Valsugana News n. 7/2020 Settembre

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Barco di Levico di Mario Pacher

Viaggio in Moravia

G

razie ad una lettera ancora ben conservata datata 25 aprile 1918, scritta alla moglie Teresa da Giovanni Deipradi di Barco di Levico, militarizzato vicino a Vienna, è stato possibile a Romano Negriolli, uno dei 52 partecipanti alla trasferta di qualche anno fa in Moravia nei luoghi dove i nostri nonni trovarono accoglienza come profughi nei duri anni del primo conflitto mondiale, scoprire nella città di Vsetìn, la casa, la scuola e i campi dove avevano vissuto l’esilio la nonna, la mamma e i suoi zii. Con lui, interessati nella ricerca, c’erano anche gli amici Giuliano Erla e Francesca Mosele di Quaere di Levico che, assieme, hanno trovato con grande sorpresa al civico 147 della via Horni Jasentra, la casa nella quale Teresa, nonna di Romano, aveva vissuto per tutto il periodo dell’esilio con sua figlia Maria (mamma di Romano) e gli altri otto fratellini e sorelline. E questo viaggio ha fatto venire alla mente di Romano anche un altro emozionante fatto, la storia di un vecchio fornello a legna che permise ai suoi avi di sopravvivere e tornare a casa. Ecco quanto ci racconta. “Era un inverno molto freddo quello del 1918/19, che vedeva centinaia di Valsuganotti raggruppati lungo i binari della ferrovia nei vari paesi della Moravia, in attesa di salire sui treni destinati a trasportarli a casa, dopo quasi quattro anni di lontananza. Erano stati trasportati in Moravia, una regione della Cechia (già Cecoslovacchia) allo scoppio delle ostilità belliche tra Italia ed Impero austro-ungarico, su ordine del governo imperiale, perchè la vicinanza alla linea del fronte e dei reciproci colpi di artiglieria tra i due eserciti, metteva a rischio

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augana

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le loro vite. Tra le famiglie valsuganotgenerosità ed umanità di quell’ufte in trepidante attesa del treno del ficiale ed alla Divina Provvidenza, ritorno in patria, alla stazione della come diceva sempre nonna Teresa. cittadina di Vsetìn, c’era anche quella Ebbero modo di portare a casa anche di Teresa Deipradi di Barco con i suoi quella provvidenziale stufa che finì in nove figli, tutti infreddoliti e con soffitta a Barco di Levico e lì rimase l’animo pieno di paura per il lungo per lunghi decenni fino a quando il viaggio che li aspettava. “Che ne sarà nipote Romano Negriolli, quasi un della nostra casa a Barco, pensavano, secolo dopo, la trovò e con tanta ci sarà ancora o sarà stata distrutta cura la ripulì dalle antiche ceneri e dai bombardamenti?” Ad un certo dei legnetti bruciacchiati che ancora punto, un ufficiale austro-ungarico conteneva. Con ogni probabilità, affiancato da due soldati, si avvicinò conclude Romano, senza quella stufa a quella numerosa nidiata di bimbi su quel treno che ha permesso la e chiese a Teresa se avesse qualcosopravvivenza dei miei avi, né io né sa per scaldarsi quando sarebbero i miei fratelli saremmo potuti venire stati nel vagone-merci gelido, in un al mondo. Anche a questo pensavo viaggio che sarebbe durato diverse durante quel viaggio dei ricordi nella settimane. La risposta fu negativa. città di Vsetìn”. Allora l’ufficiale ordinò ai soldati di cercare e requisire una stufa e di sistemarla, completa di tubo, nel vagone del treno. E così fu fatto, con l’aggiunta anche di un po’ di legna e di qualche fiammifero per accendere il fuoco e un tubo che portava fuori il fumo attraverso un buco in una delle pareti. Quel caldo tiepido fece sì che nessun figlio di Teresa si ammalasse di polmonite per il grande freddo a differenza di tanti altri passeggeri, bambini e vecchi, che si ammalarono e morirono. Anche se affamati, tutti dieci tornarono a casa sani e salvi e poterono riprendere la loro nuova vita a fianco anche del papà, pure lui tornato dalla guerra, sia pur malato a causa dei gas tossici respirati al fronte. La vita aveva comunque Il provvidenziale fornello trionfato sulla desolazione e e Romano Negriolli sulla morte, anche grazie alla


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