L'Espresso 43

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La parola

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la presidente Se Leia Organa, o sua madre Padmé Amidala, avessero chiesto di venir chiamate rispettivamente “Senatore” dell’Impero Galattico e “Re” di Naboo forse persino i Sith avrebbero manifestato un certo sconcerto. Difatti, la discussione su “il” o “la” presidente del Consiglio ha un retrogusto surreale, semplicemente perché non bisognerebbe neanche discuterne: già nel 2008 la prima donna presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, pubblicava un chiarimento lucido quanto ovvio: «La lingua italiana consente, in questo caso, una soluzione semplice e per così dire trasparente e naturale di un problema, quello del riassestamento maschile-femminile nei nomi professionali; bastano infatti l’articolo (maschile o femminile) e l’eventuale accordo (una presidente impegnata / un presidente impegnato) a definire, insieme, il genere e la funzione». Ma senza scomodare la Crusca, e

la conoscenza della lingua italiana, dovrebbe bastare il buon senso: se la memoria non mi inganna, abbiamo detto e diciamo «la preside» o «la docente» senza evocare lo spettro di Tom Wolfe (e la malafede con cui si declina il termine che ha coniato, radical chic). Poi, certo, massima libertà di scelta, anche a dispetto della correttezza grammaticale: se Elsa Morante si definiva «scrittore», non mi sembra un gran problema se Giorgia Meloni vuole farsi chiamare «il presidente», ritenendo che sia più prestigioso: comunque sia, il lavoro sul linguaggio andrà avanti lo stesso e il mondo – e con lui la lingua – sta comunque cambiando. Semmai, per restare in tema Star Wars, porrei attenzione alle previste ma sconcertanti giravolte non solo linguistiche degli ultimi tempi. Come diceva proprio Padmé Amidala: «È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi». È vero, era solo un film, ma meglio ripassare.

LOREDANA LIPPERINI 30 ottobre 2022

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