sul mare (tra cui l’affondamento o il recupero degli ordigni che non

Ammiraglio di divisione in riserva. Ha frequentato la Scuola navale militare F. Morosini e l’Accademia navale. Ha conseguito la qualificazione in armi subacquee e la specializzazione in contromisure mine. È stato il comandante del MSC Mandorlo, MHC Gaeta, fregata Maestrale e di nave Vespucci. Nel grado di contrammiraglio ha comandato le Forze di CMM (contromisure mine) e il 29° Gruppo navale. Ha partecipato alle operazioni Golfo Persico, Allied Force e Mare nostrum.

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colpivano il nemico, per evitare di danneggiare la pacifica navigazione). Del resto, se da un lato l’uso delle torpedini veniva ritenuto una forma di lotta subdola, dall’altro si deve riconoscere che la sorpresa è da sempre un fattore determinante per la vittoria nei combattimenti ed è un compito della parte offesa quello di premunirsi. Non da ultimo la mina, per il vantaggioso rapporto di costo-efficacia, dà ai più deboli la possibilità di difendersi dai più forti e pertanto era comunemente vista come arma lecita. A ogni buon conto alla fine dell’ 800 era ormai sentita da molti l’esigenza di una conferenza internazionale volta a definire una regolamentazione di tale forma di lotta. Nei primi anni del 900, con l’avvento delle torpedini ad ancoramento automatico che semplificavano significativamente le operazioni di minamento, la problematica divenne oggetto anche dei dibattiti del Parlamento italiano dove, nel 1904, venne nuovamente auspicata la già citata conferenza internazionale (3). D’altro canto la guerra russo-giapponese stava evidenziando come ormai il minamento potesse rivestire un importante ruolo nell’ambito delle operazioni navali consentendo di supportare adeguatamente la visione strategica delle Marine da guerra e ciò indusse anche molte altre nazioni a volere aprire un dibattito in cui individuare i limiti da porre all’uso delle mine. Fu così che nel 1907 si giunse alla VIII Convenzione dell’Aja che ancora oggi rappresenta l’unico vero e proprio riferimento giuridico per l’impiego delle mine navali durante i conflitti armati. La convenzione ovviamente prende in considerazione i tipi di mina allora conosciuti che rappresentavano lo stato dell’arte della tecnologia del tempo e più precisamente: le cosiddette «mine sottomarine automatiche a contatto», suddividendole tra mine ancorate e non ancorate.

gazione (per mezzo di un avviso ai naviganti e per via diplomatica ai governi) (4). A titolo d’esempio, gli effetti di quanto regolamentato sulle caratteristiche tecniche e operative delle prime mine ancorate, vengono sommariamente descritti prendendo a riferimento due torpedini della Regia Marina: la «m.a. 1890» e la «b. Novero» (5), di costruzione antecedente alla VIII convenzione ma comunque già ispirate all’osservanza dei medesimi principi. La prima, entrata in servizio nel 1890, era dotata di congegno di accensione meccanico a contatto, dispositivo di ancoramento automatico e di un sistema di salpamento che consentiva la rimozione dell’arma quando ne cessavano

Mine ancorate a contatto La convenzione ritiene lecita la posa delle mine ancorate purché vengano prese tutte le possibili precauzioni per garantire la sicurezza della navigazione pacifica. Ciò implica l’obbligo di fare in modo che le mine diventino inoffensive dopo un limitato lasso di tempo e nel caso che le mine non dovessero essere sorvegliate, di comunicare le zone pericolose per la navi-

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Disegno che rappresenta il sistema per il salpamento e recupero della torpedine «m.a. 1890» (archivio autore).

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non ancorate a meno che queste ultime non diventino inoffensive entro un’ora dal lancio (6). Ciò portò all’installazione di una valvola di allagamento sui modelli di torpedini da getto entrate in servizio presso la Regia Marina che, proprio per tale motivo, furono denominate anche torpedini a galleggiamento temporaneo. In tali ordigni, che venivano rilasciati alla deriva, il graduale ingresso di acqua attraverso la valvola ne causava l’affondamento dopo circa mezz’ora rendendoli inoffensivi.

Mine ad influenza La prima mina ad influenza (7) fu inventata dagli inglesi nel 1917 Disegno che rappresenta il sistema di disattivazione e recupero della torpedine «b – Novero» (archivio autore). (mina magnetica «M-sinker»). Se da un lato è evidente che queste armi non sono trattate dalla VIII Convenzione delle lecite esigenze di impiego bellico. La seconda, entrata l’Aja del 1907 per ragioni temporali, dall’altro è in servizio nel 1906, era caratterizzata dal posizionaanche vero che a tal proposito nessun aggiornamento mento dell’esplosivo all’esterno della cassa e da un sine è stato mai apportato. stema di recupero con sgancio dall’ormeggio e successivo capovolgimento dell’intero assieme che conProbabilmente ciò spiega il motivo per cui nella sentiva di portare la carica di scoppio al di fuori della superficie del mare, dove poteva essere estratta rendendo l’arma inoffensiva. L’ingegnoso sistema di ribaltamento provocava il disarmo dell’arma allontanando la parte battente del congegno di inerzia dal percuotitoio e rendendo l’arma inoffensiva anche nel caso di sgancio accidentale dall’ormeggio e successiva navigazione alla deriva dell’ordigno.

Mine non ancorate a contatto Nel rispetto del presupposto che le mine non devono arrecare danni in maniera indiscriminata alla navigazione pacifica, la VIII Convenzione dell’Aja del 1907 vieta l’uso di mine

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Disegno che rappresenta il sistema per l’affondamento della torpedine 40/1918 (archivio autore).

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legge italiana di guerra del 1938 (8), nel disciplinare l’uso delle armi subacquee, venisse usato il termine generico di «mine non ancorate» anziché di «mine automatiche a contatto non ancorate». Ciò lascia evidentemente presupporre come in tale categoria si volessero fare rientrare non solo le mine a contatto alla deriva ma anche quelle ad influenza che, nella maggior parte dei casi, sono ordigni da fondo. In estrema sintesi si può affermare che, seppure la VIII Convenzione dell’Aja del 1907 risultava essere applicabile al caso delle mine a contatto, quando entrarono in servizio le prime mine ad influenza non fu più possibile il rigido rispetto degli articoli riferiti al minamento.

Il Manuale di San Remo Non solo per i progressi della tecnologia delle armi ma anche in seguito alla evoluzione delle leggi internazionali, culminata nella Convenzione delle Nazioni unite sulla Legge del Mare del 1982 (9), un gruppo di lavoro costituito da affermati giuristi ed esperti navali si è occupato di fornire una interpretaCopertina del San Remo Manual on international law applicable to armed zione aggiornata del diconflicts at sea (cambridge.org). ritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare. Il lavoro svolto presso l’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo tra il 1988 ed il 1994, ha portato a un manuale in cui sono raccolte delle regole di comportamento desunte dalle leggi internazionali in vigore e dal diritto consuetudinario. Tale manuale, conosciuto come Manuale di San Remo (10), non ha il valore di una vera e propria convenzione. Tuttavia, le sue regole di comportamento sono riconosciute e seguite dalla maggior parte delle nazioni. In tal senso non è un caso che l’Istituto di San Remo mantenga importanti collegamenti con l’UNHCR (Alto Comitato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e con l’ICRC (Comitato Internazionale della

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Croce Rossa), oltre ad avere relazioni di carattere operativo con l’UE e la NATO. La parte IV sez. I del manuale, relativa ai mezzi della guerra sul mare, dedica ampio spazio alla guerra di mine alla quale sono riferite 13 delle 15 regole trattate (dalla numero 80 alla 92 estremi inclusi). Alcune di tali regole riguardano gli aspetti tecnici e tattici delle armi e non fanno più riferimento esclusivamente alle torpedini a contatto ma più in generale a «mine attive» («armed mines», nel testo originale) o «in libero galleggiamento» («free floating»), prendendo di fatto in considerazione anche gli ordigni tecnologicamente più avanzati. Altre regole rappresentano l’adeguamento dei contenuti essenziali della VIII Convenzione dell’Aja alla Legge del mare del 1982, fornendo le indicazioni circa: le limitazioni da applicarsi al minamento nelle acque dei belligeranti (acque interne, territoriali e arcipelagiche); i divieti relativi al minamento nelle acque sotto la diretta sovranità degli Stati neutrali o che impediscano il legittimo uso dell’alto mare e il passaggio in transito attraverso stretti internazionali o zone arcipelagiche. Da un punto di vista tattico e strategico, ciò si traduce nella istituzione di rotte alternative che consentano alla pacifica navigazione il legittimo uso delle acque internazionali e delle relative vie di accesso nonostante il perseguimento degli obiettivi militari da parte dei belligeranti. Infine, vengono fornite indicazioni circa lo sminamento post-bellico tramite alcune regole che non rappresentano altro che l’ottimizzazione di quanto già contemplato in materia dalla VIII Convenzione dell’Aja del 1907. Nel caso specifico, con ogni probabilità, le integrazioni apportate sono state desunte dall’esperienza maturata dal «Central Mine Clearance Board», fondato dopo l’ultima guerra mondiale per coordinare le operazioni di bonifica degli ex belligeranti. Il ruolo di coordinamento rivestito dagli organismi internazionali al termine delle guerre nel Golfo Persico, dove coalizioni di differenti Stati sono intervenute per bonificare le acque minate, rispecchia queste ultime regole di comportamento del manuale. I contenuti della parte IV del manuale sono integrati dalla regola 35 della parte II in cui vengono descritti i

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vincoli da rispettare nel caso di minamento nelle Zone Economiche Esclusive dei paesi neutrali. Invece nessun cenno all’eventuale minamento nelle zone contigue (11) viene fatto in alcuna altra parte del manuale. Va infine aggiunto che nella traduzione italiana della regola 83, relativa alla regolazione delle mine, viene usata una terminologia tecnica che, contrariamente al testo originale in lingua inglese, fa riferimento alle mine a contatto. Ciò sembrerebbe essere in contrasto con l’impostazione generale della parte IV, tesa ad adeguare i contenuti della VIII Convenzione dell’Aja a tutti i tipi di mina anziché esclusivamente alle mine a contatto. A ogni buon conto, preso atto del fatto che in ambito internazionale viene attribuito un particolare credito al Manuale di San Remo, non va tuttavia trascurato il fatto che un’ottima guida per gli addetti ai lavori è fornita anche dal Manuale di diritto umanitario applicabile ai conflitti armati in mare (12) edito dal CEMISS (Centro Militare di Studi Strategici) nel 1994. Peraltro, tale manuale è stato compilato prendendo in considerazione, oltre alle convenzioni internazionali a cui aderisce l’Italia, anche le norme della consuetudine internazionale recepite dall’ordinamento italiano tramite l’art.10 della Costituzione e le norme interne (sia di natura legislativa che regolamentare).

Gli effetti sulla pianificazione e l’esecuzione delle operazioni di guerra di mine Facendo riferimento al metodo per la soluzione dei problemi militari, si può affermare che le norme del diritto internazionale costituiscono un importante fattore da esaminare nell’ambito della fase concettuale della pianificazione delle grandi operazioni di guerra di mine. Non è un caso che anche negli stati maggiori dei principali gruppi di CMM (Contro Misure Mine) che si occupano dei livelli discendenti di pianificazione e coordinamento sia ormai contemplata la figura del LEGAD (Legal Advisor). In tal senso, se da un lato il Manuale di San Remo rappresenta un valido ausilio per un esame della situazione di riferimento negli scenari bellici o post-bellici, dall’altro rimangono aperte varie problematiche di carattere giuridico connesse con la condotta delle operazioni in tempo di pace o di crisi. Al giorno d’oggi tali

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operazioni normalmente consistono nella verifica della presenza di ordigni subacquei posati in mare a vario titolo e nella eventuale successiva bonifica delle zone caratterizzate dal relativo rischio. Più raramente si sono riscontrate anche forme di minamento protettivo realizzato dagli Stati nelle proprie acque territoriali in presenza di una imminente o possibile aggressione (13). Mentre per taluni aspetti di tali problematiche è possibile fare riferimento al diritto consuetudinario o a leggi internazionali di carattere generale o ancora a leggi nazionali che regolamentano situazioni specifiche, per altri, come viene di seguito evidenziato, persistono delle evidenti inadeguatezze normative.

Operazioni di bonifica delle jettison area Le jettison area sono zone stabilite nelle acque internazionali per la discarica di ordigni rilasciati dagli aerei militari per ragioni di sicurezza. Se da un lato l’istituzione di tali aree è contemplata dal diritto internazionale, dall’altro il brillamento che si può rendere necessario per la successiva neutralizzazione degli ordigni può danneggiare l’ecosistema e di riflesso l’economia marittima. È il caso di quanto successo nel 1999 quando gli aerei americani di rientro dalle missioni di bombardamento in Kossovo, scaricavano il munizionamento residuo nel mare Adriatico prima dell’atterraggio negli aeroporti italiani. In tali circostanze la Marina italiana, durante le operazioni Profeta (14) e Allied Force nel 1999/2000, è dovuta intervenire adottando una procedura di contingenza volta a limitare i danni ambientali. La procedura prevede: in via preliminare, l’esplosione di carichette volte ad allontanare la fauna ittica dal luogo del brillamento; in seconda battuta, l’utilizzo delle pillen werfen (15) per la realizzazione di una cortina di bolle gassose intorno alla verticale dell’ordigno da controminare, con l’intento di spezzare e ridurre gli effetti dell’onda d’urto generata dal brillamento dello stesso. Preso atto che le jettison area vengono istituite sulla base delle medesime norme del diritto internazionale che consentono l’utilizzo delle zone di esercitazione (16), si ritiene che per il diverso impatto che queste possono avere sull’ambiente, sarebbe auspicabile una più

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Palombari della Marina Militare in operazioni di sminamento.

specifica e differenziata regolamentazione volta a conciliare meglio lo svolgimento delle attività umane in mare con l’esecuzione delle operazioni militari aeree.

UMS (Unmanned Maritime Systems) Altra circostanza in cui sul piano operativo si evidenzia una inadeguatezza legislativa è quella relativa all’impiego degli UMS, più comunemente noti come droni navali. Per quanto attiene alle CMM si può affermare che in tale categoria rientrino gli AUV (Autonomus Underwater Vehicles), veicoli subacquei autonomi dotati di ecogoniometro a scansione laterale e gli USV (Unmanned Surface Vehicles), veicoli di superficie che operano

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autonomamente o telecomandati/radiocomandati, trasportando o trainando apparecchiature di scoperta o di dragaggio a influenza (17). Tuttora lo stato giuridico degli UMS non è ancora chiaramente definito. Secondo l’art. 29 della Legge del mare del 1982 gli UMS non sono equiparabili alle navi da guerra in quanto non rispondenti ai previsti requisiti, tra i quali vengono contemplati: la presenza di un ufficiale in comando e di un equipaggio sottoposto alla disciplina militare. In base al Regolamento internazionale per prevenire gli abbordi in mare, invece, qualsiasi natante che può essere usato come mezzo di trasporto è classificabile come nave e in quanto tale deve rispettare le regole anticollisione. Inoltre, il diritto umanitario applicabile ai conflitti armati in mare prevede che gli UMS possano essere impiegati come tutte le altre armi mentre la Legge sul mare all’art. 20 stabilisce che nelle acque territoriali non soltanto i sottomarini ma qualsiasi altro veicolo subacqueo, debba navigare in superficie mostrando la bandiera. In tempo di pace le dicotomie esistenti trovano una parziale soluzione ricorrendo, laddove possibile, all’uso degli UMS all’interno delle zone appositamente regolamentate nella Premessa agli Avvisi ai Naviganti. Per quanto invece attiene all’impiego degli UMS nei conflitti armati, è intuitivo pensare che sarebbe auspicabile l’aggiunta di una apposita regola di comportamento nel Manuale di San Remo per avere un’interpretazione univoca circa l’impiego di tali mezzi nel rispetto delle normative esistenti. A tale proposito

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presenta un possibile termine di riferimento in tema di impiego delle mine nelle proprie acque territoriali in tempo di pace: la presenza di mine posate nelle acque territoriali deve essere dichiarata; le operazioni di contromisure mine nelle acque territoriali devono essere effettuate dietro il consenso dello Stato che ne esercita la sovranità; non può essere impedito il passaggio attraverso gli stretti che mettono in comunicazione le acque internazionali.

Operazioni di bonifica in cooperazione con i mezzi civili

L'Agenzia europea per la difesa ha sviluppato un modo flessibile per realizzare progetti di ricerca e tecnologia nel campo dei sistemi marittimi senza pilota (UMS) per future applicazioni navali, sperimentando dispositivi come il REMUS 6000. La serie REMUS (Remote Environmental Monitoring UnitS) sono veicoli subacquei autonomi (AUV) realizzati dalla Woods Hole Oceanographic Institution e progettati dal loro Oceanographic Systems Lab (OSL) (eda.europa.eu).

è indicativo il fatto che uno studio dell’EDA (European Defence Agency), denominato SARUMS (Safety and Regulation for Unmanned Maritime Systems), si stia occupando proprio della regolamentazione e la sicurezza dell’uso degli UMS.

Minamento protettivo in tempo di pace Un raro caso di minamento in tempo di pace può essere identificato in quello del 1946 nelle acque territoriali albanesi del canale di Corfù. Due navi di un gruppo navale della Royal Navy in transito nel canale furono danneggiate da mine a contatto e pochi mesi dopo, in risposta a quanto accaduto, il Regno Unito decise di effettuare operazioni di dragaggio in quelle acque senza richiedere alcuna autorizzazione alle autorità albanesi. Al termine della operazione, denominata Operation Retail, ne scaturì un contenzioso tra i due stati. Il Regno Unito reclamò presso le Nazioni unite la violazione della VIII Convenzione dell’Aja del 1907 e del principio del passaggio in transito mentre l’Albania reclamò la violazione della sua sovranità nazionale nelle acque territoriali. Nel 1949 la Corte Internazionale di Giustizia, nella sua veste di principale organo giuridico delle Nazioni unite, formulò la seguente sentenza che tutt’oggi rap-

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Talune leggi e normative nazionali consentono di regolamentare e integrare alcuni aspetti particolari delle più generali leggi internazionali salvaguardandone il rispetto dei principi fondamentali. Preso atto della particolare attenzione che viene posta dalla Legge sul mare del 1982 nei confronti della salvaguardia dell’ambiente marino, corre l’obbligo di menzionare il d.m. 28 febbraio 2017. Tale decreto regolamenta le attività di ricerca e individuazione di ordigni esplosivi residuati bellici situati nel mare territoriale e nelle acque interne italiane, svolte da imprese civili specializzate che operano sotto il controllo esercitato dal Segretariato generale della Difesa per il tramite del Comando Logistico della Marina Militare. Gli ordigni localizzati e identificati dalle imprese civili, vengono successivamente neutralizzati dai pertinenti reparti militari. L’attuazione di questa forma di collaborazione civile-militare nelle acque dei poligoni addestrativi, consente di preservarne l’ambiente marino e al contempo di aumentare l’indice di disponibilità dei mezzi di CMM per le operazioni più complesse.

Conclusioni La VIII Convenzione dell’Aja del 1907 rimane tutt’oggi l’unico vero strumento legislativo specificatamente dedicato alla regolamentazione della guerra di mine durante i conflitti armati in mare. Tuttavia, l’evoluzione della tecnologia degli armamenti e i significativi aggiornamenti apportati al diritto internazionali dalla Legge del mare del 1982, hanno reso la convenzione inadeguata alle moderne caratteristiche di tale forma di lotta. Il Manuale di San Remo ha parzialmente posto ri-

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Il quadro legislativo della guerra di mine

medio ai vuoti normativi fornendo delle interpretazioni e delle integrazioni dei contenuti della VIII Convenzione dell’Aja, basati non solo sulla Legge del Mare del 1982 ma anche sul diritto consuetudinario. Tale manuale, pur non avendo il valore di una vera e propria legislazione, fornisce delle regole di comportamento a cui fanno riferimento la maggior parte delle nazioni. Deve essere però osservato che il Manuale di San Remo si riferisce ai conflitti armati in mare e pertanto per le operazioni di contromisure mine da condurre in tempo di pace o crisi sussiste la necessità di ricorrere a interpretazioni di leggi internazionali generiche. In alcuni casi queste ne recepiscono talune particolarità (come nel caso del Codice internazionale dei segnali e delle norme per prevenire gli abbordi in mare, per ciò che attiene alle possibili interferenze delle contromisure mine con la navigazione civile) ma, in altri, non forniscono un quadro giuridico facilmente interpretabile (come nel caso in cui si debba stabilire se il principio dell’auto difesa sia applicabile all’uso delle mine oppure nel caso del ricorso al minamento per supportare i blocchi navali, tema sul quale sussistono differenti interpretazioni). In particolari situazioni alcune leggi e regolamenti nazionali consentono di normare gli aspetti di dettaglio

necessari per l’applicazione dei più generali concetti della pertinente giurisprudenza. È il caso delle leggi di guerra, per quanto riguarda l’impiego delle armi subacquee e del naviglio requisito (18) per lo sminamento oppure quello della Premessa degli Avvisi ai Naviganti (19), per quanto riguarda le zone caratterizzate dalla possibile presenza di residuati bellici e le aree regolamentate per l’addestramento alle contromisure mine. In senso generale si può affermare che il quadro giuridico inerente alla guerra di mine ha notevolmente influito sia sugli aspetti tecnici delle armi e dei sistemi che sulla pianificazione e condotta delle operazioni militari in mare, evidenziando in tali frangenti alcune lacune interpretative. Al giorno d’oggi la crescente minaccia terroristica che caratterizza molti degli attuali scenari operativi, vede proprio nella mina un’arma particolarmente idonea ai propri scopi. Pertanto, in tale contesto, è auspicabile che le persistenti lacune legislative possano diventare oggetto di un nuovo processo di revisione interpretativa analogamente a quanto avvenuto nel 1994 per il Manuale di San Remo e che, nel più lungo termine, si possa addivenire a un aggiornamento dei veri e propri strumenti legislativi pertinenti. 8

NOTE (1) Torpedine: denominazione originaria della mina navale (Ernesto Simion, L’adozione e l’evoluzione delle armi subacquee nella Marina Militare, in Rivista Marittima, aprile 1927, pp.451). (2) G.C. Buzzati: professore di diritto internazionale presso l’università di Padova (Giulio Cesare Buzzati, L’offesa e la difesa nella guerra secondo i moderni ritrovati, in Studio di Diritto Internazionale, Loescher 1888). (3) Atti parlamentari della Camera dei deputati relativi alla tornata del 25 maggio 1904, pp. 12901. (4) VIII Convenzione dell’Aja del 1907 art. 1.2 e 3. (5) Torpedine «b. Novero»: torpedine ad ancoramento automatico per difesa e blocco con carica esterna e disattivazione a distanza (P.P., Torpedini da blocco ad ancoramento automatico, in Rivista Nautica, 1908, pp. 158). (6) VIII Convenzione dell’Aja del 1907 art. 1.1. (7) Mine ad influenza: mine che percepiscono le perturbazioni ambientali (magnetiche, acustiche, bariche) generate dal transito delle navi, che ne determinano l’esplosione. (8) R.D. 1938 n.1415 titolo III capo II, Armi Subacquee. (9) Più comunemente denominata UNCLOS: United Nations Convention on Law of Sea. (10) Più propriamente denominato San Remo Manual on International Law Applicable to Armed Conflict at Sea. (11) Zona adiacente alle acque territoriali in cui uno stato può esercitare i controlli necessari a prevenire e reprimere le violazioni alle leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria o d’immigrazione vigenti nel suo territorio (Fabio Caffio, Glossario di diritto del mare, II edizione, maggio 2001, pp.83). (12) Natalino Ronzitti, Manuale di diritto umanitario applicabile ai conflitti armati in mare, in Ricerca CEMISS 16.G, dicembre 1994. (13) L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto di autodifesa collettiva od individuale nel caso di attacco armato. (14) Dal nome del peschereccio di Chioggia su cui un marittimo rimase ferito in seguito all’esplosione di una cluster bomb impigliata nella rete da pesca recuperata a bordo. (15) Dispositivi che generano bolle gassose, normalmente impiegati nella lotta antisom per disturbare la scoperta ecogoniometrica. (16) Fabio Caffio, Glossario di diritto del mare, II edizione, maggio 2001, pp.89. (17) Per la neutralizzazione delle mine alla deriva, tema preso particolarmente in considerazione dalla VIII Convenzione dell’Aja, già dagli anni ’90 venne sperimentato il SAMAD (Sistema Anti Mine alla Deriva) costituito da un veicolo di superficie radiocomandato spendibile, munito di carica di controminamento. Il sistema venne sviluppato dall’allora MARICENTROMINE (Centro Addestramento alla Guerra di Mine) nell’ambito di un più ampio programma di contrasto alle mine alla deriva. Il progetto comprendeva anche l’ECMO (Ectolo Contro Mine Ormeggiate): carica esplosiva rilasciata dai veicoli subacquei filoguidati che risaliva l’ormeggio delle mine ancorate portandosi a contatto con la cassa di queste ultime per poi consentirne il brillamento. Ciò permetteva di non ricorrere al dragaggio meccanico, eliminando il rischio di ordigni vaganti in mare. (18) R.D. luglio 1938 n. 1415 titolo III capo II, Uso di armi subacquee; RDL 19 settembre 1935 n.1836 capo III art. 11, Organizzazione della Marina Mercantile per il tempo di guerra. (19) Istituto Idrografico della Marina, Premessa agli Avvisi ai Naviganti, in I.I. 3146, pp.41;43;30.

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Laboratorio di restauro “I mestieri del mare” Progetto di integrazione dei giovani a rischio dell’area penale campana

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La storia degli “Scugnizzi a vela” rappresenta un patrimonio di sinergie, tra persone da accudire e barche in legno a vela da recuperare. Le barche sono impiegate come materiale didattico nelle attività realizzate nel laboratorio “I mestieri del mare” e rappresentano, per i ragazzi, una fantastica miscela di storia, cultura ed arte marinaresca, indispensabili elementi di innesco del processo di autostima. I costi per la realizzazione di attività che contribuiscono alla crescita dei ragazzi e al loro inserimento nella collettività sono sostenuti dai volontari LIFE onlus, da etiche Organizzazioni e dal determinante supporto logistico della Marina Militare, dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Tirreno Centrale e dalla intensa collaborazione instaurata con il Centro di Giustizia Minorile della Campania – Dip.to Giustizia Minorile. Non smetteremo mai di ringraziare la Marina Militare per la coraggiosa disponibilità dimostrata nel condividere il progetto “Scugnizzi a vela”, il primo del genere ad essere realizzato in Italia. I ragazzi vivono nel cantiere scuola, all’interno del Quartier Generale Marina Militare di Napoli, uno stage di “educazione civica” con il miglior modello rappresentativo che possa essere preso come riferimento. La realtà quotidiana dei ns. giovani è fatta di esempi “positivi”, di uomini e donne da imitare, in un ambiente di persone dedite ai principi del rispetto, della responsabilità e del dovere che stimolano gli scugnizzi a perseguire strade nuove, diverse e nella legalità. Questa inaspettata integrazione con il personale civile e militare della Marina Militare rappresenta un punto di partenza al di fuori di tutte le logiche socio – educative attualmente in essere. INIZIATIVE INTRAPRESE NEL CORSO DEL 2021:

8 NAVI SCUOLA CARACCIOLINE Campania social boat. ▪ Matteo

▪ Elisabeth I

▪ Bliss

8 LABORATORIO MARINARESCO "I MESTIERI DEL MARE". 8 PROGETTO “AMICI COME PRIMA . . .”

Gli “Scugnizzi a vela” visitano: ▪ II Reparto Tecnico di Supporto della Guardia di Finanza ▪ Direzione Fari e Segnalamenti Marina Militare ▪ Quartier Generale italiano JFC NATO Naples ▪ Nave Gregoretti Guardia Costiera ▪ Nave Peluso Guardia Costiera

8 PROGETTO “RITORNO A SCUOLA . . . ”

Gli “Scugnizzi a vela” accolgono: ▪ I.S.I.S.S. “C. Colombo” ▪ I.S.I.S “Alfonso Casanova” ▪ I.C.S. “Adelaide Ristori” ▪ I.S.I.S. “Isabella D’Este Caracciolo” ▪ I.T.I.S. “Alessandro Volta” ▪ Scuola della Famiglia - Fondazione Grimaldi ▪ I.C. “Marotta” ▪ Istituto “Dalla parte dei bambini”

8 FICTION MARE FUORI 8 AMICI DEGLI SCUGNIZZI A VELA “Life onlus”

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.... a ricordo di Erminio Bagnasco

Erminio Bagnasco, marinaio e storico navale di Maurizio Brescia - Direttore “Storia militare”

Queste sono note che non avrei mai voluto scrivere. Nelle primissime ore del 13 gennaio scorso, ci ha lasciati il comandante Erminio Bagnasco. Autore a livello nazionale e internazionale di un colossale numero di saggi, articoli, volumi e pubblicazioni di grande valenza per il settore della pubblicistica storico-navale; fondatore nel 1993 del mensile che ho l’onore di dirigere dopo essergli succeduto nell’agosto del 2014, sino ai suoi ultimi giorni, ha continuato a collaborare con navigata competenza, con passione e autorevolezza alle pubblicazioni della nostra casa editrice. Sono entrato in contatto con il comandante Bagnasco nel 1987, ma lo conoscevo, indirettamente, già molti anni prima perché, sin dagli anni Settanta, quando frequentavo ancora le scuole superiori, ero un appassionato e cultore degli aspetti storici e di quelli tecnici delle Marine militari e diversi suoi libri facevano già parte della mia allora piccola biblioteca. Lo conobbi di persona in occasione di un raduno dei soci italiani della International Naval Research Organization, un’associazione statunitense che riunisce appassionati e studiosi navali di varie nazionalità e che dal 1963 pubblica il trimestrale Warship International. Sin da quel primo incontro entrammo subito in sintonia ed Erminio Bagnasco — che per me era e resta «il Comandante» per antonomasia — volle presto coinvolgermi nella realizzazione della componente grafica dei libri della «Nuova serie Orizzonte Mare», collana di cui, insieme all’editore Ermanno Albertelli, aveva avviato la pubblicazione proprio in quegli anni. I disegni e le tavole che preparai per il volume doppio di quella serie sui cacciatorpediniere classe «Soldati» furono il punto di partenza di una collaborazione che si è protratta nel tempo, senza soluzioni di continuità, sino alla sua scomparsa: quasi 35 anni di continui contatti, progetti e «lavori navali» che hanno trasformato un rapporto di cooperazione e stima in una vera e propria amicizia. Non sarei arrivato ad assumere il suo ruolo senza i suoi insegnamenti, il suo appoggio costante, le sue conoscenze, i suoi libri, la sua collezione fotografica e — ribadisco di nuovo — la sua amicizia sempre schietta, anche «burbera» quando era necessario, ma sempre disinteressata, costruttiva e tale da farmi crescere professionalmente e anche umanamente. È stato proprio questo il pregio di Erminio Bagnasco: aver saputo valorizzare non pochi «giovani» (di allora), favorendone e guidandone la crescita professionale e inserendoli in un ambito di nicchia ma che, a livello nazionale, può contare su migliaia di appassionati soprattutto quando, a ottobre del 1993, firmò da direttore il primo numero del mensile Storia militare. A partire da allora, l’amico Erminio è stato per me un autentico maestro; volle coinvolgermi sin da subito nell’«avventura» della rivista e in molte altre iniziative editoriali. Mi mancherà, come mancherà a tutti noi. Ritengo una grande fortuna essere stato prima un suo allievo, poi un suo collaboratore e di essergli subentrato nella direzione della rivista quando decise di lasciare il «servizio attivo». Cionondimeno, negli anni successivi la sua collaborazione proseguì inalterata con il sottoscritto e la casa editrice, continuando sino ai primi giorni di gennaio di quest’anno a riprova di una professionalità, di una passione e di

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Porto di Genova, 22 aprile 1957. Un giovanissimo Erminio Bagnasco (a sinistra) insieme a un altrettanto giovane Giorgio Ghiglione — che in seguito si affermerà come uno tra i più importanti fotografi navali del dopoguerra — e, a destra, Aldo Fraccaroli all’epoca già attivissimo nel campo dei reportage fotografici che realizzava per conto del noto annuario Jane’s all the World Fighting Ships cui, in seguito, collaborò anche Erminio Bagnasco (coll. Stefano Bagnasco).

un’amicizia la cui assenza, ora, mi fa sentire più solo, perché si è concluso un periodo unico, irripetibile e bellissimo della mia esistenza. Erminio Bagnasco era nato a Genova, nel novembre del 1937 e, sin da giovanissimo, manifestò attrazione per il mare e la navigazione. Rimase molto colpito dalla perdita in guerra di suo cugino Giancarlo, disperso nell’affondamento del sommergibile Romolo, nel 1943, sul quale era ufficiale di rotta. Dopo il diploma di maturità, conseguito all’Istituto tecnico nautico «San Giorgio», imbarcò come allievo terzo ufficiale di coperta e poi terzo ufficiale su navi mercantili per un paio d’anni fino a quando, nel settembre 1958, fu ammesso al 53° corso Allievi ufficiali di complemento dell’Accademia navale, per il corpo di Stato Maggiore. Nell’estate del 1959 fu nominato aspirante guardiamarina, con specializzazione in artiglieria e missili e, grazie agli ottimi risultati conseguiti negli studi, si classificò secondo nella graduatoria del suo corso. Dopo un primo imbarco sull’avviso-scorta Orione tentò la strada del volo, frequentando il corso di pilotaggio basico iniziale, a Lecce, alla fine del quale conseguì il brevetto di pilota d’aeroplano su velivolo T-6 Texan, ma non riuscì a superare la fase successiva, rientrando quindi al servizio navale. Imbarcò in seguito sulla nave idrografica Staffetta e poi sulla nave da sbarco Etna come ufficiale addetto al servizio marinaresco; risultò vincitore (1° classificato) al concorso per il transito in servizio permanente effettivo, imbarcando sulla nave scuola Amerigo Vespucci per la crociera estiva del 1961, come sottordine all’ufficiale di rotta. Promosso al grado di sottotenente di vascello, su sua richiesta venne assegnato al Comando Motosiluranti di Brindisi, dove rimase in servizio per diversi anni con l’incarico di comandante di motosilurante, comandante di sezione motosiluranti e segretario di squadriglia (42ª e 44ª), fino al 1966, quando fu trasferito a bordo dell’incrociatore lanciamissili Giuseppe Garibaldi, in qualità di «capo servizio marinaresco» prima e, successivamente, come «capo reparto armi», alle dirette dipendenze del direttore di tiro dell’unità, l’allora capitano di corvetta Franco Papili, uno dei maggiori esperti di artiglieria della Marina Militare. Trasferito nuovamente a bordo del Vespucci nella primavera del 1969, compì la sua seconda crociera addestrativa in nord Europa, questa volta in qualità di «capo servizio marinaresco». Alla fine Il sottotenente di vascello Erminio Bagnasco, segretario di Comflotmos 1, a bordo della motosilurante MS 472 nel 1966 (coll. Stefano Bagnasco). dello stesso anno, assunse il comando della cannoniera

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Erminio Bagnasco, con l’immancabile sigaretta, a bordo dell’Amerigo Vespucci nell’estate 1969 (coll. Stefano Bagnasco).

Molosso, di base a Venezia, fino all’estate del 1971, quando lasciò la Marina Militare congedandosi con il grado di capitano di corvetta e trasferendosi a Milano per intraprendere l’attività di dirigente d’azienda. In questo nuovo ruolo, nel tempo Erminio Bagnasco collaborò con alcune importanti società industriali, editoriali e finanziarie sino al suo pensionamento, nel 1998. Sin qui gli aspetti biografici, ma, alla sua carriera in Marina e alla successiva attività lavorativa Erminio Bagnasco affiancò sempre quella dell’attività pubblicistica, poi attuata a tempo pieno a partire dal 1998. Già dai primi anni Sessanta, insieme agli amici genovesi Giorgio Ghiglione, Augusto Nani ed Ermanno Martino mosse i primi passi nel settore dell’editoria storico-navale, collaborando anche con il noto pubblicista e fotografo Aldo Fraccaroli, la cui vasta collezione di immagini è oggi conservata negli archivi dell’Ufficio Storico della Marina Militare (USMM). In quel periodo iniziò a scrivere i suoi primi articoli per il periodico Le vie del mare e venne presto chiamato a collaborare con l’Ufficio Storico della Marina Militare, dove incontrò l’ammiraglio Aldo Cocchia (Medaglia d’Oro al Valore Militare, che divenne presto il suo mentore nello studio della storia navale) e l’ammiraglio Antonio Scialdone, anch’egli Medaglia d’Oro e cultore di storia e tradizioni navali. Questa prima fase di attività editoriale portò, nel 1967, alla pubblicazione del suo primo volume di ampio respiro, I Mas e le motosiluranti italiane, edito dall’USMM: una passione che lo accompagnò per tutta la vita anche grazie al periodo di servizio trascorso, come è stato ricordato, a bordo di queste unità. Nel 1974 iniziò la propria collaborazione con un altro «grande» della storiografia navale italiana di quel tempo: Giorgio Giorgerini con cui, «a quattro mani», scrisse il volume Navi in guerra. Gli anni Settanta furono importanti nel consolidamento di Erminio Bagnasco quale affermato e autorevole pubblicista del settore: nel 1973, con I sommergibili della Seconda guerra mondiale, iniziò con l’editore Ermanno Albertelli di Parma una proficua collaborazione che si è interrotta solo alcuni anni fa con la cessazione delle attività della casa editrice. I sommergibili della Seconda guerra mondiale ha beneficiato, nel tempo, di un grande successo nazionale e internazionale, con numerose ristampe dell’opera originaria ed edizioni estere in inglese, tedesco e francese; di poco successivo è il volume Le motosiluranti della Seconda guerra mondiale, testo onnicomprensivo e ancora oggi valido, tant’è vero che è in fase di nuova pubblicazione in Francia. Tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta uscirono, sempre per i tipi dell’editore Albertelli, numerosi volumi dal caratteristico formato «ad album», anch’essi più volte ristampati e a oggi ancora fondamentali per l’approfondimento della tecnica e delle vicende della Marina italiana nel corso della Seconda guerra mondiale: Navi e Marinai Italiani della Seconda guerra mondiale (a cui Erminio Ba-

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gnasco resterà sempre emotivamente legato), I mezzi d’assalto della Xª Flottiglia MAS (in collaborazione con Marco Spertini) e Sommergibili in guerra (insieme ad Achille Rastelli). Sempre della metà degli anni Ottanta è l’avvio della collana «Orizzonte Mare» (nuova serie), relativa a classi di caccia e incrociatori non trattati nella serie iniziale di più di un decennio precedente, pubblicata da diverse case editrici romane. In seguito, quasi come «splendida» conclusione di un quarantennale rapporto professionale e di amicizia con l’editore Ermanno Albertelli, tra il 2003 e il 2011 venne pubblicata una serie di cinque ricchi ed eleganti volumi di grande formato, anch’essi dedicati a numerosi aspetti storico-tecnici della Regia Marina nel conflitto 1940-45 per la quale vanno ricordati, in particolare, In guerra sul mare e Le navi da battaglia classe «Littorio» 1937-1948. Il primo è una vastissima raccolta di immagini fotografiche, esaustivamente commentate, relativa alle navi, agli uomini e alle attività della Marina italiana nel Secondo conflitto mondiale; il secondo è un testo che ha «fatto scuola» in Italia e all’estero, esaurito da lungo tempo, ma recentemente (2021) riproposto dall’Ufficio Storico della Marina Militare. De Le navi da battaglia classe «Littorio» 1937-1948 è stata realizzata l’edizione in lingua inglese, diffusa in gran Bretagna dall’editrice Seaforth Publishing e negli Stati Uniti dall’U.S. Naval Institute. La creazione (ma penso sarebbe meglio dire la creatura) di Erminio Bagnasco di più ampio respiro e di maggiore durata è la rivista mensile Storia militare, il cui primo numero uscì in edicola a ottobre del 1993 dopo un lungo periodo di valutazione e studio del settore storico-militare italiano in cui si avvertiva la mancanza di una rivista periodica allo stesso tempo autorevole, ricca di contenuti e aperta alla collaborazione dei principali esperti di argomenti navali, terrestri e aeronautici. Sempre in collaborazione con l’editore Albertelli (e con il fondamentale apporto del Comitato di redazione iniziale, composto da Giorgio Apostolo, Ferruccio Botti, Andrea Curami e Achille Rastelli) Storia militare costituì sin da subito un autentico punto di riferimento, crescendo dalle

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iniziali 48 pagine alle attuali 64, affiancata ad aprile del 2012 dal bimestrale «Storia militare dossier» e, dopo che nel 2014 è subentrata la nuova casa editrice, da un secondo bimestrale, «Storia militare Briefing», nel 2017, più indirizzato ad aspetti tecnici di mezzi aerei, navali e corazzati. Nell’ultimo decennio Erminio Bagnasco ha «firmato», in aggiunta a importanti articoli, numerosi bimestrali, tra cui ricordiamo, per i «Dossier», la riproposizione di titoli come In guerra sul mare, i sommergibili italiani 1940-1943 (alla cui realizzazione ha partecipato anche il sottoscritto), I mezzi d’assalto italiani 1940-1945 e novità come Le corazzate classi «Conte di Cavour» e «Duilio» 1911-1956, scritto con Augusto de Toro e recentemente ripubblicato in lingua inglese sempre dalla britannica Seaforth Publishing. Tra i «Briefing» ricordiamo invece PTBoats: le motosiluranti dell’US Navy, Schnellboote: le motosiluranti tedesche 19391945 e il recente (giugno 2021) Cacciatorpediniere classe Soldati. Il suo ultimo lavoro, nell’inverno 2020-21, è «Storia militare Dossier» n. 58 e 59 U-BOOTE. I sommergibili tedeschi 1939-1945, scritto a quattro mani con Anthony Vitali Hirst. Erminio Bagnasco è scomparso a Milano, dopo una lunga malattia, all’età di 84 anni. Lascia un figlio, Stefano, che dal 2015 è presidente del consiglio d’amministrazione di Edizioni Storia Militare S.r.l. e due nipoti, Giovanni e Sinty. Giovanni è un giovane collaboratore di Storia militare in ambito cartografico.

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Erminio Bagnasco, mio padre di Stefano Bagnasco Dell’opera di mio padre ritengo sia giusto che parlino coloro che hanno lungamente collaborato con lui e che ne hanno idealmente raccolto l’eredità culturale: uno per tutti l’amico Maurizio Brescia, cresciuto alla sua scuola di storiografia navale. Io preferisco invece scrivere di aspetti che riguardano il mio rapporto con lui, nell’ambito della nostra comune passione per la storia. Mio padre ha sempre scritto. Uno dei primi ricordi che ho di lui, che risale probabilmente all’inizio degli anni Settanta, lo vede alla scrivania intento a scrivere a mano pagine e pagine nel suo leggendario stampatello minuscolo, graficamente perfetto che, poi, mia madre Gabriella era solita battere pazientemente a macchina per gli editori non senza correggere qualcosa, sbuffando, da buona maestra elementare di una volta. Se ho maturato passione per la storia — che fu sempre una delle mie materie preferite a scuola — lo devo sicuramente a mio padre. Il primo insegnamento che ebbi da lui in questo ambito, quando forse non ero nemmeno adolescente, fu quello che le risposte alle domande che man mano mi ponevo, stavano tutte nei libri e nelle immagini. Il miglior metodo di ricerca storica, poteva essere solo guidato dalla curiosità e dalla capacità di osservazione e confronto. In particolare, il grande valore delle fotografie, secondo il pensiero di mio padre, sta nelle certezze date da una loro attenta osservazione. Con i giusti strumenti culturali, è possibile interpretare in senso storico quei dettagli, anche i più insignificanti ma invece in grado di rivelare molto e, soprattutto, in modo incontrovertibile rispetto alle testimonianze dei protagonisti, soggette a molti elementi e influenze di diversa natura. Nonostante il mio interesse per «la parte più navale della vita», come usavamo dire con lui (e che mi portò anche in Marina per un po’) ho sempre temuto molto di vivere un po’ alla sua rincorsa (missione impossibile…) e ho quindi preferito cercare una mia via allo studio della storia militare, approfondendo, magari, quelle tematiche di mio interesse ma meno trattate da lui o, addirittura, più lontane dai suoi interessi personali. Unica eccezione credo, le mie ricerche sui mezzi insidiosi che, partendo comunque dalle sue, hanno cercato di sviluppare aspetti meno approfonditi da mio padre o epoche successive alla Seconda guerra mondiale. Ho sempre fatto leggere a mio padre tutta la mia produzione, prima di consegnarla per l’impaginazione; quando mi restituiva le bozze, con le dovute correzioni, era particolarmente soddisfatto soprattutto quando poteva dirmi di «aver letto cose che non sapeva». E questo è un altro suo grande insegnamento. Mio padre non è stato né un uomo né un padre «facile», ma ha svolto tutti e due i ruoli secondo quello che ha sempre ritenuto essere il modo più corretto di farlo. Ha sempre voluto che mi guadagnassi le cose e per questo gliene sono grato, anche se, a volte, mi è costato molto e non sempre ne ho compreso il perché. Da lui ho appreso anche l’importanza della pianificazione, in qualsiasi ambito, pur mantenendo la capacità di improvvisare, quando necessario. Così come l’importanza del «calcolo costi/benefici», prima di prendere le decisioni; in maturità, aveva fatto sua la frase «le guerre costano morti e feriti, da tutte e due le parti» che usava spesso invitando a valutare bene le decisioni prese per motivi di principio. Credo si trattasse di una frase di mio nonno materno, Luigi Fulvi, un ammiraglio «della vecchia guardia» (essendo diventato guardiamarina nel 1932): sicuramente un suo grande mentore, così come mio. Dell’unico libro che ho scritto, chiesi a mio padre di scrivere la presentazione; con mia delusione, la prima risposta fu negativa, adducendo come motivazione il suo più convinto anti-nepotismo e la necessità di mantenere un taglio «professionale» del lavoro. Dopo averne parlato diverse volte e dopo che si era reso conto, mi disse, della qualità della mia ricerca, mi accordò una presentazione ma mi avvisò che sarebbe stata di tono professionale, volutamente distaccato. Ne cito una parte: «Credo che l’interesse di mio figlio Stefano per gli elicotteri sia stato davvero molto precoce. Ricordo che quando era ancora piccolissimo, e saltuariamente vivevamo alla foresteria ufficiali di Taranto, non appena sentiva un battito di pale, correva al balcone, dove rimaneva inamovibile, a occhi sgranati, a seguire appontaggi e decolli…» Mio padre era così. Rivista Marittima Gennaio 2022

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Erminio Bagnasco, imprenditore dell’editoria militare Come io lo vidi di Augusto de Toro - Esperto italiano di storia e politica navale

Conoscevo Erminio Bagnasco da molto tempo, ben apprezzando il lavoro da lui svolto nel campo storico navale, ma sapendo pure dell’esperienza di dirigente in una importante casa editrice anche nel ramo del marketing, impronta che avrebbe poi trasfuso nelle successive attività. La nostra diretta collaborazione iniziò nel 1993, al sorgere dell’iniziativa editoriale, sua e di Ermanno Albertelli, di Storia militare, quando, cioè, mi contattò assieme a numerosi altri cultori e studiosi per collaborare con la nuova rivista. Quando lo fece, i lineamenti del progetto erano già largamente definiti, ma l’occasione fu utile per confrontarci su alcuni aspetti economici che spiegano molto della sua visione editoriale. Sapevo quanto fosse difficile in Italia la vita per l’editoria militare, se non sostenuta da aiuti pubblici, e gli chiesi subito se avesse pensato di cercarne fra quelli esistenti come era stato ottenuto da altre importanti testate del settore e nella sottesa, debole mia speranza che la rivista fosse solo navale. Agli aiuti disse senz’altro di no: non perché temesse condizionamenti, ma perché non intendeva soggiacere ai gravami burocratici che questi, inevitabilmente, comportano. Le entrate della rivista, dunque, sarebbero derivate esclusivamente dalle vendite (per ordine: edicole, abbonamenti e alcune librerie specializzate) con un limitato apporto pubblicitario e sarebbe stata accompagnata da una gestione commerciale e finanziaria, che non molto concedeva alle suggestioni e proposte dei pur validi autori che si allontanavano da questo solco. Queste premesse sono al fondo dell’attento bilanciamento degli argomenti trattati fra Esercito, Marina e Aviazione — aderente, cioè, alla tripartizione dei «gusti» dei lettori, in quanto uno o due soli di essi non avrebbero retto il mercato — della periodizzazione, che, almeno agli esordi, si sarebbe concentrata nelle due guerre mondiali e negli anni che le separarono e, soprattutto, nella marcata impostazione illustrativa. Da sempre era cultore della fotografia; lo testimoniano i magnifici volumi fotografici che ci ha lasciato, i quali testimoniano quanto possa essere utile ed efficace anche una lettura della storia per immagini, là, evidentemente, dove queste lo permettono. Era, dunque, persuaso dell’importanza documentale della fotografia, accompagnata da adeguate analisi storiche, come pure della decisiva capacità attrattiva verso il vasto pubblico degli appassionati. Gli stessi tagli dei testi, comunque curati, non avrebbero dovuto indulgere a impostazioni troppo accademiche o professionali — non pochi dei collaboratori provenivano da quelle aree — bensì essere sempre in grado di intercettare la vasta area degli appassionati, senza la quale — non occorre più dirlo — la rivista non avrebbe potuto reggersi. Su tutti questi aspetti vi furono vivi confronti che lo indussero presto a rafforzare il taglio scientifico, per esempio, con citazioni delle fonti in nota o complete bibliografie, e a trovare il delicato equilibrio fra buona divulgazione e rigore scientifico. Che così sia stato, lo attesta, da un verso, il successo nelle vendite, dall’altro, il riconoscimento, ottenuto nel 2011, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) con l’inserimento di Storia militare nell’elenco delle «Riviste scientifiche» utili all’assegnazione di punteggi nei concorsi universitari.

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L’ideazione, sempre sua e di Albertelli, negli anni a seguire, di due periodici monografici bimestrali alternati, simili ma non uguali, denominati «Dossier» e «Briefing» consente di sviluppare altre considerazioni. Per caratteristiche e dimensioni, soprattutto il «Dossier» (il primo ad apparire in pubblico) ben si prestava, specie nei numeri multipli per tema trattato, a essere un «prodotto» da libreria. Erminio Bagnasco, attentissimo alla gestione commerciale e distributiva dei prodotti, optò per l’edicola. Rispetto alla libreria questa soluzione presenta, infatti, il vantaggio di un più rapido ritorno degli investimenti, di permettere una distribuzione sul territorio più capillare rispetto a quella offerta dalle poche librerie in Italia interessate alla letteratura militare e di presidiare meglio il mercato a complemento della «rivista madre» e compensazione degli andamenti di vendita. Quando nel 2014 Erminio Bagnasco ed Ermanno Albertelli passarono il testimone alla nuova compagine societaria, di cui anche chi scrive fa parte, questa acquisì un’azienda più che solida sotto il profilo economico-finanziario, con tre prodotti saldamente presenti su tutto il territorio nazionale, con elevata redditività e notevoli possibilità di crescita, come si sta verificando in questi ultimi anni specie con le traduzioni per il mercato anglofono. In retrospettiva, non si può quindi che riconoscere la giustezza di fondo della gestione e della linea editoriale del suo fondatore, sulle cui tracce si continua a operare.

Le copertine di numeri della Rivista Marittima dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, contenenti articoli e saggi di Erminio Bagnasco.

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In ricordo dell’amico Erminio Bagnasco di Paolo Pagnottella - Ammiraglio di squadra (ris), già Presidente nazionale dell’ANMI Ti ricordi, Erminio, il nostro primo incontro? Avevo assunto il comando del sommergibile Enrico Dandolo la mattina alle 09.00, nel corso della tradizionale cerimonia sulla banchina della Veleria dell’Arsenale della Spezia e, già subito, nel primo pomeriggio tutti a bordo e partenza per un’esercitazione nella zona indicata del Mar Tirreno. Al termine, avrei dovuto dirigere su Genova per prendere parte alla Mostra navale 1975. Così, la mattina dopo, prua sul porto ligure, emersione e ingresso in porto nel primo pomeriggio. Il porto era già intasato di navi, militari e mercantili, a motore e a vela, italiane e straniere. Al Dandolo era stato assegnato il posto più visibile ma anche più complicato da raggiungere, affiancato in banchina a Ponte dei Mille, già predisposto con i necessari «pontoni distanziatori» atti ad accogliere un battello come il Dandolo, dotato di timoni orizzontali prodieri molto sporgenti dalla linea di galleggiamento. Così, alla mia prima esperienza da comandante, mi sono ritrovato a dover manovrare non solo in un porto mai frequentato prima ma a districarmi fra prore di altre navi, catenarie e ancore a mare, mercantili in entrata e uscita. Ma fortuna…iuvat e così, con prudenza ma con decisione, arrivai al posto assegnatomi al primo tentativo, con una manovra non facile con un monoelica. Appena completato l’ormeggio, scesi a terra ricevuto dal comandante del porto e solo allora notai che in banchina una gran folla di persone aveva assistito al mio arrivo. Un signore molto distinto, cortese e sorridente, si avvicinò insieme a suo figlio, un bambino sui 7/8 anni, si presentò: «Buona sera, lei non mi conosce, mi chiamo Erminio Bagnasco. Vorrei esprimerle tutta la mia ammirazione per la manovra che ha fatto e che ha riscosso tanti applausi fra i presenti, cui lei ha ben fatto vedere di che pasta sono fatti i comandanti di sommergibile italiani. Posso congratularmi?» Rimasi sorpreso da quelle parole, che ovviamente mi fecero molto piacere, e replicai che conoscevo un Erminio Bagnasco per aver letto tanti suoi articoli e libri di grande interesse. Così ti invitai a bordo e tu non ti facesti pregare: salisti con Stefano la passerella, insegnandogli a salutare la Bandiera a poppa e vi calaste dal portello in camera di lancio. Rimanemmo a bordo una mezza giornata, non ci accorgemmo del tempo che passava mentre vi illustravo ogni angolo del battello. E ti ricordi lo scherzetto che facemmo a Stefano, facendogli credere che aveva rotto il periscopio perché non saliva più? Dovemmo faticare a rincuorarlo che non era vero! Quella prima conoscenza reciproca divenne, col passare degli anni, una profonda stima e una solida amicizia. Ti trovai ancora a Genova quando, comandante dell’Ardito, feci colà sosta per partecipare alle «Colombiadi» del 1992 (cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America) e fu un vero diletto averti in plancia con me quando uscimmo dal porto, fra centinaia di imbarcazioni, per dare il via alla regata transoceanica. Ci siamo sempre scritti (allora non c’era internet), parlati al telefono, scambiati opinioni (sempre coincidenti) su avvenimenti, personaggi, navi e problemi. Ogni Natale e Pasqua era di prammatica lo scambio degli auguri ma, come dicevi, agli amici non si manda un messaggio, agli amici si parla e dalle parole si capisce il vero spirito molto più che da una cartolina! È così che, quando un amico ci lascia, non si deve sparare una sfilza di aggettivi superlativi, si farebbe un torto alla sua memoria! Allora, fedele al nostro patto, non mi unisco al coro di chi dirà che sei stato il miglior storico navale, il più grande direttore di rivista, il massimo esperto ecc. Erminio, ne avresti di sicuro riso, con quella tua risata contagiosa e franca. Per me sei stato semplicemente un grande uomo, un vero marinaio dotato di tutte quelle virtù (e anche dei difetti) della scontrosa razza marinara, ma, soprattutto, un sincero e leale amico, un eccellente cultore della materia che ha costituito l’interesse di tutta la tua vita: le navi, la storia navale, i marinai. Profondo ricercatore, cui non era facile «darla a bere», curioso e mai appagato dalla conoscenza raggiunta, sempre attento alle novità, anche alle «provocazioni», alla caccia di altre tessere che potessero avvicinare alla realtà ma consapevole che la storia e gli avvenimenti non si finisce mai di ricostruirli nella loro reale consistenza. 80

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Ero a conoscenza delle tue condizioni di salute ma quando lo scorso Natale, come sempre fatto in 47 anni, ti ho chiamato per gli auguri, per la prima volta non mi hai risposto. Ho capito così che non volevi rispondermi per non preoccuparmi: stavi approntandoti all’ultima missione. Oggi hai salpato la tua ancora e stai andando laddove, sono sicuro, saprai finalmente la verità che appagherà la tua voglia di sapere.

Le copertine di numeri della Rivista Marittima e di Supplementi dagli anni Novanta ad oggi, contenenti articoli e saggi di Erminio Bagnasco.

Un ricordo «genovese» di Ermanno Martino - Fondatore della rivista Interconair Aviazione e Marina Negli anni Cinquanta del secolo scorso Genova non solo è stata la città dei cantautori, ma anche quella dei «navalisti». Erminio Bagnasco, assieme a Giorgio Giorgerini e Augusto Nani, ha contribuito a formare il primo gruppo di questi cultori di una materia tanto appassionante, come appunto quella relativa alla storia navale nelle sue diverse accezioni. A questo nucleo se ne è poi aggiunto un secondo, al quale è appartenuto anche chi scrive, che ha intrapreso un’altra strada, fondando Interconair Aviazione e Marina, rivista che, dopo aver toccato il successo, non è purtroppo più stata in grado di mantenerlo. Vista la comune matrice, ho avuto modo di conoscere anni fa Erminio Bagnasco con il quale ho intrattenuto cordiali rapporti di amicizia e, quel che più conta, di reciproca stima. E questo malgrado più o meno lunghi periodi di «lontananza». Erminio Bagnasco, unanimemente ritenuto una vera e propria autorità in materia di motosiluranti e sommergibili — le sue opere in questi due specifici settori sono considerate vere e proprie pietre miliari — ha dato altresì alle stampe numerosi altri lavori, sempre però contraddistinti da precisione e rigore scientifico. Negli ultimi anni, assieme ad Augusto De Toro, ha pubblicato due volumi dedicati alle navi da battaglia italiane che hanno partecipato alla Seconda guerra mondiale e che, tradotti in inglese, hanno suscitato l’ammirazione, e forse anche l’invidia, della stampa specializzata d’oltremanica. Al dolore per la sua scomparsa, si unisce quindi la consapevolezza della difficoltà a trovare continuatori della sua opera feconda. Rivista Marittima Gennaio 2022

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Erminio Bagnasco di Enrico Cernuschi - Studioso di storia navale Il comandante Erminio Bagnasco non dovrebbe aver bisogno di essere ricordato sulla Rivista Marittima. Non c’è lettore, di lungo corso o neofita, che non lo conosca. E ciò per un motivo molto semplice: la storia navale è, da sempre, una componente essenziale dello studio del Potere Marittimo e il comandante Bagnasco è (non uso, volutamente, il passato, nonostante le circostanze all’origine di questa pagina) la storia navale italiana. Non che questo solido genovese non abbia affrontato, nel corso degli anni, e attraverso tanti articoli e libri, anche temi operativi di stretta attualità. Comandante di motosiluranti, «barche» da lui profondamente studiate e amate, visse intensamente l’ultima stagione di quelle navi nel corso degli anni Sessanta e Settanta. E lo fece, oltre che navigando lungo tutte le coste italiane (di cui riconosceva ogni angolo mentre studiava le fotografie di oggi e di ieri), esponendo su queste stesse pagine, secondo la migliore tradizione della Rivista, le proprie convinzioni — anche controcorrente — ed esperienze. Fotografò in tal modo (non solo con l’obiettivo) sia lo stato dell’arte sia, con notevole anticipo, quella che sarebbe stata la successiva evoluzione delle unità veloci costiere. Ufficiale di riconosciuta, grande perizia marinaresca a bordo della nave idrografica Staffetta, del Vespucci e del Garibaldi «incrociator Giuseppe», nave ammiraglia della Squadra, fu insegnante di numerosi allievi e giovani ufficiali. E si confermò maestro di solido buon senso e di quell’indispensabile chiarezza militare di pensiero che è alla base del corretto apprezzamento della situazione. Diventato, in seguito, dirigente di alcune tra le maggiori imprese italiane, continuò a coltivare la passione della storia navale e lo fece sulla solida base delle 3 regole impartitegli, sin da ragazzo, del suo grande amico e maestro Aldo Fraccaroli: 1) la fotografia è un documento da trattare come tale e da leggere con senso critico; 2) l’uso della buona lingua è indispensabile; 3) l’ipse dixit non esiste. Iniziò pubblicando, per decenni, articoli e libri sulla Rivista Marittima e per conto dell’Ufficio Storico della Marina Militare, dove trascorse una breve, memorabile stagione in qualità di stretto collaboratore di due suoi altri grandi punti di riferimento, gli ammiragli Aldo Cocchia e Giuseppe Fioravanzo. Gli articoli apparsi allora sono, ancora oggi, indispensabili per chiunque voglia affrontare con serietà e metodo certi argomenti relativi al naviglio militare. Quanto ai volumi, essi sono tuttora ristampati regolarmente e tradotti in inglese, tedesco e francese. Cose che capitano solo ai classici.

Le copertine di numeri della Rivista Marittima e di Supplementi dagli anni Novanta ad oggi, contenenti articoli e saggi di Erminio Bagnasco.

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Ho avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo dal 1993, quando fondò il mensile Storia militare, da lui diretto fino al 2014. Posso pertanto ricordare le sue tante virtù di ricercatore, critico, fotografo d’eccezione, collezionista e giornalista. Due, però, dominavano su tutte: la prima era il «naso», formidabile, che non l’ha mai tradito in quarant’anni di felice sodalizio assieme a un altro personaggio unico come l’editore Ermanno Albertelli, suo grande amico e alter ego; la seconda fu senz’altro un equilibrio, fuori dal comune, che gli ha permesso di porsi, con naturalezza, e per diritto da tutti riconosciuto, su un piano diverso e superiore nel non facile mondo della storia navale italiana. Il comandante, insomma.

Erminio Bagnasco di Andrea Tani - Capitano di fregata, Dirigente d’industria e collaboratore della Rivista Marittima Conobbi Erminio Bagnasco nel 1967, sul vecchio e glorioso Garibaldi. Lui era CS M&M, capo Servizio Marinaresco & Mondanità, io un guardiamarina al primo imbarco con velleità di fargli da sottordine per quanto riguardava la seconda M. Simpatizzammo subito, ed era difficile non farlo, avendo a che fare con un giovane ufficiale così aitante, vitale, simpatico e perennemente sorridente come Erminio, dalla profonda voce carezzevole e marcatamente genuina, quell’accento così caratteristico che non ha mai perso. Nel breve inverno spezzino di allora che vide la nave ai lavori nel Golfo dei Poeti, organizzammo feste memorabili, alle quali faceva sovente capolino anche il Supremo di allora, il mitico CINCNAV ammiraglio Roselli Lorenzini, il quale esprimeva sempre il proprio compiacimento per la scelta del menù, dei vini e soprattutto delle signore invitate. Chi lo ha conosciuto, ricorderà che non elogiava troppo spesso, ma apprezzava il gentil sesso. Ci siamo poi intravisti e mezzo frequentati nel successivo mezzo secolo, scambiandosi opinioni e complimenti sulle cose sempre più serie, o seriose, che andavamo facendo. Lui soprattutto, come appassionato skipper di motosiluranti di Comos, nonché fondatore, molti anni dopo, del mensile Storia Militare. Nel frattempo sfornava libri a ripetizione e non si riusciva a star dietro alla sua vulcanica produzione. Io scherzo, ma quello che ha fatto Erminio è veramente straordinario. In coppia col compianto amico Giorgio Giorgerini ha alimentato la navalistica italiana portandola a livelli di assoluta eccellenza, anche internazionale, nonostante la nostra opinione pubblica non fosse molto ferrata e nota in questa particolare disciplina. Da un lustro a questa parte ci eravamo ritrovati, complice internet. Avevamo ripreso a chiacchierare come fossimo ancora a poppa del Garibaldi, lui ufficiale di ispezione e io sottordine monogallonato avido di Marina, sempre con lo stesso spirito un pò goliardico di chi fa finta di non prendere niente sul serio e, nel contempo, delinea concretezze. Discutevamo della nostra passione comune, la Marina, con il medesimo entusiasmo e la partecipazione di allora, quando la vedevamo faticosamente risollevarsi, all’ombra dei Terrier del rosso incrociatore, dopo gli anni grigi dell’immediato dopoguerra, nel corso di quei favolosi anni Sessanta. Ci scambiamo informazioni e commenti, lui sempre in quel modo accurato, sobrio e inappuntabile che lo ha sempre contraddistinto. Se Erminio diceva una cosa, ci si poteva costruire sopra un palazzo di certezze, senza tema di smentite. E ieri questa terribile notizia. Erminio, ma con chi discuterò animatamente di Matapan, Mezzo Giugno, e inescusabili carenze nel «non combattere di notte»? Ma non è tanto il pozzo di scienza navale che rimpiango. Rimpiango l’amico vero, il gentiluomo inarrivabile, la brava persona come pochissimi riescono a essere, quel concentrato di vere qualità che non sono le consuete bugie che si dicono in questi casi, ma — in lui — la profonda realtà. Tant’è. Certe persone non dovrebbero andarsene mai. E invece succede. Addio, caro amico mio, grande marinaio: che l’Aliseo al giardinetto ti sia propizio e, mi raccomando, ma non c’è bisogno di ricordarlo al capo servizio marinaresco dell’ammiraglia, niente spinnaker, ma un solido genoa lascato al punto giusto. Rivista Marittima Gennaio 2022

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RUBRICHE

F OCUS

DIPLOMATICO

Le proteste in Kazakhstan: alcune considerazioni L’ondata di proteste contro il caro energia in Kazakhstan, le più violente mai registrate in tre decenni di indipendenza, sollevano molti interrogativi sia sulla loro genesi e portata sia sui futuri sviluppi. Anche se molti punti rimangono da chiarire, si possono fare alcune considerazioni partendo dall’analisi dei fatti accaduti. A spingere il paese sull’orlo di una crisi politica e sociale, sono state le proteste, accese dall’aumento del costo del gas, che hanno assunto progressivamente una pregnanza più politica. A causare il contestato aumento è stata la decisione del Governo di porre gradualmente fine ai sussidi sui prezzi del GPL e del carburante alla pompa di benzina, decisione che ha fatto schizzare i prezzi. Le proteste, iniziate nella regione Occidentale si sono rapidamente spostate verso est, diventando sempre più sostanziose e ampie dal punto di vista delle richieste. Dopo una prima fase sostanzialmente pacifica, si è assistito a un aumento della violenza. Non c’era più solo il prezzo del gas, ma anche un cambiamento del sistema politico. Ad Almaty, la principale città del paese, la protesta è diventata di massa, sono

entrate in azione gang criminali e gruppi paramilitari o di servizi deviati, che hanno creato una situazione di caos, anche grazie alla scomparsa delle Forze di sicurezza kazake. A questo punto è emersa una dinamica di scontro tra le élites al potere. Il presidente Tokayev da una parte, ha annunciato che l’ex-presidente Nazarbayev non aveva più cariche ufficiali, dall’altra ha iniziato ad attaccare i servizi di sicurezza arrestandone il potente capo, Karim Masimov. Dopo il tentativo di mediare con un calmiere il prezzo di gas e benzina, il Presidente ha sposato la linea dura dando l’ordine di sparare sui manifestanti e chiedendo l’aiuto della Russia e dei suoi alleati con l’invio di truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), la Forza che riunisce, oltre a Mosca, Kazakhstan, Armenia, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. Una riedizione in scala minore del Patto di Varsavia e composta, non a caso, da tutte ex Repubbliche sovietiche. Il soccorso di Putin è arrivato quando Tokayev si è reso conto di non avere neppure qualche migliaio di soldati di cui potersi fidare. Per qualcuno, un’invasione camuffata da intervento di pace. I numeri di arresti e uccisioni non sono ancora

I manifestanti marciano sulla piazza centrale di Aktobe, 4 gennaio 2022 (Esetok wikipedia.org).

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Focus diplomatico

chiari ma di certo sono stati molteplici. Il Presidente del Kazakhstan ha definito le proteste e i disordini nel paese come un tentato colpo di Stato e si è giustificato sulle uccisioni dichiarando che le Forze di sicurezza non avrebbero mai sparato su manifestanti pacifici ma hanno dovuto farlo contro dei «militanti armati», che dietro le quinte si sono uniti alle proteste. Per Tokayev l’obiettivo principale dei rivoltosi era la distruzione delle istituzioni governative e la presa del potere e ha aggiunto che la missione militare guidata da Mosca in Kazakhstan dovrebbe finire presto. Tokayev è un volto noto negli ambienti internazionali, ex-diplomatico sovietico è stato ministro degli Esteri e direttore della sede delle Nazioni Unite a Ginevra. Sulla stessa scia del Presidente kazako anche Vladimir Putin, secondo cui è stato portato avanti un attacco allo Stato e quelle iniziate come proteste pacifiche si sono rapidamente trasformate «in violenti disordini e atti di terrorismo» che «non sono né il primo né l’ultimo tentativo di intromettersi nella regione dall’estero». Ha poi spiegato che sono stati usati «metodi in stile Maidan», facendo riferimento alla piazza simbolo delle proteste contro il Governo in Ucraina del 2014. Anche Pechino ha manifestato il suo appoggio al Governo kazako, stabilità e rapporti commerciali sicuri con il vicino sono una priorità. Tokayev, ha accusato il suo predecessore Nazarbayev di aver favorito la creazione di «una classe di persone ricche anche per gli standard internazionali», alimentando il sospetto che la folla che ha saccheggiato e assaltato i palazzi del potere ad Almaty sia stata manipolata dagli uomini di Nazarbayev, per mettere in difficoltà Tokayev che stava cercando di emarginare gli uomini legati al suo mentore politico. Nursultan Nazarbayev è stato indubbiamente il padre padrone del Kazakhstan. Ai tempi dell’Unione Sovietica come membro di Governo era il politico più influente nella Repubblica sovietica e non aveva mai nascosto critiche nei confronti della politica del partito nella sua terra d’origine. Quando Gorbaciov nominò Kolbin, un ennesimo russo a capo del Kazakhstan, ci fu una reazione che scatenò, nel dicembre 1986, ad Almata una rivolta durata tre giorni, nota come lo Jeltoqsan (in kazako significa dicem-

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A sinistra Nursultan Nazarbaev Presidente del Kazakistan dal 1990 al 2019 e il suo successore Kassym Jomart Tokayev (difesaonline.it).

bre). Per calmare le acque si decise di nominare Nazarbayev al posto di Kolbin. Il leader kazako si è così trovato in prima fila per diventare il Presidente della nuova Repubblica indipendente nel 1991. Rieletto ininterrottamente fino al 2019, quando, a sorpresa, si dimise scegliendo il proprio delfino, l’attuale presidente Kassym Jomart Tokayev. La politica interna del paese negli ultimi trent’anni è stata contrassegnata da stabilità e ricchezza. Come in quasi tutti gli altri Stati della ex Unione Sovietica si è instaurata, al momento dell’indipendenza, un tipo di democrazia più formale che sostanziale, affidandone la guida a un esponente del passato Politburo. Nazarbayev ha governato da leader indiscusso e ha preservato il Kazakhstan da qualsiasi tipo di violento sommovimento interno, conducendo una politica estera abile, con un’impronta pro occidentale, ma rispettosa verso il suo potente vicino, la Russia, e aperta verso l’altro confinante la Cina. Il suo modo di governare ha però avuto un prezzo. La libertà di stampa è risultata pressoché inesistente, le elezioni non sono mai state giudicate pienamente libere dalle organizzazioni internazionali e ogni espressione di dissenso è stata repressa. In questo contesto democratico-autoritario, la popolazione era diventata apatica e disinteressata alla politica, almeno fino a ieri. La miscela di morbida liberalizzazione dell’economia e di autoritarismo ha consentito al Kazakhstan di fare passi da gigante

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Focus diplomatico

nascondendo però la polvere sotto il tappeto. Corruzione, povertà e potentati economici sono una realtà che Nazarbayev non ha saputo o voluto combattere. La capitale del paese, Nur-Sultan, è l’emblema delle sue ambizioni. Sorge nel mezzo della steppa kazaka, in un’area quasi desertica, dove il livello di attività umana è prossimo allo zero. I moderni edifici con il loro design futuristico sembrano quasi sfidare il passato sovietico della regione. Il Kazakhstan, nell’epoca comunista, era il luogo di destinazione dei prigionieri politici, in quanto sede di diversi gulag, mentre il Cremlino aveva sfruttato le sue immense desertiche steppe per condurre i propri devastanti test nucleari e per costruire, negli anni Sessanta, a Baikonur un cosmodromo per la conquista dello spazio. Il cambio di Presidente doveva essere un passaggio indolore, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato dato che Tokayev ha via via sostituito tutti i fedelissimi di Nazarbayev. Qualcuno forse si è ribellato e così si spiegano i cambi per alto tradimento nei vertici della sicurezza. Per capire la posta in gioco bisogna tener presente l’importanza strategica economica del Kazakhstan. È il più esteso e ricco Stato dell’Asia Centrale post sovietica, in cui la presenza di ingenti quantità di risorse naturali si incrocia con la necessità di ritagliarsi un ruolo nell’assetto geopolitico e strategico della regione. Il paese, pur senza sbocco al mare aperto e inserito tra due superpotenze, è quello nell’area con maggiori prospettive di sviluppo economico grazie alla sua ricchezza di petrolio e gas naturale. Il Kazakhstan ha a disposizione una quantità di risorse naturali impressionante, considerata la sua popolazione di diciotto milioni di abitanti. Dodicesimo al mondo per riserve di petrolio con ben trentacinque miliardi di barili, i giacimenti si concentrano principalmente in tre campi petroliferi nella parte Nord-Occidentale del paese: Kashagan (nel Mar Caspio), Tengiz e Karachaganak. Nei campi di offshore di Kashagan e inshore di Karachaganak l’ENI, è il primo operatore di un consorzio internazionale. Quattordicesimo paese per quanto riguarda i giacimenti di gas naturale è, inoltre, il primo della regione per miniere di carbone e il secondo per produzione di tale risorsa dopo la Russia. Il Kazakhstan

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Kashagan: olio e gas offshore in Kazakhstan (eni.com).

è altresì il più grande esportatore al mondo di uranio pur non possedendo centrali nucleari, riuscendo a soddisfare il suo bisogno energetico con i soli combustibili fossili. Sebbene le sue ingenti risorse energetiche lascino sperare in un futuro economicamente roseo, la realtà regionale in cui il paese si trova inserito presenta diversi vincoli e ostacoli. Il Kazakhstan non ha un accesso diretto al mare e così la Russia è una zona di transito obbligatoria per il trasporto di petrolio e gas verso i mercati dell’Europa occidentale. L’arteria principale

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pliare le proprie possibilità di accesso verso i mercati occidentali. Un inizio in tal senso è l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che consente a parte del greggio kazako di raggiungere le coste turche sul Mediterraneo, evitando così di transitare sul territorio russo. Manca però un oleodotto transcaspico impedito dalle discussioni sullo stato giuridico del Mar Caspio, sul quale è stato trovato un accordo di massima tra i paesi rivieraschi. Questo prevede una divisone delle acque, ma il «L’oleodotto collega l’ex Repubblica socialista al porto russo di Novorossijsk, sul Mar Nero (...)» (agcnews.eu). fondale viene considerato alla stregua di una terra emersa e le regole per la sua suddivisione dovranno essere sempre utilizzata per esportare il greggio è l’oleodotto che colnegoziate. lega l’ex Repubblica socialista al porto russo di NovoNonostante nell’ultimo secolo il paese si sia dato rossijsk, sul Mar Nero, ma Mosca in passato si è una struttura anche urbana, la popolazione, dirigenti rivelata essere un’alleata infida, in grado di regolare a compresi, è ancora rimasta legata alla tradizione noproprio piacimento l’accesso del Kazakhstan ai mercati made e all’appartenenza ai clan. Le divisioni tribali occidentali. Una situazione che ha spinto il Kazakhstan erano state sterilizzate dal sistema comunista ma non a volgere il suo sguardo a Oriente. La sete di energia eliminate. Con l’indipendenza è riemersa una società della Cina rappresenta una grande occasione per diverche si divide ancora spesso lungo linee di appartenenza sificare i propri partner commerciali e, non a caso, il a grandi famiglie tribali e politiche. Si diceva, negli Kazakhstan rappresenta uno dei principali destinatari anni Novanta, che il vero motivo del cambio della cadegli investimenti strutturali cinesi della «Belt and pitale fosse dovuto al desiderio di Nazarbayev di deRoad Initiative». L’esempio più lampante è l’infrastrutpotenziare il clan di Almaty. tura logistica di Khorgos, a trecento chilometri dalla Le divergenze tribali, spesso più forti di quelle polivecchia capitale Almaty, sul punto di intersecamento tiche, sono un altro elemento da aggiungere al complitra il sistema ferroviario cinese e quello kazako. Un hub cato puzzle del paese centro-asiatico. ferroviario diventato uno dei più importanti «porto a secco» al mondo, dove transitano le merci dalla Cina dirette ai mercati europei in metà tempo rispetto alle Giorgio Malfatti di Monte Tretto, rotte marittime. Il Kazakhstan ha la necessità di amCircolo di Studi Diplomatici

L’ambasciatore Giorgio Malfatti di Monte Tretto, laureato in Scienze politiche alla Università La Sapienza di Roma, è entrato in carriera diplomatica nel 1975. Nel corso della sua attività professionale, in qualità di Ambasciatore, ha ricoperto incarichi diplomatici presso il ministero degli Affari Esteri e come Capo missione a Cuba, nel Kazachstan e in Uruguay. Nell’ultimo decennio ha ricoperto la carica di Segretario generale dell’Istituto Italo-Latinoamericano di Roma. È attualmente responsabile istituzionale di un programma europeo per il contrasto alla criminalità organizzata in America Latina. Il Circolo di Studi Diplomatici è un’associazione fondata nel 1968 su iniziativa di un ristretto gruppo di ambasciatori con l’obiettivo di non disperdere le esperienze e le competenze dopo la cessazione dal servizio attivo. Il Circolo si è poi nel tempo rinnovato e ampliato attraverso la cooptazione di funzionari diplomatici giunti all’apice della carriera nello svolgimento di incarichi di alta responsabilità, a Roma e all’estero.

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RUBRICHE

O SSERVATORIO Mani libere

INTERNAZIONALE da 5,4 miliardi di dollari firmato da Putin durante una visita in India nel 2018, mettendo potenzialmente New Delhi nel mirino delle sanzioni statunitensi. La visita di Putin in India segna solo il suo secondo viaggio fuori dalla Russia dalla pandemia di Covid-19, dopo il vertice di giugno a Ginevra con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. L’accordo di Putin per la fornitura di sistemi S-400 ha suscitato polemiche durante i colloqui. Un acquisto simile da parte della Turchia, storico alleato NATO, ha portato alle sanzioni degli Stati Uniti e alla rimozione di Ankara dal programma F-35 ai sensi del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA). Gli Stati Uniti non hanno deciso se concedere all’India una deroga per gli acquisti di armi russe nell’ambito del CAATSA, aveva detto ai giornalisti il 23 novembre il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price. L’India sembra credere che le verrà concessa una deroga in quanto partner di una importanza strategica nel contrasto alla Cina. Il vice ministro della Difesa indiano Ajay Bhatt, ha dichiarato al parlamento la scorsa settimana che il Governo era a conoscenza della potenziale azione degli Stati Uniti ma prenderà «decisioni sovrane» basate sulle esigenze di Difesa del paese. L’India, è utile ricordare, è un membro del gruppo Quad con Stati Uniti, Giappone e Australia che sta emergendo come blocco per contenere l’influenza cinese nella regione indo-pacifica, rendendo New Delhi un partner chiave per Washington. L’India vede la Cina come una delle sue più grandi minacce alla sicurezza; le due potenze nucleari si sono scontrate

Russia e India hanno esteso il loro programma di cooperazione militare e tecnica, fino al 2031 e hanno firmato una serie di accordi bilaterali inerenti alla Difesa, durante la visita del presidente Vladimir Putin a Nuova Delhi il 6 dicembre scorso. Il ministro degli Esteri indiano Harsh Vardhan Shringl ha affermato che Putin e il primo ministro Narendra Modi hanno anche espresso interesse a promuovere gli investimenti energetici nei rispettivi paesi, concordando sia sulla necessità di rafforzare la Financial Action Task Force (FATF) sia discutendo su come estendere la cooperazione marittima nell’Oceano Indiano. Su Covid-19, Shringl ha affermato che i due leader hanno concordato sulla necessità di un quadro multilaterale per gestire la pandemia. Sui temi regionali, le due parti hanno convenuto che i talebani, che hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan devono mantenere la promessa di avere un governo inclusivo, etnico e politico, salvaguardare i diritti umani e prevenire qualsiasi minaccia terroristica e traffico di droga. Il Ministro degli Esteri russo ha aggiunto che Mosca ha visto benefici per l’India e l’Iran con l’unione alla Troika plus sull’Afghanistan, che include Russia, Stati Uniti, Cina e Pakistan. Ma la parte del leone è stata quella relativa della Difesa, con l’accordo per la produzione locale dei fucili d’assalto Kalashnikov che avrà luogo in una fabbrica nell’Uttar Pradesh in India attraverso una joint venture. Questo è stato uno dei patti firmati durante una riunione della Commissione intergovernativa sulla cooperazione militare e tecnico-militare, ma le grandi attese erano per gli accordi per i missili antiaerei S-400, oramai un vero parametro delle relazioni politico-militari che includono la Russia. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva annunciato prima del vertice che un accordo per fornire all’India i sistemi missilistici di difesa aerea S-400 sarebbe proseguito nonostante la politica americana degli armamenti. L’India ha iniziato a ricevere le consegne del sistema Lancio di missili S-400 (quora.com). russo avanzato nell’ambito di un accordo

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Osservatorio internazionale

lungo il conteso confine himalayano nel 2020, annoverando dozzine di vittime da entrambe le parti in una situazione di stallo ancora in corso. L’India prevede di posizionare gli S-400 nel nord-ovest del paese, vicino ai confini contesi con la Cina e il Pakistan. Gli S-400 saranno operativi all’inizio del prossimo anno e e il loro numero sarà ampliato man mano che il sistema verrà progressivamente consegnato entro il 2023. La Russia resta il maggiore fornitore di armi dell’India, con il 23% delle esportazioni globali tra il 2016 e il 2020, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Ma la quota degli acquisti di armi dell’India dalla Russia è scesa dal 70 al 49% tra il periodo 2011 e 2015 e tra il 2016 e il 2020, secondo il SIPRI. Il calo arriva mentre Nuova Delhi cerca di modernizzare e diversificare i propri equipaggiamenti militari di origine sovietica e/o russa espandendo gli acquisti bellici da Francia, Israele e Stati Uniti. Tuttavia, anche se con acquisti importanti avvenuti, come elicotteri AH-64, CH-47, velivoli C-17, C-130, P-10 e in prospettiva (come gli F-18 per equipaggiare le portaerei in servizio e quelle previste), le speranze di Washington di rimpiazzare Mosca come fornitore principale (se non unico) della Difesa dell’India restano ridotte, viste anche le dimensioni delle Forze armate indiane e per la volontà di Dehli di promuovere linee industriali autonome. Tuttavia la stessa posizione dell’India, proiettata verso i piani alti della scena globale, è delicata, dove a fronte delle pressioni cinesi, vista l’ intesa tra Mosca e Pechino, il ruolo di Mosca potrà essere influenzato dalle dinamiche internazionali.

ha già stabilito una base militare a Gibuti, sul Mar Rosso e una forte presenza navale nelle acque dell’Indo-Pacifico. A ottobre, il vice consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jon Finer ha visitato la Guinea Equatoriale nel tentativo di persuadere il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e suo figlio possibile successore, il vicepresidente Teodoro «Teodorin» Nguema Obiang Mangue, a prendere le distanze dalla Cina. Fonti dell’amministrazione Biden hanno riferito che è stato chiarito alla Guinea Equatoriale che alcuni potenziali passi che coinvolgono l’attività cinese avrebbero sollevato problemi. Simili sforzi diplomatici statunitensi per fermare l’espansione militare della Cina sembrano aver avuto un certo successo. A novembre, la CNN aveva riferito che gli Emirati Arabi Uniti avevano interrotto la costruzione di una possibile struttura militare cinese nel porto di Khalifa, a causa della crescente pressione diplomatica degli Stati Uniti. Accanto alle velate minacce, gli Stati Uniti hanno usato anche mezzi di influenza per rafforzare i legami con la Guinea Equatoriale. Washington ha offerto aiuti medici e umanitari nel marzo scorso, dopo che un’esplosione in un deposito di munizioni in una delle basi militari di Bata aveva ucciso almeno 100 persone e ne aveva ferite 600; inoltre, tramite i programmi di formazione dell’AFRICOM, sono stati condotti cicli addestrativi tra le Forze degli Stati Uniti e quelle locali. Gli Stati Uniti hanno tenuto un ciclo di addestramento militare congiunto con le Forze della Guinea Equatoriale a marzo e multinazionale nel maggio scorsi (esercitazione

Questione di tempo Fonti mediatiche statunitensi hanno dato una grande enfasi (con sei mesi di ritardo), a quanto detto dal Cinc di AFRICOM, il generale Stephen Townsend, in merito alle azioni cinesi volte a ottenere una base militare sulle coste atlantiche dell’Africa. Sembra infatti che Pechino abbia identificato la Guinea Equatoriale come possibile sito e, più precisamente, Bata che, come porto, ha un buon pescaggio, dopo aver scartato una opzione analoga in Angola. L’espansionismo cinese in Africa allarma una volta di più Washington, visto che Pechino

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La portaerei LIAONING della Marina militare cinese a Gibuti (reportdifesa.it).

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(l’enclave di Cabinda). Una presenza cinese avrebbe molte sfaccettature, a partire da Forze navali vere e proprie a un possibile schieramento di unità della Guardia costiera come leva di cooperazione, addestramento e assistenza alle forze locali, mediamente piuttosto deboli, nel contrasto ad attività. Oltre agli Stati Uniti, anche la Francia, che ha realizzato in quel paese una installazione utile per la formazione navale per le marine locali e l’UE, che ha in essere una presenza navale nel Golfo di Guinea, osserva con attenzione le mosse cinesi. La possibile scelta della Guinea, conferma L'esercitazione Obangame Express 2021 si è svolta dal 14 al 27 marzo nel Golfo di Guinea e nel- alcuni dei parametri cinesi nella scelta l'Oceano Atlantico (africom.mil). delle sue installazioni, con la preferenza a orientarsi verso Stati piccoli, che poco possono opporsi alle pressioni a prescindere dalle loro «Obangame Express», OE21). Realisticamente, gli condizioni economiche pregresse. Stati Uniti non si aspettano che la Guinea Equatoriale rescinda tutti i suoi legami con la Cina, ma sperano che Il fronte silenzioso, ma non troppo Bata li limiti in termini non ostili agli Stati Uniti anche se le relazioni pregresse con Bata sono state spesso difGli scossoni in Europa centrale e le minacce verso ficili, viste le accuse circa violazioni dei diritti umani. l’Ucraina, rischiano di fare dimenticare quello che la Il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha anche Russia vuole veramente nei Balcani (e altrove). A venintentato una serie di cause civili contro Obiang Mantisei anni dagli accordi Dayton — imposti ai leader di gue, sostenendo di aver prelevato fondi dal tesoro del etnia bosniaca, croata e serba per porre fine a un bagno paese per il proprio tornaconto personale. In un accordo di sangue — tutto si ripete. Nonostante sforzi politici, del 2014, Obiang Mangue ha ceduto alcuni dei suoi finanziari e militari da parte dell’Occidente, la Bosnia è beni al Dipartimento. La Guinea Equatoriale è forteancora una volta nel bel mezzo di una profonda crisi, mente dipendente dalle compagnie petrolifere statunipoiché un membro della sua presidenza tripartita, il leatensi, che hanno contribuito a estrarre greggio offshore der serbo-bosniaco Milorad Dodik, usa una retorica age far diventare la piccola ex colonia spagnola il paese gressiva e attacca duramente le fragili istituzioni della più ricco dell’Africa subsahariana. In questa ottica di Bosnia nel tentativo di imporre un nuovo accordo, cer«stick and carrot» il Dipartimento di Stato ha recentecando e trovando appoggi in Russia, e mettendo in dubmente migliorato la posizione di Bata nella sua valutabio l’esistenza stessa della Bosnia post Dayton. Dodik, zione annuale su come i paesi combattono la tratta di non dirigendo uno Stato pienamente riconosciuto, è in esseri umani. La classifica migliorata potrebbe qualiuna posizione apparentemente precaria, ma proprio queficare il paese africano per ricevere assistenza per la sista condizione può aprire spazi a giocatori esterni che curezza marittima dagli Stati Uniti, cosa che potrebbe cercano di intromettersi negli affari balcanici. All’inizio sviluppare ulteriori legami. Ma i timori sono forti, visto della sua carriera Dodik, che pensava che il suo futuro anche il posizionamento geografico della Guinea Equafosse nell’Occidente, ha riconosciuto pubblicamente il toriale, prossima ad altri grossi produttori locali di idrogenocidio di Srebrenica, ha rinunciato alla tutela dei cricarburi, quali Nigeria, Gabon, DRC e Angola minali di guerra serbo-bosniaci e si è posizionato come

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Osservatorio internazionale Il Presidente della Republica Srpska Milorad Dodik (wikipedia.org).

un convinto sostenitore dell’unità della Bosnia e di un suo inserimento nell’UE. Progressivamente si è avvicinato al presidente serbo Aleksandar Vucic e poi a Mosca, a partire dal 2000. Da allora Dodik si è manifestato come elemento destabilizzatore e in contatto con il segmento più nazionalista dell’opinione pubblica serba nel caso in cui la Serbia riconosca il Kosovo come stato pienamente indipendente. In tal caso, la Serbia potrebbe utilizzare le politiche di Dodik per giustificare la sua richiesta di annessione della Republika Srpska — una delle due unità amministrative che compongono la Bosnia del dopoguerra — come risarcimento per la perdita del Kosovo e riunendo tutti i serbi in una unica, «Grande Serbia». Oggi Dodik non è più solo una pedina della politica serba, ma parte della più ampia politica di Mosca. Per fare fronte a queste pressioni, l’Occidente, in particolare UE e NATO, non hanno dato una risposta abbastanza ferma. Anzi l’approccio compromissorio, come la possibilità di ridurre drasticamente l’autorità dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante, di rimuovere i tre giudici stranieri dalla Corte Costituzionale del paese, di far circolare e proposte che normalizzerebbero i cambiamenti di confine nei Balcani ha dato ulteriore spinta alle tendenze spartitorie. Dodik non è solo; la componente croata della federazione bosniaca guarda con interesse gli attacchi dei serbobosniaci e spera di coglierne i frutti. Ma Mosca anche qui sta posizionando le sue pedine e ha identificato la UE come il soggetto fragile del sistema occidentale. La situazione è cambiata radicalmente dopo il 2014. Al vertice del partenariato orientale a Vilnius, in Lituania, nell’autunno del 2013, l’UE ha firmato accordi speciali con Georgia e Moldova e nel giugno del 2014 con l’Ucraina. Da quel momento in poi, la Russia ha iniziato a vedere l’UE pericolosa come la NATO, ma meno solida e il Cremlino ha identificato i Balcani occidentali come un terreno ideale per le operazioni di influenza politica, sondando costantemente fino a che punto potrebbe spingersi prima che l’Occidente reagisca. Dal punto di vista russo, la re-

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gione ha molti vantaggi: è relativamente piccola, divisa tra Stati piuttosto poveri. È anche circondata dal territorio dell’UE e allo stesso tempo con paesi che aspirano ad aderire all’Unione, vista come elemento di stabilità e sviluppo. L’UE continua ad avere problemi a parlare con una sola voce sulla sua politica di allargamento, per non parlare di compiere passi concreti per avvicinare gli Stati dei Balcani occidentali all’adesione all’UE. Rivedere la sua promessa di avviare i colloqui di adesione con la Macedonia del Nord, dopo che Skopjie è riuscita a negoziare una soluzione bilaterale all’apparentemente intrattabile «questione del nome» con la Grecia, è stata una sorpresa, favorendo quelle opinioni pubbliche nella regione che vedono sempre più la Russia (e la Cina) come partner più affidabili dell’UE. Nel frattempo, due attori chiave dell’UE sembrano essere usciti di scena: il cancelliere uscente Angela Merkel, mentre la Germania mette insieme il suo nuovo Governo, e il presidente francese Emmanuel Macron, il cui focus è sulle prossime elezioni presidenziali. L’UE dovrebbe concertare la sua azione con gli Stati Uniti, ma la presidenza Biden appare distratta. Storicamente, la Russia è particolarmente sensibile al suo cosiddetto «vicino estero», le ex Repubbliche sovietiche che nei tumultuosi primi anni 90 sono diventate Stati indipendenti. I tre Stati baltici sono ormai membri consolidati dell’UE e della NATO, e una loro aperta aggressione porterebbe molti più problemi di qualsiasi beneficio per la Russia. Ma Ucraina e Georgia sono una storia diversa, visto che fanno parte della «fascia di sicurezza» formata da paesi neutrali (o non ostili) che Mosca vuola avere ai propri confini. Negli ultimi 13 anni, la Russia è intervenuta militarmente sia in Georgia che in Ucraina e ha riportato la Bielorussia nella sua area di influenza, sostenendo Aleksandr Lukashenko. Questi sono i paesi che la Russia vede nella sua sfera di interesse e direttamente rilevanti per la sua sicurezza. Tenerli in uno stato permanente di conflitto latente o di bassa intensità interferisce con molti altri interessi russi, come la certificazione del suo nuovo gasdotto Nord Stream 2 recentemente sospeso dalla Germania.

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Espulsioni in cambio di estensioni La complessa relazione tra Unione Africana e Governo somalo in merito al futuro dell’AMISOM, agli inizi di novembre si è mostrata in toto. Infatti, il diplomatico ugandese Simon Mulongo, vice rappresentante speciale della missione di stabilizzazione dell’Unione ha avuto sette giorni per lasciare il paese con l’accusa di aver preso parte ad «attività incompatibili» contrarie agli interessi della Somalia, secondo quanto reso noto dal ministero degli Esteri di Mogadiscio, senza tuttavia chiarire quali fossero queste attività. Secondo fonti locali, Mulongo, il numero due della missione, che conta oltre 20.000 militari, si sarebbe opposto alle proposte somale in merito alla progettata transizione dell’AMISOM. Mogadiscio vorrebbe vedere la missione dell’Unione Africana uscire completamente dal paese entro il 2023, dopo aver iniziato a trasferire i compiti di sicurezza alle autorità locali dal gennaio 2022. La Somalia, il mese scorso, si è opposta a tutte e quattro le proposte dell’UA sul futuro di AMISOM, una Forza di mantenimento della pace sotto mandato dell’ONU direttamente sotto la guida dell’Unione Africana. In effetti, il mese scorso il Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’UA ha adottato la proposta per un’estensione ibrida, vedendo AMISOM transitare verso una Forza di mantenimento della pace UA-ONU con più personale tecnico e umanitario rispetto alle Forze da combattimento. L’AMISOM opera in Somalia da quasi quindici anni ; i primi successi militari hanno poi portato a una situazione di stallo sul campo di battaglia, poiché la coalizione militare delle truppe panafricane non è riuscita a smantellare la minaccia dei ribelli jihadisti di Al-Shabaab che mantengono il controllo di vaste aree, dimostrando di avere capacità di resistenza e di essere capaci di colpire, la stessa Mogadiscio. Il Governo somalo, guidato da Mohamed Abdullahi Mohamed «Farmajo», ha costantemente chiesto una transizione accelerata, ma per strumentalizzare una presenza, anche se ridotta, dei «caschi verdi» come un utile puntello interno più che come riserva in appoggio alle Forze nazionali contro le milizie islamiche. Gli attori internazionali, gravati dai costi, stanno diventando sempre più cauti nel finanziare la missione senza un piano di uscita più chiaro. Tuttavia, non ci sono opzioni

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facili. Il ritiro immediato vedrebbe quasi certamente Al-Shabaab realizzare vantaggi significativi e riproporre scenari afghani o maliani.

Una nuova presenza e vecchi problemi nella Repubblica Democratica del Congo Agli inizi di dicembre l’Uganda ha confermato l’invio di truppe nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) contro i ribelli delle ADF (Allied Democratic Forces). Entebbe accusa l’ADF di una serie di attentati nel paese, anche se questa operazione concordata e in accordo con il Governo di Kinshasa rischia di aumentare le tensioni con il vicino Ruanda. Anche senza rivelare dettagli sembra che la dimensione dell’ operazione ugandese non sia ridotta e le forze di Entebbe sono subito entrate in contatto con quelle dell’ADF. Essendo l’ADF una forza irregolare, i suoi militanti hanno cercato di evitare quanto possibile scontri diretti con i militari ugandesi, bene armati e addestrati. Parte dell’obiettivo dei militari ugandesi è quello di liberare la zona dalle basi dell’ADF e contribuire a pacificare quella parte della RDC. Oltre alle forze ribelli dell’ADF, un gruppo militante ruandese — Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) — è stato attivo anche nella RDC orientale, costringendo il Ruanda a schierare le sue forze contro essi; questa intrusione ugandese potrebbe peggiorare il già traballante rapporto tra Uganda e Ruanda. È da sottolineare che Uganda e Ruanda operano fianco a fianco in altri scenari, a cominciare da quello difficilissimo della Somalia dove rappresentano il grosso delle forze dell’AMISOM. La presenza, che si ritiene temporanea, delle Forze ugandesi nella RDC, rischia comunque di aggravare le rivalità tra i vari paesi vicini di Kinshasa e la loro competizione per l’influenza sulla sua parte orientale ricchissima di risorse naturali, a cominciare dalle sempre più ambite terre rare. L’Uganda incolpa i ribelli dell’ADF per gli attentati dinamitardi a Kampala nel novembre 2021 in cui cinque persone hanno perso la vita. Nel 2000, in una battaglia di sei giorni tra le Forze ugandesi e ruandesi intorno alla città congolese di Kisangani, almeno 150 civili furono uccisi e nel 2017 vi fu un’altra pesante incursione delle Forze ugandesi contro le ADF, con decine di militanti abbattuti negli scon-

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e nell’Ituri con maggiori poteri di ricerca e arresto conferiti alla polizia e all’esercito. Il Governo di Kinshasa è stato chiaro sul fatto che lo stato d’assedio sarà mantenuto fino a quando l’insicurezza nelle province orientali non sarà adeguatamente affrontata. La crescente insicurezza nelle province orientali ha esacerbato la situazione umanitaria e dei diritti umani. Secondo l’ONU 5,7 milioni di congolesi sono sfollati a causa dell’aumento della violenza nelle province orien«La MONUSCO Missione di stabilizzazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite tali. Ciò è stato ulteriormente aggravato dalla nella RDC (...)» (monusco.unmissions.org). pandemia di Covid-19 e dallo scoppio di un nuovo focolaio del virus Ebola nel Nord Kivu. Tra queste difficoltà, il piano di risposta 2021 della tri. Nonostante vi sia un accordo, a Kinshasa si continua RDC dell’OCHA, il programma di assistenza umanitaa guardare con una certa apprensione alla presenza rio dell’ONU, rimane sottofinanziato. Il rapporto rileva ugandese, ricordando il ruolo di quel paese nella guerra inoltre le 1.024 violazioni e abusi dei diritti umani dodel 1998-2003, sanzionato da parte della Corte Internacumentati da MONUSCO tra settembre e ottobre. La zionale di Giustizia nel 2005. Ma l’operazione ugandese MONUSCO vuole mantenere la sua presenza nelle procade in un contesto delicato, infatti l’operazione coinvince orientali e aumentare le sue operazioni congiunte cideva con i lavori del Consiglio di Sicurezza delcon le Forze armate congolesi per rispondere alle mil’ONU, per un briefing sulla situazione nella RDC e nacce alla sicurezza e migliorare la protezione dei civili, sull’annesso regime delle sanzioni, preparando il rinoperando in conformità con la politica di due diligence novo del mandato della MONUSCO Missione di stabisui diritti umani. L’obiettivo dell’ONU è chiaro: consolizzazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite lidando le istituzioni e la sicurezza, la MONUSCO nella RDC, votato all’unanimità il 20 dicembre scorso. potrà iniziare a considerare un serio ritiro. Tra i modesti Intanto il rappresentante speciale del segretario generale risultati positivi, l’ONU segnala il programma di die capo della MONUSCO, il diplomatico della Guinea sarmo, la smobilitazione delle milizie e persino quello Konakri Bintou Keita, ha sottolineato i problemi relativi del dialogo politico. Il rapporto del Segretario generale, alle previste elezioni politiche del 2023, dove visto che che ha raccomandato al Consiglio di Sicurezza l’estenla nomina di 12 appartenenti alla Commissione E.N.I. sione del mandato di MONUSCO (e della Forza di Inha suscitato violentissime proteste per la presunta prostervento, entità ibrida dotata di capacità «combat», pur simità con il presidente Félix Tshisekedi. La situazione senza fare parte organicamente della Missione), per un della sicurezza nella parte orientale della RDC continua altro anno (scadenza dicembre 2022). Il Consiglio di Sia essere motivo di grave preoccupazione, soprattutto per curezza dell’ONU continua ad apparire sostanzialmente le province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Maniema unanime nel sostenere l’operato della MONUSCO, (e ora anche della provincia del Tanganica. Di nuovo i dove accanto alle richieste di considerare il graduale riproblemi della sicurezza si legano con quelli istituziotiro della missione e l’assunzione progressiva delle renali. Lo «stato d’assedio» proclamato dal Governo nelle sponsabilità in materia di sicurezza da parte di le Forze province orientali è stato esteso per la dodicesima volta armate della RDC (FARDC), resta intatto il timore che a novembre, con i legislatori delle province del Nord Kinshasa non sia in grado di sostenere queste funzioni Kivu e dell’Ituri che si sono opposti al suo prolungada sola, senza il massiccio impegno militare (e finanmento, in quanto, attraverso lo stato d’assedio, le funziario) delle Nazioni unite. zioni del governo civile sono trasferite a un governatore militare e a un vicegovernatore di polizia nel Nord Kivu Enrico Magnani

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M ARINE ARABIA SAUDITA Varata la prima motovedetta «2200 FPB»… I cantieri francesi Couach (Chantier Naval Couach) hanno varato lo scorso 19 novembre la prima di dodici motovedette tipo «2200 FPB» (2200 Fast Patrol Boat) da 22 metri per le Forze navali reali saudite. Destinate a compiti di protezione delle infrastrutture sensibili e delle acque nazionali, con un rateo di produzione che presto raggiungerà un’unità al mese, l’ultima è previsto venga consegnata all’inizio del 2023.

...e la quinta corvetta tipo «Avante 2200» Con una cerimonia tenutasi il 4 dicembre presso i cantieri di San Fernando (Cadiz) del gruppo Navantia, alla presenza del C.S.M. delle Forze navali reali dell’Arabia Saudita e della Marina spagnola, rispettivamente ammiraglio Fahad Bin Abdullah Al-Ghofaily e ammiraglio Antonio Martorell Lacave, è stata varata la quinta e ultima corvetta tipo «Avante 2200». Si tratta dell’unità Unayzah (836) che è previsto venga consegnata da Navantia alla Marina del paese mediorientale nell’agosto 2023 e completi l’allestimento in Arabia Saudita dove verrà definitivamente consegnata nel febbraio 2024. In aggiunta alla costruzione e all’allestimento delle cinque unità, è inoltre previsto lo sviluppo locale del sistema di comando e controllo (Combat Management System) «Hazem» con il trasferimento di tecnologia da parte di Navantia grazie alla joint-venture

MILITARI saudita-spagnola SAMINavantia, nonché di altri sviluppi e attività compreso l’addestramento del personale saudita e il supporto in loco.

AUSTRALIA Varato il primo OPV classe «Arafura» Con una cerimonia tenutasi presso i cantieri Osborne Naval Shipyard presso Adelaide, alla presenza del ministro della Difesa australiano Peter Dutton, lo scorso 16 dicembre è stato varato il primo dei dodici OPV da 80 metri classe «Arafura». Destinati a rimpiazzare le unità delle classi «Armidale» e «Cape», i primi due OPV della nuova classe di unità più grandi e capaci vengono realizzati presso i cantieri Osborne Naval Shipyard dalla società Lürssen Australia e dai cantieri statali ASC mentre le rimanenti dieci unità saranno costruite a Henderson presso Perth nell’Australia occidentale dalle società Lürssen Australia e Civmec. L’unità capoclasse Arafura (203) è previsto venga consegnata alla Royal Australian Navy nel 2022.

Il primo dei dodici OPV da 80 metri classe «Arafura», destinati a rimpiazzare le unità delle classi «Armidale» e «Cape», è stato varato lo scorso 16 dicembre presso i cantieri Osborne Naval Shipyard nell’Australia Meridionale (Dipartimento della Difesa australiano).

Firmato accordo sulla propulsione nucleare

Con una cerimonia tenutasi il 4 dicembre presso i cantieri di San Fernando (Cadiz) del gruppo Navantia, è stata varata la corvetta UNAYZAH (836), quinta e ultima unità tipo «Avante 2200» per l’Arabia Saudita (Navantia).

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Il Ministro della Difesa australiano ha firmato lo scorso 22 novembre con i partner inglesi e americani, il documento per la condivisione delle informazioni sulla propulsione nucleare subacquea previsto dall’accordo AUKUS. In base a quest’ultimo, siglato lo scorso

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16 settembre, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti aiuteranno l’Australia a dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare, dopo che quest’ultima ha deciso in tal senso, cancellando il programma per i battelli a propulsione convenzionale con il gruppo francese Naval Group. «Questo accordo sosterrà l’Australia nel completare i diciotto mesi di esame approfondito e completo dei requisiti alla base della consegna di sottomarini a propulsione nucleare», ha dichiarato il ministro australiano Dutton aggiungendo che l’accordo fornirà un meccanismo per consentire al personale australiano di apprendere come costruire, gestire e supportare in modo sicuro ed efficace i sottomarini a propulsione nucleare.

Entrato in servizio l’AOR Stalwart (III) Con una cerimonia tenutasi lo scorso 13 novembre presso la base navale della Flotta occidentale, a Garden Island, vicino Adelaide, alla presenza del capo di Stato Maggiore della Royal Australian Navy, ammiraglio Michael Noonan, è stata immessa in servizio l’unità Stalwart (III), la seconda delle navi da rifornimento e supporto della classe «Supply». «Queste navi rappresentano un salto generazionale rispetto alla capacità fornita dalle precedenti unità da supporto in quanto sono dotate di un sistema di gestione del combattimento che migliora la condivisione delle informazioni con le altre Forze armate e alleate», ha affermato l’ammiraglio Noonan, rimarcando come tali navi offriranno una capacità significativa alla Marina, alle Forze armate australiane e ai partner regionali dell’Australia in termini di supporto in mare.

BRASILE Consegnato il primo elicottero H225M armato di missili antinave La Marina brasiliana ha ricevuto dalla Helibras, la filiale brasiliana di Airbus Helicopters, il primo elicottero «H-225M» («Super Cougar») in configurazione armata di missili antinave, che ha ricevuto la denominazione «AH-15B». Sviluppata dal team di ingegneri di Helibras è la più complessa configurazione finora realizzata, incentrata sull’integrazione di una suite di sorveglianza, scoperta, tracciamento, identificazione e

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ingaggio di bersagli di superficie che comprende la capacità di trasporto e lancio di due missili antinave MBDA «Exocet AM Block 2 Mod 2 », il radar per la sorveglianza di superficie Telephonics «APS143C(V)3», a cui s’aggiunge il sistema EO/IR FLIR Systems «Star Safire III», e il sistema di missione navale N-TDMS (Naval Tactical Data Management System), quest’ultimo sviluppato in collaborazione con Atech e Airbus Defence and Space, che gestisce tutti i sistemi integrati, compreso quello missilistico, a cui s’aggiunge la una suite di protezione passiva Saab «IDAS-3». L’ultima fase della campagna di tiro con i missili «Exocet AM Block 2 Mod 2» si è svolta con successo lo scorso giugno, aprendo la strada alla qualificazione e alla consegna. L’«H-225M» nella versione «AH-15B» fa parte del contratto firmato dal governo brasiliano nel 2008, incentrato sulla fornitura di 50 «H225M» che saranno gestiti dalle tre Forze armate. Finora sono stati consegnati 39 «H-225M» alle Forze armate brasiliane, tutti assemblati localmente da Helibras, di cui l’elicottero nella nuova versione rappresenta la dodicesima macchina per la Marina.

La Marina brasiliana ha ricevuto dalla filiale brasiliana di Airbus Helicopters, il primo elicottero «H-225M» («Super Cougar») in configurazione armata di missili antinave, che ha ricevuto la denominazione «AH-15B» (Airbus Helicopters).

BULGARIA Taglio lamiera per la prima unità MMPV Lo scorso 3 dicembre presso i cantieri MTG Dolphin di Varna, si è tenuta la cerimonia di taglio della prima

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lamiera, alla presenza del C.S.M. della Difesa e della Marina bulgare, rispettivamente ammiraglio Emil Eftimov e Kiril Mihaylov, della prima delle due unità tipo «MMPV» (Multipurpose Modular Patrol Vessel). Contrattualizzate dal ministero della Difesa bulgaro nel novembre 2020 al gruppo tedesco NVL (in precedenza Lürssen Defence) e costruite in cooperazione presso i cantieri MTG Dolphin e con il coinvolgimento dell’industria di settore nazionale su progetto dello stesso gruppo tedesco, l’unità capoclasse è previsto venga consegnata nel terzo trimestre del 2025, seguita dalla seconda a distanza di un anno. Realizzate sul progetto della piattaforma tipo «MMPV 90» da circa 2300 tonnellate di dislocamento e 90 metri, customizzata secondo le richieste della Marina bulgara, le due nuove unità avranno un sistema di combattimento integrato e con sistemistica proveniente principalmente dal gruppo svedese Saab nonché armamento incentrato su un cannone Leonardo OTO «Super Rapido» da 76/62 mm, un sistema per la difesa di punto Rheinmetall Oerlikon «Millennium» da 35 mm, missili antinave e superficie-aria non specificati unitamente a capacità antisom. Le due unità sono dotate di ponte di volo poppiero e hangar per accogliere, secondo le immagini divulgate, un elicottero del tipo «Panther» in servizio con la Marina bulgara.

CINA Entrato in servizio il quarto caccia classe «Tipo 055» Il quarto caccia lanciamissili «Tipo 55» (codice NATO: incrociatore classe «Renhai») è entrato in servizio l’11 novembre con la Flotta del Mar Cinese settentrionale della Marina cinese. Si tratta del caccia Anshan (103) che ha ricevuto il nome da una grande città della provincia di Liaoning, situata nel nord-est della Cina, e rappresenta la terza unità della classe a essere commissionata quest’anno. La costruzione dei più grandi caccia lanciamissili della PLAN è suddivisa tra due cantieri: Jiangnan Changxing Shipyard di Shanghai e Dalian Shipbuilding a Dalian. Il caccia Anshan è stato costruito presso i Jiangnan Changxing Shipyard di Shanghai. L’unità capoclasse battezzata Nanchang (101) è stata varata nel giugno 2017 presso i medesimi cantieri, a cui è seguito il secondo, Lhasa (102) nell’aprile 2018. Altre due unità, Dalian (105) e Yan’an (106) sono state varate nel 2018, seguite da altrettante, Anshan (103) e Zunyi (107) nel 2019 e altre due nel 2020 (distintivo ottico 104 e 108) portando il numero totale di piattaforme della classe attualmente in acqua a otto. Secondo fonti cinesi non confermate, una quinta unità, il caccia Yan’an (106), dovrebbe entrare a far parte della flotta PLAN a breve. L’unità capoclasse è stata commissionata il 12 gennaio 2020, seguita quest’anno dal caccia Lhasa (102) a marzo e Dalian (105) ad aprile.

COREA DEL SUD Pronto per la produzione il sistema K-SAAM

Lo scorso 3 dicembre presso i cantieri MTG Dolphin di Varna, si è tenuta la cerimonia di taglio lamiera della prima delle due unità tipo MMPV (Multipurpose Modular Patrol Vessel) contrattualizzate al gruppo tedesco NVL (in precedenza Lurssen Defence) - (NVL).

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Il gruppo LIG Nex1 ha annunciato di aver completato con successo il lancio di qualifica del sistema missilistico superficie-aria K-SAAM da bordo della fregata Daegu (FFG 818) della medesima classe. Grazie a tale attività, il sistema battezzato «Haegung» è pronto per la produzione di serie ad alta cadenza. Sviluppato congiuntamente dal gruppo LIG Nex1 e dell’Agenzia per lo sviluppo nella Difesa con l’obiettivo di rimpiazzare il sistema americano RAM (Rolling Airframe Missile), il K-SAAM si differenzia rispetto al primo per un sistema di lancio verticale e si caratterizza per un sistema di guida terminale radar-infrarosso. Con

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una portata massima di 20 km, il sistema K-SAAM è destinato a equipaggiare le presenti e future unità della Marina sudcoreana.

EGITTO Nuovi dettagli sul programma «Meko A-200EN» Secondo quanto comunicato dal Governo dell’ormai ex cancelliera Angela Merkel al Parlamento il giorno prima dell’insediamento del nuovo cancelliere Olaf Scholz, il Governo tedesco ha dato l’autorizzazione all’esportazione al ministero della Difesa egiziano delle tre unità navali in avanzata fase di costruzione presso l’industria nazionale. Si tratta delle tre fregate tipo «A-200EN» facenti parte dell’ordine che vede in coinvolgimento quale capocommessa Thyssenkrupp Marine Systems, a cui s’aggiunge una quarta la cui costruzione sarebbe iniziata presso il cantiere egiziano Alexandria shipyard con il supporto di tkMS, secondo quanto comunicato dal primo, in concomitanza con il salone delle Difesa e sicurezza EDEX presso il Cairo, che si è tenuto all’inizio di dicembre. Le prime due unità realizzate in Germania risultano in avanzata fase di allestimento mentre la terza è previsto venga varata a breve.

hyan, comandante in Capo delle Forze navali degli Emirati Arabi Uniti, è stata varata la prima delle due corvette «Gowind 2500» per la Marina emiratina che ha ricevuto il nome Bani Yas (P 110). Con un comunicato stampa emesso in pari data, Naval Group ha fornito i primi dettagli sul programma di acquisizione noto con lo stesso nome assegnato all’unità capoclasse, che finora prevede due unità di cui anche la seconda è in costruzione e verrà varata il prossimo anno. Non sono stati forniti dettagli sul contratto, ma secondo quanto rivelato dalla stampa in occasione della firma avvenuta nel 2019, si parla di un valore di 750 milioni di euro per le due unità navali, a cui s’aggiungerebbe l’opzione per ulteriori due unità. Naval Group fornirà la formazione degli equipaggi della Marina degli Emirati unitamente «all’utilizzo operativo delle unità». «Questa formazione inizierà in Francia e proseguirà nel Golfo Persico con sessioni di formazione collettiva su scenari operativi nei diversi domini di lotta sul mare», ha specificato Naval Group senza fornire ulteriori dettagli.

EMIRATI ARABI UNITI Contratto per il progetto delle nuove unità «Falaj 3» I cantieri Abu Dhabi ShipBuilding (ADSB) hanno assegnato un contratto di valore non specificato al gruppo di Singapore ST Engineering per la progettazione di base, di dettaglio e l’assistenza tecnica nel corso della futura costruzione delle quattro unità tipo «Falaj 3». Le nuove unità, che verranno realizzate negli Emirati Arabi Uniti, si basano sul progetto delle nuove navi da pattugliamento tipo «Fearless» da 60 metri, il cui design appartiene alla divisione navale del gruppo ST Engineering.

Varata la prima corvetta costruita da Naval Group Con una sobria cerimonia svoltasi il 4 dicembre presso i cantieri Naval Group di Lorient, alla presenza dell’ammiraglio Saeed Hamdan Mohamed Aal Na-

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Con una cerimonia svoltasi il 4 dicembre presso i cantieri Naval Group di Lorient, è stata varata la prima delle due corvette «Gowind 2500» per la Marina degli Emirati Arabi Uniti, battezzata BANI YAS (P 110) - (Naval Group).

FRANCIA Entrata in servizio la FREMM DA Alsace (D 656) La prima delle due fregate multi-missione con capacità per la Difesa aerea o FREMM DA (FRégate Multi-Missions à capacité de Défense Aérienne renforcée) è entrata ufficialmente in servizio attivo con la Marina francese il 22 novembre, dopo esser stata ac-

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cettata dall’agenzia OCCAR e consegnata alla Marine Nationale il 16 aprile scorso alla presenza del ministro francese delle Forze armate Florence Parly, dopo una serie di attività di collaudo in mare, a terra e all’atto del suo arrivo presso la base navale d’assegnazione di Tolone. È seguito un periodo di verifica della prontezza operativa della fregata e del suo equipaggio, che ha consentito di valutare e certificare le capacità nel corso d’attività operative, specialmente alla luce del suo inserimento nel gruppo navale incentrato sulla portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle (R 91) e sul sottomarino d’attacco nucleare Suffren. Nell’ambito di tale attività, l’equipaggio della fregata Alsace ha effettuato con successo, il 17 novembre, la valutazione del sistema missilistico antiaereo imbarcato con il primo lancio coronato da successo del missile antiaereo MBDA «Aster 30», completando la certificazione delle nuove capacità del sistema di combattimento della nave.

stinata, secondo i piani, alla consegna nel 2024. Le successive quattro unità previste dal programma seguiranno entro il 2030. Lo stesso giorno della cerimonia, il modulo dell’albero integrato (PSIM, Panoramic Sensors and Intelligence Module) con incorporati i principali sistemi e sensori del sistema di combattimento, è stato alimentato, dando inizio a una serie di test del sistema di combattimento, la cui integrazione e qualifica potrà essere effettuata in parallelo alla costruzione della nave, grazie al fatto che il modulo potrà essere integrato in un momento successivo.

Con la cerimonia d’impostazione della chiglia della prima FDI (Frégates de Défense et d'Intervention) battezzata AMIRAL RONARC’H, è iniziata la fase costruttiva e di allestimento vera e propria che porterà alla consegna alla Marina francese nel 2024 (Naval Group).

…e della prima LSS

La prima delle due fregate multi-missione con capacità per la Difesa aerea (FREMM DA (FRégate Multi-Missions à capacité de Défense Aérienne renforcée) ALSACE (D 656) è entrata ufficialmente in servizio attivo con la Marina francese il 22 novembre (Marine Nationale).

Impostazione della chiglia della prima FDI … Con una cerimonia tenutasi presso il cantiere di Lorient di Naval Group, è stata celebrata l’impostazione della prima FDI (Frégates de Défense et d’Intervention) battezzata Amiral Ronarc’h per la Marina francese. Con la celebrazione di tale evento, è iniziato l’assemblaggio delle sezioni dello scafo della nave de-

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L’impostazione della prima unità Jacques Chevallier tipo BRF (Bâtiment Ravitailleur de Forces) per la Marina francese si è tenuta senza cerimonia ufficiale presso i cantieri Chantiers de l’Atlantique di Saint Nazaire nei giorni precedenti il 25 dicembre. Le immagini di un messaggio twitter postato il 24 dicembre dal portavoce del ministero delle Forze armate e ripreso dalla Marina francese, mostrano il troncone prodiero proveniente dal cantiere di Castellammare di Stabia (Napoli) di Fincantieri insieme con un’altra sezione di dimensioni più ridotte sulla platea del cantiere mentre il testo enfatizza l’impegno della Difesa nella realizzazione di nuove unità. Tale cerimonia si sarebbe dovuta tenere il 14 dicembre ma causa le condizioni

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L’impostazione della prima unità tipo BRF (Bâtiment Ravitailleur de Forces) JACQUES CHEVALLIER per la Marina francese si è tenuta presso i cantieri Chantiers de l’Atlantique di Saint Nazaire nei giorni precedenti il 25 dicembre (ministero della Difesa francese).

Il ministero della Difesa tedesco ha siglato un contratto con la società ESG Elektroniksystem- und Logistik-GmbH per l’acquisto di tre sistemi UAS completi «Sea Falcon», destinati alla Marina tedesca, per l’impiego sulle corvette «K-130» classe «Braunschweig» (ministero Difesa tedesco).

meteomarine, la sezione proveniente dall’Italia non ha raggiunto il cantiere in tempo.

reale alla stazione di controllo imbarcata. Il relativo programma AImEG della durata di 4 anni, comprende una fase iniziale riguardante lo sviluppo e la certificazione di un sistema rispondente ai requisiti del ministero della Difesa tedesco, la consegna del medesimo sistema completo e l’integrazione su di una corvetta, la formazione iniziale del personale militare e servizi logistici complementari. La fase successiva comprende la produzione e consegna degli altri due sistemi, uno dei quali sarà anch’esso integrato su di una corvetta e l’altro utilizzato per l’addestramento a terra.

GERMANIA Contratto alla società ESG per tre sistemi UAS «Sea Falcon» Il BAAINBw, l’Ufficio federale delle attrezzature, delle tecnologie dell’informazione e del supporto in servizio del ministero della Difesa tedesco ha siglato un contratto con la società ESG Elektroniksystem- und Logistik-GmbH in qualità di capocommessa, per l’acquisto di tre sistemi completi denominati «Sea Falcon» e incentrati sui velivoli senza pilota (UAS, Unmanned Aircraft Systems) «Skeldar 200» destinati alla Marina tedesca, per l’impiego sulle corvette «K-130» classe «Braunschweig». Ciascun sistema è costituito da due velivoli senza pilota «Skeldar V-200» della società svedese UMS Skeldar, una stazione di controllo degli aeromobili integrabile sulle unità navali, attrezzature varie e pezzi di ricambio. Con un peso massimo al decollo di 235 kg e un carico utile fino a 40 kg, il «Sea Falcon» ha una velocità massima di 75 nodi e ha un’autonomia di volo fino a 5 ore. Capace di decollare e atterrare automaticamente sul ponte delle corvette con venti fino a 20 nodi e condizioni meteomarine «Sea State 3», il drone «Skeldar V-200» dispone di una suite EO/IR le cui immagini vengono trasmesse in tempo

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GIAPPONE Varo quarta fregata classe «Mogami»

Con una cerimonia tenutasi lo scorso 10 dicembre presso il cantiere di Nagasaki del gruppo Mitsubishi Heavy Industries, è stata varata la fregata MIKUMA (4), quarta unità della classe «Mogami» (JMSDF).

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Con una cerimonia tenutasi lo scorso 10 dicembre presso il cantiere di Nagasaki del gruppo MHI (Mitsubishi Heavy Industries), è stata varata la fregata Mikuma (4). Quarta unità della classe «Mogami» e terza a essere costruita dai cantieri MHI mentre la seconda unità della medesima classe è stata costruita da cantieri Mitsui E&S di Okayama, la nuova fregata è destinata a essere consegnata ed entrare in servizio tra la fine del 2022 e l’inizio 2023.

GRAN BRETAGNA Assegnato il programma MEWSIC Increment 1 L’agenzia DE&S (Defence Equipment and Support) della Difesa britannica per le acquisizioni e il supporto in servizio ha assegnato un contratto del valore di 100 milioni di sterline per la fase «Increment 1» del programma MEWSIC (Maritime Electronic Warfare System Integrated Capability) a un consorzio d’imprese capitanato da Babcock International insieme a Elbit Systems UK (ESUK) e QinetiQ. L’«Increment 1» del programma MEWSIC che verrà portato avanti dal team industriale insieme all’agenzia DE&S, la Royal Navy e l’agenzia DSTL (Defence Science e Technology Laboratories) prevede lo sviluppo, fornitura, integrazione e supporto in servizio di una suite EW di nuova generazione destinata ad assicurare una superiorità EW in campo operativo per le fregate «Type 26» e «31», i caccia «Type 45» e le portaerei classe «Queen Elizabeth».

gata olandese Evertsen (F 805) classe «De Zeven Provinciën», il sottomarino d’attacco nucleare Astute (S 119), le unità di supporto Tidespring (A 136) e Fort Victoria (A 387), e un gruppo aereo imbarcato sulla portaerei e sulle unità di scorta della Royal Navy comprendente i velivoli STOVL «F-35B» del No. 617 Squadron della RAF e del Marine Fighter Attack Squadron 211 del Corpo dei Marine nonché gli elicotteri Leonardo «Merlin Mk 2 Crowsnest» e «Merlin Mk2 ASW» del NAS (Naval Air Squadron) 820, «Merlin Mk 4» del 845 NAS e «Wilcat» del NAS 815. In una storica missione di sette mesi — il dispiegamento in tempo di pace più significativo della Royal Navy in una generazione — la portaerei e il suo gruppo navale con oltre 3.700 fra uomini e donne hanno visitato più di 40 paesi, addestrandosi e operando con nazioni alleate e partner e allacciando nuovi legami, rinnovando vecchie amicizie e battendo la bandiera della Gran Bretagna. I velivoli ad ala fissa «F-35B» imbarcati, secondo quanto comunicato dalla Royal Navy, hanno totalizzato più di 4.000 ore di volo, pari a oltre 23 settimane complessive in volo, comprese le sortite di combattimento con cui sono stati colpiti i rimanenti elementi di Daesh. «Questo dispiegamento di sette mesi ha dimostrato la rinascita della capacità ‘Carrier Strike’ per la Difesa del Regno Unito», ha dichiarato il capitano Ian Feasey, l’ufficiale comandante della Queen Elizabeth.

Il Carrier Strike Group 21 è tornato in UK Il gruppo navale incentrato sulla portaerei convenzionale Queen Elizabeth (R 08) e denominato CSG (Carrier Strike Group) 21, è tornato alla base di partenza in Gran Bretagna, dopo il suo primo dispiegamento operativo nell’ambito dell’«Operazione Fortis». Quest’ultima ha portato l’ammiraglia della flotta della Royal Navy nella regione indo-pacifica fino al Giappone e Guam, e indietro attraverso l’Atlantico, il Mediterraneo, il Canale di Suez, l’Oceano Indiano e il Pacifico. Il gruppo navale comprendeva oltre all’ammiraglia, i caccia lanciamissili Defender (D 36) e Diamond (D 34) classe «Daring», il caccia americano The Sullivans (DDG 68) classe «Arleigh Burke», le fregate Richmond (F 239) e Kent (F 78) classe «Duke» e la fre-

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Il gruppo navale incentrato sulla portaerei convenzionale QUEEN ELIZABETH (R 08) e denominato CSG (Carrier Strike Group) 21, è tornato alla base di partenza in Gran Bretagna, dopo il suo primo dispiegamento operativo nella regione Indo-Pacifica nell’ambito dell’«Operazione Fortis» (Crown Copyright).

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GRECIA Firmata LOI con l’Olanda per 2 fregate e 6 navi MCM Il direttore dell’agenzia greca GDDIA per il procurement della Difesa e il suo omologo olandese del DMO (Dutch Defense Materiel Organization) hanno firmato lo scorso 27 ottobre, a margine della Conferenza dei Direttori Nazionali degli Armamenti della NATO (CNAD), una lettera di intenti (Letter Of Intent) per il potenziale futuro trasferimento dal ministero della Difesa olandese a quello greco delle due fregate classe «Karel Doorman», rispettivamente Van Amstel (F 831) in riserva e Van Speijk (F 828) ancora in servizio con la Marina olandese, nonché sei unità contromisure classe «Alkmaar», meglio conosciute a livello internazionale come classe «Tripartite». La Marina greca ha necessità di trovare sul mercato dell’usato unità navali ancora in buono stato per sopperire a una futura perdita di capacità a fronte dell’acquisizione di unità di nuova generazione, in un mix bilanciato compatibile con i fondi a disposizione.

INDIA In servizio il caccia Visakhapatnam (D 66) e il sommergibile Vela (S24) Alla presenza del ministro della Difesa indiano, Raksha Mantri Shri Rajnath Singh e di alte personalità

Con una cerimonia tenutasi il 25 novembre presso la base navale di Mumbai, è entrato in servizio il sommergibile VELA (S 24), quarto del tipo «Scorpene» appartenente alla classe «Kalvari» (ministero della Difesa indiano).

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militari e civili, è stato ufficialmente immesso in servizio il caccia lanciamissili Visakhapatnam (D 66) con una cerimonia tenutasi presso la base navale di Mumbai il 21 novembre scorso. Si tratta, dell’unità capoclasse di quattro caccia del «Project 15B» («P-15B»), la più avanzata e potente classe di unità di superficie della Marina indiana. Progettate da quest’ultima e costruite presso i cantieri Mazagon Dock Limited (MDL), le nuove unità incorporano le più avanzate tecnologie e sistemi sviluppati dall’industria indiana, con un contenuto nazionale che sale al 72% contro il 59% e il 42% rispettivamente dei caccia sviluppati e costruiti nell’ambito dei programmi P-15A e P-15 dai cantieri indiani. Il successivo 25 novembre presso la base navale di Mumbai, è stata la volta del sommergibile tipo «Scorpene» Vela (S 24), quarto della classe «Kalvari».

INTERNAZIONALE Impostazione della prima unità del programma belga-olandese rMCM Con una cerimonia tenutasi presso i cantieri di Concarneau lo scorso novembre alla presenza dei capi di Stato Maggiore della Difesa belga e olandese, rispettivamente l’ammiraglio Michel Hofman e il generale Onno Eichelsheim, è stata impostata la chiglia della prima delle dodici unità contromisure mine da realizzare ed equipaggiare nell’ambito del programma congiunto «rMCM». Quest’ultimo è stato assegnato nel 2019 a Belgium Naval & Robotics, il consorzio formato da Naval Group ed ECA Group, e prevede la fornitura alle Marine belga e olandese di dodici navi contromisure mine (sei per ogni Marina) e una suite comune di circa cento fra droni subacquei, di superficie e aerei, con cui verranno equipaggiate le medesime piattaforme. Kership, la joint venture tra Naval Group e Piriou, è responsabile della produzione delle dodici navi che vengono costruite e allestite presso Concarneau. Naval Group, quale capocommessa, è responsabile della progettazione delle navi, dell’integrazione complessiva e del collaudo e messa in servizio del sistema di missione (sistema di combattimento e sistema di contromisure antimine). Il Gruppo ECA, in qualità di co-contraente, è responsabile della suite incentrata sui droni di diversa

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natura, che saranno prodotti (eccetto quelli aerei) nello stabilimento del Gruppo ECA presso Ostenda, in Belgio. Il supporto in servizio delle navi sarà effettuata in Belgio in stretta collaborazione tra la Marina belga e Naval Group Belgium, con l’assistenza del partner locale Flanders Ship Repair. La consegna della prima unità è prevista alla Marina belga per la fine del 2024 a Zeebrugge. Le consegne successive saranno poi scaglionate fra le due Marine fino al 2030.

Presentata l’offerta per la MMPC

Il consorzio guidato da Fincantieri, Naval Group e Navantia e coordinato da Naviris ha presentato lo scorso 9 dicembre un’offerta al Fondo Europeo per la Difesa (EDF, European Defence Funding) per il bando MMPC (Modular and Multirole Patrol Corvette), meglio conosciuta come EPC (European Patrol Corvette). L’obiettivo della proposta, secondo quanto congiuntamente comunicato, è massimizzare le sinergie e la collaborazione tra le industrie cantieristiche europee. Sviluppando insieme una nuova unità EPC, i gruppi cantieristici citati si prefiggono lo scopo di garantire la sovranità europea nel settore delle navi di seconda linea. Secondo quanto dichiarato, questa proposta consentirà di dare impulso al progetto PESCO (Permanent Structured Cooperation), e prevede la partecipazione di Italia, Francia, Spagna e Grecia nel relativo progetto EPC, a cui s’aggiungono Danimarca e Norvegia nel cofinanziamento mentre dal punto di vista industriale sono coinvolte Fincantieri, Naval Group e Navantia, coordinate da Naviris, in aggiunta a 40 aziende per sistemi e componenti navali. Sulla base di un quadro unificato di standard e di metodologie collaborative avanzate di ingegneria, la EPC mira a essere sviluppata in tempi molto brevi, partendo dagli studi di definizione della configurazione fino ad arrivare alla progettazione iniziale. Il design prodotto costituirà una svolta rispetto alle attuali unità, in quanto modulare e flessibile, nonché più efficiente dal punto di vista energetico, più ecologico, più sicuro, maggiormente interoperabile e attento alla cyber security. La MMPC sarà infine caratterizzata per rispondere agli specifici requisiti nazionali, mantenendo un comune «core design» di riferimento. Questa proposta, secondo quanto comunicato, costituisce il primo fondamentale passo per preparare la futura produzione di Impostazione della chiglia lo scorso 30 novembre della prima delle dodici unità per compiti MCM in fase di fornitura insieme ai relativi droni da parte del consorzio formato da un’unità prototipo in caso di emissione di un Naval Group ed ECA Group nell’ambito del programma congiunto belga-olandese rMCM secondo bando EDF nell’ambito della piani(ECA Group). ficazione pluriennale.

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ITALIA Nuove navi green per la Guardia costiera

Completata la partecipazione all’«Operazione Agenor»

Lo scorso 15 novembre, presso il Comando generale delle Capitanerie di porto-Guardia costiera, si è tenuta la cerimonia per la firma del contratto per la progettazione e la costruzione di un’unità d’altura multiruolo (UAM) da 85 metri. La firma è avvenuta tra il comandante generale, l’ammiraglio ispettore capo Nicola Carlone, e l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, quest’ultimo in rappresentanza delle due società, Fincantieri e Cantiere Navale Vittoria, che opereranno attraverso un raggruppamento temporaneo di imprese. «La Guardia costiera cresce al passo con lo sviluppo della cantieristica italiana» ha dichiarato l’ammiraglio Carlone, aggiungendo che trattasi di «uno sviluppo necessario per un’organizzazione con un forte carattere tecnologico, professionale e operativo che è arrivata ad affermarsi come un’eccellenza del nostro paese, riconosciuta anche a livello internazionale». La commessa del valore di circa 80 milioni di euro prevede la costruzione dell’unità capoclasse e il relativo servizio di temporary support quinquennale, oltre alla possibilità dell’esercizio del diritto di opzione per altre due unità.

Nel periodo inizio ottobre-inizio dicembre, la fregata Federico Martinengo (F 596) classe «Bergamini» ha partecipato come primo assetto nazionale all’operazione AGENOR, nell’ambito dell’iniziativa a guida europea EMASOH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz). «L’integrazione della fregata Martinengo in EMASOH evidenzia l’importanza di operare in un contesto multinazionale attraverso la centralità dei paesi europei come strumento efficace per sviluppare il concetto di sicurezza collaborativa in mare. L’operazione rappresenta un momento molto significativo in quanto espressione di coesione tra tutti i paesi coinvolti e dimostrerà l’alto livello di interoperabilità degli assetti volti a garantire la libertà di navigazione, rassicurare la navigazione e il libero flusso del commercio globale, operando nel pieno rispetto del diritto internazionale», ha affermato il comandante della fregata, C.F. Roberto Carpinelli, al momento dell’inizio della partecipazione alla missione. L’unità imbarcava due elicotteri ASuW/ASW «SH-90» e personale del 4° Gruppo Elicotteri Aviazione della Marina Militare e una squadra della Brigata Marina San Marco. L’iniziativa EMASOH è stata lanciata dalla Francia nel gennaio 2020, sulla base di una dichiarazione politica comune con Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi e Portogallo, e più recentemente è stata sostenuta da una nona nazione: la Norvegia. Il Governo italiano ha approvato la partecipazione e il dispiegamento di risorse nazionali all’iniziativa lo scorso giugno con la reiterazione da parte del Parlamento italiano, lo scorso settembre, dei propri impegni internazionali per il 2021. Questi sono perseguiti per contrastare il terrorismo e stabilizzare l’area del «Mediterraneo allargato» che si estende al di fuori del «Mare Nostrum» nell’Oceano Atlantico fino al Golfo di Guinea, al Mar Nero, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e

Lo scorso 15 novembre, presso il Comando generale delle Capitanerie di porto – Guardia costiera, si è tenuta la cerimonia per la firma del contratto per la progettazione e la costruzione di un’unità d’altura multiruolo (UAM) per il medesimo Corpo (Fincantieri).

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Nel periodo inizio ottobre-inizio dicembre, la fregata FEDERICO MARTINENGO (F 596) classe Bergamini ha partecipato come primo assetto nazionale all’«Operazione Agenor», nell’ambito dell’iniziativa a guida europea EMASOH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz) - (EMASOH).

al Golfo Persico-Arabo. Secondo la documentazione rilasciata al Parlamento italiano, la partecipazione dei mezzi navali e aerei delle nazioni europee a EMASOH è finalizzata principalmente a tutelare e sostenere il traffico mercantile nazionale e non, rafforzando la cooperazione con altre iniziative nell’area, contribuendo alla «maritime situational awareness» dello spazio aereo e navale della regione. Durante il periodo di contribuzione, la fregata italiana ha condotto 15 traversate dello Stretto di Hormuz (SoH), monitorando la navigazione mercantile dei 9 paesi partecipanti, e 12 traversate con un attento monitoraggio di specifiche navi mercantili, oltre a effettuare 15 missioni con gli elicotteri.

La Marina Militare ha partecipato all’esercitazione «Bison Counter 21» Gli assetti specialistici della Marina Militare hanno partecipato all’esercitazione multinazionale denominata «Bison Counter 21» la più imponente e rilevante esercitazione UE nel contrasto alla minaccia IED (Improvised Explosive Device), tenutasi dal 24 ottobre al 5 novembre in Sardegna con il supporto dall’Agenzia Europea per la Difesa (EDA, European Defence Agency). Il Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del COMSUBIN ha rischierato i palombari specializzati nella condotta delle attività CME (C-IED in Maritime Environment) ovvero ufficiali sub EOD del GOS nei

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livelli di comando e controllo della Task Organization, unitamente a un team di specialisti IEDD (Improvised Explosive Device Disposal) e quattro sottufficiali artificieri del plotone Guastatori EOD del 1° Reggimento «San Marco». Per circa tre settimane 650 militari, fra personale delle Forze armate italiane e di nove Stati membri (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Slovenia, Spagna e Svezia), oltre a team provenienti dalla Norvegia e dagli Stati Uniti, hanno avuto come focus l’addestramento del personale specializzato nel contrasto alla minaccia IED, presso le aree addestrative di Capo Teulada, del porto di Cagliari e della base aerea di Decimomannu. Tra i contributi più importanti, da sottolineare il rischieramento del JDEAL (Joint Deployable Exploitation and Analisys Laboratory) nella versione operativa completa posto sotto il comando del C.F. Giovanni Modugno del COMSUBIN, oltre al C.F. Therry Trevisan nel ruolo di «Area Coordinator» del sedime addestrativo di Cagliari. Le complesse attività previste durante l’esercitazione si sono sviluppate, oltre che in scenari terrestri, anche in contesti puramente marittimi e subacquei ove i palombari EOD del GOS hanno potuto mettere in pratica le peculiari capacità nel settore IED, dalla ricerca e scoperta fino alla relativa neutralizzazione e raccolta prove post detonazione con il contestuale invio dei reperti al laboratorio JDEAL. La

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partecipazione all’esercitazione «Bison Counter 2021» ha evidenziato e confermato la completa interoperabilità degli operatori EOD del GOS e della Brigata Marina San Marco, con expertise di altissimo livello in ambito C-IED in ogni scenario tridimensionale, dai fondali marini, alle unità navali fino alle infrastrutture terrestri e alle aree portuali.

Elicotteri e personale dell’E.I. nell’esercitazione «Mare Aperto 2021» In occasione dell’esercitazione «Mare Aperto 2021», gli equipaggi di volo degli elicotteri «AH-129D Mangusta» del «5° Reggimento Rigel» dell’Esercito Italiano hanno conseguito la qualifica necessaria all’appontaggio sui ponti di volo delle unità navali, c.d. caratteristica «Bravo». Per circa un mese, nave Garibaldi (C 551) è stata, infatti, la sede logistica per gli assetti di volo del Task Group «Tomahawk» del «49° Capricorno» e degli equipaggi di volo del «5° Reggimento Rigel», consentendo un ritorno addestrativo non solo per i piloti, ma anche per l’equipaggio dell’unità e in

particolare per il personale tecnico del ponte di volo che ha potuto lavorare e confrontarsi con un ulteriore assetto elicotteristico.

Prima donna al comando di una Compagnia della Brigata Marina San Marco Il tenente di vascello Ambra Francolini ha assunto per la prima volta nella storia della specialità, il comando di una compagnia della Brigata Marina San Marco, e in particolare della 1° Compagnia Assalto «Bafile», alle dipendenze del 1° Battaglione Assalto Grado, il 24 settembre scorso.

Passo avanti per l’interoperabilità fra velivoli e portaerei della NATO Il gruppo navale incentrato sulla portaerei Cavour (CVH 550) ha condotto con successo nel weekend del 20-21 novembre le prime attività di volo congiunte con i velivoli STOVL «F-35B Lightning II» dell’Aeronautica Militare e della Marina Militare, insieme al Carrier Strike Group 21 (CSG 21) della Royal Navy incentrato

Condotto l’addestramento degli equipaggi di volo del 5° Reggimento «Rigel» dell’Esercito Italiano imbarcati con elicotteri «AH-129D Mangusta» su Nave GARIBALDI (C 551) durante l’esercitazione «Mare Aperto 2021».

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sulla portaerei Queen Elizabeth (R 08), con operazioni cross-deck tra le due piattaforme navali di velivoli dell’USMC e italiani. Condotte nel Mediterraneo centrale a sud-est della Sicilia, le attività interforze e congiunte internazionali sono state seguite da vicino dal C.S.M. della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, accompagnato, per l’occasione, dal C.S.M. della Marina Militare, ammiraglio Enrico Credendino e dal C.S.M. dell’Aeronautica Militare, generale Luca Goretti, a bordo dell’ammiraglia della Marina Militare. L’esercitazione congiunta ha registrato diverse «prime»: inizialmente due «F-35B» operativi appartenenti al Fighter Attack Squadron (VMFA) 211 del Corpo dei Marine — imbarcati a bordo della portaerei britannica con gli F-35B del No. 617 Squadron della RAF — sono atterrati e hanno operato per la prima volta dalla portaerei Cavour. Successivamente un «F35B» appartenente al Gruppo Aerei Imbarcati (GRUPAER), e un «F-35B» dell’Aeronautica Militare in servizio con il 13° Gruppo/32° Stormo è appontato e ha operato per la prima volta dalla portaerei britannica. Infine, per la prima volta l’«F-35» dell’Aeronautica Militare è atterrato e ha operato dalla Cavour insieme all’ «F-35B» della Marina Militare. Tutte le attività di volo sono state integrate nelle operazioni navali dei due

gruppi di portaerei. «Questo è stato un giorno storico e l’inizio di un nuovo capitolo per le operazioni navali e congiunte delle Forze armate italiane. Continueremo a marce forzate verso una completa integrazione delle due componenti “F-35” dell’Aeronautica e della Marina, portando a una piena interoperabilità sia in ambito aereo che navale sulla base delle procedure operative utilizzate dalle due Forze armate. Oggi abbiamo visto “F-35B” italiani appartenenti all’Aeronautica e alla Marina Militare operare insieme dalle portaerei Cavour e Queen Elizabeth della Royal Navy, mentre gli “F-35B” USMC hanno operato dall’ammiraglia italiana. L’interazione con l’addestramento operativo ha visto anche tutti e quattro gli «F-35B” dei diversi paesi condurre attività di volo insieme, dimostrando una forte interoperabilità tra i partner alleati», ha evidenziato l’ammiraglio Cavo Dragone. «Oltre alle ottime capacità già raggiunte dagli “F-35” dell’Aeronautica Militare, sia in campo operativo che in operazioni reali, l’esercitazione odierna rappresenta un forte impulso nel processo di sviluppo della capacità nazionale di proiezione aerea dal mare, con l’integrazione di una Forza tattica multiruolo congiunta di quinta generazione», ha sottolineato l’ammiraglio Cavo Dragone, congratulandosi con il personale della Marina e dell’Ae-

I gruppi navali incentrati sulle portaerei CAVOUR (CVH 550) e QUEEN ELIZABETH (R 08) hanno condotto con successo le prime attività di volo congiunte con i velivoli STOVL «F-35B Lightning II» dell’Aeronautica Militare, della Marina Militare e del Corpo dei Marines.

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ronautica coinvolti nell’attività. «Le sinergie tra Marina Militare e Aeronautica nell’utilizzo degli “F-35B” a bordo della portaerei, si realizzeranno anche negli schieramenti a terra, operando congiuntamente in situazioni operative dove non siano disponibili idonee piste di atterraggio per velivoli convenzionali», ha aggiunto con un comunicato ufficiale, sottolineando l’integrazione multi-dominio di entrambe le componenti e la partecipazione degli «F-35B» della Marina da terra alle operazioni sia terrestri che navali. «Siamo felici di lavorare insieme e di farlo anche con i colleghi britannici e dei Marines americani — ha aggiunto l’ammiraglio Enrico Credendino — perché l’addestramento congiunto dei piloti e degli equipaggi delle navi garantisce la piena interoperabilità: il futuro è oggi». Il CSG britannico, a cui negli ultimi giorni era stato integrato il caccia Doria (D 553), ha continuato la prima rotta di rientro verso il Regno Unito, mentre il gruppo navale italiano, formato anche da nave Garibaldi (C 551), dalla rifornitrice Vulcano (A 5335) e dal cacciatorpediniere Durand de la Penne (D 560), ha fatto ritorno presso la base navale di Taranto.

La fregata Fasan (F 591) partecipa all’esercitazione greca «Niriis 2021» La fregata Virginio Fasan (F 591) ha preso parte all’esercitazione aeronavale «Niriis 21», organizzata dalla Marina ellenica e svoltasi sulle acque intorno all’isola di Creta tra il 22 e il 30 novembre 2021, secondo un programma di attività seriali che ha abbracciato tutte le forme di lotta, e una fase tattica sviluppata in uno scenario di crisi e di minaccia multidimensionale e asimmetrica, focalizzato su una attività di evacuazione di personale non combattente (NEO). In tale quadro operativo, lo Standing Nato Maritime Group 2 (SNMG2) composto dalla flagship, nave Virginio Fasan, la fregata rumena Regina Maria (F 222), la fregata bulgara Drazki (41) e la rifornitrice tedesca Spessart (A 1442), ha operato con gli assetti della Marina e

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dell’Aeronautica greca, nonché con il Gruppo Permanente dei Cacciamine (SNMCMG2), consolidando l’interoperabilità tra le Forze alleate, al fine di aumentare la prontezza operativa e rafforzare la cooperazione tra gli assetti multinazionali partecipanti.

L’ammiraglio Aurelio De Carolis è il nuovo CINCNAV L’ammiraglio Aurelio De Carolis è il nuovo comandante in capo della Squadra navale della Marina Militare (CINCNAV). Succede all’ammiraglio Paolo Pezzutti, che ha ricoperto l’incarico ad interim per un breve periodo e che mantiene il comando della Seconda Divisione navale. L’ammiraglio De Carolis lascia invece l’incarico di sottocapo di Stato Maggiore della Marina. La cerimonia di passaggio di consegne si è svolta il 17 dicembre scorso a bordo della portaerei Cavour, ormeggiata nella stazione navale «Mar Grande» di Taranto, alla presenza del sottosegretario alla Difesa, senatrice Stefania Pucciarelli, del presidente della commissione Difesa della Camera, deputato Gianluca Rizzo, del C.S.M. della Marina Militare, ammiraglio Enrico Credendino e di autorità politiche, militari, giudiziarie e religiose.

L’ammiraglio Aurelio De Carolis ha assunto il Comando della Squadra navale della Marina Militare lo scorso 17 dicembre, con una cerimonia tenutasi a bordo della portaerei CAVOUR.

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Due palombari protagonisti al corso EOD della US Navy Lo scorso 24 novembre, presso la US Naval School Explosive Ordnance Disposal (EOD), il cui personale proviene da tutte le Forze armate americane, ha avuto luogo la cerimonia di fine corso «International EOD». Il sottocapo di 3^ classe palombaro Alberto Maradini e il sottocapo di 3^ classe palombaro Nicola Cappanera in forza al Gruppo Operativo Subacquei (GOS) di COMSUBIN, si sono classificati al primo e al secondo posto vincendo la concorrenza di ben 13 paesi esteri partecipanti, peraltro riportando una media di punteggio altissima di 98,78/100 e 98/100 che ha stabilito un primato assoluto tra le nazioni aderenti. Alla cerimonia di consegna dei brevetti era presente il 1° luogotenente palombaro Paolo Giannoni che, nell’ambito di un programma dedicato di scambio delle rispettive professionalità, svolge l’incarico di istruttore del personale americano presso la Scuola Palombari della U.S. Navy.

Contratto per la seconda LSS Con una cerimonia tenutasi lo scorso 20 dicembre presso l’ufficio dell’OCCAR (Organisation Conjointe de Cooperation sur l’Armement, l’organizzazione internazionale di cooperazione per gli armamenti) in Roma, il direttore dell’agenzia Matteo Bisceglia e il responsabile della divisione unità militari di Fincantieri, Giuseppe Giordo, quale rappresentante del raggruppamento temporaneo di impresa (RTI) guidato da Fincantieri e comprendente Leonardo, hanno firmato il contratto per la fornitura alla Marina Militare della seconda unità tipo LSS classe «Vulcano». Il programma congiunto italo-francese gestito da OCCAR prevede l’opzione per una terza unità. La LSS sarà interamente costruita presso il cantiere di Castellammare di Stabia, dove la consegna è prevista per il 2025. Il contratto ha un valore di circa 410 milioni di euro compreso il sistema di combattimento. L’ordine prevede anche la fornitura del supporto al ciclo vita dell’unità nei primi dieci anni, articolato in attività di logistica e supporto in servizio (attività manutentiva), nonché quella di componenti e macchinari navali realizzati dalla Direzione sistemi e componenti meccanici di Fincantieri, tra cui linee d’assi, timoneria, eliche di manovra, pinne

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stabilizzatrici e altri impianti di movimentazione, oltre a nuovi equipaggiamenti. L’ordinativo che rappresenta il quinto emendamento al contratto LSS è stato assegnato a soli 9 mesi dalla consegna alla Marina Militare dell’unità capoclasse, che ha raggiunto la piena operatività in occasione della partecipazione all’esercitazione «Mare Aperto 2021».

La MM ospita il 17° meeting annuale del V-RMTC & T-RMN La 17a edizione dell’annuale meeting del V-RMTC & T-RMN (Virtual Regional Maritime Traffic Centre & Trans Regional Maritime Network), si è tenuta a Roma lo scorso 15 e 16 dicembre, con la partecipazione di esperti provenienti dalle 35 Marine mondiali aderenti al progetto. Quest’ultimo prevede lo scambio reciproco di informazioni non classificate relative a unità mercantili di stazza pari o superiore a 300 tonnellate. L’evento, ospitato dalla Marina Militare e organizzato dal 3° Reparto «Pianificazione e politica marittima» del suo Stato Maggiore, è tornato a tenersi in presenza a distanza di due anni dall’ultimo incontro, anche se alcuni delegati hanno dovuto nuovamente partecipare in videoconferenza a causa delle restrizioni ai viaggi imposte dall’attuale situazione pandemica. Quest’anno il seminario è stato aperto agli osservatori delle Marine di Egitto, Giappone, Libano, Messico e Qatar, oltre ai rappresentanti del progetto di cooperazione e capacity building CRIMARIO II dell’Unione europea e del Maritime Safety and Security Information System (MSSIS), il sistema di condivisione delle informazioni marittime sviluppato dal Dipartimento dei trasporti americano.

NORVEGIA Consegnato il primo velivolo «P-8A Poseidon» L’agenzia per l’approvvigionamento della Difesa norvegese (NDMA) ha accettato lo scorso 18 novembre il primo dei cinque velivoli ASuW/ASW «P-8A Poseidon» prodotti dalla Boeing e destinati alla Royal Norwegian Air Force (RNoAF). La consegna arriva quattro anni dopo che l’NDMA ha stipulato un accordo con la Marina degli Stati Uniti per l’acquisizione dei velivoli «P-8°» e due anni prima che la nuova mac-

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china inizi a svolgere i compiti di pattugliamento marittimo nell’estremo nord del paese nordico. I quattro restanti velivoli sono tutti in fase avanzata di produzione e saranno consegnati all’NDMA nel 2022.

PAKISTAN Consegnata la prima fregata «Tipo 054 A/P» Con una cerimonia tenutasi presso i cantieri Hudong-Zhongua del gruppo China State Shipbuilding Corporation (CSSC), alla presenza dell’ambasciatore del Pakistan in Cina, è stata immessa in servizio la prima fregata «Tipo 054 A/P». Si tratta dell’unità Tughril, prima di una classe di quattro unità, di cui la prima coppia è stata contrattualizzata nel 2017 mentre la seconda è seguita nel giugno 2018.

Taglio lamiera del quinto sommergibile classe «Hangor» La costruzione del quinto degli otto battelli classe «Hangor» è stata ufficialmente lanciata lo scorso 9 dicembre presso i cantieri Karachi Shipyard and Engineering Works (KS&EW) di Karachi con la cerimonia del taglio della prima lamiera. Il ministero della Difesa pakistano ha siglato nel 2015 un contratto con il gruppo cinese CSOC (China Shipbuilding & Offshore International Corporation) per l’acquisizione di otto battelli della classe «Hangor» che rappresentano una versione customizzata del modello «S-26» per l’esportazione del progetto di battelli a propulsione diesel/elettrica con sistema indipendente dall’aria (AIP, Air Independent Propulsion) «Tipo 039A/041» classe «Yuan», di cui è prevista la consegna fra il 2022 e il 2028. Il battello che è stato impostato presso i canteri KS&EW e riceverà il nome Tasnim una volta in servizio, rappresenta la prima unità a essere realizzata localmente con trasferimento di tecnologia e il supporto cinese dall’industria nazionale pakistana.

dustrial Corporation) NPO Mashinostroyenia ha lanciato la produzione in serie del sistema missilistico ipersonico «Tsirkon» per la Marina della Federazione russa. La produzione in serie ha preso il via presso il medesimo complesso industriale nonostante le prove e test d’accettazione in servizio da parte del ministero della Difesa per l’impiego da piattaforma navale di superficie siano in fase di completamento. Lo scorso 24 dicembre, il presidente della Federazione russa Vladimir Putin si è pubblicamente congratulato con il personale impegnato in un lancio multiplo, coronato da successo, sia da unità di superficie che da sottomarini del nuovo sistema missilistico ipersonico dopo che in novembre aveva dichiarato che lo stesso sarebbe stato consegnato alla Marina russa nel 2022. Secondo quanto annunciato dalla TASS, il ministero della Difesa russo ha siglato un contratto per la produzione in serie a vantaggio della Marina in occasione del salone «Army 2021» dello scorso agosto. Secondo l’agenzia Interfax che fa riferimento a informazioni ottenute da fonti non specificate della Flotta del Nord, il recente evento di dicembre ha visto la partecipazione di una fregata che ha realizzato una salva di ben 10 missili e due sottomarini anch’essi protagonisti con lanci, in questo caso, singoli.

Secondo l’agenzia TASS, il complesso industriale e bureau per lo sviluppo missilistico MIC NPO Mashinostroyenia ha lanciato la produzione in serie del sistema missilistico ipersonico «Tsirkon» per la Marina della Federazione russa (ministero della Difesa della Federazione russa).

RUSSIA Lanciata la produzione in serie per il missile ipersonico «Tsirkon»

Varato la nave contromisure mine Anatoly Shlemov (651)

Secondo una fonte del ministero della Difesa russo riportata dall’agenzia TASS, il complesso industriale e bureau per lo sviluppo missilistico MIC (Military-In-

Lo scorso 29 novembre presso i cantieri SredneNevsky di San Pietroburgo è stato varato il cacciamine Anatoly Shlemov della classe «Alexandrite» «Progetto

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getto 955°» ed è stato varato il terzo della medesima classe battezzato Generalissimo Suvorov. Al primo evento ha preso parte anche in videoconferenza il presidente Vladimir Putin e in persona il C.S.M. della Marina della Federazione russa Nikolai Yevmenov, presente anche al secondo.

… del secondo SSGN classe «Yasen M»

Lo scorso 29 novembre presso i cantieri Sredne-Nevsky di San Pietroburgo è stato varato il cacciamine ANATOLY SHLEMOV (651) della classe «Alexandrite» «Progetto 12700» (Cantieri Sredne-Nevsky).

12700». Si tratta della settima unità della classe che è previsto entri in servizio con la flotta del Pacifico nel 2022. In occasione del varo, il responsabile del bureau di progettazione Almaz, Alexander Shlyakhtenko, ha annunciato che la decima unità della classe sarà una versione migliorata dell’attuale piattaforma.

Consegna del secondo e varo del terzo SSBN classe «Borei-A» e …

In occasione della prima cerimonia presso i cantieri Sevmash il 21 dicembre, è stato consegnato anche il secondo SSGN della classe «Yasen M» «Progetto 885 M», rappresentato dal battello Novosibirsk (K 573), che unitamente all’SSBN Knyaz Oleg (K 552) sono destinati alla flotta del Pacifico.

STATI UNITI Consegna le LCS Minneapolis-Saint Paul (LCS 21) e Canberra (LCS 30) Con una cerimonia tenutasi lo scorso 18 novembre presso i cantieri Marinette Marine del gruppo Fincantieri a Marinette (Wisconsin) è stata consegnata all’US Navy la LCS (Littoral Combat Ship) Minneapolis-Saint Paul (LCS 21). Si tratta dell’undicesima unità della classe «Freedom» e la prima a incorporare dopo un’estesa fase di test e valutazione le modifiche al complesso riduttore, a seguito della scoperta di un difetto al sistema installato

Con due cerimonie tenutasi presso i cantieri Sevmash il 21 e il 25 dicembre, è stato rispettivamente consegnato il battello lanciamissili balistici Knyaz Oleg (K 552), secondo della classe «Borei A» o «Pro-

Con due cerimonie tenutasi presso i cantieri Sevmash il 21 e il 25 dicembre, è stato rispettivamente consegnato il battello lanciamissili balistici KNYAZ OLEG (K 552) e il GENERALISSIMO SUVOROV, rispettivamente seconda e terza unità della classe «Borei A» o «Progetto 955°», di cui è qui ripresa la prima unità della sottoclasse (Cantiere Sevmash).

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Con una cerimonia tenutasi lo scorso 18 novembre presso i cantieri Marinette Marine del gruppo Fincantieri è stata consegnata all’US Navy la LCS MINNEAPOLIS-SAINT PAUL (LCS 21) (Lockheed Martin).

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sulle unità in servizio, problema che ha portato a limitazioni operative delle medesime per prevenire ulteriori guasti e fermo delle piattaforme. L’unità MinneapolisSaint Paul è la prima a introdurre le modifiche atte a consentire il ritorno alle operazioni senza limitazioni di potenza, secondo quanto dichiarato dalla capocommessa Lockheed Martin. Il successivo 23 dicembre, è stata la volta dell’LCS Canberra (LCS 30), consegnata dai cantieri Austal USA. Si tratta della seconda unità classe «Independence» a essere consegnata dai medesimi cantieri alla Marina americana nel 2021.

logy Insertion» che incorpora delle migliorie previste dalla successiva variante Flight III. A distanza di 7 giorni è stata immesso in servizio con una cerimonia tenutasi presso la base navale di Pearl Harbour, il caccia Daniel Inouye (DDG 118). Si tratta della terza piattaforma della variante «Flight IIA: Technology Insertion» che risulta equipaggiata con il sistema di combattimento «AEGIS Baseline 9» che assicurare capacità IAMD (Integrated Air and Missile Defense) e migliora le capacità di difesa contro missili balistici.

Battesimo di quattro unità Lo scorso 6 novembre presso il porto di San Diego è stata battezzata la futura unità rifornitrice Harvey Milk (T-AO 206). Si tratta della seconda unità della classe «John Lewis», destinata a entrare in servizio con l’MSC (Military Sealift Command). A distanza di una settimana è stata la volta dell’unità da trasporto veloce Apalachicola (T-EPF 13) presso Mobile (Alabama). Si tratta della tredicesima unità classe «Spearhead» destinata a entrare in servizio con l’MSC. Nel corso delle medesima giornata presso i cantieri Ingalls Shipbuilding del gruppo HHI (Huntington Ingalls Industries), è stata la volta del sottomarino d’attacco a propulsione nucleare New Jersey (SSN 796) che rappresenta la quinta unità del «Block IV» dei battelli della classe «Virginia». A distanza di un’ulteriore settimana è stata la volta della LCS Marinette (LCS 25) presso gli omonimi cantieri Marinette Marine di Fincantieri. Si tratta della prima unità in servizio con la US Navy a portare il nome della città che ha dato, fin dal 1942 e continua a dare, un significativo contributo alle costruzioni della US Navy, con oltre 1500 unità realizzate localmente, fra cui le unità LCS classe «Freedom», e prossimamente le fregate lanciamissili «FFG 62» classe «Constellation».

Consegna del caccia DDG 121 ed entrata in servizio del DDG 118 Il futuro caccia Frank E. Petersen Jr (DDG 121) è stato consegnato alla Marina americana dai cantieri Ingalls Shipbuilding del gruppo HHI (Huntington Ingalls Industries) lo scorso 30 novembre. Si tratta della sesta di nove piattaforme della variante «Flight IIA: Techno-

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Lo scorso 6 novembre presso la base navale di Pearl Harbour (Hawaii) è stato immesso in servizio il caccia DANIEL INOUYE (DDG 118). Si tratta della terza piattaforma della variante «Flight IIA: Technology Insertion» della classe «Arleigh Burke» (US Navy).

Selezionate le società in gara per l’intercettore ipersonico La MDA (Missile Defense Agency) ha assegnato a Lockheed Martin, Northrop Grumman e Raytheon, rispettivamente un contratto del valore di 20,94, 18,95 e 20,97 milioni di dollari per lo sviluppo in competizione di un nuovo GPI (Glide Phase Interceptor), un’arma ipersonica difensiva progettata per contrastare i missili ipersonici avversari. I contratti assegnati prevedono la realizzazione da parte di ciascuna società di un concept design per lo sviluppo dei relativi prototipi che dovrà essere disponibile entro settembre 2022. Progettato per l’integrazione a bordo delle unità navali più capaci

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terra a circa 70 chilometri di altitudine e a velocità superiori a Mach 5. L’annuncio originale della MDA prevedeva una selezione per quest’estate, ma le valutazioni tecniche hanno richiesto più tempo del previsto. Secondo quanto dichiarato dall’ammiraglio Tom Druggan, responsabile del programma Sea-Based Weapon Systems dell’agenzia MDA, l’assegnazione di più progetti, consentono di portare a termine una fase di riduzione del rischio destinata a esplorare i concetti e massimizzare i vantaggi di un ambiente competitivo per realizzare il prima possibile un intercettore più efficace e affidabile per la Difesa ipersonica regionale.

Test laser da bordo dell’unità Portland (LPD 27)

La MDA (Missile Defense Agency) ha assegnato a Lockheed Martin, Northrop Grumman e Raytheon, rispettivamente un contratto per lo sviluppo in competizione di un nuovo GPI (Glide Phase Interceptor), un’arma ipersonica difensiva progettata per contrastare i missili ipersonici avversari, lanciabile dalle unità navali della US Navy (Raytheon).

della US Navy con il sistema di combattimento AEGIS, il GPI è stato ideato per abbattere missili ipersonici mentre volano attraverso l’atmosfera superiore della

Nel corso di una dimostrazione tenutasi nel Golfo di Aden lo scorso 14 dicembre, il dimostratore del sistema d’arma laser SSTL-TML WSD (Solid State Laser – Technology Maturation Laser Weapon System Demonstrator) «Mark 2 MOD 0» installato a bordo dell’unità d’assalto anfibio Portland ha ingaggiato con successo un bersaglio addestrativo statico di superficie. L’equipaggio dell’unità aveva neutralizzato con successo nel maggio 2020 con il medesimo sistema d’arma laser LWSD un piccolo drone mentre operava nell’Oceano Pacifico. Luca Peruzzi

Nel corso di una dimostrazione tenutasi nel Golfo di Aden lo scorso 14 dicembre, il dimostratore del sistema d’arma laser «SSTL-TML WSD Mark 2 MOD 0» installato a bordo dell’unità d’assalto anfibio PORTLAND (LPD 27) ha ingaggiato con successo un bersaglio statico di superficie (US Navy).

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RUBRICHE

S CIENZA Le unità navali mercantili a propulsione nucleare Verso la fine degli anni 30 in varie nazioni, tra cui Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, erano state gettate le basi teoriche per l’impiego dell’energia nucleare, cioè dell’energia derivante dalla fissione dell’atomo, sia per produrre un’esplosione di grandissima potenza (la bomba atomica) che per generare energia termica, che a sua volta può essere trasformata in energia meccanica ed elettrica, mediante un reattore nucleare. Il primo documento sull’impiego di un reattore nucleare per la propulsione di un’unità navale è il «memorandum on sub-atomic power sources for submarine propulsion» scritto nel novembre 1939 dall’ammiraglio Stanford C. Hooper, assistente tecnico del CNO (Capo di Stato Maggiore) della US Navy; questo documento si basava sul lavoro di Enrico Fermi, che, dopo aver abbandonato l’Italia nel 1938, nella primavera del 1939 aveva esposto ai vertici della US Navy le possibilità offerte dalla fissione nucleare.

Enrico Fermi, lo scienziato italiano grazie alle cui scoperte è stato possibile realizzare la bomba atomica e i reattori nucleari, ripreso a Los Alamos negli Stati Uniti nel periodo 1943-49 (wikipedia).

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T ECNICA Nel periodo bellico gli studi sull’energia nucleare vennero comprensibilmente concentrati sulla produzione della bomba atomica, rimandando a tempi migliori lo sfruttamento dell’energia atomica per la produzione di energia e la propulsione di sommergibili. Ancora nel 1940, comunque, negli Stati Uniti la propulsione di sottomarini era stata giudicata dal National Defence Research Committee il settore applicativo più promettente per l’energia nucleare. Dopo l’impiego sul Giappone delle prime bombe atomiche nell’agosto 1945 e la fine della guerra, venne seriamente affrontato il problema dell’impiego di reattori nucleari per la produzione di energia elettrica e per la propulsione navale. Nello stesso tempo gli Stati Uniti, allo scopo di cercare di evitare che altre nazioni fossero in grado di realizzare in tempi brevi armi atomiche, anche per l’inizio della Guerra Fredda, imposero nel 1946 un bando totale sulla condivisione di ogni informazione relativa al settore nucleare anche con i più stretti alleati (Mc Mahon Act). Un’importantissima modifica al Mc Mahon Act fu il programma «Atoms for peace», annunciato ufficialmente con un discorso del presidente Eisenhower all’Assemblea generale delle Nazioni unite il giorno 8 dicembre 1953: questo discorso segnò l’apertura allo sviluppo degli usi pacifici delle tecnologie per l’energia nucleare, e portò alla Conferenza ONU di Ginevra (1955) in materia e, l’anno successivo, alla costituzione dell’IAEA (International Atomic Energy Agency), l’agenzia internazionale per la cooperazione in campo nucleare. La prima unità navale a propulsione nucleare fu il sottomarino USS Nautilus dalla US Navy, che il 17 gennaio 1955, durante le prove in mare trasmise lo storico segnale «Underway on nuclear power», segnando l’inizio dell’era della propulsione nucleare. Al Nautilus seguirono in tempi brevi nella US Navy numerosi altri sottomarini a propulsione nucleare, e attorno al 1960 entrarono in servizio anche le prime unità di superficie con impianto di propulsione nucleare, l’incrociatore CGN-9 Long Beach, la portaerei CVAN-65 Enterprise e il cacciatorpediniere conduttore DLGN-25 Bainbridge.

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Nel corso degli anni 60 anche Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia svilupparono sistemi di propulsione navale nucleare. Nell’agosto 1949, nonostante il bando del Mc Mahon Act, l’Unione Sovietica fece esplodere la sua prima bomba atomica, quattro anni dopo gli Stati Uniti. Nel campo della propulsione nucleare dei sottomarini il gap venne ridotto a 3 anni, in quanto il primo sottomarino nucleare sovietico, il K3 Leninsky Konsomol, del tipo November, venne consegnato nel 1958 (3 anni dopo il Nautilus). Prima del 1961 i sovietici realizzarono tre diverse classi di unità a propulsione nucleare, gli SSN del tipo «November», gli SSBN del tipo «Hotel» e gli SSGN (sottomarini lancia missili da crociera) del tipo «Echo», tutti con due reattori nucleari raffreddati ad acqua e due assi. Per quanto riguarda le unità di superficie a propulsione nucleare, invece, l’Unione Sovietica riuscì a precedere gli Stati Uniti, in quanto realizzò la prima unità di superficie a propulsione nucleare, il rompighiaccio Lenin. I grandi rompighiaccio destinati a operare lungo le coste settentrionali della Siberia avevano sempre sofferto dei limiti di potenza e di autonomia derivanti dall’impiego di apparati motori tradizionali, a combustibile fossile, e l’adozione della propulsione nucleare consentì di superare queste limitazioni. In Gran Bretagna, dopo l’esplosione della propria prima bomba nucleare nell’ottobre 1952, nel 1953 vennero realizzati i primi impianti per la produzione su larga scala (diverse decine di MW) di energia elettrica di origine nucleare. Nel 1954 venne avviato un

programma per la produzione di un reattore per la propulsione di sottomarini britannici, anche perché nel 1953-54 il Mc Mahon Act venne modificato consentendo la cooperazione con la Gran Bretagna. Il primo sottomarino nucleare britannico, l’HMS Dreadnought, fu varato, con la regina come madrina, il 21 ottobre 1960 e consegnato nell’aprile 1963. In Francia nel 1954 venne impostato un primo programma per dotare il paese sia di bombe atomiche che di sottomarini a propulsione nucleare, e questi programmi subirono una netta accelerazione, con aumento di budget e di priorità, nel 1960, dopo l’avvento al potere nel 1958 del generale De Gaulle. Nel febbraio 1960 venne sperimentata nel Sahara algerino la prima bomba atomica francese, e nel 1961 fu impostato il primo sottomarino nucleare francese, Le Redoutable, che fu poi varato nel 1967 e consegnato nel 1971; il battello era un SSBN e impiegava come combustibile uranio arricchito fornito dagli Stati Uniti. L’idea di realizzare una nave mercantile a propulsione nucleare negli Stati Uniti si inquadra nel periodo del superamento del Mc Mahon Act per gli impieghi civili dell’energia nucleare (Atoms for peace). L’entrata in servizio dell’USS Nautilus aveva reso evidente che tutti i problemi tecnici legati all’impiego dell’energia nucleare per la propulsione di unità navali, sia militari che mercantili, erano superabili, e che andava esaminata la fattibilità economica. Il dipartimento del Governo federale statunitense per la Marina mercantile

Il primo sottomarino a propulsione nucleare è stato lo SS 571 NAUTILUS della US Navy, qui ripreso il 25 agosto 1958 al rientro nella rada di New York dopo il suo primo viaggio transpolare (archivio autore).

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Scienza e Tecnica

La nave mercantile a propulsione nucleare statunitense NS SAVANNAH fotografata nel corso delle prove in mare (archivio autore).

(MARAD, Marittime Administration Department, allora parte del ministero del Commercio) iniziò un programma per lo sviluppo di un reattore nucleare destinato alla propulsione navale, ma meno sofisticato e meno costoso di quelli impiegati sui sottomarini della US Navy, e di una nave mercantile idonea a ospitarlo; il MARAD decise di puntare, inizialmente, su di una piccola nave per trasporto combinato di merci e passeggeri (liner), anche se era già chiaro che una nave a propulsione nucleare economicamente competitiva avrebbe dovuto essere contraddistinta da grandi dimensioni, velocità abbastanza elevata, lunghe distanze tra gli scali; le candidate ideali erano una petroliera (oiler) o una nave trasporto carichi alla rinfusa (bulk carrier). Il 22 ottobre 1958 venne quindi impostata presso i cantieri navali New York Shipbuilding Corporation di Camden (New Jersey); madrina della cerimonia la si-

gnora Nixon, moglie del Vicepresidente. La madrina del varo, il 21 luglio 1959, fu la signora Eisenhower. L’unità aveva un dislocamento di 20.000 tonnellate, un equipaggio di 110 persone e sistemazioni per 60 passeggeri, oltre a 9.300 tonnellate di carico. L’impianto di propulsione, a turbine a vapore della potenza di 22.000 SHP, poteva imprimerle una velocità di 21 nodi, ed era basato su di un reattore nucleare da 74 MW del tipo PWR, alimentato a uranio arricchito al 4,4%. A differenza di quanto avvenuto con i sottomarini, non venne prodotto un prototipo del reattore basato a terra, e quindi la fase di installazione e allestimento fu particolarmente lunga e attenta, permettendo di scoprire e rettificare alcuni difetti di progettazione e realizzazione. Nel frattempo vennero poste anche le basi normative per esercire una nave mercantile a propulsione nucleare, con la Convenzione del 1960 sulla salvaguardia della vita umana in mare SOLAS, che prevedeva la possibilità di impiegare la propulsione nucleare e stabiliva alcuni criteri costruttivi e d’impiego, e con i regolamenti per la costruzione di navi a propulsione nucleare emanati dai principali registri navali mondiali (BV, francese, e DNV, norvegese, nel 1960, ABS, americano, nel 1962, GL, tedesco, nel 1963, NKK, giapponese, nel 1964, LR, britannico, nel 1966 e RINA, italiano, nel 1968). Il discorso «Atoms for peace» del presidente degli Stati Uniti d’America Eisenhower all’assemblea generale delle Nazioni unite il giorno 8 dicembre 1953 segnò l’apertura allo sviluppo degli usi pacifici delle tecnologie per l’energia nucleare (wikipedia).

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Alcune immagini relative alla NS SAVANNAH (tutte archivio autore). 1 - Il varo avvenuto il 21 luglio 1959 presso i cantieri navali New York Shipbuilding Corporation di Camden (New Jersey); 2 - La centrale di controllo dell’impianto di propulsione e del reattore nucleare; 3 - La plancia comando; 4 - La NS SAVANNAH arriva nel porto di Bremenhaven in Germania il 18 giugno 1964, al completamento del suo primo viaggio attraverso l’Oceano Atlantico; 5 - La sala macchine, con sullo sfondo la centrale di controllo dell’impianto di propulsione e del reattore nucleare; 6 - Impressione artistica dell’impianto di propulsione nucleare; 7 - Mock-up in legno dell’impianto di propulsione nucleare realizzato durante la progettazione di dettaglio della NS SAVANNAH.

Il reattore raggiunse la prima criticità il 21 dicembre 1961, le prove in mare iniziarono nel marzo 1962 e la NS Savannah venne accettata dalla MARAD il primo maggio dello stesso anno e consegnata alla compagnia di navigazione States Marittime Lines Inc, poi rimpiazzata nella primavera 1963 dalla American Export Isbrandtsen Lines dopo uno sciopero del personale di bordo della prima compagnia, che, nonostante i complessi corsi di qualificazione in ingegneria nucleare ricevuti, era pagato come il normale personale imbarcato. Il personale della nuova compagnia subì un addestramento molto più ridotto e accettò contrattualmente di essere pagato come gli altri marittimi. Per la gestione in ambito portuale del combustibile e dei rifiuti nucleari della Savannah venne realizzata un’apposita chiatta, la Atomic Servant, dotata di tutte le necessarie sistemazioni per la sicurezza nucleare e basata a Galveston, scelto come porto base della Savannah. Dopo un primo viaggio nel Pacifico nel 1962-63, nel corso del quale toccò solo porti statunitensi (isole Hawaii incluse), la Savannah nel 1963-64 attraversò

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l’Atlantico, sostando in porti tedeschi, irlandesi e britannici. Nel 1965 vennero rimosse le sistemazioni per i passeggeri e iniziarono i viaggi commerciali, con un sussidio della MARAD pari a circa il 50% dei costi operativi; le rotte erano transatlantiche, con scali nei porti nordeuropei e, nei mesi invernali, in Mediterraneo. La NS Savannah effettuò anche vari scali in porti italiani, tra cui Napoli dal 2 all’8 dicembre 1964 e il 3 maggio 1968, Livorno dal 21 al 26 dicembre 1965 e dal 5 all’8 aprile 1966, e Genova dal 6 all’11 febbraio 1966 e dal 12 al 16 gennaio 1967. Nel 1967 iniziò il servizio verso i porti dell’Estremo Oriente, e nel 1968 avvenne la prima sostituzione del combustibile nucleare. L’unità vene ritirata dal servizio dalla MARAD nel 1971-72, a causa dei costi di esercizio troppo elevati. Nella seconda metà degli anni 60 negli Stati Uniti venne seriamente considerata la possibilità di costruire altre unità mercantili a propulsione nucleare, più grandi e veloci della NS Savannah, ma il programma venne poi abbandonato.

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pompe e gli scambiatori del circuito secondario all’interno del contenitore del reattore, a differenza dei reattori più convenzionali dove questi componenti sono situati all’esterno; l’industria britannica venne chiamata a collaborare, in particolare per gli aspetti relativi alla propulsione navale mercantile; non dimentichiamo che, all’epoca, la Gran Bretagna era l’unico paese europeo con un’unità navale a propulsione nucleare in costruzione (l’HMS Dreadnought). Dopo un dibattito durato Il trattato EURATOM, ufficialmente il «trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica», diversi anni, nel corso del quale venè stato firmato il 25 marzo 1957 a Roma, nella sala degli Orazi e dei Curiazi, insieme al trattato che nero evidenziate la minore affidabiistituisce la Comunità economica europea (trattato CEE) - (wikipedia). lità e sicurezza di un reattore integrale, a fronte di pesi, dimensioni e costi più contenuti, nel 1964-65 venne abbanIn Europa, intanto, era stata istituita a Roma, il 25 donato l’appoggio britannico al progetto Vulcain e marzo 1957, la Comunità Europea dell’Energia Atovenne comunque deciso di non procedere alla costrumica (C.E.E.A., più nota come EURATOM), dai sei zione di una nave mercantile a propulsione nucleare in paesi fondatori di quella che è oggi l’Unione europea, Gran Bretagna. e cioè Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, In Francia nel 1956 iniziò una fase di studio per la Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, allo scopo di conprogettazione di una petroliera a propulsione nucleare, tribuire, creando le premesse necessarie per la formacon il coinvolgimento di autorità governative del setzione delle industrie nucleari, all’elevazione del livello tore nucleare e cantieri navali, ma dal 1959-60 i prindi vita negli Stati membri e allo sviluppo degli scambi cipali sforzi della ricerca francese furono concentrati con altri paesi. Tra i primi programmi finanziati in parte sull’impiego militare dell’energia nucleare e nel 1962 dall’EURATOM, ve ne furono diversi dedicati allo sviil programma, che prevedeva un reattore innovativo luppo e progettazione di navi nucleari, in Belgio, Franmoderato a grafite, venne abbandonato. cia, Italia, Repubblica Federale Tedesca e Olanda; studi In Olanda venne avviato attorno al 1960 un proper la realizzazione di navi nucleari furono compiuti gramma per la costruzione di unità navali mercantili a anche in Gran Bretagna e Scandinavia; le uniche navi propulsione nucleare, il progetto NERO (Nederlands realizzate furono però il frutto del programma tedesco, Eerste Reactor Ontwerp), con il contributo dell’EURAe, al di fuori dell’Europa, del programma giapponese. TOM, che prevedeva inizialmente la progettazione di In Gran Bretagna nel 1959-60 il Governo effettuò un «interim reactor» chiamato NEREUS. Nell’ambito una gara per la progettazione di un apparato motore nudel programma NERO venne realizzato, all’inizio degli cleare per una petroliera, ma il programma si arrestò in anni 60, il reattore sperimentale olandese KRITO. quanto le offerte dimostrarono che tale nave non saA partire dal 1959 un gruppo di armatori norvegesi rebbe stata economicamente competitiva rispetto a una (cui si unirono nel 1962 anche degli svedesi) valutò in nave con propulsione convenzionale. dettaglio la costruzione di unità mercantili a propulNell 1962 l’EURATOM approvò il programma Vulsione nucleare, ma nel 1967 il programma fu abbandocain della società Belgo-Nucleaire per lo studio di un nato per motivi economici. nuovo tipo di reattore PWR «integrale», cioè con le

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Alcune immagini relative alla nave mercantile a propulsione nucleare della Repubblica Federale Tedesca OTTO HAHN (tutte archivio autore). 1 - La OTTO HAHN ripresa nel corso delle prove in mare; 2 - La plancia comando; 3 - La sala macchine; 4 - Un tecnico entra nel compartimento del reattore della OTTO HAHN.

Nel 1958 nella Repubblica Federale Tedesca si iniziò a lavorare per la realizzazione di un’unità mercantile e propulsione nucleare: inizialmente si pensava a una petroliera e a un reattore moderato con fluido organico, ma ben presto ci si orientò invece su di una ore carrier (trasporto minerali) e su di un reattore del tipo integrato «Consolidated Nuclear Steam Generator», prodotto dalla statunitense Babcock & Wilcox, che aveva realizzato anche il reattore della NS Savannah e proponeva questo reattore anche per le nuove unità che si pensava di realizzare negli Stati Uniti. Nel 1962, con l’ordine per la costruzione della nave, la Repubblica Federale Tedesca si pose alla testa dei paesi europei in questo settore. La nave, battezzata Otto Hahn, fu impostata nel settembre 1963 e varata nel giugno 1964; il reattore raggiunse la prima criticità nell’agosto del 1968 e nello stesso anno furono effettuate le prove in mare e la nave entrò in servizio, compiendo nel 1970 il primo viaggio commerciale per caricare fosfati in Marocco. Nel 1979 l’unità fu posta in disarmo e il reattore nucleare rimosso; rientrerà in servizio nel 1983 come portacontenitori con un tradizionale apparato motore diesel, per essere poi demolita nel 2009. In Giappone, dopo alcuni iniziali ambiziosi progetti relativi a una nave passeggeri e una petroliera-sottomarino destinata a operare sotto la banchisa artica, a partire dal 1959 si iniziò a concretizzare un più serio e realistico sforzo dell’ambiziosa industria cantieristica nipponica nel settore della propulsione nucleare mercantile, sforzo che, portò alla realizzazione della nave sperimentale NS Mutsu, impostata nel novembre 1968,

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varata nel giugno 1969, e che effettuò le prove in mare nel 1974. Sia durante l’allestimento che durante le prove in mare, l’unità fu oggetto di accanite contestazioni, in particolare dai pescatori giapponesi; una lieve perdita di radioattività nel corso delle prove in mare fu sufficiente a bloccare l’unità, che sarà modificata per aumentare la sicurezza dello schermo e completata solo nel 1990. Dopo un viaggio di prova della lunghezza di 50.000 miglia, l’unità fu posta in disarmo e il reattore nucleare rimosso; come la Otto Hahn, anche la Mutsu rientrò in servizio nel 1996 come unità oceanografica a propulsione convenzionale (diesel-elettrica) con il nome di NS Mirai, ed è ancora oggi in attività. Il reattore da 36 MW che generava l’energia a bordo della Mutsu, progettato e realizzato da Mitsubishi, era abbastanza convenzionale, di tipo PWR a uranio arricchito con doppio circuito primario e doppio scambiatore di calore. Il sistema di contenimento era doppio, un contenitore cilindrico del core del reattore schermato anche da casse d’acqua, e uno, sempre cilindrico, dell’intero circuito primario. In Unione Sovietica, come già accennato, venne realizzata la prima unità a propulsione nucleare di superficie, nonché la prima unità mercantile, il rompighiaccio Lenin. L’unità venne impostata nei cantieri Kirov Elektrosia Work di Leningrado nell’agosto 1956, varata nel dicembre 1957 ed entrò in servizio, dopo vari mesi di prove in mare, alla fine del 1959. Alla consegna il Lenin era dotato di tre reattori tipo PWR OK 150 da 90 MW ciascuno, due soli dei quali erano normalmente in funzione, tenendo il terzo di

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Sezione longitudinale e principali caratteristiche della nave mercantile a propulsione nucleare giapponese MUTSU (archivio autore).

I principali componenti del reattore nucleare da 36 MW sviluppato da Mitsubishi per la MUTSU (archivio autore).

1965 e un secondo nel 1967, poco dopo il completamento delle operazioni di riparazione. Dopo il secondo incidente tutti e tre i reattori OK150 furono sbarcati e sostituiti con due reattori di seconda generazione, del tipo OK900. Con i nuovi reattori il Lenin operò senza incidenti maggiori dal 1970 al 1989, anno della radiazione; l’unità è stata successivamente trasformata in nave museo ed è attualmente ormeggiata nel porto di Murmansk. Negli anni 70 iniziò la realizzazione dei rompighiaccio classe «Arktika», dotati di due reattori OK900A, che saranno realizzati in 6 esemplari (l’ultimo entrato in servizio solo nel 2007 con un progetto modificato). L’Arktika è stata la prima nave di superficie al mondo a raggiungere il Polo Nord, il 17 agosto 1977. Negli anni 80 venne realizzata la nave per trasporto zattere (Lash) in zone artiche Sevmorput, dotata di due reattori tipo KLT40, e iniziò la realizzazione dei due rompighiaccio classe «Taymyr», di poco più piccoli degli Arktika, dotati di un reattore KLT40M. Nel 2013 è iniziata la costruzione, presso i cantieri Baltiysky Zavod (Cantieri navali del Baltico) di San Pietroburgo, per conto di Rosatomflot, del primo di una nuova classe di nuovi rompighiaccio a propulsione nucleare (tipo LK60-Ya o Project 22220); il capoclasse, chiamato Arktika come il suo predecessore, è la più grande e potente unità rompighiaccio mai realizzata, ed è stato consegnato nel 2020, dopo una serie di problemi tecnici emersi du-

Il rompighiaccio sovietico LENIN, qui fotografato ormeggiato a Murmansk nel 2009, nella sua attuale condizione di nave museo, è stata la prima nave di superficie e la prima nave mercantile a propulsione nucleare (wikipedia).

riserva; questi reattori costituiscono la prima generazione di reattori sovietici per propulsione navale, e presentavano problemi di affidabilità: il Lenin ebbe un primo grave incidente al core di un reattore nel

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Il nuovo rompighiaccio russo a propulsione nucleare ARKTIKA lascia, il 22 settembre 2020, il cantiere dell’ammiragliato di San Pietroburgo per il porto di Murmansk. Le unità di questa classe (Project 22220, ordinate in 5 esemplari, delle quali le prime 2 sono già state consegnate) costituiscono oggi più grandi e potenti rompighiaccio in servizio (wikipedia).

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rante le prove in mare, anche in conseguenza delle modifiche al progetto apportate per effetto della crisi ucraina e delle conseguenti sanzioni, per cui molti componenti che erano inizialmente previsti di fornitura ucraina (come i turbogeneratori Turboatom) od occidentale (come il sistema di propulsione elettrica integrata General Electric Power Conversion) sono stati sostituiti con componenti prodotti all’interno della Federazione russa. Sono state ordinate 5 unità di questa classe, e le unità successive alla prima sono realizzate secondo un progetto modificato per tenere conto dell’esperienza della capoclasse. Nell’ultimo trimestre del 2021 è entrata ufficialmente in servizio anche la Sibir, seconda unità della classe, la cui costruzione è iniziata nel 2015. La quarta unità, impostata nel 2016, dovrebbe essere consegnata nel 2022, e le ultime due nel 2024 e 2026. Sono unità di grandi dimensioni, lunghe 174 metri con un dislocamento di oltre 33.000 tonnellate, con due reattori nucleari RITM-200 da 175 MWt e un apparato motore turboelettrico della potenza di 60 MW, capace di imprimere alle unità una velocità di 22 nodi in acqua libera o di navigare con ghiaccio dello spessore di 3 metri. Due rompighiaccio della prima classe «Arktika» (Yamal e 50 Let Pobedy), due classe «Taymyr» (Taymyr e Vaygach) la Sevmorput (attualmente impiegata come portacontenitori) e i due nuovi classe «Arktika» (Arktika e Sibir) sono le uniche unità mercantili a propulsione nucleare ancora in servizio in tutto il mondo; sono operate dalla compagnia Rosatomflot a partire dalla base Atomflot, presso Murmansk; questa base, operativa dal 1960, è nata con il nome di base 92 per supportare le operazioni della Lenin, e in particolare per gestire il ciclo del combustibile nucleare. Nel 2020 è iniziata la costruzione del primo di una nuova classe di rompighiaccio russi di dimensioni ancora maggiori dei nuovi Arktika, il Rossiya della classe «Lider» (tipo LK110 o Project 10510), il cui completamento è previsto nel 2027. Saranno unità lunghe 200 metri, con un dislocamento di oltre 55.000 tonnellate, un apparato motore da 110 MW, capaci di navigare con ghiacci dello spessore di 4,5 metri. È prevista la costruzione di tre unità; la seconda e terza unità dovrebbero essere ordinate nel

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Modello, presentato da Rosatom nel 2020, dei rompighiaccio tipo Lider, Project 10510, con un dislocamento di 69.000 tonnellate e una lunghezza di 209 metri. La costruzione di questa gigantesca unità è iniziata nel 2021 e la consegna è prevista nel 2030 (wikipedia).

2023 e 2025 per essere consegnate rispettivamente nel 2030 e 2032. Secondo alcune fonti di stampa anche la Cina ha intenzione di realizzare nel prossimo futuro un rompighiaccio a propulsione nucleare. Anche in Italia a partire dal 1956-57 venne esaminata la possibilità di costruire una nave mercantile a propulsione nucleare. La divisione nucleare della Fiat, in collaborazione con il gruppo Ansaldo, progettò una petroliera da 50.000 dwt con un apparato motore da 21.000 CV; nel 1958 si era arrivati, con il sostegno dell’EURATOM, alla fase di progettazione del reattore nucleare, un PWR da 74MW, sviluppato in gran parte presso il Politecnico di Torino. In quel periodo il gruppo Fiat, che costituiva la più grande realtà europea di proprietà privata nel settore nucleare, si dotò, oltre che di centri di ricerca, di un proprio reattore nucleare di ricerca, ubicato in Piemonte ad Avogadro (Saluggia), che divenne attivo nel 1959, ma venne fermato già nel 1971 per volontà della Fiat, che aveva già intuito le scarse prospettive e la scarsa popolarità del nucleare in Italia. In parallelo, tra il 1959 e il 1963, era stato sviluppato il progetto di un sottomarino nucleare d’attacco italiano, chiamato Guglielmo Marconi, la cui realizzazione fu però abbandonata sia per motivi economici che per lo scarso entusiasmo dei paesi alleati, in primis gli Stati Uniti che avrebbero dovuto fornire il combustibile. Nel 1963 il ministro della Difesa aveva annunciato, sulla base delle difficoltà di realizzazione del Marconi, che, pur restando la costruzione del sottoma-

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Modello del sommergibile a propulsione nucleare GUGLIELMO MARCONI presente presso la caserma Piomarta, all’interno della base navale della Spezia (archivio autore). Modello della petroliera da 50.000 DWT progettata, tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 del XX secolo, dalla divisione nucleare della Fiat, in collaborazione con il gruppo Ansaldo; a sinistra il reattore nucleare, e a destra l’apparato motore (archivio autore).

rino nucleare la finalità ultima, l’Italia, si sarebbe innanzitutto impegnata nella costruzione di un’unità da supporto logistico (rifornitrice di squadra) basata in parte sul progetto della NS Savannah, alla quale sarebbe stato dato il nome di Enrico Fermi. In Italia, dove nel novembre 1960, a Taormina, si era svolto un simposio dedicato alla propulsione navale nucleare organizzato congiuntamente dalle organizzazioni responsabili, in ambito internazionale, del

Modellino realizzato dal Politecnico di Torino per illustrare una possibile soluzione di contenitore del reattore nucleare PWR della petroliera a propulsione nucleare Fiat-Ansaldo (archivio autore).

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Sezione longitudinale del progetto di sottomarino nucleare SSN 591 elaborato dal CAMEN nel 1961 (archivio CISAM).

settore nucleare (IAEA, International Atomic Energy Organisation) e del settore navale (IMCO, Intergoverment Maritime Consulting Organisation), è esistito anche almeno un altro progetto di nave a propulsione nucleare, la Leonardo da Vinci, grande nave passeggeri transatlantica impostata nel 1958 presso i Cantieri navali Ansaldo di Sestri Ponente (Genova), varata nel dicembre 1958 ed entrata in servizio nel giugno 1960; questa nave, infatti, venne realizzata come turbonave tradizionale con caldaie Ansaldo Foster Wheeler, ma con la possibilità di installare, in sostituzione, un apparato motore nucleare, realizzato da una joint venture Fiat/Ansaldo. Nei primi anni 60 venne annunciata la probabile conversione a propulsione nucleare; in realtà ciò non avvenne, anche a causa degli elevati costi di esercizio e delle opposizioni riscontrate, sia a livello mondiale che nazionale, sulla sicurezza della propulsione nucleare, in particolare per una nave passeggeri. All’inizio del 1967 il Governo italiano annunciò l’abbandono del programma per la costruzione della petroliera a propulsione nucleare Fiat-Ansaldo concentrandosi, invece, sulla realizzazione della già citata nave logistica Enrico Fermi per la Marina Militare, che avrebbe dovuto essere dotata di un reattore nucleare da 79 MW di progettazione Fiat, simile a quello sviluppato per la petroliera. Questa nave avrebbe dovuto avere una lunghezza di circa 175 m, una velocità mas-

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La grande turbonave passeggeri LEONARDO DA VINCI, realizzata presso i Cantieri navali Ansaldo di Sestri Ponente (Genova) ed entrata in servizio nel giugno 1960; questa nave, realizzata come turbonave tradizionale, era stata progettata con per la possibilità di installare successivamente un apparato motore nucleare realizzato da una joint venture Fiat-Ansaldo. La trasformazione, in realtà, non avvenne mai, anche a causa degli elevati costi di esercizio (wikipedia).

sima di 21 nodi e un dislocamento di circa 18 000 t; un reattore da 80 MW avrebbe fornito la potenza per gli usi di bordo, inclusi i 22.000 CV necessari per la propulsione. L’unità, priva di armamento guerresco, era divisa in tre zone, dedicate, a partire da prora, la prima al carico, la seconda al reattore, all’apparato motore e alle sovrastrutture, la terza agli alloggi, all’hangar-ga-

rage e al ponte di volo. Lo studio di fattibilità, come per il sottomarino, fu affidato al Reparto Progetto Navi di Mariconav con il supporto del CAMEN per gli aspetti nucleari. Tra il 1965 e il 1966 si definirono le specifiche e si passò a contatti con Italcantieri, per quanto riguardava lo scafo e le sovrastrutture, e con il gruppo Fiat per l’apparato motore nucleare, per verificare la possibilità di tradurli in un ordine vero e proprio. Nel dicembre del 1966 vennero firmati una serie di accordi fra la Marina Militare, il CNEN (Ente civile per la ricerca del settore nucleare, poi confluito in quella che oggi è l’ENEA) e alcune industrie italiane, tra cui Fiat che avrebbe dovuto realizzare il reattore. Secondo l’Almanacco Navale del 1966-67, che, ricordiamo, era all’epoca pubblicato dalla Rivista Marittima, e quindi riportava il pensiero della Marina, l’unità era una nave mercantile destinata a effettuare il rifornimento in mare delle unità della Marina Militare, in analogia a quanto avviene negli Stati Uniti con le unità del Military Sealift Command e in Gran Bretagna con il Royal Fleet Auxiliary. Nei primi anni 70 l’idea di realizzare una nave italiana a propulsione nucleare venne abbandonata, a causa delle difficoltà tecniche e politiche, e dell’elevato costo, nonché del fallimento delle prime esperienze d’esercizio dei mercantili a propulsione nucleare. Le prime unità mercantili a propulsione nucleare furono realizzate in parallelo allo sviluppo delle unità militari; l’idea venne però ben presto abbandonata, in quanto il concetto non era economicamente sostenibile, considerando i costi aggiuntivi per l’addestramento e gli stipendi degli equipaggi e per le infrastrutture legate al ciclo del combustibile nucleare, e cominciò presto a manifestarsi un’opposizione da parte della popolazione residente nelle aree portuali interessate e dei pescatori. Delle tre unità realizzate, una, la NS Savannah, era stata concepita solo come un prototipo per valutare la fatti-

Per lo sviluppo delle capacità e tecnologie nucleari legate al sommergibile MARCONI in Italia venne creato nel 1956 un apposito Centro di ricerca, il CAMEN (Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare) presso Pisa, dotato del reattore sperimentale RTS-1 «Galileo Galilei» (nell’immagine); il reattore è stato attivo dal 1963 al 1980, ed è attualmente in fase di decommissioning; il Centro è ancora oggi il riferimento in ambito Difesa nel campo nucleare e oggi ha il nome di CISAM (Centro Interforze per gli Studi e le Applicazioni Militari) - (archivio storico CISAM).

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Sezione longitudinale e pianta del ponte di primo copertino del progetto di nave rifornitrice a propulsione nucleare italiana ENRICO FERMI (archivio autore).

bilità tecnica, ma soprattutto economica, della propulsione nucleare mercantile; le altre due, la Otto Hahn realizzata nella Repubblica Federale Tedesca e la giapponese Mutsu, furono realizzate dai due paesi che, dopo aver perso la Seconda guerra mondiale, non potevano per una serie di motivi, legali, politici e psicologici, dotarsi di sistemi d’arma che impiegassero l’energia nucleare, ma erano comunque dotati di industrie all’avanguardia sia nel settore navale che in quello dell’energia nucleare; l’Italia ha seguito una strada simile, ma senza giungere alla realizzazione di una nave. Le uniche unità mercantili a propulsione nucleare che hanno operato commercialmente con successo sono stati i rompighiaccio sovietici, ma, come abbiamo visto, il concetto stesso di rompighiacci capaci di navigare nel ghiaccio lungo l’estesa costa russa sul Mar Glaciale Artico aveva particolari requisiti di potenza e autonomia che l’apparato motore nucleare consentiva di risolvere al meglio. Al di fuori della Russia sostanzialmente l’idea di navi mercantili a propulsione nucleare è stata abbandonata, giacché il concetto non è economicamente sostenibile, considerando i costi aggiuntivi per l’addestramento e gli stipendi degli equipaggi, per le infrastrutture legate al ciclo del combustibile nucleare e per le assicurazioni. Ogni tanto in alcuni paesi, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Olanda, se ne torna a parlare, ma non si è mai con-

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cretizzata una possibile realizzazione pratica. Le navi mercantili a propulsione nucleare presentano il grande vantaggio, dal punto di vista ambientale, di non emettere gas serra, e dal punto di vista tecnico, assicurativo e dei rischi ambientali non presentano problemi superiori a quelli delle unità per il trasporto di materiali pericolosi come il combustibile per le centrali elettriche nucleari terrestri e i rifiuti radioattivi, e queste navi oggi navigano tranquillamente, seppur con qualche contestazione da parte delle associazioni ambientaliste. Quello che impedisce la realizzazione di navi mercantili a propulsione nucleare è quindi principalmente il problema economico, poiché il risparmio sul costo del combustibile tradizionale non compensa i maggiori costi per la formazione del personale e la gestione del ciclo del combustibile e dei relativi rifiuti radioattivi. Se, in un futuro più o meno lontano, l’aumento del prezzo del combustibile tradizionale, oppure l’aumento dei costi fiscali legati alla produzione di gas a effetto serra, secondo un trend che già oggi ne vede la penalizzazione, in particolare in alcune aree costiere, rendesse economicamente competitiva la costruzione e l’esercizio di navi a propulsione nucleare esistono i presupposti e le capacità per realizzarle rapidamente in diversi paesi. Claudio Boccalatte

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RUBRICHE

C HE

COSA SCRIVONO GLI ALTRI

«The New Cold War. America, China, and the Echoes of History» FOREIGN AFFAIRS, NOVEMBER-DECEMBER 2021.

«Il mondo sta entrando in una nuova guerra fredda? — si chiedono gli autori del presente articolo, Hal Brands e John Lewis Gaddis, nicknames rispettivamente di Henry A. Kissinger e Robert A. Lovett — La nostra risposta è sì e no». SÌ, se intendiamo una rivalità internazionale prolungata, perché le guerre fredde in questo senso sono vecchie quanto la storia stessa. NO, se intendiamo la Guerra Fredda, che capitalizziamo perché ha originato e reso popolare il termine. Quella lotta ebbe luogo in un momento particolare (dal 1945-47 al 1989-91), tra particolari avversari (Stati Uniti, Unione Sovietica e i loro rispettivi alleati) e su questioni particolari (equilibri di potere post-Seconda guerra mondiale, scontri ideologici, corse agli armamenti). Non è più discutibile che gli Stati Uniti e la Cina, taciti «alleati» durante l’ultima metà dell’ultima Guerra Fredda, stiano entrando nella loro «nuova Guerra Fredda»: il presidente cinese Xi Jinping l’ha dichiarata, e un raro consenso bipartisan negli Stati Uniti ha accettato la sfida. Ovvero, se vogliamo, una «seconda Guerra fredda» secondo Federico Rampini che ne ha illustrato le origini ufficiali (già col discorso dell’allora vice-presidente Mike Pence al prestigioso think tank dello Hudson Institute di Washington del 4 0ttobre 2018) e gli sviluppi successivi nell’omonimo saggio del 2019! Dunque una «Nuova (o seconda) Guerra Fredda» che, sul piano strategico-operativo, si riverbera nella recentissima pubblicazione della Global Posture Review (GPR) da parte del Pentagono (varata il 29 novembre 2021) (https://www.defense.gov/News/ Releases/Release/Article/2855801/dod-concludes-2021 -global-posture-review), la cui revisione era stata ordinata dal presidente Biden sin dal 4 febbraio per allineare le risorse della Difesa con le sue linee guida della sicurezza nazionale. In estrema sintesi, nell’Indo-Pacifico, la GPR «dirige un’ulteriore cooperazione con alleati e partner per promuovere iniziative che contribuiscano alla stabilità regionale e scoraggino potenziali aggressioni militari cinesi e minacce da parte della Corea del Nord (“deter potential Chinese military aggression and thre-

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ats from North Korea”). Queste iniziative, includono la ricerca di un maggiore accesso regionale per le attività di partenariato militare; rafforzare le basi di Guam, in Australia e nelle isole del Pacifico; pianificazione di dispiegamenti di aeromobili a rotazione in Australia e stazionamento permanente di uno squadrone di elicotteri d’attacco precedentemente rotazionale e del quartier generale della divisione di artiglieria nella Repubblica di Corea. Mentre in Europa il GPR intende rafforzare il deterrente credibile al combattimento degli Stati Uniti contro una possibile aggressione russa (“the U.S. combat-credible deterrent against Russian aggression”), consentendo alle forze della NATO di operare in modo più efficace». Affermazione che, dopo le ambiguità del presidente Trump nei confronti di Putin, è volta a rassicurare gli alleati europei della Nato. La GPR non è certo ancora una «rivoluzione strategica», come commenta per esempio Paolo Mastrolilli sulle colonne de La Repubblica, ma l’inizio di un «riallineamento che promette sviluppi nel prossimo futuro», pur dopo le recenti delusioni europee per la mancata condivisione delle informazioni sull’Afghanistan e la vexata quaestio dell’accordo AUKUS per i sottomarini nucleari all’Australia (a proposito del quale il potente ambasciatore cinese a Washington, Qin Gang, delfino di Xi, ha parlato, guarda caso, proprio di una «mentalità da guerra fredda» da parte degli Stati Uniti).

«Taiwan: quale futuro si prospetta per l’isola di Formosa?» e «L’Orso bruno si fa bianco: la sfida di Mosca all’eccezionalismo artico» AGENDA GEOPOLITICA, NN.8 E 9, OTTOBRE E NOVEMBRE 2021.

«Xi Jinping è pronto a prendersi Taiwan, perché quell’isola è un simbolo. È uno schiaffo ribelle all’impero. Washington può fare poco per difenderla e non ci saranno folle a scendere in piazza per Tai-

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Che cosa scrivono gli altri

wan», ha scritto sulle colonne de Il Giornale Valeria Robecco con un velo di malcelato pessimismo. Alla sorte di Taiwan Marco Impagnatiello, sulle pagine della rivista online Agenda Geopolitica di cui è redattore, ha dedicato un interessante contributo. «La domanda che ci si potrebbe porre è sul perché la Cina non intervenga militarmente per ottenerne il controllo. Dubbio lecito, ma facilmente spiegabile. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che lo sbarco anfibio è l’operazione militare più complessa da attuare, soprattutto vista la morfologia dell’isola caratterizzata da coste frastagliate che permettono la discesa solo in alcuni punti, favorendo la fase difensiva. In secondo luogo, oltre al fatto che Taiwan è armato e tecnologicamente avanzato, l’opposizione di una potenza come gli Stati Uniti a sostegno di Taipei complica, e non poco, la questione. A queste motivazioni, si aggiunge la contrarietà della popolazione taiwanese all’annessione e il fatto che la dirigenza comunista nella persona di Xi non possa permettersi sconfitte esterne che minino l’autorevolezza del regime e che possano ripercuotersi all’interno, compromettendo la sua leadership in prossimità delle elezioni del Congresso del 2022». Taiwan non ha aspirazioni di potenza, ma di sopravvivenza, sottolinea il Nostro, fondando la propria strategia militare sulla cosiddetta «tattica del porcospino», cioè il potenziamento dell’arsenale militare con dispositivi di Difesa per dissuadere ogni attacco continentale e la recente adozione di missili a lunga gittata per un eventuale sbarco della Cina mentre, in termini politici, a scanso di qualsiasi ulteriore attrito con Pechino, propende per il mantenimento dello status quo e non per l’ottenimento dell’indipendenza de iure (il nome ufficiale è infatti «Repubblica di Cina»). Malgrado l’assenza di un’alleanza formale tra Washington e Taipei, gli Stati Uniti rappresentano il principale sostenitore di Taiwan contro la Cina. Non solo forniscono gran parte dell’armamentario difensivo a disposizione del-

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l’isola, ma sarebbero eventualmente costretti a intervenire in Difesa di Taiwan in caso di attacco della Repubblica Popolare — evidenzia l’autore contro lo scetticismo del parere precedentemente riportato — in funzione di un containment marittimo cinese. «Taiwan costituisce un perno fondamentale nello scacchiere americano nell’area e un’eventuale annessione alla Cina potrebbe mettere a repentaglio le proprie strategie nell’Indo-Pacifico», senza dimenticare che l’isola è il leader mondiale nel settore dei «semiconduttori» (fondamentali per la creazione dei microprocessori dei computer e anche alla base delle apparecchiature automobilistiche e informatiche) con il 95% della produzione globale. E per quanto riguarda il contesto internazionale se il Giappone appare molto interessato al mantenimento dello status quo dell’isola, che per mezzo secolo è stata una sua colonia, più defilata è la posizione assunta da altri Stati dell’area (tipo Corea del Sud, Filippine, Vietnam), che «mirano semplicemente a evitare che scoppi un conflitto, vista la preoccupazione causata dall’immediata vicinanza territoriale», mentre la Russia dal canto suo si è limitata a dichiarare che «Taiwan è parte della sfera di controllo della Repubblica Popolare». Accanto alle reiterate minacce e alle provocazioni militari di Pechino (agli inizi dello scorso ottobre si sono verificati ben 150 incursioni aeree cinesi nella zona di identificazione aerea dell’isola, donde l’ennesima messa in guardia americana contro la pressione militare cinese in nome della pace e della stabilità, formiche.net/2021/10), Pechino non trascura, sul fronte interno, le modalità di convincimento della popolazione taiwanese sull’inevitabilità dell’annessione alla madrepatria (come avvenuto già in passato all’epoca della dinastia Qing) e, soprat-

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Che cosa scrivono gli altri

tutto, di scoraggiamento di ogni forma di resistenza futura. «Il dubbio che ci porteremo dietro nei prossimi anni — conclude l’autore — è se l’elemento identitario taiwanese sarà decisivo per le sorti di Taiwan, impedendo il “Rinascimento culturale cinese”». Sul numero successivo dell’AG in parola, Luca Giulini pone l’accento sui problemi della regione artica, sottolineando in particolare gli interessi della Russia, che proprio quest’anno ha assunto la presidenza del Consiglio Artico (https://artico.itd.cnr.it), i cui capisaldi politici sono rappresentati da temi quali «lo sviluppo sostenibile, la mitigazione dell’impatto climatico e la protezione di habitat e popolazioni indigene». Come noto, con il progressivo scioglimento della calotta polare (4,72 milioni di km2 è quanto misura, al 16 settembre 2021, l’estensione minima dei ghiacci marini)-(https://nsidc.org/ arcticseaice), l’Artico si trova ad affrontare nuove sfide, «causate sia da nuove rotte di connettività regionale e contenziosi locali, che da attività di superpotenze globali e da questioni di sicurezza ad ampio raggio». La Russia di Putin, oltre a essere senza dubbio il leader e principale investitore nella costruzione di capacità e infrastrutture strategiche nell’Artico, nella sua Strategia per l’Artico dal 2021 al 2035 (Russia, la dottrina per l’Artico che cambia; Osservatorio Artico.it), elenca diverse minacce alla sicurezza nazionale, identificandole come direttamente correlate allo sviluppo economico dei mari glaciali. Putin considera infatti lo sviluppo socio-economico della regione tanto un argomento economico quanto una questione di sicurezza, e lo scioglimento dei ghiacci tanto una sfida quanto un’opportunità. Quando si parla di Artico, sottolinea il nostro, dare attenzione alla Russia non è affatto sorprendente dato che le azioni delle potenze in zone di «conflitto freddo» hanno conseguenze dirette sull’equilibrio di forze

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negli «scenari caldi». «La Russia ha una grande partecipazione economica nella regione e cerca di massimizzare i guadagni dall’estrazione delle risorse, mentre prova a espandersi sia a Difesa della sua sicurezza naziof nale che per proiettarsi come grande potenza; eppure rimane ancora dipendente dagli investimenti stranieri e non ne può ffare a meno per realizzare le sue ambizioni. In contrapposizione, gli altri Stati artici non hanno ancora dimostrato particolare interesse di espansione, né volontà di impegnarsi in un conflitto diretto nei mari artici, f cercando piuttosto di mantenere il primato nelle rispettive zone di competenza e lo status quo a livello internazionale». In buona sostanza, pone in risalto l’autore, quello che chiama «disinteresse condiviso» ha fatto sinora sì che, nonostante le crescenti tensioni tra la Russia e l’Occidente, non ci sia stata alcuna conseguenza negativa sulla geopolitica artica. Che si tratti dell’accordo Norvegia-Russia sul confine marittimo nel mare di Barents nel 2010, oppure dell’accordo Stati Uniti-Russia sullo Stretto di Bering del 2018. Al culmine delle tensioni bilaterali infatti, le parti in opposizione sono sempre riuscite a risolvere questioni controverse attraverso negoziati e non con la forza mentre, paradossalmente, rimangono ancora insoluti i vecchi contenziosi tra gli alleati della controparte occidentale. Come la delimitazione dei confini del Mare di Beaufort tra Stati Uniti e Canada ovvero, la disputa sulla sovranità dell’isolotto di Hans, nella posizione strategica al centro del canale Kennedy nello stretto di Nares tra l’isola canadese di Ellesmere e la Groenladia nord-occidentale, una controversia che avanti quasi da mezzo secolo sempre tra Ottawa e Copenaghen. Ezio Ferrante

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R ECENSIONI

E SEGNALAZIONI

Antonella De Biasi (a cura di)

Astana e i 7 mari Russia, Turchia, Iran: orologio, bussola e sestante dell’Eurasia OGzero Vignate (MI) 2021 pp. 86 Euro 10,00

Una bussola per comprendere e far comprendere, anche a un pubblico di non addetti ai lavori, le principali tendenze che ruotano attorno agli equilibri sanciti ad Astana nel 2017 e non solo. È questa la chiave di lettura del saggio della giornalista Antonella De Biasi che in «Astana e i 7 mari» (pubblicato da OGzero) descrive con chiarezza e sintesi le principali tendenze che legano, intrecciano e contrappongono Russia, Turchia Iran ma anche altri attori regionali e globali in un quadrante che va oltre il terzetto di Astana. Il filo conduttore di tutti i protagonisti del mosaico costruito dalla De Biasi è lo spazio marittimo, inteso come baricentro di opportunità e di molteplici sfide. L’autrice ripercorre la genesi politica del format di Astana e il suo impatto sulla crisi siriana, focalizzando la sua analisi sulle diverse agende che contrappongono e legano le tre potenze coinvolte nella decennale guerra per procura che si combatte in Siria. Una guerra per procura in cui si interseca la sorte dei curdi-siriani, utilizzati come merce di scambio in una competizione a geometrie variabili che vede la Turchia di Erdogan giocare su più quadranti di crisi, non ultimo quello iracheno. Anche in Iraq, come ricorda De Biasi, con la «scusa del Pkk la Turchia cerca sempre più di allargare la sua influenza nell’area, considerata ex territorio ottomano, soprattutto verso la città di Kirkuk, la Gerusalemme curda, ricca di petrolio». Dalla Siria l’autrice continua a tracciare la sua rotta della competizione energetica dal Mediterraneo orientale, con le tensioni tra Cipro, Grecia e Turchia,

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risalendo verso l’Adriatico e Trieste, possibile fulcro della Nuova Via della Seta della Repubblica Popolare Cinese. La narrazione prosegue intrecciando le aree di scomposizione e competizione tra Turchia e Russia, dalle «libie» al Caucaso, con la recente crisi del Nagorno-Karabakh. Il viaggio dell’autrice prosegue attraverso l’analisi dell’importanza dei choke-points dell’area del Mediterraneo, con particolare riferimento a quanto accaduto con l’incidente delle Ever Given a Suez e con le responsabilità dell’Egitto di AlSisi. L’analisi prosegue con l’inquadramento dell’altro attore chiave mediorientale, Israele, protagonista sia per le recenti elezioni politiche sia per gli accordi di Abramo che, alla luce della normalizzazione dei rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, hanno cambiato l’equilibrio nel Golfo, isolando sempre di più l’Iran. Proprio l’Iran post-Soleimani, così come le trattative a Vienna sul nuovo negoziato sul nucleare segneranno il peso e il ruolo della presidenza Biden nella regione del Mediterraneo allargato. Un’area sempre più instabile e al tempo stesso strategica che, alla luce del format di Astana, come evidenziato lucidamente da De Biasi nel suo saggio, vede prevalere «in un sistema internazionale deregolamentato l’approccio personale» rispetto ai tradizionali strumenti di ricomposizione delle crisi. In sostanza De Biasi sottolinea nel suo saggio che, al di là della sua logica militare, il processo di Astana ha significato la collaborazione di tre potenze, una globale come la Russia e le altre due regionali, Turchia e Iran che, a parte le loro divergenze strategiche, hanno approfittato del disimpegno di Donald Trump dal Medio Oriente per marginalizzare gli Stati occidentali democratici, soprattutto quelli europei confinanti e costieri. Astana — aggiunge l’autrice — anche se è un luogo metaforico che ha addirittura cambiato nome in Nur-Sultan — resterà. Nata come alleanza a tempo, è diventata un modello operativo ripetuto in altre zone di crisi. Matteo Bressan

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ERRATA-CORRIGE Fascicolo di Dicembre 2021 p. 2, Hanno collaborato: errata: Capitano di vascello Claudio Rizza; corrige: Capitano di fregata Claudio Rizza; LA COLLABORAZIONE ALLA RIVISTA È APERTA A TUTTI. IL PENSIERO E LE IDEE RIPORTATE NEGLI ARTICOLI SONO DI DIRETTA RESPONSABILITÀ DEGLI AUTORI E NON RIFLETTONO IL PENSIERO UFFICIALE DELLA FORZA ARMATA. RIMANIAMO A DISPOSIZIONE DEI TITOLARI DEI COPYRIGHT CHE NON SIAMO RIUSCITI A RAGGIUNGERE. GLI ELABORATI NON DOVRANNO SUPERARE LA LUNGHEZZA DI 12 CARTELLE E DOVRANNO PERVENIRE IN DUPLICE COPIA DATTILOSCRITTA E SU SUPPORTO INFORMATICO (QUALSIASI SISTEMA DI VIDEOSCRITTURA). GLI INTERESSATI POSSONO CHIEDERE ALLA DIREZIONE LE RELATIVE NORME DI DETTAGLIO OPPURE ACQUISIRLE DIRETTAMENTE DAL SITO MARINA ALL’INDIRIZZO WWW.MARINA.DIFESA.IT/MEDIA-CULTURA/ EDITORIA/MARIVISTA/PAGINE/NORMEPERLACOLLABORAZIONE.ASPX. È VIETATA LA RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE, SENZA AUTORIZZAZIONE, DEL CONTENUTO DELLA RIVISTA. GLI ARTICOLI PUBBLICATI SONO SOGGETTI ALLA VALUTAZIONE DI REFEREE SECONDO IL SISTEMA DEL DOUBLE BLIND.

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