PERCORSO ANTOLOGICO
Ma me il veloce Mercurio5 trasportò impaurito attraverso i nemici in una fitta nube6, te assorbendo di nuovo nella guerra l’onda trascinò per mari tempestosi7. Dunque rendi a Giove il dovuto banchetto, e deponi il fianco stanco per la lunga milizia sotto il mio lauro8, e non risparmiare le anfore a te destinate. Riempi le tazze levigate di Massico9 che dona l’oblio, effondi l’unguento dalle capaci conchiglie. Chi10 si cura di intrecciare prontamente corone di umido appio o di mirto? Chi Venere proclamerà arbitro del banchetto11? Io mi abbandonerò all’ebbrezza non meno intemperantemente dei Traci12: mi è dolce folleggiare per l’amico ritrovato. (trad. di L. Perelli)
5. Mercurio: il dio inventore della lira e protettore dei poeti (che vengono chiamati da Orazio, in un’altra ode, Mercuriales viri). 6. in una fitta nube: richiamo scherzoso e parodistico all’Iliade, dove spesso celebri eroi, durante il combattimento, vengono avvolti in un denso vapore e sottratti alla mischia. 7. te assorbendo... tempestosi: diversamente da Orazio, Pompeo Varo aveva
continuato a combattere anche dopo Filippi, probabilmente agli ordini di Sesto Pompeo. 8. sotto il mio lauro: oltre al senso letterale (un lauro che si trovava nel giardino di Orazio), è possibile anche leggere un significato simbolico, con l’accenno alla fama poetica conquistata. 9. Massico: un vino campano molto pregiato. 10. Chi: un puer, giovane servo incarica-
to, com’era abitudine durante i conviti romani, di intrecciare per gli invitati corone di mirto e di appio. 11. Chi Venere... banchetto?: durante un convito veniva estratto a sorte con un colpo di dadi il rex convivii, che diveniva, come dice Orazio, arbiter bibendi. Il colpo più fortunato era quello di Venere, quando uscivano quattro numeri tutti diversi. 12. Traci: popolo noto per l’uso smodato del vino.
T 19 Labuntur anni Carmina II, 14 LATINO ITALIANO
Il carme svolge alcuni dei temi dominanti della lirica oraziana: la brevità della vita, l’inesorabilità della morte, l’invito a godere degli effimeri piaceri di ogni giorno (implicito, quest’ultimo, nelle due ultime strofe). Nell’assenza di ogni forma di ironica bonomia, prevalgono i toni mesti e pensosi, cadenzati su un ritmo severo e solenne. Le immagini (in parte tratte dal tradizionale repertorio mitologico, in parte ispirate alla vita quotidiana di Roma) sono contenute ed essenziali. Orazio disegna il destino dell’uomo (di ogni uomo, come viene sottolineato ai vv. 11-12) con l’implacabile fermezza di un linguaggio che non conosce sbavature sentimentali. La tensione emotiva e gli elementi patetici sono disciplinati entro precise movenze retoriche: l’esclamazione iniziale (Eheu), la reduplicazione del nome Postumus, l’anafora dell’avverbio frustra, il rilievo sintattico dei tre gerundivi (enaviganda... visendus... linquenda), il polisindeto della penultima strofa (che sottolinea l’ineluttabilità della separazione dalla vita e dai suoi beni più cari).
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